La narrativa di Corrado Leoni

Trentino di Dro, dopo la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens – ove viene anche eletto rappresentante sindacale – e frequentando un corso di informatica con praticantato nel centro elaborazione dati dell’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’ENAIP, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) ed optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.
Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dalla gente di queste vallate, egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.
Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella Valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: la vita trascorsa nei campi, nelle botteghe artigianali, nelle stalle, nelle cantine.
Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale per l’esistenza di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della Seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.
Tutti questi fatti vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa del rivale-alleato Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.
Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio ad un esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’Autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.
Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Del resto le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino ad innamorarsi.
Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale ed un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e ad un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani “putane e capeloni” che bivaccavano giorno e notte dentro l’università in spregio ad ogni decoro e costume dell’epoca.
Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, inoltre, era la stessa comunità dei lavoratori italiani ad intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi in maniera la più autolesionistica contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi ed annullandone inesorabilmente l’identità.
Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana, né, su quello gerarchico, dalla rigida struttura ereditata dall’impero romano.
A fare le spese di tutto ciò è secondo l’Autore la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tendente ad interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione come il manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.
Nell’opera non mancano i riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: accusato da sinistra di avere perpetuato il valore della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.
Frutto più compiuto della maturità letteraria dell’Autore è sicuramente Il cavaliere senza cavallo, del 2014, romanzo nella cui protagonista rivivono autobiograficamente tutte le passioni che hanno animato la vita del nostro: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole è un cavaliere senza cavallo”.
Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo dalle sue montagne a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.
Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.
Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’Autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione che caratterizza il mondo della scuola: la frustrazione dei docenti, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio (specie se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati: al punto di portare molti insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù), la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi, l’irrilevanza sociale del ruolo ricoperto; la boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager; la pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati; la beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo; e poi l’ipocrisia caratterizzante i rapporti tra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…
Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa del nostro), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi ed insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide seduta stante di voler condividere assolutamente con costui il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inaspettatamente fatto ritorno in Africa.
Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per eccellenza – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino ad imporle come verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a fare tutto; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro, ereditata dalla legislatura precedente, per poi sostituirla con quella Moratti.
Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento per poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.
Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare ed impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, piuttosto che sforzarsi di dire più opportunisticamente qualcosa di simpatico o limitarsi a parlare del più e del meno. Naturale a quel punto la risposta della collega invidiosa, che avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.
L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al “posto”, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.
Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato, mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.
Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a non alimentare nei giovani studenti facili quanto ruffiane illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.

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Il renzismo, fase suprema del berlusconismo

I risultati delle elezioni europee del 2014 hanno assegnato – per la prima volta nella storia della democrazia occidentale – ad un partito post-comunista una percentuale superiore al 40%. Vari fattori hanno concorso ad un risultato così clamoroso, superiore alle aspettative dello stesso leader del Partito Democratico, nonché capo del governo, Renzi: il quale, nell’incertezza dei pronostici, aveva pensato bene di non far figurare sulla scheda il proprio nome accanto al simbolo del partito, in modo da mantenersi le mani libere in caso di flop o di esito comunque deludente rispetto ai pur fiduciosi sondaggi.
Innanzitutto, le speranze ingenerate in ben dieci milioni di lavoratori dipendenti dalla promessa di un immediato aumento di 80 euro in busta paga: venale mossa tipicamente italica, e che fa pensare – più che agli sgravi fiscali puntualmente elargiti dalla propaganda elettorale di Berlusconi – ai chili di pasta ed alle paia di scarpe con cui Achille Lauro soleva comprare i voti dei napoletani.
Subito a seguire, il clima da testa a testa con il Movimento Cinque Stelle – alimentato in primis dallo stesso Grillo – che ha caratterizzato la fase conclusiva della campagna elettorale, e segnatamente l’ultima settimana, ha giocato in maniera decisiva a favore del presidente del consiglio: molti elettori soprattutto di area moderata che, disorientati dal patetico tramonto della stella berlusconiana, con ogni probabilità non sarebbero andati a votare, sotto la spinta emotiva del timore di un eventuale successo dei grillini hanno deciso all’ultimo momento di recarsi al seggio per appoggiare quello dei due leader valutato come il più affidabile e meno avventuroso. Ad essere maggiormente danneggiati da tale orientamento dell’elettorato sono così risultati Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Scelta Europea; mentre il fenomeno non deve aver interessato che marginalmente i sostenitori di Lega Nord, Lista Tsipras e Fratelli d’Italia, presumibilmente rimasti per la gran parte fedeli al proprio iniziale orientamento anche dinanzi all’eventualità di un arrivo al fotofinish tra i due maggiori contendenti.
Per contro, tale drenaggio di voti dall’area del centro-destra non ha alienato al Pd le simpatie dei tradizionali elettori di sinistra, anzi: i più innovatori tra i simpatizzanti democratici che alle politiche del 2013 avevano preferito orientarsi verso il M5S in cerca di quella svolta che la candidatura a Palazzo Chigi di Bersani non pareva in grado di garantire (o che, in previsione dell’annunciato trionfo della coalizione di centro-sinistra, avevano studiatamente ripiegato sul voto disgiunto: Grillo alla Camera, Bersani al Senato), trovandosi finalmente l’auspicato Renzi quale leader hanno potuto con grande soddisfazione fare ritorno alla casa madre.
Altro fattore decisivo nel determinare un risultato così eclatante per il partito del primo ministro è stato poi il crollo dell’affluenza alle urne, passata dal discreto 75% delle politiche dell’anno precedente a un misero 57%, di gran lunga inferiore anche al 66,5% delle europee 2009: in occasione delle quali tuttavia gli elettori avevano potuto fruire di un giorno in più per recarsi ai seggi, nel 2014 aperti – anche in questo caso per la prima volta – nella sola giornata di domenica. Ovvio che tale tendenza abbia frustrato soprattutto le aspettative riposte dal fronte grillino nel voto di protesta.
Ma l’elemento più clamoroso degli ultimi giorni della campagna elettorale è stato sicuramente rappresentato dall’esplicita presa di posizione dello stesso Berlusconi – evidentemente spaventato dall’annuncio da parte di Grillo di un “processo popolare” nei confronti di tutti i principali responsabili della recente gestione della cosa pubblica, nonché dei loro manutengoli – contro l’eventualità di una vittoria dei Cinque Stelle, dal leader del centro-destra presentata come la peggiore iattura per il Paese: intemerata che ha implicitamente contribuito a sospingere molti potenziali elettori moderati tra le braccia di Renzi.
Il feeling con il quale si era del resto già attivato in occasione delle primarie del 2012, che avevano visto il sindaco di Firenze contrapporsi a Bersani: allorché non pochi simpatizzanti berlusconiani si erano infiltrati tra le fila nemiche per sostenere il brillante boy scout democristiano impegnato a debellare l’ultimo rappresentante dell’odiato Pci. Come sorprendersi, allora, se una volta insediatosi alla guida del Pd il simpatico “rottamatore” di tutta quanta la vecchia guardia comunista questi stessi elettori (in assenza di un progetto credibile di centro-destra: oltre che di un leader presentabile) si sono sentite autorizzate a ripiegare sul rampante anticomunista – o perlomeno sentito come tale – fiorentino?
Il discorso, tuttavia, appare più complesso rispetto ai moventi che possono aver condizionato le ultime, convulse battute elettorali. È indubbiamente un fil rouge ad unire l’ascesa di Renzi alla parabola del berlusconismo: nel senso che strategie e movenze dei due sono più o meno le stesse, al pari delle aspettative riposte in loro dalla gente.
A cambiare è sicuramente lo stile dei due personaggi, forse per ragioni più anagrafiche che temperamentali: Berlusconi nel corso del suo ventennio politico è rimasto sostanzialmente l’intrattenitore da navi da crociera e successivamente l’imbonitore milanese delle origini, figlio della spregiudicata mentalità imprenditoriale degli anni del boom economico e in seguito artefice del nuovo modello televisivo commerciale, privo – ad imitazione del peggior americanismo – di qualunque orizzonte morale o pedagogico. Donde la tendenza a ridurre tutto quanto all’apparenza, all’estetica: dai patologici interventi sul proprio corpo a mascherarne l’invecchiamento ai periodici cambiamenti del nome del suo movimento, quasi a supplire alla congenita assenza di sostanza del “partito di plastica” con una mera variazione nominale.
Ai vari problemi presentatiglisi dopo la sua “scesa in campo” il Cavaliere ha conseguentemente ovviato con tutta una serie di argomentazioni indotte, auto-assolutorie: l’insanabile deficit in cui versava lo Stato era totalmente da ascrivere ai governi precedenti; se pure i suoi concludevano poco o niente la colpa era quando delle opposizioni, quando di riottose frange interne, quando dei “poteri forti” che invidiosi della sua travolgente ascesa facevano di tutto per metterglisi di traverso. E se non passava giorno senza che la magistratura aprisse un fascicolo sul suo conto per i reati più disparati, il motivo era da ricercare nell’avversione ideologica da parte delle “procure rosse”; le quali gliel’avevano giurata per il fatto di avere lui con il suo incauto intervento in politica mandato in fumo l’agognato avvento al governo delle sinistre dopo il repulisti di Tangentopoli: argomento peraltro ideale da propinare all’opinione pubblica per qualsivoglia processo, a prescindere dalla specifica malefatta contestatagli volta volta.
Si arriva così alla sua ultima esperienza governativa, quella chiamata a confrontarsi con la recessione economica più grave del dopoguerra: nella divergenza di vedute con il ministro Tremonti (un tempo da lui benedetto quale economista “geniale”: eppure alla fine anch’egli rinnegato quale sabotatore), sotto gli occhi vigili e preoccupati dell’Europa Berlusconi non trova di meglio che negare l’esistenza della crisi, presentando l’Italia come un paese felice, in cui la gente continua beatamente a spassarsela ed aggiungendo così l’ultima – e più penosa – barzelletta alle innumerevoli propinateci nel corso degli anni.
Altro capitolo poco felice del berlusconismo è stato quello della politica estera: o meglio della qualità della presenza italiana sulla scena internazionale, dall’anticonformista di Arcore regolarmente ridotta a cabaret, con la messa in scena di ridicoli siparietti egocentrici, in spregio a qualunque codice diplomatico e segnatamente per l’Europa a quelle regole sancite per la prima volta in occasione del Congresso di Vienna e sostanzialmente mai venute meno nell’arco di due secoli.
Con il Cavaliere protagonista, la sacralità dei consessi diplomatici si è così vista svilita a farsesca ostentazione di abbracci, pacche sulle spalle, improvvisazione di gag più o meno imbarazzanti: sino a farne – probabilmente – il capo di governo in assoluto peggio sopportato dai colleghi. Egli non si è inoltre peritato di stringere rapporti anche con i personaggi più discussi e compromessi, senza preoccuparsi di separare la sfera politica da quella personale ed affaristica e premurandosi anzi di vantarsi ad ogni pie’ sospinto dell’amicizia non solo con Bush e Putin ma anche con dittatori – di fatto – del calibro di Gheddafi, Mubarak, Ben Alì.
Non molto dissimile l’atteggiamento tenuto in pubblico da Renzi, mai restio a concedersi alla folla stringendo mani di qua e di là (o meglio battendo più americanamente il cinque) così come incapace nei contesti internazionali di un registro più sobrio e consono al ruolo, ostentando baci e abbracci con i rappresentanti stranieri e giungendo persino – in perfetto stile calcistico berlusconiano – ad omaggiare l’interlocutore di turno della maglia (chissà poi fino a che punto gradita) del giocatore della Fiorentina di quella nazionalità (e peraltro a quale titolo, non figurando egli – a differenza del proprietario del Milan – tra i dirigenti della società gigliata), nemmeno si trovasse tra i ragazzi delle scuole da lui periodicamente visitate, peraltro secondo una propaganda degna del fascista Minculpop.
Le differenze tra i due leader emergono invece su altri piani: per quanto anche in Renzi appaia innata la predisposizione alla celia e alla boutade, l’inveterata frequentazione con la politica porta ad assimilarlo, ancor più che alla figura del venditore o del cabarettista, a quella del tribuno. L’ammiccante Matteo sa infatti sommergere il suo uditorio di fiumi di parole senza in sostanza dire niente ma potendo tranquillamente andare avanti da mane a sera, attingendo a piene mani ad un linguaggio fatuo, giovanilistico, “internetistico”: la vacua e corriva vulgata del blog, di facebook, del twitter.
Emulo di Obama, esibendosi in maniche di camicia e concedendo accelerazioni di passo mussoliniane qualora ripreso per strada dalle tv (onde evidentemente trasmettere un’immagine di velocità, efficienza, decisionismo), il logorroico piacione di Rignano sull’Arno annuncia incalzanti e progressivi sfracelli, cadenzandone la realizzazione mese mese (e magari scoppiando a ridere lui per primo una volta spenti telecamere e microfoni), sfoderando tutte le armi del suo repertorio con il minimizzare i problemi, ribaltando la propria posizione con l’attaccare piuttosto che difendersi ed accusando gli oppositori più critici di disfattismo; premurandosi tuttavia al contempo di adoperare una tecnica della comunicazione decisamente più adeguata ai tempi rispetto a quella ormai demodé propria del Cavaliere, via via divenuta con il passare degli anni – ed il perpetuarsi del consenso elettorale – sempre più assimilabile a quella di un Walter Chiari o di un Gino Bramieri. In ogni caso, siamo lontani anni luce dal tipo di eloquio caratterizzante un vero statista: serio, analitico, rigoroso, essenziale e soprattutto saldamente ancorato ad un organico e lungimirante progetto politico.
Assimilabili berlusconismo e renzismo appaiono anche sul piano dell’utilizzo delle donne, da entrambi elette a vero e proprio cavallo di battaglia. Qui però emerge anche una profonda differenza di stile: sia per quanto riguarda l’atteggiamento dei due leader nei confronti delle rispettive “pupille” che nel modo di porgersi di queste ultime nei riguardi dell’opinione pubblica. Mentre infatti Berlusconi – coerentemente con le sue frequenti ostentazioni di gallismo – non si è mai preoccupato di nascondere la “simpatia” sulla quale si è fondata la carriera politica di molte delle sue cortigiane, Renzi si mostra decisamente più accorto nel mantenersi su un piano più prudente e diplomatico, preoccupandosi anzitutto di far risaltare attitudini e capacità politiche delle sue pur avvenenti favorite, al precipuo scopo di conquistare i consensi dell’elettorato femminile, per definizione più mobile e volubile di quello maschile.
In ogni caso, per classe, decoro, senso della misura una Boschi appare infinitamente più credibile rispetto alla gran parte delle pasionarie berlusconiane (peraltro sovente veline o conduttrici o giornaliste Fininvest mancate): non solo le più impresentabili Minetti o le ruspanti Biancofiore ma anche le più seriose e compassate Gelmini, pur sempre eccessivamente prone in ogni apparizione pubblica a compiacere ed incensare il Capo, del tutto acriticamente e spesso contro il più elementare buon senso. Anche tale aspetto concorre ad attribuire al renzismo una parvenza tutto sommato più edulcorata e raffinata rispetto al berlusconismo.
Una differenza che emerge nettamente tra i due personaggi è data dal loro rapporto con i cosiddetti poteri forti: mentre Berlusconi si è visto sin dall’inizio osteggiato dai vari centri di potere che da sempre nel nostro Paese allignano sotto la copertura del sistema democratico (preferendo in ogni caso denunciare tale stato di cose direttamente al popolo piuttosto che perseguire più diplomaticamente con essi un accordo sottobanco), Renzi può – almeno in partenza – contare sul pieno appoggio di molti di essi, del resto rivelatisi decisivi per la sua ascesa.
Altro fattore che pare giocare a favore del fiorentino sta poi nella percezione da parte dell’opinione pubblica della sua relazione con gli scandali, le immancabili inchieste giudiziarie riguardanti anche il suo partito: a differenza di Berlusconi, costantemente impegnato in un estenuante quanto drammatico braccio di ferro con la giustizia, i suoi trascorsi di rottamatore, l’aver preso il potere contro la stessa classe dirigente del Pd, l’immagine di nuovo con cui molta gente suole identificarlo consegna in pratica a Renzi un notevole patrimonio iniziale di fiducia; una sorta di salvacondotto destinato a puntellarne la posizione: almeno sinché perdurerà la fatidica “luna di miele”. Lo stesso dicasi per la pazienza popolare nei confronti della mancata attuazione delle sue promesse, durevole sinché se ne potrà dare la colpa alle resistenze frapposte dalle cariatidi della vecchia politica.
Traendo le conclusioni, diremo che l’era berlusconiana consegna a quella renziana una Italia disastrata, economicamente fallita, moralmente disfatta ma che in ogni caso, pur avendo da tempo perduto ogni fiducia nei confronti della classe politica, ha mostrato di voler rifiutare la soluzione più radicale rappresentata da Grillo. Un Paese comunque double face, se è vero che, amplificati dai media, si diffondono tendenze, costumi, modi di dire sempre più insulsi, narcotizzanti e frivolmente giovanilistici; con l’unica forma di “cultura” che pare veramente stare a cuore alla massa rappresentata dalla telefonia, ostentata abusata onnipresente (specie dopo il crollo delle tariffe); la gran parte dei denari una volta destinati ai divertimenti oggi da molte persone disperatamente riversati sul gioco; e i centri commerciali (fin dal parcheggio), molti negozi, le banche addirittura ormai subissati dalla musica, imposta ad alto volume e a ogni ora del giorno. Facile prevedere che per una nazione così malridotta, assuefatta, sudamericanizzata l’avvento di un novello Cola di Rienzo – lungi dal garantire una qualsivoglia inversione di tendenza, fondata anzitutto su un’improcrastinabile rifondazione morale – non possa che accelerare la corsa verso il baratro.
Così, come sul Titanic, mentre le aziende falliscono, gli imprenditori si suicidano, i disoccupati si moltiplicano, le famiglie si impoveriscono (e con una immigrazione selvaggia che – ora forte anche del crisma della benedizione papale – viene ogni giorno di più ad immiserire e abbrutire questo Paese), si preferisce ignorare il problema e continuare a suonare, affidando le residue speranze all’aitante salvatore della patria giunto da Firenze. Con le vetuste categorie di “destra” e “sinistra” anch’esse rottamate in quanto non più adatte ai tempi; in modo da lasciare il posto ad una nuova edizione riveduta e corretta della rassicurante “balena bianca” democristiana: nonostante tutto stavolta votabile – ironia della sorte – senza neppure doversi turare troppo il naso.

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Caratteri dell’Ottocento irpino nell’opera di Ottaviano De Biase

Originario di Santa Lucia di Serino, Ottaviano De Biase pone da sempre l’amore per la terra irpina al centro della sua molteplice opera, che lo vede spaziare dalla narrativa alla poesia al teatro dialettale. Un legame profondo che si estrinseca soprattutto nei numerosi studi storici dedicati a Serino, la cui vicenda viene capillarmente ricostruita dalle origini sannitiche sino all’età moderna.
È in particolare l’Ottocento a segnare la produzione della maturità del nostro, a partire dal volume Brigantaggio ai piedi del Terminio (1860 – 1893), uscito nel 2006. Il complesso fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario viene qui affrontato nelle sue varie sfaccettature criminali, politiche, romantiche e patriottiche, partendo dalla mancata integrazione fra larghi strati della popolazione di quello che era stato il glorioso e potente Regno delle Due Sicilie ed il conquistatore Stato piemontese, sostanzialmente avvertito dalle masse d’Irpinia come lontano, ostile, estraneo al punto di indurre già nel 1861 la gente di Montella e Solofra a manifestare contro la neonata borghesia liberale che ne rappresentava il volto e gli interessi al grido di “Viva ‘o re nuosto, morte a’ liberali e ai garibaldini”.
Fu insomma soprattutto la parte più debole e povera della cittadinanza a rimpiangere la paternalistica e rassicurante dominazione borbonica paventando dal nuovo corso politico lo smarrimento di quelle semplici certezze che da sempre ne scandivano l’esistenza, oltre a un peggioramento delle già grame condizioni materiali di vita; donde il confluire di intere famiglie nelle innumerevoli formazioni banditesche che non tardarono a sorgere in tutto il territorio irpino.
Con certosina ricerca condotta in archivi sia pubblici che privati il De Biase ci ricostruisce la serrata lotta che si scatenò per quelle valli tra i due contendenti: al proliferare delle bande il governo torinese rispose infatti con l’invio nel Sud di un esercito composto di oltre 120.000 uomini, l’istituzione di numerose stazioni dei carabinieri decentrate (retaggio che segnatamente in Irpinia avrebbe peraltro continuato a caratterizzare anche il successivo Stato repubblicano) nonché la costituzione di milizie civili a supporto della forza pubblica. Apprendiamo così delle modalità di tale reclutamento, degli elenchi dei cittadini che in ciascun paese riempirono i ranghi delle pugnaci formazioni, di premi e ricompense garantite ai combattenti.
Rivivono in tal modo nel saggio storie e figure simbolo di un’epoca in cui a fare la parte del leone era più che altro la fame: la banda Gravina, che a Serino giunge a sequestrare l’ex arciprete per ottenere come riscatto pane, vino, formaggio; l’accordo intervenuto fra i tre principali capobanda che si contendevano il territorio compreso tra Acerno e Montella, Francesco Cianci, Luigi Cerino e Gaetano Manzo, che consente all’associazione criminosa il salto di qualità culminato nel rapimento di quattro svizzeri responsabili della salernitana industria tessile Wenner; la crescente dimestichezza che con l’attività banditesca prende l’autorità prefettizia, sino ad affiancare alla blindatura militare dei centri maggiormente compromessi con i briganti – Serino, Volturara, Montella – l’organizzazione di un’intelligence basata su delazioni e appostamenti, destinata a fare quale principale vittima lo stesso Cianci.
Tra le righe del solerte lavoro del De Biase emergono inoltre tante notizie di carattere minore ma che ci illuminano della mentalità di un’epoca, e che certo un cultore della memoria patria come il ricercatore irpino non poteva tralasciare di tramandare. Storie tratte dalle pagine della Serino più truce, nelle quali il ricorso alla giustizia sommaria lascia intravedere il sostanziale rifiuto da parte di genti abbandonate e derelitte di una qualsivoglia autorità costituita, surrogata con un’ancestrale legge dell’onore il cui naturale sbocco non può essere che la vendetta privata.
Così, una donna accoppa il marito scagliandogli una pietra nel petto, a punizione di chissà quale angheria subita. Dei parenti di una ragazza uccidono a colpi di baionetta un pastore, colpevole di essersi rifiutato di sposarla dopo averla “disonorata”. Nella migliore tradizione camorristica, poi, per un regolamento di conti paesano si sceglie la sera della festa, in modo che il colpo di rivoltella diretto al cuore della vittima venga coperto dai fuochi d’artificio. Pericolose infine anche le bettole, allorché le partite a carte fra pastori, boscaioli, braccianti avvinazzati degenerano in rissa: soprattutto se l’oste, al momento in cui i giocatori si accingono a passare dalle parole ai fatti, interviene schierandosi senza indugio da una parte, brandendo la scure e cioncando di netto un braccio al malcapitato dei quattro.
Neppure poteva mancare poi in uno studio del genere un omaggio all’aspetto più romantico del brigantaggio, che tanto ha ispirato cronisti e romanzieri: ecco allora fiorire le varie figure di “drude”, le sanguigne amanti dei banditi, disposte a tutto in nome della fedeltà al proprio uomo. Così come a tale filone “rosa” il De Biase ricollega anche la vicenda criminosa di Alfonso Carbone, montellese fattosi brigante solo dopo aver ucciso il rivale in amore, contendente della bella quindicenne di cui si era invaghito.

Il discorso sul fenomeno brigantesco viene completato due anni più tardi con la pubblicazione della monografia Laurenziello. Lorenzo De Feo di Santo Stefano e il brigantaggio durante il Decennio napoleonico. Non che delle efferate gesta perpetrate dal celebre bandito irpino, a lungo terrore di mezza Campania, mancassero notizie; ma avvolte in un alone di leggenda, rappresentando perlopiù la proiezione della fantasia popolare ed essendo di conseguenza affidate alla custodia di poeti e cantastorie.
Merito del De Biase è perciò anzitutto quello di avere restituito alla vicenda di Laurenziello dignità storica, mediante un’accurata ricerca archivistica peraltro penalizzata dal fatto che già all’indomani della morte del famigerato capobanda le stesse autorità napoleoniche erano pesantemente intervenute sulla documentazione esistente onde far sparire le carte più compromettenti, evidentemente comprovanti favoreggiamenti e connivenze di cui il De Feo non aveva mancato di godere da parte delle classi dirigenti.
L’Autore fa precedere la rassegna del materiale documentale raccolto da un’introduzione in cui vengono delineati i tratti della dominazione napoleonica sull’Irpinia, a cominciare dalla promozione di Avellino a capoluogo dell’antica provincia del Principato Ultra a scapito di Montefusco. Dopodiché il discorso entra nel vivo affrontando il problema del brigantaggio, fin da subito avvertito dalle autorità francesi come politico in quanto capace di mettere in pericolo la loro stessa presenza istituzionale; donde l’adozione di misure repressive le più severe, con la comminazione di numerose condanne a morte che non risparmiarono neppure quei sacerdoti giudicati in combutta con le “comitive” di malfattori.
Solo a questo punto viene introdotta la figura del principale protagonista del saggio: la cui terrificante parabola delittuosa viene ricostruita passo passo, con un occhio di riguardo al contesto politico, sociale ed umano in cui operò ma soprattutto nella più assoluta fedeltà alla ricca documentazione reperita. È grazie a tale rigore che il lavoro del De Biase assume i caratteri dell’affresco storico: non solo con l’offrirci un ritratto compiuto e puntuale del sanguinario personaggio messo a fuoco, ma anche ricostruendo con dovizia di particolari l’ambiente e lo spirito di un’epoca, con tutti i suoi compromessi e le sue trame.
Figlio di pastori, perduto il gregge a seguito di un’epidemia Laurenziello era stato assunto quale sgherro dal marchese di Serino, segnalandosi per la sua protervia al punto di venire presto promosso a capo dei bravi. Dopo una violenta lite con il comandante della guardia municipale, però, si era visto costretto a darsi alla macchia, per poi farsi milite sanfedista. Arrestato per reati comuni aveva ottenuto la commutazione della pena in servizio militare: potendo così prendere parte nel 1806 alla difesa di Gaeta assediata dall’armata francese.
Fattesi le ossa come brigante con il passare da una banda all’altra, il De Feo aveva finito con il costituirne una propria, composta da una sessantina di accoliti; a capo della quale avrebbe a lungo imperversato per la conca di Avellino – peraltro sino a quel momento immune dal fenomeno del brigantaggio – con saccheggi, imboscate, omicidi, stupri, violenze di ogni genere. Tutto l’Avellinese sarebbe stato così insanguinato e terrorizzato da una serie di crimini di un’efferatezza unica (per un totale di oltre 180 vittime) destinati a colpire fortemente la fantasia popolare, al punto di creare attorno al loro spietato autore quell’aura leggendaria che l’incombente temperie romantica non avrebbe mancato di accrescere.
Per quanto scopo precipuo della banda fosse quello di spogliare di ogni loro avere i malcapitati (mercanti come semplici viandanti), immancabilmente ci scappava il morto: così nel bosco di Monteforte furono massacrati tre ricchi carbonai di Mugnano; mentre ad essere fatto fuori a Piano di Montoro fu il parroco. Per conto di un altro nobile, poi, il bandito sequestrò cinque guardie doganali, mozzando loro un dito ciascuno, legandoli come salami e gettandoli su una catasta di legna a bruciare vivi.
La tattica delittuosa di Laurenziello consisteva nel muoversi con estrema circospezione, compiendo le sue imprese a colpo sicuro per poi immediatamente eclissarsi in rifugi inaccessibili su per i valloni del Terminio o del Partenio: notevolmente agevolato in ciò dalle proprie radici pastorali, che lo portavano a conoscere a menadito ciascun anfratto delle montagne serinesi. A indurlo a privilegiare la notte per compiere i suoi misfatti erano poi sia il vantaggio concessogli dall’oscurità che il terrore che le tenebre inevitabilmente moltiplicavano nelle sue vittime.
A caratterizzare l’attività criminosa del De Feo rendendola ancor più singolare fu inoltre l’incredibile rete di favoreggiatori e conniventi che egli seppe tessere, reclutandoli non solo fra caprai, boscaioli, contadini (complici naturali delle sue gesta agresti) ma anche tra i più insospettabili dei galantuomini: baroni, feudatari, giudici di pace, ufficiali della guardia civica; oltre ai meno timorati fra i preti. Tutto ciò avrebbe indotto le autorità ufficiali a prendere le adeguate contromisure: sino a far assumere a Serino le sembianze di una città sotto assedio, tanto elevato divenne il numero di militari – in prevalenza corsi e francesi – che il comune si vide costretto ad ospitare (peraltro a proprie spese).
Ma il brigante venne a sua volta avvicinato da emissari borbonici; per essere convinto ad imprimere una svolta politica – ovviamente in senso antifrancese – alla propria azione banditesca: il che lo portò ad innalzarne livello e ambizioni. Ampliata ulteriormente la banda anche con il collegarsi a formazioni minori, Laurenziello doveva tuttavia finire con l’essere travolto da un vero e proprio delirio di onnipotenza. Le stragi si susseguivano adesso anche in pieno giorno; a cadere vittima del vendicativo criminale fu pure l’arciprete del suo paese, colpevole di averlo scomunicato.
Sparso tanto sangue in Campania, il De Feo fu ad un certo punto costretto dalla serrata caccia che gli davano le truppe murattiane a rifugiarsi in Puglia; ma per fare ritorno in patria pochi mesi più tardi, allo scopo di sostenere un’insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare nella stessa Avellino. Non avendo tuttavia tale progetto avuto corso, egli pensò allora di rifarsi regolando dei conti in sospeso con i paesani.
Il 3 agosto 1809 Santo Stefano era in festa: all’uscita dalla messa pomeridiana la gente udì improvvisamente dei colpi di carabina coprire la musica dell’organo. Nel fuggi fuggi generale, il brigante dal dente avvelenato visitò una dopo l’altra tutte le case del paese, facendo vittime in ciascuna di esse e commettendo il delitto più atroce in quella del caporale delle guardie, al quale ammazzò la moglie assieme al figlioletto poppante. Alla fine del massacro si sarebbero contati oltre trenta morti, con appena pochi fortunati a rimanere illesi.
Ma la malefica stella dello spietato carnefice irpino era ormai al tramonto: dopo che diversi dei suoi erano rimasti uccisi in scontri con l’esercito francese, toccò a lui stesso di cadere vittima di un agguato a Moschiano, ferito e catturato dai gendarmi a seguito di un tradimento. Assieme al fratello e ad altri tre fedelissimi Laurenziello fu portato ad Avellino, ove ad attenderli in Largo dei Tribunali era il patibolo: impiccato per ultimo, il capobanda doveva tuttavia – per un destino quantomai perverso – onorare la propria missione di morte sino alla fine.
Infuriatosi dopo che non gli era stato concesso di bere, il condannato emise un grido talmente orribile da indurre il terrorizzato pubblico a fuggire nel massimo scompiglio. Nel caos che ne seguì, si credé che il bandito fosse stato liberato: donde l’ordine del comandante della milizia di sparare sulla folla, causando così quattro morti e decine di feriti, molti dei quali calpestati dai cavalli. Ma non era ancora finita.
Il corpo del De Feo venne lasciato sulla piazza per dodici ore; ne fu quindi mozzato il capo, chiuso in una gabbia ed esposto in cima a una pertica, a Porta di Puglia. Un mulattiere, che più volte aveva avuto a patire i soprusi del tiranno, avvicinatosi al palo volle sfogarsi per tutte le malefatte subite scuotendolo e imprecando: “Oh Laurenziello, Laurenziello, quante me n’hai fatte passare…”. A quel punto come per un sortilegio il macabro contenitore si staccò, centrando in pieno la testa del malcapitato e fracassandogli il cranio. Nell’immaginario popolare l’incredibile disgrazia finì con l’accrescere la tragica fama del nefasto personaggio, attribuendogli una diabolica facoltà omicidiaria postuma espressa nel detto: “Laurenziello pur’ roppo muorto facivo n’atu ‘micirio”.

Chiude il trittico ottocentista del ricercatore serinese “I leoni del Monte Terminio”. Dalla rivoluzione napoletana del 1799 ai moti carbonari del 1820-1821. Processi, faide politiche, vicende amministrative, edito nel 2013. Se con gli studi precedenti il De Biase si era posto idealmente sulla scia di grandi modernisti conterranei quali Francesco Scandone e Vincenzo Cannaviello, qui l’argomento prescelto lo porta a confrontarsi direttamente con mostri sacri della storiografia partenopea del calibro di Vincenzo Cuoco e Benedetto Croce.
Preparata da quel movimento culturale così ricco di spinte evolutive che fu l’illuminismo napoletano, la rivoluzione del 1799 (dal Croce considerata “tra le più rilevanti della moderna storia d’Italia”) ebbe maggiore risonanza in periferia che al centro. A spiegarcene il motivo è lo stesso Cuoco: “La nostra fu una rivoluzione passiva: per condurla a buon fine, bisognava cominciare con il guadagnare l’opinione del popolo. Le idee rivoluzionarie non erano popolari, meno ancora che nelle province, a Napoli: anzi in generale dir si poteva che il popolo della capitale era più lontano dalla rivoluzione di quello delle province, perché meno oppresso dai tributi e più vezzeggiato da una corte che lo temeva”.
È proprio in ossequio a tale assunto con cui l’illustre predecessore spostava il baricentro rivoluzionario alla provincia del Regno che il De Biase sceglie di mettere a fuoco in particolare l’amata Alta Valle del Sabato, illustrando il conflitto scatenatosi anche nel cuore d’Irpinia fra ideali democratici e libertari da una parte e controrivoluzione dall’altra, mediante il consueto ricorso ad una ricca quanto inedita documentazione che tuttavia – qui come per i lavori precedenti – mai inficia l’agilità della trattazione.
Ad emergere è allora soprattutto la figura del “capomassa” sanfedista Costantino De Filippis, investito dal cardinale Ruffo in persona dell’incarico di liberare Avellino dalla presenza giacobina: missione che i fucilieri del capitano serinese compiono a prezzo di una vera e propria carneficina. Quello che il De Biase ci offre del carismatico comandante conterraneo è un ritratto a tutto tondo, non tralasciando di punteggiarne le radici familiari, l’estrazione borghese, il sentito lealismo borbonico ma anche l’evoluzione in senso liberale e costituzionale impressa alla sua posizione politica all’indomani della Restaurazione.
Come si evince dallo stesso titolo, centrale nell’economia del saggio vuol essere il capitolo dedicato alla Carboneria irpina: la quale si diede fin da subito un’organizzazione di tipo gerarchico che vedeva i nuclei locali, le “baracche”, inquadrati nelle maggiori “Vendite”. Il Serinese fu all’avanguardia in tale attività cospirativa, con numerose Vendite: la principale delle quali – denominata appunto “I Leoni del Monte Terminio” – ebbe sede al Casale di San Biagio, annoverando oltre 200 iscritti ed assurgendo a modello per i patrioti di tutti gli altri comuni irpini.
Ad animare il nascente movimento risorgimentale locale dovevano essere gli stessi repubblicani serinesi che avevano dato vita all’esperienza rivoluzionaria del ’99, esiliati a Marsiglia per poi rientrare in patria nel 1806 al seguito dell’esercito napoleonico: anzitutto gli ufficiali Raffaele Anzuoni e Domenico Moscati, da Murat immediatamente incaricati di reprimere il brigantaggio. Degna di nota poi anche la figura di Carlo De Filippis, illuminato politico dalle molte aperture tanto da essere eletto all’assemblea costituente napoletana.
È peraltro in tale ambito che la scrupolosa ricerca archivistica condotta dal De Biase produce uno dei risultati più eclatanti. Il convegno che nel 1819 vide numerosi liberali della provincia avellinese riunirsi, alla presenza del generale Gugliemo Pepe, per discutere circa il modo in cui indurre re Ferdinando a concedere la più volte promessa Costituzione, ebbe luogo in un casolare di proprietà dello stesso De Filippis, già fedelissimo del monarca eppure anch’egli evidentemente non insensibile ai nuovi fermenti politici riguardanti la sua terra: il che la dice lunga sulla pervasività del nascente moto risorgimentale irpino.
Il saggio offre un puntuale resoconto del ruolo giocato dal Serinese nell’ambito della rivoluzione del 1820: la quale ebbe notoriamente quali principali protagonisti i giovani ufficiali carbonari Michele Morelli e Giuseppe Silvati, di stanza a Nola, nonché Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi. La notte del 1° luglio Morelli e Silvati danno il via alla cospirazione facendo disertare il proprio reggimento; ben presto però emergono divergenze di vedute tra il sacerdote, che vorrebbe procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di guadagnare all’insurrezione quelle masse di contadini e popolani da lui ritenute in fervente attesa, e il Morelli, il cui intendimento sarebbe invece quello di puntare direttamente su Avellino, ove ad attenderlo è lo stesso Pepe.
Ma le aspettative di entrambi sono destinate ad andare deluse: sganciatosi dal resto dello squadrone onde attuare il proprio progetto, il Minichini deve ben presto ritornare sui propri passi ricongiungendosi agli altri una volta constatata l’assoluta mancanza di proseliti; nel mentre pure la marcia verso il capoluogo della truppa capitanata dal Morelli avviene senza incontrare lungo le strade l’auspicato entusiasmo popolare, imprescindibile presupposto per il successo dell’iniziativa. Ciononostante, il 2 luglio gli insorti entrano trionfalmente in Monteforte, il giorno successivo in Avellino: accolti dalle autorità cittadine – rassicurate dal fatto che l’operazione non ha intenzione di rovesciare la monarchia – proclamano la Costituzione sul modello spagnolo.
Dopodiché Morelli e Silvati passano i poteri nelle mani del colonnello De Conciliis, capo di stato maggiore di Pepe: tale atto di sottomissione alla gerarchia militare provoca però un ulteriore e più grave distinguo da parte del Minichini, il quale fa ritorno a Nola allo scopo di suscitarvi l’agognata rivolta popolare. Da parte sua il 5 luglio il Morelli entra in Salerno, mentre l’insurrezione si espande nella stessa Napoli, ove il Pepe ha concentrato numerose unità militari: il che costringe già il giorno successivo il Borbone a concedere la carta costituzionale.
Il saggio ricostruisce con dovizia di particolari fatti e protagonisti dei nove mesi della Costituente fino all’ingresso in Napoli dell’esercito austriaco: evento che consente al sovrano di ritirare la Costituzione ponendo al contempo fine alla breve esperienza parlamentare. L’epurazione che ne segue non concede sconti a nessuno tra coloro che hanno preso parte all’insurrezione; il destino di ciascuno dei liberali serinesi viene così dettagliatamente ricostruito dal De Biase: il quale conclude la propria fatica illustrando le ripercussioni politiche, giudiziarie e amministrative che i moti carbonari comportarono per l’Alta Valle del Sabato.

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Una testimonianza sull’aggressione subita da Giovanni Amendola a Pieve a Nievole

Il saggio raccoglie la testimonianza del sig. Graziano Marcelli, figlio del montecatinese Marcello Marcelli che fu protagonista dei fatti.

 

La morte dell’esponente liberale Giovanni Amendola – avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926 – viene comunemente attribuita alle conseguenze di un pestaggio di marca fascista che egli avrebbe subito, nelle vicinanze di Montecatini Terme, il 20 luglio 1925. Una versione accreditata anche dalla retorica targa apposta sul luogo dell’aggressione nel ’65 da parte dei comuni di Montecatini, Monsummano e Pieve a Nievole: “Alla memoria di Giovanni Amendola filosofo scrittore e parlamentare insigne che in questo luogo aggredito dal cieco odio fascista difese, morendo, la libertà sua e degli uomini civili”. La morte dell’illustre politico campano sarebbe dunque da assimilare a quelle di Giacomo Matteotti e Piero Gobetti: probabilmente, però, non a seguito dell’agguato subito in terra toscana, bensì di un altro avvenuto in precedenza.

Per comprendere l’episodio che vide protagonista l’Amendola occorrerà tuttavia risalire al primo dopoguerra, ricostruendo in particolare il clima politico instauratosi in Valdinievole. La località dei “Bagni di Montecatini” contava allora cinquemila abitanti ed era situata in provincia di Lucca: dopo i fasti della Belle Époque e la pausa determinata dal conflitto mondiale, la consuetudine da parte dell’alta società di scegliere per le cure termali la rinomata stazione toscana non aveva tardato a riprendere. Al contempo, nei rurali paesi del circondario (Ponte Buggianese, Chiesina Uzzanese, Traversagna) si andava diffondendo l’idea socialista: tanto che a Margine Coperta – ove la formazione di una coscienza proletaria era stata favorita in particolare dalla presenza del Pastificio Maltagliati – la concentrazione di maestranze fortemente caratterizzate in senso rivoluzionario aveva guadagnato l’appellativo di “piccola Russia”.

A Montecatini, invece, il grosso dell’attività lavorativa non poteva che ruotare attorno alle varie strutture turistiche e commerciali deputate a servire la ricercata clientela delle terme: donde il prevalere di una tendenza politica assai più moderata e conservatrice. Il conflitto ideologico e sociale sarebbe divenuto insanabile al momento dell’esplodere delle violenze del “biennio rosso”; allorché cioè gli aspiranti bolscevichi locali si organizzarono in bande armate che oltre a occupare fabbriche e terreni presero a compiere sempre più frequenti scorrerie nella cittadina termale finalizzate a devastare le strutture adibite all’accoglienza e al soggiorno dei “signori”: dagli alberghi ai saloni di bellezza, dai negozi di tessuti alle gallerie d’arte. Ad essere messo a ferro e fuoco fu in particolare Viale Forini, dagli assalitori eletto a simbolo del potere borghese in quanto sede degli esercizi più eleganti nonché della “Commerciale”, l’edicola-libreria frequentata dal bel mondo; gravemente danneggiato fu inoltre l’Hotel Parigi.

Occorre precisare che i leninisti valdinievolini avevano buon gioco nel mettere in atto tali scorribande anche grazie all’esiguità della forza pubblica, a Montecatini limitata a due carabinieri, altrettante guardie municipali più una terza, peraltro adibita al solo servizio alle terme. Sino a poco tempo prima, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare che in una tranquilla località di villeggiatura così appartata rispetto ai grossi centri nonché tradizionalmente frequentata da una clientela d’élite l’ordine pubblico sarebbe potuto degenerare fino a quel punto.

Come nelle città maggiori in cui il confronto politico era più serrato e violento, allora, anche a Montecatini sorse per reazione un Fascio di combattimento particolarmente forte e agguerrito, prevalentemente composto dai figli di commercianti e albergatori, al duplice scopo di supportare le scarne forze dell’ordine e tutelare l’attività di famiglia. Per ovviare all’imprevedibilità degli assalti da parte della canea rossa, i giovani fascisti montecatinesi si organizzarono in un servizio di “fischietti”: ronde che presidiavano a turno i vari punti di accesso alla cittadina in modo da poter tempestivamente dare l’allarme in caso di arrivo delle squadracce.

Molti di quei ragazzi avrebbero poi partecipato alla Marcia su Roma: tra questi Marcello Marcelli, la cui famiglia gestiva un salone di coiffeur proprio in Viale Forini. Classe 1906, il 28 ottobre 1922 Marcello venne portato nella capitale dai camerati del Fascio lucchese come mascotte, divenendo così in assoluto uno dei più giovani “sciarpa littorio” del partito.

Il 1925 rappresenta notoriamente l’anno della svolta autoritaria del regime, preludio all’avvento della dittatura vera e propria che si avrà l’anno successivo con l’emanazione delle “leggi liberticide”. Ignaro di quanto lo attende, giunge a Montecatini l’on. Amendola, per la consueta cura delle acque a tutela del fegato. L’esponente liberale scende all’Hotel La Pace: una volta diffusasi la notizia del suo arrivo, però, sin dalla mattinata del 20 luglio si forma a ridosso dell’albergo un assembramento di dimostranti che prende a contestare in maniera sempre più minacciosa la presenza del parlamentare antifascista.

Sulla centrale Piazza Umberto I e lungo Corso Roma la folla tumultuante si accalca di fronte all’ingresso principale dell’hotel sino a far temere di poter penetrare da un momento all’altro al suo interno onde mettere le mani sulla stessa persona dell’Amendola. La giornata trascorre senza che il comando di Lucca invii i rinforzi invocati dai carabinieri locali; dal capoluogo giunge altresì il federale fascista Carlo Scorza: il quale prende in mano lui la situazione onde garantire l’incolumità dello scomodo ospite.

Non serve infatti essere eccelsi statisti per comprendere che, dopo il delitto Matteotti cui il governo mussoliniano è miracolosamente riuscito a sopravvivere appena l’anno precedente, un così clamoroso caso di violenza – perdipiù perpetrato proprio su colui che dopo la scoperta dell’assassinio dell’esponente socialista ha capeggiato la “secessione aventiniana” delle opposizioni – potrebbe avere per il partito conseguenze le più deleterie. Senza contare che il leader liberale ha già subito una violenta aggressione squadristica il 26 dicembre ’23, a Roma, bastonato da quattro assalitori e ferito alla testa.

Il capo del Fascio lucchese decide allora di ovviare alla critica situazione determinatasi togliendo d’impaccio il parlamentare con un escamotage: ossia facendolo fuggire di nascosto, mediante un piano alla cui attuazione vengono chiamati a concorrere i locali dirigenti fascisti. Mentre a trarre in inganno i facinorosi nella camera occupata dall’Amendola viene lasciato, ben visibile dalla strada attraverso la finestra, un dipendente dell’albergo, l’onorevole viene fatto uscire dall’ingresso secondario, posto sul retro, ove ad attenderlo è un’automobile fornita dal Garage Morescalchi, con tanto di autista. Il progetto è difatti quello di portarlo fino alla stazione ferroviaria di Pistoia, onde farlo rientrare a Roma in uno scompartimento riservato; e perché neppure durante il viaggio possano verificarsi inconvenienti, Scorza predispone che il parlamentare venga inoltre scortato sino a destinazione da un tenente della Milizia con due militi.

Caricati i bagagli del fuggitivo, la macchina si mette in marcia verso le 19 lungo via della Torretta, avendo a bordo quattro persone: davanti, alla sinistra dell’autista1, si siede il Marcelli, con ancora indosso la tenuta da cameriere in quanto appena smontato dal turno di lavoro pomeridiano all’attiguo Caffè Biondi. Dietro all’autista lo stesso Amendola, al cui fianco prende posto un altro giovane fascista locale.

L’automobile prende ovviamente la direzione opposta rispetto ai manifestanti: attraversato Viale Verdi ci si avvia verso Pistoia, superando Pieve a Nievole e quindi l’incrocio della Colonna di Monsummano. Giunti all’altezza della fontana della Panzana, però, si trova la strada ostruita da un tronco d’albero: sceso per rimuoverlo, nel mentre si china a terra viene colpito con un bastone prima al collo e poi alle gambe il Marcelli. Sia dalla soprastante stradina che dal fosso a valle della carreggiata sbucano improvvisamente diversi individui – forse sette o otto – i quali hanno evidentemente mangiato la foglia: in quale maniera essi possano essere venuti a conoscenza della fuga dell’Amendola resta in ogni caso a tutt’oggi un mistero.

Scopo dell’imboscata è indubbiamente quello di farsi giustizia dello stesso capo dell’opposizione: subito dopo avere messo fuori gioco il Marcelli, infatti, uno degli assalitori provenienti dal fosso sfonda con il bastone il vetro posteriore di destra, corrispondente dunque al posto occupato dall’Amendola. Il delittuoso proponimento non può tuttavia avere seguito grazie all’intervento di diversi fattori: anzitutto, l’accompagnatore seduto accanto al parlamentare onora sino in fondo il proprio ruolo di guardia del corpo balzando tempestivamente nel mezzo alla strada e sparando in aria con la pistola a scopo intimidatorio; mentre dalla direzione opposta – ossia da Serravalle – sopraggiungono una dopo l’altra due automobili che inducono definitivamente gli aggressori a rinunciare ai loro truci propositi e a darsela a gambe.

Trasportati al pronto soccorso dell’ospedale di Pistoia, vengono medicati sia il Marcelli per gli ematomi riportati che lo stesso Amendola, investito dai frantumi di vetro alla parte destra del capo2: senza tuttavia lamentare lesioni di altro tipo, dal momento che i colpi dei malviventi non hanno fatto in tempo a coglierlo. A conferma di ciò, raggiunta finalmente la stazione l’onorevole può tranquillamente salire in treno sulle proprie gambe; non prima però di avere stretto la mano ai due giovani montecatinesi che gli hanno fatto da scorta, ringraziandoli per il coraggioso atteggiamento assunto a sua difesa.

La giustizia di regime non poté esimersi dall’aprire sulla vicenda patita dal noto personaggio politico un procedimento d’ufficio, rivolto comunque contro ignoti e peraltro destinato ad essere rapidamente archiviato. L’indagine sarebbe stata tuttavia riesumata nel ’45, nel clima avvelenato dell’immediato dopoguerra (che vide finire in carcere tutti gli ex fascisti sopravvissuti alle epurazioni comuniste), assumendo di conseguenza i caratteri tipici del processo politico. Venne difatti imbastito un impianto accusatorio che faceva a pugni con ragionevolezza e buon senso, in cui il capo d’imputazione era omicidio premeditato, il mandante dell’operazione veniva identificato nello stesso Scorza ed i suoi esecutori materiali individuati nei dirigenti del Fascio montecatinese – a cominciare dall’ex podestà – nonché i due accompagnatori, a prescindere dal ruolo da ciascuno effettivamente giocato nella vicenda.

Grazie a testimonianze miracolosamente spuntate a distanza di vent’anni dai fatti, venivano così messi sotto accusa non i responsabili dell’agguato (del resto mai identificati) bensì coloro che si erano adoperati per la salvezza del malcapitato; per quanto con l’eccezione del principale accusato: Scorza era difatti nel frattempo riparato in Argentina. Il procedimento giudiziario presso il tribunale di Pistoia – laddove l’episodio era avvenuto in territorio lucchese3 – sarebbe andato avanti per tre anni, non dismettendo il proprio carattere pregiudiziale neppure dopo l’amnistia Togliatti del ’46, volta alla pacificazione nazionale dopo un anno e passa di persecuzioni inquisitorie.

Nella più completa assenza di prove nonché di indizi, decisiva ai fini della condanna risultò in particolare la testimonianza dell’autista: il quale stravolse completamente la realtà dei fatti sostenendo che ad obbligarlo a fermarsi alla Panzana era stato lo stesso Marcelli, puntandogli contro la pistola per poi immediatamente iniziare a percuotere con un bastone l’Amendola. Un simile mendacio provocò la sdegnata reazione della moglie dell’imputato, la quale fu espulsa dall’aula; oltretutto – a riprova della limpidezza della sua coscienza – già all’indomani della fine della guerra il Marcelli si era costituito all’autorità giudiziaria spontaneamente, onde rispondere dei propri trascorsi fascisti.

La donna avrebbe tuttavia ricevuto soddisfazione in una delle udienze successive: allorché cioè, incalzato dalle domande dei difensori, il teste sarebbe caduto in contraddizione sia rispetto a quanto affermato in precedenza in aula che alle dichiarazioni rilasciate in istruttoria, costringendo così il presidente della corte ad incriminarlo per falsa testimonianza; sull’attendibilità della sua posizione gravò poi anche il fatto di non aver saputo rendere conto del motivo per cui egli avesse modificato a propria discrezione il percorso di fuga dall’albergo rispetto a quello indicatogli da un commissario di polizia4. Tempo dopo l’uomo si sarebbe giustificato sostenendo di essere stato costretto a dire il falso dalle minacce ricevute da parte di tre individui penetratigli nottetempo in casa alla vigilia della sua deposizione allo scopo di imporgli la versione da sostenere in aula, terrorizzando sia lui che i familiari con la forza delle armi: voci che nella piccola Montecatini non tardarono a correre.

Ciononostante, la corte d’assise pistoiese andò dritta per la propria strada, non avendo dubbi nel riconoscere la colpevolezza di tutti gli imputati e condannandoli a 30 anni per concorso in omicidio premeditato; con uno sconto di pena nei confronti del solo Marcelli, che ne ebbe 25 in quanto all’epoca dei fatti minorenne. In che maniera si potesse poi addossare pure la premeditazione ad un ragazzo che oltre ad essere rimasto anch’egli vittima degli aggressori era stato ingaggiato al volo per la bisogna all’uscita da lavoro resta un imperscrutabile segreto noto soltanto alla coscienza dei suoi inquisitori.

L’incongruenza di una sentenza del genere rispetto a quanto emerso in dibattimento avrebbe tuttavia portato la Cassazione ad accogliere parzialmente il ricorso dei condannati, rinviando il processo alla corte d’appello di Perugia: la quale avrebbe rimediato alle palesi forzature dei giudici di primo grado sia sottoponendo le testimonianze sulle quali si era basata la loro condanna ad un esame più scrupoloso che attribuendo la giusta rilevanza al referto del pronto soccorso pistoiese. Quest’ultimo infatti limitando i danni riportati dall’Amendola alle superficiali escoriazioni causate dai vetri escludeva che egli fosse stato colpito con corpi contundenti non solo e non tanto dagli sconosciuti responsabili dell’agguato, quanto dallo stesso Marcelli, facendo implicitamente crollare l’intera impalcatura inquisitoria basata sull’accusa di omicidio: a meno di non voler ascrivere la successiva morte del leader liberale ai postumi del grande spavento da lui sicuramente provato in occasione dell’aggressione valdinievolina.

Giustizia poté così finalmente essere fatta soltanto nell’ottobre del ’50, con l’assoluzione degli imputati; per quanto non con formula piena bensì per insufficienza di prove: la gravità della prima condanna non lasciava del resto ai giudici d’appello grossi margini di manovra. In ogni caso gli accusati si erano fatti in galera i cinque anni e quattro mesi intercorsi fra incriminazione e assoluzione.

 

Note

 

1)L’auto aveva la guida a destra.

2)Sul tipo di lesioni riportate nella circostanza dall’Amendola abbiamo la testimonianza del figlio Pietro, secondo la quale il 30 agosto 1925 il padre era in Francia, “dove è andato a sottoporsi a un trattamento chirurgico che limiti i danni riportati al volto e alla testa nella seconda aggressione, subita a Montecatini (…). Gli hanno rasato i capelli perché si possa lavorare alle ferite”. Dalla clinica francese il politico campano aveva difatti inviato alla famiglia una foto che lo ritraeva con la testa rasata (in N. Ajello, L’assassinio di Giovanni Amendola, “La Repubblica”, Roma, 5 aprile 2006). Pur non contenendo la testimonianza ulteriori precisazioni in proposito, parrebbe evidente trattarsi di lesioni cutanee piuttosto che interne.

3)La provincia di Pistoia era stata costituita soltanto nel 1927.

4)Cfr. C. Martinelli, Incriminato l’autista che condusse l’on. Amendola, “La Patria”, Firenze, 30 marzo 1947.

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Le pendenze impossibili del San Pellegrino in Alpe

In Italia, il ciclista che cerchi la salita dalle impennate più impervie non la troverà sulle Dolomiti e neppure sui passi alpini che hanno fatto la leggenda del Giro: lo Stelvio, il Mortirolo, il Gavia. L’ascesa più impegnativa si trova infatti in Toscana, nel cuore della Garfagnana, lungo i 18.1 km che dai 270 m di Castelnuovo conducono sino ai 1617 del Passo di Pradaccio.
Il problema per le forze dello scalatore non è rappresentato tanto dalla pendenza media del percorso (misurabile in un ordinario 7,4%) quanto dalle variazioni di dislivello che presenta la strada, improvvise quanto proibitive. Da Pieve Fosciana – ove comincia la salita vera e propria – si sale dolcemente per una decina di chilometri, in un paesaggio incomparabile che regala scorci sempre più suggestivi sulle maestose Alpi Apuane poste dirimpetto nonché sulle vallate sottostanti.
Finché, giunti ai 910 m di Chiozza, non si cambia duramente registro: ad un chilometro all’8,4% seguono infatti 200 metri al 12,5. L’asprezza di tale rampa viene così bruscamente a distogliere il cicloturista dall’aspetto panoramico; per quanto si tratti di un semplice antipasto: uno scherzo rispetto a quanto ci si troverà davanti di lì a poco. Sono infatti paradossalmente i 500 metri di discesa che precedono i 1160 m di Boccaia a complicare maledettamente le cose, concentrando nei successivi 2 km che conducono ai 1524 m del borgo di San Pellegrino in Alpe qualcosa come 364 m di dislivello, per una pendenza dunque superiore al 18%. Uno strappo decisamente impegnativo; eppure tutto sommato superabile dall’appassionato grimpeur che sappia aggiungere all’allenamento accumulato nelle gambe la pertinacia di riuscire nell’impresa.
Senonché, neppure tale sforzo finale può essere gestito dall’intraprendente pedalatore razionalmente, ossia distribuendo equamente le energie: perché uno dopo l’altro intervengono due tremendi “muri” che vanno ben oltre il 20%, il secondo più duro del primo. Una volta oltrepassata l’antica stazione di posta di Ca’ della Palma, solamente la vista di quell’erta impossibile ti fa prender male; tanto che a quel punto, per non scendere di sella, oltre a muscoli, cuore e polmoni servirà anche una buona dose di coraggio: se non – a seconda dell’età più o meno avanzata del temerario scalatore – di incoscienza.
Nell’affrontare l’ardua pettata occorrerà peraltro stare attenti a profondere l’immane sforzo alzandosi sui pedali: questo non certo per rilanciare l’azione – impresa forse possibile giusto ad un Coppi, o a un Pantani – quanto per bilanciarsi mantenendo la ruota anteriore a contatto dell’asfalto, correndosi il rischio rimanendo seduti di ribaltare all’indietro. E neppure l’avvistamento dell’agognata croce lignea che indica la prossimità del santuario segnerà la fine dell’erculea fatica, dal momento che i tornanti che immettono sulla piazzetta posta all’ingresso del paese non hanno assolutamente nulla da invidiare nemmeno ai più duri fra quelli dolomitici.
Giustamente, all’audace che sia riuscito nell’impresa di raggiungere San Pellegrino indenne e senza mettere piede a terra la Pro loco rilascia un diploma. Ora qualcuno si chiederà: com’è possibile che il progettista di una simile strada non si sia posto il problema delle difficoltà di un tracciato del genere, in certi punti tale da scoraggiare persino chi intenda percorrerlo a piedi? La risposta ce la offrirà la Storia.
Attorno al 2000 a. C. tribù appartenenti alla popolazione dei Liguri penetrarono nell’Appennino settentrionale; tra queste i Friniati, popolo di cacciatori, agricoltori, pastori stanziatosi nell’area emiliana corrispondente agli alti bacini dei fiumi Secchia e Panaro. Ma all’inizio del II secolo a. C. i Romani dichiararono loro guerra, riuscendo a sconfiggerli definitivamente soltanto nel 175 a. C., al prezzo di lunghe e dure battaglie (le “guerre liguri”) che Tito Livio narra essere costate migliaia di morti.
Per venire a capo di tale conflitto gli attaccanti si ingegnarono di realizzare un grande sistema viario, allo scopo di accerchiare gli irriducibili nemici fino a prenderli in una morsa. Le terre conquistate sarebbero state successivamente donate ai legionari, quale compenso di fine carriera: il che avrebbe propiziato l’apertura di una fitta rete di sentieri fra i quali la Via Bibulca, così chiamata per il fatto di essere abbastanza larga da consentire il transito di un carro trainato da una coppia di buoi.
La strada perse d’importanza nel periodo delle invasioni barbariche, allorché le popolazioni si videro costrette a ridurre allo stretto necessario gli spostamenti dati i pericoli incombenti su chi viaggiava: tanto che all’arrivo dei Longobardi si pose la necessità di creare una variante che consentisse il valico dell’Appennino. Fu allora re Liutprando, nella prima metà dell’VIII secolo, ad aprire il Passo delle Radici in modo da collegare la montagna modenese, strappata ai Bizantini, con i possedimenti garfagnini.
Ed è proprio nel periodo longobardo che si colloca la vicenda di San Pellegrino, la cui figura rappresenta una tipica proiezione dell’immaginario medievale, dal momento che la leggenda lo vuole figlio nientemeno che del re di Scozia: probabilmente intendendo così rendere omaggio agli Scoti, popolo celtico cristianizzato proveniente dall’Irlanda – culla del monachesimo occidentale – insediatosi nel VI secolo sul suolo scozzese (irlandese era peraltro anche San Colombano, monaco missionario fondatore dell’abbazia di Bobbio, situata lungo la medesima catena appenninica nord-occidentale).
Il mistico principe si sarebbe fermato in questi luoghi al ritorno da un pellegrinaggio a Roma: votatosi alla vita eremitica, avrebbe deciso di unire all’ascetica ricerca di Dio la pratica evangelica della carità nei confronti dei viandanti, fornendo assistenza ed aiuto a tutti coloro che osavano sfidare la montagna. Particolarmente in inverno infatti valicare l’alpe diventava impresa improba: per questo il santo romito si sarebbe dedicato alla cura dei pellegrini diretti a Roma o in Terra Santa. Eletto il cavo tronco di un faggio secolare a propria dimora, ogni notte egli si premurava di accendere fuochi onde agevolare ai romei il cammino.
Per testimoniare la sua cristiana presenza su quei monti, inoltre, Pellegrino prese l’abitudine di piantare croci di faggio su ciascuno dei luoghi che percorreva, peraltro resistendo alle innumerevoli tentazioni di cui non mancò di farlo oggetto il demonio. Il riconoscimento della sua santità non sarebbe venuto da un’iniziativa ufficiale della Chiesa bensì dalla devozione popolare, diffusasi nell’Italia settentrionale come in quella centrale ad attribuire alla missione del nordico anacoreta la benedizione divina.
Modena e Lucca si sarebbero allora contese le spoglie del santo, affidandone il feretro ad una coppia di indomiti torelli (l’uno modenese, l’altro lucchese): nel punto in cui essi si fossero andati a fermare, lì si sarebbe edificata la chiesa titolata a Pellegrino. Il Cielo volle che le due bestie terminassero la propria corsa esattamente sul confine fra i due stati: per questo il santuario ed il borgo sortogli attorno non sono situati sul passo vero e proprio ma un po’ più a valle, sul versante garfagnino.
Più pragmaticamente, gli storici tendono tuttavia a spiegare la toponomastica del valico ricollegandola a San Pellegrino d’Auxerre, vescovo francese cui si solevano titolare gli spedali che sorgevano lungo i percorsi frequentati dai pellegrini medievali: laddove il precedente nome del passo era Terme Saloni. L’antica Bibulca che lo valicava risorse solo nell’XI secolo, per impulso di Beatrice di Lorena cui si deve la fondazione dell’abbazia di Frassinoro: fu infatti grazie all’iniziativa della marchesa di Toscana che riprese vigore quella strada che nella parte iniziale riprendeva il percorso della Via Clodia, risalendo la Valle del Serchio fino a valicare l’Appennino in direzione dell’Emilia, discendendo su Frassinoro per poi biforcarsi, proseguendo da una parte verso Reggio, dall’altra verso Modena.
Un tracciato per lunghi secoli utilizzato soltanto – e stagionalmente – dalle greggi transumanti; ma che adesso, nel nuovo clima dettato dallo sviluppo delle relazioni economiche e politiche, assurgeva al ruolo di importante arteria di comunicazione tra nord e sud della Penisola, ricevendo ulteriore slancio dall’opera della potente figlia di Beatrice, Matilde di Canossa: la quale lo valorizzò allo scopo di esercitare al meglio il proprio potere sui possedimenti transappeninici. Oltre a costruire le famose “cento” chiese di Lucca, infatti, la Grancontessa emiliana diede vita anche a vari ospizi fra cui quello di San Pellegrino in Alpe, allo scopo di garantire il ristoro dei viaggiatori lungo un percorso sempre più battuto. Non è difficile a tale proposito immaginare le varie tipologie del viandante medievale: pellegrini, chierici vaganti, contadini in cerca di nuova terra da sfruttare, mercanti, cavalieri a caccia di fortuna, malfattori, sbandati…
L’assistenza agli ospiti della struttura fu affidata a una comunità di “conversi”: uomini e donne convertitisi dal laicato alla vita religiosa affidandosi ad un capo spirituale e sostenendosi con il lavoro agricolo, la pastorizia, le questue. Alla primordiale chiesa costruita per custodire le reliquie di San Pellegrino nonché del suo discepolo Bianco – brigante dal primo convertito per poi votarsi anch’egli al romitaggio e proseguire l’opera del suo redentore – venne così aggregato un edificio adibito a ricovero, ad essa unito per mezzo di una grossa volta: il “voltone” sotto al quale transitava la strada per la “Lombardia” (nome medievale dell’Italia settentrionale), prima della costruzione della variante rappresentata dal suddetto tornantone finale.
Cominciarono allora a piovere sul pio “Hospitale” una serie infinita di lasciti e donazioni da parte di benefattori e devoti, al punto di farne un vero e proprio potentato quanto a proprietà possedute, talvolta situate in località anche parecchio distanti tanta era la fama acquisita dalla fondazione. Neppure papi e imperatori vollero a quel punto essere da meno, facendo a gara nell’attribuirle privilegi, benefici, immunità.
La consacrazione del prestigio dell’alpestre ospizio si ha nel XV secolo, allorché il rettore non bada a spese nel trasformare l’antica chiesa in santuario, commissionando al miglior scultore dell’epoca, il lucchese Matteo Civitali, l’elegante tempietto di marmo destinato ad accogliere le spoglie dei due santi eremiti. Di conseguenza cresce anche il fenomeno del pellegrinaggio devozionale nei loro confronti, con sempre più numerose schiere di fedeli che segnatamente nel periodo estivo salgono all’alpe per chiedere grazie.
Nella religiosità medievale perché queste potessero essere prese in considerazione occorreva che il richiedente portasse con sé, in segno penitenziale, una pietra: le cui dimensioni potevano sì variare a seconda dell’età e della forza della persona; ma sempre tenendo conto del fatto che più il sasso era grosso, maggiore sarebbe risultata l’efficacia della penitenza. Ora con l’ampliarsi della notorietà del santuario non pochi erano i pellegrini che, giungendo anche da terre lontane e dunque sottovalutando la durezza del percorso, lo affrontavano essendosi gravati di una pietra il cui peso si sarebbe rivelato eccessivo anche per il più ardente e volenteroso dei penitenti.
A quel punto la resistenza nell’ascesa al sacro monte rischiava di diventare anche una questione di pazienza: primo perché la salita non terminava mai; secondo perché più si andava avanti e più essa si faceva dura, terribile, maledetta. Solo la forza della fede e il timore del castigo (che sarebbe peraltro giunto neppure da parte di uno bensì di due santi) sospingevano allora il pio arrampicatore verso la meta: ma a prezzo di una fatica indicibile.
Si giunge così al 1738: anno in cui viene concordato il matrimonio fra Rinaldo d’Este, figlio del duca di Modena Francesco III, e Beatrice Cybo-Malaspina, erede del ducato di Massa. Allo scopo di assicurare allo staterello estense uno sbocco sul Tirreno Francesco commissiona al suo ingegnere di fiducia, l’abate Domenico Vandelli, l’apertura di una strada carrozzabile che unisca Modena a Massa ma evitando di transitare attraverso i confinanti territori dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e della Repubblica di Lucca.
A ciò si aggiunga la difficoltà di dover scavalcare sia la catena appenninica che il massiccio apuano forzatamente entro un determinato tratto, costringendosi così a superare il primo ostacolo ricalcando il tracciato della Bibulca e quindi valicando San Pellegrino, il secondo inventandosi il Passo della Tambura mediante un’estenuante serpentina con cui in 6 km ci si inerpica di ben 1100 m. Ultimata nel 1752, la Via Vandelli può così esaudire le aspettative del committente solamente a prezzo di un percorso estremamente tortuoso e dai paurosi dislivelli.
Ecco allora spiegato il motivo di quelle terrificanti pendenze finali che si trovano oggi a dover affrontare viaggiatori motorizzati quanto ciclisti. La strada è praticamente la stessa che ha visto transitare nel tempo gli umili utenti cui era destinata: i carriaggi dei legionari romani, gli armenti degli antichi pastori garfagnini, i muli dei viandanti medievali. Trasformata in rotabile dalla capricciosa ambizione del signore di un piccolo ducato, essa si è vista infine asfaltare in omaggio alla centralità dell’automobile sancita nel secolo scorso dal “miracolo economico” nazionale.

Bibliografia

P. Fantozzi, Storie e leggende della montagna lucchese, Firenze, Le Lettere, 2002.
A. Innocenti, San Pellegrino in Alpe, in http://www.alpiapuane.com.

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L’onore delle armi per Italo Balbo

Il 28 giugno 1940 cadeva, nel cielo di Tobruk, Italo Balbo, il leggendario “maresciallo dell’aria” gloria dell’aviazione fascista: egli fu così, in pratica, la prima vittima illustre della guerra dichiarata appena diciotto giorni prima da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia.

Unico fra i gerarchi a tener testa al Duce in Gran Consiglio (e a prendersi addirittura la confidenza di sederglisi sulla scrivania quando ne era ricevuto), irriducibilmente contrario tanto all’alleanza con la Germania nazista quanto alle leggi razziali, Balbo era stato confinato in Libia come governatore. Quel giorno, avvisato di un fulmineo bombardamento aereo inglese sul porto di Tobruk, si era immediatamente levato in volo, da Tripoli, con la sua squadra: ma una volta giunto sulla cittadina cirenaica era stato abbattuto per errore, assieme ai compagni, dalla stessa contraerea italiana, la quale, nella convulsione di quegli attimi, aveva pensato ad una ripresa dell’offensiva nemica, confondendo gli apparecchi.

Scompariva così la figura di gran lunga più avventurosa e per certi aspetti romantica del fascismo, il cui naturale carisma, negli anni, aveva saputo suscitare la gelosia dello stesso Mussolini. E a conferma della stima universalmente riscossa dal personaggio, il giorno successivo un aereo inglese veniva a sganciare una corona di fiori sul punto in cui era caduto il solo momentaneo nemico.

Nato nel 1896 a Quartesana, vicino Ferrara, da genitori entrambi maestri elementari, capitano degli alpini nella Grande guerra, laureato in scienze sociali, giornalista e repubblicano, Balbo sale agli onori della ribalta nell’estate del 1922, con una serie di azioni che pongono fine agli ultimi sussulti del “biennio rosso” seguito alla conclusione del conflitto mondiale e che rappresentano implicitamente altrettante tappe di avvicinamento alla “marcia su Roma” dell’ottobre.

Da anni ormai i braccianti – nel Polesine come in tutta la Pianura padana – agitati da sindacalisti rivoluzionari alla Bombacci lasciano a marcire i poderi padronali per riversarsi nei campi incolti intonando Bandiera rossa e inneggiando al modello sovietico delle fattorie collettive. Stante il divieto giolittiano ai prefetti di far intervenire la forza pubblica in ossequio al principio della “neutralità dello Stato”, sono allora gli stessi proprietari a organizzarsi privatamente onde ristabilire l’ordine: nasce così lo “squadrismo agrario”, vero e proprio trampolino di lancio del neonato movimento fascista. In ogni provincia risoluti quanto spregiudicati ras (il termine rappresenta un ironico retaggio delle sfortunate mire coloniali italiane di fine Ottocento sull’Etiopia) si assumono così l’onore della “normalizzazione”; a Ferrara, comanda Balbo.

Se infatti nella vicina Bologna il “prefetto di ferro” Cesare Mori riesce per qualche tempo ad arginare le prepotenze fasciste, l’impegno profuso dal suo collega ferrarese non sortisce lo stesso effetto: qui il giovane Italo irride all’autorità costituita, in un crescendo di violenza ma anche di fantasia. Messi al bando dalle disposizioni ministeriali i manganelli, egli dà pratica dimostrazione di come gli stoccafissi possano riuscire altrettanto efficaci all’occorrenza. In breve le sue quotazioni lievitano: lui a quel punto si rivela abile anche nel contrattare lo stipendio con gli “agrari” – vale a dire i possidenti – alla maniera dei capitani di ventura dell’età delle Signorie.

Un giorno compare in prefettura ad avvisare il rappresentante del governo che tra poco mancherà la luce. Immediato scatta il blackout: i suoi uomini hanno provveduto ad occupare la centrale elettrica, e con essa la città. È il suo momento: costituito un vero e proprio esercito, marcia sul capoluogo emiliano per dichiarare guerra a Mori, funzionario abile e intransigente ormai divenuto agli occhi degli squadristi la bestia nera. Compiacente, il debole governo Facta provvede allora ad inviare a Bologna il capo della polizia, a garantire dell’imminente allontanamento dello scomodo prefetto legalitario. Dinanzi a tanta grazia Balbo dilaga: Ravenna, Parma, Ancona, Trento, Bolzano le tappe più significative della sua marcia cesarea. Ed è qui che nasce il suo mito: quello del condottiero giovane, intrepido e vittorioso che nell’antichità pagana sarebbe stato oggetto di culto.

Annota nel suo Diario il 27 luglio 1922: “Siamo passati da Rimini, Sant’Arcangelo, Savignano, Cesena, Bertinoro, per tutti i centri e le ville tra la provincia di Forlì e quella di Ravenna, distruggendo e incendiando tutte le case rosse, sedi di organizzazioni socialiste e comuniste. È stata una notte terribile. Il nostro passaggio era segnato da alte colonne di fuoco e di fumo. Tutta la pianura di Romagna fino ai colli è stata sottoposta alla esasperata rappresaglia dei fascisti. Episodi innumerevoli. Scontri con la teppaglia bolscevica in aperta resistenza, nessuno. I capi sono tutti fuggiaschi. Le leghe, i circoli socialisti, le cooperative semideserti”.

Inquadrate gerarchicamente le cellule costituite dalle varie squadre d’azione in un’unica “milizia” concepita – secondo le sue parole – per “incutere nei nostri avversari il senso del terrore”, Balbo si guadagna sul campo i galloni di “quadrumviro” della marcia su Roma. L’anno successivo, però, la macchia sulla sua irresistibile ascesa: l’assassinio, il 23 agosto, ad Argenta (dunque nel cuore del suo feudo estense), di don Minzoni, volontario della Grande guerra, cappellano militare decorato, quindi esponente del partito popolare di don Sturzo, organizzatore della gioventù cattolica del Ferrarese e infine fiero oppositore delle violenze fasciste. Tre sgherri riempiono di bastonate il coraggioso sacerdote, fino a fracassargli il cranio: unica sua colpa, quella di essersi opposto con tutte le forze a che la propaganda fascista potesse penetrare tra i ragazzi della sua parrocchia.

La “Voce repubblicana” non ha dubbi nell’indicare il mandante dell’omicidio nel “ras di Ferrara”, ottenendo però quale unico risultato quello di una querela per diffamazione da parte dello stesso capo squadrista: al processo che ne seguirà, soltanto l’esibizione di una lettera con la quale Balbo invita i suoi uomini ad “impartire agli avversari riottosi bastonature di stile” salverà direttore e articolista da una sicura condanna. L’“Osservatore Romano”, dal canto suo, si guarderà bene non solo dal commentare, ma addirittura dal riferire dell’efferato delitto di Argenta: paese in cui Balbo, in ogni caso, oserà rimettere piede soltanto nove anni dopo.

Nel frattempo egli darà lustro alla prestigiosa “ala littoria”, fiore all’occhiello del regime. Sottosegretario all’aeronautica nel ‘26, ministro tre anni più tardi con il grado di generale di squadra aerea, Balbo diverrà il geniale ispiratore e l’intrepido condottiero di crociere collettive con gli idrovolanti che susciteranno l’interesse mondiale: nel ‘28 sul Mediterraneo occidentale, l’anno successivo su quello orientale e Mar Nero, quindi la trasvolata dell’Atlantico meridionale nel ‘31. Fino alla più celebrata di tutte, nel ‘33: l’avventura transatlantica da Roma a New York e ritorno, con ventiquattro apparecchi.

Prima Chicago, quindi la Grande Mela impazziscono per il giovane trasmigratore che irride alla vastità dell’oceano: sulle rive dell’Hudson viene persino organizzata in suo onore una grande ticker-tape parade. Balbo è così il secondo italiano dopo il generale Diaz ad essere acclamato per le strade di Manhattan: nel delirio della vastissima comunità italo-americana, gli viene addirittura dedicata una avenue, mentre lo stesso Roosevelt si compiace di riceverlo alla Casa Bianca. Per Mussolini, che quotidianamente deve sorbirsi dei sempre più entusiastici festeggiamenti riguardanti il suo quadrumviro riportati dalla stampa internazionale, è troppo: ordinatogli di dare un taglio all’interminabile kermesse, lo fa rientrare in Italia per promuoverlo Maresciallo e spedirlo in Africa.

All’esilio contribuì sicuramente anche il potente segretario del PNF, Starace: il quale mal sopportava che Balbo irridesse puntualmente i suoi pedanti “fogli d’ordine” miranti a sottoporre gli italiani tutti a una rigida disciplina comportamentale, prendendo sotto gamba le sue spesso grottesche direttive ed opponendosi, in particolare, alla militarizzazione del partito. Ma il gerarca ferrarese se la dové legare al dito, se è vero un episodio che accadde qualche tempo dopo.

Nel marzo del ‘37 giungeva in visita a Tripoli lo stesso Mussolini, per ricevere dalle mani dei notabili arabi quella simbolica “spada dell’Islam” che, con gesto teatrale da imperatore romano, avrebbe levata al cielo stando in groppa a un cavallo bianco. Durante una sosta al palazzo del governatorato, Balbo, accompagnato da Starace, introdusse il Duce nel suo studio, ove faceva bella mostra di sé un frammento archeologico su cui spiccavano due antichi romani che si stringevano la mano: gesto dal segretario abolito con la prima disposizione presa al momento del suo insediamento, in omaggio proprio ad un malinteso senso di “romanità”. “Vedi, Duce – ironizzò Balbo – Starace direbbe che questi due sono dediti da millenni alla stretta di mano”. Starace a quel punto, avvertendo lo sfottò, replicò tagliente: “Quando sarò governatore della Libia farò scalpellare questa roba”. Al che Balbo, con prontezza di spirito: “Allora io sarò segretario del partito e avrò ripristinato la stretta di mano”.

Pervicacemente contrario tanto all’Asse Roma-Berlino quanto al Patto d’acciaio, lo schietto Balbo giungerà, in Gran Consiglio, a dare sia a Mussolini che al suo ministro degli Esteri (nonché genero) Ciano – il quale si ostinava a reggere servilmente il gioco al Capo per puro opportunismo – dei “lustrascarpe della Germania”. Stando ai Diari dello stesso Galeazzo (il quale nella sua cieca ambizione avvertiva il prestigioso gerarca ferrarese come il suo più autorevole rivale ad una eventuale successione al suocero), il Duce – ormai da tempo disabituatosi ad essere contraddetto – lungi dall’interrogarsi sulle ragioni profonde di tanto dissenso nei confronti dell’alleanza con il nazismo da parte dell’unico suo collaboratore capace di pensare con la propria testa, avrebbe liquidato l’affronto subito in questi termini: “Balbo rimarrà sempre il porco democratico che fu oratore della Loggia Girolamo Savonarola di Ferrara”. Tanto astio porterà il dittatore a negare al più giovane, sorridente, solare antagonista il tanto agognato titolo nobiliare; per poi in qualche modo riscattarlo con questo lapidario giudizio postumo, vergato nelle desolanti giornate della Repubblica di Salò: “Balbo? Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi”.

La salma del Maresciallo dell’aria non ebbe pace: traslata dalla Libia al sacrario d’Oltremare di Bari, quindi trasferita al mausoleo degli Atlantici a Orbetello, infine – dopo la dismissione di quel monumento fascista – tumulata nel cimitero comunale della stessa cittadina sulla laguna, storica rampa di lancio delle crociere balbiane. Ancora più impressionante, tuttavia, la damnatio memoriae inflitta al celebre trasvolatore dalla sua terra natale: gli efferati eccidi compiuti dai nazifascisti anche nella città estense fra ‘43 e ‘44, infatti, finirono con il riverberarsi retroattivamente anche sul suo precedente, protervo ruolo di ras del fascismo agrario (nonché di maggiorente del regime), eclissandone tutte le gesta successivamente compiute e decretandone la rimozione da parte della Ferrara democratica.

Inammissibile appare in ogni caso il fatto che il nome di Italo Balbo non figuri neppure sulla lapide che ricorda i Caduti di Quartesana, posta sulla piazza del paese. Così come la scuola-casa di famiglia, con le sue pertinenze (in particolare la palestra e la piscina: ove chissà quanti ragazzi saranno venuti a cimentarsi, e a divertirsi), storica testimonianza di un’epoca, versa in uno stato di totale degrado, abbandonata alle intemperie e in balia dei piccioni.

Con le sue ardite imprese aviatorie, la sua onestà intellettuale, la sua morte sfortunata quanto gloriosa, Balbo ha indubbiamente riscattato una giovinezza innegabilmente fatta anche di violenza e prevaricazione (componenti comunque all’ordine del giorno nel costume politico dell’epoca, per quanto esecrabili): sarebbe perciò giunto il momento, da parte dei suoi concittadini, di rendergli finalmente l’onore delle armi.

La forza di una democrazia si misura anche da questo.

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Ricordo di Nello Bellei

C’è stato un tempo nel secolo scorso in cui l’ippica, in Italia, era amata. Le tribune degli ippodromi erano salotti pieni di bella gente; titolari delle scuderie erano fior di imprenditori, celebri industriali, nobili; i numerosi allevamenti assumevano un peso non indifferente nell’ambito della stessa economia nazionale. Famosi giornalisti decantavano su tutti i quotidiani le gesta dei cavalli; mentre le telecronache di gran premi e corse tris erano affidate alla classe impareggiabile di Alberto Giubilo.

Fu negli anni Settanta, in particolare, che l’ippica divenne un fenomeno di costume: come documentato, del resto, dal cult movie Febbre da cavallo. E se vi era un ippodromo che d’estate diveniva una vera e propria vetrina, questo era senz’altro il Sesana di Montecatini. Il suggestivo spettacolo delle notturne, con lo sfavillio delle luci della pista, le giubbe sgargianti dei driver, il fascinoso scenario delle colline circostanti, con Montecatini Alto tutto illuminato, non aveva probabilmente eguale al mondo. Chi aveva pensato quell’impianto – per dilettare l’alta società della Belle époque che veniva a passare le acque – davvero non aveva sbagliato nulla.

La cittadina termale, dal canto suo, stava vivendo i suoi anni ruggenti: attori, politici, personaggi del jet set vi venivano regolarmente in vacanza. La meraviglia dei parchi, l’eleganza dei caffè, la ricchezza di mostre e case d’aste ne facevano quasi una piccola Londra: ma con il vantaggio di essere immersa in una delle zone più belle della Toscana.

Il frequentatore del Sesana più importante era sicuramente Giulio Andreotti: grande appassionato di trotto, non mancava ogni anno di venire a Montecatini a godersi qualche serata dell’importante riunione estiva. Ma anche tra gli habitué delle tribune, fra gli stessi scommettitori non pochi erano i “personaggi”: ciascuno con il suo stile, il suo look, il suo modo inconfondibile di esultare all’esito favorevole della propria giocata.

Sull’anello toscano, allora, convergevano i più importanti driver nazionali: Edoardo Gubellini, Vittorio Guzzinati, Sergio Brighenti, Giancarlo Baldi, Gerhard Krüger, Anselmo Fontanesi, Luciano Bechicchi, Carlo Bottoni, Pino Rossi, Mario Rivara, Umberto Francisci… Diverse erano infatti le scuderie forestiere che, allettate dalla ricchezza del programma di corse, trasferivano in Valdinievole i propri soggetti più qualitativi: il milanese Eskipazar, ad esempio, preparò la vittoria nel Derby del 1977 vincendo tutti i “centrali” montecatinesi cui prese parte quell’estate.

La quale ebbe il clou, come tutti gli anni, la notte di Ferragosto: al miglio del Gran Premio Città di Montecatini aderì nientemeno che Delfo, fresco vincitore del campionato del mondo di New York. Fu il proprietario Enrico Tosonotti, in vacanza alle terme, a volere in pista il proprio pupillo contro il parere di Brighenti: il quale saggiamente comprese come il cavallo avesse tutto da perdere cimentandosi a pochi giorni dall’avventura americana nella trappola del mezzomiglio valdinievolino, senza un’adeguata preparazione.

Difatti andò male: dinanzi a più di ventimila persone (assiepate persino sugli alberi), Delfo – cui il protezionismo nei confronti dell’allevamento indigeno assegnava di diritto il numero interno rispetto agli importati – iniziò a fare le bizze già quando l’autostarter raccolse i sei concorrenti sulla curva, mettendosi storto e gettandosi di galoppo non appena la macchina prese ad allungare. A vincere fu così Waymaker, al contrario in serata di grazia: macinò il battistrada College Record stabilendo, con 1.14.6, il nuovo primato della pista; terzo il promettente The Last Hurrah. Dall’entourage di Delfo allora, per rimediare alla figuraccia (il cavallo praticamente non aveva corso), si diede la colpa della debacle alla puntura rimediata in box da una zanzara, insetto notoriamente frequente nella valle bonificata dal granduca Pietro Leopoldo.

Sulla pista del Sesana, in quegli anni, andavano dunque in scena avvincenti serate di gare, nel corso delle quali i prestigiosi frustini si sfidavano dando vita a duelli incandescenti, con memorabili guidate e numeri di alta scuola che mandavano in visibilio il pubblico. La corsa al trotto, infatti, è un’opera d’arte; soprattutto in pista piccola: ove la posizione conquistata in partenza, l’ottimizzazione della tattica di corsa, lo studio dei limiti degli avversari, l’abilità nello sfruttare le evenienze possono incidere più che in altre discipline sull’esito finale. Lo stesso quotidiano regionale, la “Nazione”, aveva un occhio di riguardo per quanto avveniva in pista: soprattutto per la colta firma di Paolo Lucchesini, rinomato critico teatrale oltre che ippico.

I convegni avevano rigorosamente inizio alle 21 in estate, alle 15 in primavera e autunno; si articolavano su otto corse, la più importante delle quali era la sesta. In genere sei gare venivano disputate sulla distanza del miglio, un paio sul doppio chilometro (una ogni tanto ricorrendo alla spettacolare formula dell’handicap). Esse si susseguivano a distanza di 25 minuti l’una dall’altra: e siccome non c’erano le dirette tv dagli altri campi, gli scommettitori trascorrevano gli intervalli nello stesso parterre, raggruppati in capannelli, a discutere delle varie guidate o a inveire contro il driver che li aveva castigati. Solamente all’ultima corsa era accordato qualche minuto in più: ufficialmente, per favorire i cambi della duplice accoppiata (che era un po’ il “superenalotto” della situazione); ma per i giocatori – forzati maestri di autoironia, in quanto volontarie vittime sacrificali – solo per consentire loro di frugarsi bene in tutte le tasche, nella speranza di cavarvi miracolosamente fuori qualche recondito spicciolo.

Le corse si susseguivano senza retorica, né platealità. Non c’era lo speaker che faceva la cronaca dall’altoparlante: ciascuno se la faceva da sé, concentrandosi sul cavallo giocato e valutando quali evenienze potessero meglio favorire il buon esito della propria scommessa. Non c’erano interviste al guidatore del vincitore: il giro d’onore, gli applausi del pubblico, la foto di Rosellini costituivano un premio più che sufficiente. La sera del gran premio l’ippodromo non si trasformava in una fiera, con banda musicale, bancarelle e fuochi d’artificio; solo per il “Dante Alighieri” – che si disputava in luglio – si percepiva una variante visiva: nel prato interno, lungo la retta d’arrivo, venivano collocati i cartelloni pubblicitari della Cynar, sponsor del circuito nazionale dei quattro anni.

Se sentivi un urlio, o vedevi qualcuno abbracciarsi, era solo perché era uscita una vincita milionaria. Magari nel massimo della casualità, o se si vuole della fortuna: sbagliandosi nel formulare i numeri della giocata, o per un errore dello stesso addetto allo sportello del totalizzatore, scoperto troppo tardi; o al contrario giocando – a volte da una vita – sempre gli stessi numeri… Dalle scommesse ippiche, in ogni caso, non ci si aspettava il colpo che ti cambia l’esistenza, la vincita talmente alta da diventare persino assurda: bensì, semplicemente, divertimento. Accanto ai giocatori incalliti erano dunque tante le persone che andavano all’ippodromo per puro passatempo, divertendosi a giocare le loro innocue 250 lire a corsa (il prezzo di un bel gelato), al limite accusando qualche danno alla tasca solo nella malaugurata ipotesi che gli fossero andate tutte storte.

Sobrietà, semplicità, serietà erano le parole d’ordine dell’ippica – come della società in genere – di quel tempo. Ogni evento doveva essere irripetibile, atteso valorizzato e goduto come tale: anche il gran premio di Ferragosto si disputava perciò in prova unica, e a nessuno sarebbe venuto in mente di banalizzarlo in batterie e finale, scimmiottando (in omaggio a un malinteso senso di “spettacolo”) l’a sua volta unico Lotteria di Agnano.

Ciascun appassionato, in quegli anni, si coltivava dei cavalli preferiti, che seguiva con particolare simpatia: non c’era dunque bisogno che in pista scendessero nomi altisonanti perché la gente frequentasse l’ippodromo, anche nei giorni feriali. Spesso i cavalli più amati erano anzi niente più che onesti comprimari, militanti in categorie tutt’altro che eccelse, che avevano colpito la fantasia degli appassionati per il nome, l’eleganza, l’impegno profuso in corsa, o per qualche particolare curioso: si pensi allo statuario baio Venerdì, che onorò il proprio nome, presumibilmente ispirato al personaggio del Robinson Crusoe (allora dietro ai nomi dei cavalli stava tutta una cultura: letteraria, teatrale, lirica, storica, geografica…), diventando uno specialista della corsa tris, che si disputava – a rotazione nei vari ippodromi nazionali – manco a dirlo proprio di venerdì!

O a Frisinga, che a chi l’aveva giocata garantiva sicure palpitazioni andando sempre in testa per poi altrettanto regolarmente piantarsi in arrivo. Amulio, instancabile macinatore dal gran cuore e dai muscoli d’acciaio, che al contrario partiva al rallentatore per poi attaccarsi come un mastino ai fianchi degli avversari sino a demolirli. Il bel sauro Babrio, che debuttò a otto anni suonati dopo un grave infortunio giovanile che lo aveva costretto ad una onesta carriera da galoppino, rivelandosi al contrario serio trottatore e riuscendo ancora a inanellare non pochi successi. Il veloce Escamillo, generoso battistrada di tanti centrali senza mai lesinare sull’andatura: sull’ultima curva andava in dolore e “dava la coda”, tutti pensavano che fosse alla frutta eppure, pur calando in arrivo, riusciva sempre a portarla a casa. La massiccia Arizona, potente quanto capricciosa, capace se in giornata di poderose progressioni e specialista in particolare delle partenze coi nastri, al punto di sfilare in testa in poche centinaia di metri pur partendo da dietro.

Il forte King, che ebbe persino l’onore della citazione nel sommo Febbre da cavallo. Il diligente sauro Alessano, laborioso costruttore per corsie esterne del suo travolgente spunto finale. L’altro biondo Geraldy, duttile e scattante nel suo charme. Il roccioso Monepo, tosto come un mastino, nel fisico e nel carattere. La roana Stangata, piccola quanto versatile nell’adattarsi a tutte le andature. Il fantasista Biliardo, più volte vincitore con finali spericolati e a quote stratosferiche. Il regolare Valfio, specialista delle corse di testa. Il duttile Innario, che agli inni religiosi preferiva i piazzamenti a ripetizione. L’aitante Domegge, ai cui grandi mezzi non corrispondeva un’adeguata serietà. Il grigio Aiuto, così elegante nel suo trotto cadenzato dalla fluente coda sciolta. Il moro Agagianian, dal nome cardinalizio e dal finale travolgente a centro pista. Il bianco Nevaio, croce e delizia dei giocatori nella sua incostanza.

L’impossibile Decuplo, abbonato alla rottura eppure sempre favorito, talmente recalcitrante da rifiutarsi a volte persino di prendere l’allineamento, tanto da provocare una sera un’invasione di pista da parte della punta sentitasi defraudata, e contro la quale i due canonici carabinieri di servizio poterono ben poco. Mirifò, navigatore alterno e imprevedibile abbonato alla vittoria nell’ultima corsa, e al termine di spettacolari giri finali in mezzo alla pista, dando così veramente agli scommettitori in rosso l’occasione di “rifarsi”. Polaniec, più volte primo con il suo proprietario gentleman al termine di rocambolesche gare di testa e sempre a quote oscillanti fra il 30 e il 50 contro uno. Eimi, incredibile vincitore a 100 in lavagna di un indimenticabile centrale: con il miglior numero mantenne la corda, vivacchiò il primo giro mentre gli altri tergiversavano, allungò progressivamente per controllare agevolmente in arrivo il tardivo attacco degli avversari, per la più che onesta media al chilometro di 1.18.9 sul miglio.

Ma era soprattutto tra i guidatori che ogni appassionato individuava un proprio beniamino, che poi seguiva usque ad mortem quasi fosse un atto di fede: nel senso che lo giocava sempre, qualsiasi cavallo guidasse e a qualunque quota venisse offerto (anche per non perdere il sonno in caso di sua vittoria dopo essergli andato contro). E per la gran parte dei frequentatori del Sesana, l’idolo non poteva essere che Nello Bellei.

Vincitore di ben undici frustini d’oro (tutti conquistati tra Montecatini e Firenze: allora, in quell’ippica “stanziale” in cui non era facile andare a correre lontano, potevano bastare un centinaio di vittorie annuali per diventare campione nazionale), “Ivan” – come lo chiamavano amici e fan – aveva uno stile di corsa inimitabile. Grande pianificatore della strategia di corsa, riusciva sempre a cavare il massimo dal proprio cavallo, sfruttando al contempo al meglio errori e debolezze altrui.

A volte certe sue vittorie parevano davvero frutto di magia: in testa, riusciva a portare al palo cavalli che sembravano fermi già al mezzo giro finale, non sbagliando un parziale nemmeno se gli si guastava il cronometro. Di fuori, impegnato a “maturare” il battistrada, era quasi sempre quest’ultimo che cedeva – come fosse predestinato – magari gli ultimi metri. Anche negli arrivi più appassionanti, che si risolvevano al fotofinish, era raro che soccombesse: tanto che a un certo punto nel parterre si diffuse la leggenda che sul palo, al millimetro, egli riuscisse a mollare le guide in modo che la narice del proprio cavallo sopravanzasse quella dell’avversario, nemmeno fosse dentro alla fotocellula.

Chi giocava Bellei, insomma, si sentiva ben tutelato. Tanto più che, nonostante la fama del driver dalle mani d’oro, non sempre la sua quota era bassa. Questo anche perché, allora, gli allenatori-guidatori che avevano scuderia non erano moltissimi: ma in compenso erano di ottimo livello. I Baldi, i Benedetti, gli Orlandi, i Nesti, Gennaro Volpicelli, Alfredo Biagini, Oscar Mancini, Adelfio Cecchi, Alberto Pongiluppi, Fosco Lunghi, Vittorio Scatolini, Salvatore Matarazzo, Raffaele Mele, Walter Marigliano, Giovanni Carotenuto, Ascanio Carrara, Giacomo Rosaspina, Manlio Capanna, Roberto Gradi erano i principali protagonisti del trotto toscano di quegli anni. Gente abituata a lavorare sodo e ad inventarsele tutte per venire a capo di un mestiere per certi aspetti ingrato, nel quale c’era da fare i conti, oltre che con i cavalli, coi proprietari, col pubblico, con i colleghi, con la giuria: difficile metterli d’accordo tutti…

Quasi sempre figli d’arte, spesso supportati da infaticabili artieri che rappresentavano vere e proprie università del cavallo, essi vivevano in pratica per la scuderia, ove li trovavi sin dall’alba e con qualunque stagione a studiare i problemi dei propri pensionari (i cavalli non parlano), sanarne i difetti, curarne gli acciacchi: dovendoli peraltro disciplinare a un’andatura – il trotto – che non era nemmeno quella della loro corsa naturale. I convegni erano tanti (tradizionalmente mercoledì, sabato e domenica; più tutti i festivi, tranne Natale), per cui le occasioni migliori per andare a premio venivano preparate e pianificate nei minimi dettagli: per questo gli allievi di Bellei trovavano spesso sulla loro strada avversari ostici, rappresentanti al meglio la forma della propria scuderia di allenamento.

Ma si poteva stare tranquilli che, se c’era un modo per battere cavalli superiori al suo, lui lo trovava: conosceva a menadito pregi e difetti di tutti quanti, “vedeva” la corsa prima, mentalmente, immaginandosene lo sviluppo, pensava a quando doveva spostare (non un metro prima né uno dopo), a chi doveva anticipare, a quale schiena doveva prendere. All’improvvisazione veniva lasciato poco o niente: la sua condotta di gara appariva anzi quasi il frutto di un meticoloso teorema. Una maestria che si sposava poi alla perfezione con la maggiore tatticità della pista piccola, ove non sempre è il più forte a vincere. Il rituale “Vieni Nello” con cui la punta usava salutare le sue vittorie finì così con il diventare un modo di dire anche fuori dall’ippodromo.

Tra i suoi numeri: schizzare in testa dalla seconda fila, con il 12, in meno di 300 metri, cogliendo tutti di sorpresa; all’imbocco dell’ultima curva, all’esterno, tergiversare come essendo in bolletta per costringere il cavallo in schiena a spostare in terza ruota, fiaccandone lo spunto; in testa con un cavallo inferiore, dopo lo strappo iniziale “prendere in mano”, annullando il primo giro con una “falsa andatura” blanda e viscida, disorientando i favoriti e riducendo la corsa a una volata finale in cui, in pista piccola, la risalita per corsie esterne diventa dura anche per il cavallo superiore; alla corda in mezzo al gruppo, rimanere a “mezza ruota” in modo da non farsi chiudere dagli avanzanti ma facendosi una curva interna in più, risparmiando così energie per l’arrivo; coi passistoni lenti in avvio, sorvolare il gruppo con spettacolari volate in mezzo alla pista a un giro dalla fine, sfruttando la maggiore lentezza di quella fase di corsa… Magie che lo consacrarono ben presto come “Ivan il terribile”.

Spesso l’avversario, il cavallo da battere era guidato da Vivaldo Baldi: allora sì che erano scintille! La rivalità tra Nello e Vivaldo era assai simile a quella che aveva diviso Coppi da Bartali: come Fausto si era formato alla scuola di Gino, per emanciparsene una volta soppiantatolo al Giro d’Italia, così Bellei dalla natia Modena era giunto non ancora ventenne a Montecatini, nella rinomata scuderia del padre di Vivaldo, Omero, a completare la propria formazione dopo aver appreso i rudimenti del mestiere alla bottega milanese del concittadino Brighenti. Di sei anni più giovane di Vivaldo, Nello aveva presto sentito stretto il ruolo di seconda guida: soprattutto dopo che era accaduto un fatto.

Nel 1957, il cavallo più forte agli ordini dei Baldi era Checco Pra. A Modena c’era da vincere il Premio Ghirlandina, tradizionale corsa di rifinitura prima del Lotteria: solo che Vivaldo era indisposto. Il navigato Omero allora, avendo intuito il talento della riserva del figlio, non ebbe dubbi nell’affidare a lui il proprio campione: “Te hai testa e mani – catechizzò il giovanotto –, il cavallo te lo do io: per cui vai a Modena e non ti provare a perdere”. Inutile dire che Ivan rispettò alla perfezione le consegne: cosicché il suo nome finì per la prima volta su tutti i giornali.

Un anno più tardi, l’incontro fatale: messosi in proprio assieme a Rolando Rosaspina (per un sodalizio che non si sarebbe mai più sciolto) e qualche ronzino rimediato alla meglio, il giovane ispirò la fiducia dell’ambiziosa allevatrice fiorentina Anna Maria Salvini, titolare della Scuderia Kyra, alla ricerca di un nuovo trainer cui affidare la cura del proprio allevamento dopo il divorzio da Brighenti: così il destino portò Bellei a indossare quella mitica giubba biancoceleste che avrebbe innalzato alle stelle. Il berretto rosso, il portamento sobrio e composto sul sulky anch’esso celeste, la postura leggermente inclinata sulla destra ad assecondare il momento di maggiore sforzo del cavallo, lo avresti riconosciuto tra mille.

Una volta gli chiesero perché si piegasse a quella maniera. Curiosa la risposta, quasi fosse posseduto da un demone: “Neanche io lo so e tutte le volte che mi rivedo in televisione mi sembra di non riconoscermi. Secondo me potrebbe essere per bilanciare il cavallo in curva, o forse anche per caricarlo di più…chissà”.

Nello stile di corsa i due assi del trotto toscano erano diversissimi: tanto spavaldo, irruento, geniale e maledetto Vivaldo; quanto freddo, razionale, metodico e calcolatore Nello. Anche con i cavalli avevano un rapporto opposto, per quanto derivante dalla medesima filosofia di ottenere da essi il massimo: l’esigente Baldi, che negli intensi lavori mattutini, non ammettendo di essere preso in giro dai suoi allievi, ricorreva anche alle maniere forti, a volte era costretto a salire sul sulky dei soggetti più pigri e riottosi di nascosto, per evitare che questi andassero nel panico riconoscendolo. L’“animalista” Bellei invece, da rigoroso programmatore di scuderia qual era, guardava le cose più in prospettiva, mirando principalmente a risparmiare il cavallo da sforzi eccessivi, non assestandogli nemmeno una mezza frustata in più una volta avvertitane la stanchezza, non schiacciando mai sull’acceleratore fino in fondo e preferendo comunque ricorrere alla “mungitura” (ossia la sollecitazione esercitata sull’imboccatura tramite le redini) che non alla scudisciata.

Ovvio che, per gli appassionati toscani, schierarsi per l’uno o per l’altro rappresentasse anche una questione di carattere. Il Sesana giunse persino ad impostare sulla sfida tra i due un intero pomeriggio di corse, pubblicizzando l’evento con la distribuzione di migliaia di cartoline che ritraevano Nello alla guida di Sperlak, Vivaldo in sulky a The Last Hurrah. Un’iniziativa che – ormai negli anni Ottanta – contribuì a suo modo a segnare il passaggio all’“ippica-spettacolo”: perché la “sfida” Baldi-Bellei andava ormai in scena da tanti anni, così, senza enfasi, naturalmente e quotidianamente.

Come tra Coppi e Bartali avvenne il celebre passaggio della borraccia, così anche tra i due maghi delle redini lunghe vi fu un episodio che ne attesta il reciproco rispetto personale. Accadde al Derby del ‘74: sull’ultima curva Nello, in seconda ruota con Aprile, affianca Vivaldo con Pistillo, che allo steccato dà segni di stanchezza. Per caricare lo spunto del proprio allievo, in prospettiva della lunga dirittura romana, Bellei pensa bene di concedergli un momento di respiro alla corda: chiede perciò al collega di fargli posto. Sono attimi: “C’hai roba in mano?”, vuol sapere Vivaldo – “Vo a vincere”, gli assicura Nello. Baldi a quel punto smette di comandare, consentendo così all’altro di tener fede alla parola data: e il gesto vivaldiano – davvero “cavalleresco” – acquista ancor più valore in quanto a rivelarlo sarebbe stato lo stesso beneficiario.

Del resto correttezza e lealtà belleiane erano note, manifestandosi tanto dentro quanto fuori la pista. In quarant’anni di carriera, le volte che fu appiedato dalle giurie si contano sulle dita di una mano; ma ancor più apprezzata era la grandezza dell’uomo Bellei, la quale si rivelava soprattutto nel rispetto del lavoro dei colleghi: specie di quelli meno fortunati.

Ivan fu a lungo legato all’“esclusiva” che aveva garantito, al momento dell’ingaggio, alla Kyra: il cui allevamento sfornava, ogni anno, nidiate di puledri, a loro volta figli delle glorie di scuderia e tutti con il timbro del nome rigorosamente iniziante per S (che stava sia per Salvini che per Scandicci, ove la formazione aveva sede). Solamente nell’ultima parte della sua carriera, allorché la compagine fiorentina iniziò ad allentare la propria attività, al celebrato driver si dischiusero maggiori margini di manovra circa la possibilità di prendere in allenamento soggetti di altri proprietari.

I capricci di molti dei quali erano proverbiali: poteva bastare una corsa andata storta, una pulce messagli nell’orecchio da qualche malalingua, un maggiore riguardo apparentemente concesso ad un altro cavallo di scuderia (magari della stessa età e categoria: e perciò sentito come rivale) per offrire al proprietario affetto da paturnie il pretesto per interrompere la collaborazione con quell’allenatore. Questi erano i balletti, antipatici e un po’ meschini, cui poteva dar vita l’ambizione – o la frustrazione – di certi proprietari.

Ora mentre nelle scuderie più forti la perdita di una giubba poteva essere in qualche modo ammortizzata (magari dall’immediato arrivo di un altro proprietario, cui in precedenza si era dovuto dire di no per mancanza di disponibilità), il problema diventava serio per le piccole scuderie, la cui vita era legata alla cura di pochi cavalli; quando non addirittura di uno solo, che in pratica dava da mangiare a tutti quanti: animali come cristiani.

Bellei era sempre disponibile a rimpiazzare in corsa quanti fossero appiedati o impossibilitati; ma se gli si chiedeva di prendere in allenamento un soggetto con cui un altro campava, allora non sentiva ragioni: “Mi spiace, ma io non porto via il cavallo a …”. Se invece gli veniva proposto di lavorare su soggetti falliti o comunque deludenti con allenatori che andavano per la maggiore, allora il discorso cambiava. L’aspetto umanitario, insomma, veniva per lui prima di tutto.

I colleghi ovviamente si ricordavano di tali cortesie: e se potevano, ricambiavano di buon grado. Basti pensare a quanto accadde il 31 dicembre 1977: un episodio davvero speciale in quell’ambiente grezzo, cinico e spietato quale poteva apparire quello delle corse e dei “cavallai”; un fatto che la dice lunga sulla simpatia di cui il campione era circondato all’interno di un mondo che – essendone egli l’indiscusso mattatore – avrebbe dovuto riservargli più che altro invidia.

Bellei quell’anno, per la conquista del frustino d’oro (avvincente sfida sportiva a distanza, peculiare dell’ippica), aveva incontrato sulla sua strada un antagonista più ostico del solito: il giovane napoletano Maisto. Il caso poi volle che i duellanti giungessero a San Silvestro appaiati; e, non contento, che cadesse pure di sabato: giorno perciò in cui, da calendario, si correva sia alle Mulina di Firenze, sia al Cirigliano di Aversa. I giochi erano perciò più che mai aperti. Come in un sodalizio campanilistico, gli altri guidatori toscani misero a quel punto a disposizione della gloria di casa, in ogni corsa, i soggetti più titolati: con il risultato che Ivan portò a casa l’ennesimo titolo nazionale.

Schiettezza e semplicità caratterizzavano Bellei anche nelle dichiarazioni pubbliche. Da qualche anno la mitica telescrivente della sala corse era stata mandata in pensione dalle dirette tv, che portavano l’ippica toscana direttamente nelle case. I collegamenti non si limitavano alla trasmissione delle gare, ma andavano ininterrottamente avanti per la durata dell’intero convegno: vi era dunque da riempire tutto quel tempo con interviste, pronostici telefonici, presentazione di personaggi vari. Ovvio perciò che il Nello nazionale diventasse uno degli ospiti più ambiti in quel salotto.

La squalifica del trottatore per rottura prolungata lasciava, secondo molti, un eccessivo margine di discrezione alle giurie: in caso di galoppata ripetuta, non v’erano dubbi; ma se il cavallo sbagliava una volta sola, con quale metro di giudizio l’errore doveva ritenersi “prolungato”, e la perdita del passo vantaggiosa? Le difformità di giudizio nelle squalifiche suscitavano spesso polemiche, con inevitabile strascico di ombre e sospetti: soprattutto perché v’era di mezzo il gioco. Bellei propose allora una soluzione che rappresentava il massimo della trasparenza: ritirare il cavallo dalla corsa al primo passo che non fosse di trotto, senza neppure dover attendere l’ingiunzione dell’altoparlante.

Ma fu un’altra volta che l’assoluta mancanza di diplomazia giocò un brutto scherzo al popolare guidatore. La composizione del popolo ippico era quanto di più variegato si potesse immaginare: si andava dall’appassionato “puro” a chi viveva per le scommesse, dal raffinato amante del cavallo al perdigiorno; particolarmente in Toscana, poi, la cadenza trisettimanale dei convegni evidenziava, in pratica, tre diverse tipologie giornaliere di pubblico. Mentre la domenica, giorno di maggiore affluenza, faceva registrare la presenza di famiglie, di rappresentanti del gentil sesso, in prevalenza di persone distinte, il pomeriggio infrasettimanale risultava invece alquanto desolato: l’ippodromo semivuoto, il programma di corse non eccelso, il tutt’altro che aristocratico pubblico – perlopiù maschile – motivato esclusivamente dal gioco. Al sabato, invece, si aveva una sorta di via di mezzo: soprattutto dopo che, con la moda degli anni Ottanta, i giovani montecatinesi ebbero preso l’abitudine di darsi appuntamento nel parterre del Sesana piuttosto che in centro.

Un mercoledì che il rigido inverno fiorentino doveva aver reso le Mulina più squallide del solito, Bellei, al microfono di Franco Ligas, lanciò la sua rivoluzionaria proposta: “Che senso ha collocare un convegno alle 14.30 in una giornata feriale? Che tipo di gente volete che venga all’ippodromo a quell’ora? Noi vorremmo che fossero le persone perbene: dunque bisognerebbe posticipare al tardo pomeriggio l’orario delle corse, in modo da consentire di venirci anche a chi va a lavorare”. Un giudizio impietoso, che suscitò un bell’esame di coscienza in chi ritenne sostanzialmente giuste quelle parole: ma espresse in maniera troppo esplicita, e perciò causa di diverse telefonate di protesta da parte di chi, al contrario, non accettava una demonizzazione così sommaria. L’imprudente opinionista, tuttavia, dopo aver lanciato la sua provocazione non si sottrasse al contraddittorio.

In un’intervista concessa nel ‘77, Bellei affrontava invece l’eterna questione del rapporto tra programmazione di scuderia e aspettative del pubblico giocante. Riflettendo sui fischi che aveva rimediato a San Siro, alla guida dell’amato Scellino, dopo avere fallito da favorito un tutt’altro che trascendentale handicap per poi, appena sette giorni più tardi, realizzare l’impresa della vita sfuggendo nel Gran Premio d’Inverno nientemeno che a Delfo, il coscienzioso driver metteva filosoficamente a nudo l’inevitabile conflitto che veniva a crearsi allorché le aspettative del pubblico lo costringevano ad attuare tattiche di corsa contrarie a quanto avrebbe suggerito la logica dei rapporti di forza. Nella sua sincerità, egli non nascondeva nemmeno il peso che una situazione del genere gli creava.

“Sono convinto che il pubblico ci mantenga, ci dia da vivere e quindi abbia il diritto di essere rispettato; so inoltre che da me si aspetta certe cose, e di doverlo accontentare. Se vado in testa e mi viene ai fianchi un avversario che magari so che mi è superiore, ma so anche che il pubblico non lo sa, allora mi sacrifico, al limite sbaglio corsa ma non posso lasciarlo andare. La cosa che mi dispiacerebbe sarebbe il dover ammettere un errore nei confronti del pubblico: il dover dare ragione al pubblico soprattutto per un mio sbaglio, dovuto magari a una ripicca o a una mia personale convinzione. Io perciò corro sempre in maniera che la gente non possa dire: abbiamo ragione noi e torto il Bellei… Quel giorno che Scellino venne a Milano e non riuscì a dare 20 metri ad Aureo e Nicone, io avevo tutte le mie ragioni, e anche valide, di correre così; ma capisco anche che quando il pubblico una settimana dopo mi ha visto battere Delfo ci sia rimasto male, e mi abbia fischiato. È un discorso in senso lato; ma quel giorno io, avendo Scellino favorito, teoricamente avrei avuto bisogno di poter dire: guardate che vado a San Siro per un ultimo lavoro, che la vera corsa la farò nell’Inverno. E i fischi poi mi hanno addolorato”.

Il rapporto privilegiato con la Kyra orientò giocoforza il palmarès belleiano in direzione indigena. Potendo fruire di un allevamento così prolifico, che ogni anno gli metteva a disposizione una trentina di puledri, c’era da attendersi che gli capitasse sovente il soggetto in grado di prendere parte con chance alle classiche giovanili; senza contare che, avendo la formazione di Scandicci quale divisa l’autarchia, a Nello toccò anche il non trascurabile vantaggio di gestire cavalli di cui aveva avuto in allenamento non solo entrambi i genitori, ma da un certo momento in poi persino i nonni! Il rovescio della medaglia fu invece dato dal fatto che, non potendo attingere ad altri proprietari, raramente egli ebbe in scuderia soggetti in grado di competere con gli internazionali nei gran premi per anziani: i quali, nella sua stessa Toscana, lo vedevano spesso – beffardamente – semplice spettatore allo steccato!

Quindi, tirando le somme, diremo che, per un guidatore del suo livello, Bellei vinse un numero di classiche per indigeni sicuramente adeguato, e concentrato prevalentemente nella prima parte della sua carriera; mentre per quanto riguarda i tradizionali appuntamenti del circuito internazionale, egli vinse probabilmente meno rispetto ad altri colleghi che non lo valevano. Soprattutto negli anni della maturità – in cui molti driver raggiungevano l’apice – gli mancò il cavallo con cui andare al Lotteria, il fuoriclasse magari scovato oltreoceano per quattro soldi dal manager fortunato per conto di qualche danaroso proprietario (un classico di quei tempi).

Cosicché i cavalli dal nostro portati al successo in gran premi furon quasi tutti “S”: Steno, Segugio, Scansano, Sion, Valpiana, Akobo, Aprile, Sem, Scellino, Sperlak. Altri soggetti forti che ebbe ai suoi ordini, dominatori di innumerevoli centrali e spesso a loro volta piazzati nelle classiche, furono Petra, Pierfranco, Sansovino, Gobaldo, Savio, Sabor, Sidi, Senegal, Sarcasmo, Ser.

Il più titolato tra i campioni belleiani fu sicuramente Steno: il quale, dopo una strepitosa carriera giovanile (che lo vide fra l’altro mettere a segno un’incredibile doppietta al bolognese “Continentale”, che allora si correva sia a tre che a quattro anni) fu per due volte secondo al campionato del mondo americano. Memorabile, in particolare, l’impresa del ‘65, allorché il figlio di Oriolo ruppe all’imbocco della prima curva mentre stava andando in testa perdendo un centinaio di metri, recuperò gradatamente, si lanciò a centro pista al mezzo giro finale percorrendo l’ultima curva in quarta ruota e terminando a mezza lunghezza dal vincitore, che lo aveva anticipato lungo la risalita.

Ma il “grande incompiuto” di casa Bellei fu probabilmente Sperlak, da lui stesso ritenuto come il cavallo più forte che gli fosse mai capitato fra le mani. Un soggetto in cui però alla potenza del motore non corrispondeva la serietà del carattere: in poche parole, se quel giorno non ne aveva voglia, ti dovevi solo rassegnare.

Dopo una carriera giovanile tutto sommato in sordina, Sperlak dimostrò di che pasta era fatto al primo impegno da anziano: il fiorentino “Ponte Vecchio” del 1982. Sulla distanza del doppio chilometro, con il numero uno di steccato (che però gli serviva a ben poco data la sua macchinosità), il baio della Kyra era chiamato ad affrontare cinque “canarini” americani: niente di trascendentale, dal momento che la classica toscana era ultimamente un po’ decaduta, sacrificata sia dalla stagione in cui cadeva (febbraio), sia dal fatto che i “prima categoria”, per la ripresa in grande stile dell’attività dopo la pausa invernale, puntavano direttamente sul torinese “Costa Azzurra” di marzo, evitando così le insidie della pista piccola. Fatto sta che Sperlak vincente, in lavagna, era offerto a 50 contro uno.

Rimasto come di consueto ultimo in partenza, il kyriano prese ben presto la via del largo, fino a raggiungere il battistrada e posizionarsi al suo esterno. “Non ha niente da perdere – pensò la gente – se avesse aspettato a uscire non sarebbe mai risalito…almeno così ha fatto bella figura”: donde applausi e incitamenti al passaggio davanti alle tribune, in attesa dell’inevitabile calo sulla prevedibile accelerazione finale della testa. Ed a conferma di tali aspettative, nessuno degli altri concorrenti volle prenderne la schiena, dandone per certo il cedimento. Al contrario, al mezzo giro conclusivo, fu proprio Sperlak a dare l’impressione di poter macinare l’avversario: difatti, ancor prima dell’ultima curva, passò in testa.

Un moto di stupore iniziò allora a levarsi dal pubblico: che si trasformò ben presto in euforia allorché fu chiaro che, contrariamente alle attese, degli altri concorrenti, rimasti tutto il tempo acquattati alla corda e dunque teoricamente ancora pimpanti, nessuno era in grado di impensierire l’intrepido portabandiera di casa. Anche quella volta il frustino di Bellei rimase così ben rivolto all’indietro; la vittoria fu netta, per giunta impreziosita dal nuovo record della corsa: 1.16.9.

A quel punto accaddero scene mai viste su un anello toscano: più che alle Mulina, sembrava di essere ad Agnano per il Lotteria. Già aveva iniziato il telecronista, interrompendo in retta la cronaca per mettersi a urlare pure lui: “Vieni Nelloooo”; con la tribuna letteralmente in tripudio, diverse persone scesero in pista, per accompagnare il vincitore in quello che fu, forse, il giro d’onore più commosso tra gli innumerevoli compiuti da Bellei.

Era evidente, infatti, come quella manifestazione di affetto spontanea e calorosa fosse rivolta – al di là dei meriti del cavallo – innanzitutto a lui, a tutto ciò che quest’uomo rappresentava per tanti appassionati toscani. L’aspetto sportivo ed umano parve una volta tanto prendere decisamente il sopravvento sull’interesse legato al gioco; eppure, quando lo speaker comunicò le quote del totalizzatore, si comprese come, a dispetto dei pronostici, non pochi fra i “giocatori della domenica”, gli scommettitori per diletto delle mille lire, avessero scelto di appoggiare proprio l’estremo outsider, privilegiando le ragioni del sentimento: Sperlak infatti pagò al tot nell’ordine del 15/1, non di più.

Con lo stesso cavallo Ivan avrebbe conseguito, fra l’altro, la sua ultima vittoria di un certo rilievo: quella nella spettacolare tris di Modena, tradizionale appuntamento del calendario di primavera. Nel 1987 – dunque a 10 anni suonati – il potente passista regalò ai suoi fan l’ultimo brivido: rendendo ben 80 metri allo start (dunque anche in quel caso piuttosto snobbato nelle previsioni), risolse la partita a proprio favore con una impressionante progressione sulla penultima retta, che lo vide ingoiarsi i venti cavalli che lo precedevano in un sol boccone, come fossero fermi. Così il destino volle che il modenese Bellei cogliesse la prima come l’ultima vittoria rilevante della sua inimitabile carriera proprio all’ombra della Ghirlandina, a trent’anni esatti di distanza.

Dopodiché Nello diradò le proprie apparizioni in pista, cambiando peraltro stranamente anche il proprio stile di corsa, puntando su improbabili finali a effetto venendo dalle retrovie che lo portavano spesso a percorrere la retta d’arrivo in tralice sino a sfiorare il ciglio esterno: insomma non era più lui. La stessa Kyra, del resto, stava smobilitando: ma era l’ippica in generale che stava rapidamente cambiando.

Dal nord Europa calava una nuova orda di vichinghi: formidabili allenatori dalle rivoluzionarie tecniche di allenamento e ferratura, i quali garantivano ai proprietari mirabolanti progressi nelle prestazioni dei loro cavalli. Una diversa ripartizione del montepremi imponeva la logica americana del “tutto e subito”: nel senso che si puntava tutto – o quasi – sulla fase giovanile del trottatore, stravolgendo la preparazione tradizionale e rincorrendo le velocità strabilianti sin dall’inizio. Tale prevalente finalità cronometrica finiva poi spesso con l’andare a discapito della stessa arte della tattica, omologando molte corse al solito refrain; mentre quei progressi tecnici un tempo affidati alla meticolosità del lavoro nonché alla sapienza delle mani del preparatore venivano adesso fraudolentemente ottenuti grazie alle diavolerie della chimica.

Lo stesso legame tra cavalli e trainer veniva svilito dalla nuova figura del catch driver: uno specialista della corsa fine a sé stessa cui l’allenatore affidava i propri allievi dopo avergliene sommariamente illustrato le caratteristiche; e che magari la volta dopo ti ritrovavi in sediolo a un cavallo avversario, essendo costui sostanzialmente un mercenario. Mentre una pedante direttiva ministeriale imponeva agli allevatori, a imitazione della Francia, di imporre ai puledri nomi inizianti tutti per la medesima lettera dell’alfabeto caratterizzante quella data annata, creando così un sacco di banali omonimi (distinguibili solo dalla commerciale sigla dell’allevamento di provenienza) ma soprattutto sacrificando tutta la poesia dei nomi dei cavalli. E poi le none corse, le matinée (altro grottesco francesismo, e che andava peraltro nella direzione esattamente opposta a quella dal nostro a suo tempo maldestramente suggerita), la tris tutti i giorni, le corse anche al lunedì (da sempre sacro giorno del riposo ippico)…insomma un manicomio. Non era più la sua ippica: lui lo capì, e si fece da parte.

Dopo avere citato i campioni, noi vorremmo qui ricordare anche alcuni degli innumerevoli routinier belleiani di quegli anni. Innanzitutto, Bellei: frequentatore delle categorie infime (allora per i top driver fare anche le corse a reclamare era la norma) nonché gran giocherellone, entrava in pista alla rovescia, divertendo (o disgustando) il pubblico con una oscena andatura a saltelli, che non era né trotto, né galoppo, né ambio. Poi però il suo omonimo che gli stava in sulky sapeva metterlo dritto, e cavarci il meglio.

Squillo, bianco come il cavallo della Vidal: altro commovente ex galoppino dal debutto tardivo ma dal cuore grande. Il grigio Sirual, falloso ma potente; così come il lunatico baio Stile. Il moro Siluro, che onorava il proprio nome con delle progressioni davvero esplosive. Il forte Scaltro, che fu anche uno dei protagonisti delle memorabili pariglie kyriane nella tradizionale corsa per attacchi di fine agosto. Il grigio Seminole, combattente come gli indiani di cui portava il nome. Il veloce Konrad, inconfondibile nel suo procedere a scatti, piegando al minimo gli anteriori. Il monumentale sauro Scaramouche, che una volta a Montecatini vinse al termine di un incredibile giro finale percorso interamente in terza ruota. La bisbetica grigia Sintesi, dal cui sulky peraltro una volta Nello cadde in corsa, alle Mulina, rimanendo tramortito: fortuna che il suo vantaggio era tale che gli altri concorrenti riuscirono a evitarlo. Il coriaceo Donyo Sabuk, ultima realizzazione del nostro.

Una domenica, al Sesana, si realizzò l’incantesimo; l’evento leggendario, fino ad allora solo sognato, che ti consente di dire: io c’ero. Sette vittorie su sette corse: di più non era possibile, perché una gara a convegno era riservata ai gentlemen. Il pomeriggio scorreva in un’atmosfera sempre più surreale, come se si stesse vivendo un sortilegio: “vincerà anche questa?”, si chiedevano tutti. Tanto gli allibratori quanto i giocatori apparivano straniti: c’era chi, per la legge dei grandi numeri, ogni volta si aspettava che la sequenza s’interrompesse; chi invece, più razionalmente, si sforzava di considerare ogni successiva corsa come a sé stante; chi infine, più romanticamente, con esaltazione crescente tifava perché la magia si avverasse.

Ebbene, Nello Bellei, quel giorno, le vinse tutte e sette.

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