L’onore delle armi per Italo Balbo

Il 28 giugno 1940 cadeva, nel cielo di Tobruk, Italo Balbo, il leggendario “maresciallo dell’aria” gloria dell’aviazione fascista: egli fu così, in pratica, la prima vittima illustre della guerra dichiarata appena diciotto giorni prima da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia.

Unico fra i gerarchi a tener testa al Duce in Gran Consiglio (e a prendersi addirittura la confidenza di sederglisi sulla scrivania quando ne era ricevuto), irriducibilmente contrario tanto all’alleanza con la Germania nazista quanto alle leggi razziali, Balbo era stato confinato in Libia come governatore. Quel giorno, avvisato di un fulmineo bombardamento aereo inglese sul porto di Tobruk, si era immediatamente levato in volo, da Tripoli, con la sua squadra: ma una volta giunto sulla cittadina cirenaica era stato abbattuto per errore, assieme ai compagni, dalla stessa contraerea italiana, la quale, nella convulsione di quegli attimi, aveva pensato ad una ripresa dell’offensiva nemica, confondendo gli apparecchi.

Scompariva così la figura di gran lunga più avventurosa e per certi aspetti romantica del fascismo, il cui naturale carisma, negli anni, aveva saputo suscitare la gelosia dello stesso Mussolini. E a conferma della stima universalmente riscossa dal personaggio, il giorno successivo un aereo inglese veniva a sganciare una corona di fiori sul punto in cui era caduto il solo momentaneo nemico.

Nato nel 1896 a Quartesana, vicino Ferrara, da genitori entrambi maestri elementari, capitano degli alpini nella Grande guerra, laureato in scienze sociali, giornalista e repubblicano, Balbo sale agli onori della ribalta nell’estate del 1922, con una serie di azioni che pongono fine agli ultimi sussulti del “biennio rosso” seguito alla conclusione del conflitto mondiale e che rappresentano implicitamente altrettante tappe di avvicinamento alla “marcia su Roma” dell’ottobre.

Da anni ormai i braccianti – nel Polesine come in tutta la Pianura padana – agitati da sindacalisti rivoluzionari alla Bombacci lasciano a marcire i poderi padronali per riversarsi nei campi incolti intonando Bandiera rossa e inneggiando al modello sovietico delle fattorie collettive. Stante il divieto giolittiano ai prefetti di far intervenire la forza pubblica in ossequio al principio della “neutralità dello Stato”, sono allora gli stessi proprietari a organizzarsi privatamente onde ristabilire l’ordine: nasce così lo “squadrismo agrario”, vero e proprio trampolino di lancio del neonato movimento fascista. In ogni provincia risoluti quanto spregiudicati ras (il termine rappresenta un ironico retaggio delle sfortunate mire coloniali italiane di fine Ottocento sull’Etiopia) si assumono così l’onore della “normalizzazione”; a Ferrara, comanda Balbo.

Se infatti nella vicina Bologna il “prefetto di ferro” Cesare Mori riesce per qualche tempo ad arginare le prepotenze fasciste, l’impegno profuso dal suo collega ferrarese non sortisce lo stesso effetto: qui il giovane Italo irride all’autorità costituita, in un crescendo di violenza ma anche di fantasia. Messi al bando dalle disposizioni ministeriali i manganelli, egli dà pratica dimostrazione di come gli stoccafissi possano riuscire altrettanto efficaci all’occorrenza. In breve le sue quotazioni lievitano: lui a quel punto si rivela abile anche nel contrattare lo stipendio con gli “agrari” – vale a dire i possidenti – alla maniera dei capitani di ventura dell’età delle Signorie.

Un giorno compare in prefettura ad avvisare il rappresentante del governo che tra poco mancherà la luce. Immediato scatta il blackout: i suoi uomini hanno provveduto ad occupare la centrale elettrica, e con essa la città. È il suo momento: costituito un vero e proprio esercito, marcia sul capoluogo emiliano per dichiarare guerra a Mori, funzionario abile e intransigente ormai divenuto agli occhi degli squadristi la bestia nera. Compiacente, il debole governo Facta provvede allora ad inviare a Bologna il capo della polizia, a garantire dell’imminente allontanamento dello scomodo prefetto legalitario. Dinanzi a tanta grazia Balbo dilaga: Ravenna, Parma, Ancona, Trento, Bolzano le tappe più significative della sua marcia cesarea. Ed è qui che nasce il suo mito: quello del condottiero giovane, intrepido e vittorioso che nell’antichità pagana sarebbe stato oggetto di culto.

Annota nel suo Diario il 27 luglio 1922: “Siamo passati da Rimini, Sant’Arcangelo, Savignano, Cesena, Bertinoro, per tutti i centri e le ville tra la provincia di Forlì e quella di Ravenna, distruggendo e incendiando tutte le case rosse, sedi di organizzazioni socialiste e comuniste. È stata una notte terribile. Il nostro passaggio era segnato da alte colonne di fuoco e di fumo. Tutta la pianura di Romagna fino ai colli è stata sottoposta alla esasperata rappresaglia dei fascisti. Episodi innumerevoli. Scontri con la teppaglia bolscevica in aperta resistenza, nessuno. I capi sono tutti fuggiaschi. Le leghe, i circoli socialisti, le cooperative semideserti”.

Inquadrate gerarchicamente le cellule costituite dalle varie squadre d’azione in un’unica “milizia” concepita – secondo le sue parole – per “incutere nei nostri avversari il senso del terrore”, Balbo si guadagna sul campo i galloni di “quadrumviro” della marcia su Roma. L’anno successivo, però, la macchia sulla sua irresistibile ascesa: l’assassinio, il 23 agosto, ad Argenta (dunque nel cuore del suo feudo estense), di don Minzoni, volontario della Grande guerra, cappellano militare decorato, quindi esponente del partito popolare di don Sturzo, organizzatore della gioventù cattolica del Ferrarese e infine fiero oppositore delle violenze fasciste. Tre sgherri riempiono di bastonate il coraggioso sacerdote, fino a fracassargli il cranio: unica sua colpa, quella di essersi opposto con tutte le forze a che la propaganda fascista potesse penetrare tra i ragazzi della sua parrocchia.

La “Voce repubblicana” non ha dubbi nell’indicare il mandante dell’omicidio nel “ras di Ferrara”, ottenendo però quale unico risultato quello di una querela per diffamazione da parte dello stesso capo squadrista: al processo che ne seguirà, soltanto l’esibizione di una lettera con la quale Balbo invita i suoi uomini ad “impartire agli avversari riottosi bastonature di stile” salverà direttore e articolista da una sicura condanna. L’“Osservatore Romano”, dal canto suo, si guarderà bene non solo dal commentare, ma addirittura dal riferire dell’efferato delitto di Argenta: paese in cui Balbo, in ogni caso, oserà rimettere piede soltanto nove anni dopo.

Nel frattempo egli darà lustro alla prestigiosa “ala littoria”, fiore all’occhiello del regime. Sottosegretario all’aeronautica nel ‘26, ministro tre anni più tardi con il grado di generale di squadra aerea, Balbo diverrà il geniale ispiratore e l’intrepido condottiero di crociere collettive con gli idrovolanti che susciteranno l’interesse mondiale: nel ‘28 sul Mediterraneo occidentale, l’anno successivo su quello orientale e Mar Nero, quindi la trasvolata dell’Atlantico meridionale nel ‘31. Fino alla più celebrata di tutte, nel ‘33: l’avventura transatlantica da Roma a New York e ritorno, con ventiquattro apparecchi.

Prima Chicago, quindi la Grande Mela impazziscono per il giovane trasmigratore che irride alla vastità dell’oceano: sulle rive dell’Hudson viene persino organizzata in suo onore una grande ticker-tape parade. Balbo è così il secondo italiano dopo il generale Diaz ad essere acclamato per le strade di Manhattan: nel delirio della vastissima comunità italo-americana, gli viene addirittura dedicata una avenue, mentre lo stesso Roosevelt si compiace di riceverlo alla Casa Bianca. Per Mussolini, che quotidianamente deve sorbirsi dei sempre più entusiastici festeggiamenti riguardanti il suo quadrumviro riportati dalla stampa internazionale, è troppo: ordinatogli di dare un taglio all’interminabile kermesse, lo fa rientrare in Italia per promuoverlo Maresciallo e spedirlo in Africa.

All’esilio contribuì sicuramente anche il potente segretario del PNF, Starace: il quale mal sopportava che Balbo irridesse puntualmente i suoi pedanti “fogli d’ordine” miranti a sottoporre gli italiani tutti a una rigida disciplina comportamentale, prendendo sotto gamba le sue spesso grottesche direttive ed opponendosi, in particolare, alla militarizzazione del partito. Ma il gerarca ferrarese se la dové legare al dito, se è vero un episodio che accadde qualche tempo dopo.

Nel marzo del ‘37 giungeva in visita a Tripoli lo stesso Mussolini, per ricevere dalle mani dei notabili arabi quella simbolica “spada dell’Islam” che, con gesto teatrale da imperatore romano, avrebbe levata al cielo stando in groppa a un cavallo bianco. Durante una sosta al palazzo del governatorato, Balbo, accompagnato da Starace, introdusse il Duce nel suo studio, ove faceva bella mostra di sé un frammento archeologico su cui spiccavano due antichi romani che si stringevano la mano: gesto dal segretario abolito con la prima disposizione presa al momento del suo insediamento, in omaggio proprio ad un malinteso senso di “romanità”. “Vedi, Duce – ironizzò Balbo – Starace direbbe che questi due sono dediti da millenni alla stretta di mano”. Starace a quel punto, avvertendo lo sfottò, replicò tagliente: “Quando sarò governatore della Libia farò scalpellare questa roba”. Al che Balbo, con prontezza di spirito: “Allora io sarò segretario del partito e avrò ripristinato la stretta di mano”.

Pervicacemente contrario tanto all’Asse Roma-Berlino quanto al Patto d’acciaio, lo schietto Balbo giungerà, in Gran Consiglio, a dare sia a Mussolini che al suo ministro degli Esteri (nonché genero) Ciano – il quale si ostinava a reggere servilmente il gioco al Capo per puro opportunismo – dei “lustrascarpe della Germania”. Stando ai Diari dello stesso Galeazzo (il quale nella sua cieca ambizione avvertiva il prestigioso gerarca ferrarese come il suo più autorevole rivale ad una eventuale successione al suocero), il Duce – ormai da tempo disabituatosi ad essere contraddetto – lungi dall’interrogarsi sulle ragioni profonde di tanto dissenso nei confronti dell’alleanza con il nazismo da parte dell’unico suo collaboratore capace di pensare con la propria testa, avrebbe liquidato l’affronto subito in questi termini: “Balbo rimarrà sempre il porco democratico che fu oratore della Loggia Girolamo Savonarola di Ferrara”. Tanto astio porterà il dittatore a negare al più giovane, sorridente, solare antagonista il tanto agognato titolo nobiliare; per poi in qualche modo riscattarlo con questo lapidario giudizio postumo, vergato nelle desolanti giornate della Repubblica di Salò: “Balbo? Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi”.

La salma del Maresciallo dell’aria non ebbe pace: traslata dalla Libia al sacrario d’Oltremare di Bari, quindi trasferita al mausoleo degli Atlantici a Orbetello, infine – dopo la dismissione di quel monumento fascista – tumulata nel cimitero comunale della stessa cittadina sulla laguna, storica rampa di lancio delle crociere balbiane. Ancora più impressionante, tuttavia, la damnatio memoriae inflitta al celebre trasvolatore dalla sua terra natale: gli efferati eccidi compiuti dai nazifascisti anche nella città estense fra ‘43 e ‘44, infatti, finirono con il riverberarsi retroattivamente anche sul suo precedente, protervo ruolo di ras del fascismo agrario (nonché di maggiorente del regime), eclissandone tutte le gesta successivamente compiute e decretandone la rimozione da parte della Ferrara democratica.

Inammissibile appare in ogni caso il fatto che il nome di Italo Balbo non figuri neppure sulla lapide che ricorda i Caduti di Quartesana, posta sulla piazza del paese. Così come la scuola-casa di famiglia, con le sue pertinenze (in particolare la palestra e la piscina: ove chissà quanti ragazzi saranno venuti a cimentarsi, e a divertirsi), storica testimonianza di un’epoca, versa in uno stato di totale degrado, abbandonata alle intemperie e in balia dei piccioni.

Con le sue ardite imprese aviatorie, la sua onestà intellettuale, la sua morte sfortunata quanto gloriosa, Balbo ha indubbiamente riscattato una giovinezza innegabilmente fatta anche di violenza e prevaricazione (componenti comunque all’ordine del giorno nel costume politico dell’epoca, per quanto esecrabili): sarebbe perciò giunto il momento, da parte dei suoi concittadini, di rendergli finalmente l’onore delle armi.

La forza di una democrazia si misura anche da questo.

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Ricordo di Nello Bellei

C’è stato un tempo nel secolo scorso in cui l’ippica, in Italia, era amata. Le tribune degli ippodromi erano salotti pieni di bella gente; titolari delle scuderie erano fior di imprenditori, celebri industriali, nobili; i numerosi allevamenti assumevano un peso non indifferente nell’ambito della stessa economia nazionale. Famosi giornalisti decantavano su tutti i quotidiani le gesta dei cavalli; mentre le telecronache di gran premi e corse tris erano affidate alla classe impareggiabile di Alberto Giubilo.

Fu negli anni Settanta, in particolare, che l’ippica divenne un fenomeno di costume: come documentato, del resto, dal cult movie Febbre da cavallo. E se vi era un ippodromo che d’estate diveniva una vera e propria vetrina, questo era senz’altro il Sesana di Montecatini. Il suggestivo spettacolo delle notturne, con lo sfavillio delle luci della pista, le giubbe sgargianti dei driver, il fascinoso scenario delle colline circostanti, con Montecatini Alto tutto illuminato, non aveva probabilmente eguale al mondo. Chi aveva pensato quell’impianto – per dilettare l’alta società della Belle époque che veniva a passare le acque – davvero non aveva sbagliato nulla.

La cittadina termale, dal canto suo, stava vivendo i suoi anni ruggenti: attori, politici, personaggi del jet set vi venivano regolarmente in vacanza. La meraviglia dei parchi, l’eleganza dei caffè, la ricchezza di mostre e case d’aste ne facevano quasi una piccola Londra: ma con il vantaggio di essere immersa in una delle zone più belle della Toscana.

Il frequentatore del Sesana più importante era sicuramente Giulio Andreotti: grande appassionato di trotto, non mancava ogni anno di venire a Montecatini a godersi qualche serata dell’importante riunione estiva. Ma anche tra gli habitué delle tribune, fra gli stessi scommettitori non pochi erano i “personaggi”: ciascuno con il suo stile, il suo look, il suo modo inconfondibile di esultare all’esito favorevole della propria giocata.

Sull’anello toscano, allora, convergevano i più importanti driver nazionali: Edoardo Gubellini, Vittorio Guzzinati, Sergio Brighenti, Giancarlo Baldi, Gerhard Krüger, Anselmo Fontanesi, Luciano Bechicchi, Carlo Bottoni, Pino Rossi, Mario Rivara, Umberto Francisci… Diverse erano infatti le scuderie forestiere che, allettate dalla ricchezza del programma di corse, trasferivano in Valdinievole i propri soggetti più qualitativi: il milanese Eskipazar, ad esempio, preparò la vittoria nel Derby del 1977 vincendo tutti i “centrali” montecatinesi cui prese parte quell’estate.

La quale ebbe il clou, come tutti gli anni, la notte di Ferragosto: al miglio del Gran Premio Città di Montecatini aderì nientemeno che Delfo, fresco vincitore del campionato del mondo di New York. Fu il proprietario Enrico Tosonotti, in vacanza alle terme, a volere in pista il proprio pupillo contro il parere di Brighenti: il quale saggiamente comprese come il cavallo avesse tutto da perdere cimentandosi a pochi giorni dall’avventura americana nella trappola del mezzomiglio valdinievolino, senza un’adeguata preparazione.

Difatti andò male: dinanzi a più di ventimila persone (assiepate persino sugli alberi), Delfo – cui il protezionismo nei confronti dell’allevamento indigeno assegnava di diritto il numero interno rispetto agli importati – iniziò a fare le bizze già quando l’autostarter raccolse i sei concorrenti sulla curva, mettendosi storto e gettandosi di galoppo non appena la macchina prese ad allungare. A vincere fu così Waymaker, al contrario in serata di grazia: macinò il battistrada College Record stabilendo, con 1.14.6, il nuovo primato della pista; terzo il promettente The Last Hurrah. Dall’entourage di Delfo allora, per rimediare alla figuraccia (il cavallo praticamente non aveva corso), si diede la colpa della debacle alla puntura rimediata in box da una zanzara, insetto notoriamente frequente nella valle bonificata dal granduca Pietro Leopoldo.

Sulla pista del Sesana, in quegli anni, andavano dunque in scena avvincenti serate di gare, nel corso delle quali i prestigiosi frustini si sfidavano dando vita a duelli incandescenti, con memorabili guidate e numeri di alta scuola che mandavano in visibilio il pubblico. La corsa al trotto, infatti, è un’opera d’arte; soprattutto in pista piccola: ove la posizione conquistata in partenza, l’ottimizzazione della tattica di corsa, lo studio dei limiti degli avversari, l’abilità nello sfruttare le evenienze possono incidere più che in altre discipline sull’esito finale. Lo stesso quotidiano regionale, la “Nazione”, aveva un occhio di riguardo per quanto avveniva in pista: soprattutto per la colta firma di Paolo Lucchesini, rinomato critico teatrale oltre che ippico.

I convegni avevano rigorosamente inizio alle 21 in estate, alle 15 in primavera e autunno; si articolavano su otto corse, la più importante delle quali era la sesta. In genere sei gare venivano disputate sulla distanza del miglio, un paio sul doppio chilometro (una ogni tanto ricorrendo alla spettacolare formula dell’handicap). Esse si susseguivano a distanza di 25 minuti l’una dall’altra: e siccome non c’erano le dirette tv dagli altri campi, gli scommettitori trascorrevano gli intervalli nello stesso parterre, raggruppati in capannelli, a discutere delle varie guidate o a inveire contro il driver che li aveva castigati. Solamente all’ultima corsa era accordato qualche minuto in più: ufficialmente, per favorire i cambi della duplice accoppiata (che era un po’ il “superenalotto” della situazione); ma per i giocatori – forzati maestri di autoironia, in quanto volontarie vittime sacrificali – solo per consentire loro di frugarsi bene in tutte le tasche, nella speranza di cavarvi miracolosamente fuori qualche recondito spicciolo.

Le corse si susseguivano senza retorica, né platealità. Non c’era lo speaker che faceva la cronaca dall’altoparlante: ciascuno se la faceva da sé, concentrandosi sul cavallo giocato e valutando quali evenienze potessero meglio favorire il buon esito della propria scommessa. Non c’erano interviste al guidatore del vincitore: il giro d’onore, gli applausi del pubblico, la foto di Rosellini costituivano un premio più che sufficiente. La sera del gran premio l’ippodromo non si trasformava in una fiera, con banda musicale, bancarelle e fuochi d’artificio; solo per il “Dante Alighieri” – che si disputava in luglio – si percepiva una variante visiva: nel prato interno, lungo la retta d’arrivo, venivano collocati i cartelloni pubblicitari della Cynar, sponsor del circuito nazionale dei quattro anni.

Se sentivi un urlio, o vedevi qualcuno abbracciarsi, era solo perché era uscita una vincita milionaria. Magari nel massimo della casualità, o se si vuole della fortuna: sbagliandosi nel formulare i numeri della giocata, o per un errore dello stesso addetto allo sportello del totalizzatore, scoperto troppo tardi; o al contrario giocando – a volte da una vita – sempre gli stessi numeri… Dalle scommesse ippiche, in ogni caso, non ci si aspettava il colpo che ti cambia l’esistenza, la vincita talmente alta da diventare persino assurda: bensì, semplicemente, divertimento. Accanto ai giocatori incalliti erano dunque tante le persone che andavano all’ippodromo per puro passatempo, divertendosi a giocare le loro innocue 250 lire a corsa (il prezzo di un bel gelato), al limite accusando qualche danno alla tasca solo nella malaugurata ipotesi che gli fossero andate tutte storte.

Sobrietà, semplicità, serietà erano le parole d’ordine dell’ippica – come della società in genere – di quel tempo. Ogni evento doveva essere irripetibile, atteso valorizzato e goduto come tale: anche il gran premio di Ferragosto si disputava perciò in prova unica, e a nessuno sarebbe venuto in mente di banalizzarlo in batterie e finale, scimmiottando (in omaggio a un malinteso senso di “spettacolo”) l’a sua volta unico Lotteria di Agnano.

Ciascun appassionato, in quegli anni, si coltivava dei cavalli preferiti, che seguiva con particolare simpatia: non c’era dunque bisogno che in pista scendessero nomi altisonanti perché la gente frequentasse l’ippodromo, anche nei giorni feriali. Spesso i cavalli più amati erano anzi niente più che onesti comprimari, militanti in categorie tutt’altro che eccelse, che avevano colpito la fantasia degli appassionati per il nome, l’eleganza, l’impegno profuso in corsa, o per qualche particolare curioso: si pensi allo statuario baio Venerdì, che onorò il proprio nome, presumibilmente ispirato al personaggio del Robinson Crusoe (allora dietro ai nomi dei cavalli stava tutta una cultura: letteraria, teatrale, lirica, storica, geografica…), diventando uno specialista della corsa tris, che si disputava – a rotazione nei vari ippodromi nazionali – manco a dirlo proprio di venerdì!

O a Frisinga, che a chi l’aveva giocata garantiva sicure palpitazioni andando sempre in testa per poi altrettanto regolarmente piantarsi in arrivo. Amulio, instancabile macinatore dal gran cuore e dai muscoli d’acciaio, che al contrario partiva al rallentatore per poi attaccarsi come un mastino ai fianchi degli avversari sino a demolirli. Il bel sauro Babrio, che debuttò a otto anni suonati dopo un grave infortunio giovanile che lo aveva costretto ad una onesta carriera da galoppino, rivelandosi al contrario serio trottatore e riuscendo ancora a inanellare non pochi successi. Il veloce Escamillo, generoso battistrada di tanti centrali senza mai lesinare sull’andatura: sull’ultima curva andava in dolore e “dava la coda”, tutti pensavano che fosse alla frutta eppure, pur calando in arrivo, riusciva sempre a portarla a casa. La massiccia Arizona, potente quanto capricciosa, capace se in giornata di poderose progressioni e specialista in particolare delle partenze coi nastri, al punto di sfilare in testa in poche centinaia di metri pur partendo da dietro.

Il forte King, che ebbe persino l’onore della citazione nel sommo Febbre da cavallo. Il diligente sauro Alessano, laborioso costruttore per corsie esterne del suo travolgente spunto finale. L’altro biondo Geraldy, duttile e scattante nel suo charme. Il roccioso Monepo, tosto come un mastino, nel fisico e nel carattere. La roana Stangata, piccola quanto versatile nell’adattarsi a tutte le andature. Il fantasista Biliardo, più volte vincitore con finali spericolati e a quote stratosferiche. Il regolare Valfio, specialista delle corse di testa. Il duttile Innario, che agli inni religiosi preferiva i piazzamenti a ripetizione. L’aitante Domegge, ai cui grandi mezzi non corrispondeva un’adeguata serietà. Il grigio Aiuto, così elegante nel suo trotto cadenzato dalla fluente coda sciolta. Il moro Agagianian, dal nome cardinalizio e dal finale travolgente a centro pista. Il bianco Nevaio, croce e delizia dei giocatori nella sua incostanza.

L’impossibile Decuplo, abbonato alla rottura eppure sempre favorito, talmente recalcitrante da rifiutarsi a volte persino di prendere l’allineamento, tanto da provocare una sera un’invasione di pista da parte della punta sentitasi defraudata, e contro la quale i due canonici carabinieri di servizio poterono ben poco. Mirifò, navigatore alterno e imprevedibile abbonato alla vittoria nell’ultima corsa, e al termine di spettacolari giri finali in mezzo alla pista, dando così veramente agli scommettitori in rosso l’occasione di “rifarsi”. Polaniec, più volte primo con il suo proprietario gentleman al termine di rocambolesche gare di testa e sempre a quote oscillanti fra il 30 e il 50 contro uno. Eimi, incredibile vincitore a 100 in lavagna di un indimenticabile centrale: con il miglior numero mantenne la corda, vivacchiò il primo giro mentre gli altri tergiversavano, allungò progressivamente per controllare agevolmente in arrivo il tardivo attacco degli avversari, per la più che onesta media al chilometro di 1.18.9 sul miglio.

Ma era soprattutto tra i guidatori che ogni appassionato individuava un proprio beniamino, che poi seguiva usque ad mortem quasi fosse un atto di fede: nel senso che lo giocava sempre, qualsiasi cavallo guidasse e a qualunque quota venisse offerto (anche per non perdere il sonno in caso di sua vittoria dopo essergli andato contro). E per la gran parte dei frequentatori del Sesana, l’idolo non poteva essere che Nello Bellei.

Vincitore di ben undici frustini d’oro (tutti conquistati tra Montecatini e Firenze: allora, in quell’ippica “stanziale” in cui non era facile andare a correre lontano, potevano bastare un centinaio di vittorie annuali per diventare campione nazionale), “Ivan” – come lo chiamavano amici e fan – aveva uno stile di corsa inimitabile. Grande pianificatore della strategia di corsa, riusciva sempre a cavare il massimo dal proprio cavallo, sfruttando al contempo al meglio errori e debolezze altrui.

A volte certe sue vittorie parevano davvero frutto di magia: in testa, riusciva a portare al palo cavalli che sembravano fermi già al mezzo giro finale, non sbagliando un parziale nemmeno se gli si guastava il cronometro. Di fuori, impegnato a “maturare” il battistrada, era quasi sempre quest’ultimo che cedeva – come fosse predestinato – magari gli ultimi metri. Anche negli arrivi più appassionanti, che si risolvevano al fotofinish, era raro che soccombesse: tanto che a un certo punto nel parterre si diffuse la leggenda che sul palo, al millimetro, egli riuscisse a mollare le guide in modo che la narice del proprio cavallo sopravanzasse quella dell’avversario, nemmeno fosse dentro alla fotocellula.

Chi giocava Bellei, insomma, si sentiva ben tutelato. Tanto più che, nonostante la fama del driver dalle mani d’oro, non sempre la sua quota era bassa. Questo anche perché, allora, gli allenatori-guidatori che avevano scuderia non erano moltissimi: ma in compenso erano di ottimo livello. I Baldi, i Benedetti, gli Orlandi, i Nesti, Gennaro Volpicelli, Alfredo Biagini, Oscar Mancini, Adelfio Cecchi, Alberto Pongiluppi, Fosco Lunghi, Vittorio Scatolini, Salvatore Matarazzo, Raffaele Mele, Walter Marigliano, Giovanni Carotenuto, Ascanio Carrara, Giacomo Rosaspina, Manlio Capanna, Roberto Gradi erano i principali protagonisti del trotto toscano di quegli anni. Gente abituata a lavorare sodo e ad inventarsele tutte per venire a capo di un mestiere per certi aspetti ingrato, nel quale c’era da fare i conti, oltre che con i cavalli, coi proprietari, col pubblico, con i colleghi, con la giuria: difficile metterli d’accordo tutti…

Quasi sempre figli d’arte, spesso supportati da infaticabili artieri che rappresentavano vere e proprie università del cavallo, essi vivevano in pratica per la scuderia, ove li trovavi sin dall’alba e con qualunque stagione a studiare i problemi dei propri pensionari (i cavalli non parlano), sanarne i difetti, curarne gli acciacchi: dovendoli peraltro disciplinare a un’andatura – il trotto – che non era nemmeno quella della loro corsa naturale. I convegni erano tanti (tradizionalmente mercoledì, sabato e domenica; più tutti i festivi, tranne Natale), per cui le occasioni migliori per andare a premio venivano preparate e pianificate nei minimi dettagli: per questo gli allievi di Bellei trovavano spesso sulla loro strada avversari ostici, rappresentanti al meglio la forma della propria scuderia di allenamento.

Ma si poteva stare tranquilli che, se c’era un modo per battere cavalli superiori al suo, lui lo trovava: conosceva a menadito pregi e difetti di tutti quanti, “vedeva” la corsa prima, mentalmente, immaginandosene lo sviluppo, pensava a quando doveva spostare (non un metro prima né uno dopo), a chi doveva anticipare, a quale schiena doveva prendere. All’improvvisazione veniva lasciato poco o niente: la sua condotta di gara appariva anzi quasi il frutto di un meticoloso teorema. Una maestria che si sposava poi alla perfezione con la maggiore tatticità della pista piccola, ove non sempre è il più forte a vincere. Il rituale “Vieni Nello” con cui la punta usava salutare le sue vittorie finì così con il diventare un modo di dire anche fuori dall’ippodromo.

Tra i suoi numeri: schizzare in testa dalla seconda fila, con il 12, in meno di 300 metri, cogliendo tutti di sorpresa; all’imbocco dell’ultima curva, all’esterno, tergiversare come essendo in bolletta per costringere il cavallo in schiena a spostare in terza ruota, fiaccandone lo spunto; in testa con un cavallo inferiore, dopo lo strappo iniziale “prendere in mano”, annullando il primo giro con una “falsa andatura” blanda e viscida, disorientando i favoriti e riducendo la corsa a una volata finale in cui, in pista piccola, la risalita per corsie esterne diventa dura anche per il cavallo superiore; alla corda in mezzo al gruppo, rimanere a “mezza ruota” in modo da non farsi chiudere dagli avanzanti ma facendosi una curva interna in più, risparmiando così energie per l’arrivo; coi passistoni lenti in avvio, sorvolare il gruppo con spettacolari volate in mezzo alla pista a un giro dalla fine, sfruttando la maggiore lentezza di quella fase di corsa… Magie che lo consacrarono ben presto come “Ivan il terribile”.

Spesso l’avversario, il cavallo da battere era guidato da Vivaldo Baldi: allora sì che erano scintille! La rivalità tra Nello e Vivaldo era assai simile a quella che aveva diviso Coppi da Bartali: come Fausto si era formato alla scuola di Gino, per emanciparsene una volta soppiantatolo al Giro d’Italia, così Bellei dalla natia Modena era giunto non ancora ventenne a Montecatini, nella rinomata scuderia del padre di Vivaldo, Omero, a completare la propria formazione dopo aver appreso i rudimenti del mestiere alla bottega milanese del concittadino Brighenti. Di sei anni più giovane di Vivaldo, Nello aveva presto sentito stretto il ruolo di seconda guida: soprattutto dopo che era accaduto un fatto.

Nel 1957, il cavallo più forte agli ordini dei Baldi era Checco Pra. A Modena c’era da vincere il Premio Ghirlandina, tradizionale corsa di rifinitura prima del Lotteria: solo che Vivaldo era indisposto. Il navigato Omero allora, avendo intuito il talento della riserva del figlio, non ebbe dubbi nell’affidare a lui il proprio campione: “Te hai testa e mani – catechizzò il giovanotto –, il cavallo te lo do io: per cui vai a Modena e non ti provare a perdere”. Inutile dire che Ivan rispettò alla perfezione le consegne: cosicché il suo nome finì per la prima volta su tutti i giornali.

Un anno più tardi, l’incontro fatale: messosi in proprio assieme a Rolando Rosaspina (per un sodalizio che non si sarebbe mai più sciolto) e qualche ronzino rimediato alla meglio, il giovane ispirò la fiducia dell’ambiziosa allevatrice fiorentina Anna Maria Salvini, titolare della Scuderia Kyra, alla ricerca di un nuovo trainer cui affidare la cura del proprio allevamento dopo il divorzio da Brighenti: così il destino portò Bellei a indossare quella mitica giubba biancoceleste che avrebbe innalzato alle stelle. Il berretto rosso, il portamento sobrio e composto sul sulky anch’esso celeste, la postura leggermente inclinata sulla destra ad assecondare il momento di maggiore sforzo del cavallo, lo avresti riconosciuto tra mille.

Una volta gli chiesero perché si piegasse a quella maniera. Curiosa la risposta, quasi fosse posseduto da un demone: “Neanche io lo so e tutte le volte che mi rivedo in televisione mi sembra di non riconoscermi. Secondo me potrebbe essere per bilanciare il cavallo in curva, o forse anche per caricarlo di più…chissà”.

Nello stile di corsa i due assi del trotto toscano erano diversissimi: tanto spavaldo, irruento, geniale e maledetto Vivaldo; quanto freddo, razionale, metodico e calcolatore Nello. Anche con i cavalli avevano un rapporto opposto, per quanto derivante dalla medesima filosofia di ottenere da essi il massimo: l’esigente Baldi, che negli intensi lavori mattutini, non ammettendo di essere preso in giro dai suoi allievi, ricorreva anche alle maniere forti, a volte era costretto a salire sul sulky dei soggetti più pigri e riottosi di nascosto, per evitare che questi andassero nel panico riconoscendolo. L’“animalista” Bellei invece, da rigoroso programmatore di scuderia qual era, guardava le cose più in prospettiva, mirando principalmente a risparmiare il cavallo da sforzi eccessivi, non assestandogli nemmeno una mezza frustata in più una volta avvertitane la stanchezza, non schiacciando mai sull’acceleratore fino in fondo e preferendo comunque ricorrere alla “mungitura” (ossia la sollecitazione esercitata sull’imboccatura tramite le redini) che non alla scudisciata.

Ovvio che, per gli appassionati toscani, schierarsi per l’uno o per l’altro rappresentasse anche una questione di carattere. Il Sesana giunse persino ad impostare sulla sfida tra i due un intero pomeriggio di corse, pubblicizzando l’evento con la distribuzione di migliaia di cartoline che ritraevano Nello alla guida di Sperlak, Vivaldo in sulky a The Last Hurrah. Un’iniziativa che – ormai negli anni Ottanta – contribuì a suo modo a segnare il passaggio all’“ippica-spettacolo”: perché la “sfida” Baldi-Bellei andava ormai in scena da tanti anni, così, senza enfasi, naturalmente e quotidianamente.

Come tra Coppi e Bartali avvenne il celebre passaggio della borraccia, così anche tra i due maghi delle redini lunghe vi fu un episodio che ne attesta il reciproco rispetto personale. Accadde al Derby del ‘74: sull’ultima curva Nello, in seconda ruota con Aprile, affianca Vivaldo con Pistillo, che allo steccato dà segni di stanchezza. Per caricare lo spunto del proprio allievo, in prospettiva della lunga dirittura romana, Bellei pensa bene di concedergli un momento di respiro alla corda: chiede perciò al collega di fargli posto. Sono attimi: “C’hai roba in mano?”, vuol sapere Vivaldo – “Vo a vincere”, gli assicura Nello. Baldi a quel punto smette di comandare, consentendo così all’altro di tener fede alla parola data: e il gesto vivaldiano – davvero “cavalleresco” – acquista ancor più valore in quanto a rivelarlo sarebbe stato lo stesso beneficiario.

Del resto correttezza e lealtà belleiane erano note, manifestandosi tanto dentro quanto fuori la pista. In quarant’anni di carriera, le volte che fu appiedato dalle giurie si contano sulle dita di una mano; ma ancor più apprezzata era la grandezza dell’uomo Bellei, la quale si rivelava soprattutto nel rispetto del lavoro dei colleghi: specie di quelli meno fortunati.

Ivan fu a lungo legato all’“esclusiva” che aveva garantito, al momento dell’ingaggio, alla Kyra: il cui allevamento sfornava, ogni anno, nidiate di puledri, a loro volta figli delle glorie di scuderia e tutti con il timbro del nome rigorosamente iniziante per S (che stava sia per Salvini che per Scandicci, ove la formazione aveva sede). Solamente nell’ultima parte della sua carriera, allorché la compagine fiorentina iniziò ad allentare la propria attività, al celebrato driver si dischiusero maggiori margini di manovra circa la possibilità di prendere in allenamento soggetti di altri proprietari.

I capricci di molti dei quali erano proverbiali: poteva bastare una corsa andata storta, una pulce messagli nell’orecchio da qualche malalingua, un maggiore riguardo apparentemente concesso ad un altro cavallo di scuderia (magari della stessa età e categoria: e perciò sentito come rivale) per offrire al proprietario affetto da paturnie il pretesto per interrompere la collaborazione con quell’allenatore. Questi erano i balletti, antipatici e un po’ meschini, cui poteva dar vita l’ambizione – o la frustrazione – di certi proprietari.

Ora mentre nelle scuderie più forti la perdita di una giubba poteva essere in qualche modo ammortizzata (magari dall’immediato arrivo di un altro proprietario, cui in precedenza si era dovuto dire di no per mancanza di disponibilità), il problema diventava serio per le piccole scuderie, la cui vita era legata alla cura di pochi cavalli; quando non addirittura di uno solo, che in pratica dava da mangiare a tutti quanti: animali come cristiani.

Bellei era sempre disponibile a rimpiazzare in corsa quanti fossero appiedati o impossibilitati; ma se gli si chiedeva di prendere in allenamento un soggetto con cui un altro campava, allora non sentiva ragioni: “Mi spiace, ma io non porto via il cavallo a …”. Se invece gli veniva proposto di lavorare su soggetti falliti o comunque deludenti con allenatori che andavano per la maggiore, allora il discorso cambiava. L’aspetto umanitario, insomma, veniva per lui prima di tutto.

I colleghi ovviamente si ricordavano di tali cortesie: e se potevano, ricambiavano di buon grado. Basti pensare a quanto accadde il 31 dicembre 1977: un episodio davvero speciale in quell’ambiente grezzo, cinico e spietato quale poteva apparire quello delle corse e dei “cavallai”; un fatto che la dice lunga sulla simpatia di cui il campione era circondato all’interno di un mondo che – essendone egli l’indiscusso mattatore – avrebbe dovuto riservargli più che altro invidia.

Bellei quell’anno, per la conquista del frustino d’oro (avvincente sfida sportiva a distanza, peculiare dell’ippica), aveva incontrato sulla sua strada un antagonista più ostico del solito: il giovane napoletano Maisto. Il caso poi volle che i duellanti giungessero a San Silvestro appaiati; e, non contento, che cadesse pure di sabato: giorno perciò in cui, da calendario, si correva sia alle Mulina di Firenze, sia al Cirigliano di Aversa. I giochi erano perciò più che mai aperti. Come in un sodalizio campanilistico, gli altri guidatori toscani misero a quel punto a disposizione della gloria di casa, in ogni corsa, i soggetti più titolati: con il risultato che Ivan portò a casa l’ennesimo titolo nazionale.

Schiettezza e semplicità caratterizzavano Bellei anche nelle dichiarazioni pubbliche. Da qualche anno la mitica telescrivente della sala corse era stata mandata in pensione dalle dirette tv, che portavano l’ippica toscana direttamente nelle case. I collegamenti non si limitavano alla trasmissione delle gare, ma andavano ininterrottamente avanti per la durata dell’intero convegno: vi era dunque da riempire tutto quel tempo con interviste, pronostici telefonici, presentazione di personaggi vari. Ovvio perciò che il Nello nazionale diventasse uno degli ospiti più ambiti in quel salotto.

La squalifica del trottatore per rottura prolungata lasciava, secondo molti, un eccessivo margine di discrezione alle giurie: in caso di galoppata ripetuta, non v’erano dubbi; ma se il cavallo sbagliava una volta sola, con quale metro di giudizio l’errore doveva ritenersi “prolungato”, e la perdita del passo vantaggiosa? Le difformità di giudizio nelle squalifiche suscitavano spesso polemiche, con inevitabile strascico di ombre e sospetti: soprattutto perché v’era di mezzo il gioco. Bellei propose allora una soluzione che rappresentava il massimo della trasparenza: ritirare il cavallo dalla corsa al primo passo che non fosse di trotto, senza neppure dover attendere l’ingiunzione dell’altoparlante.

Ma fu un’altra volta che l’assoluta mancanza di diplomazia giocò un brutto scherzo al popolare guidatore. La composizione del popolo ippico era quanto di più variegato si potesse immaginare: si andava dall’appassionato “puro” a chi viveva per le scommesse, dal raffinato amante del cavallo al perdigiorno; particolarmente in Toscana, poi, la cadenza trisettimanale dei convegni evidenziava, in pratica, tre diverse tipologie giornaliere di pubblico. Mentre la domenica, giorno di maggiore affluenza, faceva registrare la presenza di famiglie, di rappresentanti del gentil sesso, in prevalenza di persone distinte, il pomeriggio infrasettimanale risultava invece alquanto desolato: l’ippodromo semivuoto, il programma di corse non eccelso, il tutt’altro che aristocratico pubblico – perlopiù maschile – motivato esclusivamente dal gioco. Al sabato, invece, si aveva una sorta di via di mezzo: soprattutto dopo che, con la moda degli anni Ottanta, i giovani montecatinesi ebbero preso l’abitudine di darsi appuntamento nel parterre del Sesana piuttosto che in centro.

Un mercoledì che il rigido inverno fiorentino doveva aver reso le Mulina più squallide del solito, Bellei, al microfono di Franco Ligas, lanciò la sua rivoluzionaria proposta: “Che senso ha collocare un convegno alle 14.30 in una giornata feriale? Che tipo di gente volete che venga all’ippodromo a quell’ora? Noi vorremmo che fossero le persone perbene: dunque bisognerebbe posticipare al tardo pomeriggio l’orario delle corse, in modo da consentire di venirci anche a chi va a lavorare”. Un giudizio impietoso, che suscitò un bell’esame di coscienza in chi ritenne sostanzialmente giuste quelle parole: ma espresse in maniera troppo esplicita, e perciò causa di diverse telefonate di protesta da parte di chi, al contrario, non accettava una demonizzazione così sommaria. L’imprudente opinionista, tuttavia, dopo aver lanciato la sua provocazione non si sottrasse al contraddittorio.

In un’intervista concessa nel ‘77, Bellei affrontava invece l’eterna questione del rapporto tra programmazione di scuderia e aspettative del pubblico giocante. Riflettendo sui fischi che aveva rimediato a San Siro, alla guida dell’amato Scellino, dopo avere fallito da favorito un tutt’altro che trascendentale handicap per poi, appena sette giorni più tardi, realizzare l’impresa della vita sfuggendo nel Gran Premio d’Inverno nientemeno che a Delfo, il coscienzioso driver metteva filosoficamente a nudo l’inevitabile conflitto che veniva a crearsi allorché le aspettative del pubblico lo costringevano ad attuare tattiche di corsa contrarie a quanto avrebbe suggerito la logica dei rapporti di forza. Nella sua sincerità, egli non nascondeva nemmeno il peso che una situazione del genere gli creava.

“Sono convinto che il pubblico ci mantenga, ci dia da vivere e quindi abbia il diritto di essere rispettato; so inoltre che da me si aspetta certe cose, e di doverlo accontentare. Se vado in testa e mi viene ai fianchi un avversario che magari so che mi è superiore, ma so anche che il pubblico non lo sa, allora mi sacrifico, al limite sbaglio corsa ma non posso lasciarlo andare. La cosa che mi dispiacerebbe sarebbe il dover ammettere un errore nei confronti del pubblico: il dover dare ragione al pubblico soprattutto per un mio sbaglio, dovuto magari a una ripicca o a una mia personale convinzione. Io perciò corro sempre in maniera che la gente non possa dire: abbiamo ragione noi e torto il Bellei… Quel giorno che Scellino venne a Milano e non riuscì a dare 20 metri ad Aureo e Nicone, io avevo tutte le mie ragioni, e anche valide, di correre così; ma capisco anche che quando il pubblico una settimana dopo mi ha visto battere Delfo ci sia rimasto male, e mi abbia fischiato. È un discorso in senso lato; ma quel giorno io, avendo Scellino favorito, teoricamente avrei avuto bisogno di poter dire: guardate che vado a San Siro per un ultimo lavoro, che la vera corsa la farò nell’Inverno. E i fischi poi mi hanno addolorato”.

Il rapporto privilegiato con la Kyra orientò giocoforza il palmarès belleiano in direzione indigena. Potendo fruire di un allevamento così prolifico, che ogni anno gli metteva a disposizione una trentina di puledri, c’era da attendersi che gli capitasse sovente il soggetto in grado di prendere parte con chance alle classiche giovanili; senza contare che, avendo la formazione di Scandicci quale divisa l’autarchia, a Nello toccò anche il non trascurabile vantaggio di gestire cavalli di cui aveva avuto in allenamento non solo entrambi i genitori, ma da un certo momento in poi persino i nonni! Il rovescio della medaglia fu invece dato dal fatto che, non potendo attingere ad altri proprietari, raramente egli ebbe in scuderia soggetti in grado di competere con gli internazionali nei gran premi per anziani: i quali, nella sua stessa Toscana, lo vedevano spesso – beffardamente – semplice spettatore allo steccato!

Quindi, tirando le somme, diremo che, per un guidatore del suo livello, Bellei vinse un numero di classiche per indigeni sicuramente adeguato, e concentrato prevalentemente nella prima parte della sua carriera; mentre per quanto riguarda i tradizionali appuntamenti del circuito internazionale, egli vinse probabilmente meno rispetto ad altri colleghi che non lo valevano. Soprattutto negli anni della maturità – in cui molti driver raggiungevano l’apice – gli mancò il cavallo con cui andare al Lotteria, il fuoriclasse magari scovato oltreoceano per quattro soldi dal manager fortunato per conto di qualche danaroso proprietario (un classico di quei tempi).

Cosicché i cavalli dal nostro portati al successo in gran premi furon quasi tutti “S”: Steno, Segugio, Scansano, Sion, Valpiana, Akobo, Aprile, Sem, Scellino, Sperlak. Altri soggetti forti che ebbe ai suoi ordini, dominatori di innumerevoli centrali e spesso a loro volta piazzati nelle classiche, furono Petra, Pierfranco, Sansovino, Gobaldo, Savio, Sabor, Sidi, Senegal, Sarcasmo, Ser.

Il più titolato tra i campioni belleiani fu sicuramente Steno: il quale, dopo una strepitosa carriera giovanile (che lo vide fra l’altro mettere a segno un’incredibile doppietta al bolognese “Continentale”, che allora si correva sia a tre che a quattro anni) fu per due volte secondo al campionato del mondo americano. Memorabile, in particolare, l’impresa del ‘65, allorché il figlio di Oriolo ruppe all’imbocco della prima curva mentre stava andando in testa perdendo un centinaio di metri, recuperò gradatamente, si lanciò a centro pista al mezzo giro finale percorrendo l’ultima curva in quarta ruota e terminando a mezza lunghezza dal vincitore, che lo aveva anticipato lungo la risalita.

Ma il “grande incompiuto” di casa Bellei fu probabilmente Sperlak, da lui stesso ritenuto come il cavallo più forte che gli fosse mai capitato fra le mani. Un soggetto in cui però alla potenza del motore non corrispondeva la serietà del carattere: in poche parole, se quel giorno non ne aveva voglia, ti dovevi solo rassegnare.

Dopo una carriera giovanile tutto sommato in sordina, Sperlak dimostrò di che pasta era fatto al primo impegno da anziano: il fiorentino “Ponte Vecchio” del 1982. Sulla distanza del doppio chilometro, con il numero uno di steccato (che però gli serviva a ben poco data la sua macchinosità), il baio della Kyra era chiamato ad affrontare cinque “canarini” americani: niente di trascendentale, dal momento che la classica toscana era ultimamente un po’ decaduta, sacrificata sia dalla stagione in cui cadeva (febbraio), sia dal fatto che i “prima categoria”, per la ripresa in grande stile dell’attività dopo la pausa invernale, puntavano direttamente sul torinese “Costa Azzurra” di marzo, evitando così le insidie della pista piccola. Fatto sta che Sperlak vincente, in lavagna, era offerto a 50 contro uno.

Rimasto come di consueto ultimo in partenza, il kyriano prese ben presto la via del largo, fino a raggiungere il battistrada e posizionarsi al suo esterno. “Non ha niente da perdere – pensò la gente – se avesse aspettato a uscire non sarebbe mai risalito…almeno così ha fatto bella figura”: donde applausi e incitamenti al passaggio davanti alle tribune, in attesa dell’inevitabile calo sulla prevedibile accelerazione finale della testa. Ed a conferma di tali aspettative, nessuno degli altri concorrenti volle prenderne la schiena, dandone per certo il cedimento. Al contrario, al mezzo giro conclusivo, fu proprio Sperlak a dare l’impressione di poter macinare l’avversario: difatti, ancor prima dell’ultima curva, passò in testa.

Un moto di stupore iniziò allora a levarsi dal pubblico: che si trasformò ben presto in euforia allorché fu chiaro che, contrariamente alle attese, degli altri concorrenti, rimasti tutto il tempo acquattati alla corda e dunque teoricamente ancora pimpanti, nessuno era in grado di impensierire l’intrepido portabandiera di casa. Anche quella volta il frustino di Bellei rimase così ben rivolto all’indietro; la vittoria fu netta, per giunta impreziosita dal nuovo record della corsa: 1.16.9.

A quel punto accaddero scene mai viste su un anello toscano: più che alle Mulina, sembrava di essere ad Agnano per il Lotteria. Già aveva iniziato il telecronista, interrompendo in retta la cronaca per mettersi a urlare pure lui: “Vieni Nelloooo”; con la tribuna letteralmente in tripudio, diverse persone scesero in pista, per accompagnare il vincitore in quello che fu, forse, il giro d’onore più commosso tra gli innumerevoli compiuti da Bellei.

Era evidente, infatti, come quella manifestazione di affetto spontanea e calorosa fosse rivolta – al di là dei meriti del cavallo – innanzitutto a lui, a tutto ciò che quest’uomo rappresentava per tanti appassionati toscani. L’aspetto sportivo ed umano parve una volta tanto prendere decisamente il sopravvento sull’interesse legato al gioco; eppure, quando lo speaker comunicò le quote del totalizzatore, si comprese come, a dispetto dei pronostici, non pochi fra i “giocatori della domenica”, gli scommettitori per diletto delle mille lire, avessero scelto di appoggiare proprio l’estremo outsider, privilegiando le ragioni del sentimento: Sperlak infatti pagò al tot nell’ordine del 15/1, non di più.

Con lo stesso cavallo Ivan avrebbe conseguito, fra l’altro, la sua ultima vittoria di un certo rilievo: quella nella spettacolare tris di Modena, tradizionale appuntamento del calendario di primavera. Nel 1987 – dunque a 10 anni suonati – il potente passista regalò ai suoi fan l’ultimo brivido: rendendo ben 80 metri allo start (dunque anche in quel caso piuttosto snobbato nelle previsioni), risolse la partita a proprio favore con una impressionante progressione sulla penultima retta, che lo vide ingoiarsi i venti cavalli che lo precedevano in un sol boccone, come fossero fermi. Così il destino volle che il modenese Bellei cogliesse la prima come l’ultima vittoria rilevante della sua inimitabile carriera proprio all’ombra della Ghirlandina, a trent’anni esatti di distanza.

Dopodiché Nello diradò le proprie apparizioni in pista, cambiando peraltro stranamente anche il proprio stile di corsa, puntando su improbabili finali a effetto venendo dalle retrovie che lo portavano spesso a percorrere la retta d’arrivo in tralice sino a sfiorare il ciglio esterno: insomma non era più lui. La stessa Kyra, del resto, stava smobilitando: ma era l’ippica in generale che stava rapidamente cambiando.

Dal nord Europa calava una nuova orda di vichinghi: formidabili allenatori dalle rivoluzionarie tecniche di allenamento e ferratura, i quali garantivano ai proprietari mirabolanti progressi nelle prestazioni dei loro cavalli. Una diversa ripartizione del montepremi imponeva la logica americana del “tutto e subito”: nel senso che si puntava tutto – o quasi – sulla fase giovanile del trottatore, stravolgendo la preparazione tradizionale e rincorrendo le velocità strabilianti sin dall’inizio. Tale prevalente finalità cronometrica finiva poi spesso con l’andare a discapito della stessa arte della tattica, omologando molte corse al solito refrain; mentre quei progressi tecnici un tempo affidati alla meticolosità del lavoro nonché alla sapienza delle mani del preparatore venivano adesso fraudolentemente ottenuti grazie alle diavolerie della chimica.

Lo stesso legame tra cavalli e trainer veniva svilito dalla nuova figura del catch driver: uno specialista della corsa fine a sé stessa cui l’allenatore affidava i propri allievi dopo avergliene sommariamente illustrato le caratteristiche; e che magari la volta dopo ti ritrovavi in sediolo a un cavallo avversario, essendo costui sostanzialmente un mercenario. Mentre una pedante direttiva ministeriale imponeva agli allevatori, a imitazione della Francia, di imporre ai puledri nomi inizianti tutti per la medesima lettera dell’alfabeto caratterizzante quella data annata, creando così un sacco di banali omonimi (distinguibili solo dalla commerciale sigla dell’allevamento di provenienza) ma soprattutto sacrificando tutta la poesia dei nomi dei cavalli. E poi le none corse, le matinée (altro grottesco francesismo, e che andava peraltro nella direzione esattamente opposta a quella dal nostro a suo tempo maldestramente suggerita), la tris tutti i giorni, le corse anche al lunedì (da sempre sacro giorno del riposo ippico)…insomma un manicomio. Non era più la sua ippica: lui lo capì, e si fece da parte.

Dopo avere citato i campioni, noi vorremmo qui ricordare anche alcuni degli innumerevoli routinier belleiani di quegli anni. Innanzitutto, Bellei: frequentatore delle categorie infime (allora per i top driver fare anche le corse a reclamare era la norma) nonché gran giocherellone, entrava in pista alla rovescia, divertendo (o disgustando) il pubblico con una oscena andatura a saltelli, che non era né trotto, né galoppo, né ambio. Poi però il suo omonimo che gli stava in sulky sapeva metterlo dritto, e cavarci il meglio.

Squillo, bianco come il cavallo della Vidal: altro commovente ex galoppino dal debutto tardivo ma dal cuore grande. Il grigio Sirual, falloso ma potente; così come il lunatico baio Stile. Il moro Siluro, che onorava il proprio nome con delle progressioni davvero esplosive. Il forte Scaltro, che fu anche uno dei protagonisti delle memorabili pariglie kyriane nella tradizionale corsa per attacchi di fine agosto. Il grigio Seminole, combattente come gli indiani di cui portava il nome. Il veloce Konrad, inconfondibile nel suo procedere a scatti, piegando al minimo gli anteriori. Il monumentale sauro Scaramouche, che una volta a Montecatini vinse al termine di un incredibile giro finale percorso interamente in terza ruota. La bisbetica grigia Sintesi, dal cui sulky peraltro una volta Nello cadde in corsa, alle Mulina, rimanendo tramortito: fortuna che il suo vantaggio era tale che gli altri concorrenti riuscirono a evitarlo. Il coriaceo Donyo Sabuk, ultima realizzazione del nostro.

Una domenica, al Sesana, si realizzò l’incantesimo; l’evento leggendario, fino ad allora solo sognato, che ti consente di dire: io c’ero. Sette vittorie su sette corse: di più non era possibile, perché una gara a convegno era riservata ai gentlemen. Il pomeriggio scorreva in un’atmosfera sempre più surreale, come se si stesse vivendo un sortilegio: “vincerà anche questa?”, si chiedevano tutti. Tanto gli allibratori quanto i giocatori apparivano straniti: c’era chi, per la legge dei grandi numeri, ogni volta si aspettava che la sequenza s’interrompesse; chi invece, più razionalmente, si sforzava di considerare ogni successiva corsa come a sé stante; chi infine, più romanticamente, con esaltazione crescente tifava perché la magia si avverasse.

Ebbene, Nello Bellei, quel giorno, le vinse tutte e sette.

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Dal Concilio a Che Guevara: l’incredibile Sessantotto di Trento

Gli antefatti

 Proprio a Trento, città tradizionalista e cattolica per eccellenza (e il cui principe era stato per lunghi secoli lo stesso vescovo) si scatenò uno dei movimenti di contestazione più radicali e violenti di tutto quanto il Sessantotto italiano. Qui un agguerrito manipolo di prepotenti (che in ogni caso non superò mai il 15% degli iscritti) tenne a lungo in scacco l’università, bloccando ogni attività didattica e giungendo in diverse occasioni a condizionare – anche in maniera pesante – la normalità della stessa vita cittadina.

Giovani che dicevano di battersi contro l’“autoritarismo accademico”: ma che in realtà si rivelarono infinitamente più dispotici di un corpo docenti, quello trentino, che autoritario davvero non era. Che attaccavano la “repressione universitaria” proprio nell’ateneo che era stato il primo ad ammettere in una facoltà non prettamente scientifica anche gli studenti provenienti dagli istituti tecnici, concedendo persino ad un rappresentante studentesco di sedere nel consiglio di amministrazione dell’università. Che facevano di tutto per mostrarsi anticonformisti: ma finendo con il rappresentare essi stessi la quintessenza della conformità, omologandosi tutti sugli stessi idoli, gli stessi cliché, gli stessi modi di vestire, di parlare, di atteggiarsi.

Diversi furono i fattori che concorsero ad avvampare quell’incendio. Innanzitutto il quadro politico nazionale: il fatto che nel maggio ‘68 in Italia si votasse per il rinnovo del parlamento indubbiamente contribuì a che la maggioranza di centrosinistra evitasse di adottare contro gli studenti in rivolta misure “forti”, per non alienarsi le simpatie dell’elettorato più progressista. Dalle urne sarebbe per giunta uscito un governo ancor più debole: il tipico monocolore “balneare” dell’era democristiana.

A Trento, inoltre, si era determinata una situazione particolare: per alcuni anni, infatti, la neonata università aveva dovuto lottare contro la burocrazia romana per ottenere il riconoscimento giuridico del titolo di studio conferito. Una battaglia che aveva visto combattere fianco a fianco gruppo dirigente cittadino, professori e studenti: il che aveva portato questi ultimi ad organizzarsi “sindacalmente” ben prima dei loro compagni degli altri atenei, giungendo così all’appuntamento con le barricate sessantottine da una posizione di avanguardia.

Ancora, la particolare natura dell’istituto trentino fece sì che esso venisse frequentato da una fauna studentesca particolare, del tutto inedita nella sua varietà: si andava infatti dagli alpini goriziani ai rampolli della borghesia milanese; dai pastori sardi ai poveri figli del Sud più profondo. Non pochi di quei ragazzi erano sostanzialmente degli sbandati, giunti in riva all’Adige anche per dare un senso a una vita fino allora precaria, se non balorda.

Questo dice in particolare la biografia dei capi del movimento studentesco: venticinquenni in conflitto con la famiglia – quando non senza famiglia – con già alle spalle un cospicuo vissuto di esperienze e delusioni. Giovani maturati anzitempo, sulla propria pelle, intrisi di fanatismo ideologico ma anche dotati di coraggio fisico, esaltati dal ruolo di prestigio che la contestazione conferiva loro agli occhi dei compagni ma nei quali pure la debolezza di cui diedero più volte prova le autorità dové contribuire non poco a rafforzare l’atteggiamento di sfida: all’istituzione universitaria come all’intero sistema.

Certo, nemmeno fu facile per la dirigenza gestire l’imprevista situazione che venne a crearsi allorché quei ragazzi sino ad allora suoi fidi alleati, rispettosi ed ubbidienti divennero di punto in bianco ostili e ingovernabili. La repentinità della metamorfosi studentesca colse peraltro di sorpresa la stessa città: la quale, inorgoglita della promozione a sede universitaria ottenuta, si era presto affezionata a quei giovani ospiti venuti anche da lontano ad arricchirla, adottandoli.

Vi fu probabilmente una sottovalutazione da parte dei vertici accademici – che poi erano strettamente dipendenti da quelli politici – della gravità di quanto stava accadendo. Fatto sta che tra le varie soluzioni possibili fu scelta quella paternalistica: per proseguire però lungo questa strada anche dopo che la situazione fu palesemente sfuggita di controllo.

Va detto che la curiosa apertura in una realtà provinciale, rurale ed “antica” come quella di Trento – in cui tutti, fra l’altro, parlavano ancora il dialetto – di una facoltà moderna ed “europea” quale Sociologia (“scienza umana” tipica di contesti altamente industrializzati) non costituiva per niente la risposta a un’esigenza proveniente dall’interno della società locale, ma semplicemente la realizzazione di un’ambizione personale con la quale aveva inteso caratterizzare il proprio mandato il presidente democristiano della provincia, Bruno Kessler.

Originario della Val di Sole, Kessler era riuscito solo a costo di grandi sacrifici a laurearsi in giurisprudenza – a Padova – senza avere frequentato neppure una lezione, costretto com’era a lavorare per mantenersi (prima come manovale, poi come cancelliere: nei ritagli di tempo preparava gli esami sui testi reperiti nella biblioteca della pretura di Malè). Eletto al consiglio regionale nel 1956, era assurto quattro anni dopo alla presidenza della provincia autonoma di Trento, presentandosi quale “cattolico progressista” sin dal primo provvedimento adottato: l’assunzione, per approntare il nuovo piano urbanistico, di un pool di architetti di sinistra, fra i quali spiccava il comunista Samonà.

Dopodiché aveva dovuto affrontare la questione del rilancio economico del Trentino: la cui situazione non appariva granché migliore, per depressione e arretratezza, rispetto a quella delle regioni meridionali. Alla distruzione degli stabilimenti industriali patita durante il secondo conflitto mondiale si aggiungeva infatti la crisi del settore tradizionalmente portante la produzione della provincia, quello agricolo, causata dall’eccessiva frammentazione in piccole aziende nonché dalla scarsa specializzazione delle colture; il risultato era un progressivo abbandono della terra, l’aumento della disoccupazione e il sempre più frequente ricorso all’emigrazione.

Un panorama che non era migliorato neppure negli anni del “boom”: il Trentino pareva anzi sostanzialmente rimasto al palo rispetto alla forte crescita che aveva caratterizzato il nord del Paese. Allo scopo di ovviare a tale situazione, Kessler pensò di rinnovare anzitutto l’offerta culturale e formativa della regione, riprendendo un vecchio progetto dell’istituzione a Trento di una facoltà universitaria.

Un’idea in cantiere da anni, alfine concretizzatasi con l’avvio, al passo della Mendola, di corsi universitari estivi afferenti la disciplina naturalmente più rappresentativa del Trentino: Scienze forestali. Un progetto cui avevano lavorato le due precedenti giunte provinciali, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e fruendo dell’indispensabile sostegno della potente curia tridentina.

Inutile dire che nella bianca Trento (ove la DC avrebbe sempre mietuto consensi plebiscitari, con punte addirittura del 64% dei voti e perdipiù in competizione con un altro partito cattolico: quello popolare trentino-tirolese) tutta quanta la vita pubblica veniva scandita in stretta sintonia con la gerarchia ecclesiastica, nel tipico sistema di potere democristiano che – qui più che altrove – vedeva il partito cattolico applicare alla lettera il concetto machiavelliano della religione quale instrumentum regni.

Kessler, però, nell’occasione gettò un vero e proprio guanto di sfida all’intera società trentina: non solo stravolgendo i piani dei suoi predecessori circa l’apertura a Trento di una succursale universitaria quale dependance della Cattolica; ma anche indirizzandosi verso una disciplina del tutto inedita e per nulla coerente con il contesto rurale e montano della regione. E per l’esponente democristiano la modernizzazione della sua terra, la formazione di una nuova classe dirigente non doveva passare nemmeno attraverso studi tradizionali quali quelli umanistici, giuridici o al limite economici: bensì sociologici.

Scienza relativamente recente, nata dallo spirito del Positivismo, nel corso del Novecento la sociologia aveva ricevuto nuovo slancio soprattutto ad opera degli studiosi marxisti della “Scuola di Francoforte”; in Italia, però, non ne esisteva ancora una specifica facoltà universitaria. Solamente a Firenze si era avuto un istituto di Scienze sociali: il “Cesare Alfieri” (ove nel 1920 si era peraltro laureato Italo Balbo); il quale però, nel ‘44, alla liberazione della città, era stato riconvertito – per volontà alleata – in Scienze politiche. Particolare curioso, nell’ambito di tale riordino si era deciso che la cattedra di sociologia dovesse soppiantare proprio quella di mistica fascista!

Tradizionalmente, la sociologia figurava inserita nel corso di laurea in Scienze statistiche (come materia fondamentale) e Scienze politiche (come complementare); solo negli ultimi tempi il crescente prestigio della disciplina aveva portato ad introdurne l’insegnamento anche in talune facoltà di Giurisprudenza (Milano, Pavia e Padova), Filosofia (Torino e Pavia), nel Magistero romano nonché in alcuni corsi di Pedagogia.

Kessler, nell’annunciare ufficialmente il suo ardito progetto sociologico (il 15 febbraio 1962), veniva oltretutto a sfidare tutta una serie di difficoltà e pregiudizi. L’ostacolo principale era rappresentato dallo stesso assetto istituzionale dell’università italiana, ancora regolata secondo l’impianto voluto dal regime fascista: nella cui impostazione originaria gli atenei avrebbero dovuto essere frequentati – e governati – da aristocrazie intellettuali. Nella logica della riforma dell’intero sistema di istruzione attuata nel 1923 da Giovanni Gentile, perciò, le università dovevano essere poche, e di alta qualità: le ripercussioni di una simile impostazione erano pesanti sia per quanto riguardava il numero di atenei consentito, sia per il riconoscimento delle facoltà.

Le sedi universitarie a totale carico dello Stato erano state così limitate a dieci: e la sopravvivenza delle altre condizionata al reperimento – attraverso convenzioni – di risorse aggiuntive rispetto al modesto contributo statale. Erano inoltre considerate “facoltà” soltanto quelle di più antica tradizione, e cioè: Giurisprudenza; Lettere e Filosofia; Medicina e Chirurgia; Scienze matematiche, fisiche e naturali.

La denominazione di quest’ultima, fra l’altro, era illuminante circa il carattere oltremodo idealista della riforma gentiliana: mentre infatti in precedenza i tre aggettivi erano riportati in ordine alfabetico, con il riordino si era deciso di anteporre “matematiche” a “fisiche” allo scopo di affermare la priorità del pensiero speculativo rispetto alle scienze sperimentali. Inoltre, facoltà tradizionali quali Architettura, Farmacia e Ingegneria erano finite declassate al rango di “scuole”, mentre sorte ancora più grama era toccata ad Agraria, Economia e Veterinaria: addirittura escluse dal sistema della pubblica istruzione per essere direttamente affidate all’amministrazione dei ministeri che governavano i rispettivi settori.

Con il consolidarsi della dittatura, tuttavia, sarebbero state le istanze più progressiste dello stesso fascismo a rigettare l’intera impalcatura gentiliana (da Mussolini a suo tempo improvvidamente definita come “la più fascista delle riforme”), liquidandola come reazionaria. Ci si era difatti resi conto di come l’impostazione fortemente elitaria impressa al sistema scolastico dal filosofo siciliano rischiasse di minare il consenso che il regime riscuoteva presso quella che era la sua base di massa: vale a dire la piccola e media borghesia.

Senza contare che, assai più della selezione qualitativa, al governo stava a cuore il controllo politico sul mondo dell’istruzione; donde l’esigenza di una nuova normativa generale: la quale, a livello universitario, si era finalmente concretizzata nel “testo unico” con cui, nel 1933, era stata eliminata la distinzione fra la decade di atenei “eletti” e quelli finanziati solo parzialmente, con conseguente riassunzione da parte dello Stato della totalità degli oneri. Contestualmente, anche il numero delle facoltà riconosciute cresceva: dalle quattro consentite da Gentile si passava a sedici.

L’aspetto però in cui anche il nuovo decreto rimaneva rigido riguardava l’eventuale apertura di nuove università. La facoltà di impartire istruzione di livello superiore veniva sanzionata da un nuovo tipo di discriminazione, che poneva da una parte università ed istituti superiori “governativi”, dall’altra quelli “liberi”. Per quanto riguardava i primi, l’annessa tabella subordinava l’apertura di nuove sedi all’emanazione di una apposita legge da parte dello Stato; per ciascun corso di laurea, inoltre, essa non si limitava a stabilire la lista degli insegnamenti “fondamentali” (di gran lunga i più numerosi, obbligatori per tutti gli studenti e in ogni sede), ma indicava anche quella dei corsi che i singoli atenei potevano attivare come “complementari”: unicamente fra questi ultimi si esercitava una libertà di scelta da parte dello studente.

Di un maggiore margine di manovra godevano invece le università “libere”: le quali, potendo sorgere dall’iniziativa sia pubblica che privata, necessitavano, per conferire titoli accademici, di decreto regio. Quest’ultimo – avendo il nuovo Stato repubblicano recepito anche tale aspetto della normativa fascista – si era convertito in decreto presidenziale, da emanarsi previo parere del Consiglio superiore dell’istruzione. Le fondazioni che non rientrassero nelle suddette due categorie sarebbero state considerate (per quanto vi fossero impartiti insegnamenti di livello universitario) alla stregua di istituti privati, prive di alcuna considerazione nell’ordinamento giuridico e dunque impossibilitate a conferire titoli legalmente riconosciuti.

Questo dunque il destino cui rischiava di andare incontro anche il pionieristico “Istituto universitario per lo studio delle scienze sociali” – da Kessler presentato in termini kennedyani come “una nuova frontiera da raggiungere contro le barriere culturali” – cui solo un’apposita iniziativa parlamentare, e dunque una legge, avrebbe potuto conferire piena dignità accademica. Sul cammino della quale però c’era da aspettarsi si sarebbero frapposti ostacoli di varia natura, e riconducibili alla perplessità del mondo politico, alla lentezza della burocrazia parlamentare, alle resistenze da parte dello stesso mondo universitario, tradizionalmente caratterizzato dalle lotte intestine.

Al suddetto vuoto giuridico si sarebbe dunque potuto ovviare solo presentando un apposito disegno di legge: Kessler, a tal fine, fece appello allo spirito patriottico dell’intera delegazione parlamentare trentina, auspicando che l’orgoglio di poter vantare la prima università italiana di Sociologia facesse mettere da parte le divisioni esistenti non solo e non tanto fra i diversi partiti, quanto all’interno della stessa DC.

Dopo la scomparsa del dominus trentino De Gasperi, il correntismo democristiano si era qui risolto nella contrapposizione fra due sole componenti, le quali si affrontavano senza esclusione di colpi: quella di sinistra (il cui leader era lo stesso Kessler) e quella moderata, o meglio “dorotea”. A quest’ultima – capitanata dall’influente Flaminio Piccoli – il “manuale Cencelli” regolante i rapporti di forza interni aveva assegnato la carica di sindaco del capoluogo (ricoperta dal fratello dello stesso Piccoli, Nilo).

I dorotei avrebbero avuto mille motivi per boicottare il progetto avanzato dal capo della corrente avversa, inevitabilmente destinato ad accrescerne il prestigio qualora egli fosse riuscito a realizzarlo: più conveniente dunque per loro assumere una posizione critica nei confronti dell’iniziativa kessleriana, facendo leva sulle perplessità che da più parti iniziavano a levarsi ed appuntandosi principalmente sull’effettiva utilità della disciplina prescelta nonché sugli eventuali sbocchi di una laurea del tutto inedita. Senza contare che il gruppo che faceva capo a Piccoli era da sempre favorevole – in ossequio alla Chiesa – all’istituzione del corso forestale gestito dalla Cattolica.

Kessler fu però abile nel ribattere alle obiezioni che gli furono mosse in consiglio provinciale al momento della presentazione del progetto. Dal punto di vista culturale, egli prospettò la posizione di avanguardia che Trento avrebbe implicitamente assunto nel panorama nazionale restituendo dignità ad un campo, quello sociologico, che il dominio idealistico aveva a lungo oscurato, dopo le promettenti lezioni dei Pareto e dei Mosca. Né disdegnò di far leva anche sulla tasca dei suoi conterranei, evocando le interessanti prospettive economiche che per le stesse aziende trentine avrebbe dischiuso l’utilizzo di “esperti in scienza della pubblicità e di marketing: di cui la moderna industria, e la moderna società in genere, hanno assolutamente bisogno”: tecnici non attinti – ed adattati – da Economia o Scienze politiche, bensì appositamente formati da una specifica facoltà universitaria.

Le varie componenti cittadine – clero in testa – cominciarono allora a mostrare disponibilità verso l’iniziativa kessleriana, il cui ostacolo principale rimaneva in ogni caso quello di natura giuridica; ma il presidente volle mostrarsi fiducioso anche su questo aspetto, facendo reclamizzare in tutti gli istituti superiori dell’Italia settentrionale la nuova creatura trentina già prima della chiusura dell’anno scolastico 1961-62; per quanto con la precisazione che “la pratica per il riconoscimento statale è in corso”. La sede della futura università venne individuata in una vecchia scuola elementare della centralissima via Verdi, a pochi passi dalla cattedrale: il vetusto edificio venne trasformato da Kessler in un elegante palazzo liberty stornando fondi dal capitolo dell’edilizia popolare.

L’intraprendente politico si mostrò fiducioso anche riguardo all’attuazione dell’iter legislativo, per pungolare la quale occorreva dare immediato avvio ai corsi: “Abbiamo quattro anni di tempo per vincere questa battaglia. Daremo perciò contemporaneamente il via sia all’attività didattica che alla presentazione in Parlamento della legge ad hoc riguardante il riconoscimento della facoltà”. L’esito della votazione gli diede ragione: dei ventisei componenti il consiglio votarono a favore, oltre ai diciassette democristiani ed al rappresentante socialdemocratico (facente parte della maggioranza) anche il consigliere liberale, il socialista e il missino. Contrario solo il rappresentante comunista, Canestrini, preoccupato che il consiglio di amministrazione chiamato a gestire l’università si risolvesse di fatto in un “ufficio politico” tutto in mano alla DC e quindi alla Chiesa.

Promulgata ufficialmente la legge già il 4 settembre, a tambur battente l’amministrazione provinciale nominava la commissione reggente l’istituto culturale, la quale deliberava l’immediata costituzione dell’istituto universitario di scienze sociali: alla cui direzione veniva chiamato il matematico Mario Volpato, dell’università di Venezia. Dopodiché il testimone burocratico passava a Roma.

Kessler riuscì a questo punto anche nell’intento di coinvolgere nell’iniziativa il potente Piccoli: nel quale, evidentemente, alla fine sulle beghe interne prevalse la preoccupazione di fare bella figura agli occhi di quello che era pur sempre il proprio collegio elettorale, appoggiandola. Il notabile democristiano giunse persino ad adoperarsi affinché ai giovani che si fossero iscritti all’istituto trentino fosse riconosciuto lo status di studenti universitari ai fini del rinvio del servizio di leva.

I quali, alla chiusura delle iscrizioni, risultarono 226, 65 dei quali extraregionali; 44 le donne. La maggioranza di essi proveniva dagli istituti tecnici, molti da ragioneria; rari i liceali. Scienze sociali era difatti la terza facoltà (dopo Agraria ed Economia e commercio) cui potevano accedere – previo esame di ammissione – i non liceali: dunque un pedigree studentesco particolare, in cui a prevalere non erano certo dei primi della classe.

Si trattava anzi di giovani più intraprendenti che studiosi, cui non mancava nemmeno un pizzico di incoscienza dal momento che non avevano esitato ad optare – spesso resistendo alle comprensibili pressioni dissuasorie dei genitori – per un indirizzo nuovo, privo di riconoscimento giuridico e dagli sbocchi professionali assai incerti (vi fu comunque anche chi ripiegò su Trento dopo essere stato bocciato alla Cattolica).

Nonostante tutti i maneggi di Kessler (il quale, allo scopo di garantire al proprio istituto la massima copertura politica, ne nominò preside nientemeno che Marcello Boldrini: braccio destro del capo del governo Fanfani, nonché presidente dell’ENI dopo la tragica scomparsa di Enrico Mattei), la legislatura si concluse senza che il provvedimento riguardante la facoltà trentina fosse esaminato. La sorte volle poi che la sua ripresentazione al parlamento eletto nel ‘63 venisse a incrociarsi sia con la riforma generale dell’università voluta dal ministro della pubblica istruzione Luigi Gui, che con la battaglia intrapresa dai presidi di Scienze politiche allo scopo di emancipare definitivamente la propria facoltà da Giurisprudenza.

Riunitisi a tale scopo in un comitato, gli accademici auspicavano l’ampliamento della denominazione del corso di laurea da essi presieduto in “Scienze politiche e sociali”, con conseguente articolazione della facoltà in due indirizzi, “politico” e “sociale”; avvertendo in tale prospettiva Trento quale pericolosa concorrente, essi dichiaravano esplicitamente la propria “più netta opposizione alla creazione di altri nuovi tipi di Facoltà”. Per principale impulso del preside della Cattolica, Gianfranco Miglio, pure tale progetto si concretizzò in un disegno di legge, affidato anch’esso a Gui.

La discussione che nel maggio del ‘65 fece seguito alla presentazione al Senato del disegno di legge “Norme generali sull’Istituto di scienze sociali di Trento” ripropose, ampliandole, alcune delle critiche inizialmente mosse a Kessler in consiglio provinciale: eccessiva fretta, movente campanilistico, rischio di subordinazione alla Chiesa (dai banchi della sinistra vi fu chi ironizzò di una “scuola per chierichetti”). Mentre però a livello locale il prestigio personale del presidente della provincia nonché la coesione cittadina si erano sommati alla schiacciante maggioranza democristiana facendo la differenza, in questo caso era la posizione del ministro a far pendere la bilancia dalla parte avversa a quella dell’istituto trentino, al quale veniva negato il conferimento della laurea in Sociologia a favore di quella in “Scienze politiche e sociali ad indirizzo sociologico”. “Esiste la laurea in Scienze politiche, che ha già una sua disciplina e una sua valorizzazione: quindi questo titolo di studio viene favorito”, ammise lo stesso Gui.

Il disegno di legge venne perciò licenziato da Palazzo Madama con l’emendamento voluto dal ministro che assegnava sì alla fondazione trentina il rango di “Libero istituto di istruzione universitaria”, ma inibendole l’assegnazione del titolo di studio agognato. Con l’approdo del provvedimento alla Camera, tuttavia, si verificò una novità destinata a rivelarsi decisiva per l’esito della vicenda: il cambiamento di posizione del partito comunista.

Una riflessione più attenta aveva difatti portato la dirigenza del PCI a guardare con occhio diverso all’iniziativa kessleriana: sia per l’orientamento prevalente in seno alla sociologia contemporanea, dominata dai marxisti di Francoforte; sia per il trapianto che presumibilmente avrebbe comportato, in una zona tradizionalmente “bianca”, di giovani prevalentemente orientati a sinistra. L’idea che l’esperimento trentino potesse diventare il battistrada dello sviluppo degli studi sociologici in Italia adesso allettava i comunisti; il cui responsabile nazionale per la scuola, Luigi Berlinguer, dopo essersi recato più volte a Trento ed essere stato ospite degli studenti, scriveva sull’“Unità”: “Non vi è alcuna obiezione di principio al riconoscimento giuridico degli “studi sociali” dell’istituto superiore di Trento: vi è forse un certo rammarico, anzi, per il ritardo e per il fatto che tali studi non siano già presenti nelle più qualificate università italiane”.

Enumerati tutti i problemi tecnici che avrebbe comportato l’aprire un ateneo del genere, perdipiù in una regione come il Trentino-Alto Adige, Berlinguer concludeva invitando il governo a rivedere il disegno di legge approvato al Senato, ora criticato come troppo conservatore: “I comunisti hanno proposto, nel recente dibattito in Parlamento, che il testo legislativo venga ampiamente rifatto, perché quello esistente è infelice e lacunoso, e perché l’università di Trento deve nascere bene. È un esperimento, e su questo terreno si deve essere molto audaci. Così deve essere per l’impostazione scientifica, così per la struttura organizzativa, che deve essere ampiamente democratica, sottratta ai gruppi di potere accademico, agile ed autonoma, molto autonoma. Si deve fare, cioè, per l’università di Trento, una legge che vada coraggiosamente nella direzione della riforma, scientifica e strutturale, dell’istruzione superiore. Per questo i comunisti sono, più che disponibili, all’avanguardia”.

Nonostante tale disponibilità offerta dal principale partito di opposizione, tuttavia, il 1965 trascorse senza che a Montecitorio il progetto sociologico registrasse sensibili passi avanti; alla ripresa delle lezioni dopo la sosta natalizia, così, il parlamentino degli studenti trentini decise, a stragrande maggioranza, un atto inedito per l’università italiana: l’occupazione della facoltà. Le recenti elezioni avevano assegnato il 56,6% dei voti alla lista dell’“Intesa universitaria”, che raggruppava gli studenti cattolici; il resto se lo erano equamente diviso le altre due liste in lizza: quella d’ispirazione laico-liberale e quella marxista.

Il corpo studentesco si era dunque affidato alla componente apparentemente più moderata, il cui ideologo era Marco Boato: logorroico (non a caso da parlamentare radicale avrebbe tenuto il discorso più lungo mai pronunciato in un’assemblea legislativa, andando avanti a parlare per oltre 18 ore) ventunenne veneziano con maturità scientifica e memoria d’elefante. Già chierichetto, amico di prelati, aveva un fratello architetto che faceva parte del pool ingaggiato da Kessler. Fra gli eletti della lista cattolica figurava poi Renato Curcio (che in realtà era di confessione valdese), spiantato giramondo ventiquattrenne con diploma di perito chimico (nel direttivo studentesco avrebbe ricoperto l’incarico di responsabile culturale).

Il futuro fondatore delle Brigate Rosse non aveva avuto un’infanzia facile: portava il cognome della mamma, abbandonata dal fidanzato al momento della gravidanza. Alla precarietà lavorativa della donna si erano sommate le difficoltà scolastiche di Renato: il quale dopo varie peripezie era finito in Liguria, ove aveva militato in formazioni nazionalsocialiste. A convincerlo a tentare la fortuna in riva all’Adige era stato un aggiornato geometra genovese dell’Italsider: “Tu sei un tipo dagli interessi strani – pare gli avesse detto –, a Trento aprono un’università che fa proprio al caso tuo”. Nella nuova città il giovane aveva subito trovato lavoro come cameriere d’albergo; quando poi si era presentato in facoltà per l’iscrizione, aveva appreso di avere diritto, grazie alla media del suo diploma, alla borsa di studio. Successivamente, grazie a conoscenze fatte in istituto, era divenuto il portaborse del vicesindaco socialista, Iginio Lorenzi.

L’avventura sociologica coincide infatti con l’approdo, anche a Trento, della formula politica del centrosinistra. L’austera città asburgica finisce con l’aprirsi alla novità rappresentata dagli studenti, venuti a vivacizzarla e a conferirle pure una certa aria cosmopolita: e perché i giovani possano raggiungere agevolmente, alla sera, il centro (dal collinare convitto di Villa Tambosi ove li ha sistemati la provincia) vengono persino istituite delle corse notturne del bus. L’impressione che essi trasmettono, del resto, è di serietà e disciplina; a cominciare dall’abbigliamento: che vede i ragazzi andare a lezione – secondo  il rigido costume scolastico dell’epoca – in giacca e cravatta.

La protesta studentesca viene così vissuta dall’opinione pubblica locale come un fatto non solo giusto, ma anzi rappresentativo dell’orgoglio di un’intera città, la cui solidarietà si rivela unanime: da più parti – curia in testa – ci si adopera anzi perché agli occupanti non manchino viveri e vettovaglie; mentre molti trentini vengono ad affollare le assemblee indette dagli studenti. Tanto più che quando dalla presidenza giunge l’ultimatum: o sgomberate l’istituto o salta la sessione d’esami, il comitato studentesco non indugia un attimo nell’obbedire, ponendo fine all’agitazione e diffondendo un comunicato di ringraziamento alla cittadinanza per la solidarietà ricevuta. La prima occupazione universitaria è così durata dal 25 gennaio al 10 febbraio ‘66.

Che in questa prima fase la situazione sia del tutto sotto controllo è dimostrato anche dal fatto che una delegazione di studenti composta da Curcio, Rostagno e Duccio Berio (altro futuro brigatista) si rechi a Roma, alla vigilia del dibattito alla Camera, allo scopo di attirare simpatie alla causa sociologica, trovando ad attenderli gli stessi Kessler e Volpato. I ragazzi si incontrano con diversi parlamentari, a cominciare da Piccoli: al cospetto del quale – forti del sostegno ricevuto in città – giungono persino a delineare prospettive politiche, facendogli notare come l’apertura comunista rischi di spiazzare la stessa DC, facendola apparire come la reale affossatrice del progetto e dunque rischiando di alienarle il consenso non tanto degli studenti di Trento, quanto  del suo stesso elettorato, almeno nella componente più avanzata. L’esponente doroteo a quel punto si offre addirittura di accompagnarli per il “transatlantico” di Montecitorio, presentandoli a chi fa più al caso: dal segretario socialista De Martino ai comunisti Rossanda e Pintor.

La missione sortisce l’effetto sperato: nella seduta del 12 maggio, da parte democristiana si propone di riconoscere all’istituto trentino il conferimento della laurea in scienze sociali. Il liberale Valitutti e il socialista Codignola criticano tale emendamento, rimarcando come il titolo proposto, non essendo presente nell’ordinamento in vigore, non abbia alcun valore legale; ma il successivo intervento di Berlinguer, il quale a sorpresa si spinge oltre la stessa DC proponendo di assegnare a Trento direttamente la laurea in sociologia, li porta a rivedere le proprie posizioni, allineandosi a quella che è ormai la maggioranza schiacciante dell’assemblea.

Il rapido ritorno del disegno di legge al Senato vede l’adesione anche del Movimento sociale: per cui l’istituzione della prima facoltà italiana di Sociologia viene alfine approvata all’unanimità, l’8 giugno 1966. Un’unanimità sicuramente frutto di molti calcoli e manovre: ma che in ogni caso può far orgogliosamente titolare all’’“Adige” – il giornale dei democristiani trentini – che Trento è divenuta la “capitale della sociologia”.

Prove generali di contestazione

 La data del 27 aprile 1966 segna l’inizio della stagione di violenza che avrebbe a lungo segnato l’università italiana. Muore, a Roma, a seguito di una caduta da un muretto nel corso di incidenti provocati alla Sapienza da attivisti di estrema destra, uno studente socialista: donde proteste, occupazioni, dimissioni del rettore. Manifestazioni di condanna si susseguono in tutta Italia: nell’occhio del ciclone finisce soprattutto il MSI (partito inviso alla sinistra in quanto neofascista e quindi teoricamente incostituzionale: ma del quale gli stessi comunisti si guardano bene dal chiedere lo scioglimento, sottraendo esso voti alla DC), in quanto giudicato connivente con gli aggressori romani.

Agli universitari trentini appare perciò naturale concludere il corteo studentesco con l’assalto alla federazione missina: la polizia fa quadrato, i giovani non desistono per cui scoppia qualche tafferuglio. Mai a Trento si era visto qualcosa del genere: eppure l’episodio non riceve particolari censure dall’opinione pubblica, venendo anzi giustificato come il semplice frutto della commozione studentesca seguita ai tragici fatti romani.

I sociologi trentini tornano ad agitarsi proprio alla vigilia della partenza del primo anno accademico avente dignità pienamente universitaria (il 1966-67), allorché vengono in possesso della bozza dello statuto e del piano di studi predisposti dalla dirigenza. Il fatto di non essere stati consultati da Volpato diviene il casus belli per mettere in discussione rapporti gerarchici dentro l’istituto, impostazione scientifico-culturale dei corsi, organizzazione accademica e finalizzazione professionale della facoltà. Forti del successo conseguito con l’occupazione conclusasi con il riconoscimento della laurea (la quale ha di fatto svilito la funzione del parlamentino studentesco), ne deliberano su due piedi una seconda che blocchi, di fatto, l’inizio dei corsi.

Ponendosi su di un piano paritetico rispetto agli illustri cattedratici chiamati – peraltro in breve tempo – a definire gli indirizzi della nuova università, essi diramano un comunicato nel quale attaccano la “formazione meramente tecnico-burocratica” a loro dire perseguita dalla dirigenza, invocando altresì l’istituzione di “due indirizzi, complementari e inscindibili: il logico-empirico e lo storico-comparativo”.

Dietro tale preoccupazione per un futuro professionale più flessibile sta in realtà il timore di non riuscire a superare il percorso matematico-statistico predisposto in primis – coerentemente con l’impostazione tendenzialmente scientifica della sociologia – dallo stesso Volpato; donde l’auspicato ripiegamento su di un terreno più genericamente “culturale” e che valorizzi, in particolare, la storia: materia dai nostri avvertita come assai più addomesticabile che non quelle aventi a che fare con i numeri.

Richiamandosi esplicitamente agli orientamenti “umanistici” propri della Scuola di Francoforte, gli studenti mostrano di ignorare tutto il tormentato iter che ha portato all’istituzione di Sociologia, puntando in pratica al riconoscimento di un corso di laurea equipollente all’indirizzo storico di Scienze politiche e pur in presenza di un curriculum di esami di tutt’altro genere e valore. Si giunge così alla contrapposizione a quello messo in cantiere dalla presidenza di un altro progetto partorito dagli stessi ragazzi e articolato in sei diversi corsi, finalizzati alla formazione di altrettante figure professionali di sociologi: urbano-rurale, del lavoro, della politica, dell’economia, della cultura, dell’integrazione sociale.

Nel documento Osservazioni sullo statuto e il piano di studi nella diversa elaborazione della direzione dell’istituto e della commissione studentesca, il “movimento” – come si chiamerà d’ora innanzi quel gruppo minoritario di studenti fortemente politicizzati che si contrapporrà all’istituzione arbitrariamente: cioè senza aver ricevuto alcun mandato democratico dal plenum degli iscritti – affronta il problema della molteplicità dei ruoli del sociologo, per rifiutarne la “neutralità”: dal momento che opera su di una realtà che non può essere che politica, egli è necessariamente un “politico”. Per gli estensori di tali “osservazioni” il sociologo non può né deve essere un filosofo o un tecnocrate al servizio del potere; la scienza sociale appare al contrario ai loro occhi “come una specie di organo di intelligenza pubblica, avente a che fare con problemi pubblici e difficoltà private e con le tendenze strutturali implicite in quei problemi e in quelle difficoltà”.

Sorprendentemente, ai ragazzi viene concesso non solo quanto richiesto, ma addirittura di sedere – fatto senza precedenti in Italia – nel consiglio di amministrazione dell’istituto, per quanto a mero titolo consultivo (il generoso seggio va al leader di questa prima fase di agitazioni, Boato). Chiaro l’intento della dirigenza di evitare ulteriori grane alla neonata università, con tutta la conseguente pubblicità negativa.

Bizzarro il risultato di tali concessioni: a Trento prenderà corpo una facoltà solo teoricamente “scientifica”, di fatto pesantemente politicizzata e univocamente orientata nella direzione del marxismo, destinata a sfornare tesi di laurea – peraltro quasi tutte premiate con lode – più degne dell’Istituto Gramsci che di Sociologia, con il pugno chiuso esibito dal candidato in faccia alla commissione a prendere sovente il posto del bacio accademico.

Si andrà così da lavori puramente teorici tipo “Lavoro e alienazione in Marx” a ricerche militanti su “Le case del popolo e la politica culturale del PCI in riferimento ai problemi di cultura popolare”. Monocordi anche le tesi di capi della contestazione quali Sorbi (“Urbanesimo e lavoro. Un approccio storico allo sviluppo urbano-industriale in correlazione all’analisi sul lavoro alienato di Marx”) e Rusca (“Da Lenin a Stalin: la ristrutturazione del potere in URSS”), o della Cagol (“Sulla qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico”). Oltremodo ideologizzate poi la dissertazione dello stesso Boato (“Analisi politica del movimento studentesco italiano”) nonché la tesi di gruppo che vedrà laurearsi Rostagno (“Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania”).

L’alluvione che il 4 novembre ‘66 devasta Firenze gioca un ruolo importante ai fini della formazione della coscienza giovanile di quegli anni; da ogni parte del mondo giungono spontaneamente in riva all’Arno migliaia di ragazzi, mossi unicamente dalla volontà di salvare tesori artistici sentiti come patrimonio dell’intera umanità: gli “angeli del fango”. Pure a Trento in quei giorni l’Adige irrompe come un flagello a portare fango e desolazione: in questo caso “angeli” divengono gli stessi studenti di Sociologia, prestando la propria opera a soccorso della popolazione e rinsaldando implicitamente quel rapporto di appartenenza alla città ormai radicato.

Il 1967 vede la mobilitazione studentesca assumere un carattere più prettamente politico: alla denuncia della mancata democratizzazione dell’università legata al fallimento della riforma Gui (la quale, raddoppiando la tassa d’iscrizione, ne ha anzi accentuato il carattere elitario) si aggiunge infatti il tormentone rappresentato dall’attacco all’amministrazione americana per la “sporca guerra” del Vietnam.

A Trento, quell’anno, non comincia bene. Nel quadro delle manifestazioni celebrative del ventennale della sua fondazione, il MSI ha indetto, per il 29 gennaio, un comizio al cinema Italia. All’arrivo dell’onorevole Franchi, gli universitari scatenano la bagarre: a guidarli è Mauro Rostagno, venticinquenne torinese dai trascorsi piuttosto movimentati.

Figlio di genitori entrambi dipendenti FIAT, ad appena diciott’anni si è sposato con una ragazza ancor più giovane, dalla quale ha avuto una figlia, per abbandonarle ben presto entrambe ed emigrare prima in Germania, poi in Inghilterra, ove si è adattato a fare i lavori più umili. Rientrato in Italia, si è stabilito a Milano, diplomandosi al liceo scientifico e sognando di diventare giornalista: quando i genitori lo vorrebbero a studiare lingue alla Bocconi e impiegato all’Autobianchi.

Ma il suo cuore batte per la politica: dopo avere militato tra i giovani socialisti, è approdato al PSIUP (il partito che ha raccolto l’ala del PSI che all’ingresso nel governo con la DC avrebbe preferito l’alleanza coi comunisti), facendo parlare di sé in occasione di una manifestazione di protesta davanti al consolato spagnolo contro le violenze del regime franchista, allorché si è sdraiato sulle rotaie del tram. Dopodiché, per sottrarsi alle mire paterne, ha preso nuovamente la via dell’estero, stabilendosi stavolta a Parigi. Ove però è rimasto poco: fermato dalla polizia nel corso di una dimostrazione, è stato espulso dalla Francia per la sua militanza politica, in base alle severe disposizioni dell’amministrazione gaullista.

Al grido di “morte al fascista”, dunque, gli squadristi trentini partono all’assalto: solo che stavolta la polizia non si limita a respingerli, ma li carica sulle camionette e li porta via; scattano le denunce. A guidare il “soccorso rosso” che immediatamente si scatena a loro favore (fra gli arrestati sono anche Boato – che ha ormai da tempo rinnegato le proprie frequentazioni clericali – e Rostagno) è nientemeno che l’avvocato Sandro Canestrini: vale a dire l’antico oppositore comunista dell’università trentina.

Riconvertitosi al maoismo, il quarantacinquenne professionista roveretano è adesso il principale sostenitore del movimento studentesco, del quale non si perde un’iniziativa. La sua solidarietà si manifesta nell’occasione con una denuncia – a nome del movimento dei “giuristi democratici” da lui stesso fondato – contro il questore, dimostratosi “al servizio della destra reazionaria” (cioè secondo il legale la polizia avrebbe dovuto consentire agli assalitori di mettere in atto fino in fondo la propria spedizione punitiva). Più realisticamente, esponenti del movimento rimasti a piede libero si recano dal vescovo ad impetrarne un intervento a favore dei compagni fermati.

L’8 febbraio gli studenti pisani occupano l’università della Sapienza. Le “tesi” da essi elaborate – attingendo a piene mani dal Capitale di Marx – fanno da battistrada alla protesta che di lì a poco coinvolgerà gran parte degli atenei italiani: bocciata senz’appello la riforma proposta dal governo, si invoca un reale rinnovamento dell’intero sistema universitario, che passi attraverso la ridefinizione di programmi, metodi, orari, tasse, diritti di rappresentanza. Fra le autorità accademiche, però, sono in pochi a prendere sul serio la situazione: uno di questi è proprio Volpato.

Il comitato studentesco trentino ha indetto la “Settimana sulla guerra in Vietnam” dal 12 al 18 marzo. L’intento è quello di uscire dal recinto dell’università, coinvolgendo l’intera città in una serie di iniziative di solidarietà con il popolo vietnamita: mostre, dibattiti, proiezione di filmati. Contestualmente, gli studenti hanno proclamato uno “sciopero politico” – ossia un’astensione dalle lezioni – di due giorni.

Volpato a quel punto invia agli occupanti un messaggio conciliante nei toni, ma fermo nella sostanza: “La direzione non intende contestare a nessuno il diritto di esprimere anche pubblicamente il proprio punto di vista su ogni questione; tuttavia la manifestazione non deve avvenire all’interno dell’università, per non turbare il normale andamento degli studi per coloro che volessero continuarli”.

Ma l’affollata assemblea che si tiene il primo giorno ratifica quanto deciso dai capi, respingendo l’invito del direttore: “L’università è nostra”, gli si manda a dire. Il14, il primo dibattito contro la politica americana prende così il posto della programmata lezione di metodologia delle scienze sociali.

Assente Volpato impegnato a Roma, ad applicare le disposizioni della presidenza resta Tarcisio Andreolli, direttore amministrativo della facoltà nonché uomo di fiducia di Kessler. Piombato nell’aula al termine della proiezione di un film sui vietcong, dà ai ragazzi l’ultimatum: “Questa manifestazione è abusiva: se rimanete qui ve ne assumete tutta la responsabilità”.

Non gli viene dato ascolto; interviene allora la polizia, invitando la settantina di disobbedienti ad uscire; ma pure questo tentativo va a vuoto: i ragazzi, imitando Gandhi, oppongono la resistenza passiva. Uno a uno allora vengono trascinati fuori dagli agenti, identificati e fotografati: ma una volta schedati, gli irriducibili vietnamiti riprendono come nulla fosse la discussione in piazza Duomo, sotto la fontana del Nettuno.

Il direttore – cui Andreolli dinanzi agli studenti ha pensato bene di addossare l’irruzione degli agenti – ordina la chiusura dell’ateneo sine die. Sul portone dell’istituto fa così la sua apparizione una scritta non priva di comicità: “Università yankee. Volpato lacchè degli aggressori Usa”. La presidenza si sarebbe dunque mossa solo per occultare le atrocità commesse in Vietnam dagli americani; il comitato decide allora di trasferire la mostra fotografica che le documenta sotto i portici di piazza Italia, organizzando anche una marcia silenziosa per le vie della città.

Ma dopo appena tre giorni, un ulteriore telegramma di Volpato dispone la ripresa delle lezioni in via Verdi già a partire dal lunedì successivo. L’illustre matematico si rivela per l’occasione anche saggio pedagogo, applicando la classica tattica del bastone e della carota, antica quanto la scuola: la faccia truce del maestro-educatore al momento della necessaria strigliata, cui fanno presto seguito l’indulgenza e la rinnovata fiducia nell’alunno.

Una strategia finalizzata a realizzare le peculiari finalità della scuola: crescita, formazione, disciplina, maturazione, correzione; ma per il cui successo è necessario avere a che fare con studenti “normali”: il cui obiettivo primario, cioè, resta quello di apprendere, o quantomeno di tirarsi fuori il prima possibile. Tale preoccupazione, però, non pare assillare più di tanto i componenti il “movimento” trentino.

La sera della chiusura della settimana vietnamita, alla Filarmonica va in scena uno spettacolo teatrale ideato su due piedi dal veneziano Ettore Camuffo e interpretato dagli stessi studenti: la pièce si conclude con i vietcong che bersagliano di sputi la bandiera americana. Venuta a conoscenza del fatto, la magistratura incrimina Camuffo per vilipendio; sotto inchiesta finisce anche Claudia Rusca, la più agitata delle studentesse al punto di meritarsi il soprannome di pasionaria: alla mensa declama sempre il verbo del Libretto rosso di Mao fra gli applausi dei più; alle manifestazioni non perde occasione per apostrofare i poliziotti “servi del potere”.

Nel frattempo giunge in città Indro Montanelli, il grande giornalista e storiografo conservatore. Una studentessa gli si avvicina chiedendogli un autografo sul suo ultimo libro: l’autore non fa a tempo ad appoggiarvi la penna che la ragazza glielo straccia in faccia. A questo punto anche il principale quotidiano trentino, l’“Alto Adige” (di ispirazione laica), che pure aveva seguito con simpatia gli esordi del movimento studentesco, decide di lanciare l’allarme su quanto da un po’ di tempo sta accadendo in città nell’indifferenza generale.

Al di là degli ultimi episodi, preoccupa anche la metamorfosi estetica subita dagli universitari: alle impeccabili tenute accademiche dei primi anni sono difatti subentrati barbe incolte, eskimo, jeans, camicie aperte sul petto, sandali. Nemmeno le ragazze danno un bell’esempio: lontane da casa, molte manifestano la propria emancipazione fumando. Le mamme delle liceali allora ingiungono alle figliole di tenersi alla larga da “quelli che stanno alla fontana di piazza Duomo”.

La leadership di Rostagno sul movimento è ormai ben salda. Ideologicamente si è attestato su una posizione di terzomondismo guevarista (in fondo non lontana da quella dello stesso PSIUP): ed è infatti al celebre rivoluzionario argentino che non tardano a paragonarlo i suoi compagni, ribattezzandolo come il Che”. La barba fluente, gli occhiali neri, l’anello carismatico, il distintivo di Mao bene in vista sulla giacca verde sdrucita da miliziano cubano, è sempre lui a guidare manifestazioni e cortei, bandiera rossa in spalla e fazzoletto al collo. Un capo oltremodo egocentrico e rumoroso, disposto a tutto pur di calamitare l’attenzione: al mattino, quando fa il suo ingresso in facoltà, è l’urlo selvaggio che lancia ad annunciarne a tutti l’arrivo.

Mauro diverrà il campione dello stile sessantottino portando originalmente agli estremi le tradizionali categorie della goliardia studentesca (il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia, lo spirito di avventura, la fertile fantasia) sino a farne uno strumento non di semplice canzonatura, bensì di contestazione feroce, irridente, dissacrante dell’intero sistema; eppure senza mai perdere il controllo, sempre con un certo distacco e privilegiando ogni volta l’aspetto simbolico dei suoi eccessi. Se fa il villano – a tavola parlando come uno scaricatore di porto, al cinema facendo riecheggiare la sala della sua fragorosa digestione – è solo per ridicolizzare le buone maniere borghesi: e il bello è che più le fa grosse, più non batte ciglio.

Il suo apostolato si manifesta anche per le vie del centro, che lo vedono spesso prodigarsi a favore dell’“integrazione” fra movimento e cittadinanza abbordando i passanti: “Vorremmo spiegarle le nostre ragioni…” – “Andate a lavorare”, è la risposta che riceve più di frequente. Pure in tali occasioni non disdegna la platealità: ad un signore rimasto più impassibile degli altri fa volar via il cappello per provocarne una qualche reazione; costui tuttavia si limita a raccoglierlo senza reagire, non dando soddisfazione al perdigiorno e tirando dritto per la sua strada. Un giorno in mensa giunge a sequestrare dei malcapitati americani; interviene la polizia: “Rostagno, che fai? – Questi sono nostri prigionieri: esattamente come loro, in Vietnam, tengono prigionieri i compagni vietnamiti”.

Coi suoi Mauro sa parlare come un oracolo: vede più in là degli altri, allargando sempre i confini del discorso; cita i Manoscritti marxiani che è un piacere; contribuisce più di tutti al rinnovamento del linguaggio universitario rispetto al lessico burocratico tradizionale; ma soprattutto sforna in continuazione slogan che vanno regolarmente a immortalarsi sui muri dell’ateneo: “Non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”. Attinge direttamente da Marcuse, teorico del “grande rifiuto” contro il modello vigente e profeta dell’“immaginazione al potere”: “Non vogliamo mangiare alla vostra tavola: vogliamo rovesciarla”; così come da Reich, araldo della liberazione della sessualità dai lacci impostile dalla società borghese e oscurantista: “La nostra scienza è l’utopia. La nostra realtà è l’eros”.

Affascinante, ironico, spavaldo, il Che finisce con il diventare l’idolo di tutte le ragazze della facoltà in odore di emancipazione: cadono ai suoi piedi una dopo l’altra. Lo porteranno in pellegrinaggio pure alla Cattolica, ove il fenomeno di adorazione collettiva da parte femminile si ripeterà fatalmente.

Volpato nel frattempo proseguendo lungo la linea paternalistica convoca uno a uno i settanta reprobi chiedendo loro ammenda: la minaccia è quella di una sospensione dagli esami. “Perché avete tenuto in facoltà una riunione politica che sapevate vietata? – Perché il Vietnam ci riguarda, come studenti e come sociologi”. Tutto finisce così a tarallucci e vino: ossia con la semplice firma da parte dei ragazzi di una dichiarazione in cui ammettono di avere fatto una cappellata.

Non altrettanto indulgente si rivela però il pretore Elberti, il quale li condanna a 10.000 lire di multa per non aver ottemperato all’ordine di sgombero impartito loro dalla polizia; pena raddoppiata per gli studenti individuati come i capi della disobbedienza, fra i quali Camuffo e la Rusca. I quali invece la scampano per la vicenda dell’oltraggio alla bandiera statunitense; per il giudice istruttore Cordella, infatti, si è trattato di una normale manifestazione di “critica politica”, per quanto vivace: donde l’archiviazione della denuncia.

Oltre ai contestatori, tuttavia, a Trento sono anche studenti studiosi: i più solerti fra gli immatricolati del ‘62 hanno depositato la tesi di laurea già l’anno precedente, al termine del quadriennio curricolare. Per la discussione si è dovuto però attendere il riconoscimento ufficiale da Roma: il crisma del decreto presidenziale è infatti giunto solamente il 4 luglio 1967. Il 21 di quello stesso mese l’Istituto superiore di scienze sociali di Trento può così proclamare i primi dieci dottori in Sociologia: tutte le autorità cittadine, vescovo in testa, sono presenti in sala a celebrare quel giorno tanto atteso.

Dopodiché l’università trentina fa registrare un vero e proprio boom di iscrizioni: ben 700 matricole portano a duemila il numero degli studenti, in cinque anni decuplicatosi. Il collegio di Villa Tambosi è ormai al collasso: ciononostante, la richiesta di alloggi che l’università rivolge ufficialmente alla città cade nel vuoto. “Non si affitta ai sociologi”, si leggerà anzi sempre più spesso negli annunci economici; ai ragazzi non rimarrà allora che dar vita a piccole “comuni” – maschili e femminili – tutte più o meno abusive ma dai nomi sempre rigorosamente rivoluzionari.

Scoperto di avere in comune la passione per Sartre, Curcio e la riminese Marianella Sclavi iniziano a rappresentare, per le bettole trentine, scenette esilaranti e drammatiche al tempo stesso con cui sperimentano le tecniche del sociodramma. I temi dell’emancipazione sessuale, dell’amore libero, del femminismo iniziano così ad insinuarsi in città in maniera neppure troppo velata: ovvio che a quel punto i pettegolezzi dei benpensanti circa la moralità degli studenti – specie di quelli forestieri – si moltiplichino.

Renato ha nel frattempo compiuto un ulteriore salto ideologico, convertendosi al marxismo maoista. Suoi referenti politici sono adesso riviste quali “Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “Quaderni piacentini”: letture che maturano in lui la convinzione che l’università trentina, con una percentuale così alta di non liceali – e dunque, teoricamente, di “non borghesi” – possa trasformarsi nel laboratorio ideale per il passaggio da scuola d’élite a scuola di massa.

Con Rostagno sono diventati grandi amici; lasciato il convitto, assieme a un altro compagno – Paolo Palmieri – si insediano in una casa diroccata in riva all’Adige, loro concessa da un’amica. I tre, rimesso un po’ a posto l’edificio con l’aiuto di altri volenterosi ed aiutandosi con qualche furtarello (la tonda pedana dei vigili urbani, trafugata da una piazza, diventa il grande tavolo da lavoro; pure la corrente la fregano) vi hanno aperto anch’essi una comune, ideologicamente assai impegnata. Una “casa di studio aperta” ove tenere dei piccoli seminari su argomenti non affrontati in facoltà; o comunque trattati – a loro giudizio – male: Wittgenstein, Marx, Fanon, Marcuse, Benjamin.

L’esperimento riesce: gruppi di venti compagni vengono ad animare tali corsi alternativi. Tra loro anche qualche ragazza che, sfidando i radicati pregiudizi della società trentina, osa varcare quel ponte sul fiume per l’iniziazione alla “casa degli stregoni”: fra queste, Margherita Cagol.

“Mara” ha ventidue anni: di famiglia cattolica e borghese, si è diplomata in ragioneria e in chitarra classica al conservatorio. Religiosa a sua volta, non manca mai la messa della domenica, dedicando inoltre interi pomeriggi all’assistenza degli anziani negli ospizi della zona. Renato se ne innamora subito.

Il fatidico anno accademico 1967-68 si apre nel segno della rivolta studentesca contro la riforma Gui, ripresa dal governo Moro. La ristrutturazione dell’università deve passare secondo il ministro attraverso la creazione di dipartimenti che aggreghino insegnamenti affini e l’istituzione di tre gradi di laurea (diploma al termine del primo biennio, dottorato di ricerca due anni dopo la laurea). All’atteggiamento conciliante del PCI, che si limita tuttalpiù a chiedere qualche emendamento, gli studenti replicano invocando l’azzeramento del disegno di legge.

Un modello radicalmente alternativo a quello presentato dal governo e sostanzialmente recepito dai comunisti viene allora messo a punto dal duo Curcio-Rostagno. Portando alle estreme conseguenze tanto l’esperienza dell’“università critica” berlinese quanto le istanze del “movimento per la libertà di parola” degli studenti di Berkeley, essi applicano la “teoria critica della società” elaborata dai filosofi di Francoforte all’università, esplicitandone la funzione rivoluzionaria nel capillare Manifesto per una università negativa.

“Università e società  Oggi, di fatto, l’università strutturalmente si pone come una organizzazione la cui funzione è quella di soddisfare gli svariati bisogni tecnici della società. L’università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre più a punto l’organizzazione del dominio di una classe sulle altre classi. L’apparato tecnologico, così potenziato, può finalmente sostituirsi al “Terrore” nel domare le forze sociali centrifughe e fornire alla classe sociale che ne dispone una superiorità immensa sul resto della società.  Università come strumento di dominio  L’università è uno strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la funzione di produrre e trasmettere una ideologia particolare – quella della classe dominante – che presenta invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle attitudini-comportamenti particolari – quelli della classe dominante – che presenta invece come necessari e universali.  Università e repressione  Alle volte, però, gli strumenti tecnici non sono sufficienti a mantenere lo status quo. È il caso in cui frange non integrate turbano la quiete manipolata dell’universo politico. Nell’università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non) della politica nazionale ed internazionale. REPRESSIONE e VIOLENZA sono il tessuto connettivo della nostra società. Ma noi formuliamo come ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove forme di lotta interna ed esterna (nazionale ed internazionale) e lanciamo l’idea di una UNIVERSITÀ NEGATIVA che riaffermi nelle università ufficiali ma in forma antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico, critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori mercenari chiamano “ragione” e ponga quindi le premesse di un lavoro politico creativo, antagonista ed alternativo.  Contestazione politica  Solo il rovesciamento dello stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema d’insegnamento. Lo studente deve quindi, al di là del suo status, agire, in una prospettiva di lungo periodo, per la formazione (stimolazione) di un movimento “rivoluzionario” delle classi subalterne, che si esprima nella forma organizzativa più adeguata al nuovo tipo di lotta che si deve condurre. Noi abbiamo individuato l’Università Negativa come luogo di integrazione politica e analisi critica dell’uso degli strumenti scientifico-tecnici proposti dallo strato intellettuale della classe dominante nelle nostre università. Ad un uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso socialista delle tecniche e dei metodi più avanzati.  Forme di contestazione ideologica  La contestazione ideologica si esplica in forme diverse: a) Controlezioni e occupazioni bianche. Le controlezioni si tengono di regola, alla stessa ora delle lezioni ufficiali, su argomenti di insegnamento universitario, e tendono a sottrarre a queste, quando lo si ritenga opportuno, la totalità dell’uditorio.  b) Controcorsi: forme più organiche di contestazione, con finalità meno immediate e più spettacolari, che consistono in una più profonda e consapevole socializzazione politica di studenti già precedentemente sensibilizzati.  Contestazione sindacale  Vorremmo infine aggiungere che il nostro interesse per il movimento studentesco non implica evidentemente una sopravvalutazione dello stesso. Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in alcun modo essere considerato alla stregua di una “classe”, i cui interessi siano oggettivamente e potenzialmente antagonistici alla attuale formazione economico-sociale. Consideriamo quindi l’università sì un centro di lotta, ma non il solo, né il principale, comunque non sottovalutabile poiché in essa prende corpo l’operazione livellatrice programmata dal capitale. Un modo per opporsi a questa operazione è il tentativo, portato avanti con gli strumenti da noi individuati, di “sottrarre” al flusso tecnocratico potenziale forze antagonistiche (ANTIPROFESSIONISTI) per affiancarlo non episodicamente alle altre forze antagonistiche della nostra società. Per questo avanziamo il progetto di una UNIVERSITÀ NEGATIVA, che esprima in forma nuova nelle università italiane quella tendenza rivoluzionaria che sola potrà condurre la nostra società dalla “preistoria” alla STORIA.”

Dopodiché gli esponenti del movimento si riuniscono per discutere il modo in cui attuare tale “controuniversità”. Scartata l’ipotesi di una gestione democratica della facoltà mediante il “rifiuto della delega” (con cui la rappresentanza studentesca viene definitivamente soppiantata a favore dell’“assemblea generale”: sulla quale, non prendendovi solitamente parte la “maggioranza silenziosa”, è giocoforza destinata a dominare la frangia estrema), viene proclamato un mese di occupazione “bianca” (ossia che non impedisce la normale attività accademica) e di sciopero “attivo” (in cui cioè ci si rifiuta di prender parte ai corsi istituzionali ma organizzandone al contempo di alternativi).

Rostagno stavolta ha dovuto agitarsi più del solito per convincere gli altri: non pochi compagni infatti giudicavano l’iniziativa inopportuna e azzardata. La discussione è perciò andata per le lunghe, l’ora si è fatta tarda e così è toccato a Curcio di correre giù prima che il bidello li chiudesse dentro: “Guarda che noi stanotte dormiamo qua”, gli comunica, “tu vai pure via senza preoccuparti”. Non potendo prevedere la reazione della dirigenza, per sicurezza si sposta qualche mobile contro le porte; mentre alle finestre vengono esposti striscioni allo scopo di comunicare la novità all’esterno: “Università occupata”, “Stop the war in Vietnam”.

L’anno accademico prende così il via in un susseguirsi di lezioni collettive, assemblee, discussioni. A recitare la parte del leone nell’università negativa sono dunque i “controcorsi”, di cui peraltro si sono già fatte le prove generali nella comune sull’Adige. Si tratta di seminari di studio su argomenti ideologicamente cult in cui a salire in cattedra – oltre alle “tre M” della venerata trinità rivoluzionaria Marx-Mao-Marcuse – sono autori del tutto misconosciuti ai programmi accademici quali lo stesso Guevara, Panzieri, Cabral.

L’enorme patacca con il faccione del leader cinese attaccata all’eskimo, Curcio provvede personalmente anche alla distribuzione in facoltà del Libretto rosso da lui stesso tradotto. Il Manifesto riceve l’onore della pubblicazione su “Lavoro politico”, neonata rivista marxista-leninista-maoista di Verona. Nell’editoriale che verga per l’occasione, Renato fissa quali irrinunciabili rivendicazioni del movimento: l’abolizione delle tasse universitarie; l’attribuzione a ogni studente di un’indennità salariale, a prescindere dal merito; il riconoscimento di un salario integrativo a quelle famiglie per cui l’iscrizione di un figlio all’università comporti la perdita di una fonte di sostentamento.

Il programma dei controcorsi chiarisce che “ogni lezione proposta alla discussione viene elaborata da un gruppo particolarmente competente in quella materia: tale elaborazione mira a saldare quella frattura tra cultura e politica che quotidianamente viene riproposta dal sistema di insegnamento capitalistico”. Il primo seminario alternativo ha per oggetto la “rivoluzione culturale” cinese e il pensiero di Mao; il secondo, la fase attuale dello sviluppo capitalistico. Il presidente del PSIUP, Lelio Basso, dopo essere stato in Vietnam a documentarsi viene a mostrare ai ragazzi le bombe a frammentazione usate dai soldati americani contro i vietcong. Giunge in città anche il trasgressivo gruppo del “Living Theatre” di Julian Beck, per restarvi quindici giorni e suscitando non poco scalpore.

Come spesso succede negli eccessi di sperimentazione, tuttavia, il debutto dell’università negativa rivela degli imprevisti; tallone d’achille dei corsi autogestiti, in particolare, è il fatto di degenerare sovente in baruffa: gli stessi relatori ingaggiati – i quali presumibilmente dovrebbero riscuotere il gradimento di chi li ha scelti – vengono sovente contestati e zittiti. Assemblee si susseguono allora febbrilmente per uscire dal vicolo cieco in cui ci si è cacciati; la soluzione viene alfine trovata nel rilanciare il confronto con la direzione, alla quale gli studenti chiedono, quale contropartita per il ritorno alla normalità, l’aumento sia degli insegnamenti complementari – con particolare riguardo alla politica – che degli indirizzi di specializzazione, al fine di facilitare l’accesso ai concorsi pubblici. Dopodiché si ritorna a frequentare i corsi regolari.

Esplode la rivolta

 Nel frattempo altre università italiane vanno in fibrillazione: la prima ad essere occupata è proprio la Cattolica, allo scopo di trasformarla da ateneo d’élite a università popolare. Qui, però, la reazione dei vertici è dura: il rettore, fattala sgomberare dalla polizia, ne procede alla chiusura. Tuttavia gli studenti – prendendo spunto da quanto accaduto a Sociologia per la settimana vietnamita – proseguono nella protesta organizzando manifestazioni ed accampandosi per giorni in largo Gemelli, di fronte all’ingresso principale dell’ateneo. Le autorità accademiche, a quel punto, non manifestano la stessa indulgenza dei dirigenti trentini, procedendo  contro il “bivacco degli estremisti” con la repressione interna: 150 studenti verranno sospesi da sei sessioni d’esame, 28 allontanati dai collegi universitari mentre i capi della contestazione saranno addirittura espulsi dall’università.

Tocca poi agli studenti di Torino occupare Palazzo Campana (sede di Lettere e filosofia e Giurisprudenza), scontrandosi però con la coraggiosa determinazione del rettore a tenere comunque la sua lezione, subito imitato da altri docenti. Dinanzi alla rabbiosa reazione degli occupanti, però, si decide di riparare presso altre facoltà non occupate, ove interverranno tuttavia soltanto sparuti gruppetti di studenti. Anche a Torino sarà comunque la linea dura a prevalere nella dirigenza, con la sospensione per un anno dagli esami di 100 contestatori (molti compagni dei quali, a quel punto, si autodenunceranno dell’occupazione per solidarietà).

Quando poi, all’inizio del ‘68, in parlamento prende il via l’ennesimo dibattito sulla riforma universitaria, l’agitazione si estende alla gran parte degli atenei italiani. Il 10 gennaio è così lo stesso Kessler a prendere posizione sulla situazione che si va profilando; egli tende a giustificare la contestazione che va prendendo corpo, classificandola come nell’ordine delle cose: “La facoltà trentina di Sociologia soffre di tutto quel travaglio di cui l’intera università sta soffrendo e di cui abbiamo una dimostrazione dalla discussione che sta avvenendo in parlamento sulla famosa legge di riforma universitaria. Che poi questo travaglio, o meglio la manifestazione di esso, tenda ad assumere nella nostra facoltà accenti o sfumature più vivaci, questo non deve meravigliare nessuno: perché il tipo stesso di studi che vengono qui impartiti – e direi la stessa caratteristica umana dei frequentatori di un tipo di curriculum di studi quale questo – può evidentemente portare a una maggiore accentuazione di alcuni aspetti, a una maggiore vivacità nella esposizione di determinate istanze che, ripeto, non sono peculiari della nostra facoltà, bensì generalmente presenti in tutta l’università italiana”.

Fra il presidente e i suoi putei è evidentemente nata, sin dai tempi della battaglia combattuta fianco a fianco per il riconoscimento della facoltà, anche una complicità personale; non è del resto difficile trovarlo alla “Cantinota” a discutere in dialetto trentino con Rostagno e Boato, o a giocare a morra. Non sono pochi tuttavia i suoi elettori che incominciano a storcere il naso su questo eccesso di cordialità, individuandovi la radice del prevaricatorio atteggiamento di quei giovanotti.

Nonostante l’indulgenza più volte manifestata, Volpato è da tempo in cima alla lista nera dei contestatori: alla nuova parola d’ordine del rifiuto delle gerarchie si assommano infatti le antiche ruggini per la centralità dal direttore di Sociologia assegnata nel percorso di laurea all’ambito aritmetico. La resa dei conti viene fissata dagli stessi ragazzi per la sua lezione di matematica generale del 31 gennaio; purtroppo il professore cadrà nella trappola da loro tesagli reagendo d’impulso, facendo appello a un’autorità che essi non riconoscono (e che peraltro egli non è neanche materialmente in grado di far rispettare) e infine scendendo sullo stesso piano dei suoi antagonisti.

Allorquando fa il suo ingresso nell’aula stracolma, da parte di gruppetti organizzati scatta la sommossa: lazzi, scurrilità, baccano. Non considerando che la cosa è studiata apposta per fargli perdere le staffe, il docente prima di fare dietrofront protesta, giungendo a litigare con uno studente che si è rifiutato di consegnargli il tesserino (“Io me ne frego del direttore!”), con reciproci insulti. Una volta tanto anche la “maggioranza silenziosa” si muove: uno studente raggiunge Volpato nel suo ufficio per chiedergli, a nome di una folta rappresentanza, di andare a svolgere la lezione da un’altra parte.

Non si fa a tempo a trovare una nuova aula, che anche qui irrompono i provocatori; a guidarli è Rostagno: al quale – manco a dirlo – per completare il corso di studi mancano giusto gli esami dell’ambito matematico. Il momento non sarebbe il migliore per fare dell’ironia, ma il professore evidentemente non riesce a trattenersi: “Oh, Rostagno! Ho piacere a vederti per la prima volta al corso di matematica: chissà che tu non ti decida una buona volta a togliertelo, quest’esame…”. Impassibile, per tutta risposta il Che si accende una sigaretta.

“Ehi, non si fuma durante le lezioni!”, lo incalza il direttore. “Ecco una prova dello strapotere accademico”, ironizza allora Mauro rivolto ai compagni. “No, è una norma d’igiene, giovanotto. Sono fumatore anch’io e sopporto questo sacrificio”, la replica dalla cattedra. Ma tale disponibilità al dialogo sortisce l’effetto opposto; tosto dal gruppetto dei disturbatori si leva un’altra voce: “Professore, io vorrei sapere a cosa serve la matematica per un corso di laurea in sociologia – Se frequenti il mio corso, ti renderai conto che alla fine anche la matematica può servire”.

Lo spirito del Sessantotto: trasformare la lezione in un dibattito sull’utilità della lezione stessa, svilendo l’autorità del docente e riducendolo a mero interlocutore. Immediatamente si alza un altro “umanista”: “Professore, io sono al quinto anno, ho superato l’esame di matematica: ma non ho ancora capito a cosa possa servire la matematica per un corso di laurea in sociologia – Mi spiace. Esistono diversi livelli di comprensione, dai più bassi ai più elevati: tu ti sarai fermato al più basso…”.

Rostagno non aspettava altro: può adesso mettere in atto quella “demistificazione del professore” alla quale tende tutta la sua missione. Si alza in piedi: “Lei non deve rispondere così, lei è docente di matematica, lei è educatore, lei è direttore dell’istituto, lei ha il dovere di…”. Una scena quasi morettiana, in cui è il figlio a mollare un ceffone al padre al fine di educarlo. “L’insegnamento della matematica è previsto dal piano di studi e tu sai benissimo che è stato concordato fra studenti e docenti in pubblici dibattiti durati complessivamente 180 ore”, si schermisce Volpato prima di lasciare definitivamente la facoltà: ma ormai la frittata è fatta.

L’assemblea notturna indetta seduta stante dal movimento decide quasi all’unanimità l’occupazione dell’istituto per protesta contro l’arroganza del direttore. Nel documento che viene redatto, si ripropone l’autogestione dei corsi quale espressione della facoltà dei ragazzi di scegliere liberamente l’oggetto dei propri studi, nel quadro di un ribaltamento gerarchico che veda i docenti “a disposizione degli studenti”; viene inoltre rinnovata l’opposizione alla riforma Gui, bollata come antidemocratica.

Ma la novità più significativa sta nel carattere dichiaratamente politico che s’intende attribuire alla protesta mediante la creazione di un’organizzazione interuniversitaria finalizzata a coordinare il movimento contestatario nazionale: “Potere studentesco”, referenti trentini della quale vengono senz’altro nominati Rostagno e Boato.

Divisi in commissioni, gli studenti si applicano alla stesura di un documento programmatico che individui gli obiettivi del movimento, L’università come istituto produttivo, in cui si chiede “l’organizzazione in potere studentesco come strumento di rottura dell’autoritarismo accademico e degli autoritarismi ad esso congiunti, quello poliziesco e statale anzitutto”.

Rostagno ne curerà la parte più dottrinaria: “L’università è un istituto di produzione del sistema attuale che ha come scopo il riprodurre il sistema attuale. Come in ogni istituto produttivo che si rispetti, la vendibilità-fungibilità della merce prodotta è garantita dall’istituto stesso tramite il preciso controllo di quantità e qualità delle merci stesse”. Nella selezione della classe dirigente il sistema si tutela, dal punto di vista quantitativo, tramite le tasse universitarie, il costo elevato dei manuali, la dislocazione territoriale delle sedi, in modo da penalizzare gli appartenenti ai ceti meno abbienti; al controllo qualitativo provvedono invece, nel momento topico dell’esame, “la mafia accademica e la cosca degli assistenti”, chiamate a valutare nello studente “il suo carattere di merce, la sua capacità a funzionare in un sistema mercantile”.

La quantificazione del risultato dell’esame non è altro che il calcolo di un quoziente di funzionalità: “Il voto alto significa alta fungibilità attuale e futura al sistema. Un voto basso l’inverso. Non si tratta quindi di valutazioni scientifiche o pseudotali, ma di valutazioni propriamente ideologiche e in senso lato politiche. Dietro il professore che esamina c’è sempre lo Stato, il criterio borghese che valuta l’adattabilità della forza-lavoro in via di qualificazione a essere domani forza-lavoro fungibile e contenibile entro i rapporti di produzione dati”. Inoltre, a tutela dell’ordine costituito, i controlli esercitati dall’istituzione universitaria sulla “merce in produzione” non potranno limitarsi alla sfera del profitto, ma dovranno necessariamente estendersi a quella della condotta: “Ricordiamo come lo statuto della nostra facoltà volesse imporre un comportamento corretto degli studenti, sia dentro che fuori l’istituto”.

Il 2 febbraio Volpato convoca il collegio docenti per decidere sul da farsi. Il direttore riceve la solidarietà dei colleghi per quanto occorsogli due giorni prima, ma assieme al consiglio di non chiamare la polizia: “Sarebbe peggio”, gli raccomandano i più. La situazione che si è creata è ben curiosa: tutti giudicano quanto sta accadendo in facoltà un delirio; ma nessuno osa ammetterlo esplicitamente. La direzione opta così ancora una volta per il dialogo, nonostante un evento esterno rischi di far degenerare la situazione: accade infatti che il lunedì successivo i dipendenti del museo di scienze naturali (malauguratamente collocato al terzo piano dello stesso istituto di via Verdi) abbiano avuto l’accesso impedito dalla barricate erette dagli occupanti.

Sono perciò dovuti intervenire i carabinieri, ma non per sgomberare né per intimidire: l’occupazione può pertanto continuare, al pari della ricerca di proseliti. Gli universitari mirano infatti a coinvolgere nella contestazione i liceali: “La scuola italiana è organizzata per selezionare gli studenti e non per formare persone consapevoli del tempo in cui vivono. L’autoritarismo e il potere assoluto e burocratico dei professori è esercitato attraverso le interrogazioni, il voto e l’esame. Sono strumenti repressivi che non vi permettono un lavoro comune. Così è nella scuola media, così è nell’università”, denunciano cartelli.

Controcorsi e seminari autogestiti possono così riprendere a dilettare gli occupanti sui temi che stanno più loro a cuore: funzione sociale del sociologo, psicanalisi, società e repressione, università e territorio, imperialismo… Venire a parlare nella cittadella della contestazione diviene più che mai una moda: vi sfilano il compositore Nono, lo psichiatra Basaglia, la giornalista Rossanda. Ad annunciarne gli interventi, i dazebao, caratteristici manifesti illustrati in stile cinese; il più bellicoso dei quali richiama l’opportunità per gli studenti di “una regolare frequenza al poligono di tiro di Sardagna, necessaria materia didattica per il rivoluzionario perfetto”. La Cagol intanto delizia i compagni con la sua chitarra.

Mentre nelle diverse commissioni si dibatte sui temi enucleati (ragioni delle lotte studentesche, autoritarismo, diritto allo studio, situazione degli studenti medi, degli studenti lavoratori, delle fabbriche), un telegramma di Kessler intima: “Vi assumete la totale responsabilità civile e penale di ciò che state facendo”. Ma l’occupazione prosegue, nonostante anche l’ingenuo tentativo della dirigenza di dissuadere gli aspiranti vietcong lasciandoli al freddo mediante la disattivazione del riscaldamento.

Il fossato fra città e studenti nel frattempo si allarga. È in particolare la promiscuità dei bivacchi notturni a scandalizzare la gente: “Ma davvero le femmine dormono assieme ai maschi?”, si mormora sempre più spesso nell’incontrarsi per strada, e immaginandosi un utilizzo boccaccesco di quei sacchi a pelo. Dall’indignazione al sarcasmo, molti iniziano allora a parlare di “sozzologhi”.

Il primo convegno nazionale di Potere studentesco ha luogo a Trento, il 6 febbraio, per fare il punto sullo stato della lotta e sulle prospettive del movimento. Nella mozione conclusiva, Curcio e Rostagno evidenziano come un salto di qualità in senso rivoluzionario non sia ancora possibile: “Questo non è un momento rivoluzionario, ma prerivoluzionario, e quindi non è un momento in cui si pone immediatamente il problema della presa del potere, ma l’organizzazione di un lavoro politico. Non è l’esempio cubano, ma l’esempio cinese quello che abbiamo di fronte; cioè non è possibile l’organizzazione dell’isola felice con due anni di lotta: ma è possibile attraverso 40 anni di resistenza”.

Viene quindi posta in primo piano l’esigenza di far convergere la battaglia studentesca con quella operaia: “È fondamentale affermare come l’autonomia del nuovo movimento non debba diventare né rimanere autonomia delle lotte studentesche universitarie da quelle degli studenti medi, dalle lotte proletarie e in particolare dalle lotte operaie. Il legame delle lotte studentesche con le lotte operaie deve realizzarsi tuttavia a livello di lotta di massa e non risolversi assolutamente in incontri verticistici di pochi burocrati dell’uno e dell’altro movimento. Le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e lotte operaie pongono in modo già chiaro la necessità di un salto politico dal “collegamento” alla “convergenza” di esse, sia a livello tattico che strategico”.

Vengono così anticipate le grandi mobilitazioni dell’“autunno caldo”: a dare un notevole contributo in tal senso è in particolare Gigi Chiais. Veneziano, da tempo in contatto con le maestranze operaie della zona e per questo inserito nella commissione fabbriche, dopo la laurea ha deciso di rimanere a Trento per non perdere il treno della rivoluzione. Per vivere insegna lettere alle medie, degno emulo del professor Sinigaglia: il personaggio de I compagni di Monicelli che forma alla lotta sindacale gli operai di un’industria tessile torinese di fine Ottocento.

In un documento programmatico redatto nei giorni dell’occupazione, Chiais ha ammonito: “O la crescita politico-organizzativa del movimento trova sbocco organico nel quadro generale delle lotte operaie, con un collegamento non di tipo astratto, oppure sin d’ora è possibile diagnosticare il fallimento politico delle lotte studentesche, il suo inevitabile assorbimento da parte del sistema”. A dargli l’occasione di passare dalle parole ai fatti è stato un nastrificio di Rovereto, le cui operaie sono entrate in agitazione dopo che l’azienda ne ha aumentato il carico di lavoro. Dotatele di un giornalino interno quale strumento delle loro rivendicazioni, il sociologo le riconverte al modello assembleare già impostosi in facoltà: il rifiuto della delega, e quindi della mediazione sindacale, finisce con lo spiazzare completamente tanto i vertici aziendali quanto i sindacati ufficiali.

Il potenziale propagandistico rappresentato dall’avanguardia trentina appare tale che il dirigente della CGIL Vittorio Foa propone ai capi del movimento di recarsi nel Mezzogiorno a sindacalizzarvi le politicamente incolte masse proletarie. Ma i ragazzi non sono disposti a scendere a compromessi con alcuna frangia del sistema, neppure la più rossa; sentendo puzza di bruciato, declinano l’offerta: “Non possiamo accettare: il movimento ha ancora bisogno di noi. E poi voi del sindacato volete solo indebolirci. Non ci stiamo”. Rostagno, inoltre, per rimanere a Trento declina anche la candidatura alla Camera offertagli dal PSIUP.

La violenta contestazione che si scatena nella più popolosa università italiana, la Sapienza di Roma, segna uno dei momenti cruciali del Sessantotto italiano: l’occupazione di Architettura – con relativi controcorsi cui aderisce in questo caso anche una minoranza di docenti – porta, il 29 febbraio (anno bisesto), allo sgombero della facoltà da parte della polizia, chiamata dal rettore. Si giunge così, il giorno successivo, alla “battaglia di Valle Giulia”: guidati da estremisti di destra, migliaia di studenti intenzionati a riappropriarsi dell’università attaccano i celerini che la presidiano.

I fatti di Roma suscitano una vasta eco nel Paese: celebre la lettura che ne dà Pasolini, il quale, da vero comunista, sceglie – contrapponendosi all’opportunismo del PCI – di schierarsi dalla parte dei poliziotti, “figli di poveri” e dunque costretti, per guadagnarsi il pane, a fare a botte con questi figli di papà che, nel giocare a fare i rivoluzionari, in realtà stanno solo seguendo una moda.

Dalle colonne del “Corriere della Sera” Montanelli, pur ammettendo che scuola e università avrebbero bisogno di riforme sostanziali e che gli studenti “fanno benissimo a sollecitarle anche con la frusta”, ritiene che contro il teppismo e la violenza di quelle giornate l’unico modo per riportare all’ordine gli atenei sia l’utilizzo dei carabinieri.

Il frangente storico è tuttavia delicato: ci troviamo difatti alla vigilia di elezioni politiche che giudicheranno il centrosinistra guidato da Moro (a sua volta docente universitario); difficile perciò immaginare che il governo possa disporre misure tali da far degenerare le tensioni, facendo per giunta un regalo ai comunisti. Kessler allora per far uscire Sociologia dall’impasse s’inventa una soluzione tipicamente democristiana.

Individuato in Volpato il capro espiatorio da offrire agli studenti in cambio del ritorno alla normalità (quando l’episodio che lo ha visto protagonista è stato evidentemente solo il pretesto per procedere ad un’occupazione già largamente annunciata), il presidente chiede a Gui di procedere alla nomina del comitato ordinatore dell’università, previsto dallo statuto ma non ancora costituito. Al posto del direttore unico si insedia così un triunvirato espressamente incaricato di mediare tra movimento e istituzione, e composto dallo stesso Boldrini, dal socialista Bobbio (un cui figlio figura tra gli arrestati a seguito dell’occupazione torinese) nonché dal trentino Beniamino Andreatta, docente di economia a Bologna ma soprattutto esponente della sinistra democristiana, oltre che consigliere dello stesso Moro.

Allo scopo di riattivare il dialogo con gli studenti, Boldrini invita i rappresentanti di Potere studentesco ad un incontro, auspicando “un utile scambio di opinioni” e mostrando disponibilità a ridiscutere l’argomento degli insegnamenti dell’anno accademico successivo: in particolare quelli “che vincolano l’attività didattico-scientifica dell’istituto”, da sempre spauracchio dei sociologi trentini e perciò individuati quale principale pomo della discordia.

L’obiettivo è quello di salvare l’anno accademico, a rischio se entro la fine di febbraio non si saranno tenute almeno trenta lezioni curricolari. L’annullamento della sessione invernale di esami delinea gli schieramenti in seno al corpo studentesco: ai trecento “cinesi” che si ostinano a bivaccare nell’istituto di via Verdi si contrappongono adesso nettamente gli altri 1700 studenti che, dopo avere – profumatamente – pagato le tasse d’iscrizione, si vedono adesso impediti nella fruizione dei loro diritti da una sorta di “soviet”. Neppure l’incontro fra le due parti che ha luogo a Villa Tambosi contribuisce a sbloccare la situazione; alla ragionevole proposta della maggioranza di nominare una delegazione che raccolga l’invito al dialogo rivolto dal nuovo comitato ordinatore, gli occupanti rispondono infatti picche, riaffermando il principio della democrazia diretta: “Solo l’assemblea generale ha veste per trattare con il comitato sulla base della fase attuale di coscienza politica del movimento studentesco trentino e italiano”.

Decisa a non ricorrere all’intervento della forza pubblica per tener fede a quella linea della moderazione in ossequio alla quale si è vista insediare, la troika direttiva a quel punto non può che provare a scendere a patti con la minoranza giacobina che da novembre tiene in scacco l’università. Ma nemmeno tale ramoscello d’ulivo sortisce l’effetto sperato: ai dirigenti che impavidamente sono scesi nella fossa dei leoni Rostagno ribatte contestando la funzione stessa del comitato; inoltre, leggendo la mossa della controparte come un evidente sintomo di debolezza, alza improvvisamente la posta in gioco chiedendo anche per Sociologia la principale conquista del movimento studentesco dell’America Latina: il “cogobierno”. L’assemblea a sentire l’oracolo s’infiamma: ma Andreatta, per nulla intimorito, in piedi sopra una cattedra ribatte che tuttalpiù agli studenti può essere concesso un mero potere consultivo (che essi peraltro detengono già da due anni). L’occupazione ha a quel punto un motivo in più per proseguire, avviandosi a polverizzare ogni record di durata.

Il 6 marzo in consiglio provinciale si dovrebbe parlare di bilancio: Kessler tuttavia sente gli occhi di tutti puntati addosso per via di quanto sta accadendo all’università. Non si tira indietro, per prendere finalmente le distanze dal “sostanziale sfondo anarchico-rivoluzionario che anima certa parte del movimento studentesco, e che in definitiva non si distingue molto dal qualunquismo”. Ma nemmeno in questa circostanza si assume le proprie responsabilità, addossando anzi la colpa dell’attuale situazione all’arretratezza della legislazione e dell’organizzazione della scuola e dell’università italiane, del tutto inadeguate a suo dire rispetto ai profondi mutamenti sociali intercorsi dai tempi della riforma Gentile.

Lo schiaffo a San Vigilio

 A Trento, per diventare capipopolo, bisogna essere venticinquenni fuoricorso: non sfugge alla regola neppure Paolo Sorbi (“Paolino” per la statura ridotta e l’aria paciosa), cattolico, già a fianco di Boato nell’Intesa e attualmente rilanciato da Rostagno quale ambasciatore del gruppo. Dal movimento ha infatti ricevuto l’incarico di coinvolgere nella protesta gli studenti delle superiori: più che alla diplomazia, però, da buon sobillatore ricorre al sotterfugio.

In tempi in cui i presidi dopo lo squillo della seconda campanella fanno ancora serrare i portoni della scuola (chi è dentro bene, gli altri se ne tornino pure a casa), Sorbi le studia tutte per intrufolarsi: fino a rimediare una denuncia per un’incursione al liceo Prati (Elberti lo condannerà a 20.000 lire di ammenda). Una volta dentro, arringa i ragazzi contro l’autoritarismo scolastico, distribuisce loro volantini, li invita alle riunioni di “Potere studentesco”.

Ideologicamente si dichiara appartenente all’area del “cattolicesimo del dissenso”: una corrente di pensiero cui hanno dato il la certe innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, a partire dal dibattito sulla “chiesa dei poveri”. Sfruttando tali aperture, le ACLI sin dal ‘66 hanno messo in discussione il dogma dell’unità politica dei cattolici (indispensabile collante della forza elettorale democristiana), ponendo fine alla dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche e accentuando la propria collocazione a sinistra. Lo sfaldamento del blocco cattolico ha finito con il coinvolgere anche il più tradizionale fra gli strumenti d’influenza della Chiesa sulla società italiana, vale a dire l’Azione cattolica: la quale ha compiuto la cosiddetta “scelta religiosa”, optando per un maggiore impegno in ambito spirituale e pastorale a scapito di quello politico.

Ben presto si sono così formate aggregazioni cattoliche “spontanee” in esplicito e radicale dissenso con le gerarchie ecclesiastiche, giudicate eccessivamente blande e conservatrici nel recepire le suggestioni del Concilio, nel fare propria una visione antigerarchica e comunitaria della Chiesa nonché nel porsi dalla parte dei più poveri. Su di esse – in anni in cui tutto quanto arriva dall’America latina fa immediatamente tendenza in quanto recepito come rivoluzionario e “antimperialista” – hanno esercitato un certo influsso anche le posizioni di un gruppo di sacerdoti sudamericani schieratisi apertamente a fianco delle masse diseredate e dei partiti marxisti fino a riconoscere la legittimità dell’uso della violenza.

In queste che vengono definite “comunità di base” si riuniscono preti e laici accomunati dall’intento di vivere secondo lo spirito originario del Vangelo, in povertà e senza il vincolo di obbedienza alle autorità ecclesiastiche. Le “discussioni generali” che le caratterizzano prevedono il libero intervento di tutti, compresi i non credenti; di fatto, però, sul momento spirituale finiscono con il prendere il sopravvento il dissenso nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche e la protesta politica.

A Trento tale movimento cattolico dissenziente è ben rappresentato da nove sacerdoti: i quali – guarda caso – sono tutti quanti iscritti a Sociologia. Hanno pure pubblicato un documento in cui, traendo diretta ispirazione dal lessico leninista, viene condannato “l’imperialismo internazionale del denaro”. Richiamandosi all’enciclica Populorum progressio (emanata nel ‘67 da Paolo VI), inoltre, essi denunciano le storture che il sistema capitalistico produce anche nell’università, sposando in pieno le ragioni dell’occupazione in corso: “Il sistema scolastico in genere, e universitario in particolare, riflette sempre più la struttura autoritaria della società e al tempo stesso viene meccanicamente subordinato agli interessi predominanti dei grossi complessi produttivi, che ormai controllano e finalizzano a sé non solo il settore economico, ma anche tutti i principali aspetti della convivenza sociale, sottraendoli con la potenza del denaro a ogni effettiva e autonoma gestione democratica da parte di tutta la comunità”.

A guidare il singolare capitolo trentino dei reverendi sociologi è il trentaduenne Piergiorgio Rauzi: eletto dagli stessi convittori padre spirituale di Villa Tambosi – o meglio della “casa del popolo Rosa Luxemburg”, come verrà presto ribattezzata – dopo che i suoi due predecessori inviati dal vescovo sono stati cacciati a furor di popolo dal collegio, si vanta di votare comunista.

È in questo clima che prende corpo l’oltraggio del movimento alla comunità religiosa trentina: l’episodio che segnerà, in pratica, l’inizio anche del Sessantotto cattolico. La sfida degli studenti in rivolta alla città che li ospita non potrebbe essere lanciata in una sede e in un momento più solenni: in duomo, nelle severe navate che hanno visto le storiche sedute del Concilio tridentino, dinanzi alle reliquie di San Vigilio Martire, gli ultimi giorni di marzo sono dedicati ai riti della Quaresima.

Allorché il padre francescano Igino Sbalchiero, nel suo sermone serale del 26 marzo, dal pulpito prende ad attaccare l’Unione Sovietica “e i suoi lager, orrore per l’umanità”, dai banchi dei fedeli si leva un esagitato che – baschetto nero in testa, giacca di pelle – raggiunto il centro della navata si mette ad urlare: “Non è vero! Non è vero!”.

È il Sorbi: il quale ha evidentemente ritenuto di poter estendere a proprio piacimento il metodo sperimentato nelle informali comunità di base alla stessa sacralità della liturgia, interloquendo con l’officiante allo scopo di confutarlo. In realtà, il giovane ha semplicemente inteso emulare il gesto blasfemo dello studente tedesco (anch’egli di sociologia e altrettanto fuoricorso) Rudi Dutschke: il quale tre mesi prima, nella cattedrale di Berlino, ha interrotto la messa della notte di Natale invitando i fedeli a dimostrare il proprio spirito natalizio scendendo nelle strade a protestare contro l’intervento americano in Vietnam.

Debbono accorrere i compagni per sottrarre Paolino all’indignata reazione dei fedeli: i quali intenderebbero far guadagnare al profanatore l’uscita a suon di calci del sedere. Il giorno dopo tutti i giornali cittadini riportano la notizia del sacrilego episodio: perdurando l’occupazione e con essa lo stato di incontrollabile subbuglio che in città mette ormai a rischio tutto, comprese le funzioni religiose, le autorità non possono far altro che inviare in duomo poliziotti in borghese a tutela del diritto della gente di pregare. Anche in questo caso, però, i sociologi non restano a guardare: ogni sera, al momento della predica, decine di studenti escono dalla chiesa per fermarsi davanti all’ingresso a leggervi testi di padre Balducci e don Milani. Ecco così inventati pure i “controquaresimali”.

Le modalità di tale catechesi alternativa non si rivelano tuttavia rispettose di quella pastorale: seduti per terra, i ragazzi impediscono di fatto ai fedeli di entrare. A questa nuova provocazione il vescovo reagisce indirizzando alla diocesi una lettera in cui denuncia “una ben precisa intenzione di sovvertimento”. La comunità ecclesiale trentina a quel punto si spacca: ci sono teologi, persino confratelli francescani di Sbalchiero che, intendendo privilegiare il senso del suo gesto rispetto all’irriverenza della forma adottata, mostrano comprensione verso Sorbi: il quale viene addirittura invitato in parrocchia dai sacerdoti più progressisti, a pontificarvi su limiti del Concilio e mancata riforma della Chiesa.

A questo punto però è la stessa democrazia cristiana locale – con buona pace di Kessler – a non poter rimanere a guardare: rinnovandosi a novembre anche il consiglio regionale, c’è infatti il rischio di venire scavalcati, sul punto della difesa dei valori più cari alla cittadinanza, dagli agguerriti autonomisti del partito popolare trentino-tirolese. Dopo la netta condanna del gesto sorbiano pronunciata dal vescovo, occorre organizzare una manifestazione di protesta contro le teste calde di Sociologia: la contestazione dei contestatori. Domenica 31 marzo, così, una marea di persone provenienti anche dal contado sfilano in corteo per le vie della città giungendo a gremire il cruciale tratto di via Verdi compreso fra l’università e il duomo alle 19 in punto, ora d’inizio della funzione serale.

Obiettivo della gente diviene ovviamente il gruppo dei predicatori abusivi, temerariamente in loco anche nella critica circostanza: “Tornate a casa vostra! Tornatevene in Italia! Non vi vogliamo più!”, si urla loro come a degli stranieri. Vista la mala parata, gli incauti controquaresimalisti abbandonano a quel punto il sagrato per guadagnare rapidamente la facoltà; dinanzi alla quale, però, i manifestanti possono esprimere il proprio pensiero senza doversi più riguardare come davanti al duomo: “Putane, capeloni, ‘ndé via!”, con annesso lancio di uova marce e frutta varia.

Proseguendo lungo la falsariga di una legge del contrappasso sempre più stramba, sono adesso gli impauriti occupanti a invocare il salvifico intervento dei tanto detestati tutori dell’“ordine borghese”: gli agenti a quel punto si frappongono, ma non risparmiandosi certo di rivolgere ai guerriglieri improvvisamente riconvertitisi al legalitarismo gli sfottò del caso.

Più schernito di tutti è ovviamente il Che: il quale tuttavia anche in questa occasione tiene incrollabilmente fede al proprio personaggio dileggiando a sua volta gli attaccanti nell’invitare i compagni a intonare i canti alpini trentini. L’ulteriore sberleffo alla storia patria locale sortisce quale conseguenza l’infittirsi del lancio di ortaggi: a Mauro allora non resta che ordinare la ritirata dentro l’istituto, il cui portone viene sprangato. Tutto lascia infatti presupporre che la gente imbufalita non intenda lasciarsi scappare l’occasione per regolare una volta per tutte i conti con quegli ormai indesiderati ospiti, nella sostanziale neutralità della forza pubblica.

A lanciare l’urlo di guerra è un aitante giovanotto trentino: il quale, inerpicatosi su di un lampione, agguanta il rosso striscione di Potere studentesco che ormai da due mesi fa bella mostra di sé alle finestre, dandogli fuoco nel giubilo generale. Altri ardimentosi provano a espugnare la facoltà dall’ingresso posteriore: ma le porte non cedono alle loro spallate, fino all’intervento dissuasivo dei poliziotti; si rifanno allora cancellando dai muri le scritte inneggianti a Mao. L’assedio prosegue per tutta la serata: si tenta di sfondare pure dall’entrata laterale, ma anche in questo caso il portone resiste.

Da una finestra, don Rauzi segue preoccupato l’evolversi della situazione: proprio lui che è solito frequentare l’università vestito in maniera informale, stavolta per precauzione si è infilato il clergyman. Ma ha fatto la sua: un vecchietto più infuriato degli altri lo sfida a venire fuori dandogli del “senza Dio”. Il tempo gli darà ragione: l’eccentrico prete comunista infatti si sbarazzerà finalmente della tonaca, per sposarsi e fare quattro figli.

Nel caos più totale, prendono vita anche scene impagabili: c’è un trentino che è qui non per dare man forte all’insurrezione, bensì per togliersi qualche sassolino dalle scarpe nei confronti del conformismo dei suoi concittadini. “Finalmente è venuto qualcuno a rompervi le uova nel paniere!”, li provoca: evita il linciaggio solo per miracolo.

Il fortino ha resistito, l’ora si è fatta tarda e a mezzanotte gli assedianti mollano la presa. Ma il messaggio è stato chiaro: nell’acquiescenza delle autorità, c’è anche una Trento che non è più disposta a tollerare l’insolenza e la prevaricazione di un manipolo di casinisti di professione. Dentro, la notte di veglia diviene anche l’occasione per contarsi: gli irriducibili di Sociologia ammontano a centocinquanta.

Si danno da fare a erigere barricate, preparandosi all’eventualità di un nuovo assalto: dopo avere visto la polizia rimanere sulle sue, adesso temono che dal circondario possano arrivare squadre di “fascisti” a dare man forte alla cittadinanza. A portarsi in città sono invece i trecento carabinieri del battaglione Laives: per l’occasione sottratti al loro tradizionale impiego contro gli attentati terroristici degli indipendentisti sudtirolesi.

Scampato il pericolo, alle 16 può avere inizio l’assemblea dei resistenti, mentre fuori la folla ricomincia minacciosamente ad assembrarsi. Nemmeno la vista dell’esercito schierato scoraggia Rostagno, che al cronista dell’“Alto Adige” annuncia la determinazione degli assediati a resistere: “Siamo pronti a qualsiasi evenienza, preparati all’autodifesa ad oltranza”. La stampa cittadina rispecchia le diverse posizioni in seno alla società trentina: al giornale laico, che quotidianamente consente ai capi dell’occupazione di spiegare le proprie ragioni, si contrappone il più ortodosso “Adige”, che – secondo i maligni sobillato da Piccoli – cavalca l’insurrezione dei benpensanti.

L’uscita di Boato dall’edificio per incontrarsi con il questore viene interpretata dai più come un gesto di resa; ma non per questo la gente abbassa i toni: “Trento è cattolica: chiudete l’università!”, “Questo edificio era un tempio: adesso è una tana di senza Dio!”, si urla. Magari molti di quei dimostranti vi hanno fatto le scuole elementari: e adesso si trovano qui a lanciare contro quelle finestre insulti, frutta; anche pietre. Cui gli occupanti non osano replicare, limitandosi ad osservare basiti l’evoluzione delle manovre con cui i militari prendono posizione: ma solo per arginare l’assalto della folla, sempre più numerosa e inferocita. Cala nuovamente la sera: ma stavolta la gente, decisa ad andare fino in fondo, non smobilita.

Una scena simbolica del Sessantotto: fuori la società trentina con le sue tradizioni, i simboli dello Stato borghese, i rappresentanti dell’ordine costituito; dentro la comunità giovanile ribelle, contestatrice radicale di tutto ciò: la contrapposizione fra i due mondi non potrebbe rappresentarsi in maniera più stridente. Se poi si pensa che il motivo del contendere è un’università istituita per conto e con le risorse proprio di quella gente, e apposta perché tale società possa essere studiata, compresa, migliorata, allora il paradosso apparirà davvero completo.

Per le autorità cittadine questo è il momento più critico: ma nella delicatezza della circostanza pre-elettorale, il potere politico decide ancora una volta di perseverare nella linea morbida, non facendo intervenire la forza pubblica, nella preoccupazione di scongiurare l’eventualità di una nuova Valle Giulia. La soluzione dell’imbarazzante vicenda viene pertanto affidata al faccia a faccia che si terrà in facoltà fra occupanti e comitato ordinatore.

In un’aula stracolma, nel clima circense determinato dalle manifestazioni di assenso o dissenso con cui la canea studentesca partecipa alle trattative, un Boato in giacca e cravatta illustra alla triade le richieste formulate dal movimento per porre termine all’occupazione. Dopo tre ore e mezza di trattative, i ribelli ottengono il riconoscimento dell’assemblea quale “unica controparte” all’autorità accademica, con automatico esautoramento degli altri organismi rappresentativi.

E inoltre: l’istituzione di seminari per gli studenti lavoratori nei fine settimana; l’abolizione delle firme di presenza alle lezioni (e quindi del vincolo della presenza obbligatoria per essere ammessi agli esami), della registrazione sul libretto delle bocciature rimediate (in modo da potersi ripresentare nella solita materia anche all’appello d’esame immediatamente successivo) e del blocco tra un biennio e l’altro (che impedisce di anticipare esami del corso conclusivo a chi non abbia esaurito quelli dei primi due); la discussione e motivazione pubblica tanto dei voti quanto dei provvedimenti disciplinari; la destinazione di due giorni settimanali allo svolgimento di seminari politici e culturali; la riconversione della tradizionale lezione accademica “frontale” sul modello dei più paritari seminari; la concertazione della bibliografia di corsi ed esami; l’elargizione di borse di studio e sovvenzioni; il prolungamento dell’apertura della biblioteca sino alle 23.

La resa delle autorità accademiche dinanzi alla “minoranza rumorosa” degli studenti si risolve dunque in qualcosa di molto simile al cogobierno invocato da Rostagno: tanto più che in cambio il movimento non ha nemmeno garantito la definitiva sospensione dell’occupazione, ma solo un suo semplice allentamento in modo da consentire a tutti l’accesso in facoltà e quindi la ripresa dell’attività didattica. Fuori però la gente ha mostrato di non gradire la soluzione “politica” che si andava delineando: ai reiterati applausi con cui gli studenti salutavano l’accoglimento di ogni loro istanza, immediatamente dall’esterno si levavano salve di improperi.

La delusione per la vittoria dei “senza Dio” si è così manifestata in vari modi: tentando più volte di forzare il cordone dei carabinieri, scagliando sulla facciata dell’istituto di tutto. Contro l’ingresso laterale è stata lanciata pure una bomba molotov; mentre un giovane munito di tromba, mostrandosi più in sintonia con la tradizione bersaglieresca della città, ha ripetutamente suonato la carica alla folla tumultuante. La carica però, alla fine l’ha fatta solo la polizia, fermando anche diverse persone, a sancire ulteriormente il fallimento della rivolta cittadina e con esso la conclusione delle “tre giornate di Trento”.

Due studenti che hanno parteggiato apertamente per la piazza, una volta presentatisi in facoltà per andare a lezione si sono visti l’accesso inibito dal presidio degli occupanti: alle loro rimostranze si sono sentiti ribattere trattarsi di una misura precauzionale a tutela della loro stessa incolumità, decisa di concerto con la dirigenza allo scopo di preservarli da possibili rappresaglie.

Finché, il 5 aprile, i capi del movimento non vengono convocati in questura: l’accusa nei loro confronti è di occupazione di edificio pubblico. Alla mezzanotte del 7, dopo ben sessantasette giorni di occupazione, l’istituto viene alfine sgomberato d’autorità: nel tirare via gli striscioni – a dissimulare la capitolazione – i “cinesi” intonano l’Internazionale.

Mentre i danni subiti dall’edificio nel corso della battaglia vengono stimati in un paio di milioni, il partito liberale chiede inutilmente l’espulsione dall’università – sull’esempio della Cattolica – almeno di Rostagno e Boato. Per la prima volta in Italia, poi, due sacerdoti (uno dei quali è ovviamente il Rauzi) vengono accusati di interruzione di pubblico servizio; mentre un altro “cattolico del dissenso” viene incriminato per avere bestemmiato davanti al duomo.

È il contentino alla Trento più indignata, cui fanno subito da pendant ulteriori concessioni ai contestatori da parte delle autorità accademiche. Nell’attesa della nomina del nuovo direttore, la programmazione della didattica viene affidata alla “commissione di sperimentazione”, pariteticamente composta da dieci docenti e altrettanti studenti. La quale stabilisce che per gli studenti lavoratori – oltre ai corsi nel week end – vi sia anche la possibilità di lezioni serali; che il mercoledì venga riservato esclusivamente ad attività politico-culturali; che ciascun esame possa essere sostenuto mensilmente, con un massimo di quattro tentativi all’anno; che oltre a non veder registrata sul libretto la bocciatura, lo studente possa anche rifiutare la proposta di voto sgradita; che si possano sostenere tesi di gruppo.

È solamente a seguito di tali avvilenti concessioni che Sociologia può tornare alla normalità, il 22 aprile. Sulle pareti restano gli slogan, con i loro irrisori giochi di parole: “proibito obbedire”, “vietato vietare”… Ma ci sono anche scritte blasfeme; ad una bestemmia contro il Padreterno, don Masserdotti – un altro dei clerico-studenti – si è premurato di aggiungere: “dunque esiste”.

Una volta conclusa la lunga occupazione, Rostagno si dedica all’attuazione del “programma di febbraio” che prevede la convergenza in un unico fronte di lotta del movimento studentesco e del proletariato operaio. Appreso dell’agitazione in corso alla Marzotto di Valdagno – ove gli operai stanno indicendo scioperi a raffica per protestare contro il rischio di licenziamenti, impedendo anche con la violenza l’accesso agli impiegati – Mauro parte immediatamente alla volta del Veneto, giungendo appena in tempo per assistere alla celebre rivolta contro le forze dell’ordine che, il 19 aprile, si conclude con l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto (il fondatore dell’azienda: del quale si diceva facesse perquisire a propria discrezione gli operai all’uscita dalla fabbrica), posta nella piazza centrale del paese. A seguito dei disordini, duecento operai vengono arrestati.

Dopodiché Mauro si dedicherà alle fabbriche trentine, presidiandone i cancelli, dialogando e anche scontrandosi con il movimento sindacale e operaio. A figure come la sua si ispirerà Elio Petri per il suo La classe operaia va in paradiso, nel tratteggiare studenti-agitatori marxisti che, all’ingresso mattutino in fabbrica, spronano le maestranze a prendere coscienza dell’alienazione cui si apprestano a soggiacere “incarcerandosi” in fabbrica per otto ore “di lavori forzati” ed accettando il sistema del cottimo, che le “deruba della vita”: “Oggi, quando uscirete, sarà già buio: per voi il sole oggi, la luce del giorno oggi, non splenderà”.

Il 28 è in visita a Trento il ministro dell’interno Taviani. Appostato con cinquanta compagni in fondo alla platea del cinema Modena, il Che intende impedire il comizio del maggiorente democristiano; allorquando la manifestazione sta per avere inizio, dalle ultime file si leva un grido: “Operai fuori, Taviani dentro!”. Immediatamente espulsi dalla sala, gli studenti si prendono anche una bella dose di legnate dai carabinieri in piazza Venezia. Alcuni di loro vengono fermati; ma il “ras” trentino stavolta riesce a farla franca: propone allora ai superstiti una spedizione punitiva contro la sede del nemico “Adige”, le cui finestre vanno in frantumi.

A Trento, quest’anno, si tiene un primo maggio particolare, in cui sul palco di piazza Dante sono presenti anche i sociologi, coi fatti della Marzotto a giocare la parte del leone. Rostagno pronuncia un discorso inquietante, che segna un netto salto di qualità nell’attacco al sistema: “La statua di Marzotto – uno dei più grandi capitalisti italiani – è col naso per terra, tirata giù dalla rabbia operaia. Quella statua abbattuta è il simbolo di tutte le lotte. Fino ad ora siamo stati manganellati, colpiti, dispersi. Noi eravamo sempre a mani nude: ma non sarà più così. È difficile non odiare chi ci ha picchiato, chi usa contro di noi i gas. Io dico che non dobbiamo colpire i poliziotti e i carabinieri controllati per otto ore al giorno: noi dobbiamo colpire chi li comanda. Dobbiamo creare una violenza che rovesci lo Stato borghese. L’organizzazione è la nostra forza. L’organizzazione politica è organizzazione armata: noi dovremo prendere le armi, perché non ci siano più armi”.

Il 2 maggio gli studenti parigini, per protestare contro il progetto di riforma scolastica presentato dal governo – giudicato come fortemente classista – occupano la Sorbona. Dopo scontri con la polizia, il 13 il movimento studentesco innalza il livello della rivolta contro lo Stato proclamando lo sciopero generale, al quale aderiscono milioni di lavoratori paralizzando il Paese.

Gli eventi del “maggio francese” appassionano gli studenti di mezzo mondo. Nella polveriera trentina, in particolare, le suggestioni evocate dai fatti che vedono per protagonista proprio la città rivoluzionaria per eccellenza inducono a sognare ad occhi aperti. L’ora del giornale radio vede così tutti i sociologi incollati alle radioline; e quando giunge la notizia delle barricate parigine, l’entusiasmo va alle stelle: “È scoppiata la rivoluzione! È scoppiata la rivoluzione!”, si esulta commossi. Non sono pochi a quel punto quanti, convinti di incrociarvi la Storia, corrono a Parigi per assistere allo spettacolo della “rivoluzione in marcia”.

Tutti gli eccessi prodottisi negli ultimi mesi hanno allargato il fronte dei trentini ostili a Kessler: al quale adesso si rimprovera di non aver avuto il coraggio di chiudere l’università al momento opportuno, ostinandosi lungo la strada di un paternalismo che non avrebbe potuto rivelarsi più controproducente. Lui però nelle interviste continua ad assolvere i suoi putei, continuando a dare la colpa all’aria che tira: “Dobbiamo avere la consapevolezza che i tempi sono cambiati: e questi studenti sono figli del loro tempo”.

L’11 giugno, in consiglio provinciale, gli viene chiesto conto dei danni subiti dalla sede di via Verdi nel corso dell’occupazione. Ma nella sua replica l’esponente democristiano non si sottrae al punctum dolens: “L’avete voluta questa università? A me dicono: sei andato su e giù da Roma così tanto? E adesso tienitela! Ma chi te l’ha fatto fare?! Non c’è dubbio che in queste occasioni ci si espone anche alla derisione. Orbene, io dico: personalmente sono ancora oggi convinto, fermamente convinto che l’aver fatto l’università a Trento sia storicamente un fatto positivo; per quanto l’università, la nostra facoltà di Sociologia, abbia assunto determinati atteggiamenti e caratterizzazioni. Io sono fermamente dell’opinione che anche questo sia positivo: per quanto ciò non significa che si condividano, in tutto o in parte, determinati atteggiamenti”. Dopodiché si dichiara disposto a “pagare di persona” per quanto accaduto: una mera dichiarazione d’intenti cui non farà tuttavia seguito alcun gesto concreto.

L’università critica

 Il trio dirigenziale, nel frattempo, si dedica alla ricerca del nome giusto per la successione a Volpato. Individuare un nominativo all’altezza non si rivela facile: soprattutto perché venire a Trento è considerato nell’ambiente come una retrocessione. La scelta diviene perciò quasi obbligata: c’è Francesco Alberoni che è in rotta con la Cattolica, ove è ordinario di Sociologia. Due i motivi del dissidio: ha manifestato simpatia per il movimento studentesco, scontrandosi perciò con il preside Miglio; ha abbandonato la moglie per una giovane collega.

Trentottenne, piacentino, laureato in medicina, Alberoni è un apprezzato studioso di élites, consumi e mutamenti sociali; versatile e intraprendente, ha curato per la Barilla una bella serie di spot per Carosello. Accetta l’offerta ma solo a patto di poter rimodellare il piano di studi, che giudica ancora eccessivamente sbilanciato sulla matematica, e di portarsi appresso alcuni suoi collaboratori – altrettanto giovani – a cominciare dalla sua nuova compagna. La sua richiesta può essere accolta grazie al particolare statuto dell’ateneo trentino, che non prevede un corpo insegnante stabilizzato né il crisma concorsuale: oltre alla possibilità di nominare docenti di suo gradimento, gli viene consentito anche di ampliare il numero degli insegnamenti.

“Faccia quello che vuole: l’importante è che studino”: queste le parole con cui Kessler gli impartisce la sua benedizione. L’impostazione tecnicistica viene così abbandonata per espandere il concetto di scienza sociale; a Trento d’ora in avanti si studieranno di conseguenza psicanalisi, psicologia, criminologia: gli studenti affetti da incubi pitagorici potranno pertanto dormire sonni tranquilli. E con il nuovo direttore approderanno in riva all’Adige i politologi Gian Enrico Rusconi e Giorgio Galli, lo psicanalista Franco Fornari, lo storico Pietro Scoppola, gli economisti Romano Prodi e Mario Monti (l’enfant prodige della Bocconi, di un anno più giovane di Rostagno), l’antropologo Carlo Tullio Altan.

Alberoni sa che con questi mangiaprofessori sarà fondamentale l’impatto, la prima impressione che susciterà in loro. Sa anche di avere dalla sua l’età: non è infatti di molto più grande degli studenti; soprattutto dei capi. Sbarcato a Trento sulla sua spider rossa, accantona camicia e cravatta per indossare, sotto la giacca, un più informale girocollo.

Quando, il 3 luglio, ha luogo la cerimonia del suo insediamento, si sottopone al battesimo del fuoco abbracciando un giovane spagnolo antifranchista fattoglisi incontro a pugno chiuso, mentre l’aula gremita scandisce il nome del leader della resistenza vietnamita, Ho Chi Min. Rinunciando ad ogni ufficialità, il nuovo direttore si siede per terra, promettendo di impegnarsi affinché ai laureati vengano garantiti sbocchi professionali adeguati e siano concesse agevolazioni agli studenti lavoratori: “Sono qui per ascoltare voi. Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di lasciare la Cattolica. Mi metterò subito al lavoro”.

Rostagno non tarda a presentarsi, interrompendo l’idillio ed ammonendo il nuovo arrivato che rischia di rimanere indietro, occupandosi di questioni ormai superate: “La fase della lotta per i problemi dell’università è conclusa: ora la contestazione diventa globale, sia a livello nazionale che internazionale”, annuncia. A rispondergli è però Bobbio, con tre domande provocatorie: “Chiedo se nella nuova università auspicata dal movimento studentesco esiste ancora la possibilità di trasmettere la cultura come patrimonio della civiltà umana; chiedo se in questo tipo di università esiste ancora uno spazio per la trasmissione di certe tecniche di apprendimento della realtà; chiedo, infine, se esiste lo spazio per una cultura disimpegnata o disinteressata, cioè umanistica nel senso tecnico del termine”. Non ottiene risposta.

Valutando che l’unico modo per durare in quella bolgia sia di superare i ribelli sullo stesso piano dell’anticonformismo, Alberoni assume tutta una serie di atteggiamenti che finiranno con l’apparire eccessivi – quando non scandalosi – non solo ai colleghi, ma anche a molti degli stessi ragazzi.

Per cominciare, rifiuta di occupare l’ufficio già di Volpato in rettorato, sistemandosi in una stanzetta a piano terra della stessa facoltà. Quando poi giunge in istituto il vescovo a dargli il benvenuto, lo accoglie con queste imbarazzanti parole: “Eminenza, affinché non sussistano equivoci: io ho lasciato non solo l’Università Cattolica, ma anche la religione cattolica, nonché mia moglie. Agli occhi della Chiesa, qui a Trento, sono un pubblico concubino”.

Ma è soprattutto il “dialogo” che egli instaura fra istituzione e studenti a non avere precedenti. Ufficializzata la cogestione di tutta quanta l’attività accademica mediante il mantenimento della commissione paritetica che ha retto l’università in attesa della sua nomina, “collettivizza” con i ragazzi bilancio e capitoli di spesa; frequenta la mensa studentesca, con tanto di colbacco in testa; propone di adibire un’aula dell’istituto a balera; si dà del tu con Curcio e Rostagno, condividendone apertamente la contestazione del “baronato” universitario, accogliendoli nella sua mansarda e portandoli a giro sulla spider; frequenta a sua volta le case degli studenti – non escluse le comuni – facendo bisboccia e discutendo dello Stato nascente fino a tarda notte.

Tale rincorsa della complicità con i contestatori spingerà il nuovo direttore ad eccedere oltre ogni misura, finendo con il ridicolizzare egli per primo il proprio ruolo: al grezzo pubblico di Sociologia verranno così offerte scenette degne di Diogene. Dal momento che i ragazzi si sono messi a venire a lezione con delle catene al collo, lui si reca al consorzio agrario, ne acquista una enorme, da bue, e a chi gli chiede spiegazioni risponde: “Siccome sono il vostro rettore, allora devo averla per forza più grande di voi…”.

Una mattina trova la spider decorata con delle svastiche: “Bellissima”, commenta senza scomporsi. Salvo poi declinare il suo quotidiano versamento alla causa del movimento: “Oggi no: i soldi mi servono per far ripulire la macchina…”. Un’altra volta i ragazzi ironizzano sul suo cognome messaggiandogli con la vernice sulla porta dell’ufficio: “Attenti ai cagnoni: pisciano sugli alberoni”. Lui anche in questo caso non fa una piega.

Sul piano didattico, la rivoluzione è totale: nuovo corpo docente, nuovo piano di studi, superamento della lezione frontale, impostazione seminariale. Gli fanno notare che in nessuna università italiana esiste un corso su Marx; lui fa spallucce: “Marx? Perché no…”. Dopodiché le analisi della scuola di Francoforte vengono ad acquisire il ruolo nella precedente gestione detenuto dalla matematica: e quando l’istrionesco direttore, nelle sue affollatissime lezioni di istituzioni di sociologia, si accinge a declamare il “profeta” Marcuse, si erge in piedi sulla cattedra.

Ad ingraziarsi ulteriormente il movimento, poi, l’antico cavallo di battaglia dell’università “critica” (ossia autogestita) viene ripreso ponendo i seminari sullo stesso piano dei corsi istituzionali – con tanto di esame finale – e chiamando a gestirli i laureandi. Curcio può così finalmente discettare, dinanzi a una settantina di compagni e con il crisma del cattedratico, del concetto di classe in Lukàcs. Agli studenti viene inoltre di fatto consentito non solo di dare del “tu” ai professori, ma persino di fare l’“esame politico” ai debuttanti.

Con Alberoni il numero dei docenti si è infatti triplicato: il direttore li vuole tutti residenti a Trento, giudicando il pendolarismo deleterio ai fini dell’integrazione fra università e città. Non si tratta tuttavia solo di giovani assistenti, inebriati dalla nuova avventura: c’è anche qualche docente di mezz’età, giunto a Sociologia in cerca di nuovi stimoli ma non per questo disposto a tollerare provocazioni assimilabili agli atti di “nonnismo” che i liceali dell’ultimo anno sogliono ammannire alle spaurite matricole; può così capitare anche qualche incidente.

C’è il romano Scoppola che per coronare il proprio sogno di insegnare storia moderna e contemporanea ha lasciato un tranquillo impiego di funzionario al Senato. Nella nuova gerarchia dovrebbe essere il vice di Alberoni: ma la sua fama di studioso del mondo cattolico non piace ai marxisti più duri. L’impatto con la realtà trentina si rivela per lui scioccante sin dall’inizio, in un’aula magna che pare un girone infernale: centinaia di esaltati con quelle catene al collo, la medaglietta con su impresso il pugno chiuso della rivoluzione… Ben presto lo prendono di mira, contestandolo duramente: si presentano con le giacche indossate all’incontrario, gli fanno il saluto nazista. Resiste tre mesi; dopodiché getta la spugna: “Non ce la faccio proprio: in treno, già a Rovereto sto in tensione”, si sfoga (per restituirgli la docenza, un paio d’anni dopo il parlamento dovrà varare addirittura una leggina ad hoc).

Un altro è Fornari – anch’egli piacentino – che venendo a insegnare psicologia dinamica ha inaugurato una nuova epoca: si tratta, infatti, della prima cattedra italiana di psicanalisi. Afferma di avere lasciato l’università milanese per Trento in quanto “stimolato dal trovarsi con giovani che vogliono impegnarsi nel sociale” ed allo scopo di “centrare l’insegnamento in una motivazione etica”. Glielo centrano Rostagno e c. l’insegnamento, ma con la benzina: gli bruciano la cattedra. Lui però tiene duro: per chi riesce a resistere, Sociologia diventa anche una palestra che ti forma il carattere.

Non ci vuole molto ad Alberoni per capire che dietro la protervia di questi bulli sta una realtà umana assai più problematica e desolata: l’analisi che traccia dell’ambiente in cui è capitato è difatti impietosa.

“A Trento manca qualunque entroterra culturale e sociale per i devianti: professori e studenti per quanto in forme diverse sono estranei alla città. Quali che siano stati i motivi (fondamentalmente la mancanza di tradizioni universitarie) essi vivono in un ghetto. In quanto vivono in un ghetto essi: a) o si costituiscono in comunità come setta, mangiano in comune, vivono in comune (come il gruppo degli studenti del movimento); b) oppure sono atomizzati: lo studente angosciato e solo che si aggrappa a un gruppo qualsiasi; il professore pendolare che al massimo incontra qualche collega. Non vi sono istituzioni alternative all’università. Qualcosa ha fatto recentemente il vescovo, ma è troppo poco. A Trento, quanto è espressione spontanea di stranieri (gli studenti) è condannato, irrita. L’università stessa è vissuta come una proprietà privata dei trentini. Si rompe un vetro all’università e il giornale ne parla, la gente lo deplora come se fosse stato rotto a casa sua. Cose che a Pisa o Pavia sono considerate normali (pensiamo alle oscenità goliardiche) qui provocano sdegno, il tipo di sdegno che provi quando ti accorgi che l’orfanello che hai aiutato ti ruba o si masturba in casa.”

Nell’estate, intervistati dal rotocalco della RAI “Tg7” circa le nuove strategie del movimento, Boato e Rostagno ne preannunciano l’azione fuori dall’università, a fianco della “maggioritaria classe operaia”. Il Che puntualizza: “Sarà un’azione di tipo rivoluzionario, egualitario: un’azione che deve portare all’abolizione di quelli che sono gli attuali rapporti di potere… Noi ci poniamo fuori dal sistema”.

Un’ulteriore tribuna i due leader trentini trovano nel volume Università: l’ipotesi rivoluzionaria. Documenti delle lotte studentesche (pubblicato da Marsilio): un’analisi dello stato della contestazione in Italia che passa in rassegna gli atenei più infuocati, dando la precedenza proprio a Sociologia. Il saggio d’apertura tocca così a Rostagno, il quale rileva che nel “processo eversivo” scatenato dal movimento studentesco non si è “riusciti a coinvolgere né la classe operaia di fabbrica, né i lavoratori della terra, e neppure i partiti e i sindacati che a tali forze si rifanno, che a tale processo dichiarano di voler concludere”. La sostanziale presa di distanza da parte del PCI, della CGIL, dello stesso PSIUP nei confronti delle lotte studentesche ha finito con lo spiazzare il movimento: “Una prima fase delle lotte si è chiusa e un’altra si va aprendo, cogliendoci sostanzialmente impreparati, senza chiavi interpretative efficaci”.

L’inizio del nuovo anno accademico coincide con il cinquantennale della fine della Grande guerra. Lo Stato italiano ha deciso di festeggiare la ricorrenza proprio a Trento, domenica 3 novembre, con una solenne cerimonia cui prenderanno parte il presidente della repubblica Saragat e il presidente del consiglio Leone: i quali porteranno in dote il miliardo e mezzo di lire stanziato dal governo per risarcire la capitale dell’irredentismo dei suoi mille figli caduti vestendo la divisa dell’esercito asburgico. Non si tratta tuttavia di un rigurgito di patriottismo da parte del monocolore democristiano partorito dalle elezioni politiche del maggio: semplicemente, il 17 novembre in Trentino-Alto Adige si voterà per il rinnovo del consiglio regionale.

Per i guastatori di Sociologia, dichiaratamente in cerca di nuove prospettive di lotta dopo l’esaurimento della prima fase contestativa, l’imminente campagna elettorale viene giudicata come lo strumento ideale per suscitare l’auspicato coinvolgimento degli operai nel disegno rivoluzionario; tanto più che la Provincia ha deciso di utilizzare quella somma per dotare la città di un auditorium. Considerando la provenienza “popolare” di quel denaro, essi ne condannano la destinazione “borghese” decisa dalla giunta del loro amico Kessler.

Anticipando di un mese la riapertura della facoltà, così, il 5 ottobre il collaudato Sorbi viene mandato da Rostagno a tenere un comizio in piazza Garzetti di fronte alle Androne, la suburra del centro. Lo studente arringa con il megafono gli abitanti del quartiere affinché esigano un impiego diverso di quei soldi, più confacente alle esigenze dei meno abbienti: ma essendo la concione non autorizzata, finisce con il beccarsi un’altra denuncia. Nuovamente in pretura, il recidivo si buscherà da Elberti la pena più severa sinora comminata ai sociologi: trenta giorni di arresto (per quanto condizionale – inutilmente egli si giustificherà che, essendosi in campagna elettorale, non credeva necessaria l’autorizzazione). L’episodio tuttavia fa sì che il PCI trentino, sentendosi insidiato sul proprio terreno elettorale, spalleggi la fronda antigovernativa degli studenti.

I quali fomentano la protesta proletaria distribuendo un volantino nel quale propongono, al posto dell’auditorium, la costruzione di asili nido gratuiti per i figli dei lavoratori, aule scolastiche, abitazioni per gli operai, sovvenzioni all’agricoltura.

“Operai di Trento! La vostra città è piena di bandiere, arriveranno il presidente della Repubblica e il capo del Governo, ci saranno sfilate, cerimonie, discorsi e distribuzione di medaglie. Sarà un giorno solenne: si celebrerà degnamente l’anniversario della Vittoria. Sarà il vostro giorno solenne perché i 600 mila morti che hanno permesso questa vittoria sono vostri (i vostri padri, i vostri nonni), tutta gente come voi, tutti operai e contadini, tra loro padroni e borghesi non c’erano – per i borghesi era facile riuscire a imboscarsi – i padroni erano tutti a speculare sull’industria bellica. Sarà un giorno tanto solenne che si è pensato bene di non limitarsi ai discorsi e alle sfilate. Si faranno sfilare ancora quelli come voi: ieri operai e contadini, oggi reduci un giorno all’anno e per gli altri 364 pensionati a 15 mila lire al mese. In un giorno tanto solenne si è detto che non bastano fiori per esprimere gratitudine ai caduti, ci vogliono opere di bene, ci vogliono i fatti. E i fatti quali sono? Si prendono 1500 milioni e li si regalano alla giunta comunale affinché li destini a un’opera di interesse pubblico. La giunta si becca i soldi, e per esprimere concretamente la gratitudine della città ai 600 mila proletari morti decide di costruire un auditorium. Decide che interesse pubblico vuol dire interesse degli speculatori che lo costruiranno e interesse dei 600 borghesi e padroni che ci andranno dentro ad ascoltare la loro musica, il loro requiem per 600 mila proletari morti.”

Ma il movimento non si limita alla propaganda scritta. Esercitandosi nella palestra dell’istituto, gli studenti preparano infatti meticolosamente azioni di disturbo da mettere in atto al passaggio del corteo presidenziale (che dal municipio salirà verso il simbolico Castello del Buonconsiglio, ove si terrà la cerimonia ufficiale), giungendo a simularne lo svolgimento sino a cronometrarne il transito dai punti cruciali. Otto compagni si insediano a tal fine con due giorni di anticipo nella casa di uno di loro, in via Manci (individuata quale luogo ove mettere in atto la dimostrazione), onde evitare eventuali posti di blocco.

Un ciclostile ad uso interno sintetizza le ragioni del dissenso dalla celebrazione: “Saragat e Leone saranno presentati come il simbolo dell’unità nazionale, il simbolo della stabilità politica, in realtà sono maschere burocratiche intercambiabili che ratificano queste scelte: 1500 milioni destinati all’auditorium. I reduci sono reduci due giorni all’anno, per il resto pensionati a 15 mila lire al mese. L’intervento politico consiste nel riportare a livello esplicito la contraddizione, rovesciando il discorso del sacrificio eroico in trincea: i borghesi non c’erano e a 50 anni di distanza si fanno l’auditorium”.

La mattina del gran giorno si presenta piovosa: profittando di una breve tregua offerta dal cielo, l’auto presidenziale lascia la sede del consiglio comunale per raggiungere il castello: in piedi, Saragat risponde al saluto della folla festante, in un tripudio di tricolori e battimani. Improvvisamente, nel punto designato, una giovane scavalca le transenne, elude le due motociclette della scorta e si siede sulla strada, appena in tempo perché la limousine possa frenare.

È la Rusca, con in mano uno striscione: “settecentomila morti inutili”. La portano via di peso, ma tosto altri compagni la rimpiazzano: il maturo Canestrini riesce persino a montare sul cofano. Incredula, la gente finalmente realizza: “Ancora gli studenti!”; mentre i carabinieri neutralizzano i dimostranti, c’è chi si vergogna: “Scusaci, presidente…”.

Nella medesima via sfilano gli ex combattenti; ma un altro commando studentesco li aizza: “Pensioni! Pensioni!”. Anche per loro c’è un volantino: “Seicentomila morti. Per chi resta: 15 mila lire al mese. E tanta musica all’auditorium”. Arrivano gli alpini: per loro nessun proclama, ma solo offese condite da sputi, che vengono ad aggiungersi a tutta l’acqua che hanno preso. Per un attimo si ritiene di ovviare agli insulti alzando il tono della fanfara: ma ben presto si decide di cambiare musica.

All’unisono, spalleggiati da marinai e bersaglieri, le penne nere si avventano sui provocatori, che pensano bene di darsela a gambe: ma i militari non demordono, riuscendo ad agguantarli per cominciare a menarli di santa ragione. Ancora una volta però interviene la polizia, sottraendo gli studenti al linciaggio e rinchiudendoli dentro a un cortile, immediatamente posto sott’assedio da una folla di cittadini inferociti.

Altri compagni sono riusciti a fuggire, ma gli alpini non danno loro tregua; nel mentre parecchi trentini, vogliosi di farla finita una volta per tutte con gli invasori, guidano la “caccia allo studente” tra i vicoli del centro più frequentati dai sociologi, che va avanti per tutta la mattinata. Nel pomeriggio, a concludere la visita presidenziale, l’omaggio al picchetto d’onore del Quarto reggimento artiglieria, in piazza Dante: ma anche per tale evento i contestatori hanno predisposto un adeguato controcinquantennale.

L’aria che tira non è buona: per quanto l’intervento mattutino delle forze dell’ordine a difesa degli studenti faccia ben sperare. In ogni caso si pensa di mandare Curcio in avanscoperta: “Tranquilli, possiamo intervenire”, li rassicura allora lui; non l’avesse mai detto. Quando il corteo dei disturbatori, guidato dal “sindacalista” Chiais, viene visto avvicinarsi con tanto di cartelli alla stazione, gli alpini tornano a mobilitarsi.

Fra i contestatori è allora di nuovo il fuggi fuggi: c’è Chiais che infila a gambe levate via Torre Verde; ma nella foga perde sciaguratamente una scarpa. Non si sfilano invece gli scarponi dell’erculeo diciottenne in divisa grigioverde che in un amen gli è addosso: una tremenda gragnola di calci si abbatte allora sullo sfortunato agitatore veneziano, salvato da guai peggiori solo dal provvidenziale intervento di un tenente dei carabinieri.

Un Rostagno anch’egli gonfio di lividi ha incredibilmente ancora voglia di convocare i suoi in facoltà allo scopo di “esaminare criticamente” la campale giornata: la parte povera della cittadinanza non ha aderito, il fallimento della manifestazione di protesta è stato completo. “La popolazione trentina non ha reagito: hanno reagito gli ex combattenti, gli alpini, i reduci, che alla fine del mese prendono 15 mila lire di pensione”, si legge nel ciclostile che dà conto della “disamina” effettuata tra occhi pesti, braccia al collo e borse del ghiaccio.

Nemmeno il tempo di leccarsi le ferite, e due giorni dopo un nuovo appello al popolo lavoratore: “Operai trentini, non veniamo a piangere il morto per i fatti di domenica scorsa, ma a riflettere con voi su alcuni punti: i padroni hanno dato la loro risposta sui 1500 milioni per l’auditorium, facendo passare le proteste del movimento come un regolamento dei conti fra reduci e giovani perturbatori dell’ordine pubblico. Ora si tratta di far vedere se la truffa del miliardo e mezzo riguarda solo il movimento studentesco o se ci sarà la vera risposta della popolazione trentina su questo problema; occorre dimostrare che l’unità e la volontà di lotta dei proletari trentini non è un ricordo del passato”.

Nell’indifferenza generale, l’irriducibile Che proclama per la domenica successiva una marcia di protesta per il pestaggio subito: “I padroni credono che la partita sia conclusa e di averla vinta: dimostriamogli che si sono sbagliati!”, urla nel megafono. In piazza Duomo si dà fuoco al plastico dell’auditorium, mentre un grammofono diffonde l’Internazionale. L’università è a due passi, un nuovo assalto della cittadinanza vedrebbe gli studenti vicini al loro rifugio: ma stavolta nessuno li prende in considerazione. E tantomeno c’è da aspettarsi della solidarietà da parte del locale “proletariato”.

Il sigillo ideale ai fatti del 3 novembre lo appone il mensile dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, nel commentare quanto occorso ai contestatori: “Vorremmo che la lezione fosse loro servita, se non altro a tenersi lontano da cose che possono anche non apprezzare, se lo credono, ma che devono ugualmente rispettare. È servita se non altro a dare alla cittadinanza la misura di uno sdegno corale che ha accompagnato e applaudito le folate di sacrosante sberle e calcioni distribuiti ai cinesi dagli alpini con totale solidarietà”.

Il Sessantotto di Trento finisce qua. I due anni successivi vedranno ancora Sociologia (che Enzo Tortora, in un’intervista a Kessler, giungerà a definire “fabbrica di rivoluzionari”) al centro di occupazioni e violenze che non saranno altro che lo specchio dello scivolare del Paese verso la “strategia della tensione”. In città scoppieranno anche delle bombe: ma i protagonisti se ne andranno tutti, una volta constatato il sostanziale esaurimento dell’offensiva studentesca, al pari della manifesta inattitudine rivoluzionaria degli operai di quelle valli. Una lezione di cui purtroppo non sapranno tener conto quanti da Sociologia finiranno nella lotta armata, illudendosi di poter guidare alla rivoluzione il proletariato versando il sangue di quanti ai loro insindacabili occhi avranno il torto di rappresentare il fantomatico “stato imperialista delle multinazionali”.

In primis Renato Curcio: il quale, completati tutti gli esami, in spregio ai titoli accademici farà la scelta politica di non laurearsi, rinunciando implicitamente anche ad una prevedibile carriera di docente. La quale arriderà invece alla gran parte dei suoi compagni barricaderi, più pragmatici e opportunisti, per la definitiva rovina di scuola e università italiane.

Con la Cagol si sposeranno – con rito misto, vista la confessione protestante di lui – sulle montagne della Val di Non, a San Romedio, all’indomani della laurea di lei (110 e lode e pugno chiuso). A Margherita verrà allora inutilmente offerto di tenere un corso biennale di sociologia all’Umanitaria di Milano, con annessa borsa di studio; nel capoluogo lombardo i coniugi Curcio si trasferiranno: ma allo scopo di fondarvi le Brigate Rosse, di cui costituiranno la cosiddetta componente cattolica (per quanto più corretto sarebbe definirla “cristiana”: senonché l’espressione suonerebbe ancor più assurda).

E dire che soltanto pochi mesi prima, dalle colonne di “Lavoro politico”, Renato continuava a criticare il “filocastrismo”, bollando di “avventurismo” chi giungesse a proporre azioni armate quale soluzione ai mali d’Italia. Costui “è solo un piccolo borghese in cerca di emozioni e non un vero rivoluzionario”, scriveva: spiegando come la presa del potere da parte del proletariato costituisse un processo lungo, non riducibile alla sola parola d’ordine della guerriglia.

Il tragico destino derivato al Paese dall’approdo finale dell’ideologia curciana si ritorcerà in particolare contro la “compagna Mara”, iscrittasi a Sociologia anche per non andare via da casa e condotta dall’amore per il compagno rivoluzionario prima alle barricate universitarie, quindi all’“attacco al cuore dello Stato”: sottratta così ad una presumibile, tranquilla esistenza borghese nella sua città, Margherita Cagol morirà a trent’anni nel segno della stella a cinque punte.

Non meglio andrà purtroppo a Rostagno. Con Curcio manterranno una corrispondenza epistolare: non riuscendo a incontrarsi che una sola volta, nel ‘74, sulla metropolitana milanese, con gran circospezione essendo il capo brigatista già ricercato. Dopo l’impegno in Lotta continua, la mancata elezione alla Camera – per pochi voti – con Democrazia Proletaria, l’apertura di un centro culturale di estrema sinistra “alternativa” (in pieni anni di piombo) a Milano e un’esperienza filosofico-religiosa in India con il movimento arancione, Mauro approderà in Sicilia come animatore di una comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti.

Mai perduto lo spirito caustico, ribelle e irriverente maturato negli anni trentini, l’inimitabile Che Guevara coronerà alfine il suo antico sogno di diventare giornalista giungendo a denunciare senza mezzi termini – nel corso di coraggiose inchieste da lui stesso condotte su un’emittente locale – gli intrecci scoperti fra malavita organizzata, politica e traffico di droga.

Finché la mafia – non quella accademica, da lui a suo tempo denunciata – non deciderà di far tacere per sempre lo scomodo sociologo utopista, passato attraverso mille avventure dalle barricate giovanili all’impegno umanitario della maturità ma mai rinunciando a lottare per una società diversa, “in cui valga la pena trovare un posto”.

Bibliografia

Renato Curcio. A viso aperto, intervista di M. Scialoja, Milano, Mondadori, 1993.

C. Vecchio, Vietato obbedire, Milano, Rizzoli, 2005.

G. Agostini, Sociologia a Trento, Bologna, Il Mulino, 2008.

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Montefiore, la banda Marini e l’eccidio di Regnano

Nel periodo della Linea gotica, il paese di Montefiore – situato nell’alta valle dell’Aulella, tra Lunigiana e Garfagnana – assunse una notevole rilevanza strategica, sostanzialmente per due motivi: vi transitava la strada rotabile che conduceva verso il passo dei Carpinelli, e dunque verso Castelnuovo Garfagnana (ove i tedeschi avevano posizionato il fronte); vi macinava un importante mulino, che svolgeva un ruolo centrale nell’economia contadina di tutta la zona. Ancor maggiore importanza bellica il villaggio avrebbe assunto allorché il comando tedesco decise di istituirvi un presidio.

Nel paese situato più a monte nella medesima valle, Regnano, operò, a partire dall’aprile del 1944, un importante nucleo partigiano: appunto il “gruppo Regnano”. Tale banda aveva scelto quale sua base logistica il borgo del “Castello”; un agglomerato tipicamente rurale situato alle pendici del monte Tondo e dal quale si dipartivano due importanti strade: quella per il valico di Tea, la Garfagnana e, tramite il passo di Pradarena, l’Emilia; quella per Mommio, il passo del Cerreto e quindi Reggio. Il Castello, con il suo caratteristico susseguirsi in declivio di case contadine (e quindi di aie, stalle, orti, metati, forni) rappresentava la naturale propaggine degli ubertosi boschi di faggi e castagni che segnano il tratto montano dell’Aulella: il “Vallone”.

La costituzione del gruppo Regnano era stata favorita dagli stessi Alleati, ovviamente interessati alla formazione di una banda di “ribelli” che mettesse in atto azioni di disturbo nei confronti dei tedeschi in questa retrovia della Linea gotica: è noto come aviolanci concordati radiofonicamente per mezzo di “Italia combatte” – la stazione tramite la quale il comando anglo-americano manteneva i contatti con le formazioni del Comitato di liberazione nazionale – rifornissero periodicamente i partigiani di mitra Sten, munizioni, materiale di sabotaggio, scarpe, vestiario.

A tale scopo, sin dall’ottobre 1943 era stato paracadutato – sui prati a fieno di Tea – un marinaio marconista originario della zona che prestava servizio per lo Special Corps britannico: Domenico Azzari, cui era stato consegnato un apparecchio ricetrasmittente affinché installasse una base radio (da lui approntata nella sua stessa abitazione di Castiglioncello). A tale missione gli Alleati diedero il nome di “Rutland” (mentre l’Azzari assumeva il nome di battaglia di “Candiani”).

L’inverno venne impiegato per organizzare un gruppo partigiano che avrebbe dovuto operare su quelle montagne; con il contributo dei gappisti carraresi Nardo Dunchi e Dario Cappellini, fu costituito il primo nucleo regnanino, a capo del quale venne posto il cognato dell’Azzari: Angiolino Marini, di Padula (tanto che si parlerà anche di “banda Marini”).

La storia personale di questo personaggio non era propriamente quella di un antifascista: il Marini – classe 1915 – era stato anzi uno dei più zelanti ed autoritari esponenti della locale gioventù littoria. Al punto di arrivare a comminare multe di 10 lire a chi, in occasione del rituale “sabato fascista”, si fosse trovato casualmente a passare dalla piazza di Casola durante un suo comizio senza la camicia nera d’ordinanza: magari semplicemente per andare alla bottega a fare la spesa. Riposto l’orbace il 25 luglio, dopo l’8 settembre l’Angiolino aveva cambiato completamente pelle dandosi alla macchia e facendosi chiamare dai suoi compagni “Diavolo Nero”.

Il destino sarebbe stato beffardo con il Marini. Nominato dal CLN sindaco di Casola dopo la liberazione, egli sarebbe di lì a poco perito (assieme ad un altro ex componente la banda) in un incidente stradale con il camion nel corso di un rifornimento di farina per gli abitanti del comune. Era il 30 maggio 1945 (in municipio gli subentrò un altro partigiano).

Divenuto operativo con la fine dell’inverno 1944, il gruppo Regnano avrebbe visto ingrossarsi le sue fila a seguito delle varie, fallimentari chiamate alle armi bandite dalla Repubblica di Salò, e riguardanti i giovani delle classi 1923, ‘24 e ‘25. Alla prima, disposta il 9 novembre 1943, era difatti seguito il “bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che comminava la pena di morte a renitenti e disertori; inducendo così a salire all’Alpe giovani non solo della valle dell’Aulella: ma anche dell’Alta Lunigiana, di Sarzana, del carrarino, dello spezzino. Cui si sarebbero uniti anche molti militari stranieri (quasi tutti ex prigionieri, fuggiti dai campi di detenzione o sottrattisi alla coscrizione germanica: la maggior parte dei quali era costituita da sovietici, catturati durante la campagna di Russia), in attesa di poter passare il fronte con l’aiuto degli stessi partigiani.

C’erano poi anche italiani più anziani, mossi sostanzialmente dall’intenzione di sottrarsi, imboscandosi, all’eventualità di rastrellamenti tedeschi; mentre gli ultimi ad aderire sarebbero stati molti alpini della divisione “Monterosa”, inviati dal nazifascismo su quelle montagne nei suoi finali sussulti di resistenza. La banda sarebbe così giunta ad annoverare anche un centinaio di effettivi: molti dei quali – anche per via della giovane età – erano privi della minima preparazione militare, così come di una qualsivoglia coloritura ideologica. Sarebbero poi state le forzate circostanze a portare taluni a simpatizzare per gli americani, talaltri per i sovietici.

E ad imporsi sarebbe stata, decisamente, la componente comunista: tanto che la canzone più gettonata in seno al gruppo divenne La canaglia pezzente. “Noi siam la canaglia pezzente / che suda combatte e lavora / finiam di soffrire ch’è l’ora / Ai soviet stringiamo la mano / l’Italia farem comunista / a morte il regime fascista / Evviva la Russia evviva Stalìn evviva Lenìn”.

Com’è noto, a differenza delle altre componenti della resistenza quella comunista operò ad uno scopo prevalentemente politico, anteponendo l’interesse del partito a quello patriottico. In ossequio a tale strategia, la guerra civile in atto veniva finalizzata alla creazione, nella nuova Italia liberata dal nazifascismo, di una “democrazia popolare” di stampo sovietico; e perché un simile progetto potesse realizzarsi, era necessario sin d’ora affermare, all’interno del CLN, il primato comunista rispetto agli altri partiti: anch’essi antifascisti, ma tuttavia legati al vecchio sistema parlamentare “borghese”.

Come concepito dallo stesso Togliatti, tale disegno egemonico-rivoluzionario prevedeva, quale principale arma di lotta, il terrorismo: donde la creazione dei “gruppi di azione partigiana” con il precipuo compito di dar vita ad azioni che, se sotto il profilo militare erano prive di effettiva utilità (quando non controproducenti), dal punto di vista politico e propagandistico dovevano assolvere a compiti ben precisi.

In primo luogo, quello di fomentare, come reazione alle immancabili rappresaglie, l’odio antitedesco della popolazione; ma allo stesso tempo, quello di creare attorno ai gappisti un alone di forza e onnipresenza, al fine di suscitare nella gente ammirazione per l’attivismo, l’efficienza e lo sprezzo del pericolo dei comunisti, in netta contrapposizione alla “passività” caratterizzante l’atteggiamento delle altre fazioni impegnate nella resistenza. Tutto questo, nella strategia togliattiana, avrebbe consentito al PCI di acquisire, nell’Italia liberata, quella posizione di forza necessaria alla rivoluzione prossima ventura: donde anche la corsa dei componenti le “brigate Garibaldi” a sfilare per primi – il mitra a tracolla – per le vie delle città al momento della liberazione, possibilmente precedendo gli stessi soldati alleati.

Così – per fare solo un esempio: e dei più tragici – l’attentato di via Rasella, con il conseguente massacro delle Fosse Ardeatine, non anticipò di un solo giorno la liberazione di Roma: ma dal punto di vista politico, esso contribuì notevolmente ad approfondire il baratro fra l’occupante e la cittadinanza, rendendo implicitamente più vicina (nei piani di chi lo aveva compiuto) la prospettiva rivoluzionaria. Simili scelleratezze nascevano insomma dal fatto che i comunisti, non considerando essenzialmente la lotta clandestina in funzione bellica, sostituirono deliberatamente le tradizionali modalità delle azioni di guerra con uno spirito e delle caratteristiche operative che – oltre a risultare spesso del tutto irresponsabili – finirono talvolta anche con l’essere puramente delinquenziali.

Ad una simile impostazione non fece eccezione neppure la nostra “banda del Castello”: la quale non tardò a rendersi protagonista di ruberie ed epurazioni che poco avevano a che fare con il compito assegnatole dagli angloamericani. Al punto di suscitare la riprovazione dei due stessi soldati alleati che erano stati paracadutati a sostegno della missione Rutland: i quali, una volta scoperti nella loro intenzione di fuggire, vennero assassinati dai partigiani sul crinale del monte Tondo.

Il gruppo Marini, difatti, a Regnano spadroneggiava, requisendo con prepotenza ai già poveri contadini del paese (nemmeno fossero stati gli agiati “culachi” perseguitati da Stalin) bestiame, granaglie, castagne; nella migliore delle ipotesi, ai malcapitati venivano rilasciate delle ricevute, ipoteticamente utilizzabili a guerra finita.

Posto il loro quartier generale in una casa vicino alla chiesa diroccata di S. Margherita, ma più che altro accampati nelle stalle e nei metati del Castello, i partigiani ne utilizzavano le aie per le varie attività necessarie alla sussistenza (a cominciare dalla macellazione); non era poi raro trovarli a discutere al tavolo dell’osteria, la barba lunga e la sigaretta in bocca. Tra un bicchiere e l’altro, però, rispetto alla pianificazione di azioni di sabotaggio nei confronti del nemico nazifascista si finì con il dare la preferenza – specie nella fase in cui, sembrando prossima la fine della guerra, anche l’auspicata svolta politica parve più vicina – ad atti di vera e propria vendetta contro persone sì compromesse con gli occupanti, ma con cui più che altro erano rimasti in sospeso conti di tipo privato.

Così, l’imprenditore spezzino Carlo Marchisio, che per sfollarvi la famiglia aveva acquistato una villa a Vigneta, e che lavorava con i tedeschi mettendo loro a disposizione i propri camion, il 5 settembre 1944 venne prelevato con un blitz dai nostri, portato in montagna e fatto fuori. Fu la giusta punizione per il suo collaborazionismo? A far sorgere dei dubbi è il fatto che il partigiano che gli sparò era stato suo dipendente come autista (e pare che il condannato, nel fumare l’ultima sigaretta, generosamente concessagli dal suo giustiziere, gli ricordasse inutilmente del bene fattogli dandogli da lavorare).

Così il concetto marxista di “lotta di classe” pure sulle montagne di Regnano scadeva a mera vendetta personale, frutto di un bieco “rancore aziendale” e comunque figlia dell’invidia e dell’odio accumulati nei confronti di chi era stato classificato tra i “signori”. Anche villa Marchisio venne comunque requisita dai nostri (i quali – ironia della sorte – la avrebbero in seguito utilizzata quale camera ardente a seguito della tragica scomparsa del Marini).

La stessa fine del Marchisio i bolscevichiregnanini riservarono al maresciallo dei carabinieri di Monzone, sottoposto ad ogni sorta di umiliazione (peraltro da dei giovinastri che per età avrebbero potuto essere suoi figli) prima di essere sommariamente processato all’Argegna e giustiziato.

Ma quella che avrebbe destato più impressione – una volta scoperta – fu la vicenda di Primo Davini: anche per la notorietà che il personaggio aveva acquisito nella zona. All’attività contadina di famiglia, dopo il disastroso terremoto del 1920 l’intraprendente Davini aveva affiancato quella di impresario edile: il che, con tutti i lavori legati alla ricostruzione, gli aveva regalato un certo benessere.

Storico segretario della sezione del fascio di Metra, dopo l’8 settembre egli aveva aderito alla Repubblica sociale proseguendo – con scarsi risultati a dire il vero – nell’opera di proselitismo nel suo paese. Tale ruolo non aveva tuttavia impedito all’esponente repubblichino di privilegiare sempre il buon senso nell’espletamento della propria carica: giungendo spesso ad anteporre l’aspetto umanitario rispetto alle dure esigenze del drammatico momento bellico, in un tentativo di pacificazione il cui successo – data la posizione da lui ricoperta – appariva in partenza alquanto problematico.

Ricevuto dal presidio tedesco di Metra l’ordine perentorio di sequestrare la radiotrasmittente partigiana di Castiglioncello e di arrestare i banditen che la custodivano entro il mattino successivo, il Davini scelse, la sera prima, di avvisare l’Azzari della sua venuta, consentendone così la fuga. Quando poi su Metra piombò la Decima Mas, a compiervi un sommario rastrellamento di presunti partigiani, il dirigente neofascista non esitò ad intervenire, difendendo a spada tratta i propri compaesani, presentandoli tutti come suoi operai o comunque buoni conoscenti ed ottenendone così il rilascio.

Il sentimento di paternalistico affetto del Davini nei confronti del paese ebbe modo di manifestarsi anche in occasione dell’arresto, da parte dei tedeschi, del fratello del Marini (che faceva il mugnaio a Padula), la cui moglie era originaria di Metra. Accorsa la donna a casa sua ad implorarne l’intervento, ed informatolo che il marito era stato portato al comando germanico di Fivizzano in quanto sospettato di complicità con l’attività partigiana del congiunto, egli, una volta di più, non esitò a spendere tutta la propria autorità a favore del malcapitato, riuscendo a convincere i tedeschi della estraneità del mugnaio alla banda del fratello.

Ma doveva essere proprio l’innato altruismo, l’eccesso di fiducia nel prossimo a perdere il Davini: per comprendere la disgrazia del quale, però, occorrerà fare un passo indietro, e tornare agli anni d’oro del regime. Com’è noto, l’avvento alla segreteria nazionale del partito fascista di Achille Starace aveva segnato l’era della “tessera del pane”: in pratica, a nessun italiano era consentito di concorrere ad un impiego statale, fare carriera, esercitare un qualsivoglia diritto in mancanza dell’iscrizione al fascio.

Un giorno, alla sezione di Metra si era presentato un disoccupato di Antognano, intenzionato a farsi assumere (come molti di quelle valli) presso l’arsenale della Spezia. Si trattava di un noto simpatizzante comunista, che si era sempre rifiutato di aderire al regime: la necessità, evidentemente, lo portava adesso a scendere a più miti consigli. Venne così inoltrata la sua richiesta di adesione.

Gli otto giorni necessari alla burocrazia del partito a consegnare materialmente la tessera trascorsero però senza alcun esito (si trattava, del resto, della sezione lucchese più distante dalla federazione provinciale): il Davini, a quel punto, ovviò a tale ritardo consegnando nelle mani dell’impaziente antognanese un attestato comprovante la sua richiesta di iscrizione, rassicurandolo che la tessera gli sarebbe stata consegnata non appena fosse arrivata.

Sarà stato un moto di orgoglio, sarà stato il sentimento di umiliazione che l’incallito antifascista dové provare dinanzi agli altri (nella stanza erano presenti una quindicina di persone): fatto sta che egli reagì malamente alla premura usatagli dal segretario, ribattendogli ingiuriosamente che, quando avesse avuto finalmente tra le mani il cartaceo oggetto, ne avrebbe fatto un utilizzo non propriamente politico, ma piuttosto igienico.

Il Davini, a quel punto, dinanzi a tanta gente, non poté esimersi dall’assestare all’insolente provocatore un sonoro schiaffone: “Verrà il giorno che mi vendicherò con il sangue”, minacciò allora l’altro nell’allontanarsi, scornato e col naso sanguinante. Il che tuttavia non gli impedì di farsi assumere in arsenale (ove sarebbe peraltro rimasto fino alla pensione): nel ‘44 anche costui si sarebbe dato alla macchia con la banda Marini.

Sia per i suoi trascorsi politici, sia soprattutto perché – come detto – era divenuto uno dei personaggi più facoltosi della zona, il Davini fu sin da subito fatto oggetto di una particolare attenzione da parte del gruppo di Regnano. Puntualmente si presentava a casa sua proprio l’antognanese, intimandogli di presentarsi il giorno dopo al Castello quando con una manza, quando con una vacca: e allorché la stalla fu vuota, si passò a ripulirlo anche dei soldi.

Nonostante i suoi familiari lo mettessero in guardia dal recarsi così a cuor leggero da quella gente, lui, avendo compreso l’irriducibile rancore che gli portava lo schiaffeggiato, non volle mai ribellarsi a tali estorsioni, credendo forse così – ancora in un eccesso di ottimismo – di salvare sé stesso e la propria famiglia.

Finché, un giorno, quando ormai non potevano cavarne più niente, i partigiani non decisero di farlo fuori: condottolo nella selva del Vallone, gli fecero scavare la fossa, lo spogliarono anche dei suoi vestiti, gli sfilarono l’orologio e la catenina d’oro e lo giustiziarono. Era il 17 ottobre 1944.

La salma di Primo Davini poté essere recuperata dai familiari solo dopo la fine della guerra: più volte infatti il Marini negò loro che il congiunto fosse stato assassinato, depistandoli altrove ed arrivando persino a sostenere di averlo passato come prigioniero alla banda operante nella zona di Orto di Donna.

Paradossalmente, anche un figlio del Davini rischiò di fare la sua stessa fine, ma per mano tedesca: i nazisti infatti, dopo la sua sparizione, appreso che l’uomo si era recato proprio in quel di Regnano, si convinsero che lo avesse fatto per unirsi ai ribelli (questo a conferma della singolarità dell’acquiescenza dell’esponente repubblichino nei confronti degli ordini dei suoi dichiarati nemici). Fu solamente l’intervento di uno zio a salvare il giovane: pragmaticamente egli riuscì a convincere i tedeschi che lo speranzoso fratello non aveva fatto ritorno a casa non perché avesse tradito, ma semplicemente perché era stato ammazzato.

A Montefiore, gli episodi cruenti provocati dal gruppo Regnano furono due: l’uno casuale, l’altro voluto; il primo, che ebbe luogo il 27 aprile 1944, segnò l’inizio della fase più dolorosa della guerra in queste vallate. Appena tre giorni prima, i partigiani lunigianesi erano stati riforniti di armi e vestiario da un aviolancio inglese concordato – tramite la radio dell’Azzari – sul campo di Mommio; al recupero del materiale avevano contribuito anche abitanti di quel paese.

I gappisti regnanini solevano avvalersi del mulino di Montefiore per macinare il grano e le castagne che si procuravano nel modo suddetto (e arrivando ad estorcere anche al mugnaio più farina di quella che sarebbe loro spettata). Una volta erano anche scesi al fiume a sparare contro il marmoreo stemma che il regime aveva apposto nel 1936 a celebrare la costruzione del nuovo ponte, con cui si era spostata più a monte la strada (quella medievale transitava proprio per l’abitato del Molino).

Al calar della sera, con l’ausilio di somari – anch’essi requisiti – i partigiani erano soliti trasportare a valle le granaglie utilizzando la mulattiera più diretta: quella della Pila (la collina che domina il corso dell’Aulella nel tratto fra i due paesi). Informati di tali traffici, decisero di muoversi i repubblichini del presidio di Fivizzano, cui si unirono carabinieri della stazione di Casola.

Il caso volle che, verso le 22, non appena imboccata la mulattiera, i militi si imbattessero proprio nell’asino clandestino, carico del grano destinato alle macine montefiorine, che era appena stato abbandonato in fretta e furia dai suoi accompagnatori una volta resisi conto di chi stava sopraggiungendo. Mentre i fascisti dedicavano le loro ironiche attenzioni alla bestia, i tre partigiani addetti al trasporto – che non si erano dati alla fuga, ma si erano nascosti fra la boscaglia – nel buio iniziarono a mitragliare i nemici con gli Sten.

Nel fuggi fuggi generale, ad avere la peggio furono un sottufficiale della guardia repubblicana, che rimase ucciso, ed un carabiniere, che venne ferito. La fortuna degli altri fu che al “cecchino” del trio, Oreste Bertolini (di Vigneta), si inceppò il mitra (in compenso, un partigiano di Montefiore si premurò di sfilare dal polso della vittima l’orologio). Il segretario del fascio repubblichino di Casola – un ex squadrista: al quale i paesani, per il suo fervore fascista assimilabile a quello del celebre ras cremonese, avevano attribuito il soprannome di “Farinacci” – si rifugiò terrorizzato proprio al mulino: donde il mugnaio lo aiutò a scappare giù per il fiume, in piena notte e vestito da donna (con l’intensificarsi degli attacchi partigiani costui avrebbe di lì a poco abbandonato anche Casola, aggregandosi alla Decima Mas).

Quello di Montefiore fu dunque il primo scontro armato che ebbe per protagonista il gruppo Regnano: un episodio che contribuì a suo modo a segnare l’inizio della lunga scia di stragi naziste che per tutto il 1944 avrebbe insanguinato la terra apuana. Per quanto anche altri fatti occorsi in quello stesso mese concorressero a far maturare la voglia germanica di far pulizia su quelle montagne: come dimostra anche l’insediamento, a Fivizzano, del battaglione “S. Marco” della Decima Mas (la quale aveva posto la propria sede operativa alla Spezia), al precipuo scopo di stanare i ribelli.

Già il 1° di aprile, il gruppo partigiano operante nella zona di Sassalbo aveva attaccato e disarmato il presidio della guardia nazionale repubblichina del passo del Cerreto; la stessa sorte era toccata, il 17, a quello di Filattiera (mentre il 24 c’era stato, come detto, l’aviolancio alleato su Mommio). Forti di questi successi, il 29 i GAP piombavano su Fivizzano: mentre i repubblichini si barricavano in caserma, quattro camion tedeschi dell’organizzazione Todt carichi di viveri cadevano nelle mani dei partigiani; i quali, nei giorni successivi, compivano altri blitz lungo la strada del Cerreto, impadronendosi di armi e commestibili.

A tali prove di forza occorreva rispondere con durezza: esse provavano infatti che, dopo gli sporadici attacchi invernali che i gappisti avevano portato a valle, adesso quei banditen si stavano impadronendo delle montagne. C’era però anche la consapevolezza di avere a che fare – in questa inattesa piega presa dalla guerra – con un nemico inedito, invisibile, che all’improvviso si materializzava dal nulla: donde la decisione della Feldkommandantur apuanadi organizzare, per il 4-5 maggio, un massiccio rastrellamento in quei paesi che, per certo, avevano avuto a che fare con l’attività dei ribelli (ed al quale parteciparono anche militi repubblichini, della Decima Mas e della guardia di finanza). A farne maggiormente le spese sarebbero stati, com’è noto, i ventidue innocenti trucidati fra Mommio e Sassalbo: il ritrovamento in alcune abitazioni di parte del materiale paracadutato dagli Alleati rappresentò, agli occhi dei nazisti, la prova della connivenza del paese con i ribelli.

Regnano, invece, in questo primo frangente la scampò. Piombati il 4 maggio alla Ca’ Malaspina, i tedeschi suscitarono il terrore in paese prelevando con violenza alcuni uomini e costringendoli ad accompagnarli lungo la strada per il Vallone: evidentemente sperando, con il loro aiuto, di poter individuare il ricovero montano dei partigiani. Due dei quali caddero nella rete: si trattava dei fratelli Fermo e Fabio Bertolucci, di Regnano. Fucilati in due punti diversi della montagna, ebbero diverso anche il destino: Fermo morì; mentre Fabio, dato dai carnefici per morto, si salvò.

Fra tante storie atroci, c’è anche un episodio in cui trionfa la pietà. Ripreso il controllo della situazione, i partigiani fanno prigioniero un repubblichino, che ritengono coinvolto nell’operazione che ha portato alla cattura dei due fratelli: rinchiusolo dentro una capanna, si convoca il padre dei Bertolucci, Eugenio, affinché ne decida la sorte.

Di fede comunista (nel dopoguerra sarebbe stato consigliere comunale del PCI), era costui una persona amata e rispettata da tutti in paese per la sua rettitudine: uno di quei personaggi cui i più giovani solevano rivolgersi come ad un patriarca. Anche in questa dolorosa circostanza il Bertolucci seppe tenere un contegno esemplare: alla vista dell’ostaggio, a prevalere nel suo cuore fu difatti la compassione. E al cospetto dei compagni del figlio assassinato, egli seppe pronunciare parole degne della sua fama: “Slegatelo, basta con il sangue! Per me è un uomo libero. Io gli perdono! Non è colpa sua ma della guerra”.

Nelle settimane successive, tutta una serie di eventi intervengono a segnare l’inizio della fase bellica più drammatica fra queste montagne. Il 25 aprile le autorità nazifasciste pubblicano l’ennesimo bando di chiamata alle armi per le medesime classi, concedendo un mese di tempo: a quanti – compresi gli appartenenti a bande partigiane – si presenteranno entro la mezzanotte del 25 maggio, verrà concesso il perdono; viceversa, coloro che faranno scadere tale termine senza consegnarsi saranno “considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”. Lo stesso trattamento viene garantito a chiunque dia rifugio, fornisca vitto o presti assistenza ai disertori unitisi ai ribelli.

Tale decreto finisce però con il sortire l’effetto opposto di quello sperato. Tantissimi di quei giovani precettati, infatti, chiamati a scegliere fra due rischi, optano per il minore: nel senso che il nazifascismo viene dato ormai per spacciato, e la liberazione sentita come vicina. Per questo, in tutto il territorio soggetto all’occupazione tedesca, a migliaia decidono di darsi alla macchia, piuttosto che andare a farsi ammazzare per compiacere i vaneggi di Hitler e Mussolini.

A frustrare gli auspici di tutti gli italiani che, in quei giorni, sperano che la guerra stia volgendo al termine, intervengono però due elementi, fra loro complementari: da una parte, la ferrea determinazione tedesca a resistere lungo quella “Linea gotica” cui da tempo sta lavorando la Todt (la quale, per disposizione dello stratega germanico, il Feldmaresciallo Kesserling, è stata tempestivamente approntata a ridosso della catena appenninica – più facilmente difendibile rispetto a quella alpina – quando ancora si combatteva lungo il Garigliano e la “Linea Gustav”); dall’altra, l’inspiegabile lentezza con cui gli Alleati continuano a risalire la Penisola anche una volta presa Roma, il 4 giugno.

Evento cui fa seguito, appena due giorni più tardi, lo sbarco in Normandia: l’attacco alleato al cuore della fortezza hitleriana pare ormai lanciato, la fine del conflitto più che mai vicina; conseguentemente, gli attacchi partigiani contro fascisti e tedeschi divengono più intensi. Anche la banda Marini – notevolmente ingrossatasi con i nuovi arrivi – mette a segno un’escalation di colpi che vanno dal sabotaggio dei ponti sulla strada del passo dei Carpinelli agli assalti alle caserme: dopo avere costretto alla resa la milizia fascista di stanza a Monzone, il 23 giugno viene disarmata quella di Casola.

Ogni tanto, però, capita anche qualche inconveniente. Il 13 giugno un camion di partigiani in transito fra Metra e Carpinelli si incrocia con due automezzi germanici. Immediatamente i ribelli se la danno a gambe, mentre i tedeschi aprono il fuoco: ad avere la peggio è proprio l’Azzari, che rimane ferito a una spalla.

Tale battuta d’arresto non impedisce tuttavia alla banda Marini di occupare il santuario dell’Argegna: il quale, sin dal 1939, era stato scelto dal comando di difesa antiaerea della Spezia quale ideale punto di avvistamento di aerei nemici in caso di guerra. Un presidio militare si era così insediato nella canonica (sulla cui cantonata, dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto, erano stati posizionati – in assenza dei radar – gli aerofoni). Il crescendo di blitz partigiani nella vallata sottostante porta però i soldati, il 13 giugno, ad abbandonare il santuario-fortilizio, giudicato non più sicuro né difendibile.

Vi si insediano allora una quarantina di componenti il gruppo Regnano: i quali – forse in ossequio all’ateismo dell’ideologia abbracciata – non trovano di meglio che sfondare tutto quanto negli anni precedenti era stato chiuso a preservare gli ambienti mantenuti al culto rispetto a quelli militarizzati. La fama della “banda dell’Argegna” aumenta: tanto che diversi nuclei minori decidono di porsi alle sue dipendenze.

Uno di questi, il 9 luglio, si scontra con un reparto della Decima Mas lungo la strada fra Soliera e Fivizzano: i marò si dirigono allora su Gragnola, ma i partigiani li attaccano all’ingresso del paese. La battaglia prosegue per alcune ore, altri gappisti intervengono a dar man forte ai compagni e così i soldati di Borghese sono costretti a ritirarsi, lasciando sul campo nove morti.

Il 13 luglio, però, proprio all’Argegna ha inizio la controffensiva teutonica: i tedeschi danno l’assalto al santuario, mentre i partigiani si danno ancora una volta alla fuga (com’è tristemente noto, i nazisti a quel punto sfogano la loro rabbia distruggendo e bruciando tutto). Ciò non impedisce al CLN di organizzare, per il 9 agosto, proprio a Regnano, un convegno dei comandanti delle formazioni lunigianesi, apuane e garfagnine allo scopo di concordare con i rappresentanti alleati la creazione di un’organizzazione superiore di coordinamento comune: la quale – al comando del maggiore inglese Oldham – diverrà operativa alla fine di settembre con il nome di “Divisione Garibaldi Lunense”. Suddiviso il territorio in quattro comprensori, vi vengono insediate altrettante brigate: al Marini viene affidato il comando della III Brigata Garibaldi “La Spezia”, con il compito di operare nei comuni di Casola, Fivizzano, Minucciano e Giuncugnano.

Ma i tedeschi devono avere qualche informatore in paese: già la notte precedente piombano in forze a Regnano onde sfruttare l’irripetibile occasione; ma pure tale spedizione si conclude, in pratica, con un nulla di fatto. Anche i partigiani, evidentemente, hanno le loro vedette; nella fattispecie, una donna di Montefiore: la quale, notando l’insolito movimento di truppe sulla strada ed intuendone la destinazione, le ha precedute lungo la mulattiera della Pila giungendo a Regnano in tempo per dare l’allarme e consentendo così ai gappisti di riparare in montagna.

Il paese viene svegliato dal crepitio di fucili e mitragliatrici; il rastrellamento, però, non sorte l’effetto sperato: un solo partigiano viene sorpreso ed ucciso, nel borgo della Villa. La terrorizzata popolazione viene assembrata dinanzi all’oratorio di questa stessa frazione: ma i nazisti, alla fine, si limitano a minare qualche casa, abbattendola o lesionandola. L’appuntamento con la strage è così ancora una volta rimandato.

L’estate del ‘44 trascorre in un crescendo di speranze ed orrori: mentre al Nord – sempre nella prospettiva di una liberazione imminente – si vanno formando varie “repubbliche partigiane”, nella zona del fronte i nazifascisti, ormai bersaglio di un quotidiano stillicidio di attacchi da parte dei banditen, non sanno fare di meglio che vendicarsi sulla popolazione inerme, mettendo in atto eccidi sempre più efferati. Nella parte di Lunigiana di cui ci stiamo occupando, il crimine più atroce viene commesso, com’è noto, contro il paese di Vinca, la cui popolazione viene sterminata fra il 24 e il 25 agosto per mano delle SS del maggiore Reder e con l’ausilio delle brigate nere di Carrara; altre vittime innocenti vengono mietute a Gragnola, Monzone, Tenerano.

A Montefiore ci si limita a precettare uomini da destinare ai lavori della Todt; ma anche a prelevare giovanetti cui far governare il bestiame requisito. Così, il 20 agosto, persino ragazzi di 12 anni vengono strappati alle loro famiglie e costretti sotto la minaccia delle armi a condurre le mucche fino a Castelnuovo.

L’autunno porta così la consapevolezza che la fine della guerra è ancora lontana: con i tedeschi saldamente attestati sulle loro posizioni e pronti alle più aberranti nefandezze pur di tutelare quella Linea gotica ormai eretta ad ultimo baluardo del Reich hitleriano (mentre anche le repubbliche partigiane cadono una dopo l’altra, sotto i colpi di Kesserling). Emblematico, in tal senso, il fallimento di un attacco a tenaglia contro di essa concordato fra partigiani e Alleati.

Nel mese di ottobre, il battaglione alpino “Aosta” giunge in Garfagnana a dare man forte alle truppe tedesche nella difesa del tratto del fronte compreso fra il monte Altissimo ed il Serchio. Il 26, una compagnia di militari italiani sostituisce quelli germanici nel presidiare un settore lungo un paio di chilometri. Accortisi di tale avvicendamento – e giudicando evidentemente adesso più espugnabile quel tratto – i partigiani operanti nella zona ne informano immediatamente gli Alleati.

Viene così concordata un’azione a tenaglia: all’alba del 28 ottobre, tre battaglioni brasiliani dovranno attaccare l’Aosta dal versante versiliese, mentre ai partigiani spetterà di sorprenderla alle spalle. Dopo un’iniziale avanzata, però, gli americani sono costretti dal contrattacco italiano a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchie vittime. Conseguentemente, anche le brigate partigiane mobilitate si trovano scoperte: quella regnanina in particolare viene rapidamente dispersa, mentre tenta di risalire la zona di Careggine.

Meglio va ai nostri l’attività di guerriglia, che fra ottobre e novembre li vede mettere in atto agguati, sabotaggi, imboscate. I tedeschi a quel punto si riorganizzano sia mediante l’istituzione di nuovi presidi che con l’adozione di provvedimenti – decisi da loro ma fatti sempre emanare dalle autorità italiane – dissuasivi.

Il 30 ottobre, il commissario prefettizio di Casola (facente funzioni di sindaco) diffonde il seguente comunicato: “In seguito ad ordine del Comando militare tedesco rende noto: se chiunque, partigiani od altri, si renderanno colpevoli di atti di ostilità verso i militari tedeschi, i paesi nel cui territorio il fatto è avvenuto saranno incendiati. Tale provvedimento sarà anche adottato, nel caso di ulteriori atti ostili, verso signore e signorine con taglio di capelli od altri spregi”.

Per contrastare gli attacchi notturni contro le truppe in transito verso il fronte, la Kommandanturdi Piazza al Serchio fa a sua volta affiggere un manifesto che impone il coprifuoco – sia sulla strada per Minucciano che per i Carpinelli – dalle 21.30 alle 4.30, vietando il transito a pedoni e mezzi, pena la fucilazione immediata. Inoltre: “Per resistenza passiva, aggressioni, devastazioni, demolizioni saranno resi responsabili in pieno quei Comuni che trovansi vicini al luogo del reato commesso. Paesi e caseggiati nei quali venissero trovate armi, oppure risultanti stare in comunicazione con ribelli saranno bruciati, fucilandone la popolazione maschia”. I presupposti per la rappresaglia vengono così posti nella maniera più netta.

Per quanto riguarda invece i presidi, il comando germanico, dopo quelli di Metra e Vigneta, ne istituisce anche a Reusa, Casola e – il 6 novembre – Montefiore. Viene a tale scopo requisita una casa piuttosto grande situata lungo la rotabile dei Carpinelli: il cui padrone – un carbonaio – intuisce che i tedeschi sono a conoscenza dell’esistenza della radio di Castiglioncello. Nell’intento di metterli in guardia, fa sapere la cosa a quelli di Regnano; suscitando però la diffidenza del Marini: il quale, non vedendoci chiaro, convoca a rapporto il non richiesto informatore. Il quale ha il suo daffare per spiegare al malfidato comandante di non essere una spia: alla fine, è solo la difesa che ne prendono i partigiani di Montefiore a scagionare il malcapitato.

In questo nuovo presidio i tedeschi insediano una ventina di uomini, al comando di un sergente germanico; la truppa però è costituita tutta da russi. Si tratta di prigionieri che, per evitare guai peggiori, hanno accettato di combattere al fianco del nemico; spesso ubriachi, si rendono sovente protagonisti di atti di prepotenza in paese pur di procurarsi – in luogo della vodka – la grappa (che poi è l’unico liquore prodotto dalle vigne locali).

A gelare definitivamente gli animi dei partigiani interviene, il 13 novembre, dai microfoni di “Italia combatte”, il “proclama Alexander”, con cui il comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo invita i “patrioti” italiani impegnati nella resistenza armata contro l’invasore a “cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno, che sarà molto duro per i patrioti a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci”.

Donde l’ordine di sospendere ogni azione militare, conservare munizioni e materiale in attesa di nuove disposizioni e non esporsi in azioni rischiose. In pratica, stare sulla difensiva sino alla primavera – allorché, si promette, l’avanzata alleata ripartirà alla grande – limitandosi ad approfittare “delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti”.

Alle orecchie degli imboscati del Castello tali direttive suonano come una beffa: la prospettiva è difatti quella di dover affrontare i rigori dell’inverno sulle montagne. Da tale stato d’animo scaturisce – poco più di una settimana più tardi – l’attacco che provocherà l’eccidio di Regnano.

Il Diavolo Nero ha studiato bene il colpo, fissato per il 22 novembre: all’alba, con indosso la sua dismessa divisa tedesca, si presenta all’uscio del presidio montefiorino proprio un partigiano russo (“Milenko”); il quale, parlando tedesco, induce la sentinella ad aprirgli il portone, per poi immediatamente puntare il mitra e disarmarla.

A questo punto entrano in azione anche i compagni acquattati alle sue spalle: i quali hanno gioco facile nel sorprendere la truppa, dormiente qua e là sui giacigli di paglia. Al comando dello stesso Marini, tutti i prigionieri vengono condotti a Regnano: e già che ci sono, i partigiani si portano via pure la marmitta.

Una volta al Castello, il sergente tedesco – un uomo mite, che in quel breve tempo si era fatto benvolere a Montefiore – viene diviso dagli altri e rinchiuso dentro una capanna: ostaggio troppo ingombrante per essere trattenuto, viene giustiziato la sera stessa, in un bosco sopra al paese, e malamente sepolto sotto un palmo di terra, dentro la fossa fattagli scavare in fretta e furia. Gli altri soldati catturati, invece, per il solo fatto di essere russi (e nonostante abbiano già mostrato una simile disinvoltura nel cambiare bandiera) vengono giudicati come dei potenziali compagni di lotta; al tempo stesso, però, essi vengono ad aumentare i cronici problemi di sostentamento del gruppo (rimarcati del resto anche dal goffo prelievo di quel pentolone). In uno slancio di fiducia, si decide di lasciare loro la scelta se unirsi alla brigata partigiana o passare il fronte e raggiungere gli Alleati, .

Qui però le cose non vanno come previsto dal Marini. Il gruppo di coloro che scelgono di andarsene (i quali, ritenuti in buona fede, hanno avute restituite le armi), infatti, una volta giunti nei pressi di Metra si rivolta contro i due partigiani di scorta, uccidendone uno e guadagnando rapidamente il presidio tedesco, ove raccontano dell’agguato subito dal loro e dell’uccisione del sergente. A quel punto, le rigide direttive attuate ormai da mesi dal comando tedesco non lasciano scampo: vendetta.

Nel frattempo, a Regnano, si vivono ore di ansia: già al mattino quel teatrale passaggio dei prigionieri in divisa tedesca sotto le armi dei partigiani per le vie del paese è stato vissuto dalla gente come un presagio di disgrazia. La sparatoria la cui eco, poco prima del tramonto, viene poi udita provenire dall’altra parte della valle (e che è poi quella relativa ai fatti di Metra) fa il resto: gli stessi partigiani, al mattino tanto baldanzosi, appostati fra i castagni sopra al Castello scrutano adesso intimoriti a valle con il cannocchiale, cercando di capire cosa sia successo. Ad ogni buon conto, si decide di salire in montagna.

Il giorno successivo, difatti, puntuale e terribile arriva la ritorsione germanica: ed una disamina del comportamento nazista non potrà che far risaltare l’estrema sommarietà e frettolosità con cui venne attuato l’eccidio di Regnano. Questo per due motivi sostanziali: si rinunciò a priori ad un rastrellamento finalizzato all’individuazione dei ribelli (tantomeno si provò a stanarli dalla vallata soprastante il Castello, ove era chiaro che dovevano essersi rifugiati: e i tedeschi erano in numero tale da poter quantomeno tentare un’azione a tenaglia); la strage fu condotta a casaccio, senza alcun criterio selettivo, né numerico: tanto che molte delle tredici vittime (nessuna delle quali, peraltro, imparentata con i partigiani) pagarono con la vita il semplice fatto di essersi alzate presto per attendere ai propri abituali lavori agricoli. Evidentemente, visto anche il fallimento delle precedenti spedizioni regnanine, intento nazista era unicamente quello di fare una volta per tutte tabula rasa – e senza perdere un solo minuto – del Castello: altre volte graziato ma stavolta condannato a morte in quanto giudicato complice dei molesti quanto inafferrabili banditen.

Le circostanze dell’eccidio si incrociano poi tragicamente con le millenarie abitudini ed usanze tipiche della civiltà contadina: la quale imponeva che la messa mattutina si svolgesse prestissimo, onde consentire alla gente di essere nei campi già al levar del sole. Il mese di novembre era notoriamente dedicato al culto dei Morti: e a Regnano si soleva andare in chiesa tutte le mattine. Ancor più richiamo la funzione esercitava sulla popolazione – comprensibilmente – dato il drammatico frangente bellico che si stava vivendo.

Anche quel giorno dunque – nonostante fosse giovedì – numerosi fedeli si recarono alla messa: notando, nella parte bassa del paese, ingenti schiere di soldati; i quali però, avendo quale obiettivo il Castello, dissimularono le proprie intenzioni, continuando a procedere ordinatamente e in silenzio. Lo schieramento di forze era imponente: la Kommandanturaveva difatti chiamato a raccolta gli uomini di tutti i presidi circostanti; ma accanto ai tedeschi erano presenti – oltre ai soliti russi passati dalla loro parte – anche italiani, con il volto coperto da passamontagna: uno dei quali avrebbe indicato alle donne e ai bambini rastrellati da che parte andare (nei giorni successivi alla strage sarebbero saliti a Regnano anche alpini della “Monterosa”, allo scopo di requisire altro bestiame: ma la loro partecipazione all’eccidio è in ogni caso da escludere).

All’alba, un bengala segna l’inizio dell’operazione, seguito da altri di conferma: dopodiché la parola passa ai mortai, ai mitra, alle mitragliatrici e alle bombe a mano dell’orda di carnefici, che sbucano da ogni parte del Castello. Un contadino che si era alzato ancora a notte per andare a prendere le foglie di castagno dalla sua capanna nel bosco per fare la lettiera alle bestie viene trucidato proprio mentre rientra in paese. Ad un altro che, sull’aia, sta trattando il grano per la semina viene sparato a vista dalla strada soprastante: sopravvissuto alle trincee della Grande guerra (in paese era chiamato “il sergente”) muore davanti casa senza avere nemmeno il tempo di rendersi conto.

La moglie, accorsa fuori agli spari, viene anch’essa immediatamente falciata; la scampano invece la nuora (mancata dai colpi) e il figlio – disertore di Salò, ma non partigiano – rifugiatosi nella capanna. Due dei russi prelevati il giorno prima a Montefiore vengono invece sorpresi mentre dormono in un essiccatoio, per il loro secondo risveglio violento consecutivo: stavolta però vengono giustiziati all’istante (per cui le vittime dell’eccidio di Regnano assommano in realtà a quindici).

L’unico massacro di gruppo ha luogo nella “selva” sopra al Castello, ove la mitragliatrice si abbatte su sette contadini – fra cui due padri con i rispettivi figli, di 16 e 17 anni – levatisi di buon’ora chi per pestar castagne, chi per prender foglie. I due ragazzi, prima di essere passati per le armi, vengono anche duramente percossi in quanto sospettati (solo per la giovane età) di essere dei partigiani; ad uno di loro viene pure uccisa l’inseparabile cagnetta che teneva in braccio.

Straziante anche la vicenda dei familiari: i quali, convinti che la carneficina sia stata limitata all’interno del borgo, compiono per tutto il giorno il giro dei possibili ricoveri dai congiunti utilizzati nelle loro giornate lavorative; finché, al tramonto, quando le speranze sono ormai affievolite, giunge da altri paesani la notizia che i loro cari giacciono cadaveri su alla Selva. Le circostanze di quell’esecuzione sarebbero state loro successivamente raccontate da un sopravvissuto alla mattanza: colpito da un proiettile alla bocca, e caduto a terra non prima però di un sussulto vitale, gli era stato risparmiato il colpo di grazia solo perché, vedendolo sanguinare copiosamente dalla testa, i giustizieri lo avevano dato per spacciato, prolungandogli così l’agonia (invece si era salvato andandosi a rifugiare da dei suoi parenti, nel non lontano paese di Po).

Ma c’è un episodio che forse meglio di qualunque altro testimonia dello spirito con cui i nazisti venivano ad attuare queste missioni di morte: un episodio in cui, più che gli ordini ricevuti, conta il semplice istinto omicida dell’esecutore. Il clima di quei mesi induceva molti (soprattutto gli uomini prelevabili dai tedeschi per essere inviati ai lavori forzati) a trascorrere le notti in cui maggiore era sentito il pericolo dei rastrellamenti nei metati, nelle capanne fuori dal paese. Oltre a tale accorgimento, però, non si poteva nemmeno escludere l’eventualità di doversi nascondere fuori di casa all’improvviso, di notte come di giorno: donde la necessità di disporre di un rifugio più a portata di mano.

L’astuzia contadina aveva così escogitato lo scavo nei poggi di cunicoli, in grado di servire ciascuno due o tre famiglie: si trattava, in pratica, di fosse mimetizzate dalla terra con cui venivano ricoperte utilizzando delle tavole, e la cui entrata, fatta coincidere con un punto ricco di vegetazione, veniva ulteriormente occultata con frasche. Data la frequenza delle brutali razzie compiute dai famelici tedeschi, inoltre, queste venivano utilizzate anche come nascondiglio per i viveri.

Un giovane sfollato spezzino, all’udire l’infernale sequenza di spari, aveva pensato bene di riparare nel rifugio più vicino a casa sua: per poi però immediatamente riuscirne una volta constatato che nessun altro aveva avuto la sua stessa idea. Intenzionato a ricongiungersi ad altri fuggitivi, si buttò dunque istintivamente per l’unica via lasciata libera dagli assalitori, lungo il fiume.

Un tedesco, notato il suo movimento, giudicando che dentro quella sorta di bunker dovessero essersi rifugiate altre persone, dovendo scegliere all’istante fra l’inseguire il fuggitivo e il dedicarsi al nascondiglio, optò per quest’ultima soluzione, gettandovi dentro una bomba incendiaria: la quale sortì l’effetto di bruciare gli insaccati, il lardo, i formaggi lì depositati, sprigionando nell’aria un fumaccio e un fetore insopportabili e facendo credere ai sopravvissuti che da quella parte si fossero massacrate altre persone e bruciati i cadaveri. Paradossalmente, dunque, questo ragazzo ebbe salva la vita solo per un cinico calcolo del soldato: il quale scelse di gettare la bomba dentro alla fossa solo perché convinto, in tale maniera, di provocare un numero maggiore di vittime.

Alle 7 la strage era già compiuta. Non migliore sorte dei cristiani toccò al bestiame, in parte ucciso (altrettanto a casaccio delle persone) in parte requisito: e il caos cui diedero vita gli animali terrorizzati – con lotte furibonde ed un toro, scatenatosi una volta liberato, a farla da padrone – contribuì a dare ancor più a tutto quanto le tinte del giorno del giudizio. A questo punto i nazisti si divisero i compiti: alcuni di loro si diedero al saccheggio delle case, altri al rastrellamento della popolazione.

Si trattò di una razzia degna dei lanzichenecchi; fu portato via tutto senza distinzione: la biancheria maschile come quella femminile, gli oggetti di valore come le posate, le sveglie, le medicine, il sapone, le forme di pecorino… Le persone rastrellate (in maggioranza donne e bambini) furono portate nel borgo del Poggio, raggruppate in un orto e fatte inginocchiare, con una mitragliatrice parata davanti a simulare la fucilazione; una bambina fu strappata di collo alla mamma ed ulteriormente terrorizzata dai tedeschi con il passarsela di mano in mano. Ma almeno in questo caso, la drammatica adunata aveva soltanto valore pedagogico.

Nel corso del rastrellamento un partigiano era stato effettivamente catturato: Nino Bondi (di Collegnago), rimasto in paese e scoperto dentro una cisterna, tradito da dei documenti della brigata che aveva con sé. Anche costui fu condotto al Poggio per essere torturato e percosso al cospetto degli altri affinché rivelasse dov’erano fuggiti i suoi compagni; nel frattempo, un ufficiale tedesco raccomandava agli astanti di non aiutare i ribelli ed anzi di collaborare coi nazisti segnalando loro l’eventuale rientro in paese dei banditen.

Finché, tutt’a un tratto, non venne dato l’ordine di ritirata (“Via! Via!”): al che tutti quanti gli assalitori se ne andarono altrettanto fulmineamente di come erano venuti, portandosi via sia il bestiame che il prigioniero ed avviandosi parte in direzione di Montefiore, parte di Metra. Ma non era ancora finita: quella sedicesima vittima della giornata, dal destino risparmiata alla Selva, fu dai tedeschi mietuta lungo la via del ritorno.

La mulattiera da Regnano a Metra attraversava campi e castagneti passando, rispetto alla strada attuale, più in alto, a mezza costa e lasciandosi a valle Pugliano: fu proprio nei pressi di tale paese che il Bondi, a seguito di un tentativo di fuga, venne fucilato (la targa che lo ricorda è stata posta lungo la carrozzabile, presso un mulino, in corrispondenza del punto del sentiero in cui avvenne l’esecuzione).

Va detto che un’altra vittima avrebbero fatto a Montefiore i bombardamenti alleati, che si accanirono anche sulla valle dell’Aulella (il 18 maggio 1944 venne distrutta Aulla, il 13 luglio Fivizzano; mentre nel febbraio del ‘45 ripetuti attacchi inglesi si abbatterono perfino contro il già martoriato santuario dell’Argegna). In assenza di mezzi pubblici, i camion adibiti al trasporto del carbone alla Spezia si prestavano anche a dare dei passaggi alla gente; i carichi, a Montefiore, avevano luogo su di uno spiazzo a fianco della rotabile, nel punto in cui quest’ultima scavalca il ruscello che attraversa il paese.

Un giorno, due camion che stavano effettuando il carico vennero messi nel mirino da altrettanti bombardieri della RAF: i quali più volte passarono e ripassarono sopra all’obiettivo, mitragliando all’impazzata e gettando il paese nel panico. Mentre i fienili andavano a fuoco, ad avere la peggio fu una giovane spezzina, Livia Del Vigo: venuta a Montefiore a trovare la madre, stava attendendo di poter salire a bordo per fare rientro a casa quando fu presa in pieno da una scarica (un altro spezzino rimase ferito).

Così la povera Livia venne ad incontrare il suo destino a Montefiore per mano di quegli stessi aerei inglesi che da tempo stavano martoriando la sua città.

Bibliografia

1)E. Mosti, La Resistenza apuana, Milano, Longanesi, 1973.

2)I. Ferrando Cabona – E. Crusi, Alta Valle Aulella, Genova, Sagep, 1980.

3)C. Giorgetti, Il Santuario di N. S. della Guardia sul Monte Argegna, Massa, Tipografia Stilgrafica, 1995.

4)M. Diaferia, 1943-1945: Pontremoli, una diocesi italiana tra Toscana, Liguria ed Emilia attraverso i libri cronistorici parrocchiali, Sarzana, Zappa, 1995.

Si ringraziano inoltre: Maria Angela Malaspina, Antonio Musetti, Paris Musetti per le loro testimonianze; Valerio Bizzari per il suo contributo.

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Guai ai vinti: il martirio dell’Italia nella Seconda guerra mondiale

Gli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale hanno inferto al nostro Paese ferite che, per efferatezza e disumanità, non hanno eguale nella sua storia precedente. Per una diabolica serie di fatalità che cercheremo di ricostruire, gli eventi fecero infatti dell’Italia, da nazione semplicemente vinta, la vittima per eccellenza del conflitto.

All’inizio del 1943, dopo i rovesci africani e la vittoriosa resistenza sovietica a Stalingrado, la guerra per l’Asse è ormai perduta: Churchill e Roosevelt, incontrandosi a Casablanca, decidono che i combattimenti potranno concludersi soltanto con la “resa incondizionata” del nemico.

È il presidente americano che, con un vero e proprio colpo di testa, impone al riottoso premier britannico tale miope soluzione (oltremodo punitiva, se non vendicativa: sicuramente aliena da qualsiasi sentimento di solidarietà umana): la quale, spingendo tanto la Germania quanto il Giappone a una disperata resistenza ad oltranza, finirà in pratica con il far pagare alle incolpevoli popolazioni quanto deciso sopra le loro teste dalle rispettive dittature.

Da tale sconsiderata premessa nasce la particolare tragicità dell’ultimo biennio del conflitto, e segnatamente della nostra sorte: nemmeno all’Italia – vale a dire al più debole dei componenti lo schieramento nemico – sarebbe stato infatti consentito di ritirarsi dalla guerra patteggiando un armistizio onorevole.

A differenza di quanto era stato concesso, ad esempio, alla Francia, crollata praticamente al primo assalto tedesco senza che trovassero nulla da ridire né l’alleata Inghilterra (la quale aveva anzi accolto sul proprio suolo il “governo di resistenza” impersonato da De Gaulle), né la nemica Germania, che aveva immediatamente accettato la resa imponendo delle condizioni in fondo assai meno severe di quelle paventate dagli stessi francesi (e fortemente auspicate da Mussolini). Basti pensare che alla flotta, non immediatamente requisita dal Reich, sarebbe stata in pratica lasciata la possibilità di autoaffondarsi.

A prolungare l’agonia di un Paese allo stremo, ormai privo di forze sia materiali che morali, intervenne poi un altro fattore: le differenti risposte strategiche che inglesi e americani intendevano dare alla richiesta sovietica di aprire un “secondo fronte” finalizzato a costringere i tedeschi a dividere le proprie forze.

Mentre infatti Churchill avrebbe preferito che lo smantellamento della fortezza hitleriana avvenisse attraverso la penisola balcanica, preoccupandosi anzitutto di intercettare e contenere la prevedibile avanzata sovietica nell’area danubiana, Roosevelt, interessato ad accelerare il più possibile la caduta della Germania onde poter riversare tutte le forze alleate nella guerra del Pacifico, insisteva perché il nuovo fronte venisse aperto ad occidente – segnatamente sulle coste della Francia settentrionale – in modo da porre nel mirino l’obiettivo tedesco da una distanza più ravvicinata.

A prevalere sarebbe stata – per la soddisfazione di Stalin – la tesi americana: in conseguenza di tale scelta e dei preparativi per la grande offensiva occidentale prevista per il 1944, le operazioni belliche riguardanti l’Italia avrebbero perso di importanza, procedendo di conseguenza con estrema lentezza e inefficienza.

A testimoniarlo stanno anche le modalità dello sbarco in Sicilia: deciso anch’esso alla conferenza di Casablanca, era stato in un primo tempo considerato come fine a sé stesso dai nostri nemici, i quali lo vedevano più come uno sblocco della situazione nel Mediterraneo che come un preliminare all’invasione del continente.

Ed erano soprattutto i vertici statunitensi a concepire l’occupazione della Trinacria in tali termini: una strategia che nasceva dal timore che l’estensione delle operazioni in Italia, immobilizzando forze preziose, avrebbe ritardato ulteriori iniziative nei confronti della Germania (le quali avrebbero poi avuto quale teatro la Normandia).

Sarebbe così stata soltanto la caduta del fascismo a far cambiare loro idea: e il fatto che il progetto di invasione della nostra penisola nascesse, in pratica, solo come un “surrogato” di quell’intervento nei Balcani auspicato dagli inglesi non contribuì certo a ridurne il carattere di improvvisazione.

Preludio dell’approssimazione con cui gli Alleati avrebbero condotto tutta quanta la campagna italiana, l’esito disastroso degli aviolanci che avevano accompagnato lo sbarco di Gela: molti dei 2800 paracadutisti americani vennero lasciati cadere quando ancora i fumi e gli scoppi dei bombardamenti preparatori non erano cessati del tutto; altri furono lanciati in mare; altri ancora dispersi in punti lontanissimi dall’obiettivo. Per non parlare degli aerei, che nel virare per tornare alle basi furono presi a cannonate dalla loro stessa flotta!

Ancor più incredibile quanto accaduto la notte di quello stesso 10 luglio ‘43, in occasione di un secondo lancio, allorquando i 144 apparecchi da trasporto impiegati vennero ripetutamente bersagliati non già dalle difese contraeree dell’Asse (del resto inesistenti), bensì dai cannoni della stessa marina americana nonché dai pezzi sbarcati dai loro commilitoni di terra: oltre metà di quei Dakota vennero così messi fuori combattimento.

Non meglio andò ai paracadutisti, decine dei quali furono mandati ad atterrare direttamente sui fichi d’india; mentre altri, fatti piovere direttamente sulle teste dei marines, solo per miracolo non vennero accolti da questi ultimi a sventagliate di mitra. I più sfortunati di loro, tuttavia, dovettero sostenere furibondi scontri con altri americani che, da lontano, li avevano presi per guastatori tedeschi.

Anche gli inglesi vollero adottare il sistema dell’attacco dal mare immediatamente preceduto dall’aviosbarco: ma con risultati non molto migliori. In occasione dell’operazione finalizzata alla conquista del ponte sul canale a sud di Siracusa, ad esempio, l’insufficiente addestramento dei piloti, il forte vento e la confusione che regnava nelle menti e nei piani degli strateghi fecero sì che la gran parte dei 47 alianti sganciati in pieno Mediterraneo capitassero a casaccio nei posti meno opportuni.

Accadde così anche in questo caso che, nel buio, paracadutisti ignari della zona in cui avevano appena preso terra puntassero impauriti le armi contro i commilitoni già in marcia: cosicché, se vi furono dei morti, questi furono dovuti più a fatalità e imperizia che non alle difese isolane.

In quegli stessi frangenti, dal canto loro, gli italiani scappavano già a gambe levate, lasciando l’isola alla mercé dei pochi – nonché indignati – difensori tedeschi e della filosofica rassegnazione della popolazione. Si abbandonava tutto in fretta e furia, al massimo attardandosi a mettere fuori uso quanto potesse risultare più utile al nemico.

Basti dire che quello stesso 10 luglio – quando cioè ancora non era stato sparato un solo colpo – il porto di Augusta veniva già sguarnito dai suoi difensori. Aveva voglia Mussolini a sognare una resistenza identica a quella attuata dai Russi a Stalingrado, tuonando che gli invasori dovevano essere “fermati sul bagnasciuga” e ributtati a mare!

Un confronto tutt’altro che epico, insomma, fra chi attaccava alla rinfusa e chi – teoricamente – avrebbe dovuto difendere sino all’ultimo sangue il suolo patrio. Uno spettacolo del tutto indegno: da una parte un’incredibile dimostrazione di disordine materiale; dall’altra una squallida manifestazione di disfacimento morale.

Quel che comunque è certo è che la conquista alleata della Sicilia non fu così pacifica e indolore come certa oleografia vorrebbe far credere: e cioè accolta dal giubilo della popolazione, dopo che Cosa nostra aveva provveduto a mobilitare i “picciotti” locali a favore degli invasori.

Nonostante i presidi di Pantelleria e Lampedusa si fossero arresi senza combattere (il primo, addirittura, senza neppure attendere che gli Alleati vi mettessero piede), infatti, nelle settimane precedenti lo sbarco pesanti bombardamenti angloamericani avevano preso di mira – oltre ai concentramenti di truppe dell’Asse sull’isola – le zone portuali, la fascia dello stretto di Messina e tutte le comunicazioni, i nodi stradali e ferroviari. E contro lo strapotere alleato nei cieli nulla avevano potuto gli sporadici voli dei nostri apparecchi: ormai inferiori, per velocità e tangenza, perfino ai pesanti quadrimotori americani.

Va inoltre sottolineato come l’intera strategia di conquista della Penisola messa in atto dagli angloamericani – ossia la sua risalita dal sud al nord, procedendo nel senso dei meridiani – lasciava alquanto a desiderare. Senza contare che la millenaria storia delle invasioni subite dal suolo italico stava inequivocabilmente a dimostrare come l’idea di risalire guerreggiando lo Stivale – tutto catene montuose, costoni e displuvi – fosse del tutto illogica, offrendo ai difensori ogni strumento utile a ritardare anche la più vigorosa delle avanzate. Una decisione ancor più assurda se rapportata alle esigenze di una guerra moderna, condotta con mezzi necessitanti della pianura per rendere al massimo delle loro possibilità; nonché all’imponenza degli oneri finanziari, i quali avrebbero suggerito uno sforzo sì violento: ma breve.

Com’è noto, gli alleati avrebbero poi tentato di razionalizzare a posteriori un simile piano d’attacco – per noi così nefasto – sostenendo che ai loro occhi lo scacchiere italiano rappresentava soltanto un fronte secondario, destinato ad immobilizzare a lungo quelle forze che i tedeschi avrebbero potuto impiegare ben più proficuamente altrove.

Ma un ufficiale britannico più impertinente degli altri sarebbe un giorno giunto senza imbarazzo ad asserire la provocatoria teoria della necessità, per i quadri degli eserciti alleati, poco esperti della guerra di posizione e di montagna, di farsi le ossa contro avversari deboli prima di acquisire la sicurezza necessaria a dare l’assalto allo spauracchio rappresentato dalla roccaforte alpina austro-bavarese!

L’altro fattore che segna in maniera fatale la sorte del nostro Paese va ricercato nell’inettitudine con cui il re Vittorio Emanuele III ed il suo nuovo primo ministro Badoglio affrontarono il delicatissimo periodo immediatamente susseguente il colpo di mano del 25 luglio che aveva portato alla defenestrazione di Mussolini. Lungi dal prendere immediatamente contatti diretti con gli angloamericani, infatti, i due responsabili supremi della politica nazionale si astennero persino dall’inviare loro chiari segnali di pace, preferendo mantenere un atteggiamento ambiguo, paralizzati com’erano dal terrore di ritorsioni naziste.

Donde le due sciagurate frasi badogliane contenute nel messaggio alla nazione, destinate a scavarci definitivamente la fossa: “la guerra continua” e “l’Italia mantiene fede alla parola data”. Un proclama tanto più insensato quando si consideri che, dopo la caduta del fascismo, lo sganciamento dell’alleato tedesco appariva inevitabile a tutti: soprattutto al popolo, che istintivamente aveva interpretato la destituzione del Duce come preludio alla fine del conflitto, abbandonandosi a manifestazioni di euforia collettiva in ogni dove. Le basi per farci diventare “a Dio spiacenti e a’ nemici sui” – come gli ignavi di Dante – erano così diabolicamente poste.

Mentre dunque a Roma il nuovo governo prendeva tempo – all’apparenza preoccupato soltanto di eliminare dalla scena le vestigia del defunto regime – i tedeschi passavano all’azione, facendo rapidamente affluire nella Penisola intere divisioni: Churchill non tardava così di sottolineare la doppiezza implicita nella posizione assunta dall’Italia. Parlando ai Comuni, il Premier promise senza giri di parole che sul nostro Paese si sarebbe abbattuta “una valanga di ferro e di fuoco: dal cielo, dal mare, da terra” qualora i suoi capi non si fossero decisi a chiarire una buona volta i propri intendimenti.

Se gli inglesi intendevano farci pagare in questa maniera la mancata ricusazione dell’alleanza con la Germania anche dopo gli auspicati eventi del 25 luglio, gli americani avrebbero invece voluto usare nei nostri confronti maggiore magnanimità: ma a prevalere in questo caso fu – per nostra somma disgrazia – la volontà di Churchill.

In un certo senso veniva in tal modo saldato un conto aperto direttamente il 10 giugno 1940. Per gli Alleati, l’ingresso in guerra dell’Italia al fianco tedesco (con il conseguente, enorme ampliamento del fronte: anche per via delle nostre colonie africane) aveva difatti rappresentato – specie in prospettiva – un enorme aggravio dello sforzo bellico.

Non era stato per niente un caso se Roosevelt (nel ‘40 ancora alla ricerca di una Pearl Harbor indispensabile a far digerire ad una riluttante opinione pubblica la partecipazione americana al conflitto; ma idealmente già schierato dalla parte delle potenze democratiche, come testimoniato dalle agevolazioni nelle forniture stipulate con la clausola del Cash and carry) le aveva tentate tutte pur di far recedere Mussolini dal suo proposito di gettare l’Italia nella fornace della guerra: lettere, missioni diplomatiche, pressioni per tramite del Vaticano.

Fu così che, paradossalmente, i più selvaggi bombardamenti a tappeto sulle nostre città vennero portati dagli Alleati proprio all’indomani della caduta del fascismo, e cioè nel mese di agosto del ‘43: su Milano, Torino, Genova, Roma, Bologna, Livorno, Benevento, Salerno, Cosenza, Catanzaro, Sulmona, Trento, Bolzano si avventarono – come promesso da Churchill – anche mille bombardieri alla volta.

Stranamente, però, nel cruciale periodo dal 25 luglio all’8 settembre non una sola bomba venne sganciata contro la nostra flotta, ancorata nella rada di La Spezia (che pure veniva visitata anche due volte al giorno dai ricognitori nemici) e Taranto: le navi italiane, fra le più belle ed efficienti del mondo – per quanto rese più vulnerabili dalla mancanza della protezione dei radar, malamente surrogati con gli aerofoni – facevano infatti gola a tutti.

Più lungimirante rispetto ai politici si rivelò non a caso in questa fase un militare, Eisenhower: il quale propose saggiamente al nuovo governo italiano un’onorevole via d’uscita nel momento in cui questo, preso fra la minaccia di feroci rappresaglie tedesche e l’invasione dal mare, stava studiando il modo di sfuggire alla prima per arrendersi alla seconda.

La facile e dignitosa exit strategy lanciata dal comandante supremo delle forze alleate – e destinata purtroppo anch’essa a non venir recepita – prevedeva infatti una vera e propria “alleanza bianca” (per usare la definizione dello stesso generale americano) in cambio dell’uso immediato degli aeroporti italiani, nonché di tutte le basi strategicamente importanti. Questo mentre Roosevelt e Churchill rimanevano ancorati all’insensata formula della resa senza condizioni.

Si arriva così alla pagina più nera di tutta quanta la storia patria, quella dell’8 settembre: il giorno dell’annuncio di un armistizio assai mal concepito, punitivo ed umiliante, dai nostri capi deciso oltre ogni tempo massimo (in pratica con almeno un anno di ritardo), che non avrebbe potuto essere chiesto in un momento più infelice e concluso in maniera più deleteria.

Il governo italiano invocò infatti la tregua proprio quando i tedeschi erano divenuti più che mai sospettosi per il subitaneo crollo della Sicilia, cui aveva fatto seguito la caduta dello stesso fascismo. E lo fece nella maniera più subdola, più assurdamente coperta dal segreto, tenendo all’oscuro tutti: anche quei militari e generali che avrebbero dovuto tempestivamente essere informati per poter fronteggiare con un minimo di preparazione la nuova, difficile situazione.

Sull’armistizio italiano grava poi un vizio di fondo insormontabile: la richiesta di pace non fu infatti la conseguenza immediata di una vera e propria catastrofe militare (come sarebbe stata, per intenderci, quella della Germania dopo gli ultimi ventitré giorni del governo Dönitz). La nazione si dichiarò vinta quando ancora le sue forze armate, pur gravemente menomate nella loro efficienza (e senza speranza di un sensibile potenziamento) costituivano pur sempre – specie la marina e l’esercito – un notevole strumento di forza, ancora in grado di fare sentire il proprio peso in caso di prosecuzione della lotta contro gli angloamericani.

A tutto questo si aggiungano le modalità dell’accordo di Cassibile del 3 settembre: da una parte un generale – Castellano – che non capiva un’acca di inglese (per giunta senza l’interprete: ovviamente fornito dalla controparte), incredibilmente vestito ed azzimato come dovesse recarsi a una festa, mandato lì da un governo che non sapeva ancora bene cosa fare; dall’altra dei vincitori baldanzosi ma miopi, più alla ricerca della meschina vendetta sul debole che non della soluzione più onorevole per tutti.

Le clausole dell’armistizio vergato sotto la fatidica tenda non avrebbero così potuto essere più umilianti: gli italiani dovevano riconoscere di essere stati sconfitti in maniera “totale” (proprio tale aggettivo era contemplato nel testo armistiziale), ritirando quelle forze armate che si trovassero fuori dai confini nazionali al momento e nei modi stabiliti dagli angloamericani, lasciando altresì che questi ultimi occupassero quelle zone della Penisola che avrebbero ritenuto più opportune. Essi dovevano inoltre tenersi pronti, ad un cenno alleato, a smobilitare e disarmare unità e corpi, mentre la flotta militare avrebbe dovuto dirigersi in un determinato porto a discrezione del comandante nemico.

Tutte le installazioni aeroportuali come i sistemi di trasporto, i mezzi rotabili, il naviglio mercantile avrebbero dovuto essere lasciati a disposizione degli Alleati, in una con il rimanente materiale bellico. Al tempo stesso sarebbe toccato agli italiani di denunciare il patto con la Germania e di provvedere all’internamento delle forze tedesche presenti sul loro suolo. Inoltre, ogni organizzazione fascista sarebbe dovuta sparire – al pari di ogni legge contraria agli interessi angloamericani – mentre tutti i prigionieri di guerra avrebbero dovuto essere immediatamente rilasciati e consegnati in mano alleata.

Ma gli spregi non sarebbero finiti neppure qui. Il governo italiano – sempre allo scopo di prendere tempo rispetto alla temuta reazione tedesca – aveva difatti chiesto al comando nemico di dilazionare di quindici giorni l’annuncio dell’armistizio: ma nemmeno in questo sarebbe stato accontentato, in conseguenza dell’atteggiamento tenuto dinanzi alle richieste alleate.

A seguito dell’accordo siracusano, il 7 settembre erano difatti giunti clandestinamente a Roma il generale Taylor e il colonnello Gardiner, allo scopo di coordinare con i nostri comandi le prime azioni militari congiunte. Agli ordini del primo era l’82ª divisione aerotrasportata, che nelle intenzioni alleate avrebbe dovuto essere lanciata nei pressi di Roma: il comandante americano chiese perciò, per la sicurezza dell’aviosbarco, alcune garanzie militari, che il governo italiano non ritenne tuttavia di dover concedere, rinunciando così sciaguratamente a un’operazione che avrebbe potuto dare ben altro corso a tutti gli eventi successivi.

Il che indusse il giorno successivo il comando angloamericano a troncare ogni indugio, mettendo il riottoso governo di Roma dinanzi al fatto compiuto: fu così che, lasciando cadere la richiesta di proroga badogliana, alle 18.30 da Radio Algeri veniva unilateralmente annunciata – per voce di Eisenhower – la conclusione dell’armistizio con l’Italia. Né i vertici militari, né i governi alleati mostrarono in tal modo di preoccuparsi delle dure prove alle quali l’immancabile reazione tedesca avrebbe esposto il nostro Paese.

Poco più di un’ora più tardi, radiotrasmesso dall’EIAR, giungeva nelle case degli italiani il proclama del maresciallo Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo le forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

Nonostante la formula sibillina scelta, era sin troppo evidente che tali “eventuali attacchi” non sarebbero potuti venire se non dai tedeschi: ma se per caso questi non avessero propriamente “attaccato”, ricorrendo piuttosto ad una serie di accorgimenti con i quali immobilizzare, disarmare, catturare i nostri reparti, da parte italiana cosa si sarebbe fatto? Dalle improvvide direttive governative, buio completo.

Così – in maniera oltremodo grottesca – avvenne che il mondo, il governo e i comandi militari italiani, i soldati al pari dei civili, i ministri come le massaie, ebbero notizia dell’armistizio tutti nello stesso momento; e tutti quanti – dal re all’ultimo dei disgraziati – all’unisono cominciarono a pensare semplicemente al modo migliore di risolvere la propria personale situazione. Quell’armistizio tanto desiderato dagli italiani – e giunto inaspettato – avrebbe alla fine paradossalmente portato non la pace, bensì nuova guerra, con sofferenze e sacrifici ancor più tragici dei precedenti.

Fra l’8 e il 10 settembre, così, un intero esercito, colto di sorpresa e paralizzato da un’inaudita crisi morale, dalla latitanza dei capi, dall’assenza di ordini, si sfasciò. E il destino dell’intera nazione rispecchiò quello delle sue forze armate: mentre la famiglia reale e i membri del governo abbandonavano in tutta fretta Roma, imbarcandosi già il 9 settembre a Ortona in direzione di Brindisi, ciascun italiano – militare come civile – dové arrangiarsi da sé, soprattutto dovendo decidere su due piedi da quale parte stessero la giustizia, l’onore, la fedeltà (ammesso che stessero ancora da qualche parte).

E se dai nuovi alleati non una mano si levò in loro favore, peggio ancora andò con gli irriducibili tedeschi; per i quali, del resto, che fosse abbandono o messa fuori combattimento non faceva differenza: sempre di tradimento si trattava. Divenuto più che mai malfidato da quando aveva avuto sentore del voltafaccia italiano, il comando germanico aveva da tempo studiato e approntato un piano volto a mettere in ginocchio l’Italia qualora questa avesse concluso una pace separata (peraltro espressamente vietata dal Patto d’acciaio del 22 maggio 1939), i cui obiettivi primari erano: il contenimento dell’avanzata nemica, impossessandosi delle posizioni-chiave della penisola; la distruzione dell’esercito ex alleato (confiscandone la flotta), con l’avvio delle truppe prigioniere ai campi di concentramento al di là delle Alpi; la liberazione di Mussolini; l’occupazione di Roma, allo scopo di instaurarvi un nuovo governo fascista. Sin dal 6 settembre, così, ingenti forze tedesche stringevano d’ogni parte la capitale.

E sarà proprio questo l’ultimo, decisivo fattore che determinerà la catastrofe italiana: la disperata ostinazione teutonica a resistere, nella consapevolezza che lasciare l’Italia al nemico avrebbe significato la fine, approntando perciò volta volta funzionali linee difensive in grado di bloccare la risalita alleata per mesi.

Favoriti in ciò dalla particolare conformazione della nostra penisola, e guidati da un eccezionale stratega militare quale Albert Kesserling (il quale aveva promesso a Hitler di resistere sulla Linea gotica fino alla primavera del ‘46, in attesa che dagli scienziati del Reich venissero finalmente approntate quelle fantomatiche “armi segrete” in grado di ribaltare la situazione), i tedeschi sapranno infatti sfruttare al meglio la conformazione dello Stivale come le incertezze nemiche: tanto da trasformare la campagna d’Italia – a fronte della loro disfatta globale – in una vera e propria vittoria difensiva.

Queste le premesse dell’italico martirio che ci apprestiamo ad illustrare, con particolare riferimento ai danni subiti dal patrimonio storico-artistico del Belpaese. Un argomento ancora piuttosto inesplorato: a differenza delle innumerevoli stragi compiute dai nazisti, per le quali si ha abbondante notizia, così come riguardo ai massacri provocati dai bombardamenti alleati.

Partendo dalle responsabilità dei tedeschi, diremo che essi, una volta costretti alla ritirata, passarono alla sistematica distruzione di tutto quanto potesse risultare utile al nemico, evitando qualsiasi discriminazione fra opere d’arte, fabbricati, strade, ponti, ferrovie ecc. È  per questo che molti di quei gesti – compiuti in fretta e furia, poco prima di fuggire: proprio come l’imbarazzata eliminazione dei forni crematori nei campi di sterminio – potranno oggi apparirci come del tutto gratuiti ed inconsulti.

La loro “logica” ultima andrà allora ricercata, più che nelle esigenze di una particolare strategia bellica, nell’odio e nel disprezzo accumulati nei confronti di un popolo bollato come traditore (oltre che inferiore, nella loro concezione razziale); nonché nella frustrazione e nella rabbia derivanti dalla consapevolezza che la lunga, estenuante guerra era ormai perduta, e che il tanto venerato “Führer” – capo carismatico cui obbedire sempre e comunque – si era alla prova dei fatti rivelato nient’altro che un fanatico visionario. Impietosa convinzione cui ogni soldato – nonché ogni cittadino – del Reich era ormai da tempo giunto: ma che l’inflessibile senso dell’onore prussiano impediva di ammettere pubblicamente.

I colpi più duri alla nostra storia furono tuttavia inferti dagli alleati, con bombardamenti che solo ad una analisi superficiale possono apparire scriteriati – quando non assurdi – ma che in realtà rispondevano a una logica terroristica che non avrebbe potuto essere più spregiudicata, finalizzata com’era a provocare la ribellione delle popolazioni in tal modo martirizzate nei confronti dei capi che le avevano cacciate in guerra.

Gli attacchi aerei sull’Italia si erano intensificati sin dall’autunno del ‘42, concentrandosi inizialmente sui principali centri industriali del Nord – Genova, Torino, Milano, Savona – per poi estendersi a tutte quante le nostre città. Il salto di qualità si ebbe tuttavia nel ‘43, allorché – in ossequio alla nuova situazione bellica – i bombardamenti sistematici sul nostro Paese divennero una costante della strategia alleata (a segnare l’inizio della fase più cruenta furono segnatamente quelli del febbraio, che misero in ginocchio in particolare Milano e Napoli).

Generalmente diurni, essi venivano attuati per mezzo di centinaia di possenti quadrimotori che, nel volgere di pochi minuti, seminavano terrore e morte con attacchi a tappeto, la cui costante era purtroppo – anche in questo caso – l’assoluta mancanza di discriminazione nella scelta degli obiettivi. Tra questi bombardieri pesanti si distinsero soprattutto i Boeing B-17 Flying Fortress: le famigerate “fortezze volanti”.

Scopo primario delle loro incursioni era – come accennato – quello terroristico: al bombardamento seguiva perciò il mitragliamento della popolazione civile. Quando il sinistro ululato delle sirene allarmava la cittadinanza, ci si precipitava in massa verso i rifugi antiaerei più vicini, accelerando il passo anche per trovarvi posto; ma nel malaugurato caso che alzando gli occhi al cielo si vedessero già incombere sopra la propria testa i bombardieri, allora non rimaneva che acquattarsi sotto al tavolo più massiccio, magari dopo averlo addossato alla parete più solida della casa, e pregare. Momenti terribili, destinati a rimanere impressi per sempre nell’animo dei sopravvissuti, generando una vera e propria psicosi nei confronti di qualsiasi rumore di aereo.

Raramente le fortezze volanti agivano di notte: nel qual caso venivano precedute da una staffetta, che arrivava a sganciare anche centinaia di bengala onde illuminare a giorno la zona (ovvero la città) sottostante, rigorosamente al buio per il coprifuoco. A dettare il terrorismo notturno degli italiani furono tuttavia soprattutto le incursioni solitarie – anche queste altrettanto indiscriminate – dei “Pippo”.

Con questo nome, all’apparenza così bonario e familiare, l’immaginario collettivo designò quegli aerei da caccia che, a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, per evitare la contraerea arrivavano in volo radente, sganciando bombe o mitragliando, ma sempre con il favore delle tenebre (il che era reso possibile dall’installazione su di essi dei primi radar: strumento che compì proprio in tale frangente una notevole sperimentazione).

Alla complessa operazione che comportava tale tipo di incursioni, il comando alleato diede il nome di Night Intruder (“intruso notturno”), affidandola ai piloti della RAF inglese. Gli aerei decollavano dalle basi di Falconara Marittima e Foggia (ossia dallo stesso suolo italiano: ma della parte soggetta al re), in formazione di cinque velivoli per ogni missione che poi si dividevano per raggiungere le zone e gli obiettivi rispettivamente assegnati (ai cacciabombardieri impiegati inizialmente, i bimotori Beaufighter, si sarebbero in seguito aggiunti i più moderni Mosquito).

I raid dei “Pippo” sull’Italia settentrionale avrebbero in pratica scandito la breve esistenza della Repubblica di Salò: e quelle continue azioni di disturbo stavano appunto impietosamente a dimostrare l’impossibilità, da parte di quella RSI agli italiani imposta a mo’ di paravento dalla strategia hitleriana e da Mussolini straccamente accettata, di garantire la sicurezza del territorio.

Colpendo nel cuore della notte, tali apparecchi si imposero al sentire popolare come una presenza misteriosa e incombente, costituendo un’efficace arma psicologica soprattutto nei confronti delle popolazioni rurali: quindi ad integrazione delle campali azioni di bombardamento strategico attuate sui grandi agglomerati urbani. La minaccia rappresentata dalle imprevedibili quanto casuali apparizioni dei “Pippo”, infatti, faceva venir meno ogni certezza anche in chi, abitando in borghi piccoli e decentrati, si sarebbe altrimenti sentito al sicuro dagli attacchi più massicci.

Risultato di tutto questo: nella più spietata delle leggi del contrappasso, proprio le nazioni anglosassoni, i cui popoli più di qualunque altro avevano da sempre amato e adottato l’Italia, celebrandone il paesaggio e i monumenti, si sarebbero resi artefici delle distruzioni più barbare e apocalittiche della storia civile.

Premettiamo che il drammatico florilegio che andiamo a presentare al lettore non nutre la pretesa di costituire un elenco esaustivo – del resto impossibile da stilare – dei danni subiti nel corso del conflitto dal patrimonio artistico nazionale; esso intende piuttosto riportare alla memoria alcuni degli episodi più tristi e dolorosi – che potranno apparire a seconda marginali, curiosi, incredibili, criminali – nell’ambito di quella che fu la scellerata devastazione di quanto di più bello e di più caro possedevano le nostre contrade.

Partiamo dunque dalla Sicilia, la prima a subire la tattica terroristica attuata dai nostri nemici. L’approssimarsi dell’invasione decisa a Casablanca divenne un crescendo di morte e distruzione: il 9 maggio ‘43 ben 500 fortezze volanti devastarono diversi quartieri del centro storico di Palermo a ridosso della cattedrale (alcuni dei quali, peraltro, mai più ricostruiti); il 9 luglio toccò a Caltanissetta. Si era alla vigilia dello sbarco; il massacro venne così incredibilmente accompagnato dal lancio di volantini dagli stessi bombardieri dell’Air Force statunitense: “Siciliani, l’ora della liberazione è vicina…”.

Particolarmente straziante il destino di Messina, distrutta in 34 secondi dall’apocalittico terremoto del 1908 e nuovamente cancellata dai bombardamenti angloamericani, che si susseguirono ininterrottamente dal gennaio all’agosto del ‘43. Otto mesi di inferno, fuoco e macerie, che fecero almeno settemila morti: con la galleria Santa Marta assurta a vergognoso prototipo dell’eccidio di massa, a suo modo assimilabile ai successivi orrori di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

Alla città venne fatta pagare in maniera così drastica, in pratica, la sua semplice posizione, strategicamente gravitante sullo Stretto. Dal nostro punto di vista, ad avere la peggio fu soprattutto la sua cattedrale normanna, la cui vicenda – particolarmente sfortunata, visto che i suoi nove secoli di storia evidenziano un rosario impressionante di sismi ed incendi – potrebbe persino indurre a riflessioni filosofiche circa la differenza tra le conseguenze accidentali provocate da una catastrofe naturale e quelle, ben più letali, consapevolmente indotte dalla mano dell’uomo.

Neppure la basilica dedicata alla Madonna della Lettera era stata infatti risparmiata dalla catastrofe del 1908; ma una paziente quanto magistrale opera di ricostruzione condotta lungo gli anni Venti aveva portato al recupero di quasi tutte le sue opere d’arte. Tanto che, al termine del restauro, i Messinesi avevano potuto nuovamente ammirare il loro maggiore tempio in quelle che erano state le sue linee originali e con tutti i suoi gioielli al loro posto: i mosaici, le decorazioni del soffitto, gli splendidi portali, il rivestimento marmoreo della facciata, l’imponente complesso rinascimentale dell’Apostolato (dovuto al Montorsoli, allievo di Michelangelo), gli arredi barocchi.

Ma la notte del 13 giugno ‘43, due bombe incendiarie sganciate dagli aerei alleati scatenarono l’inferno dentro al duomo peloritano, riducendolo ad un immenso rogo dal quale si sarebbero salvate solo le mura perimetrali: con il risultato che quanto con tanta cura era stato restituito al suo antico splendore, venne repentinamente e definitivamente ridotto in cenere.

Il 19 luglio toccò a Roma, colpita nel momento in cui gli ottimistici (quando non addirittura euforici) bollettini dell’Asse susseguenti la perdita della Sicilia sembravano solo voler sfidare il buon senso della gente. Fa un certo effetto, oggi, rileggere i roboanti proclami con cui la stampa di regime cercò di minimizzare quanto accaduto sull’isola: “non passeranno”, “difesa incrollabile”, “ardimento fascista e fermezza romana impediranno ai nemici di avanzare”, “valore indomito”, “volontà granitica”, “strenua difesa” ecc.

Ma ci avrebbero pensato i bombardieri yankee a riportare tutti quanti drammaticamente alla realtà: una realtà impietosamente fatta di morti, devastazioni, improvvisazioni dei servizi di protezione antiaerea. Non c’era stato infatti alcun segnale di allarme: all’unisono erano arrivate, in formazione regolare, argentee nel sole mattutino, centinaia di fortezze volanti, senza che un solo velivolo italiano si levasse a intercettarle.

Era la fine di un mito; perché sino ad allora la capitale era stata risparmiata dalle incursioni alleate: tanto che i romani si erano illusi che la presenza del papa rappresentasse per loro la migliore contraerea possibile. Dovettero tuttavia ricredersi: e proprio la mattina dell’anniversario dell’incendio della città del 64 d.C. (quello, per intendersi, dalla tradizione attribuito a Nerone).

Mussolini quel giorno era assente, trovandosi a Feltre per l’ultimo incontro con Hitler da capo del governo italiano: quante volte egli aveva fatto suonare l’allarme e fatto sparare le batterie antiaeree attorno alla capitale senza motivo, solo per fare un dispetto ai romani (che sarcasticamente bollava come i “provvisori abitanti della Città Eterna”), da lui mal giudicati in quanto sfaticati, brontoloni, buoni solo a tirare a campare.

L’obiettivo individuato dagli americani non avrebbe potuto rispondere meglio ai loro propositi terroristici: il popolare quartiere di San Lorenzo, ove risiedeva gran parte della popolazione operaia di Roma. Tremila le vittime; case crollate, binari divelti, vetture tramviarie in fiamme, la basilica quasi distrutta.

Più avanti, uno spettacolo terrificante: il risorgimentale cimitero del Verano (edificato ai primi dell’Ottocento su disegno del Valadier, in ossequio all’editto napoleonico di Saint-Cloud: il quale sanciva che le sepolture dovessero essere confinate all’esterno delle mura cittadine) letteralmente sbriciolato dalle bombe dei “liberatori”. Ossa, teschi, bare fuorusciti ovunque dalle tombe e dalle fosse.

Scene dantesche: con i vivi che tutt’intorno venivano sepolti dalle macerie delle loro case, e i morti che qui saltavano fuori con gli scheletri dagli avelli, come a voler rendersi conto di quanto stava accadendo, impossibilitati a trovare pace anche nel freddo delle loro dimore definitive. A nulla era dunque valso l’appello di Pio XII affinché la Città Santa venisse risparmiata dai bombardamenti (il disastro che si abbatté su San Lorenzo non avrebbe peraltro risparmiato neppure la tomba dei genitori dello stesso Pacelli).

Il periodo a ridosso dell’armistizio dell’8 settembre risultò invece particolarmente doloroso per la Campania; un destino mai così cinico e beffardo volle infatti che (oltre a mietere migliaia di vittime) venissero colpiti quelli che – ciascuno nel loro genere – possono essere considerati come i tre monumenti-simbolo della regione stessa: la chiesa napoletana più famosa, gli scavi archeologici più suggestivi del mondo, nonché la “Versailles italiana”.

Si inizia, il 4 agosto, con il più terribile fra i bombardamenti subiti dai napoletani, sottoposti per un’ora e un quarto ad un vero e proprio inferno di fuoco e piombo. Quattrocento apparecchi della Mediterranean Bomber Command sganciano sul capoluogo campano centinaia di bombe incendiarie, per poi calare a bassa quota onde mitragliare la popolazione in fuga.

Nell’accanimento senza pari che si abbatte sul centro storico, a pagare il dazio maggiore è sicuramente il complesso del monastero di Santa Chiara, la cui chiesa – storico tempio della regalità e della nobiltà partenopee – viene completamente rasa al suolo in un rogo che si protrae addirittura per tre giorni (il rudimentale sistema antincendio che avrebbe dovuto tutelare l’edificio favorì invece paradossalmente il propagarsi delle fiamme); a salvarsi è invece – miracolosamente – il mirabile chiostro maiolicato delle Clarisse.

Nel corso della medesima incursione, una bomba sfonda il tetto della chiesa del Gesù Nuovo, situata di fronte al cenobio francescano: caduta ai piedi dell’altare di Sant’Ignazio, essa rimbalza via per fermarsi dinanzi alla tomba di S. Giuseppe Moscati, aperta ma inesplosa (l’ordigno è conservato ancor oggi nella sala del santuario gesuita consacrata al medico beneventano assurto agli onori degli altari).

Gli alleati, dunque, non si peritarono di colpire a morte un luogo sacro (peraltro ben riconoscibile dall’alto in quella limpida giornata estiva), facendo in pratica le prove generali di quanto avrebbero combinato l’anno successivo a Montecassino; ma stavolta senza poter neppure addurre le pur labili giustificazioni accampate – come vedremo –  in occasione dell’assalto alla storica abbazia ciociara. Uno scempio del tutto gratuito ed efferato, e che verrà immortalato due anni più tardi nella struggente canzone Munasterio ‘e Santa Chiara.

Nella notte del 24 agosto, bombardieri americani soffermano la loro attenzione sull’area degli scavi di Pompei: il raid interessa segnatamente Porta Marina, danneggiando gravemente l’Antiquarium. Tracce di quell’attacco sono ancora visibili all’interno del parco archeologico: in particolare nel giardino della Casa del Fauno permangono frammenti delle bombe lanciate contro l’arte, la storia, la civiltà. “Pompei percossa un’altra volta”, titolò il “Giornale d’Italia” sottolineando la tragica coincidenza con la data del 24 agosto del 79 d.C., allorché era stato il Vesuvio a seppellire sotto una coltre di cenere e lapilli la ridente città posta alle sue falde.

A fare le spese della sciagurata parentesi intercorsa fra l’armistizio “corto” di Cassibile del 3 settembre, quello “lungo” di Malta del 29 e la dichiarazione di guerra italiana alla Germania del 13 ottobre è invece la Reggia di Caserta, bombardata il 24 settembre dagli alleati i quali erroneamente la credettero occupata dai tedeschi (va precisato che a partire dal ‘26 essa aveva ospitato l’Accademia dell’Aeronautica militare italiana): una bomba ne polverizza la cappella palatina, fotocopia di quella esistente a Versailles. E a completare l’opera, gli stessi angloamericani, una volta conquistato il territorio, occuperanno il sontuoso palazzo borbonico per trasformarlo in un bivacco militare.

Pure Avellino venne beffardamente rasa al suolo dopo la proclamazione dell’armistizio, con due capillari assalti che ebbero luogo il 14 e il 17 settembre. Nel tentativo di bloccare la ritirata delle truppe naziste nei pressi dello strategico ponte della Ferriera, le fortezze volanti bombardarono accanitamente tutto quanto il centro storico (ossia la vecchia città longobarda, compresa fra il duomo e il castello: polverizzati, in particolare, piazza del Mercato e il palazzo vescovile).

Terrificante il bilancio di perdite umane: tremila civili innocenti (in pratica un avellinese su otto), mentre le vittime fra i tedeschi – cui evidentemente erano rivolte quelle incursioni – si contarono beffardamente sulle dita delle mani. Volendo tentare una spiegazione a tanta assurdità che non sia quella del sadico accanimento, diremo che per gli americani non faceva differenza ridurre a cumuli di macerie le città conquistate pur di entrarvi nella massima sicurezza; e la stessa sorte del capoluogo subì la gran parte dei paesi dell’Irpinia, teatro dell’arroccamento germanico dopo lo sbarco di Salerno.

Il 30 settembre segna la conclusione vittoriosa delle “Quattro giornate di Napoli”: l’insurrezione con cui la cittadinanza riesce a cacciare i tedeschi – i quali, intenti a mettere in atto i piani stabiliti in caso di “tradimento” italiano, non hanno trovato di meglio che mettere a ferro e fuoco la città ed infierire selvaggiamente sulla popolazione – con le proprie forze, prima dell’arrivo degli Alleati.

Nel pomeriggio, una volta sloggiati i tedeschi, fa la sua apparizione al liceo Sannazzaro – quartier generale della rivolta – un colonnello dell’esercito regolare italiano: lo invia il ministro Piccardi con l’incarico di assumere il comando della zona. La premura governativa è comprensibile: si intende imbrigliare lo spontaneo movimento insurrezionale per impedirgli di degenerare, visto che la sommossa va assumendo tinte sempre più antimonarchiche.

Ma mentre il rappresentante badogliano è alle prese con i capi dell’insurrezione, i nazisti hanno tutto il tempo per sfogare la propria rabbia perpetrando con fredda determinazione un vero e proprio delitto contro la civiltà. In una villa di San Paolo Belsito – nel Nolano – essi danno alle fiamme tutta la parte più preziosa del grande archivio di Stato napoletano, colà trasferita onde sottrarla ai diuturni bombardamenti alleati: un immenso patrimonio storico-culturale (sessantamila fra pergamene, volumi, documenti; del periodo angioino, aragonese, dei Viceré) cosparso di benzina e incenerito in poche ore.

Estremamente problematico trovare una giustificazione a tanto accanimento vandalico: l’unica cosa certa è che, una volta avvertiti dell’inestimabile valore di quelle carte (riguardanti peraltro non solo la civiltà partenopea, ma anche quella di molte fra le principali città europee), gli ufficiali tedeschi – fra i quali pure non mancavano professori e intellettuali – non fecero niente per impedirlo.

Il 1944 è notoriamente, per l’Italia, l’anno più duro di tutta la guerra: quello dei bombardamenti apocalittici, della fame, dell’avvilimento, dei rastrellamenti, degli eccidi. A porne i presupposti, lo sbarco alleato a Salerno del 9 settembre ‘43, il quale costringe i tedeschi ad arretrare progressivamente sino ad attestarsi, nel febbraio successivo, lungo la Linea Gustav (il “fronte invernale”), che taglia la Penisola dal Tirreno all’Adriatico estendendosi dalla foce del Garigliano a quella del Sangro, passando per Cassino. Dalla determinazione alleata a sfondare tale bastione nasce la “battaglia di Montecassino”: in realtà una serie di quattro attacchi sferrati fra il gennaio e il maggio lungo la valle del Liri.

La decisione di bombardare il monastero fondato nel 529 da San Benedetto matura nel corso del secondo di tali combattimenti, allorché ci si convince che i tedeschi abbiano trasformato il complesso in un caposaldo, concentrandovi contingenti di truppe. Oggi dobbiamo al contrario riconoscere al responsabile germanico della campagna d’Italia, Kesserling, di avere deliberatamente tenuto fuori dallo scacchiere bellico lo storico monumento del cattolicesimo, premurandosi anzi di porre una guarnigione a sua difesa: oltre ai religiosi, in quei giorni esso dava ospitalità soltanto ai civili che vi si erano rifugiati.

Il 15 febbraio, così, Montecassino viene rasa al suolo dall’aviazione americana con un terribile bombardamento, cui fa seguito un altrettanto intenso cannoneggiamento che si protrae anche nei giorni successivi. Se davvero di equivoco si trattò, ciò non alleggerisce granché la posizione del comando alleato, il quale non si fece scrupoli di distruggere in quattro e quattr’otto il simbolo stesso del monachesimo occidentale, e con esso un patrimonio di manoscritti e opere d’arte unico al mondo. Un tragico errore di tattica militare: ma soprattutto una immensa vergogna dal punto di vista morale.

Sotto quest’ultimo aspetto, non si può certo passare sotto silenzio anche quanto compiuto nei mesi successivi dai goumiers: brutali reparti marocchini ed algerini scatenati dal comando francese in una gigantesca quanto efferata vendetta antitaliana (questa l’ipotesi più plausibile), che avrebbe seminato a lungo il terrore – segnatamente fra Ciociaria e Campania – facendo terra bruciata di interi villaggi e mietendo migliaia di vittime fra le donne violentate e infettate e gli uomini sodomizzati e impalati. Gratuite rappresaglie sulla popolazione inerme; crimini di guerra sicuramente assimilabili a quelli commessi – per quanto in maniera più eclatante – dai nazifascisti.

Sbarcati fra Anzio e Nettuno già il 22 gennaio allo scopo di prendere alle spalle i nemici arroccati a Cassino, gli alleati – ufficialmente in quanto in attesa di rinforzi – rimangono fermi sul litorale laziale per parecchi mesi, conquistando Roma solamente il 4 giugno ‘44. I tedeschi, dal canto loro, hanno da tempo stabilito di erigere quale loro ultimo baluardo la “linea Gotica”, attestandola, nel luglio, a sud di Firenze.

Perse le varie “battaglie dell’Arno” e abbandonato il capoluogo toscano il 4 agosto, l’ultimo fronte difensivo del Reich hitleriano viene posizionato lungo la dorsale appenninica, dalla costa apuana a Rimini, al duplice scopo di accorciare le distanze (più semplice fortificare quei trecento chilometri che non gli oltre mille delle creste alpine) e di presidiare la pianura padana, con le sue preziose risorse industriali: inevitabile che una simile strategia faccia finire nell’occhio del ciclone proprio la Toscana.

Prato, centro industriale nonché snodo ferroviario e stradale di primaria importanza nei collegamenti con il Nord, viene ripetutamente bombardata dagli Alleati a partire dal settembre del ‘43. Nel mirino delle fortezze volanti finisce soprattutto la zona della stazione, con gravi danneggiamenti ad infrastrutture, abitazioni e fabbriche. Dal punto di vista artistico, l’incursione più deleteria risulta quella del 7 marzo ‘44, allorché viene colpita la casa natale di Filippino Lippi, con la distruzione del Tabernacolo di Santa Margherita sul canto del Mercatale con il quale il pittore ne aveva ornato la facciata.

Nel corso del conflitto Livorno ed il suo porto subirono ben 91 bombardamenti. Il primo, e più rovinoso, fu quello del 28 maggio ‘43, che distrusse tutto il centro storico mediceo causando oltre tremila morti. La città di colui che aveva consegnato materialmente la dichiarazione di guerra nelle mani degli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna, Galeazzo Ciano, sarebbe stata alla fine della guerra letteralmente polverizzata.

Non meglio andò alla confinante provincia di Pisa, anch’essa martoriata nel periodo in esame. Nel ricostruirne il calvario, vogliamo tuttavia partire dall’unico caso fortunato, illustrando la singolare vicenda di un vetusto monumento che, miracolosamente, si salvò.

Si tratta della celebre Porta all’Arco: mirabile esempio di architettura etrusca, perla della cinta muraria di Volterra. Il 30 giugno ‘44 i tedeschi, ormai pressati dagli Alleati, minacciano di far saltare con la dinamite l’imponente arco tufaceo, allo scopo di impedire l’accesso in città ai mezzi corazzati nemici.

Quando la loro ritirata sulla Linea Gotica è ormai imminente, dunque, i nazisti non si peritano di abbattere un’opera che sta lì da 2700 anni pur di creare un qualche intralcio ai sopravvenienti angloamericani: un proposito talmente delittuoso – e a quel punto del tutto inutile – da assumere le sembianze dello spregio più gratuito.

Su pressione della popolazione, tuttavia, il comando tedesco si rende disponibile ad abbandonare il barbaro intendimento: ma a patto che la porta venga ostruita – non importa in quale maniera – entro le 18 dello stesso giorno. Avviene così che un folto gruppo di volenterosi volterrani, nel sibilare delle bombe angloamericane, prende a disselciare il lastricato della salita dell’Arco, disponendosi a catena onde passarsi il più rapidamente possibile le pietre e riuscendo, se non ad ultimarla, a compiere buona parte dell’ostruzione entro la scadenza fissata.

Giudicando che la cittadinanza si sia sufficientemente prodigata, i nazisti concedono allora generosamente 24 ore di proroga al precedente ultimatum: inutile dire che alle prime luci dell’alba i volontari sono di nuovo lì, con le maniche rimboccate, per completare agevolmente la muratura del fornice prima dell’ora fatidica.

Cosa portò i tedeschi a comportarsi in maniera così strana, per non dire sadica? Difficile dare una risposta plausibile; soprattutto tenendo conto di un tragico episodio accaduto nel pomeriggio di quello stesso 1° luglio: un fatto mai del tutto chiarito, ma che è impossibile non mettere in relazione con il precedente.

Poche centinaia di metri più su, infatti, era saltata in aria la Dogana del Sale: un grande magazzino, situato sull’omonima piazza, in epoca granducale adibito alla raccolta del rinomato prodotto delle saline circostanti, recentemente trasformato in caserma ed assegnato alla milizia fascista.

L’edificio aveva preso fuoco; mentre la cittadinanza si trovava – anche in questo caso – febbrilmente impegnata a domare l’incendio, era esploso, provocando la morte di otto civili. Di più non siamo in grado di dire: ma è un fatto che i tedeschi, nell’abbandonare la città, facevano saltare le mine, evidentemente allo scopo di cautelarsi contro eventuali imboscate da parte dei volterrani finalmente liberi.

Quello di Pisa diventa l’emblematico destino della città italiana straziata – quasi in una orrenda gara di efferatezza – da entrambi i contendenti. Si inizia, il 31 agosto ‘43, con un pesantissimo bombardamento americano che devasta mezza città. Principale intendimento alleato era anche in questo caso quello di mettere fuori uso le infrastrutture di un importante nodo ferroviario, nelle cui vicinanze gravitavano per di più diverse industrie riconvertite a scopi bellici (fra le quali in particolare la Piaggio, che fabbricava motori per idrovolanti; ma anche la Saint Gobain e la Vis, che producevano vetro). A ciò si aggiunga, come detto, il proposito di esercitare una forte pressione sul governo italiano nel momento delle prime, ancora incerte trattative per l’armistizio. Sarebbe stato questo, in ogni caso, solamente il primo di ben 54 bombardamenti che si sarebbero abbattuti sulla città della Torre nell’arco di un anno.

Quando poi, nell’estate del ‘44, il fronte raggiungerà Pisa, dalle opposte sponde dell’Arno le truppe alleate a sud e quelle tedesche a nord si scambieranno a lungo colpi di cannone e raffiche di mitra, con il risultato di danneggiare gravemente gli storici edifici cittadini. Ed i peggiori bombardamenti (una trentina) si registreranno dal 21 al 23 giugno, tutti con l’obiettivo di distruggere i ponti sul fiume; mentre il mese successivo le mine naziste faranno saltare in aria la Cittadella, il Palazzo Pretorio con la torre dell’Orologio, il Ponte di Mezzo e gli altri ponti cittadini (inutile ricordare che, oltre a ciò, nei due mesi successivi le SS attueranno anche nel Pisano innumerevoli rappresaglie, eccidi e fucilazioni).

In quello stesso luglio, mentre molte delle opere d’arte trasportabili vengono messe al riparo dalla soprintendenza (trasferendole a Firenze, Calci, Farneta), 1500 persone si rifugiano nell’ospedale, nel Palazzo Arcivescovile e in Piazza del Duomo, nella speranza che la fama dei suoi monumenti induca i comandi di entrambe le parti a dirigere altrove le proprie bordate.

Ciononostante, nel tardo pomeriggio del 27 luglio l’artiglieria aerea alleata centra in pieno il tetto del Camposanto monumentale, provocando l’incendio delle capriate di legno e la fusione delle lastre di piombo. A quel punto i più coraggiosi fra coloro che si sono rifugiati in duomo si precipitano a vedere quanto è successo: ma senza poter far altro che osservare attoniti il compiersi del disastro, impossibilitati ad intervenire sia per la mancanza di acqua che per il protrarsi del lancio di proiettili, mentre le grosse gocce di piombo fuso colano impietosamente a ricoprire i marmi del pavimento e le opere allineate lungo le pareti interne. Le cronache raccontano persino di un soldato tedesco di passaggio il quale, alla vista delle fiamme, si arrampicò sul tetto nel vano tentativo di isolarle.

Per tutta la notte i mozziconi delle travi rovinano sulle opere sottostanti, in particolare sui sarcofagi; nel mirabile cimitero primaziale aveva infatti sede una vastissima collezione di urne antiche, unica al mondo: una sorta di storia funeraria dell’umanità. Il giorno successivo il fuoco completa indisturbato la propria opera abbrustolendo gli affreschi e bruciando le porte dell’edificio.

La fisionomia del Camposanto ne esce così profondamente sfigurata: irreparabilmente danneggiata la gran parte degli affreschi – dovuti ai maggiori specialisti tre-quattrocenteschi – che decoravano le pareti interne dello splendido porticato circostante il campo rettangolare: dal suggestivo Trionfo della Morte all’ameno ciclo di Benozzo Gozzoli, che illeggiadriva le storie del Vecchio Testamento ambientandole fra paesaggi ed usanze toscani.

Come non bastasse, una volta esauritosi il rogo ulteriori danni al camposanto gotico vengono arrecati da ignoti (quanto ignoranti) cittadini i quali, profittando del marasma ed allo scopo di dare sepoltura a persone decedute nel vicino nosocomio, pensano bene di spaccare le antiche lapidi onde procedere alla tumulazione.

Infine, dopo il danno, la beffa: una volta ritiratisi i tedeschi, le truppe alleate scelgono, quale teatro della loro passerella trionfale (con tanto di carosello di jeep), proprio il Campo dei Miracoli, nuovamente eletto a cartolina dopo il furioso quanto assurdo bersagliamento.

Com’è noto, da quelle pareti devastate l’inventiva pisana avrebbe cavato – di necessità virtù – una collezione unica al mondo: il “museo delle sinopie”, che sulla medesima piazza monumentale offre al visitatore i disegni murali in terra rossa preparatori di quegli affreschi cancellati per sempre.

Al momento della liberazione della città (avvenuta il 2 settembre del ‘44) Pisa si ritroverà così orfana – oltre che di ben tremila dei suoi cittadini – di decine dei suoi monumenti più preziosi: tanto che occorreranno parecchi decenni per rimarginarne le immani ferite.

Oltre alle strutture fatte saltare dai nazisti, infatti, danni ingenti faranno registrare il Palazzo Reale, il Palazzo alla Giornata, la Sapienza, il Palazzo Timpano, il Giardino Scotto; nonché le chiese di S. Michele in Borgo, S. Stefano dei Cavalieri, SS. Cosma e Damiano, S. Paolo a Ripa d’Arno, S. Michele degli Scalzi (ove rimase miracolosamente in piedi soltanto il campanile, pendente quasi quanto la Torre) e S. Piero a Grado, su cui merita spendere qualche parola in più.

Particolarmente inutile e ingiustificato risulta infatti l’abbattimento, da parte tedesca, in una zona ben lontana dal centro cittadino teatro della battaglia, dell’imponente campanile che affiancava la mirabile basilica romanica proprio nel punto dell’antico Porto Pisano – costituito dal delta dell’Arno – in cui, secondo la tradizione, nel 44 sarebbe approdato San Pietro (“grado” = scalo fluviale). Purtroppo ne sarebbe stato ricostruito solo il basamento: cosicché oggi, a ricordo dell’infame episodio, resta giusto un triste mozzicone (oltre alle campane, malinconicamente adagiate dentro la chiesa).

Il 18 luglio, a San Miniato, a seguito dell’uccisione il giorno precedente da parte dei partigiani di tre SS, i tedeschi prima arrestano tredici persone, quindi le rilasciano per indirizzare la loro ritorsione contro le case dell’antico borgo longobardo, metà delle quali vengono distrutte.

Viene purtroppo fatta saltare anche la torre di Federico II di Svevia (impropriamente detta “del Barbarossa”), vestigio dell’antica potestà samminiatese, archetipo della rocca ghibellina nonché ultima prigione di Pier delle Vigne, il fedele segretario dell’imperatore poi caduto in disgrazia ed immortalato da Dante.

Sfortunatamente in questo caso il comando teutonico non dimostra alcuna sensibilità per la storia patria (in omaggio alla quale la cittadina si era denominata, sino alla Prima guerra mondiale, San Miniato “al Tedesco”, a testimonianza dell’antica presenza imperiale): a differenza, peraltro, di quanto accaduto un anno prima in Sicilia, allorché, al momento dello sbarco degli angloamericani sulle spiagge di Gela, e fiutata l’aria (con i soldati italiani che se la davano a gambe e la popolazione che manifestava ostilità nei loro confronti) i pochi tedeschi presenti sull’isola si erano simbolicamente schierati a presidio del monumentale sarcofago dello stesso Federico, nella cattedrale di Palermo.

La ricerca storica ha dimostrato che l’eccidio avvenuto nel duomo della stessa San Miniato quattro giorni più tardi, invece, non fu dovuto a una rappresaglia tedesca bensì ad un bombardamento alleato (con la sfortuna a giocare in ogni caso un ruolo decisivo, visto che la popolazione si era – ingenuamente, verrebbe di dire – andata a rifugiare proprio lì, nel luogo più sacro del borgo).

Lasciamo Pisa ed occupiamoci di Lucca, storica rivale ma sorella di sangue nella tragedia della guerra. La terrificante – e non ancora del tutto chiarita – strage di Sant’Anna di Stazzema (560 innocenti trucidati e bruciati in tre ore) nasce probabilmente dall’intento di “bonificare” un’area che, una volta rinunciato all’Italia centrale ed abbandonata la Linea Gustav, le imponenti fortificazioni dell’Organizzazione Todt (la struttura tedesca di lavoro coatto) avrebbero dovuto trasformare in una sorta di nuova Cassino.

Ma nei tragici mesi in cui fu attraversata dal fronte, anche la vicina Seravezza ebbe a pagare alla guerra il proprio tributo di sangue: undici furono in particolare le vittime – tra il 29 luglio e il 16 agosto ‘44 – delle rappresaglie naziste. Bombardamenti, inoltre, causarono in tutta la zona pesanti distruzioni, non risparmiando né il duomo, né la pieve di San Martino, situata nella frazione montana di Azzano.

Quest’ultima, in particolare, venne mutilata di un autentico gioiello di architettura rinascimentale: lo splendido colonnato ionico, la grazia dei cui capitelli, unita alla misurata eleganza degli archi, aveva portato ad attribuirne il disegno nientemeno che a Michelangelo.

In effetti il sommo artista fiorentino, nel periodo in cui era stato al servizio di papa Leone X, era solito venire quassù, nelle cave del monte Altissimo, a scegliere i blocchi per i suoi capolavori, spintovi dal particolare pregio del candido marmo locale, superiore anche a quello di Carrara (ciò per il fatto che, nella primordiale emersione dalle acque che aveva generato le montagne, le Apuane versiliesi erano venute su di getto, senza traumi o incrinature che ne inficiassero l’integrità e di conseguenza la lavorabilità).

Trovandosi a ridosso della Linea Gotica, Azzano venne scelta dagli Alleati quale sede del proprio comando: esponendo così tutta quella zona al fuoco dei tedeschi, appostati nella prospiciente cava delle Cervaiole ed impegnati in una strenua resistenza. Il 6 aprile ‘45 una bomba finì sul campanile, provocando il distacco di diversi conci i quali, cadendo sul portico, ne determinarono la rovina pressoché totale (si salvò solamente l’arcata destra).

Oggi quelle bianche colonne giacciono ancora nel luogo ove furono abbattute: rimaste per sessant’anni riverse l’una sull’altra, esse sono state infine adagiate sul prato adiacente dai membri di un comitato, vanamente costituitosi nell’intento di ottenere la ricostruzione del maestoso colonnato michelangiolesco.

Nonostante non manchino fotografie a documentarne la struttura, ed i relativamente limitati costi di un eventuale restauro (rispetto a tanti investimenti pubblici ben più dispendiosi e discutibili), infatti, nessun governo, nessun ente, nessuna amministrazione regionale o locale ha saputo prendere in tutti questi anni uno straccio di iniziativa per recuperarne lo splendore e rimediare una buona volta allo scempio causato dalla furia della guerra.

Al santuario mariano eretto sul Monte Argegna spetta invece il triste primato di essere stato danneggiato da tutte e tre le parti in causa. Splendido balcone naturale posto a cavaliere fra Lunigiana e Garfagnana, esso era stato scelto sin dal ‘39 dal comando di difesa antiaerea di La Spezia quale ideale punto di avvistamento di aerei nemici in caso di guerra. Un presidio di militi si era così insediato nella canonica, trasformandola in fortilizio: sulla cui cantonata, dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto, erano stati sistemati gli aerofoni.

La situazione degenerò nella primavera del ‘44, allorché le bande partigiane alla macchia sui monti circostanti – confidando in una più incisiva azione alleata e sperando perciò prossima la liberazione – intrapresero una serie di attacchi ed agguati contro tedeschi e repubblichini di stanza nelle sottostanti vallate: il che portò, il 13 giugno, all’abbandono da parte dei militari del santuario, giudicato non più sicuro né difendibile.

Subito vi si insediarono allora una quarantina di partigiani: i quali non seppero fare di meglio che sfondare tutto quanto era stato chiuso (allo scopo di preservare gli ambienti mantenuti al culto rispetto a quelli militarizzati). Tale occupazione, però, era destinata a durare poco: già il 13 luglio, infatti, truppe tedesche davano l’assalto al santuario. Immediatamente i partigiani si diedero alla fuga: a pagarne le conseguenze furono allora, more solito, i fabbricati e quanto in essi si trovava, compresi gli oggetti più sacri.

La canonica venne incendiata e ridotta in breve a un mozzicone; ma anche la chiesa fu oggetto della barbara rappresaglia nazista: accatastato nel mezzo del tempio, venne bruciato tutto quanto vi fosse di combustibile. In cenere andarono il mobilio come le suppellettili: e a completare il rabbioso scempio, vennero prese a rivoltellate le venerate statue del santuario, ridotte a dei monconi e con particolare accanimento sul volto della Madonna.

Miracolosamente, nonostante il gran falò, resse la volta del soffitto, salvando il tetto: ma i guai, per il santuario, non erano finiti nemmeno qua. Nel febbraio del ‘45, infatti, apparecchi inglesi vennero ripetutamente a mitragliare il santuario (nella migliore delle ipotesi, reputandolo erroneamente un rifugio di tedeschi, o un loro deposito di munizioni): quanto restava di esso, unitamente al prato circostante, venne definitivamente ridotto a un colabrodo.

Ancora in terra lucchese (e non distante dalla certosa di Farneta, teatro di un atroce massacro perpetrato dalle SS a danno dei monaci nonché di ebrei e perseguitati politici colà rifugiatisi) un altro sfregio venne inferto all’antica Via Francigena, una cui importante stazione lungo il tratto compreso fra Camaiore e Lucca era rappresentato – nei pressi del borgo di San Macario in Piano – dallo “Spedale per pellegrini e poveri” annesso alla chiesetta di S. Michele Arcangelo e risalente al 1175.

Tipico complesso medievale, mantenutosi pressoché intatto nel corso dei secoli (l’attività assistenziale vi era del resto ininterrottamente durata sino al 1730: allorché il vescovo di Lucca l’aveva sospesa, a seguito dell’uccisione della spedaliera per mano di uno dei ricoverati), si componeva di un edificio a due piani con ballatoio in legno ed un appezzamento di terra coltivata a vigna, oliveto ed orto: insomma un ameno quadretto bucolico di Lucchesia, in un attimo dispettosamente cancellato dai nazisti in fuga.

Tutti i capoluoghi apuani dovettero pagare a carissimo prezzo la vicinanza alla Linea Gotica e la posizione di controllo lungo le più importanti arterie dirette al Nord: il centro storico di Carrara venne interamente distrutto, nel volgere di pochi minuti, il 18 gennaio 1945 da otto cacciabombardieri alleati. La mattina dell’otto febbraio toccò a Massa: distrutte in particolare piazza Aranci (con il palazzo dei conti Diana, la chiesa di San Sebastiano e tutto il gruppo dei caseggiati che si affacciavano sulla centralissima piazza) e via Roma. Stesso destino per Aulla, importante snodo ferroviario fra Toscana, Emilia e Liguria; dalla catastrofe si salvò soltanto la rocca medicea della Brunella: andò invece perduto il cunicolo segreto con cui per secoli si erano gabbati gli assedi nemici.

L’episodio in assoluto più noto del flagello teutonico riguarda ovviamente Firenze, ove i tedeschi, una volta perduta la battaglia per il controllo del capoluogo toscano e dunque costretti alla ritirata, decidono di abbattere, il 4 agosto del ‘44, tutti i ponti sull’Arno (compreso quello a Santa Trinita, dovuto al genio dell’Ammannati: il “ponte più bello del mondo”, nel commosso ricordo di Piero Bargellini), lasciando in piedi soltanto il Ponte Vecchio ma a prezzo della totale distruzione delle vie di accesso ad entrambi i lati del ponte; in particolare, del caratteristico quartiere medievale di Por Santa Maria.

A cosa fu dovuta l’inusuale “magnanimità” manifestata nella circostanza dai nazisti? La versione più accreditata attribuisce l’ordine di risparmiare lo storico monumento dantesco direttamente a Hitler: il quale, in occasione della visita compiuta a Firenze il 9 maggio ‘38, sarebbe rimasto estasiato dall’attraversamento del soprastante corridoio vasariano (pare nell’insofferenza del più prosaico Mussolini, non altrettanto sensibile al fascino dell’arte).

Non si possono tuttavia trascurare i buoni uffici spesi nell’occasione dal cardinale Dalla Costa: il quale, oltretutto, ebbe la fortuna di avere quali interlocutori il governatore militare tedesco Wolff (nota figura di umanista e gentiluomo) e lo stesso Kesserling, notoriamente considerato dai suoi superiori “filoitaliano” in quanto relativamente disposto a trattare con i “traditori”.

In effetti, tutto si può dire del Feldmaresciallo meno che fosse che un fanatico nazista: non aveva mai spasimato per Hitler, si era sempre guardato bene dell’aderire al suo partito ed il suo allineamento al regime nasceva solamente dal suo patriottismo di soldato, che lo portava a identificarne le sorti con quelle della Germania in guerra.

Il che, evidentemente, dopo il voltafaccia monarchico dell’8 settembre, ed una volta nominato dal Führer comandante supremo di tutte le forze della Wehrmacht di stanza nella Penisola, non era stato ai suoi occhi sufficiente a fare dell’Italia terra bruciata. Sta a testimoniarlo, in particolare, il destino di Chieti, Assisi, Siena, Genova, Venezia: le quali solamente a Kesserling devono la salvezza di molte delle loro strade, piazze, fognature, opere d’arte.

Se Roma, dichiarata “città aperta”, non venne trasformata in un campo di battaglia, lo si deve al Feldmaresciallo: il quale, peraltro, dopo lo scellerato attentato di via Rasella si rifiutò di eseguire l’ordine hitleriano di radere al suolo l’intero quartiere teatro dell’agguato, compreso l’ormai disabitato Quirinale (la vendetta sarebbe purtroppo giunta comunque, per mano del comandante della Gestapo a Roma, Kappler – peraltro in eccesso rispetto agli ordini ricevuti – con il massacro delle Fosse Ardeatine).

Lo stesso dicasi per Firenze, ove l’abbattimento dei ponti scongiurò in fondo guai ben peggiori, costituendo notoriamente la città gigliata il più armonico concentrato di storia, arte e bellezza esistente al mondo. E sarebbe stato ancora Kesserling, sin dall’autunno del ‘44, a prospettare al quartier generale del Führer un piano di sgombero della pianura padana a tutela delle sue industrie.

Ammiratore sincero dell’Italia, conoscitore della sua storia e delle sue tradizioni, nel corso della lenta ritirata tedesca (della quale scandirà le tappe) il generale impiegherà tuttavia senza remore anche l’arma della repressione pur di salvare le sue truppe dalla morsa rappresentata dalla pressione alleata e dall’insidia partigiana. Proprio questa durezza gli varrà la condanna a morte, inflittagli dal tribunale alleato dopo la guerra, poi commutata nell’ergastolo e infine ridotta a vent’anni di carcere (ma già nel ‘52 egli uscirà di prigione).

Va tuttavia precisato come la ricerca storica abbia dimostrato le terrificanti stragi compiute dalle SS sul suolo italiano sotto il suo comando essere piuttosto legate – in ottemperanza agli ordini dello Stato maggiore di tutelare il fronte con i rastrellamenti – all’iniziativa individuale dei singoli ufficiali di stanza sul territorio. Ma se non ne porta la responsabilità militare, il Feldmaresciallo certamente ne condivide quella morale (come egli stesso avrebbe del resto onestamente ammesso al processo per la strage di Marzabotto, dovuta – al pari di tante altre – alla criminalità del maggiore Reder, “il monco”).

Ma torniamo ai ponti fiorentini: che Kesserling vorrebbe salvare, ma ai quali le perentorie istruzioni inviate da Hitler dal quartier generale della foresta di Rastenburg paiono non lasciare scampo. Non si deve assolutamente ripetere – argomenta il Führer – il tragico errore commesso a Roma: ove, per lasciare in piedi i ponti sul Tevere in omaggio ai sentimenti, il Feldmaresciallo ne ha regalato l’utilizzo al nemico, causando indirettamente la morte di centinaia di soldati tedeschi.

Non è questo il momento di anteporre alle urgenze belliche i riguardi verso il passato; eppure, alle resistenze del suo generale, il Führer cede: “E sia: salvatene uno, il più bello”. Così – secondo la leggenda – Ponte Vecchio viene graziato.

Le perplessità sull’effettiva utilità strategica della distruzione di quei mirabili ponti rinascimentali restano in ogni caso enormi. L’Arno era in secca, e dunque facilmente attraversabile: non certo dai mezzi motorizzati, per i quali non fu tuttavia difficile agli alleati approntare rapidamente agili passerelle in acciaio (mentre diversi fiorentini, ansiosi di attraversare il fiume, perdevano la vita dilaniati dalle mine anti-uomo che i tedeschi non avevano mancato di nascondere fra le macerie dei ponti prima di andarsene). Se a ciò si aggiunge il fatto che proprio quel corridoio mediceo veniva utilizzato clandestinamente dagli esponenti del CLN come passaggio per i cavi telefonici, l’intera vicenda – pur in una cornice così tragica – rischierà di assumere una venatura persino grottesca.

Nel suo piccolo, anche Ponte Buggianese perse un “ponte vecchio”: non propriamente quello centrale dal quale il villaggio valdinievolino trae il proprio nome (sorgendo lungo le due sponde della Pescia), bensì quello della carrozzabile, che i tedeschi fecero saltare il 27 agosto ‘44. Altri ponti piange poi la Montagna Pistoiese, menomata sia nella sua viabilità stradale che in quella ferroviaria.

Il ponte sulla Lima e quello sul Sestaione rappresentavano due gioielli lungo la strada “Ximenes-Giardini”, nata per collegare il Granducato di Toscana al Ducato di Modena. Nella seconda metà del Settecento il gesuita Leonardo Ximenes aveva concepito queste due imponenti opere, assai notevoli per l’epoca sia dal punto di vista architettonico che ingegneristico: il primo – ad un solo arco, in bugnato rustico e arricchito da due eleganti fontane gemelle – spiccava per la sapiente armonia con la quale si inseriva nel contesto rupestre dell’orrido che valicava.

Ancor più spettacolare la struttura dell’altro, che si componeva di due arcate ellittiche sostenute da spalle laterali e da un grande pilone centrale, la cui base poggiava sull’alveo del torrente: l’arditezza della costruzione aveva suscitato il compiacimento dello stesso granduca Pietro Leopoldo di Lorena (immortalato, secondo il gusto del tempo, in una targa). Tanto la Lima quanto il Sestaione rimasero orfani dei loro monumentali capisaldi il 27 settembre ‘44, ad opera delle mine naziste.

La linea Pistoia-Porretta-Bologna rappresentò, com’è noto, una delle principali realizzazioni ferroviarie dell’Italia unita: sia perché era la prima a valicare interamente la dorsale appenninica, sia per l’avveniristica arditezza tecnica dei suoi ponti, viadotti e gallerie.

Particolarmente difficile si era rivelata la costruzione del tratto fra Pistoia e Pracchia, ove, in 26 chilometri, si doveva superare un dislivello di ben 550 metri: problema che il geniale ingegnere francese Protche aveva risolto inventandosi due tornanti ed assecondando alle curvature persino le gallerie.

Inaugurata da Vittorio Emanuele II nel 1864, assurta nell’epopea della Prima guerra mondiale a “tradotta” per eccellenza che portava i soldati del Centro-sud verso il fronte, la “Porrettana” – a binario unico – era stata declassata a linea locale dall’avvento, nel 1934, della “direttissima” Bologna-Prato, fiore all’occhiello dell’ingegneristica ferroviaria fascista.

Ma il colpo di grazia doveva venire anche in questo caso dalla dinamite tedesca, la quale ridusse ad un immenso cumulo di macerie ponti, gallerie, stazioni, case cantoniere, binari: in un accesso di furia devastatrice – che in un’ottica nemetica potrebbe essere letto come l’espressione più malefica di quella stessa ingegnosità umana che ne aveva caratterizzato la costruzione – i nazisti giunsero a far scontrare due locomotive cariche di esplosivo in galleria pur di distruggere tutto. Particolarmente dolorosa, dal punto di vista architettonico e paesaggistico, la perdita dei magnifici viadotti del versante pistoiese, così pittoreschi nella slanciata eleganza delle loro triple arcate sovrapposte.

Il 16 agosto le medesime cariche teutoniche avevano empiamente fatto saltare per aria la millenaria abbazia di San Baronto, posta sulle pendici del Montalbano: in pratica l’unico monumento storico di un certo rilievo reperibile in zona. Difficile, se non impossibile, individuare una ratio a giustificazione di un simile gesto, sinistro presagio di quanto sarebbe accaduto di lì ad una settimana nel sottostante Padule di Fucecchio (174 innocenti massacrati per delle anatre: quelle che i tedeschi, disperati ed affamati, avrebbero voluto prelevare dalle paludi, trovandovi invece i pallettoni dei derubati contadini-partigiani acquattati fra le canne): probabile un intento punitivo nei confronti del paese, considerato responsabile del sostegno agli imprendibili banditen operanti nella radura circostante e quindi giudicato complice delle loro frequenti imboscate.

Ma in quel tragico agosto del ‘44 – il mese degli eccidi nazisti più efferati – la stessa fine di Montecassino rischiò incredibilmente di fare anche la rupe della Verna, ove erano venuti a rifugiarsi numerosi sfollati, mossi dall’ingenua speranza che il “crudo sasso” caro a San Francesco sarebbe stato risparmiato dai bombardamenti. Dello stesso avviso non si era però detto il comando tedesco, tanto da ordinare alla gran parte dei civili lo sgombero del convento.

Difatti le bombe alleate non tardarono ad arrivare: i cannoneggiamenti ebbero luogo a partire dal 26 agosto, allorché venne colpito il corridoio delle Stimmate. Il peggio sarebbe però venuto il 2 settembre, quando il fuoco delle artiglierie inglesi si concentrò sulla Verna per ben sette ore, danneggiando l’intero complesso del santuario. Segni di quelle schegge sono tuttora ben visibili sia all’interno della basilica che nella cappella della Pietà, ove venne lesionata la pala di Santi Buglioni raffigurante la Deposizione.

A Pescia, il pomeriggio del 3 settembre, i partigiani fanno fuori due soldati tedeschi: l’immediata rappresaglia delle SS porta all’impiccagione, la sera stessa, di sei detenuti prelevati dalle carceri. Il mattino successivo, tuttavia, il comandante del reparto germanico avverte che non più tardi delle 13 l’intera cittadina verrà data alle fiamme. Interviene allora il vescovo pesciatino, monsignor Angelo Simonetti, a chiedere, con una toccante lettera di supplica indirizzata allo stesso ufficiale, che si receda dal tremendo proposito.

La tradizione vuole che l’anziano prelato giungesse ad inginocchiarsi dinanzi allo stesso Kesserling, emulando Salvo D’Acquisto e Padre Kolbe nell’offrire la propria vita in cambio della salvezza della città. Facendo così implicitamente leva anche sulla confessione cattolica del generale bavarese: il quale, in quei giorni, avrebbe potuto effettivamente trovarsi a Lucca, a controllare l’opera di fortificazione che – come detto – la Todt stava conducendo nella media valle del Serchio, ed in particolare nella non lontana Borgo a Mozzano.

Fatto sta che Pescia venne risparmiata: a prezzo, però, di altre undici vittime innocenti, stavolta prese a caso fra la popolazione (dunque l’esatto opposto del modus operandi tenuto dagli stessi tedeschi a San Miniato; piuttosto una replica, in piccolo, di quanto messo in atto a Roma dopo via Rasella). In ogni caso, monsignor Simonetti è a tutt’oggi dagli anziani pesciatini venerato come un santo in cattedrale: perlomeno – diremo – da quanti non ebbero a piangere congiunti fra le vittime dell’imprevisto “scambio” cinicamente attuato dai nazisti fra edifici e persone.

A proposito di Borgo a Mozzano, va registrato anche un episodio tragicomico. Qui, infatti, furono gli stessi abitanti del paese, una volta che i tedeschi ebbero mollato anche questa loro “seconda Cassino”, ad avvisare della novità i “liberatori” a stelle e strisce: i quali, dal canto loro, se ne restavano da giorni arroccati sulle alture circostanti senza avere la minima intenzione di discenderne onde accelerare la dipartita nemica.

Paradigmatico di tale atteggiamento alleato – da noi già ampiamente descritto – quanto accaduto a Ravenna, sottoposta nel giro di pochi mesi a ben 53 bombardamenti aerei, 34 dei quali caduti sul centro storico. Catastrofico il bilancio: tremila edifici distrutti, altri cinquemila danneggiati, il porto e la stazione ferroviaria rasi al suolo, cancellati indistintamente le abitazioni come l’ospedale civile, la caserma militare, numerose chiese.

Gravemente colpiti, in particolare, il duomo, la basilica di S. Maria in Porto e il chiostro di S. Vitale. Ma a patire i danni maggiori fu, malauguratamente, proprio la chiesa più antica della città: S. Giovanni Evangelista. Capolavoro dell’arte paleocristiana, sorta nel 425 per volontà di Galla Placidia, essa andò quasi completamente distrutta, assieme ai suoi splendidi mosaici pavimentali bizantini, nel corso del furioso bombardamento del 27 agosto ‘44.

Finalmente conquistata il successivo 4 dicembre a costo di tali immani distruzioni, Ravenna non divenne affatto la testa di ponte di una tempestiva marcia alleata verso l’interno: i frettolosi artefici di tanto disastro ristagnarono anzi attorno alla capitale romagnola per oltre quattro mesi, degnandosi di muoversi verso il retrostante Appennino – e dunque verso la Linea Gotica – soltanto fra il 10 e il 15 aprile ‘45. Estrema sollecitudine, dunque, nel seminare morte e distruzione fra la popolazione incolpevole: ma altrettanta lentezza e pavidità nell’affrontare il nemico.

Tutta quanta l’Emilia Romagna si trovò così a pagare un terribile dazio ad una tale dinamica di fine guerra, condannata dalla prossimità al confine fra le due Italie ad essere stritolata fra l’incudine rappresentato dagli eccidi nazisti e il martello dei bombardamenti angloamericani. A tutto ciò si aggiunga il particolare carattere che qui assunse la resistenza: un movimento corale, vera e propria lotta di popolo al nazifascismo condotta non solo con le armi, ma anche con l’opposizione tenace e testarda, nelle città come nelle campagne, nella migliore tradizione, fiera e passionale, di questa terra.

Lungo la Via Emilia, tra la fine del ‘43 e l’autunno del ‘44, fu infatti la protesta contadina ad assurgere a protagonista: una resistenza muta, fatta di “no”, di rifiuti di inviare all’ammasso le derrate, di occultamenti del bestiame per sottrarlo alle requisizioni, e caratterizzata da mobilitazioni di massa. Un eroico impegno collettivo fatto di sofferenza, solidarietà e volontà, purtroppo costato alla popolazione emiliana un grave tributo di sacrifici e di sangue: valgano per tutti i nomi di Marzabotto e dei fratelli Cervi.

Dinanzi a tanta tragedia, l’elenco dei monumenti più significativi devastati dai bombardamenti alleati non potrà essere che passare in secondo piano. Ricorderemo appena la chiesa di S. Biagio a Forlì; il duomo di Modena; a Ferrara, la Certosa e la chiesa di S. Benedetto; il Palazzo Ducale, il teatro Reinach e il Palazzo della Pilotta a Parma; a Bologna, la sala anatomica e la cappella dei Bulgari all’Archiginnasio, il teatro del Corso, la chiesa di S. Giovanni in Monte, l’oratorio di S. Filippo Neri.

Ma la città italiana in assoluto più danneggiata dalla guerra fu, com’è noto, Milano: la quale pagò in tal modo il fatto di ospitare gli insediamenti industriali che maggiormente potevano contribuire alla produzione bellica (in particolare Breda, Falck, Pirelli e Alfa Romeo): non si contano i bombardamenti che dové subire, e che l’avrebbero ridotta per lunghi anni ad una baraccopoli.

Mai come in questo caso gli alleati non andarono per il sottile, arrivando a scaricare, in soli quattro giorni, qualcosa come 2268 tonnellate di bombe: nella notte tra il 15 e il 16 agosto, in particolare, 843 bombardieri decollati dall’Inghilterra non risparmiarono il Duomo, la Scala (che venne sventrata) e soprattutto la bramantesca S. Maria delle Grazie, ove il celeberrimo Cenacolo di Leonardo si salvò solo per miracolo.

Ma la giornata più tragica per il capoluogo lombardo fu sicuramente quella del 20 ottobre ‘44: una delle pagine più nere nella storia dell’umanità. Un centinaio di quadrimotori alleati decollati da Foggia, ed il cui obiettivo avrebbero dovuto essere le officine Breda di Sesto San Giovanni, fecero registrare oltre settecento vittime nel solo quartiere di Gorla.

Ad essere centrata in pieno fu, in particolare, alle 11 e mezza, la scuola elementare, ove trovarono la morte 184 bambini assieme a tutte le maestre e a diverse mamme che, dopo il primo allarme, erano accorse – spesso con un altro bimbo in braccio – per condurre i figlioli nei rifugi antiaerei.

Naturalmente si parlò di un errore nella lettura delle coordinate in codice da parte del comandante del bombardiere in questione: le favorevoli condizioni meteorologiche di quella maledetta mattina rendevano infatti ben riconoscibile la natura civile degli edifici che componevano il centro abitato sottostante, impedendo di dare la colpa alla pur proverbiale nebbia meneghina.

Non si sarebbero certo potute pretendere, a quell’epoca, le “bombe intelligenti”: è un fatto, tuttavia, che le industrie svizzere presenti nel capoluogo lombardo, parimenti tacciabili di sostegno all’impegno bellico del nemico, non ebbero a subire alcun danno dagli incessanti attacchi aerei alleati.

Bombardamenti altrettanto efferati subì il Veneto: a subire i danni maggiori, Treviso e la stessa Venezia. La capitale della Marca venne attaccata il 17 aprile ‘44 (il venerdì precedente la Pasqua) da un centinaio di B-Liberator americani decollati da Lecce: distrutto oltre l’80% del patrimonio edilizio, compresi i principali monumenti cittadini; un migliaio le vittime di quel venerdì di passione.

Per la Serenissima, invece, particolarmente tragica risultò la giornata del 19 agosto, allorché, sin dal primo mattino, tre cacciabombardieri alleati seminarono terrore e morte sul bacino San Marco allo scopo di colpire la nave-ospedale tedesca Freiburg, ormeggiata fra la punta della dogana e l’isola di San Giorgio: un attacco già di per sé vile ma che, accanendosi contro i traghetti della laguna carichi di civili, avrebbe finito con il superare ogni limite di decenza.

La prima mitragliata a Malamocco, contro la motonave per Chioggia: 24 le vittime, tanto per cominciare. Solo a questo punto i tre aerei puntano verso la loro vittima designata, sganciandole addosso quattro bombe, senza tuttavia riuscire a colpirla: in compenso, lo spostamento d’aria rovina tutti i monumenti attorno a San Marco. Non contenti, gli assalitori prendono nuovamente a bersagliare all’impazzata la laguna con le mitragliatrici, a prescindere da chi o cosa possa accidentalmente venirsi a trovare lungo la traiettoria dei loro colpi.

A farne maggiormente le spese è così un’altra motonave: quella per Fusina – appena salpata dalla Riva degli Schiavoni – a bordo della quale si trovavano soprattutto famiglie, dirette in campagna al solo scopo di sottrarsi alla fame (che le ristrettezze della guerra avevano imposto a tutte quante le città del Nord). Una cinquantina, in questo caso, le vittime.

Il 21 aprile 1945 gli Angloamericani conquistano finalmente Bologna: le forze germaniche sono in ritirata ovunque, in direzione del Po, che viene così eletto ad estremo baluardo della resistenza nazifascista. Ma il buon esito delle trattative di resa condotte con gli alleati (all’insaputa di Hitler) dal generale Wolff segna la fine anche di quest’ultimo, disperato tentativo.

Da tempo il comandante supremo delle SS in Italia brigava per negoziare autonomamente dal governo centrale il ritiro delle truppe tedesche senza spargimenti di sangue. Sin dal maggio del ‘44 egli aveva avuto a tale scopo un incontro segreto in Vaticano con il pontefice, continuando coraggiosamente a perseguire il medesimo obiettivo anche dopo il fallimento dell’attentato contro il Führer del 20 luglio. Aveva perciò avviato trattative con gli stessi comandi partigiani, giungendo ad incontrarsi – fra il marzo e l’aprile del ‘45 – con il capo del servizio segreto statunitense Dulles e i vertici militari nemici (ciò ad ennesima riprova del fatto che, a dispetto della cieca ostinazione di Berlino, la guerra avrebbe dovuto ragionevolmente concludersi almeno un anno prima).

Avuto finalmente campo libero, dunque, il 24 gli Alleati varcano il Po, dilagando rapidamente verso Genova, Milano e Torino. A pagare l’ultimo dazio alla vendetta teutonica sarà così Verona: alla quale verrà in pratica fatta rabbiosamente scontare la sola colpa di trovarsi lungo la strada di chi se ne torna a casa disfatto. Città dal passato fortemente germanico, costituendo per i tedeschi il principale nodo di collegamento fra l’Italia e il Brennero essa aveva finito con il rappresentare, dal punto di vista strategico e militare, l’effettiva capitale di quella Repubblica Sociale Italiana asservita all’alleato nazista.

La sera del 25 aprile ‘45, i ponti della città di Teodorico fanno purtroppo la stessa fine di quelli fiorentini: a nessuno di essi viene infatti concesso di sopravvivere alla rotta tedesca. A nulla valgono in questo caso le suppliche delle autorità, comprese quelle religiose: fra le lacrime dei veronesi crollano anche il Ponte di Pietra (il monumento più antico della città romana, cantato da Catullo) e il ghibellino Ponte Scaligero.

Particolarmente strazianti le cronache, le quali ci riferiscono di uno sparuto manipolo di soldati che, nell’impotenza della popolazione e con il grosso della truppa già in fuga, indisturbato si sposta in sidecar da un ponte all’altro a farvi brillare le cariche. Le trattative milanesi con il Comitato di liberazione nazionale erano andate a buon fine, gli angloamericani mai si sarebbero lanciati al loro inseguimento (essendo in quelle ore impegnati piuttosto alle sfilate nelle città “liberate”, alla bisboccia, alle ragazze): a che pro quest’ultimo scempio?

Inutile anche in questo caso tentare di razionalizzare; l’unica risposta plausibile sta, forse, nel motto di Brenno. “Guai ai vinti”: e a nessun’altra nazione pare adattarsi meglio tale monito che alla nostra povera Italia crocifissa della Seconda guerra mondiale.

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