Montefiore, la banda Marini e l’eccidio di Regnano

Nel periodo della Linea gotica, il paese di Montefiore – situato nell’alta valle dell’Aulella, tra Lunigiana e Garfagnana – assunse una notevole rilevanza strategica, sostanzialmente per due motivi: vi transitava la strada rotabile che conduceva verso il passo dei Carpinelli, e dunque verso Castelnuovo Garfagnana (ove i tedeschi avevano posizionato il fronte); vi macinava un importante mulino, che svolgeva un ruolo centrale nell’economia contadina di tutta la zona. Ancor maggiore importanza bellica il villaggio avrebbe assunto allorché il comando tedesco decise di istituirvi un presidio.

Nel paese situato più a monte nella medesima valle, Regnano, operò, a partire dall’aprile del 1944, un importante nucleo partigiano: appunto il “gruppo Regnano”. Tale banda aveva scelto quale sua base logistica il borgo del “Castello”; un agglomerato tipicamente rurale situato alle pendici del monte Tondo e dal quale si dipartivano due importanti strade: quella per il valico di Tea, la Garfagnana e, tramite il passo di Pradarena, l’Emilia; quella per Mommio, il passo del Cerreto e quindi Reggio. Il Castello, con il suo caratteristico susseguirsi in declivio di case contadine (e quindi di aie, stalle, orti, metati, forni) rappresentava la naturale propaggine degli ubertosi boschi di faggi e castagni che segnano il tratto montano dell’Aulella: il “Vallone”.

La costituzione del gruppo Regnano era stata favorita dagli stessi Alleati, ovviamente interessati alla formazione di una banda di “ribelli” che mettesse in atto azioni di disturbo nei confronti dei tedeschi in questa retrovia della Linea gotica: è noto come aviolanci concordati radiofonicamente per mezzo di “Italia combatte” – la stazione tramite la quale il comando anglo-americano manteneva i contatti con le formazioni del Comitato di liberazione nazionale – rifornissero periodicamente i partigiani di mitra Sten, munizioni, materiale di sabotaggio, scarpe, vestiario.

A tale scopo, sin dall’ottobre 1943 era stato paracadutato – sui prati a fieno di Tea – un marinaio marconista originario della zona che prestava servizio per lo Special Corps britannico: Domenico Azzari, cui era stato consegnato un apparecchio ricetrasmittente affinché installasse una base radio (da lui approntata nella sua stessa abitazione di Castiglioncello). A tale missione gli Alleati diedero il nome di “Rutland” (mentre l’Azzari assumeva il nome di battaglia di “Candiani”).

L’inverno venne impiegato per organizzare un gruppo partigiano che avrebbe dovuto operare su quelle montagne; con il contributo dei gappisti carraresi Nardo Dunchi e Dario Cappellini, fu costituito il primo nucleo regnanino, a capo del quale venne posto il cognato dell’Azzari: Angiolino Marini, di Padula (tanto che si parlerà anche di “banda Marini”).

La storia personale di questo personaggio non era propriamente quella di un antifascista: il Marini – classe 1915 – era stato anzi uno dei più zelanti ed autoritari esponenti della locale gioventù littoria. Al punto di arrivare a comminare multe di 10 lire a chi, in occasione del rituale “sabato fascista”, si fosse trovato casualmente a passare dalla piazza di Casola durante un suo comizio senza la camicia nera d’ordinanza: magari semplicemente per andare alla bottega a fare la spesa. Riposto l’orbace il 25 luglio, dopo l’8 settembre l’Angiolino aveva cambiato completamente pelle dandosi alla macchia e facendosi chiamare dai suoi compagni “Diavolo Nero”.

Il destino sarebbe stato beffardo con il Marini. Nominato dal CLN sindaco di Casola dopo la liberazione, egli sarebbe di lì a poco perito (assieme ad un altro ex componente la banda) in un incidente stradale con il camion nel corso di un rifornimento di farina per gli abitanti del comune. Era il 30 maggio 1945 (in municipio gli subentrò un altro partigiano).

Divenuto operativo con la fine dell’inverno 1944, il gruppo Regnano avrebbe visto ingrossarsi le sue fila a seguito delle varie, fallimentari chiamate alle armi bandite dalla Repubblica di Salò, e riguardanti i giovani delle classi 1923, ‘24 e ‘25. Alla prima, disposta il 9 novembre 1943, era difatti seguito il “bando Graziani” del 18 febbraio 1944, che comminava la pena di morte a renitenti e disertori; inducendo così a salire all’Alpe giovani non solo della valle dell’Aulella: ma anche dell’Alta Lunigiana, di Sarzana, del carrarino, dello spezzino. Cui si sarebbero uniti anche molti militari stranieri (quasi tutti ex prigionieri, fuggiti dai campi di detenzione o sottrattisi alla coscrizione germanica: la maggior parte dei quali era costituita da sovietici, catturati durante la campagna di Russia), in attesa di poter passare il fronte con l’aiuto degli stessi partigiani.

C’erano poi anche italiani più anziani, mossi sostanzialmente dall’intenzione di sottrarsi, imboscandosi, all’eventualità di rastrellamenti tedeschi; mentre gli ultimi ad aderire sarebbero stati molti alpini della divisione “Monterosa”, inviati dal nazifascismo su quelle montagne nei suoi finali sussulti di resistenza. La banda sarebbe così giunta ad annoverare anche un centinaio di effettivi: molti dei quali – anche per via della giovane età – erano privi della minima preparazione militare, così come di una qualsivoglia coloritura ideologica. Sarebbero poi state le forzate circostanze a portare taluni a simpatizzare per gli americani, talaltri per i sovietici.

E ad imporsi sarebbe stata, decisamente, la componente comunista: tanto che la canzone più gettonata in seno al gruppo divenne La canaglia pezzente. “Noi siam la canaglia pezzente / che suda combatte e lavora / finiam di soffrire ch’è l’ora / Ai soviet stringiamo la mano / l’Italia farem comunista / a morte il regime fascista / Evviva la Russia evviva Stalìn evviva Lenìn”.

Com’è noto, a differenza delle altre componenti della resistenza quella comunista operò ad uno scopo prevalentemente politico, anteponendo l’interesse del partito a quello patriottico. In ossequio a tale strategia, la guerra civile in atto veniva finalizzata alla creazione, nella nuova Italia liberata dal nazifascismo, di una “democrazia popolare” di stampo sovietico; e perché un simile progetto potesse realizzarsi, era necessario sin d’ora affermare, all’interno del CLN, il primato comunista rispetto agli altri partiti: anch’essi antifascisti, ma tuttavia legati al vecchio sistema parlamentare “borghese”.

Come concepito dallo stesso Togliatti, tale disegno egemonico-rivoluzionario prevedeva, quale principale arma di lotta, il terrorismo: donde la creazione dei “gruppi di azione partigiana” con il precipuo compito di dar vita ad azioni che, se sotto il profilo militare erano prive di effettiva utilità (quando non controproducenti), dal punto di vista politico e propagandistico dovevano assolvere a compiti ben precisi.

In primo luogo, quello di fomentare, come reazione alle immancabili rappresaglie, l’odio antitedesco della popolazione; ma allo stesso tempo, quello di creare attorno ai gappisti un alone di forza e onnipresenza, al fine di suscitare nella gente ammirazione per l’attivismo, l’efficienza e lo sprezzo del pericolo dei comunisti, in netta contrapposizione alla “passività” caratterizzante l’atteggiamento delle altre fazioni impegnate nella resistenza. Tutto questo, nella strategia togliattiana, avrebbe consentito al PCI di acquisire, nell’Italia liberata, quella posizione di forza necessaria alla rivoluzione prossima ventura: donde anche la corsa dei componenti le “brigate Garibaldi” a sfilare per primi – il mitra a tracolla – per le vie delle città al momento della liberazione, possibilmente precedendo gli stessi soldati alleati.

Così – per fare solo un esempio: e dei più tragici – l’attentato di via Rasella, con il conseguente massacro delle Fosse Ardeatine, non anticipò di un solo giorno la liberazione di Roma: ma dal punto di vista politico, esso contribuì notevolmente ad approfondire il baratro fra l’occupante e la cittadinanza, rendendo implicitamente più vicina (nei piani di chi lo aveva compiuto) la prospettiva rivoluzionaria. Simili scelleratezze nascevano insomma dal fatto che i comunisti, non considerando essenzialmente la lotta clandestina in funzione bellica, sostituirono deliberatamente le tradizionali modalità delle azioni di guerra con uno spirito e delle caratteristiche operative che – oltre a risultare spesso del tutto irresponsabili – finirono talvolta anche con l’essere puramente delinquenziali.

Ad una simile impostazione non fece eccezione neppure la nostra “banda del Castello”: la quale non tardò a rendersi protagonista di ruberie ed epurazioni che poco avevano a che fare con il compito assegnatole dagli angloamericani. Al punto di suscitare la riprovazione dei due stessi soldati alleati che erano stati paracadutati a sostegno della missione Rutland: i quali, una volta scoperti nella loro intenzione di fuggire, vennero assassinati dai partigiani sul crinale del monte Tondo.

Il gruppo Marini, difatti, a Regnano spadroneggiava, requisendo con prepotenza ai già poveri contadini del paese (nemmeno fossero stati gli agiati “culachi” perseguitati da Stalin) bestiame, granaglie, castagne; nella migliore delle ipotesi, ai malcapitati venivano rilasciate delle ricevute, ipoteticamente utilizzabili a guerra finita.

Posto il loro quartier generale in una casa vicino alla chiesa diroccata di S. Margherita, ma più che altro accampati nelle stalle e nei metati del Castello, i partigiani ne utilizzavano le aie per le varie attività necessarie alla sussistenza (a cominciare dalla macellazione); non era poi raro trovarli a discutere al tavolo dell’osteria, la barba lunga e la sigaretta in bocca. Tra un bicchiere e l’altro, però, rispetto alla pianificazione di azioni di sabotaggio nei confronti del nemico nazifascista si finì con il dare la preferenza – specie nella fase in cui, sembrando prossima la fine della guerra, anche l’auspicata svolta politica parve più vicina – ad atti di vera e propria vendetta contro persone sì compromesse con gli occupanti, ma con cui più che altro erano rimasti in sospeso conti di tipo privato.

Così, l’imprenditore spezzino Carlo Marchisio, che per sfollarvi la famiglia aveva acquistato una villa a Vigneta, e che lavorava con i tedeschi mettendo loro a disposizione i propri camion, il 5 settembre 1944 venne prelevato con un blitz dai nostri, portato in montagna e fatto fuori. Fu la giusta punizione per il suo collaborazionismo? A far sorgere dei dubbi è il fatto che il partigiano che gli sparò era stato suo dipendente come autista (e pare che il condannato, nel fumare l’ultima sigaretta, generosamente concessagli dal suo giustiziere, gli ricordasse inutilmente del bene fattogli dandogli da lavorare).

Così il concetto marxista di “lotta di classe” pure sulle montagne di Regnano scadeva a mera vendetta personale, frutto di un bieco “rancore aziendale” e comunque figlia dell’invidia e dell’odio accumulati nei confronti di chi era stato classificato tra i “signori”. Anche villa Marchisio venne comunque requisita dai nostri (i quali – ironia della sorte – la avrebbero in seguito utilizzata quale camera ardente a seguito della tragica scomparsa del Marini).

La stessa fine del Marchisio i bolscevichiregnanini riservarono al maresciallo dei carabinieri di Monzone, sottoposto ad ogni sorta di umiliazione (peraltro da dei giovinastri che per età avrebbero potuto essere suoi figli) prima di essere sommariamente processato all’Argegna e giustiziato.

Ma quella che avrebbe destato più impressione – una volta scoperta – fu la vicenda di Primo Davini: anche per la notorietà che il personaggio aveva acquisito nella zona. All’attività contadina di famiglia, dopo il disastroso terremoto del 1920 l’intraprendente Davini aveva affiancato quella di impresario edile: il che, con tutti i lavori legati alla ricostruzione, gli aveva regalato un certo benessere.

Storico segretario della sezione del fascio di Metra, dopo l’8 settembre egli aveva aderito alla Repubblica sociale proseguendo – con scarsi risultati a dire il vero – nell’opera di proselitismo nel suo paese. Tale ruolo non aveva tuttavia impedito all’esponente repubblichino di privilegiare sempre il buon senso nell’espletamento della propria carica: giungendo spesso ad anteporre l’aspetto umanitario rispetto alle dure esigenze del drammatico momento bellico, in un tentativo di pacificazione il cui successo – data la posizione da lui ricoperta – appariva in partenza alquanto problematico.

Ricevuto dal presidio tedesco di Metra l’ordine perentorio di sequestrare la radiotrasmittente partigiana di Castiglioncello e di arrestare i banditen che la custodivano entro il mattino successivo, il Davini scelse, la sera prima, di avvisare l’Azzari della sua venuta, consentendone così la fuga. Quando poi su Metra piombò la Decima Mas, a compiervi un sommario rastrellamento di presunti partigiani, il dirigente neofascista non esitò ad intervenire, difendendo a spada tratta i propri compaesani, presentandoli tutti come suoi operai o comunque buoni conoscenti ed ottenendone così il rilascio.

Il sentimento di paternalistico affetto del Davini nei confronti del paese ebbe modo di manifestarsi anche in occasione dell’arresto, da parte dei tedeschi, del fratello del Marini (che faceva il mugnaio a Padula), la cui moglie era originaria di Metra. Accorsa la donna a casa sua ad implorarne l’intervento, ed informatolo che il marito era stato portato al comando germanico di Fivizzano in quanto sospettato di complicità con l’attività partigiana del congiunto, egli, una volta di più, non esitò a spendere tutta la propria autorità a favore del malcapitato, riuscendo a convincere i tedeschi della estraneità del mugnaio alla banda del fratello.

Ma doveva essere proprio l’innato altruismo, l’eccesso di fiducia nel prossimo a perdere il Davini: per comprendere la disgrazia del quale, però, occorrerà fare un passo indietro, e tornare agli anni d’oro del regime. Com’è noto, l’avvento alla segreteria nazionale del partito fascista di Achille Starace aveva segnato l’era della “tessera del pane”: in pratica, a nessun italiano era consentito di concorrere ad un impiego statale, fare carriera, esercitare un qualsivoglia diritto in mancanza dell’iscrizione al fascio.

Un giorno, alla sezione di Metra si era presentato un disoccupato di Antognano, intenzionato a farsi assumere (come molti di quelle valli) presso l’arsenale della Spezia. Si trattava di un noto simpatizzante comunista, che si era sempre rifiutato di aderire al regime: la necessità, evidentemente, lo portava adesso a scendere a più miti consigli. Venne così inoltrata la sua richiesta di adesione.

Gli otto giorni necessari alla burocrazia del partito a consegnare materialmente la tessera trascorsero però senza alcun esito (si trattava, del resto, della sezione lucchese più distante dalla federazione provinciale): il Davini, a quel punto, ovviò a tale ritardo consegnando nelle mani dell’impaziente antognanese un attestato comprovante la sua richiesta di iscrizione, rassicurandolo che la tessera gli sarebbe stata consegnata non appena fosse arrivata.

Sarà stato un moto di orgoglio, sarà stato il sentimento di umiliazione che l’incallito antifascista dové provare dinanzi agli altri (nella stanza erano presenti una quindicina di persone): fatto sta che egli reagì malamente alla premura usatagli dal segretario, ribattendogli ingiuriosamente che, quando avesse avuto finalmente tra le mani il cartaceo oggetto, ne avrebbe fatto un utilizzo non propriamente politico, ma piuttosto igienico.

Il Davini, a quel punto, dinanzi a tanta gente, non poté esimersi dall’assestare all’insolente provocatore un sonoro schiaffone: “Verrà il giorno che mi vendicherò con il sangue”, minacciò allora l’altro nell’allontanarsi, scornato e col naso sanguinante. Il che tuttavia non gli impedì di farsi assumere in arsenale (ove sarebbe peraltro rimasto fino alla pensione): nel ‘44 anche costui si sarebbe dato alla macchia con la banda Marini.

Sia per i suoi trascorsi politici, sia soprattutto perché – come detto – era divenuto uno dei personaggi più facoltosi della zona, il Davini fu sin da subito fatto oggetto di una particolare attenzione da parte del gruppo di Regnano. Puntualmente si presentava a casa sua proprio l’antognanese, intimandogli di presentarsi il giorno dopo al Castello quando con una manza, quando con una vacca: e allorché la stalla fu vuota, si passò a ripulirlo anche dei soldi.

Nonostante i suoi familiari lo mettessero in guardia dal recarsi così a cuor leggero da quella gente, lui, avendo compreso l’irriducibile rancore che gli portava lo schiaffeggiato, non volle mai ribellarsi a tali estorsioni, credendo forse così – ancora in un eccesso di ottimismo – di salvare sé stesso e la propria famiglia.

Finché, un giorno, quando ormai non potevano cavarne più niente, i partigiani non decisero di farlo fuori: condottolo nella selva del Vallone, gli fecero scavare la fossa, lo spogliarono anche dei suoi vestiti, gli sfilarono l’orologio e la catenina d’oro e lo giustiziarono. Era il 17 ottobre 1944.

La salma di Primo Davini poté essere recuperata dai familiari solo dopo la fine della guerra: più volte infatti il Marini negò loro che il congiunto fosse stato assassinato, depistandoli altrove ed arrivando persino a sostenere di averlo passato come prigioniero alla banda operante nella zona di Orto di Donna.

Paradossalmente, anche un figlio del Davini rischiò di fare la sua stessa fine, ma per mano tedesca: i nazisti infatti, dopo la sua sparizione, appreso che l’uomo si era recato proprio in quel di Regnano, si convinsero che lo avesse fatto per unirsi ai ribelli (questo a conferma della singolarità dell’acquiescenza dell’esponente repubblichino nei confronti degli ordini dei suoi dichiarati nemici). Fu solamente l’intervento di uno zio a salvare il giovane: pragmaticamente egli riuscì a convincere i tedeschi che lo speranzoso fratello non aveva fatto ritorno a casa non perché avesse tradito, ma semplicemente perché era stato ammazzato.

A Montefiore, gli episodi cruenti provocati dal gruppo Regnano furono due: l’uno casuale, l’altro voluto; il primo, che ebbe luogo il 27 aprile 1944, segnò l’inizio della fase più dolorosa della guerra in queste vallate. Appena tre giorni prima, i partigiani lunigianesi erano stati riforniti di armi e vestiario da un aviolancio inglese concordato – tramite la radio dell’Azzari – sul campo di Mommio; al recupero del materiale avevano contribuito anche abitanti di quel paese.

I gappisti regnanini solevano avvalersi del mulino di Montefiore per macinare il grano e le castagne che si procuravano nel modo suddetto (e arrivando ad estorcere anche al mugnaio più farina di quella che sarebbe loro spettata). Una volta erano anche scesi al fiume a sparare contro il marmoreo stemma che il regime aveva apposto nel 1936 a celebrare la costruzione del nuovo ponte, con cui si era spostata più a monte la strada (quella medievale transitava proprio per l’abitato del Molino).

Al calar della sera, con l’ausilio di somari – anch’essi requisiti – i partigiani erano soliti trasportare a valle le granaglie utilizzando la mulattiera più diretta: quella della Pila (la collina che domina il corso dell’Aulella nel tratto fra i due paesi). Informati di tali traffici, decisero di muoversi i repubblichini del presidio di Fivizzano, cui si unirono carabinieri della stazione di Casola.

Il caso volle che, verso le 22, non appena imboccata la mulattiera, i militi si imbattessero proprio nell’asino clandestino, carico del grano destinato alle macine montefiorine, che era appena stato abbandonato in fretta e furia dai suoi accompagnatori una volta resisi conto di chi stava sopraggiungendo. Mentre i fascisti dedicavano le loro ironiche attenzioni alla bestia, i tre partigiani addetti al trasporto – che non si erano dati alla fuga, ma si erano nascosti fra la boscaglia – nel buio iniziarono a mitragliare i nemici con gli Sten.

Nel fuggi fuggi generale, ad avere la peggio furono un sottufficiale della guardia repubblicana, che rimase ucciso, ed un carabiniere, che venne ferito. La fortuna degli altri fu che al “cecchino” del trio, Oreste Bertolini (di Vigneta), si inceppò il mitra (in compenso, un partigiano di Montefiore si premurò di sfilare dal polso della vittima l’orologio). Il segretario del fascio repubblichino di Casola – un ex squadrista: al quale i paesani, per il suo fervore fascista assimilabile a quello del celebre ras cremonese, avevano attribuito il soprannome di “Farinacci” – si rifugiò terrorizzato proprio al mulino: donde il mugnaio lo aiutò a scappare giù per il fiume, in piena notte e vestito da donna (con l’intensificarsi degli attacchi partigiani costui avrebbe di lì a poco abbandonato anche Casola, aggregandosi alla Decima Mas).

Quello di Montefiore fu dunque il primo scontro armato che ebbe per protagonista il gruppo Regnano: un episodio che contribuì a suo modo a segnare l’inizio della lunga scia di stragi naziste che per tutto il 1944 avrebbe insanguinato la terra apuana. Per quanto anche altri fatti occorsi in quello stesso mese concorressero a far maturare la voglia germanica di far pulizia su quelle montagne: come dimostra anche l’insediamento, a Fivizzano, del battaglione “S. Marco” della Decima Mas (la quale aveva posto la propria sede operativa alla Spezia), al precipuo scopo di stanare i ribelli.

Già il 1° di aprile, il gruppo partigiano operante nella zona di Sassalbo aveva attaccato e disarmato il presidio della guardia nazionale repubblichina del passo del Cerreto; la stessa sorte era toccata, il 17, a quello di Filattiera (mentre il 24 c’era stato, come detto, l’aviolancio alleato su Mommio). Forti di questi successi, il 29 i GAP piombavano su Fivizzano: mentre i repubblichini si barricavano in caserma, quattro camion tedeschi dell’organizzazione Todt carichi di viveri cadevano nelle mani dei partigiani; i quali, nei giorni successivi, compivano altri blitz lungo la strada del Cerreto, impadronendosi di armi e commestibili.

A tali prove di forza occorreva rispondere con durezza: esse provavano infatti che, dopo gli sporadici attacchi invernali che i gappisti avevano portato a valle, adesso quei banditen si stavano impadronendo delle montagne. C’era però anche la consapevolezza di avere a che fare – in questa inattesa piega presa dalla guerra – con un nemico inedito, invisibile, che all’improvviso si materializzava dal nulla: donde la decisione della Feldkommandantur apuanadi organizzare, per il 4-5 maggio, un massiccio rastrellamento in quei paesi che, per certo, avevano avuto a che fare con l’attività dei ribelli (ed al quale parteciparono anche militi repubblichini, della Decima Mas e della guardia di finanza). A farne maggiormente le spese sarebbero stati, com’è noto, i ventidue innocenti trucidati fra Mommio e Sassalbo: il ritrovamento in alcune abitazioni di parte del materiale paracadutato dagli Alleati rappresentò, agli occhi dei nazisti, la prova della connivenza del paese con i ribelli.

Regnano, invece, in questo primo frangente la scampò. Piombati il 4 maggio alla Ca’ Malaspina, i tedeschi suscitarono il terrore in paese prelevando con violenza alcuni uomini e costringendoli ad accompagnarli lungo la strada per il Vallone: evidentemente sperando, con il loro aiuto, di poter individuare il ricovero montano dei partigiani. Due dei quali caddero nella rete: si trattava dei fratelli Fermo e Fabio Bertolucci, di Regnano. Fucilati in due punti diversi della montagna, ebbero diverso anche il destino: Fermo morì; mentre Fabio, dato dai carnefici per morto, si salvò.

Fra tante storie atroci, c’è anche un episodio in cui trionfa la pietà. Ripreso il controllo della situazione, i partigiani fanno prigioniero un repubblichino, che ritengono coinvolto nell’operazione che ha portato alla cattura dei due fratelli: rinchiusolo dentro una capanna, si convoca il padre dei Bertolucci, Eugenio, affinché ne decida la sorte.

Di fede comunista (nel dopoguerra sarebbe stato consigliere comunale del PCI), era costui una persona amata e rispettata da tutti in paese per la sua rettitudine: uno di quei personaggi cui i più giovani solevano rivolgersi come ad un patriarca. Anche in questa dolorosa circostanza il Bertolucci seppe tenere un contegno esemplare: alla vista dell’ostaggio, a prevalere nel suo cuore fu difatti la compassione. E al cospetto dei compagni del figlio assassinato, egli seppe pronunciare parole degne della sua fama: “Slegatelo, basta con il sangue! Per me è un uomo libero. Io gli perdono! Non è colpa sua ma della guerra”.

Nelle settimane successive, tutta una serie di eventi intervengono a segnare l’inizio della fase bellica più drammatica fra queste montagne. Il 25 aprile le autorità nazifasciste pubblicano l’ennesimo bando di chiamata alle armi per le medesime classi, concedendo un mese di tempo: a quanti – compresi gli appartenenti a bande partigiane – si presenteranno entro la mezzanotte del 25 maggio, verrà concesso il perdono; viceversa, coloro che faranno scadere tale termine senza consegnarsi saranno “considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”. Lo stesso trattamento viene garantito a chiunque dia rifugio, fornisca vitto o presti assistenza ai disertori unitisi ai ribelli.

Tale decreto finisce però con il sortire l’effetto opposto di quello sperato. Tantissimi di quei giovani precettati, infatti, chiamati a scegliere fra due rischi, optano per il minore: nel senso che il nazifascismo viene dato ormai per spacciato, e la liberazione sentita come vicina. Per questo, in tutto il territorio soggetto all’occupazione tedesca, a migliaia decidono di darsi alla macchia, piuttosto che andare a farsi ammazzare per compiacere i vaneggi di Hitler e Mussolini.

A frustrare gli auspici di tutti gli italiani che, in quei giorni, sperano che la guerra stia volgendo al termine, intervengono però due elementi, fra loro complementari: da una parte, la ferrea determinazione tedesca a resistere lungo quella “Linea gotica” cui da tempo sta lavorando la Todt (la quale, per disposizione dello stratega germanico, il Feldmaresciallo Kesserling, è stata tempestivamente approntata a ridosso della catena appenninica – più facilmente difendibile rispetto a quella alpina – quando ancora si combatteva lungo il Garigliano e la “Linea Gustav”); dall’altra, l’inspiegabile lentezza con cui gli Alleati continuano a risalire la Penisola anche una volta presa Roma, il 4 giugno.

Evento cui fa seguito, appena due giorni più tardi, lo sbarco in Normandia: l’attacco alleato al cuore della fortezza hitleriana pare ormai lanciato, la fine del conflitto più che mai vicina; conseguentemente, gli attacchi partigiani contro fascisti e tedeschi divengono più intensi. Anche la banda Marini – notevolmente ingrossatasi con i nuovi arrivi – mette a segno un’escalation di colpi che vanno dal sabotaggio dei ponti sulla strada del passo dei Carpinelli agli assalti alle caserme: dopo avere costretto alla resa la milizia fascista di stanza a Monzone, il 23 giugno viene disarmata quella di Casola.

Ogni tanto, però, capita anche qualche inconveniente. Il 13 giugno un camion di partigiani in transito fra Metra e Carpinelli si incrocia con due automezzi germanici. Immediatamente i ribelli se la danno a gambe, mentre i tedeschi aprono il fuoco: ad avere la peggio è proprio l’Azzari, che rimane ferito a una spalla.

Tale battuta d’arresto non impedisce tuttavia alla banda Marini di occupare il santuario dell’Argegna: il quale, sin dal 1939, era stato scelto dal comando di difesa antiaerea della Spezia quale ideale punto di avvistamento di aerei nemici in caso di guerra. Un presidio militare si era così insediato nella canonica (sulla cui cantonata, dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto, erano stati posizionati – in assenza dei radar – gli aerofoni). Il crescendo di blitz partigiani nella vallata sottostante porta però i soldati, il 13 giugno, ad abbandonare il santuario-fortilizio, giudicato non più sicuro né difendibile.

Vi si insediano allora una quarantina di componenti il gruppo Regnano: i quali – forse in ossequio all’ateismo dell’ideologia abbracciata – non trovano di meglio che sfondare tutto quanto negli anni precedenti era stato chiuso a preservare gli ambienti mantenuti al culto rispetto a quelli militarizzati. La fama della “banda dell’Argegna” aumenta: tanto che diversi nuclei minori decidono di porsi alle sue dipendenze.

Uno di questi, il 9 luglio, si scontra con un reparto della Decima Mas lungo la strada fra Soliera e Fivizzano: i marò si dirigono allora su Gragnola, ma i partigiani li attaccano all’ingresso del paese. La battaglia prosegue per alcune ore, altri gappisti intervengono a dar man forte ai compagni e così i soldati di Borghese sono costretti a ritirarsi, lasciando sul campo nove morti.

Il 13 luglio, però, proprio all’Argegna ha inizio la controffensiva teutonica: i tedeschi danno l’assalto al santuario, mentre i partigiani si danno ancora una volta alla fuga (com’è tristemente noto, i nazisti a quel punto sfogano la loro rabbia distruggendo e bruciando tutto). Ciò non impedisce al CLN di organizzare, per il 9 agosto, proprio a Regnano, un convegno dei comandanti delle formazioni lunigianesi, apuane e garfagnine allo scopo di concordare con i rappresentanti alleati la creazione di un’organizzazione superiore di coordinamento comune: la quale – al comando del maggiore inglese Oldham – diverrà operativa alla fine di settembre con il nome di “Divisione Garibaldi Lunense”. Suddiviso il territorio in quattro comprensori, vi vengono insediate altrettante brigate: al Marini viene affidato il comando della III Brigata Garibaldi “La Spezia”, con il compito di operare nei comuni di Casola, Fivizzano, Minucciano e Giuncugnano.

Ma i tedeschi devono avere qualche informatore in paese: già la notte precedente piombano in forze a Regnano onde sfruttare l’irripetibile occasione; ma pure tale spedizione si conclude, in pratica, con un nulla di fatto. Anche i partigiani, evidentemente, hanno le loro vedette; nella fattispecie, una donna di Montefiore: la quale, notando l’insolito movimento di truppe sulla strada ed intuendone la destinazione, le ha precedute lungo la mulattiera della Pila giungendo a Regnano in tempo per dare l’allarme e consentendo così ai gappisti di riparare in montagna.

Il paese viene svegliato dal crepitio di fucili e mitragliatrici; il rastrellamento, però, non sorte l’effetto sperato: un solo partigiano viene sorpreso ed ucciso, nel borgo della Villa. La terrorizzata popolazione viene assembrata dinanzi all’oratorio di questa stessa frazione: ma i nazisti, alla fine, si limitano a minare qualche casa, abbattendola o lesionandola. L’appuntamento con la strage è così ancora una volta rimandato.

L’estate del ‘44 trascorre in un crescendo di speranze ed orrori: mentre al Nord – sempre nella prospettiva di una liberazione imminente – si vanno formando varie “repubbliche partigiane”, nella zona del fronte i nazifascisti, ormai bersaglio di un quotidiano stillicidio di attacchi da parte dei banditen, non sanno fare di meglio che vendicarsi sulla popolazione inerme, mettendo in atto eccidi sempre più efferati. Nella parte di Lunigiana di cui ci stiamo occupando, il crimine più atroce viene commesso, com’è noto, contro il paese di Vinca, la cui popolazione viene sterminata fra il 24 e il 25 agosto per mano delle SS del maggiore Reder e con l’ausilio delle brigate nere di Carrara; altre vittime innocenti vengono mietute a Gragnola, Monzone, Tenerano.

A Montefiore ci si limita a precettare uomini da destinare ai lavori della Todt; ma anche a prelevare giovanetti cui far governare il bestiame requisito. Così, il 20 agosto, persino ragazzi di 12 anni vengono strappati alle loro famiglie e costretti sotto la minaccia delle armi a condurre le mucche fino a Castelnuovo.

L’autunno porta così la consapevolezza che la fine della guerra è ancora lontana: con i tedeschi saldamente attestati sulle loro posizioni e pronti alle più aberranti nefandezze pur di tutelare quella Linea gotica ormai eretta ad ultimo baluardo del Reich hitleriano (mentre anche le repubbliche partigiane cadono una dopo l’altra, sotto i colpi di Kesserling). Emblematico, in tal senso, il fallimento di un attacco a tenaglia contro di essa concordato fra partigiani e Alleati.

Nel mese di ottobre, il battaglione alpino “Aosta” giunge in Garfagnana a dare man forte alle truppe tedesche nella difesa del tratto del fronte compreso fra il monte Altissimo ed il Serchio. Il 26, una compagnia di militari italiani sostituisce quelli germanici nel presidiare un settore lungo un paio di chilometri. Accortisi di tale avvicendamento – e giudicando evidentemente adesso più espugnabile quel tratto – i partigiani operanti nella zona ne informano immediatamente gli Alleati.

Viene così concordata un’azione a tenaglia: all’alba del 28 ottobre, tre battaglioni brasiliani dovranno attaccare l’Aosta dal versante versiliese, mentre ai partigiani spetterà di sorprenderla alle spalle. Dopo un’iniziale avanzata, però, gli americani sono costretti dal contrattacco italiano a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchie vittime. Conseguentemente, anche le brigate partigiane mobilitate si trovano scoperte: quella regnanina in particolare viene rapidamente dispersa, mentre tenta di risalire la zona di Careggine.

Meglio va ai nostri l’attività di guerriglia, che fra ottobre e novembre li vede mettere in atto agguati, sabotaggi, imboscate. I tedeschi a quel punto si riorganizzano sia mediante l’istituzione di nuovi presidi che con l’adozione di provvedimenti – decisi da loro ma fatti sempre emanare dalle autorità italiane – dissuasivi.

Il 30 ottobre, il commissario prefettizio di Casola (facente funzioni di sindaco) diffonde il seguente comunicato: “In seguito ad ordine del Comando militare tedesco rende noto: se chiunque, partigiani od altri, si renderanno colpevoli di atti di ostilità verso i militari tedeschi, i paesi nel cui territorio il fatto è avvenuto saranno incendiati. Tale provvedimento sarà anche adottato, nel caso di ulteriori atti ostili, verso signore e signorine con taglio di capelli od altri spregi”.

Per contrastare gli attacchi notturni contro le truppe in transito verso il fronte, la Kommandanturdi Piazza al Serchio fa a sua volta affiggere un manifesto che impone il coprifuoco – sia sulla strada per Minucciano che per i Carpinelli – dalle 21.30 alle 4.30, vietando il transito a pedoni e mezzi, pena la fucilazione immediata. Inoltre: “Per resistenza passiva, aggressioni, devastazioni, demolizioni saranno resi responsabili in pieno quei Comuni che trovansi vicini al luogo del reato commesso. Paesi e caseggiati nei quali venissero trovate armi, oppure risultanti stare in comunicazione con ribelli saranno bruciati, fucilandone la popolazione maschia”. I presupposti per la rappresaglia vengono così posti nella maniera più netta.

Per quanto riguarda invece i presidi, il comando germanico, dopo quelli di Metra e Vigneta, ne istituisce anche a Reusa, Casola e – il 6 novembre – Montefiore. Viene a tale scopo requisita una casa piuttosto grande situata lungo la rotabile dei Carpinelli: il cui padrone – un carbonaio – intuisce che i tedeschi sono a conoscenza dell’esistenza della radio di Castiglioncello. Nell’intento di metterli in guardia, fa sapere la cosa a quelli di Regnano; suscitando però la diffidenza del Marini: il quale, non vedendoci chiaro, convoca a rapporto il non richiesto informatore. Il quale ha il suo daffare per spiegare al malfidato comandante di non essere una spia: alla fine, è solo la difesa che ne prendono i partigiani di Montefiore a scagionare il malcapitato.

In questo nuovo presidio i tedeschi insediano una ventina di uomini, al comando di un sergente germanico; la truppa però è costituita tutta da russi. Si tratta di prigionieri che, per evitare guai peggiori, hanno accettato di combattere al fianco del nemico; spesso ubriachi, si rendono sovente protagonisti di atti di prepotenza in paese pur di procurarsi – in luogo della vodka – la grappa (che poi è l’unico liquore prodotto dalle vigne locali).

A gelare definitivamente gli animi dei partigiani interviene, il 13 novembre, dai microfoni di “Italia combatte”, il “proclama Alexander”, con cui il comandante supremo delle truppe alleate nel Mediterraneo invita i “patrioti” italiani impegnati nella resistenza armata contro l’invasore a “cessare la loro attività precedente per prepararsi alla nuova fase di lotta e fronteggiare un nuovo nemico, l’inverno, che sarà molto duro per i patrioti a causa della difficoltà di rifornimenti di viveri e di indumenti: le notti in cui si potrà volare saranno poche nel prossimo periodo, e ciò limiterà pure la possibilità di lanci”.

Donde l’ordine di sospendere ogni azione militare, conservare munizioni e materiale in attesa di nuove disposizioni e non esporsi in azioni rischiose. In pratica, stare sulla difensiva sino alla primavera – allorché, si promette, l’avanzata alleata ripartirà alla grande – limitandosi ad approfittare “delle occasioni favorevoli per attaccare tedeschi e fascisti”.

Alle orecchie degli imboscati del Castello tali direttive suonano come una beffa: la prospettiva è difatti quella di dover affrontare i rigori dell’inverno sulle montagne. Da tale stato d’animo scaturisce – poco più di una settimana più tardi – l’attacco che provocherà l’eccidio di Regnano.

Il Diavolo Nero ha studiato bene il colpo, fissato per il 22 novembre: all’alba, con indosso la sua dismessa divisa tedesca, si presenta all’uscio del presidio montefiorino proprio un partigiano russo (“Milenko”); il quale, parlando tedesco, induce la sentinella ad aprirgli il portone, per poi immediatamente puntare il mitra e disarmarla.

A questo punto entrano in azione anche i compagni acquattati alle sue spalle: i quali hanno gioco facile nel sorprendere la truppa, dormiente qua e là sui giacigli di paglia. Al comando dello stesso Marini, tutti i prigionieri vengono condotti a Regnano: e già che ci sono, i partigiani si portano via pure la marmitta.

Una volta al Castello, il sergente tedesco – un uomo mite, che in quel breve tempo si era fatto benvolere a Montefiore – viene diviso dagli altri e rinchiuso dentro una capanna: ostaggio troppo ingombrante per essere trattenuto, viene giustiziato la sera stessa, in un bosco sopra al paese, e malamente sepolto sotto un palmo di terra, dentro la fossa fattagli scavare in fretta e furia. Gli altri soldati catturati, invece, per il solo fatto di essere russi (e nonostante abbiano già mostrato una simile disinvoltura nel cambiare bandiera) vengono giudicati come dei potenziali compagni di lotta; al tempo stesso, però, essi vengono ad aumentare i cronici problemi di sostentamento del gruppo (rimarcati del resto anche dal goffo prelievo di quel pentolone). In uno slancio di fiducia, si decide di lasciare loro la scelta se unirsi alla brigata partigiana o passare il fronte e raggiungere gli Alleati, .

Qui però le cose non vanno come previsto dal Marini. Il gruppo di coloro che scelgono di andarsene (i quali, ritenuti in buona fede, hanno avute restituite le armi), infatti, una volta giunti nei pressi di Metra si rivolta contro i due partigiani di scorta, uccidendone uno e guadagnando rapidamente il presidio tedesco, ove raccontano dell’agguato subito dal loro e dell’uccisione del sergente. A quel punto, le rigide direttive attuate ormai da mesi dal comando tedesco non lasciano scampo: vendetta.

Nel frattempo, a Regnano, si vivono ore di ansia: già al mattino quel teatrale passaggio dei prigionieri in divisa tedesca sotto le armi dei partigiani per le vie del paese è stato vissuto dalla gente come un presagio di disgrazia. La sparatoria la cui eco, poco prima del tramonto, viene poi udita provenire dall’altra parte della valle (e che è poi quella relativa ai fatti di Metra) fa il resto: gli stessi partigiani, al mattino tanto baldanzosi, appostati fra i castagni sopra al Castello scrutano adesso intimoriti a valle con il cannocchiale, cercando di capire cosa sia successo. Ad ogni buon conto, si decide di salire in montagna.

Il giorno successivo, difatti, puntuale e terribile arriva la ritorsione germanica: ed una disamina del comportamento nazista non potrà che far risaltare l’estrema sommarietà e frettolosità con cui venne attuato l’eccidio di Regnano. Questo per due motivi sostanziali: si rinunciò a priori ad un rastrellamento finalizzato all’individuazione dei ribelli (tantomeno si provò a stanarli dalla vallata soprastante il Castello, ove era chiaro che dovevano essersi rifugiati: e i tedeschi erano in numero tale da poter quantomeno tentare un’azione a tenaglia); la strage fu condotta a casaccio, senza alcun criterio selettivo, né numerico: tanto che molte delle tredici vittime (nessuna delle quali, peraltro, imparentata con i partigiani) pagarono con la vita il semplice fatto di essersi alzate presto per attendere ai propri abituali lavori agricoli. Evidentemente, visto anche il fallimento delle precedenti spedizioni regnanine, intento nazista era unicamente quello di fare una volta per tutte tabula rasa – e senza perdere un solo minuto – del Castello: altre volte graziato ma stavolta condannato a morte in quanto giudicato complice dei molesti quanto inafferrabili banditen.

Le circostanze dell’eccidio si incrociano poi tragicamente con le millenarie abitudini ed usanze tipiche della civiltà contadina: la quale imponeva che la messa mattutina si svolgesse prestissimo, onde consentire alla gente di essere nei campi già al levar del sole. Il mese di novembre era notoriamente dedicato al culto dei Morti: e a Regnano si soleva andare in chiesa tutte le mattine. Ancor più richiamo la funzione esercitava sulla popolazione – comprensibilmente – dato il drammatico frangente bellico che si stava vivendo.

Anche quel giorno dunque – nonostante fosse giovedì – numerosi fedeli si recarono alla messa: notando, nella parte bassa del paese, ingenti schiere di soldati; i quali però, avendo quale obiettivo il Castello, dissimularono le proprie intenzioni, continuando a procedere ordinatamente e in silenzio. Lo schieramento di forze era imponente: la Kommandanturaveva difatti chiamato a raccolta gli uomini di tutti i presidi circostanti; ma accanto ai tedeschi erano presenti – oltre ai soliti russi passati dalla loro parte – anche italiani, con il volto coperto da passamontagna: uno dei quali avrebbe indicato alle donne e ai bambini rastrellati da che parte andare (nei giorni successivi alla strage sarebbero saliti a Regnano anche alpini della “Monterosa”, allo scopo di requisire altro bestiame: ma la loro partecipazione all’eccidio è in ogni caso da escludere).

All’alba, un bengala segna l’inizio dell’operazione, seguito da altri di conferma: dopodiché la parola passa ai mortai, ai mitra, alle mitragliatrici e alle bombe a mano dell’orda di carnefici, che sbucano da ogni parte del Castello. Un contadino che si era alzato ancora a notte per andare a prendere le foglie di castagno dalla sua capanna nel bosco per fare la lettiera alle bestie viene trucidato proprio mentre rientra in paese. Ad un altro che, sull’aia, sta trattando il grano per la semina viene sparato a vista dalla strada soprastante: sopravvissuto alle trincee della Grande guerra (in paese era chiamato “il sergente”) muore davanti casa senza avere nemmeno il tempo di rendersi conto.

La moglie, accorsa fuori agli spari, viene anch’essa immediatamente falciata; la scampano invece la nuora (mancata dai colpi) e il figlio – disertore di Salò, ma non partigiano – rifugiatosi nella capanna. Due dei russi prelevati il giorno prima a Montefiore vengono invece sorpresi mentre dormono in un essiccatoio, per il loro secondo risveglio violento consecutivo: stavolta però vengono giustiziati all’istante (per cui le vittime dell’eccidio di Regnano assommano in realtà a quindici).

L’unico massacro di gruppo ha luogo nella “selva” sopra al Castello, ove la mitragliatrice si abbatte su sette contadini – fra cui due padri con i rispettivi figli, di 16 e 17 anni – levatisi di buon’ora chi per pestar castagne, chi per prender foglie. I due ragazzi, prima di essere passati per le armi, vengono anche duramente percossi in quanto sospettati (solo per la giovane età) di essere dei partigiani; ad uno di loro viene pure uccisa l’inseparabile cagnetta che teneva in braccio.

Straziante anche la vicenda dei familiari: i quali, convinti che la carneficina sia stata limitata all’interno del borgo, compiono per tutto il giorno il giro dei possibili ricoveri dai congiunti utilizzati nelle loro giornate lavorative; finché, al tramonto, quando le speranze sono ormai affievolite, giunge da altri paesani la notizia che i loro cari giacciono cadaveri su alla Selva. Le circostanze di quell’esecuzione sarebbero state loro successivamente raccontate da un sopravvissuto alla mattanza: colpito da un proiettile alla bocca, e caduto a terra non prima però di un sussulto vitale, gli era stato risparmiato il colpo di grazia solo perché, vedendolo sanguinare copiosamente dalla testa, i giustizieri lo avevano dato per spacciato, prolungandogli così l’agonia (invece si era salvato andandosi a rifugiare da dei suoi parenti, nel non lontano paese di Po).

Ma c’è un episodio che forse meglio di qualunque altro testimonia dello spirito con cui i nazisti venivano ad attuare queste missioni di morte: un episodio in cui, più che gli ordini ricevuti, conta il semplice istinto omicida dell’esecutore. Il clima di quei mesi induceva molti (soprattutto gli uomini prelevabili dai tedeschi per essere inviati ai lavori forzati) a trascorrere le notti in cui maggiore era sentito il pericolo dei rastrellamenti nei metati, nelle capanne fuori dal paese. Oltre a tale accorgimento, però, non si poteva nemmeno escludere l’eventualità di doversi nascondere fuori di casa all’improvviso, di notte come di giorno: donde la necessità di disporre di un rifugio più a portata di mano.

L’astuzia contadina aveva così escogitato lo scavo nei poggi di cunicoli, in grado di servire ciascuno due o tre famiglie: si trattava, in pratica, di fosse mimetizzate dalla terra con cui venivano ricoperte utilizzando delle tavole, e la cui entrata, fatta coincidere con un punto ricco di vegetazione, veniva ulteriormente occultata con frasche. Data la frequenza delle brutali razzie compiute dai famelici tedeschi, inoltre, queste venivano utilizzate anche come nascondiglio per i viveri.

Un giovane sfollato spezzino, all’udire l’infernale sequenza di spari, aveva pensato bene di riparare nel rifugio più vicino a casa sua: per poi però immediatamente riuscirne una volta constatato che nessun altro aveva avuto la sua stessa idea. Intenzionato a ricongiungersi ad altri fuggitivi, si buttò dunque istintivamente per l’unica via lasciata libera dagli assalitori, lungo il fiume.

Un tedesco, notato il suo movimento, giudicando che dentro quella sorta di bunker dovessero essersi rifugiate altre persone, dovendo scegliere all’istante fra l’inseguire il fuggitivo e il dedicarsi al nascondiglio, optò per quest’ultima soluzione, gettandovi dentro una bomba incendiaria: la quale sortì l’effetto di bruciare gli insaccati, il lardo, i formaggi lì depositati, sprigionando nell’aria un fumaccio e un fetore insopportabili e facendo credere ai sopravvissuti che da quella parte si fossero massacrate altre persone e bruciati i cadaveri. Paradossalmente, dunque, questo ragazzo ebbe salva la vita solo per un cinico calcolo del soldato: il quale scelse di gettare la bomba dentro alla fossa solo perché convinto, in tale maniera, di provocare un numero maggiore di vittime.

Alle 7 la strage era già compiuta. Non migliore sorte dei cristiani toccò al bestiame, in parte ucciso (altrettanto a casaccio delle persone) in parte requisito: e il caos cui diedero vita gli animali terrorizzati – con lotte furibonde ed un toro, scatenatosi una volta liberato, a farla da padrone – contribuì a dare ancor più a tutto quanto le tinte del giorno del giudizio. A questo punto i nazisti si divisero i compiti: alcuni di loro si diedero al saccheggio delle case, altri al rastrellamento della popolazione.

Si trattò di una razzia degna dei lanzichenecchi; fu portato via tutto senza distinzione: la biancheria maschile come quella femminile, gli oggetti di valore come le posate, le sveglie, le medicine, il sapone, le forme di pecorino… Le persone rastrellate (in maggioranza donne e bambini) furono portate nel borgo del Poggio, raggruppate in un orto e fatte inginocchiare, con una mitragliatrice parata davanti a simulare la fucilazione; una bambina fu strappata di collo alla mamma ed ulteriormente terrorizzata dai tedeschi con il passarsela di mano in mano. Ma almeno in questo caso, la drammatica adunata aveva soltanto valore pedagogico.

Nel corso del rastrellamento un partigiano era stato effettivamente catturato: Nino Bondi (di Collegnago), rimasto in paese e scoperto dentro una cisterna, tradito da dei documenti della brigata che aveva con sé. Anche costui fu condotto al Poggio per essere torturato e percosso al cospetto degli altri affinché rivelasse dov’erano fuggiti i suoi compagni; nel frattempo, un ufficiale tedesco raccomandava agli astanti di non aiutare i ribelli ed anzi di collaborare coi nazisti segnalando loro l’eventuale rientro in paese dei banditen.

Finché, tutt’a un tratto, non venne dato l’ordine di ritirata (“Via! Via!”): al che tutti quanti gli assalitori se ne andarono altrettanto fulmineamente di come erano venuti, portandosi via sia il bestiame che il prigioniero ed avviandosi parte in direzione di Montefiore, parte di Metra. Ma non era ancora finita: quella sedicesima vittima della giornata, dal destino risparmiata alla Selva, fu dai tedeschi mietuta lungo la via del ritorno.

La mulattiera da Regnano a Metra attraversava campi e castagneti passando, rispetto alla strada attuale, più in alto, a mezza costa e lasciandosi a valle Pugliano: fu proprio nei pressi di tale paese che il Bondi, a seguito di un tentativo di fuga, venne fucilato (la targa che lo ricorda è stata posta lungo la carrozzabile, presso un mulino, in corrispondenza del punto del sentiero in cui avvenne l’esecuzione).

Va detto che un’altra vittima avrebbero fatto a Montefiore i bombardamenti alleati, che si accanirono anche sulla valle dell’Aulella (il 18 maggio 1944 venne distrutta Aulla, il 13 luglio Fivizzano; mentre nel febbraio del ‘45 ripetuti attacchi inglesi si abbatterono perfino contro il già martoriato santuario dell’Argegna). In assenza di mezzi pubblici, i camion adibiti al trasporto del carbone alla Spezia si prestavano anche a dare dei passaggi alla gente; i carichi, a Montefiore, avevano luogo su di uno spiazzo a fianco della rotabile, nel punto in cui quest’ultima scavalca il ruscello che attraversa il paese.

Un giorno, due camion che stavano effettuando il carico vennero messi nel mirino da altrettanti bombardieri della RAF: i quali più volte passarono e ripassarono sopra all’obiettivo, mitragliando all’impazzata e gettando il paese nel panico. Mentre i fienili andavano a fuoco, ad avere la peggio fu una giovane spezzina, Livia Del Vigo: venuta a Montefiore a trovare la madre, stava attendendo di poter salire a bordo per fare rientro a casa quando fu presa in pieno da una scarica (un altro spezzino rimase ferito).

Così la povera Livia venne ad incontrare il suo destino a Montefiore per mano di quegli stessi aerei inglesi che da tempo stavano martoriando la sua città.

Bibliografia

1)E. Mosti, La Resistenza apuana, Milano, Longanesi, 1973.

2)I. Ferrando Cabona – E. Crusi, Alta Valle Aulella, Genova, Sagep, 1980.

3)C. Giorgetti, Il Santuario di N. S. della Guardia sul Monte Argegna, Massa, Tipografia Stilgrafica, 1995.

4)M. Diaferia, 1943-1945: Pontremoli, una diocesi italiana tra Toscana, Liguria ed Emilia attraverso i libri cronistorici parrocchiali, Sarzana, Zappa, 1995.

Si ringraziano inoltre: Maria Angela Malaspina, Antonio Musetti, Paris Musetti per le loro testimonianze; Valerio Bizzari per il suo contributo.

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