La narrativa di Corrado Leoni

 

Nato nel 1942 a Dro (Trento), conseguita la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens ove ha modo di ricoprire anche l’incarico di rappresentante sindacale; frequenta inoltre un corso di informatica presso l’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’Enaip, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica – con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) – e optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.

Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana orientale (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dallo spirito della gente apuana egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promuovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.

Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: le giornate trascorse tra campi, botteghe artigianali, stalle, cantine.

Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale nella vita di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.

Tristi fatti che vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa dell’alleato-rivale Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.

Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio ad un incolpevole esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.

Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono del resto ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino ad innamorarsi.

Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale ed un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e a un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani “putane” e “capeloni” usi a bivaccare giorno e notte dentro l’università in spregio ad ogni decoro e costume dell’epoca.

Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, poi, era la stessa comunità dei lavoratori italiani ad intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi pesantemente contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi ed annullandone inesorabilmente l’identità.

Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica risulta Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana né, su quello gerarchico, dalla rigidità della struttura ereditata dall’impero romano.

A fare le spese di tutto ciò è secondo il nostro la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tesa ad interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione quale manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.

Nell’opera non mancano riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: dal socialista Leoni accusato di avere perpetuato il primato della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.

Nella protagonista del romanzo Il cavaliere senza cavallo, del 2014, rivivono autobiograficamente le principali pagine che hanno segnato la vita dell’autore: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole, è un cavaliere senza cavallo”.

Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.

Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.

Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione caratterizzante il mondo della scuola. La frustrazione dei docenti anzitutto, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio: misero se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati, al punto di portare non pochi insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù; cui vanno aggiunte la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi nonché la totale irrilevanza sociale del ruolo ricoperto.

La boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager. La pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati. La beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo. E poi l’ipocrisia dei rapporti fra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…

Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa leoniana), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi e insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide su due piedi di voler condividere con l’immigrato il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inopinatamente fatto ritorno in Africa.

Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per antonomasia – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino a spacciarle per verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a combinarne di tutti i colori; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro (ereditata dalla legislatura precedente) per sostituirla con quella Moratti.

Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento onde poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.

Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare e impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, guardandosi bene dall’affrontare argomenti che suonino più leggeri e ruffiani alle orecchie altrui. Naturale a quel punto la risposta della invidiosa collega, la quale avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.

L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al “posto”, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.

Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli, e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato; mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.

Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a rifiutarsi di alimentare ipocritamente nei giovani studenti facili illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.

Donna Luigia. Profuga e partigiana segna l’anno successivo il ritorno di Leoni ai temi portanti della sua opera prima: la civiltà contadina, la guerra, la resistenza. Il romanzo ha ambizioni di filosofia della storia, annunciate sin dall’introduzione con il tracciare un disegno illuministico dell’alternarsi delle ideologie e degli imperi che segnano l’evoluzione della società sino allo spartiacque rappresentato dalla prima guerra mondiale.

È infatti con il grande conflitto bellico che “viene a cadere definitivamente questa magia ideologica e produttiva secondo la quale la guerra e la sua conduzione erano la principale fonte di ideali, di identità etnica, di potere aggregante tra i popoli, che potevano sopravvivere perché sudditi in ogni aspetto della vita: nascita, educazione, usi e costumi, lavoro, destini personali e collettivi, benessere; tutto ciò attraverso espansioni e reciproche e alterne occupazioni sotto l’insegna dell’arte della guerra, origine prima di aggregazione tra i popoli, anche se tremendamente tragica”.

Tale gravame filosofico aleggia anche sul corpo della narrazione, al punto di indurre l’autore ad interromperne la vivezza mediante un concettoso post scriptum: “L’agire è condizionato dal contingente, la storia è determinata dall’utopia e da una spinta ideale. La storia non può esser ridotta a una somma di fatti o di episodi e neppure a un amalgama degli stessi; la storia è fatta dalla spinta morale dell’umanità verso un ideale di libertà, di partecipazione, del bello, del benessere, della vita condivisa, di una condizione ideale, che in tempo di guerra e di miseria si focalizza in una lotta per la convivenza civile e per una condizione di benessere: gli episodi belli o brutti, eroici o vigliacchi, giusti o ingiusti, s’annegano in essa; solo i parassiti confondono gli episodi con la storia e li utilizzano per il proprio soddisfacimento etico ed economico”.

In contrasto con tale concezione ottimistica e provvidenziale del cammino storico appare allora la conclusione del racconto, che vede Leoni tirare amaramente le somme di quanto lasciato in eredità alle sue amate vallate trentine dal secondo conflitto mondiale: “Il periodo tra la fine dell’occupazione e del regime ed il ritorno alla normalità durò mesi, anni: forse incombe tuttora con il perbenismo, il qualunquismo, la pretesa di fare di un diritto un privilegio esclusivo nel preferire la conservazione alla crescita economico-sociale, nel conservare le rendite di posizione con l’appartenenza a gruppi di potere legati o a un’ideologia o a un gruppo di potere o a una professione di fede, anziché a una compartecipazione nella creazione e condivisione del bene comune e di una vita civile”.

Prodromo di tale infausto explicit è del resto la fine che viene fatta fare al povero soldato Kurt, il cui sogno di una vita serena in Italia da costruire sulle rovine della guerra – che pure in Nane era stato fatto intravedere – viene infranto dalle schioppettate di un paesano meschino quanto feroce. “Le ultime truppe tedesche erano partite la sera, Kurt aveva comunicato ai camerati che si sarebbe messo in moto all’alba e li avrebbe raggiunti subito dopo Trento. Lucia aspettava un figlio. Voleva rimanere da lei ancora una notte. Le aveva promesso che, appena definiti i termini della pace e appena licenziato dall’esercito, sarebbe tornato da lei e insieme avrebbero deciso dove sistemarsi.

“Alle prime luci si alzò, svegliò Lucia, la invitò a stare a letto, uscì furtivo e, attraversando i campi, si diresse verso il fiume, la via meno frequentata, più nascosta e sicura per raggiungere i colleghi. Tonio, vicino di casa e da sempre pretendente di Lucia, lo vide uscire. Gli balenò un’idea: seguirlo e ucciderlo, sarebbe stato premiato con le onoranze da partigiano e avrebbe avuto la sua donna. Prese il fucile, attraversò i campi più a monte di Kurt e, quando lo vide allo scoperto guadare un tratto del fiume, fece fuoco e lo uccise”. Quasi l’autore abbia avuto un ripensamento rispetto al precedente lieto fine: la guerra non può propiziare alcun tipo di soluzione idillica, dietro di sé deve lasciare solo morte e distruzione.

Al punto che a volte, nel pauroso dissesto morale causato dal conflitto – soprattutto in quei territori rimasti sino all’ultimo soggetti agli occupanti germanici – ad una capra può andare meglio che a un cristiano. Leoni è a tale proposito fedele cronista nel riportare una scena classica degli ultimi tempi di guerra: quella che vede i tedeschi consapevolmente perdenti, disperati e affamati venire a battere le coloniche per poter mettere sotto i denti qualcosa, dovendo per giunta inventarsi scuse a mitigare l’imbarazzo di chi si è presentato quale popolo non solo conquistatore ma anche di lignaggio superiore.

“Anche noi mangiamo, abbiamo bisogno di requisire delle bestie perché i partigiani hanno assaltato e derubato un convoglio con i rifornimenti subito dopo Trento. Siamo costretti nostro malgrado a importunare la brava gente che lavora nei campi: prendiamo una capra, ne avete due”. Il contadino però li avvisa che quella su cui hanno messo gli occhi è vicina a partorire: “Non conviene ucciderla ora, di solito fa due capretti, è di razza buona”. Inattesa giunge allora la grazia per la povera bestia: “Non si sa se commossi dall’ardire di Tullio o se per convenienza o nel sentire la parola ‘razza’, fatto sta che decisero di lasciare la capra nella stalla con il proposito e l’avviso di venire a prendere un capretto per l’imminente Pasqua. Anche loro erano cristiani e a certe tradizioni non si rinunciava”.

Passando ad analizzare la trama del romanzo, ci troviamo di fronte a un’altra autobiografia al femminile, per quanto ideale: l’infanzia della protagonista si svolge infatti proprio a Dro, ai primi del Novecento e quindi ancora in territorio soggetto all’impero austro-ungarico. Della sua figura l’autore intende tuttavia fare prototipo per celebrare l’intero genere femminile, dalle guerre mondiali reso “ganglio vitale necessario ed efficiente della vita sociale, tanto da poter fare a meno del mondo maschile per organizzare la vita economico-sociale di intere comunità e popolazioni”.

“A ciò si aggiunga il protagonismo della donna nel mondo cinematografico, tanto da diventare un modello di comportamento civile-sociale e  suscitare la consapevolezza di protagonismo anche nella vita sessuale, non solo mirante alla procreazione, ma ad una partecipazione affettiva paritaria coniugata con quella sociale anche attraverso la partecipazione al voto nella scelta delle classi dirigenti. Donna Luigia ne è testimone e protagonista senza perdersi nei fanatismi o nel moralismo bigotto o nella passività frustrante casalinga, ma orgogliosa e cosciente che l’esser donna è la premessa di un coinvolgimento globale ed esauriente nella vita familiare, sociale, economica, affettiva”.

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia contro Germania e Austria a seguito del “ribaltone” del 24 maggio 1915 anche la famiglia di Luigia (la quale nonostante il trattamento onorifico conferitole non è altro che una povera contadina: neppure troppo fascinosa nella persona, essendo per giunta nanerottola) viene perciò costretta dalle autorità ad allontanarsi da quella zona così a ridosso del fronte finendo profuga nientemeno che nel paese natale del Führer: Braunau. Segnata da quell’esperienza vissuta per le baracche assieme alla madre e ai tre fratellini, la donna rientra al paesello per diventare la nuora saggia e operosa proprio del Nane, da bambino qual era trasformato con un’invenzione letteraria in maturo padre di famiglia: espediente che dà modo all’autore di celebrare ancora una volta nostalgicamente i riti della civiltà contadina della sua terra, con la centralità della famiglia, la simbiosi con il bestiame (fino alla descrizione dei particolari più crudi della vita animale), le usanze paesane, le ascendenze idiomatiche, i richiami paesaggistici.

A questo punto la narrazione scivola velocemente verso il suo punto focale: il dramma della guerra, il crollo degli ideali di grandezza propinati per vent’anni dal regime fascista, l’impietoso svelamento di tutta la miopia del Duce, condottiero guerrafondaio, megalomane e privo di dignità nell’asservirsi a Hitler e sulla pelle di un povero popolo incolpevole quanto disgraziato. Leoni si sofferma in particolare sulla iattura rappresentata per le comunità sudtirolesi dal trattato di Saint Germain, che nel 1919 vide improvvidamente assegnare l’Alto Adige all’Italia senza alcun obbligo di tutela da parte del governo di Roma nei confronti della popolazione germanofona e ponendo così un problema che la rozza grossolanità della politica fascista avrebbe successivamente creduto di risolvere nel peggiore dei modi, creando in realtà ulteriori malcontenti che sarebbero emersi in tutta la loro gravità il giorno dell’Anschluss.

“Mussolini e D’Annunzio vollero ribattezzare paesi e villaggi del sud Tirolo, che non avevano un nome nella lingua italiana, attribuendone uno con assonanza italiana quasi sempre senza tener conto del significato del nome della località nella lingua tedesca. Fu una sprezzante iniziativa di italianizzazione di località da sempre di madrelingua tedesca, ora territorio italiano, ma nelle quali nessuno parlava italiano. Si attribuirono nomi di fantasia come Castelrotto a una località dal nome Kastelruht, Colmano a una che si chiamava Kohlmann: il che divenne un marchio che umiliò le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige. Per questo motivo molti uomini altoatesini, al momento dell’occupazione e dell’annessione dell’Austria al terzo Reich fatta da Hitler, optarono per l’Austria, pur di liberarsi dal regime di Mussolini che, ironia della sorte, si schierò di lì a poco in guerra a fianco di Hitler”.

All’elenco si potrebbe aggiungere il paese forse più penalizzato da tali ridicole storpiature: Kolfuschg, che dall’ottusa toponomastica del regime si vide appioppato il sinistro appellativo di Colfosco. Meschino, oltraggioso epilogo di una guerra assurda: il sacrificio di dieci milioni dei migliori giovani di mezzo mondo dai rispettivi regnanti mandati a morire in quelle maledette trincee utilizzato per violentare la natura di un’intera regione da sempre germanica, in un goffo quanto demenziale tentativo di italianizzarla.

Pasoliniana nella sua icasticità riesce poi la raffigurazione del clima da basso impero che caratterizzò agli occhi della gente il periodo della Repubblica sociale: “Balilla decappottabili, Lancia Augusta, Rolls Royce, Volkswagen giungevano cariche di graduati tedeschi e italiani in compagnia di splendide donne. Sigaretta in bocca, cappellino multicolore, pelliccia d’inverno o leggera camicetta d’estate, erano un’attrazione, uno spettacolo, il movente di fantasie morbose per gli uomini e di invidiosi sguardi delle donne”.

Più seri e dignitosi rispetto a tanta luccicante quanto squallida decadenza appaiono allora i dialoghi fra due contadini come Nane e il figlio, oggetto dei quali è la società migliore da costruire per il domani. “A Tullio piaceva ragionare. Era un idealista. Sognava pace e giustizia sociale per tutti. Il pensiero socialista dell’eguaglianza politica e sociale, che idealmente unisce popoli e genti nel condividere la creatività e le caratteristiche dei singoli, era oggetto dei suoi pensieri e, quando parlava, sembrava un filosofo”.

Ma allorché il giovane nella sua utopia si spinge a mostrare simpatia per il comunismo, che “ha come scopo di darsi tutti una mano, siamo compagni di viaggio, tutti lavorano secondo le proprie capacità”, il più pragmatico genitore non ci sta: “Ma i nostri campi, le nostre case, rimangono a noi o vanno a proprietà comune? – Sì, sì, i campi e le case rimangono a noi. Ma un carro, ad esempio, possiamo comprarlo in società e quando qualcuno ne ha bisogno lo adopera – Sì, bravo. Un carro si usa tutti i giorni! Lavoriamo a turno? Se quando tocca a me piove, come faccio a terminare i lavori nei campi? E i buoi, anche quelli in comune? Non ne sono convinto!

“Sono più propenso verso il socialismo. Ciascuno ha la sua proprietà, il suo carro, i suoi buoi regolarmente acquistati con il lavoro. Si costituisce un punto vendita in comune, un negozio in cooperativa dove si raccolgono i prodotti della campagna e si vendono al dettaglio. La cooperativa acquista all’ingrosso concime, antiparassitari, sementi o altro per i soci. Il programma dei comunisti non mi piace! Vuole abolire la proprietà privata! Cosa vuol dire? Ciò che si accumula con il proprio lavoro appartiene a chi lo ha acquisito con il lavoro. Il lavoro crea la proprietà e dà libertà. Secondo i tuoi ragionamenti, quanti fannulloni vivrebbero di assistenza? Siamo usciti dalla soggezione dei nobili, degli aristocratici, del clero, dobbiamo evitare di esser soggiogati dai fannulloni in nome di un comunismo che non tenga conto del lavoro. Persino i preti dicono che il vangelo annuncia: chi non lavora non mangi!”.

Ma è alfine la figura di Luigia ad assurgere idealmente a protagonista della resistenza, senza peraltro che la donna abbia attuato alcuna scelta armata o al limite fiancheggiatrice e venendo dunque gratificata anche della qualifica di “partigiana” pur essendo rimasta alla finestra: in lei infatti Leoni intende raffigurare l’“interprete dell’autentica voglia di libertà presente nell’animo delle persone libere del popolo, che sta prendendo coscienza di esser sovrano”. Ed è proprio attraverso il suo sentire che l’autore torna a descrivere quei tipici personaggi che finirono con l’incarnare la parabola del regime agli occhi della gente: specie quella più semplice e disincantata delle campagne.

“Luigia vide da lontano venire in bicicletta due uomini e, man mano che si avvicinavano, distingueva che erano vestiti da gerarchi fascisti. “Guai in vista”, pensò, e si preparò ad accoglierli dopo aver messo accuratamente il suo anello d’oro nel macinino da caffè. Erano gli stessi che nove anni prima erano venuti a chiedere gli anelli nuziali da dare alla Patria per la conquista dell’Impero”. Appreso che i due stanno cercando dei giovani paesani disertori della leva di Salò, la donna li indirizza: “Nel fienile ci sono degli sfollati: vedete se li trovate tra loro – Non ci interessano quei pezzenti, morti di fame e pidocchiosi: cerchiamo dei disertori”.

Dall’indignazione della donna per la sprezzante risposta ricevuta scaturisce il ritratto dell’aspetto più vacuo e protervo del decaduto regime e dei suoi scherani: “Luigia li avrebbe pestati di botte, quei due farabutti, per il disprezzo verso quegli sfollati, molti di loro reduci dai campi di concentramento dopo aver combattuto su più fronti per il duce e il re. Quei due figuri e mascalzoni erano entrati nel partito fascista, avevano fatto carriera al servizio del podestà, avevano deciso che la loro presenza era più importante in patria dove potevano mostrare il loro lato da maschio italiano alle donne dei soldati al fronte, controllare le teste calde, divertirsi a dare l’olio di ricino ai facinorosi comunisti, evitare di rischiare la pelle al fronte, ben s’intende sempre per il duce e il re!”.

La soddisfazione però la fiera contadina se la toglie una volta finita la guerra e passata per i fortunati fascistoni sopravvissuti la burrasca, allorché alla domenica vede l’ex podestà “familiarizzare accanto alla chiesa per rientrare in società e combinare chissà quali altre porcherie come se nulla fosse successo”. Eccola allora farsi largo tra la gente, avvicinarsi lei così piccoletta a quel pezzo d’uomo, sollevarsi sulle punte dei piedi e sferrargli due sonori ceffoni sulle guance, per vendicare altrettante umiliazioni subite dalla sua famiglia.

Al marito, reo di avere a suo tempo evitato l’arruolamento nell’esercito adducendo banali motivazioni di ordine familiare, rivoltosi al Fascio locale per chiedere un sussidio era stato infatti sarcasticamente ribattuto di rivolgersi al “principino” di casa Savoia. Mentre la figliola, che un giorno aveva osato presentarsi a scuola senza la divisa da giovane italiana, si era vista senza troppi complimenti rispedire a casa dalla maestra nonché moglie del podestà: un’invasata (a sua volta prototipo di tante donne del regime ciniche esaltate opportuniste) che sino all’ultimo aveva propinato ai ragazzi la favola della terribile “arma segreta” con cui il Führer avrebbe alfine ribaltato l’esito del conflitto, “sconfiggendo tutti i nemici del Reich e di Mussolini”.

Così l’idealista Leoni fa calare il sipario su tutte le tragedie della guerra, sostituendo ai plotoni d’esecuzione i manrovesci di Luigia e al sangue scorso a fiumi la vergogna provata dal potente primo cittadino in camicia nera nell’essere pubblicamente schiaffeggiato dall’ultima villana del paese.

Sull’onda della notorietà – anche nazionale – acquisita grazie a questo romanzo lo scrittore trentino pubblica nel corso del 2016 due volumi. Il primo è un pamphlet con cui l’ex sindacalista Leoni intende denunciare la degenerazione del sindacalismo nazionale: La miseria del sindacato italiano. Dialogo tra nonno e nipote.

Il saggio si rivela ben congegnato, immaginato sotto forma di dialogo tra un nonno assai preparato su quanto accaduto in materia di conquiste dei lavoratori dai tempi della rivoluzione industriale fino ai giorni nostri ed un critico e talvolta impertinente nipote che ha appena concordato con il docente di riferimento l’argomento della sua tesi di laurea triennale: il sindacato. Ma dietro tale espediente letterario si cela l’obiettivo dell’autore: mostrare come quelle propinate da testi accademici e corsi universitari altro non siano che verità di comodo sulla nostra storia, versioni quando acritiche e celebrative, quando superficiali e riduttive ad uso e consumo di quegli studenti senza grandi pretese che l’odierna scuola italiana sforna per poi affidare appunto agli sbrigativi corsi di laurea “triennali”.

Ecco allora il “nonno” portavoce – oltre che presumibilmente coetaneo – dell’autore aprire gli occhi al giovane laureando, ammannendogli pillole di saggezza e citazioni (una delle quali tratta dallo stesso Leoni) ma soprattutto rileggendo un secolo di battaglie operaie sino ad interrogarsi sull’effettiva attuazione di due dettati costituzionali: diritto di sciopero e personalità giuridica delle organizzazioni sindacali. L’analisi leoniana parte dal 1904, allorché il nostro Paese conobbe il primo sciopero generale della sua storia a seguito dell’iniziativa dei sindacalisti rivoluzionari di Labriola: agitazione decisa per motivi prettamente politici, visto che nell’intendimento dei suoi promotori essa avrebbe dovuto rappresentare la scintilla dell’auspicata rivoluzione proletaria.

Calcolo destinato tuttavia a fallire grazie all’avvedutezza di Giolitti: il quale lasciò esaurire e sfogare lo sciopero limitandosi a garantire l’ordine pubblico. Donde il plauso dell’autore allo statista liberale sia per non avere inviato in quella occasione “l’esercito a reprimere i manifestanti: e ciò che sembrò una debolezza per la borghesia divenne la carta vincente per il futuro dei lavoratori”; sia per le sue successive dimissioni da capo del governo, date “da uomo saggio e seguendo una sua visione politica razionale e ponderata all’evolversi graduale della società, per non cedere alle pressioni dei rivoluzionari anarco-massimalisti ed alle richieste della classe borghese”. E se egli non riuscì ad imporsi nelle elezioni politiche tenutesi in quello stesso anno fu solo perché “non si ottiene il consenso con il buon governo, ma con l’abilità nel comunicare”.

Per quanto non lo citi direttamente, la riconoscenza del riformista e moderato Leoni – sempre obiettivo e mai partigiano dinanzi alla realtà della Storia – va poi allo stesso Mussolini, sicuramente memore dei propri trascorsi socialisti al momento della creazione dell’Inps: l’istituto con cui nel ’33 il regime fascista si preoccupò di garantire la previdenza sociale ai lavoratori, gettando così le basi del sistema pensionistico nazionale.

Mentre dopo la guerra, nonostante una costituzione repubblicana “illuminata”, sono purtroppo sopravvissute – nei partiti come nello stesso sindacato – “alcune ideologie preponderanti, retaggio della radicalizzazione ideologica passata: il comunismo rivoluzionario massimalista, il cattolicesimo oscurantista e autoreferenziale, il socialismo riformista contornato da aspirazioni liberali repubblicane; senza dimenticare una fascia di popolazione che aveva goduto di privilegi durante il Fascismo di cui ora aveva grande nostalgia”.

È proprio a questo punto che la riflessione dell’autore entra nel vivo, chiedendosi come sia stato possibile che il sindacalismo italiano sia scaduto fino all’attuale “miseria”, al punto da costringere i cittadini a “vivere in un caos intollerabile, che ben poco tiene conto del popolo sovrano che vive in una Repubblica”, snaturando completamente il diritto di sciopero: “diritto personale che va esercitato per tutelare interessi collettivi e non individuali!”.

Leoni si concentra allora sulle vicissitudini del principale e più antico sindacato nazionale, la Cgil, rilevando come esso abbia progressivamente abbandonato quello spirito che ne aveva caratterizzato la ricostituzione postfascista. Viene così celebrata la figura di Giuseppe Di Vittorio, “padre e promotore del sindacato in Italia”, ricordandone in particolare l’impegno profuso in seno all’assemblea costituente in merito alla definizione del sistema delle libertà sindacali. Lungimirante soprattutto il programma di rinascita nazionale dal sindacalista pugliese delineato per cui per risollevarsi dalle macerie della guerra occorrevano anzitutto operosità e concordia. “Che visione democratica della vita civile e sociale: altro che scioperi selvaggi o programmati per rendere più incerta e dura la vita dei cittadini nel loro quotidiano”.

Desolante riesce allora confrontare la nobiltà di quella concezione unitaria e disinteressata della battaglia sindacale con l’attuale disgregazione del sindacato, che dopo il potere di veto a lungo goduto dalla “triplice” nel corso della “prima repubblica” (e che soltanto Craxi osò mettere in discussione, spaccandola e sfidando apertamente la Cgil) ha visto il rapido proliferare di innumerevoli sindacati autonomi rispondenti ed “esigenze settarie”, a metodi “clientelari” che li portano a spendersi per elargire “favori personali e non collettivi, minando in questo modo i principi di solidarietà del Sindacato”. E che squallore comparare alla lezione di Di Vittorio la deriva caratterizzante l’attuale leadership del sindacato post-comunista: al punto che “c’è da chiedersi se Landini e la Camusso si siano mai presi la briga di leggere qualcosa del loro padre fondatore: per non dire altro”.

Capillare risulta quindi l’analisi dei principali momenti che hanno segnato tale progressivo disfacimento. Anzitutto lo spiazzamento patito dal sindacato da parte dei movimenti studenteschi post-sessantottini, con la subordinazione dei politicamente ancora acerbi operai ai più emancipati e ideologizzati studenti. Ciclo peraltro destinato a concludersi tragicamente nel ’79, con l’assassinio dell’operaio e sindacalista comunista Guido Rossa: perpetrando il quale le Brigate Rosse sancirono l’insanabile dicotomia fra due modi antitetici di concepire la lotta proletaria.

Il patto Lama-Agnelli del ’75 sul punto di contingenza: il quale al momento poté anche rappresentare “un valido accordo tra i lavoratori e la Fiat”; ma essendo inevitabilmente destinato a generare disuguaglianze, nonché una ricaduta inflazionista sul sistema economico italiano che il leader della Cgil non si rivelò capace di prevedere. Al pari dell’insensibilità manifestata dal sindacato dinanzi al fenomeno dello spopolamento delle campagne, causato da una improvvida “rincorsa salariale” che aveva finito col porre l’agricoltura in una posizione di marginalità rispetto al mondo industriale: “Il mondo contadino, che era la perla delle colline declinanti dalle Alpi e dagli Appennini, è stato distrutto dalla superficialità con cui è stato presentato e gestito il mondo produttivo industriale e dei servizi. Anche in questo contesto il Sindacato ha mostrato miopia preferendo l’aggregazione delle persone in centri produttivi o nei supermercati per poterli meglio controllare, condizionare, avere l’iscrizione”.

Per non parlare dell’errore commesso nel criminalizzare intere categorie di lavoratori autonomi: “Laddove il proletariato cresceva, godeva di stipendi fissi e in continuo aumento con regolare pagamento delle tasse e dei contributi, i piccoli settori imprenditoriali rappresentavano un peso marginale, non integrato al processo produttivo, evasori: tanto che commerciante e artigiano erano diventati sinonimo di ladro e il contadino un orpello del passato, ignorante ed emarginato”.

Quindi le degenerazioni di un’economia eccessivamente statalizzata, in cui “i dipendenti di molte aziende pubbliche erano equiparati a quelli statali o comunali e il clientelismo nelle assunzioni e nella gestione era la regola, alla quale non sfuggiva il Sindacato, ritagliandosi anzi sempre più spazi di movimento privilegiato fino a diventare anche arrogante”. Uno scenario insomma “più vicino all’organizzazione lavorativa dei paesi comunisti che di quelli gestiti da un’economia mista”.

Inevitabile a quel punto la svolta sancita dall’avvento alla guida della Fiat di Marchionne, la cui politica industriale ha rappresentato “una risposta corretta per svincolare l’azienda dall’assistenzialismo statale e incanalarla in un processo di autonomia produttiva e di risposta salariale partecipativa e legata alla produttività, anche attraverso il referendum tra i lavoratori”, destinato peraltro ad infliggere una nuova sconfitta alla Cgil.

La medesima onestà intellettuale porta il progressista Leoni a rivolgere un ancor più sorprendente plauso alla “famigerata legge Fornero”: a dargliene lo spunto è una circostanza risalente ai tempi della scuola. “Ricordo che una professoressa per sette anni aveva fatto delle supplenze: sempre presente. Appena assunta in ruolo dopo poco è entrata in maternità; scelta importante. Ha avuto tre figli di seguito; nel frattempo aveva maturato quindici anni di anzianità di lavoro, quattro le sono stati abbonati per carico familiare, ed è andata in pensione a trentanove anni. Una situazione insostenibile, a cui quella legge ha messo definitivamente fine, legando la pensione ad un’età adeguata alla nostra società e ai contributi versati. I tuoi figli e nostri nipoti la ringrazieranno per il suo coraggio, anche se matureranno altre situazioni come la pensione integrativa, che sostituirà le liquidazioni”.

Da rivedere anche l’assegno di maternità: inizialmente assai meritorio ma riguardo al quale il sindacato si è ad un certo punto “distratto”. “Ma ti sembra possibile che vi sia una così enorme disparità di assegno tra un giudice o deputato donna, un’operaia, un’impiegata o una casalinga? L’ultima non riceve nulla, se non saltuariamente un assegno, impiegata e operaia ricevono i loro stipendi di mille, millecinquecento euro: ma una deputata o una giudice o una dirigente sindacale ricevono dai cinque ai ben diecimila euro al mese. Ti sembra giusto?”.

Ed è ancora dalla sciagurata scuola italiana che viene l’esempio più desolante di frammentazione sindacale, partecipando a trattative e firma contrattuale ben diciotto organizzazioni, “frutto delle clientele e dimostrazione della pochezza di attenzione verso gli studenti”. Così come danni ha fatto quella concezione per certi aspetti giacobina che ha voluto la scuola “uguale per tutti”; cui si è peraltro sommata l’incapacità da parte delle istituzioni di attuare una qualche politica occupazionale atta a fronteggiare l’esplosione del mercato del lavoro determinata da globalizzazione e fenomeno immigratorio.

“La crescita intellettuale di ciascuno di noi è molto diversificata; chi ha più capacità manuali non deve esser costretto a interminabili lezioni teoriche che lo avviliscono, impoverendo tutto il mondo dei mestieri, che è andato scomparendo dopo gli anni Ottanta e Novanta, lasciando uno spazio enorme alla richiesta di manodopera straniera: conciatori, muratori, manovali, falegnami, calzolai, cuochi, camerieri, assistenti domiciliari, idraulici… Spazi occupati dagli immigrati proprio per la carenza di attenzione all’evolversi del mondo del lavoro, alla rigidità sindacale e alla sua rinuncia alla Formazione nella maggior parte delle Regioni”.

Se allora le regioni hanno fallito, per garantire ai giovani una formazione professionale adeguata non resta che privatizzarne la gestione; ed al nipote che gli obietta che la scuola dovrebbe essere in ogni caso “gestita da Stato ed enti pubblici per renderla più vicina al cittadino”, il nonno ribatte: “Anche un bar fa servizio pubblico, eppure è gestito da privati. La Formazione professionale non va confusa con l’Istruzione superiore degli Istituti professionali, che fanno capo al Ministero della Pubblica Istruzione”.

Tirando le somme, Leoni ritiene assolutamente indispensabili “una scrematura dei sindacati, molti dei quali sono semplicemente pretestuosamente e ideologicamente protestatari, in nessun modo rispettosi del benessere collettivo”; ed una legge sullo sciopero, con la quale “si alzerebbe il grado del confronto tra le parti e si avvierebbe una nuova fase mirante alla collaborazione costruttiva e di compartecipazione aziendale rispetto alla conflittualità permanente”.

Il nipote a questo punto si mostra convinto; ma al tempo stesso consapevole del conflitto che potrebbe determinarsi con le posizioni “politicamente corrette” praticate a livello accademico: “Oh, nonno! Parlerò con il mio professore: se mi caccia, vengo da te e ricominciamo a ragionare”. Sempre meglio l’onestà intellettuale che un titolo di studio fasullo, ottenuto solo grazie a conformismo e compiacenza nei confronti del pensiero dominante.

Assai felice l’esito del romanzo con cui Leoni si ripresenta al suo ormai affezionato pubblico nelle vesti di narratore: compito non facile, specie in considerazione del successo riscosso da Donna Luigia. Invece Ma’ecchia. L’ape regina non solo non delude, ma si presenta come la più riuscita delle opere del nostro: un testo limpido, maturo, in cui lo scrittore trentino mostra di avere finalmente risolto quella commistione tra slancio narrativo e concettosità che ne ha talvolta condizionato la vena.

Il racconto rappresenta inoltre un omaggio ai luoghi di cui Leoni si sente ormai figlio adottivo, essendo ambientato proprio in quella terra di confine tra Lunigiana e Garfagnana che è l’alta Val d’Aulella: della quale egli rimarca sentitamente l’“unicità”, celebrandone più volte l’incanto suscitato dalla vista dei maestosi paesaggi appenninico-apuani. Le corde del cuore vengono del resto tirate in ballo sin dalla polemica dedica, che raccorda in pratica i due scritti leoniani del 2016: “In memoria della mitica civiltà contadina sopravvissuta per millenni “a peste fame et bello”, distrutta dalla disattenzione del clero, dalla superficialità della borghesia, dalla supponenza della classe operaia, nella disgregazione clientelare della politica”.

Alle intromissioni teorico-filosofiche l’autore mostra stavolta di preferire le massime della saggezza contadina, che non appesantiscono la narrazione ma anzi la insaporiscono. Soltanto in una occasione egli si lascia andare ad una ambiziosa considerazione da filosofo della storia, che suona stonata rispetto all’incedere arioso e lineare del racconto. Si tratta della curiosa domanda posta al lettore nel rilevare come la protagonista, Vittorio Emanuele III e l’anarchico Bresci – l’assassino di Umberto I – siano nati nel medesimo anno: “Chi avrà influenzato in modo più duraturo lo scorrere del tempo e il flusso degli avvenimenti; chi avrà avuto più influsso creativo nell’evolversi del cosmo: Maria, Bresci oppure il re fuggiasco?”. Nessuno dei tre, gli risponderebbe Pascal: perché dinanzi all’immensità dell’infinito e agli imperscrutabili disegni della provvidenza l’uomo non è che una nullità.

Felice riesce invece la suddivisione del testo in due parti, delle quali il romanzo vero e proprio costituisce la seconda. Nella prima Leoni si cala infatti nei panni del ricercatore storico, attingendo a piene mani a testi e documenti vari per ricostruire la storia dell’arteria destinata a cambiare profondamente la vita della gente di quelle vallate: la “Strada dell’Alto Circondario”, progettata all’indomani dell’Unità d’Italia per unire Castelnuovo Garfagnana a Fivizzano valicando il passo dei Carpinelli e che già nel 1883 poteva considerarsi compiuta, “spianando costoni di colline e costruendo ponti a volta di romana memoria, rendendo così anche più veloci gli approvvigionamenti di materiale e di uomini, attraendo l’attenzione dei nuovi ricchi, motivandoli ad acquistare poderi a coltivazione di viti, oliveti, pascoli, campi a granaglie”.

Fino ad allora infatti per spostarsi da un luogo all’altro occorreva sfruttare i percorsi offerti da madre natura: i quali potevano seguire il corso dei torrenti o sfruttare i crinali montani e collinari, all’interno di un sistema viario rigidamente dettato dai potentati locali rappresentati più anticamente dai castelli, in epoca moderna dai vari ducati succedutisi nel controllare questa regione di confine storicamente contesa. Così a sentieri, viottoli, mulattiere subentrava finalmente la strada “carrabile”: con il fragore delle mine che ne scandivano la costruzione a preannunciare alla popolazione l’avvento di una nuova era.

Il cantiere non rappresenta soltanto una buona opportunità di lavoro per tanti contadini di quelle montagne, ma anche l’occasione per propiziare fidanzamenti tra giovani in età di matrimonio che non si sarebbero altrimenti mai incontrati. È il caso di Sante, garfagnino di Pontecosi, e Maria, bionda beltà di Pugliano: e a fare da galeotta è la canicola di un meriggio di solleone. “La fontana di Pugliano era un punto di incontro per raccogliere e distribuire l’acqua, e Maria era assidua nel portarla agli operai: anche perché per il servizio veniva dato qualche soldo. Appena aveva uno spazio di tempo dalle incombenze della stalla e della campagna, ora che i fratelli eran ormai grandicelli e potevano badare a se stessi, andava alla fontana e si metteva a disposizione.

“L’estate era iniziata e il sole cocente già a metà giugno e a luglio sembrava non dare tregua. Lei si caricava di due secchi posti all’estremità di una brentola e saliva verso Metra fermandosi a versare acqua a chiunque lo chiedesse. Un odore di sudore l’attrasse, per lei particolare, unico. Un odore leggero di aglio diluito e ammorbidito dal sudore la indusse a porre il suo sguardo su un giovane abbrunato dai raggi del sole, esile ma nerboruto, attento a collocare le pietre una sopra l’altra per creare un muro di contenimento. Aveva una camicia fradicia dal sudore che grondava lento e inesorabile ad ogni movimento fino a penetrare negli occhi. Fece uno sbuffo, si tolse i capelli dagli occhi, con la manica della camicia fece il gesto di asciugarsi il sudore, quando una voce chiese: “Desiderate un po’ d’acqua?””.

Il dialogo che segue suscita il colpo di fulmine fra l’ammirato operaio, felice di apprendere che l’avvenente acquaiola non è sposata né fidanzata, e la villanella, attratta sia dall’aspetto fisico che dal ragionare schietto e scanzonato di lui, simpaticamente ispirato dalle romantiche storie dei canti a maggio. “Salutò, proseguì nella distribuzione ma il suo cuore era stranamente turbato e la sua mente invasa dalle sue immagini, anche quelle più strane: il volto, le braccia nerborute, gli occhi rigati da ciglia e sopracciglia tendenti al biondo di color celeste, i folti capelli rossicci resi più chiari dalla polvere, la fronte alta e spaziosa, le mani callose e sapienti; immaginava il petto villoso e poi non osava andare oltre e ritornava il turbinio di immagini, fino a turbare anche il suo sonno e a spingerla già di buon mattino del giorno seguente a cercarlo e a chiedere il suo nome. “Sante, mi chiamo. Ma vi piaccio davvero, allora si può fare. Non subito, se sapete aspettare, metto insieme una dote ed intanto ci frequentiamo, ci diamo una mano, programmiamo il nostro futuro””.

L’innamorata Maria sa ben attendere il suo promesso sposo e a tempo debito i due convolano a nozze, mettendo al mondo uno dietro l’altro cinque figlioli in quel di Metra. Nell’ambito del matrimonio la donna finisce con l’incarnare alla perfezione l’ideale femminile della società rurale, mettendo a frutto nel migliore dei modi i semi ricevuti attraverso l’educazione dalla famiglia sino a divenire il faro dell’intero villaggio. La sua ispirata personalità diviene così il risultato di un felice connubio fra la moralità dell’ambiente in cui vive ed una intensa interiorità .

“Maria cresce in un contesto contadino dove la vita si impasta del lavoro nei campi con le nascite degli umani alternate a quelle degli animali in uno stretto nesso vitale con il mutare annuale e perpetuo delle stagioni, che rappresentano il ciclo della vita. Il tutto condito dal messaggio cristiano che per lei diventa il nutrimento spirituale e intellettuale: dai racconti della vita e del messaggio di Gesù assorbe la convinzione, che per lei è fede, che Gesù al suo passaggio lasci un flusso di positività, che esprime con parole che invitano ad aver fiducia in se stessi e che spesso passa attraverso l’imposizione delle mani, da cui esce un flusso salvifico. Essa apprende e trasmette questa positività tanto da diventare centro di attenzione salutare per chi a lei si affida con semplicità: uomini e animali ne traggono beneficio”.

Finché con sapiente dosaggio fra realtà e immaginazione l’autore introduce nel racconto la figura quasi manzoniana del Ministro, divenuto con l’avvento della nuova strada il dominus di queste terre.

“Uno sconosciuto si era presentato agli operai come sovrintendente dei lavori. Un signore distinto, vestito alla moda, con gilet e calzoni stretti fin dentro gli stivali: nelle stagioni più fredde o con la pioggia indossava un mantello cerato con fodera interna in piuma d’oca, staccabile nelle stagioni più miti; in estate un abbigliamento leggero, con camicette di lino sbottonate fino a far intravedere il petto villoso vellutato da una folta peluria castana, che si intravedeva nel suo cavalcare da un posto di lavoro all’altro, tanto da attirare l’attenzione e solleticare la fantasia di molte donne e l’invidia degli operai affaticati e zuppi di sudore.

“Circolava con il suo cavallo da una postazione all’altra, all’inizio riservato ed altero, poi loquace e paternalista. Aveva comperato una casa a Metra e – si mormorava – due poderi a Sermezzana, tre a Lugigliano, due a Pretella, uno a Castiglione della Ginestra. La gente pettegolava incuriosita agli angoli dei borghi, sui cigli delle strade, nelle stalle, nelle aie, trasmettendo l’un l’altro notizie appena accennate, che venivano colorite da particolari fantasiosi; tutti si chiedevano da dove venisse: ma soprattutto si domandavano l’origine di tanto potere e di tanta ricchezza”.

Chiacchiericcio che l’ambizioso quanto scaltro personaggio sa gestire nella maniera a lui più conveniente, in base ad un freddo calcolo, mantenendo i primi tempi un atteggiamento distaccato e superiore, in modo da “creare attorno alla sua figura rispetto e timore: due sentimenti che mescolati assieme creano un alone di potere”. Quindi, una volta “stabiliti i termini del suo potere, riconosciuto come un essere fuori del comune, non tanto per le sue abilità o cultura, ma per la sua condotta di vita fuori dalla portata dei locali, egli iniziò a frequentare i notabili del paese, il clero, gli insegnanti: tutti quelli che per censo potevano dare il loro voto per scegliere gli amministratori delle comunità locali, provinciali e nazionali rilasciando loro notizie, episodi e fatti del suo passato che, travasati da bocca a bocca, arrivavano alla gente contadina ampliati e avvolti nel mistero. Faceva trapelare notizie mirate a suscitare ammirazione, storie raccontate per creare un alone di mistero, affermazioni per incutere timore, distribuzione di compensi da suscitare invidia, acquisti per marcare la propria differenza e superiorità di censo”.

Il Ministro irrompe nella vita dei nostri coniugi suoi mezzadri la mattina in cui, nel controllare da cavallo i lavori nelle sue terre, invece di tirar dritto come suo solito limitandosi a salutare i braccianti si ferma ad interloquire con Sante, interrompendone il lavoro alla vanga e prospettandogli una “vantaggiosa proposta”. Avendo ricevuto tempo addietro dal padrone un anticipo di denaro, il contadino pensa istintivamente che a ciò sia dovuta la visita: “Con la vendita dei primi frutti, con il raccolto dei cereali e con lavoro in aggiunta presso la vostra casa in un paio di anni riusciremo a pagare il debito. Le malattie sono una condanna per la povera gente, i nostri figli sono ciò che di più prezioso abbiamo e per loro siamo disposti ad ogni sacrificio. Già due sono morti per disgrazia e per il tifo; Mistica e Adelmo crescono sani, ma abbiamo speso un capitale in medicine e ricostituenti. Biagio per ora sembra star bene, anche se mia moglie dice che è fiacco nella poppata e teme che abbia qualche malattia sconosciuta: ma per i nostri figli siamo disposti ad altri sacrifici”, si premura di giustificarsi.

Senonché le mire del signorotto vanno in altra direzione: “Come sapete ho scelto voi per i miei poderi, perché siete laboriosi, non vi lamentate, onorate gli impegni, siete schietti e sinceri senza mostrare arroganza. La mia proposta riguarda vostra moglie: meticolosa, creativa, attenta all’igiene e alla pulizia, esperta nell’assistere le partorienti e nel dare loro utili consigli, sempre di buon umore tanto da esser ben accetta a tutti e – si mormora – anche fautrice di misteriose e benefiche iniziative”. Ruffiano preambolo che induce il diffidente villano ad un “innominabile pensiero”: “Ehi, signore dei miei stivali, non chiederai mica che mia moglie giaccia con te a compenso dei debiti, come preteso da alcuni prepotenti, pidocchi rifatti, che approfittano delle disgrazie dei mezzadri per estendere la loro padronanza anche su mogli e figlie?”.

La dignità prima di tutto: mai l’uomo sarebbe disposto ad un baratto del genere, a costo di finire in disgrazia. Ma anche gelosia, eccessiva ed ingenua: perché è impensabile che il piacente e mondano Ministro, con tutte le occasioni che avrà per le mani, abbia messo gli occhi addosso proprio ad un’umile contadina non più di primo pelo e con sulle spalle già cinque, consecutive gravidanze.

Intuitone il turbamento, l’altro tuttavia lo rassicura, spiegandogli che la proposta riguarda la necessità di una balia per una famiglia ebrea residente in Tunisia ma attualmente in Versilia per affari: “La signora ha partorito due gemelli al settimo mese e non è in grado di allattarli adeguatamente: ho pensato a tua moglie perché è ancora nel pieno delle sue forze fisiche, ha partorito da poco ed è in grado di dare il latte per molti mesi. Maria verrà trattata come una principessa, non le faranno mancare nulla, le verrà dato il giusto compenso: e per mostrarti il mio riconoscimento e quanto per me sia importante la vostra disponibilità, vi vengo incontro proponendovi il solo rimborso del prestito senza l’aumento degli interessi”.

Allorché il marito le comunica della impegnativa richiesta del padrone, la devota contadina reagisce ponendosi proprio scrupoli di fede: “Dovrei partire per un luogo così lontano, al servizio di infedeli?”. Poi però a prevalere è la ragionevolezza: “Sante e Maria si guardarono negli occhi: la miseria era troppa per rinunciare ad un’offerta così vantaggiosa. Sarebbero stati lontani per un lungo periodo di tempo, ma si sentivano giovani e non volevano ridursi a una vita di stenti, senza prospettive di un futuro, con il rischio che un loro rifiuto poteva motivare e indurre il Ministro ad allontanarli con una scusa dai suoi poderi, annullando il contratto di mezzadria”.

Ma per prendere la decisione definitiva è necessario un ulteriore, più istintuale passaggio: “Si avvicinarono per sentire anche le sensazioni che i loro corpi emanavano; perché i contadini, oltre all’udito e alla vista, hanno molto sviluppati anche l’olfatto ed il tatto, che riescono a trasmettere sensazioni occulte per i più, ma riconoscono e confermano o rifiutano i suoni uditi e le cose viste al pari degli animali domestici: che istintivamente sanno di chi fidarsi, da chi accettare il cibo, a chi rivolgere un chiamo per esser accuditi. Stettero vicini per alcuni minuti, in silenzio; sentivano il loro respiro e fin quasi il battito del cuore, avvolti dalla luce, dal tepore, dai suoni che la natura offre nel primo mattino delle giornate serene di maggio: frusciare di foglie e di insetti, cinguettii, belati, purezza dell’aria”.

Prima di partire Maria si affida alla protezione della Madonna della Guardia, confessandosi da don Antonio che ha appena dato vita a quel santuario sul monte Argegna destinato ad unire nel suo culto le genti di Lunigiana e Garfagnana. In Tunisia trascorrerà oltre un anno, perfettamente calata nel nuovo ruolo e facendosi onore: ma fremendo di gioia il giorno in cui potrà finalmente “riprendersi la visione dei suoi monti, che tanto le erano mancati”. Ecco il treno giungere ad Aulla: ed è con lirismo che Leoni dipinge quest’altra pagina di sapore manzoniano, vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti di una vallata.

“La carrozza aveva preso la direzione verso oriente accolta come in una culla tra i pendii delle Alpi Apuane le cui guglie ispiravano pensieri di eterna immensità e gli Appennini ascendenti dolcemente verso il cielo ed ora verdeggianti a ricordare i prati sempre verdi del paradiso biblico. Un profondo senso di pace era sceso nell’animo di Maria. Si sentiva felice e soddisfatta, orgogliosa persino al pensiero di aver affrontato l’ignoto e di aver contribuito al benessere dei propri cari. Superate le strettoie e le gole che portano a Casola, al montare della carrozza attraverso Vigneta intravide in alto sulla guglia di una collina il borgo natio di Pugliano. La commozione la colse e sentì riempirsi il cuore di vita e gonfiare come il fluire del latte nel suo seno. Corse con gli occhi a ricordare i pendii, i pianori, le cime delle montagne, a nominar i borghi che come gemme costellavano l’ampia distesa: Reusa, Vedriano, Castiglione, Offiano, Regnano, il monte Grosso, il monte Tondo ed immobile e aspra la parete irta della Nuda. A schiera le Alpi Apuane cambiavano il loro aspetto ad ogni cambio d’angolo, ad ogni curva, ad ogni pendio fino a quando arrivata la carrozza ai piedi di Metra le apparvero come un miraggio di eternità, estese verso l’infinito orizzonte ed incombenti come braccia materne ad accogliere e custodire la vita dell’uomo”.

Tutto il paese è assiepato davanti alla chiesa a salutare il ritorno di Maria; da una parte Sante, con accanto Mistica e Adelmo ma senza il piccolino. Preoccupata la donna ne chiede allora al marito: “Biagio? – Sicuramente è tornato tra gli angeli”. Ringraziati i paesani per la manifestazione di affetto (“Vi ho sempre ricordati nelle mie preghiere”), Maria è finalmente a casa, a raccontare ai familiari le vicende del proprio soggiorno africano: “storie che i bambini ascoltarono come favole, tanto che di lì a poco si addormentarono”.

Dopodiché “la primavera avanzata, la lontananza, il vuoto creato dalla perdita di Biagio, l’affetto coltivato nelle notti solitarie, i ricordi, la speranza di una vita confortata anche da una migliore situazione economica, la voglia di vivere portarono Maria e Sante a giacere insieme in un amplesso tante volte immaginato, lasciandosi andare ad un pudico piacere del corpo divenuto anche balsamo per l’anima. Nacque una bambina e Maria chiese a Sante di chiamarla Ivonne, a perpetuo suggello del loro coraggio di vivere”. Cui seguirà Modesto, ultimogenito; con l’operosa madre che saprà alternare alle incombenze domestiche il lavoro al telaio, avviato grazie al gruzzoletto messo insieme in Tunisia.

Secondo un registro caro all’autore, il secondo tempo del racconto vede intrecciarsi alle vicissitudini familiari dei protagonisti gli eventi della Storia. Qui Leoni è bravo nel ricostruirci fedelmente riti ed usanze della civiltà contadina apuana: dalla centralità dell’allevamento del bestiame, all’utilizzo di caratteristici quanto antichi strumenti, ai contratti in cui parola e stretta di mano valevano più di qualunque scrittura. Evento particolarmente traumatico nella vita della famiglia si rivela il catastrofico terremoto del 1920, che oltre alla casa si porta via Sante, infermo e febbricitante e quindi allettato invece di trovarsi già da un pezzo nei campi al pari degli altri contadini alle 8 di quel fatale mattino di inizio settembre.

La cinquantenne Maria diviene allora più che mai “ape regina” nel mandare avanti lei tutto quanto: soprattutto nell’inculcare in figli e nipoti con il suo quotidiano esempio quei sacri valori cui nell’arco della sua intensa vita mai ha derogato. Sino a guadagnarsi l’appellativo dialettale di “Ma’ecchia”: “madre vecchia” nel senso di mamma, suocera e nonna sagace e venerata. Ma non certo per vivere di ricordi e veglie al camino: nella narrazione è ancora tempo per qualche zampata, specie nello sfacelo della guerra segnato dall’avvento di quella sciagurata “Repubblica di Salò” asservita all’alleato germanico. È notoriamente questo il periodo prediletto dallo scrittore trentino, che si rivela ancora una volta impagabile nel dipingere inopinate scenette che preannunciano la tragedia che di lì a poco si abbatterà su questa terra sfortunatamente posta a ridosso della Linea gotica.

In luogo dell’agognata fine del conflitto mondiale un giorno la gente vede sopraggiungere lungo la rotabile “una macchina nera che sembrava quella dei carabinieri, dietro una camionetta che nell’avvicinarsi mostrava una bandiera tricolore sventolante e dentro quattro personaggi vestiti da gerarchi fascisti, di seguito camionette e camion con insegne sconosciute”. Spiega allora qualcuno più infervorato degli altri trattarsi delle insegne dell’esercito tedesco: “Mussolini ha costituito un nuovo stato, una repubblica per riparare allo sfregio fatto dal re, che si è rifugiato tra le braccia di inglesi e americani. Il duce è ritornato a salvare l’onore dell’Italia e a mantenere l’alleanza con la Germania di Hitler”. A questo punto, “mentre gli altri seguono a bocca aperta il passaggio di quel piccolo esercito, Ma’ecchia ha uno scatto di stizza e alzando la corona del rosario fa un gesto di sfida: “Senza re, senza patria, senza Dio!””.

Per poi esplicitare ancor meglio il concetto allorché i medesimi “repubblichini” le si presentano all’uscio a farsi propaganda, e dopo che le è stato per giunta richiamato alle armi Modesto, già in età matura e padre a sua volta. “Via da questa casa, rinnegati e traditori. Viva il re. Viva la religione. Viva la patria. Su di voi annunciatori di sciagure scenda l’ira di Dio”. Maria avverte quest’altra catastrofe che di lì a poco si abbatterà sul capo della sua gente per mano di plotoni d’esecuzione nazifascisti e bombardieri angloamericani; ma ciò che più le riesce incomprensibile è che ciò debba avvenire a seguito della violazione di quei sacri principi retaggio di una tradizione millenaria ed incarnati dai simboli del Trono e dell’Altare.

Nella sua compiuta rivisitazione storica – che assume stavolta le dimensioni di un affresco – oltre a restituirci mentalità e costumi di un’epoca, mirabilmente impersonati dalla figura della protagonista, Leoni è riuscito anche a ricostruire fedelmente aspetti e momenti di una vita quotidiana così semplice e sana eppure perduta per sempre, facendo peraltro rivivere quelli che per la gente di questa terra furono a lungo dei veri e propri personaggi: il sacerdote artefice della Madonna dell’Argegna al pari di altri parroci non meno amati, il mugnaio di Montefiore, il segretario del Fascio di Metra.

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L’ultimo carabiniere a cavallo: Giorgio Alessandri, una vita per l’Arma

L’infanzia al Molino

Giorgio Alessandri nasce a Montefiore di Casola in Lunigiana il 6 dicembre 1931, secondo di cinque figli, primo maschio.

Come in tutta la terra apuana, a Montefiore vigono ancora le regole ancestrali della civiltà contadina: a fronte dei pochi signorotti proprietari delle terre, la gran parte della popolazione si guadagna da vivere lavorando nei campi e con le vacche. La gente di queste montagne è notoriamente semplice, onesta, laboriosa, pacifica, religiosa.

La sua vita ruota attorno all’“economia del castagno”, il cui legno è necessario anzitutto alla costruzione delle case (oltre alla mobilia ne vengono infatti ricavati infissi, scale, pavimenti, solai), all’alimentazione dei forni nonché dei camini, specie nelle lunghe veglie invernali allorché la serata viene trascorsa da più famiglie riunite a raccontarsi le fole, suggestive narrazioni evocanti fantastici abitatori della montagna, avventure comiche, apparizioni spiritiche.

Del prezioso “albero del pane” vengono quindi utilizzate le foglie, per la lettiera del bestiame; laddove la farina dolce ricavata dalle castagne viene a costituire l’elemento base della gastronomia locale, assieme alle patate e alla polenta. Quest’ultima viene ricavata dalla coltivazione del formentón, varietà di granturco: oltre alla parlata e ai costumi, dunque, pure l’alimentazione porterebbe ad assimilare questa parte di Lunigiana più al Settentrione e in particolare all’Emilia che non alla Toscana.

Da un simile quadro alimentare non può che discendere la centralità nella vita del paese del mulino: quello di Montefiore è gestito da generazioni proprio dagli Alessandri. Si tratta peraltro di uno degli impianti più importanti di tutta la Val d’Aulella sin dal Settecento, con le sue tre macine da castagne, le quattro per granaglie ed il frantoio, tutti azionati da una scenografica ruota verticale servita da una gora ricavata dal torrente Cendrato.

A rimodernare l’intero complesso molitorio ha provveduto mezzo secolo prima nonno Faustino, singolare figura di inventore-artigiano, capace di mettere a punto dinamo come orologi per campanili. Grazie a lui sarebbe inoltre rimasta a lungo impressa nella memoria degli abitanti di Gragnola la prima visione di una bicicletta, avvenuta la mattina in cui l’ingegnoso molinaro vi apparve in sella all’inedito cavallino di legno.

Lo stesso meccanismo che fa funzionare il mulino è il frutto del genio del mugnaio: il quale, oltre all’ingranaggio delle sette macine tutte collegate tra loro che danno vita ad un vero e proprio capolavoro di ingegneria idraulica, ha predisposto in fondo alla struttura una dinamo che tiene costantemente accese le lampadine del complesso giorno e notte sfruttando anch’essa la corrente dell’acqua. Tale sistema di alimentazione fa sì che l’intensità della luce vari a seconda della frequenza dei giri della ruota perpetua: cosicché le continue variazioni della luminosità finiscono con il creare nei frequentatori del Molino un certo effetto di stralunamento, essendo tutti quanti gli abitanti della zona abituati a servirsi di lumi a olio, lanterne a petrolio o al limite – chi può permettersele – candele di cera. Un impianto elettrico piuttosto economico, oltretutto, dal momento che le lampadine a filamento durano una vita; a richiedere maggiore manutenzione sono invece le cinghie che consentono la trasmissione tra i vari ingranaggi, le cui giunture vanno spesso soggette a strappi dato il continuo logoramento cui sono esposte.

Al complesso Faustino ha inoltre annesso una piccola bottega con mescita e sali e tabacchi, affidata alla moglie Adelina. All’estroso mugnaio non difetta neppure la battuta: la quale si fa più pungente nei confronti degli adulatori. C’è in particolare un paesano dalla circonferenza cranica piuttosto pronunciata che ogni volta che si trova di fronte una nuova invenzione non manca di lusingarne l’ideatore, ripetendogli: “Vorrei avere la tua testa”. Finché un giorno il molinaro non gli ribatte: “Anch’io vorrei avere la tua testa…”. Al che l’altro, interdetto: “Per farne cosa? – Uno scrigno!”.

Anno cruciale per l’intera vallata è il 1883, allorché viene ultimata la “Strada dell’Alto Circondario”, che unisce Castelnuovo Garfagnana a Fivizzano. In particolare, la costruzione del ponte che consente alla rotabile di attraversare l’Aulella sotto Montefiore rivoluziona la viabilità locale, che prima vedeva transitare dall’abitato del Molino la mulattiera collegante il fondovalle sia con i Carpinelli e la Garfagnana che con Regnano e l’Alpe. Con il suo antico acciottolato, il sentiero discendente dal castello medievale posto sulla sommità del poggio che dà il nome al paese superava il fiume poco oltre il complesso molitorio mediante un caratteristico ponticello in pietra, per poi risalire all’altezza di Vimaiola: la “via maiora” per la Lunigiana.

Il padre di Giorgio, Giuseppe, è stato uno dei valorosi “Ragazzi del ’99” arruolati nel 1917 e rapidamente inviati al fronte dopo la rotta di Caporetto: dato il proprio contributo alla riscossa patria, sarà cavaliere di Vittorio Veneto e inoltre, grazie alla licenza elementare acquisita, consigliere del Fascio di Casola; dalla Grande Guerra non farà invece ritorno il fratello Armando.

La mattina del 7 settembre 1920 sulla Lunigiana si abbatte il terremoto più catastrofico della sua storia: rinunciato a ricostruire la parte più lesionata dell’agglomerato del Molino (la quale rimarrà per lunghi decenni a terra), gli Alessandri si rimboccano le maniche, risanando gli altri edifici e dotando inoltre il complesso di pastificio e forno, per la panificazione settimanale del sabato.

Benvoluto da tutti per la sua bonarietà, sempre serafico e sorridente, gran bevitore di vino eppure mai ubriaco in vita sua, nell’arco della giornata Beppe appena può interrompe il suo andirivieni su e giù per il Ponte coi sacchi in collo per fare qualche capatina alla bottega di Vimaiola a sorseggiarsi il suo irrinunciabile bicchiere di rosso in compagnia, la giacca ed il berretto sempre ben infarinati. Oltremodo altruista e disinteressato, con i paesani più poveri il mugnaio suole rinunciare alla “decima” spettantegli sulla macinazione: giungendo così a rimetterci, dal momento che il criterio di far corrispondere a tanti chili di castagne l’equivalente in farina non tiene conto di essiccazione e sbucciatura, che di certo non hanno fatto lievitare il peso del carico ricevuto.

Conoscitore di tutte le leggende della montagna, affabulatore nonché arguto coniatore di soprannomi, Beppe si diletta inoltre di poesia, citando a memoria la Commedia dantesca e componendo a sua volta canti a maggio: le rappresentazioni agresti delle eroiche gesta di paladini e crociati messe in scena da ruspanti compagnie di attori-contadini che alla domenica si spostano da un paese all’altro a salutare il ritorno della bella stagione. Uno spettacolo atteso tutto l’anno dalle genti di Lunigiana e Garfagnana, che vede il pubblico disporsi in circolo attorno ai “maggianti” (con a sedere soltanto quei privilegiati che si sono portati da casa la carea) e i due musicanti – violino e chitarra – accompagnare i canti in rima incrociata e sottolineare i gustosi duelli tra i prodi spadaccini. A Montefiore le rappresentazioni del Maggio sogliono tenersi sull’ampio prato di San Rocco – posto ai piedi del colle – quando non in Vimaiola.

Il poeta mugnaio si è dedicato in particolare all’epopea cavalleresca del Guerin Meschino: la sua fama di novello trovatore può così procurargli, per le osterie della zona, di essere sfidato a tenzone in ottava rima da qualche altro verseggiatore, rappresentante la vena dei paesi limitrofi e che magari ha alzato un po’ il gomito: particolarmente intraprendenti in tal senso il “Lungo” di Regnano e il “Dò” di Podezzone. Se può tuttavia Beppe si diverte di più a defilarsi mandando avanti in sua vece l’amico Costón, nerboruto collaboratore del mulino nei periodi di maggior lavoro ma soprattutto macchietta locale sia per la caratteristica vocina stridula che per la spassosa suscettibilità con cui suole reagire alle soventi provocazioni appositamente rivoltegli dai paesani.

A quel punto per i presenti le risate sono assicurate: perché nel suggerire le rime all’incauto duellante il beffardo molinaro si prende la licenza di spingere la propria vis comica sino ai livelli più salaci. Egualmente ispirato ma assai più compunto Beppe si mostra quando deve invece intervenire ai banchetti delle cerimonie ufficiali; a cominciare dalle nozze dei figlioli, allorché in vece del discorso in prosa di prammatica egli declama quattro quartine in rima baciata che, dopo avere divertito e commosso i convitati, si concludono immancabilmente con una professione di modestia: “Vi ringrazio o amici tutti e scusate i miei errori / son figlio di Faustino e non di professori”.

Sull’oratorio di San Rocco detengono antico diritto di patronato gli Alessandri, i Benedetti, i Salvetti e i Franconi: oltre a curare la chiesa, le quattro famiglie, alternativamente, ospitano a pranzo i tre sacerdoti officianti la messa solenne del 16 agosto, vero e proprio culmine dell’anno montefiorino. Al Molino il banchetto si tiene nella bella sala dal pavimento in cotto, da sempre adibita alle grandi occasioni, miracolosamente risparmiata dal terremoto e la cui ultima vestale sarà proprio la moglie di Beppe: Ada Bartoli.

La donna è assai religiosa, non mancando a una funzione né alla pieve di Offiano né all’oratorio essendo devotissima, in particolare, a Sant’Antonio da Padova; oltre che alla Madonna dell’Argegna, il cui culto unisce le genti garfagnine e lunigiane. Un particolare ascendente esercitano inoltre sugli Alessandri gli eremiti: ogni anno un pomeriggio domenicale viene dedicato alla visita al pittoresco romito di Minucciano, coi suoi mutandoni bucati appesi ad asciugare al camino in inverno e le galline che gli starnazzano per la cucina; nell’estate, poi, con l’avvento dei mezzi motorizzati diverranno d’obbligo i pellegrinaggi al più distante eremo di Calomini così come al suggestivo santuario di San Pellegrino in Alpe, patrono della comunità casolina.

Energica e autoritaria, di dieci anni più giovane del marito, l’Ada è la vera arzdora del Molino: provetta cuoca e pasticcera, alleva pollame, conigli e maiale; laddove Beppe attende all’orto avendo un particolare occhio di riguardo per gli amati gatti, da lui gratificati dei nomi più pittoreschi. La donna possiede inoltre a sua volta una non indifferente vena artistica, che realizza in vari ambiti, a cominciare da quello tessile: coperte, coltroni, lenzuola, asciugamani, tappeti i pregiati prodotti del suo telaio, dalle trame inconfondibili. All’occorrenza sa poi essere una simpatica polemista: se intraprende una discussione con qualcuno capace di tenerle testa, è in grado di dar vita a gustosi battibecchi in dialetto dal tono talmente mordace e provocatorio da far sbellicare dal ridere chi ha la ventura di ascoltarli. Duetti impagabili vengono inoltre fuori quando si accanisce sul paziente ma arguto marito: del quale peraltro non condivide l’attitudine alla beneficenza sul lavoro, dal momento che spesso la famiglia non ha di che mettere insieme il pranzo con la cena.

In gioventù l’Ada è stata anche una straordinaria ballerina, capace di inanellare sulle aie parate a festa di Vigneta giri di valzer e mazurche tali da strappare applausi a scena aperta e da indurre gli spettatori più anziani, in presenza di un partner alla sua altezza, a pagare di tasca propria lo straordinario all’orchestrina – composta da fisarmonica, violino e chitarra – pur di vederli danzare da soli ed entusiasmarsi alle loro magistrali piroette. Una certa passione per la musica Giorgio erediterà da lei imparando a suonare l’armonica a bocca.

Come tutti i ragazzi del paese, egli viene mandato a scuola in Sasseto, dalla compaesana maestra Francesca Salvetti: all’apogeo del regime fascista, la didattica è quella rigida e patriottica imposta dall’ex maestro elementare Mussolini. Sul ragazzino esercita poi un certo ascendente l’autoritaria figura dello zio materno Ariante, “pelle fine e sangue grosso” proprio come gli antichi Apui descritti da Tito Livio. Commerciante di legna e carbone, il Bartoli dispone di una nutrita scuderia, composta da una quindicina di muli e un paio di cavalli: con i primi va a fare i carichi su all’Alpe, con i secondi li trasporta a valle sul barroccio, spingendosi talvolta fino alla Spezia.

Giorgio prende ben presto dimestichezza con le bestie dello zio, sino ad accompagnarlo regolarmente nelle sue consegne: dopo un po’ di apprendistato con brusca e striglia, inizia a cimentarsi nelle prime cavalcate. Spettacolari sono in particolare le “file” che lo zio suole comporre per i trasporti più grossi: all’andata i cavalli davanti, con i rispettivi “vetturini” in sella e accodati i muli scarichi, legati per la cavezza l’uno al basto dell’altro; mentre al ritorno le bestie una volta caricate sono tenute a marciare con la testa legata alla soma, in modo da obbligarle a procedere regolarmente e senza distrazioni.

Ariante è inoltre provetto cacciatore: il nipote erediterà da lui pure quest’altra passione. Con la calura estiva, poi, le cinque “serre” che scandiscono il corso dell’Aulella nel tratto montefiorino divengono per la gioventù maschile del paese le varie piscine della situazione, ove in costume adamitico s’impara a nuotare: l’atletico Giorgio – che col fiume è di casa – s’improvvisa allora istruttore per i più inesperti e timorosi. D’inverno invece è d’obbligo farsi il bagno alla domenica mattina, prima di andare a messa, nella “bagnarola” che l’Ada ha provveduto a riempire con l’acqua riscaldata nel pentolone al camino.

Il ragazzo cresce sveglio, in gamba: tanto che alla fine delle elementari la pia maestra consiglia i genitori di fargli proseguire gli studi presso il convitto di Soliera, gestito dai frati francescani: un collegio popolare, nella migliore tradizione del Poverello, nel quale perciò vitto e alloggio non sono propriamente da signorine; ma che per le famiglie di quegli sperduti villaggi di Lunigiana rappresenta l’unica prospettiva accessibile per assicurare ai figli una certa istruzione.

Se la sua infanzia è stata scandita dai rigori della pedagogia fascista, l’adolescenza conosce invece le pesanti restrizioni della guerra: anche al Molino i tempi si fanno duri, con la farina di scarto avanzata dalle macinazioni che diviene anch’essa preziosa per sfamare la numerosa famiglia composta, oltre che dal nucleo di Beppe, anche da quello del fratello Tommaso, prematuramente scomparso lasciando la moglie e quattro figlioli.

La situazione diviene particolarmente critica nel corso del ’44, allorché tutta questa zona compresa tra Lunigiana e Garfagnana viene a trovarsi a ridosso della Linea Gotica finendo così stretta tra due fuochi: da una parte i tedeschi, disposti a tutto pur di difendere l’estremo baluardo rappresentato per loro dal fronte; dall’altra i partigiani, imboscatisi in gran numero tra il Castello di Regnano ed il vallone di Monte Tondo. In tale frangente non è facile per il buon Beppe tirare avanti, costretto com’è a servire gli uni e gli altri nonché a riorganizzare la macinazione in orario notturno onde eludere i controlli delle autorità repubblichine in modo da fornire al paese la farina necessaria a compensare le draconiane restrizioni imposte dall’economia di guerra.

Finché il Molino non finisce involontariamente nella storia, causa un episodio che provoca la prima vittima della guerra civile in Val d’Aulella. Con il favore delle tenebre i partigiani sogliono calare da Regnano attraverso la mulattiera della Pila, per portare a macinare a Montefiore granaglie e castagne: e con il mugnaio essi non vanno tanto per il sottile, pretendendo più farina di quella loro spettante dalla “molenda”. La sera del 27 aprile, però, il destino ci mette del suo: contemporaneamente si muovono infatti verso Regnano le guardie repubblicane di Fivizzano, cui si uniscono i carabinieri di Casola, allo scopo di effettuare un controllo sul bestiame ed eventualmente requisire quello in eccedenza rispetto alle rigide disposizioni belliche.

Una volta superato il ponte sul Cendrato, la pattuglia si imbatte proprio nel somaro partigiano appena caricato di farina e dai suoi tre accompagnatori ricondotto verso la base del Castello. Accingendosi i militi ad impossessarsi della prima, presunta bestia clandestina individuata, ne vengono impediti da una micidiale scarica di fuoco che dalla soprastante boscaglia fa secco un repubblichino e ferisce un carabiniere; mentre gli altri si salvano solo perché al “cecchino” del trio si inceppa il mitra.

Della spedizione faceva parte anche il segretario del Fascio di Casola: il quale però nell’occasione non manifesta un particolare ardimento, dando anzi vita ad un episodio comico, pur nella sua drammaticità. Rifugiatosi terrorizzato al Molino, vi viene accolto da Beppe che dopo avervelo fatto pernottare gli fornisce degli abiti femminili consentendogli al mattino di scappare così travestito giù per il fiume e fare ritorno a casa.

Una settimana più tardi, però, toccherà proprio al mugnaio di rischiare di rimetterci la pelle, in occasione del primo grande rastrellamento che vedrà i tedeschi coadiuvati dalla Decima Mas culminando nell’eccidio di Mommio. Dal momento che al nome Alessandri figurano negli elenchi dei renitenti alla leva di Salò diversi suoi nipoti, al capofamiglia viene fatto passare un terribile quarto d’ora, sospeso tra la fucilazione e la deportazione in Germania: alla fine sarà solo il provvidenziale intervento dell’influente bottegaio di Vimaiola, Filippo Benedetti, a salvarlo.

Una volta terminata la rappresaglia, tuttavia, i partigiani hanno buon gioco nel tornare a fare i propri comodi per la vallata. Nello sbando di ogni autorità costituita che si registra nel giugno, un giorno essi scendono al Molino per andare a mitragliare il marmoreo stemma apposto dal regime nel ’36 a celebrare la ristrutturazione del ponte, lasciando così per sempre sfigurato il profilo di Vittorio Emanuele III. Inoltre, dopo l’insediamento a Montefiore di un presidio tedesco, altre noie Beppe avrà da parte degli stessi ribelli regnanini, per via della sua amicizia con il gioviale sergente tedesco comandante quel reparto.

Preso pieno possesso di questo lembo di Lunigiana da parte delle truppe germaniche con il maxi rastrellamento scattato il 30 luglio, le azioni di disturbo da parte delle formazioni partigiane proseguono, provocando puntualmente rappresaglie naziste sempre più efferate che culminano nei massacri di San Terenzo e Vinca. In quel clima tremendo anche i ragazzi si vedono costretti a crescere in fretta, rinunciando anzitempo ai sogni dell’età per fare i conti con la durezza della guerra ed imparare anzitutto a salvare la pelle.

Il 20 agosto i tedeschi scendono nuovamente al Molino con fare protervo: stavolta ad essere prelevato è proprio il dodicenne Giorgio, costretto sotto la minaccia delle armi a seguire i soldati fino a Castelnuovo Garfagnana per accudire vacche e cavalli requisiti dagli occupanti. In tale condizione di prigionia rimarrà quattro giorni: sinché, approfittando di un momento di distrazione delle sentinelle, non riuscirà a fuggire e a fare ritorno a casa.

 

La scelta per l’Arma

In queste valli la guerra non lascerà solo infiniti lutti e devastazioni, ma cambierà anche profondamente il senso delle cose: per i sopravvissuti, niente sarà più come prima. Negli anni immediatamente successivi la fine del conflitto tanti giovani decideranno allora di emigrare, sfruttando anche le opportunità – impensabili solo fino a poco tempo prima – offerte dal nuovo corso socio-politico imboccato dal Paese. Le avite regole della civiltà contadina, che vedono nei figli anzitutto braccia da lavoro per aiutare e quindi sostituire i genitori (visti come autorità cui si dà obbligatoriamente del voi) nelle tradizionali attività di famiglia, iniziano ad essere violate: pure questi borghi dell’Alta Aulella prendono così lentamente a spopolarsi.

Diviene di conseguenza il Casón – ossia la foce dei Carpinelli – l’ideale spartiacque per la manovalanza giovanile di queste montagne. Chi guarda alla valle del Serchio, sceglie generalmente di andare a cercar fortuna “in Toscana” (espressione sì popolare ma che al contempo richiama la storia, vivendo quassù anticamente non gli Etruschi bensì i Liguri apuani, dalla calata così dolce e particolare), puntando in particolare sulle aziende della piana lucchese; chi invece a quella del Magra, prende preferibilmente la via della Liguria: Sarzana ma soprattutto La Spezia, per le notevoli possibilità di occupazione offerte dall’Oto Melara e dall’Arsenale; ma anche l’Italsider di Genova. Una discreta colonia montefiorina andrà inoltre a formarsi anche nella zona di Novi Ligure, ove ha sede lo stabilimento piemontese della medesima industria, ammiraglia della siderurgia nazionale.

Il tramonto della società contadina passa anche attraverso la dismissione del vecchio mulino ad acqua, inesorabilmente soppiantato da quello elettrico, assai meno complesso e macchinoso e soprattutto impiantabile ovunque: anche per gli Alessandri il lavoro incomincia così a calare. Conseguita la licenza media ed intrapresi gli studi ginnasiali senza però condurli a compimento, possedendo la famiglia tutti i requisiti e garanzie richiesti dalla rigorosa selezione ministeriale (indispensabile, oltre alla probità della stirpe, anche l’orientamento politico anticomunista: i genitori simpatizzano infatti per la Democrazia cristiana), a diciott’anni Giorgio tenta la carriera militare, partecipando ai concorsi per sottufficiale che nel ’50 vengono banditi sia per i carabinieri che per la guardia di finanza e superandoli entrambi.

Montefiore – come del resto tutto il comune – ha già dato diversi elementi all’Arma: della quale gli parla bene in particolare Renato, un amico di Casola arruolatosi pure lui sottufficiale qualche anno prima. È così che Giorgio sceglie di vestire anch’egli la divisa di Salvo D’Acquisto, divenendo allievo carabiniere il 27 ottobre ’50, presso la scuola che ha sede tra le mura dell’antico castello sabaudo di Moncalieri.

La ferma di tre anni prevista dal bando ministeriale prevede un primo esame consistente in un esperimento pratico di due mesi da effettuarsi presso un comando di stazione: assoltolo positivamente a Capriata d’Orba e ottenuta il 20 agosto ’51 la qualifica di carabiniere a piedi, il successivo 1° novembre Giorgio viene aggregato al II Battaglione allievi sottufficiali di Firenze.

Ottenuta l’abilitazione al servizio in bicicletta, il nostro presenta domanda per essere ammesso nel prestigioso corpo dei carabinieri a cavallo: l’aitante allievo dello zio Ariante ha così modo di affinare la propria destrezza ippica a Roma, presso la celebre scuola di equitazione dell’Arma diretta dall’olimpionico Raimondo D’Inzeo, conseguendo l’ambita qualifica il 30 aprile ’52.

Una volta rientrato alla sede fiorentina lo attende un nuovo cimento operativo, della durata di un mese, che il destino vuole egli debba svolgere tra le sue montagne, presso il comando di Castelnuovo Garfagnana. Si tratta di una delicata operazione di intelligence: nel borgo apuano di Gorfigliano si ritiene infatti che i partigiani abbiano nascosto una ingente quantità di armi, in prospettiva della futura rivoluzione comunista. Ad avvalorare tali sospetti sta il fatto che proprio in tale località la “Todt” – la struttura bellica tedesca deputata alla fortificazione della Gotica – teneva un deposito, poi caduto nelle mani dei banditen. Assieme ad un collega, Giorgio viene incaricato di infiltrarsi fra questi potenziali “guerriglieri” onde scoprire il nascondiglio: facendo vita comune con i componenti la banda, dormendo assieme a loro per capanne e metati sino a conquistarne la fiducia essi riescono alfine a mettere le mani su quello che si rivelerà un vero e proprio arsenale (75 fucili mitragliatori, un cannoncino, un mortaio, bombe a mano), al punto di riempirne due camioncini.

Ma nell’ambito di tale operazione gorfiglianese si svilupperà anche un episodio assai curioso. L’indagine è stata disposta nella massima segretezza, e pertanto tenuta nascosta agli stessi colleghi della locale stazione di Gramolazzo. Senonché una sera il diavolo ci mette la coda: mentre a bordo della “Topolino C” loro assegnata si trovano a transitare per il ponticello che conduce a Gorfigliano, i due agenti segreti vengono fermati proprio dai carabinieri. Alla richiesta dei documenti, i nostri provano ad abbozzare: “Dai, lasciaci andare…”, ammiccano. Del resto, l’ordine che hanno ricevuto di non rivelare la propria identità è tassativo; così come è evidente che il minimo passo falso rischierebbe di mandare a monte l’intera missione. Non resta perciò loro che sperare nell’indulgenza – se non nella perspicacia – del collega: il quale si rivela però intransigente, insistendo nella propria richiesta. A quel punto non rimane ai due clandestini che forzare il posto di blocco, pur nella maniera più bonaria e adeguata al contesto agreste: prendendo il malcapitato militare e buttandolo in un campo!

Una volta risaputosi l’accaduto, il sindaco di Minucciano pensa bene di cavalcarlo ai propri fini, presentandosi come il paladino della legalità e chiedendo perciò ai superiori dei due spregiudicati carabinieri di comminare loro una punizione esemplare, valutandone il gesto come un vero e proprio atto di insubordinazione e dunque tale da meritare l’arresto. Dello stesso avviso non si rivelano tuttavia i vertici dell’Arma: i quali dispongono anzi l’encomio e la promozione per i due giovani infiltrati che hanno saputo svolgere alla perfezione la missione loro assegnata. Il 10 agosto ’52 Giorgio è così a tutti gli effetti vicebrigadiere a cavallo. A lui vanno però solo i galloni: al pari dei suoi stipendi, le seimila lire del premio di arruolamento le manda infatti al babbo.

I mesi successivi lo vedono nuovamente a Roma, al Gruppo Squadroni, per il corso di perfezionamento di equitazione. Il 10 dicembre la definitiva destinazione operativa: la legione di Salerno, con assegnazione alla stazione di Avigliano, remota località montana della provincia di Potenza. La povera caserma ha per pavimento un nudo tavolato di legno, proprio come le stanze del suo Molino: dalla camera egli ha pertanto modo di controllare direttamente il cavallo nella sottostante stalla attraverso le fessure che si aprono fra le tavole; per una situazione che si fa parecchio critica in inverno, allorché il freddo pungente complica non poco il prender sonno. Negli ultimi mesi del suo servizio lucano Giorgio avrà inoltre modo di fare la sua prima esperienza da comandante interinale di stazione: prima nella stessa Avigliano, quindi a Pignola.

 

I successi di Montella

Il 10 ottobre ’53 il trasferimento nella vicina Irpinia, alla tenenza di Montella, località sede di pretura: l’antica istituzione territoriale italiana in cui la giustizia viene amministrata in maniera sobria, efficace e soprattutto vicina alla gente. Il suo incarico è quello di vicecomandante della stazione, la cui giurisdizione spazia su un territorio assai vasto e nel quale le violazioni della legalità da parte dei numerosi banditi sono all’ordine del giorno: abigeato, violenze di ogni genere, ruberie, omicidi compiuti, tentati, minacciati… Qui insomma i carabinieri hanno sempre un gran daffare: lui in particolare, comandante del piccolo nucleo a cavallo – composto complessivamente di tre militi – e perciò costantemente in prima linea. La caserma non dispone del resto di altri mezzi che quello animale; eccezion fatta per un camion, residuato bellico lasciato dagli americani ma dai militari utilizzato soltanto per il trasporto del fieno per gli stessi cavalli.

Il suo diretto superiore è il maresciallo Francesco Ruffolo. Calabrese, assai preparato sul piano professionale ma anche gran gentiluomo, negli anni costui ha saputo imporsi in paese quale punto di riferimento capace ed autorevole: alla sua scuola Giorgio si formerà definitivamente come sottufficiale, continuando peraltro a considerarlo per tutta la carriera quale suo maestro. Vacante l’ufficiale comandante, a sostituirlo alla guida della tenenza è proprio Ruffolo: di conseguenza, a Giorgio spetta il comando interinale della stazione.

Il nostro si trova dunque ad operare in una terra dalla natura assai simile alla sua di origine, altrettanto appenninica e rurale; le differenze si fanno tuttavia sensibili dal punto di vista socio-economico. Se la civile Montella con i suoi novemila abitanti si presenta come un centro operoso, con diverse aziende ed un livello medio di vita come di istruzione sicuramente superiore a quello diffuso tra le montagne lunensi, i lunghi secoli di baronaggio dell’ex regno borbonico hanno lasciato anche qui la parte meno evoluta della popolazione in condizioni di notevole arretratezza e ignoranza.

Chiamato a contrastare i suddetti, frequenti episodi criminosi, il giovane vicebrigadiere non si tira certo indietro, cercando anzi di onorare al meglio la divisa indossata: puntuale, scrupoloso, coraggioso, il senso del dovere passa per lui avanti a tutto. I tempi poi, il contesto, le circostanze faranno sì che molti dei suoi interventi al servizio della legge paiano quasi scritti da un romanziere.

Non appena insediatosi in terra irpina Giorgio ha modo di rendersi conto del clima di omertà instauratovi dai discendenti dello storico esponente del brigantaggio postunitario Alfonso Carbone, autore di innumerevoli delitti al punto da far lievitare nel 1868 la taglia posta sulla sua testa dal sindaco di Montella sino alla cifra di mille ducati. Quasi un secolo dopo sono il nipote Antonio (la cui infinita fedina penale risale addirittura al 1908, quand’era appena quindicenne) con i giovani figli Pasquale e Alfonso ad emularne le gesta: bovari, esercitano le loro angherie in particolare sugli altri pastori, ma costringendo di fatto tutti quanti – e specie la gente più povera e indifesa – a sopportarne in silenzio soprusi e misfatti per il terrore di  ritorsioni.

A testimonianza di ciò sta un fatto avvenuto nel giugno ’53, allorché i due fratelli tentano di rapire e violentare una diciannovenne montellese, Rosa, strappandola letteralmente dalle mani dello stesso fidanzato, Raffaele, disperatamente aggrappatosi alla ragazza nel tentativo di sottrarla alla presa dei malfattori. La giovane riuscirà alfine fortuitamente a scamparla, ma a che prezzo: per imposizione dei criminali il matrimonio va a monte; Raffaele si vede costretto a trasferirsi da Montella a Salerno per sottrarsi alla loro vendetta; mentre la stessa Rosa se ne dovrà restare chiusa in casa per quattro mesi, vivendo sotto l’incubo di una rappresaglia e perciò rinunziando a denunciare alcunché.

La scena si ripete pari pari il 9 gennaio ’54, allorché una volta calate le tenebre sette individui rapiscono Livia, ventiquattrenne figlia di un facoltoso medico montellese, al momento in cui sta rincasando in compagnia di una sua colona. Immediatamente scattate le ricerche a seguito della denuncia di quest’ultima, grazie alle impronte lasciate nella neve dai rapitori ed evidenziate dalle torce la sera stessa la giovane viene rintracciata dagli uomini del maresciallo Ruffolo, dentro un casolare situato in un pianoro boschivo sopra il paese.

Particolarmente drammatico il momento in cui Livia, all’udire le invocazioni con cui il cugino Ubaldo, unitosi ai militari, la chiama a gran voce nella notte, risponde: “Sono qui!”. All’interno, assieme a lei, Pasquale Carbone; il quale però – come la stessa giovane confermerà – non è riuscito nell’intento di violentarla su quell’improvvisato letto rappresentato da un saccone di paglia: le resistenze della donna, il poco tempo a disposizione, il pronto intervento dei militari hanno impedito il compiersi del fatto.

Arrestato Pasquale, nel mirino degli inquirenti finisce anche il padre: il quale, giusto una settimana prima, aveva compiuto una insolita visita a casa della famiglia di Livia, con la scusa di volerne visionare una stanza, a suo avviso pericolante. Per poi però informarsi dalla madre sul giorno in cui la giovane – insegnante elementare a Somma Vesuviana – sarebbe ripartita da Montella, giungendo inoltre a paventare la possibilità di un suo rapimento da parte di un colono. Qualche giorno prima del misfatto l’uomo aveva inoltre lasciato il paese, per farvi ritorno solo a cose fatte: probabile avesse inteso così crearsi un alibi. Una volta tornato si era immediatamente premurato di avvicinare lo stesso Ubaldo, ingiungendogli: “Venisse aggiustato tutto”. Il che porta gli investigatori a sospettare che più che nel semplice scopo del matrimonio – cui potrebbe far pensare il tentativo di violenza carnale – il movente del ratto possa essere ricercato, anche in considerazione delle ingenti proprietà della famiglia della rapita, in un disegno estorsivo ai danni di quest’ultima.

Neppure evita ad Antonio l’arresto la scena madre cui dà vita una volta messo a confronto col figlio: sforzandosi di piangere, egli ha parole di esecrazione nei confronti di Pasquale e di quanto da lui perpetrato contro quella povera ragazza: in uno scatto d’ira mostra addirittura di volersi scagliare contro di lui dicendo che è un pessimo soggetto, che lo odia e che vorrebbe vederlo per sempre in galera. Resta così da catturare il solo Alfonso: il quale, lungi dal darsi alla macchia, va avvicinando tutti coloro che dovranno deporre contro lui stesso e congiunti per sottoporli a pesanti minacce.

Tutta Montella sta nel frattempo tifando per la giustizia, nella speranza di potersi liberare almeno per qualche tempo di quella canaglia che – come avrebbe scritto successivamente lo stesso Giorgio – “aveva generato nella popolazione, colla sua criminalità e colla sua violenza, uno stato di paura ed omertà di sapore addirittura medioevale”. La mattina del 19 gennaio giunge così in caserma una telefonata anonima, che segnala il ventenne Carbone nel giardino di casa sua: “Ma state attenti che è armato”, soggiunge la voce. Immediatamente sul posto si porta allora Alessandri, con altri sei carabinieri: disposti i quali tutt’attorno all’abitazione e al muro di cinta e arrampicatosi su quest’ultimo, il sottufficiale scorge Alfonso seduto in un angolo dell’orto, su un pendio.

Calatosi nel giardino, la pistola in pugno, il nostro intima al ricercato il mani in alto: questi però reagisce spostandosi fulmineamente da quel punto così scoperto, estraendo anch’egli la pistola e sparando tre colpi all’indirizzo del militare; il quale fa fuoco a sua volta imitato da tre dei colleghi, nel frattempo saliti anch’essi sopra al muro. Approfittando di tale fatto il malvivente, prontamente infilatosi in casa e serrata quella porta sul giardino, da un’uscita secondaria riesce a dileguarsi per i vicoli adiacenti.

Le successive ricerche portano i carabinieri ad imbattersi in un uomo incaricato di andare a informare i familiari del Carbone che costui, colto da malore per strada, è stato trasportato in una casa del paese: ove i militari lo trovano, adagiato su un letto e ferito al torace. Domandatogli chi lo abbia ferito, il bandito, rivolgendosi al vicebrigadiere, risponde: “Ecco questo disgraziato: però mi debbo vendicare”. Incurante della minaccia Giorgio procede alla sua perquisizione, che porta al rinvenimento nelle tasche della giacca di una bomba a mano e di una pistola automatica calibro 7.65, per poi dichiararlo in arresto; dopodiché, portatolo in caserma e fattolo visitare dal medico che ne giudica gravi le condizioni, sono gli stessi carabinieri ad accompagnarlo all’ospedale di Avellino.

Nella soddisfazione generale e con il solo rammarico di chi avrebbe preferito la definitiva eliminazione dello stesso Alfonso da parte dei militari, costui – accusato a questo punto oltre che dei numerosi reati connessi al rapimento di Livia anche del tentato omicidio del sottufficiale – da consumato malavitoso si difende attaccando: ossia sostenendo di non avere fatto uso di alcuna arma contro i carabinieri, considerandosi perciò quale parte offesa. Conseguentemente il giudice istruttore di Sant’Angelo dei Lombardi deve aprire un fascicolo sul conto dello stesso Alessandri: ma dopo che gli altri carabinieri hanno unanimemente testimoniato sulla reale sequenza della sparatoria, la perizia balistica su un bossolo del medesimo calibro della pistola sequestrata al Carbone dal nostro rinvenuto all’interno del giardino – dallo scrupoloso procuratore avellinese commissionata alla direzione di artiglieria napoletana – sancisce che esso è stato espulso dall’arma dell’arrestato; per cui sarà lo stesso pubblico ministero a chiederne l’archiviazione.

Nel frattempo giunge agli uomini del maresciallo Ruffolo il plauso del comandante la V Brigata napoletana: “Esprimo ai militari operanti il mio vivo compiacimento per la decisione manifestata nella loro azione, conclusasi con l’arresto del pericoloso pregiudicato Carbone Alfonso, la cui cattura è stata particolarmente segnalata dalla stampa”.

Presentatosi in maniera così brillante nella nuova sede, anche grazie alla mobilità garantitagli dal cavallo Giorgio compie successivamente una serie di brillanti azioni nella vicina Cassano: a cominciare dall’arresto di due pericolosi malfattori, anch’essi discendenti di famiglie notoriamente malavitose e che si fanno forti, oltre che dell’omertà, anche della natura isolata e accidentata dei luoghi in cui sono rifugiati.

Il primo, Palatano, da tempo ricercato per vari reati fra cui un tentativo di omicidio, viene catturato al termine di una battuta che impegna i tre carabinieri a cavallo. Avvistato dai militari, il latitante si dà alla fuga per l’impervia campagna: lanciandosi al galoppo però Giorgio è lesto a raggiungerlo, riuscendo ad ammanettarlo solo al termine di una violenta colluttazione e grazie all’aiuto dei colleghi, rimasti indietro sullo scatto. Dopodiché il criminale viene tradotto in caserma legato dietro al cavallo del comandante.

Più che mai figlio d’arte l’altro, Roberto: il cui genitore in epoca fascista è stato addirittura condannato a morte per fucilazione dopo avere ucciso due carabinieri che una notte a Nusco l’avevano sorpreso mentre con dei complici commetteva un furto. Anche il Roberto si rende responsabile di un tentativo di omicidio, ma la sua latitanza dura assai meno di quella del Palatano: appena poche ore. Alle 13 infatti compie il misfatto, alle 17 i medesimi tre cavalieri in divisa gli sono addosso: e la scena è la medesima dell’arresto precedente. Entrambi vengono infatti denunciati anche per resistenza nei confronti dei militari.

Non oppone invece una reazione violenta, limitandosi a rimpiattarsi tra i cespugli alla vista dei militari, il giovane contadino cassanese che un giorno, accecato da una delusione amorosa, si avventa sulla sua bella per vendicarsi nientemeno che a forchettate. Qualcuno però da un telefono pubblico dà l’allarme ai carabinieri: facilmente individuatolo nonostante l’ingenuo tentativo di nascondersi effettuato, Giorgio stavolta non ha difficoltà a mettergli le manette e accodarlo al cavallo.

Ben altra caratura criminale ha il compaesano Orlando, latitante fin dal ’45, responsabile fra l’altro di evasione con violenza agli agenti di custodia e ricercato persino dall’Interpol. Grazie al canale dei confidenti Giorgio acquisisce sul suo conto fruttuose informazioni che consentono a Ruffolo di predisporre un appiattamento che porta all’arresto del malfattore.

Più curioso che di particolare rilevanza giudiziaria l’ultimo intervento cassanese del vicebrigadiere. L’intera famiglia di un insegnante elementare vive da giorni in uno stato di terrore, sotto l’incubo di continue lettere minatorie con cui si richiedono svariate somme di denaro, minacciando al contempo i malcapitati di morte. È solo al termine di pazientissime indagini e appiattamenti che Alessandri riesce a individuarne i sorprendenti autori: due ragazzini di dieci anni o poco più. Che il nostro non esiterà tuttavia a stimare “paragonabili, per la loro dimostrata precoce abilità delinquenziale, ai più esperti ed incalliti criminali”.

La stessa fine fa in ogni caso la contadina che, a Montella, invia al parroco una lettera minatoria con l’ingiunzione di portare il denaro in un luogo solitario, depositandolo in un buco del muretto. Acquattatosi nei pressi vestito in borghese, Giorgio coglie sul fatto l’estorcitrice, arrestandola nel mentre, passando con l’asino, sta ritirando il malloppo.

Su due tentativi di omicidio commessi tempo addietro nelle campagne attorno al paese non si è riusciti a fare luce: compiuti di notte, in luoghi diversi e in zone disabitate, sono stati denunciati dalle vittime come ad opera di ignoti. Sospetti portano però Alessandri a mettere nel mirino il montellese Capone: raccolte precise notizie sul quale, il sottufficiale ottiene dal tenente di poter effettuare un appiattamento in abito civile, che si conclude con l’arresto dell’indiziato, prontamente disarmato della pistola che ha con sé. Proseguendo nella non facile inchiesta, Giorgio raccoglie ulteriori elementi che portano all’incriminazione del Capone per i due delitti.

Se tale indagine ha mostrato l’acume investigativo del nostro, la successiva ne rivela tutto lo scrupolo professionale. Nella medesima campagna montellese viene rinvenuto, in stato di avanzata decomposizione, il cadavere di un uomo trucidato a fucilate, rivoltellate e colpi di arma bianca. In licenza Giorgio, le indagini condotte dai colleghi portano al fermo dei familiari della vittima: padre, matrigna, fratellastro e sorellastra. Una volta rientrato in sede, il vicebrigadiere compie sul luogo del delitto ulteriori, minuziosi accertamenti, che lo portano in particolare al rinvenimento di un bossolo 7.65, evidentemente sfuggito ai precedenti sopralluoghi.

Nel mentre l’autorità giudiziaria emette mandato di cattura nei confronti dei quattro fermati, Alessandri, poco convinto di tale soluzione, si orienta verso un’altra pista investigativa, che porta dritto ad uno dei Carbone: il quale peraltro – come egli scriverà in una successiva memoria – “conservava la pistola nell’apposita fondina: segno quindi che soleva portarla seco sprovvisto di porto d’arma, come solitamente usano i malviventi montellesi”. Ma c’è ben altro: sul conto del suddetto la Cassazione ha recentemente emesso condanna definitiva per l’uccisione di numerosi bovini di proprietà di un pastore montellese: ebbene, la principale testimonianza a carico del Carbone era stata resa proprio dall’uomo assassinato.

Della necessità di approfondire le indagini in questa nuova direzione Giorgio informa a quel punto il pretore: il quale, dando credito all’intuizione del vicebrigadiere, propone al tenente di fermare il sospetto pregiudicato, sottoponendolo a misure di polizia giudiziaria ed esperendo più precisi accertamenti. Inaspettatamente, però, è proprio l’ufficiale ad opporsi a tale iniziativa nei confronti del Carbone: il quale, in questo caso, finisce così con lo scamparla.

Il destino vorrà che questa rimanga l’ultima indagine svolta da Alessandri nel suo servizio montellese. Del quale egli avrà un giorno a tracciare il seguente bilancio: “Ho preso parte o personalmente condotte importanti operazioni di servizio, scoprendo numerosi delitti ed assicurando alla giustizia altrettanti malviventi, il tutto per adempiere coscienziosamente al mio dovere in quel paese ove ve ne era tanto bisogno perché l’omertà regnava incontrastata e la gente dabbene, che aveva ormai perduta la fiducia nella legge, viveva sotto il continuo terrore dei temibili malviventi quanto mai numerosi, che impuniti commettevano ogni sorta di angherie”.

Quella stessa “gente dabbene”, da parte sua, ha preso ad ammirare questa insolita figura di militare, benefico paladino della giustizia: così giovane eppure esemplare nell’adempimento del proprio dovere, intrepido nel difendere i diritti degli onesti, rigoroso nel tutelare la legalità, incrollabile nel servire la legge. Insomma quel ragazzo venuto da chissà quale parte del Nord pare davvero avere le mostrine cucite sulla pelle; in paese egli è ormai divenuto un personaggio: al punto che c’è chi lo chiama, semplicemente, “il biondino”.

 

Il ferimento

Quando nel settembre ’55 il maresciallo comandante la stazione di Montemarano va in licenza, i superiori non hanno dubbi su chi mandare a sostituirlo: Alessandri. Chissà che dietro tale scelta non stia la speranza che l’abile vicebrigadiere, dopo tutti i brillanti arresti compiuti a Montella, riesca ad assicurare alla giustizia anche il più celebre e feroce fra i latitanti locali, al punto di guadagnarsi l’appellativo di “Giuliano d’Irpinia”: Vito Nardiello.

Di Volturara, postosi nell’immediato dopoguerra a capo di una banda, costui ha terrorizzato con una serie di violente rapine prima i viaggiatori della Nazionale (l’antica Via Appia), aggredendoli soprattutto a ridosso dello scollino del “Malepasso”, quindi gli abitanti delle masserie dell’Agro, totalizzando, fino all’arresto avvenuto alla fine del ’46, cinque omicidi.

Evaso nel ’51 dal presunto “supercarcere” avellinese, l’anno successivo, scovato dai carabinieri volturaresi in casa dell’amante (perché nella sua singolare latitanza il signorino non si fa mancare niente), ha reagito a colpi di mitra, ammazzandone uno e ferendone un altro. La voce corrente vuole che il criminale sia tuttora in loco, alternandosi a seconda dell’aria che tira tra la macchia, la casa paterna e l’alcova della donna. La quale gli ha già dato due figli, per poi venire ad abitare presso i genitori del bandito: logico perciò supporre che anche quest’ultimo non sia troppo lontano.

Sinché, nell’aprile del ’55, non è intervenuto un fatto clamoroso, che ha suscitato lo sdegno dell’opinione pubblica: sulla medesima Nazionale, in territorio del comune di Montemarano, si è consumato un violento tentativo di rapina ai danni del sindaco di Torella dei Lombardi Luigi De Laurentiis (cugino dell’omonimo produttore cinematografico), scampato all’agguato solo per miracolo e rimasto comunque ferito da uno dei proiettili sparati dai banditi. Se le indagini non sono riuscite a fare chiarezza sull’episodio, questo pare tuttavia portare l’inconfondibile firma di Nardiello.

Giorgio prende servizio a Montemarano il 25 settembre: il giorno successivo giunge in caserma una telefonata che segnala per quella sera, lungo la stessa Nazionale e nel tratto verso valle, un transito di bestiame rubato. Conseguentemente il sottufficiale dispone un servizio di perlustrazione, da svolgersi peraltro assieme all’unico carabiniere presente in stazione – altrettanto giovane – e potendo disporre di un solo mitra.

Verso le 23, oltrepassato l’incrocio per Castelvetere e nascostisi tra la vegetazione a ridosso della strada, i militari odono dei passi provenienti da valle. A quel punto il comandante, prima di muoversi allo scopo di individuare quei sospetti viandanti, nell’ordinare al collega di appiattarsi nella scarpata sceglie di affidargli il mitra – meglio utilizzabile da quella posizione privilegiata in caso di reazione violenta da parte degli individui – tenendo per sé il moschetto.

Una volta constatato trattarsi di due persone, il vicebrigadiere esce allo scoperto intimando loro l’altolà; e poiché uno di essi si ostina a tenere la mano destra nella tasca della giacca, puntandogli contro l’arma gli ingiunge di cacciarla fuori. La reazione di costui è però la più fulminea: estratta la pistola ne esplode contro il militare gli otto colpi, prontamente imitato dal complice che spara a sua volta altre revolverate.

Colpito all’addome dal primo proiettile, Giorgio si getta a terra, reagendo a sua volta al fuoco e sparando tutte le sei pallottole a disposizione, trovando nonostante il dolore la forza di azionare il movimento di riarmo delle successive cartucce richiesto dal moschetto. Messi così in fuga i malviventi ed impugnata la pistola, mentre il sangue gli sgorga copioso dalla ferita si pone in cerca del commilitone: per scoprire tuttavia che costui non solo ha mancato di proteggerlo, ma che sin dall’inizio della sparatoria se l’è data a gambe.

È solo dopo avere percorso alcune centinaia di metri in direzione di Montemarano che il militare si degna di rispondere alle invocazioni di aiuto del superiore e di raggiungerlo: ma una volta riguadagnato il paese Giorgio lo manda in caserma a dare l’allarme, per strascicarsi da solo fino all’abitazione del medico condotto: giunto nei pressi della quale cade a terra stremato e dissanguato. Sono allora dei vicini ad avvisare il dottore, trasportando al contempo il ferito all’ambulatorio con una macchina di fortuna: la quale si decide peraltro a mettersi in moto solo dopo ripetuti tentativi.

Constatata la grande quantità di sangue perduta, il medico ne dispone il trasporto al pronto soccorso di Avellino: ma facendo al contempo capire che le possibilità di sopravvivenza sono minime. Ricevuta una prima donazione di sangue da parte di un carabiniere, con un camioncino Giorgio viene portato all’ospedale, ove giunge più morto che vivo. Ormai divenuto tutto giallo, dato anche qui per spacciato viene messo su un lettino in attesa che spiri: oltre al dissanguamento i medici pensano per giunta che il proiettile sia stato ritenuto, ledendo in particolare il fegato.

Lui a quel punto, a gesti avendo perduto anche la voce (e traendo tali residue forze non si sa da dove), volgendosi dalla parte del dorso indica loro il foro d’uscita della pallottola, implorando un qualche intervento con il quale perlomeno si provasse a salvarlo. Solo a quel punto gli viene fatta una trasfusione: ma usando un sacchetto di plasma destinato a rivelarsi infetto, dal momento che Giorgio vi contrae l’epatite, che non lo abbandonerà più fino alla fine dei suoi giorni.

In bilico tra la vita e la morte, al mattino il povero giovane riceve la visita del maresciallo Ruffolo, del comandante la legione di Salerno nonché dell’intera pretura montellese. Da parte sua, nel valutare l’episodio l’opinione pubblica si spacca: mentre infatti i più non hanno dubbi nell’attribuire il ferimento alla mano di Nardiello, soprattutto a Montella non sono pochi coloro che, conoscendo bene i trascorsi del nostro, ritengono il sottufficiale essere stato attirato per vendetta in un tranello da qualcuno dei criminali da lui a suo tempo colpiti. Ipotesi quest’ultima che risulta tuttavia poco convincente, dal momento che in quel caso l’agguato si sarebbe presumibilmente svolto in tutt’altre circostanze.

Cosicché anche i due principali quotidiani campani riflettono tale differente chiave di lettura: mentre infatti il “Mattino”, ricollegando quest’ultimo misfatto all’aggressione subita dal De Laurentiis, riferisce senza mezzi termini che “è opinione diffusa che a questo nuovo episodio di criminalità non sia estraneo il famigerato Nardiello, l’ergastolano di Volturara tuttora alla macchia nella zona”, il “Roma” sceglie di volare più alto, limitandosi a rilevare come “la zona in cui è avvenuto il delittuoso fatto è quella stessa in cui aveva operato il bandito Nardiello” ma giungendo alla conclusione – chissà sulla base di quali deduzioni – che costui “deve comunque ritenersi estraneo al fatto”.

Se lo stesso Giorgio qualche anno dopo in una sua memoria scriverà amaramente che “gli autori del delitto sono rimasti ignoti: eppure non doveva essere difficile scoprirli”, il suo intuito non lo farà mai recedere dal convincimento di avere incontrato sulla sua strada, quella maledetta notte, proprio il “Giuliano d’Irpinia”. Egli non verrà però mai a conoscenza di quanto appurato un mese dopo l’episodio da un maresciallo della polizia giudiziaria della questura avellinese, informato da un confidente che in quel periodo Nardiello era impegnato in combutta con altri pregiudicati in furti di bovini, viaggiando sempre con la pistola in tasca e pronta all’uso.

Fino ad arrivare alla rivelazione chiave: “Mi è stato pure riferito che a sparare al vicebrigadiere dei carabinieri di Montemarano, in occasione di un furto di bestiame, fu il Nardiello, che quella notte si trovava in azione con i componenti della sua banda, riusciti a fuggire dopo l’alt ricevuto dai militari dell’Arma”, scriveva il poliziotto. Ora è proprio il riferimento all’abigeato a far pendere la bilancia a favore dell’attendibilità di quel confidente: che il pattugliamento fosse stato disposto a seguito della segnalazione per quella sera proprio di tale genere di reato il nostro non lo avrebbe infatti mai scritto né in un rapporto sull’episodio (del resto mai redatto a causa del ferimento) né in una successiva memoria ai superiori in cui egli avrebbe ricostruito le operazioni svolte nel corso del servizio montellese. Esso sarebbe così rimasto un dettaglio a beneficio dei soli congiunti, rivelato nel rievocare quel drammatico frangente che aveva rischiato di troncargli la vita.

Se comunque la giustizia ordinaria non riesce a fare chiarezza sull’accaduto, almeno quella militare fa il suo corso. Ad Alessandri il comandante la legione, “a tangibile riconoscimento del lodevole slancio, coraggio e decisione dimostrati”, conferisce l’encomio semplice, oltre ad un premio di diecimila lire: ossia l’equivalente di uno stipendio. Evidentemente il colonnello non rileva gli estremi né per conferire l’encomio solenne né tantomeno per proporre ai superiori la promozione del sottufficiale, anche come riconoscimento per la qualità di tutto il suo servizio irpino; altrettanto intransigente egli si rivelerà tuttavia nei confronti del carabiniere vilmente sottrattosi al proprio dovere.

 

“Ordine del giorno n° 86 del 15 ottobre 1955

In data odierna ho denunziato al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale Militare di Napoli il C.re F. P., della Stazione di Montemarano, perché resosi responsabile del reato di abbandono di posto, previsto dall’art. 120 C. P. M. P. Il 26 settembre c. a., il Vicebrigadiere Alessandri Giorgio, comandante interinale della Stazione di Montemarano, mentre eseguiva con il predetto Carabiniere un servizio perlustrativo, notò due individui che percorrevano la strada in senso inverso alla sua direzione di marcia. Il sottufficiale nell’intento di procedere alla identificazione si fermò con il dipendente e quando i predetti giunsero a pochi metri da lui, intimò l’ALT qualificandosi, e poiché uno di essi aveva la mano destra nella tasca della giacca gli puntò contro il moschetto invitandolo ad alzare le mani. In tale gesto fu imitato dal C.re F. che era armato di mitra. Lo sconosciuto, però, anziché obbedire all’intimazione, impugnando con la mano destra una pistola fece fuoco contro il Vicebrigadiere Alessandri che, colpito al fianco destro, cadde a terra. Il sottufficiale, benché ferito, ebbe la forza di rialzarsi e sparò sei colpi di moschetto, probabilmente andati a vuoto, contro i due malviventi, i quali si allontanarono continuando entrambi a far fuoco contro i militari. Il C.re F. P. – secondo la dichiarazione del sottufficiale – appena iniziato il conflitto scomparve, e solo dopo che la sparatoria ebbe termine, quando già il V. b. Alessandri aveva percorso 200 metri per rientrare alla propria stazione, rispose alle invocazioni di aiuto del superiore, avvicinandosi nel contempo allo stesso, che poi accompagnò in paese, dove il sottufficiale ricevette le prime cure da un medico del posto.”

 

Il tribunale militare concluderà per la colpevolezza del carabiniere, condannandolo per abbandono di posto e violata consegna. Mentre a portare a Montefiore la notizia del ferimento è la radio: a sentirla è Luigi Franconi, maggiorente del paese nonché sindaco democristiano di Casola: il quale ha tuttavia il tatto di non andare a riferirla agli amici del Molino. Difatti, dal momento in cui apprenderà quanto accaduto al suo ragazzo, l’Ada non si darà più pace: tanto che alla fine le figliole si vedranno costrette a far sparire la divisa insanguinata del fratello, dalla madre conservata come una reliquia ma che al contempo rischierà seriamente di farle perdere il senno.

Nel frattempo si compie tutta la via crucis del nostro, sopravvissuto solo per miracolo e grazie alla forza della sua giovinezza ma per trascorrere lunghi mesi di autentica passione, avendo quali inseparabili compagni di quelle strazianti giornate l’itterizia, i disturbi gastrici, l’inappetenza. Trasferito il 6 ottobre all’ospedale militare di Napoli, dieci giorni più tardi Giorgio ne viene dimesso con due mesi di convalescenza per la mancanza di globuli rossi. Allo scadere dei quali viene ricoverato all’ospedale militare di Livorno per il protrarsi dell’itterizia: per uscirne il 19 gennaio ’56 ma con altri quaranta giorni di convalescenza. Trascorsi i quali gli viene riscontrato pure l’ingrossamento del fegato: altra quarantena che lo porta così ad essere dichiarato nuovamente idoneo al servizio solamente il 9 aprile, per essere provvisoriamente assegnato prima alla stazione di Sant’Angelo dei Lombardi, poi a quella di Quindici.

 

Il trasferimento in Toscana

Mentre l’Ada ripiomba nella disperazione al sapere il figlio nuovamente nella fossa dei leoni, il buon Beppe prende più pragmaticamente carta e penna per impetrare dal ministro Togni (dominus democristiano della circoscrizione elettorale tirrenica) il trasferimento di Giorgio in Toscana. Il desiderio paterno viene esaudito: dopo ulteriori ricadute che ne hanno alfine determinato il trasferimento dal servizio a cavallo a quello a piedi, il 21 luglio ’56 Alessandri viene assegnato alla legione di Livorno, prima alla stazione dell’Ardenza e quindi presso il nucleo autocarrato labronico.

Trasferito il 16 ottobre ’57 alla stazione di Lucca, il 30 dicembre viene spostato a quella di Viareggio: e sarà proprio presso la compagnia versiliese che il nostro potrà ritrovare un minimo di continuità di servizio, rimanendovi un paio d’anni; senza tuttavia che i postumi del ferimento lo abbandonino, dovendo adesso fare i conti in particolare con gastrite e duodenite. Se non altro, nel frattempo il ministero della difesa gli ha concesso l’autorizzazione a fregiarsi dello speciale distintivo d’onore riservato ai militari feriti in servizio.

È peraltro proprio a Viareggio che Giorgio riceve il suo primo encomio solenne, collaborando ad una complessa inchiesta che porta alla scoperta di una organizzatissima banda di ladri con centrale operativa a Milano ma con frequenti incursioni per mezza Italia ed in particolare in Versilia. Questa la motivazione: “Coadiuvava validamente i propri superiori in laboriose e complesse indagini dirette alla scoperta di vasta associazione per delinquere, operante in varie città della Repubblica e responsabile di 23 furti aggravati di ingenti valori. L’operazione di servizio, conclusasi con la denunzia di tredici associati, di cui tre in stato di arresto e col sequestro di refurtiva per il valore di circa 6.400.00 lire, riscuoteva l’unanime plauso delle autorità, della stampa e dell’opinione pubblica”.

Assegnato il 30 maggio ’59 alla stazione di Querceta, il 9 aprile ’60 Giorgio viene spostato a quella di Pietrasanta: ove due giorni più  gli giunge l’agognata promozione a brigadiere. Nei pochi mesi in cui vi permarrà non succederà granché; se non un curioso episodio che – oltre a dimostrare l’intransigenza del nostro nel tutelare l’onore della divisa indossata – porta il segno dei tempi, sia evidenziando la presunzione di certi imprenditori in pieno “boom” economico che facendo risaltare la centralità di uno dei suoi simboli: il telefono.

Nel clima arroventato scatenato nel Paese dalle forze di sinistra contro il governo Tambroni, e che culmina nei tragici fatti di Reggio Emilia del 7 luglio, lo sciopero generale indetto dalla Cgil per il giorno successivo porta alcuni manifestanti versiliesi ad abbandonarsi ad atti violenti e minacciosi nei confronti di un’azienda tessile pietrasantina: donde la denuncia dei proprietari. Recatosi sul posto una decina di giorni più tardi assieme ad un collega, prima di poter dare inizio a interrogatori e accertamenti il brigadiere viene tuttavia invitato da un dipendente ad attendere l’arrivo della titolare.

Presentatasi al cospetto dei militari solo dopo una mezz’ora, l’arrogante industriale li aggredisce dando ai carabinieri dei maleducati e prendendosela in particolare con colui che qualche giorno prima le ha telefonato chiedendole di mandare subito in caserma una dipendente per essere interrogata: “Voi carabinieri abusate della vostra autorità: le cose dovete chiederle per favore, poiché io non sono l’ultima arrivata”.

Inutilmente il nostro prova a placarne l’ira osservando diplomaticamente che lui, di carabinieri maleducati, non ne conosce, che la donna, dandogli sulla voce, prosegue nella sua nevrotica quanto ingiuriosa filippica; non recedendo neppure una volta invitata a calmarsi e avvertita che il proferire espressioni oltraggiose nei confronti di pubblici ufficiali costituisce reato, ma reclamando anzi dai due malcapitati militari il nome del collega telefonista.

Vistasi preclusa ogni possibilità di indurre l’esagitata interlocutrice alla ragione, Giorgio a quel punto decide di rientrare in caserma per riferire al comandante, preferendo rinunciare alle indagini piuttosto che subire ulteriori umiliazioni. Mentre procedendo nel suo sconcertante atteggiamento l’imprenditrice telefona a sua volta al maresciallo, per ribadire il concetto della maleducazione dei suoi sottoposti, pretendendo il nome di quel carabiniere e avendone per lo stesso Alessandri: “Questo brigadiere se n’è andato e io non voglio essere più disturbata”.

A questo punto l’accertamento dell’episodio della telefonata che tanto ha fatto infuriare la signora prende nell’agenda dei militari paradossalmente il posto dell’inchiesta sul burrascoso sciopero. Si scopre così che qualche giorno prima, verificatosi in paese un grave incidente stradale con due morti, i carabinieri avevano ritenuto di basilare importanza per ricostruirne la dinamica la testimonianza di una donna, vista scendere da una corriera in transito su quella strada al momento del sinistro. Identificata la teste in una dipendente della ditta tessile in questione, se ne erano interessati i dirigenti affinché la avvertissero di recarsi al comando per essere interrogata.

Andate però a vuoto le prime due convocazioni telefoniche, al terzo tentativo rispondeva la stessa titolare, ribattendo che l’impiegata non poteva recarsi in caserma in orario di lavoro, ma solamente al termine di esso. Solo dopo una quarta richiesta in cui si faceva presente l’urgenza di quella testimonianza la donna si degnava di accordare alla dipendente il consenso di recarsi dai carabinieri: una volta al cospetto dei quali, tuttavia, quasi ad accrescere la paradossalità della vicenda la presunta testimone negava di essere la persona in questione, arrivando a smentire quanto dichiarato in tal senso dalla sua stessa madre.

Prende allora corpo una certa chiave di lettura dell’episodio: alla dispotica titolare della ditta non sono andate giù le reiterate richieste degli inquirenti di poter interrogare la dipendente in orario lavorativo, presuntuosamente e con assai scarso senso civico valutandole come un’ingerenza nella sua sfera; donde quella reazione isterica alla venuta dei militari, peraltro provocata da lei stessa. Con il suo insulso atteggiamento la signora è così riuscita nel non facile intento di porre le basi per passare da denunciante a denunciata: infatti, mentre il carabiniere autore della telefonata tanto contestata, forte del fatto che questa è stata udita dai colleghi presenti, chiede ai superiori l’autorizzazione per poter querelare l’imprenditrice per diffamazione aggravata, sul conto di quest’ultima lo stesso maresciallo apre un fascicolo.

All’inchiesta non mancheranno sviluppi ridicoli: resasi finalmente conto della situazione in cui si è cacciata nonché della determinazione del brigadiere nei suoi confronti, la donna, in un goffo tentativo di confondere le carte, sfruttando sia il particolare di possedere una voce mascolina, sia l’accondiscendenza della testimonianza resa dal dipendente che ha accolto i carabinieri (che è peraltro suo nipote), finisce con il coinvolgere nell’indagine pure il marito; il quale da parte sua esibisce un alibi, sostenendo di trovarsi il giorno della visita dei carabinieri altrove, assieme al ragioniere della ditta.

Non avendo mancato neppure di avanzare calunniose insinuazioni sul conto dello stesso Alessandri – e dopo avere invano tentato di telefonare pure al capitano – la squilibrata industriale finisce incriminata per aver offeso l’onore e il prestigio sia dei due militari recatisi in ditta che dell’Arma in generale; denunciato finisce per giunta anche il marito, a sua volta accusato di una telefonata oltraggiosa in caserma.

L’esperienza versiliese vedrà poi Giorgio acquisire ulteriori titoli, sia frequentando il corso di perfezionamento per indagini e tecniche di polizia giudiziaria che conseguendo l’abilitazione per la guida delle motociclette Guzzi 500. Assai duratura si rivelerà inoltre l’amicizia nata in riva al Tirreno con Francesco Corbo, maresciallo calabrese destinato a comandare a lungo la Squadra di PG viareggina.

Come tutti gli italiani, poi, pure il nostro viene contagiato dai nuovi dettami imposti dall’avvento del miracolo economico, a cominciare dalla nuova religione dell’automobile. Alla Vespa di seconda mano acquistata ai tempi montellesi subentra così una Moretti altrettanto d’occasione: la prima di una lunga serie di auto, che finiranno con il costituire un’altra sua passione.

Trasferito dalla legione di Livorno a quella di Firenze ed assegnato al Battaglione mobile del capoluogo toscano, il 12 novembre ’60 Giorgio si sposa con una giovane conosciuta a Montella. A tal fine il militare ha dovuto attendere non solo il compimento del 28° anno di età come da regolamento per i sottufficiali, ma anche l’autorizzazione dal comando di divisione una volta esperiti gli accertamenti sulla famiglia di lei.

Nel settembre ’63 il brigadiere viene mandato a comandare la stazione di Marliana, caratteristico comune rurale dai tanti ridenti paesini disposti a cavaliere tra la collina della Val di Nievole e quella pistoiese del Vincio. Nei progetti dovrebbero essere solamente sei mesi di prova di comando onde conseguire la promozione a maresciallo: di fatto però diverranno tre anni, dal momento che Giorgio sceglierà di non spostarsi anche una volta ottenuto lo scatto di grado.

Va detto che qui le affinità con la sua terra di origine sono davvero tante: naturali anzitutto, economiche e per giunta anche politiche, dal momento che ad amministrare il paese è l’eterno sindaco democristiano Canigiani. Marliana rappresenta la classica realtà decentrata, in cui i carabinieri sono chiamati a svolgere niente più che l’ordinaria amministrazione: al massimo qualche bega paesana, oltre ai pattugliamenti in motocicletta e, d’inverno, i soccorsi agli automobilisti rimasti bloccati nella neve; in compenso, però, la gente mostra di amare la divisa e di rispettare chi la indossa.

Di conseguenza, la redazione serale del brogliaccio di stazione – quasi il libro parrocchiale del curato di campagna – con i principali fatti accaduti viene a rappresentare di fatto la principale incombenza della gran parte delle giornate. Insomma il posto ideale per chi avesse quale obiettivo il quieto vivere: guai, però, a chi agli occhi dell’intransigente sottufficiale si permette di offendere l’onorabilità dell’Arma.

Un giorno, in occasione di una festa paesana in una delle frazioni, un automobilista ha parcheggiato la macchina malamente, al punto di intralciare il traffico. In servizio assieme all’appuntato (il fedelissimo Savini), Giorgio si informa di chi sia quell’auto; il proprietario della quale sopraggiunge di lì a poco: si tratta di un pratese, imprenditore nel tessile, che qui ha la casa per le vacanze. Senonché, alla richiesta dei militari di rimuovere il mezzo, in modo da non costringerli ad elevargli la contravvenzione di 10.000 lire, il marrano risponde con una prepotenza pari al parcheggio effettuato: “Con diecimila lire vi fo un cappotto a tutt’e due”.

“Appuntato, manette”, la secca replica del comandante: perché il tuttora vigente codice di procedura penale del 1930, ponendo al primo posto la tutela dell’onore e del prestigio di ogni organo dello Stato, prevede l’arresto immediato per chiunque giunga ad oltraggiare un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni. A nulla valgono a quel punto suppliche e piagnistei dell’insolente pratese, né le scuse che verranno a portare in caserma moglie e parenti: Giorgio lo rilascerà solamente il giorno successivo, e nella speranza che la notte trascorsa in gattabuia gli sia servita di lezione.

Promosso maresciallo il 27 novembre ’65, Alessandri si muove solo allorché al gruppo di Pistoia si rende vacante il comando del nucleo di polizia giudiziaria. Nel luglio del ’66 lascia Marliana, ma rimanendo nel cuore della gente: tante saranno infatti le amicizie nate quassù che egli continuerà a coltivare negli anni.

 

Il ventennio alla Squadra

Ha così inizio il momento culminante della carriera del sottufficiale: il quale comanderà per ben vent’anni la “squadra” di PG della caserma di via Abbi Pazienza, percorrendo brillantemente tutti i gradi di maresciallo e caratterizzando con le sue indagini quel lungo periodo di vita cittadina.

Città particolare, Pistoia: se infatti essa può apparire chiusa e provinciale rispetto ad altre realtà toscane a maggior vocazione sia industriale che turistico-culturale, la sua natura appartata e tranquilla ne farà una sorta di oasi anche nei famigerati “anni di piombo”. Qui insomma il fatto di cronaca nera capace di colpire l’opinione pubblica è destinato a diventare – proprio in virtù di tali presupposti – ancor più eclatante.

Se molti saranno i casi giudiziari risolti grazie al suo intuito e alla sua abilità investigativa, Alessandri sarà in prima linea anche nel fronteggiare l’attività eversiva delle formazioni extraparlamentari, cruciale tappa di avvicinamento all’escalation terroristica. Ma soprattutto, qui egli finirà con l’acquisire un ruolo chiave agli occhi dello stesso procuratore della repubblica, del quale diverrà l’insostituibile collaboratore.

Funzione tutta particolare, quella della polizia giudiziaria, soggetta al comando del gruppo CC solo per quanto concerne la disciplina militare: è difatti la procura a stabilire la sostanza del lavoro da svolgere. La delicatezza delle sue mansioni è data inoltre dal fatto che determinate indagini affidatele dal magistrato non sono necessariamente finalizzate ad arresti o comunque incriminazioni, ma semplicemente ad appurare determinate circostanze e situazioni: donde l’implicita necessità per l’agente di PG di spogliarsi della propria veste burocratico-repressiva per assumerne un’altra assai più informale e diplomatica. Conseguentemente, costui non potrà svolgere servizio che in borghese; e altrettanto civile sarà l’automobile in dotazione al reparto.

Dai superiori militari come dal procuratore il nostro si farà apprezzare, oltre che per l’innato rigore dell’ossequio formale (che rimarrà sempre quello sacrale inculcato nelle severe aule del castello di Moncalieri) per i suoi rapporti, redatti all’inseparabile Olivetti: precisi, dettagliati e soprattutto puntuali nei riferimenti normativi, con in particolare il codice di procedura penale (peraltro curato dall’illustre omonimo Renzo Alessandri) che diverrà la sua bibbia al punto di non farlo sfigurare neppure al cospetto dei più affermati penalisti.

Giorgio, in pratica, vive per il lavoro: e anche quando è a casa – ammesso che non abbia qualche fascicolo per le mani – con la testa è sempre in ufficio. Probabilmente esagera, visto che ad appena 37 anni viene colto da infarto: sovraffaticamento, dirà la diagnosi; ma certo anche il fumo deve aver fatto la sua parte. Unica evasione che si concede, qualche serata estiva all’ippodromo di Montecatini, a gustarsi l’affascinante spettacolo delle notturne di trotto. Notevole poi la sua passione per la Storia: cui arriverà a dedicare, negli anni, una discreta libreria, con particolare riguardo agli eventi del Novecento e segnatamente alla seconda guerra mondiale. Ma in cima ai suoi pensieri resta sempre Montefiore, ove trascorre puntualmente la licenza estiva, oltre ai fine settimana liberi e non mancando per Natale alla suggestiva messa di mezzanotte alla Pieve di Offiano.

La sua natura lo porta del resto a preferire all’opportunismo delle relazioni sociali cittadine, dettate dalla posizione e dalle convenienze, la semplicità della vita di paese: devotissimo ai genitori, cordiale e deferente con i paesani, ossequioso verso la sacra gerarchia dettata dall’età, sempre disponibile verso chiunque si rivolga a lui. Qui i suoi passatempi sono quelli tipici del campagnolo: la caccia al passo dal capanno (con i richiami appositamente accuditi tutto l’anno); la ricerca dei funghi su all’Alpe – avvalendosi dell’ausilio del babbo, gran conoscitore delle fungaie – e le battute campestri in cerca di raponzoli; per finire con la rituale partita a carte del dopocena casalingo, qualora vi siano i quattro giocatori necessari alla briscola e allo scopone (e non potendo contarsi su Beppe, che alle carte preferisce comunque il suo fiaschetto).

Nel ‘67 avviene un fatto decisivo ai fini della carriera del nostro: l’insediamento al vertice della procura di Pistoia del dottor Giuseppe Manchia. Infaticabile, scrupoloso, esigente il magistrato sardo pretende dai suoi collaboratori il massimo: con Alessandri si intenderanno subito, formando a lungo una coppia affiatatissima al servizio della giustizia, con reciproca stima e fors’anche simpatia personale, pur nella rigida distinzione gerarchica imposta dai rispettivi ruoli.

Ulteriormente motivato dalla sintonia con il nuovo procuratore capo, Giorgio diviene se possibile ancor più stacanovista: in ufficio tutti i giorni, mattina e pomeriggio, sabato compreso e pure al mattino della domenica, così come degli altri giorni festivi. Pare proprio non potersi staccare da quelle stampe che appese ai muri della stanza rievocano le battaglie risorgimentali dell’Arma come le gesta dei suoi eroi.

Nei pomeriggi festivi può capitare che si conceda un film al cinema con la famiglia, con preferenza per western e genere storico; ma quando la Pistoiese gioca in casa (la società arancione si accinge a vivere il favoloso ciclo della presidenza Melani: in cinque anni dalla serie D alla A) può capitare che gli venga affidato pure il servizio allo stadio. Frequenti poi le chiamate notturne: ogni volta che si verifica un fatto tale da richiedere l’intervento della procura, è sempre lui ad arrivare per primo sul posto, in modo da poter agevolare il compito del magistrato. Insomma quell’incarico pare fatto apposta per lui.

Così rigoroso con sé stesso, è inevitabile che sia a sua volta parecchio esigente con i sottoposti. Lavorare alla Squadra è ambito: si veste in borghese, si occupa un ruolo di prestigio nell’ambito della caserma, si ha la possibilità di compiere un passaggio cruciale ai fini della carriera. C’è però chi ci rimane lo spazio di un mattino: vuoi per la mole di lavoro e il piglio incalzante dello stesso comandante; vuoi perché a quest’ultimo basta poco per valutare l’attitudine del candidato.

Ma chi resiste, e supera la prova acquisendo la stima e la fiducia del maresciallo, può mettere la mano sul fuoco: dalla scuola di Alessandri uscirà definitivamente formato, come militare ma anche come uomo. Perché per il nostro la prima virtù è la lealtà: se assegna un incarico a un suo collaboratore, o gli concede un giorno di permesso, poi, qualunque cosa dovesse accadere, lo difende finanche davanti al generale, assumendo su di sé ogni responsabilità.

Rispettosissimo con gli appuntati più anziani (cui dà rigorosamente del lei) Giorgio è con i pari grado sempre cordiale e disponibile: lungi da lui invidie e malignità tipiche dell’ambiente militare. Rossi, Tafani, Tiberio, Nucera i colleghi degli altri reparti con cui per lunghi anni avrà modo di collaborare proficuamente; potendo inoltre contare nel tempo quali fidati bracci destri alla Squadra sui vari Amati, Galluzzi, Satta, Vanneschi.

Ma non mancando neanche di avere un occhio di riguardo per i conterranei: in particolare l’antico mentore Egisto Novelli “Renato”, da Casola, comandante la stazione di Borgo a Buggiano, e Francesco Gherardi da Carpinelli, in servizio a Ponte Buggianese. Mentre altri amici apuani trapiantati a Pistoia saranno il maresciallo della finanza Andrea Borzani, di Vinca, nonché il giornalista della “Nazione” Valeriano Cecconi, di Forno.

Responsabile della cronaca nera cittadina per il quotidiano fiorentino è invece Alberto Ciullini: spesso il nome del nostro comparirà nei suoi articoli, finendo addirittura in prima pagina in occasione delle indagini più eclatanti. Sempre calorosi, poi, i rallegramenti in occasione delle promozioni: ad esempio per quella a maresciallo capo – che ha luogo il 27 novembre ’67 – il giornale li rivolge “all’amico Alessandri, conosciuto ed apprezzato per le sue doti di intelligenza e capacità”.

Per la particolare posizione occupata, inoltre, il capo della PG viene chiamato spesso a testimoniare ai processi. Giorgio finirà così con il diventare un personaggio anche a Pistoia: cosicché, vedendolo la mattina passare per la centralissima via Orafi per recarsi in procura con il suo tipico soprabito color ghiaccio, ai pistoiesi verrà naturale ribattezzarlo come il “tenente Sheridan”, assimilandolo al popolare investigatore televisivo dell’epoca.

Primo significativo banco di prova del nostro alla Squadra l’impegno profuso nel contrastare l’attività di Lotta Continua, la formazione extraparlamentare che più di altre rappresenta l’anello di congiunzione tra contestazione sessantottina e terrorismo, e che nella rossa Pistoia fa tendenza soprattutto fra gli intellettuali delusi dal dinosauro rappresentato dal PCI e la cui attività eversiva si manifesta attraverso ciclostilati clandestini e affissioni altrettanto abusive. Frequenti perciò le perquisizioni di Alessandri e dei suoi uomini nella centralissima sede dell’organizzazione in Borgo Strada, con sequestri e fermi senza andare troppo per il sottile, come imposto dal severo codice in vigore; arresto che immancabilmente scatta anche nel caso l’attivista sorpreso ad affiggere abusivamente manifesti reagisca oltraggiosamente all’intervento degli agenti di PG.

Particolarmente turbolenta la campagna elettorale per le politiche del ’72, che faranno registrare una forte avanzata del Movimento sociale di Almirante: la sera del comizio dell’ammiraglio Birindelli, in piazza Duomo si scatena una vera e propria battaglia tra forze dell’ordine ed esponenti dell’ultrasinistra; desterà scalpore, in particolare, l’arresto di un prete di LC colto in prima fila a lanciare sanpietrini contro la forza pubblica. Quella notte pure Giorgio tornerà a casa con un braccio malconcio.

Promosso il 30 ottobre ’73 maresciallo maggiore, l’anno successivo anche Alessandri si cimenterà senza fortuna nel “giallo” pistoiese per eccellenza, destinato a rimanere irrisolto e sul quale la stampa locale marcerà a lungo: quello delle due donne scomparse a Chiazzano. La sera dell’8 aprile ’74 Isola Innocenti e la figlia Emanuela, residenti nel “paese dei maghi” (oltre che dei vivaisti), escono di casa con la loro 500 per recarsi a un appuntamento con un santone che abita poco distante: la madre soffre da tempo di dolorosi disturbi renali che nessun specialista è riuscito a risolvere; donde l’iniziativa della figlia per tentare anche la via dell’occulto. Le due si portano dietro una vanga, dal momento che il rito da effettuarsi prevede il sotterramento di un indumento della donna.

Senonché la loro auto verrà ritrovata in un luogo assai distante dalla piana pistoiese, Torre del Lago, vicino ad un camping della pineta: sparita la vanga, all’interno vengono rinvenuti un sacchetto di plastica, una fune, della sabbia e soprattutto sangue, dappertutto; il sedile di guida risulta inoltre spostato parecchio all’indietro, tanto da far pensare che a guidare sia stata una persona ben più alta della piccola Emanuela. Le analisi diranno trattarsi di sangue umano; mentre la sabbia non risulterà di pineta bensì proveniente dalla riva del mare.

Nonostante l’impiego di elicotteri e unità cinofile, le battute che setacciano macchia e litorale non sortiscono alcun risultato: al punto di far supporre che l’aver fatto ritrovare la macchina in quel luogo possa costituire un depistaggio. Nessun elemento producono inoltre gli interrogatori cui vengono sottoposti i familiari delle due donne, il fidanzato di Emanuela nonché il mago in questione: il quale peraltro afferma non solo di non averle viste quella sera, ma di non conoscerle affatto. Le avrebbero invece notate, la stessa sera, due uomini, in un bar di Torre del Lago.

Nei giorni successivi il mistero si infittisce ulteriormente, fra telefonate di mitomani ai familiari e l’iniziativa di questi ultimi di rivolgersi a loro volta ad un veggente per sapere che fine abbiano fatto le congiunte: ciliegina sulla torta di un giallo che per tutti i suoi ingredienti finirà involontariamente con il rappresentare il paradigmatico antesignano degli infiniti “chi l’ha visto” nazionali degli anni a venire.

Il caso che invece commuoverà di più il nostro – come tutta quanta l’opinione pubblica – sarà un rapimento vero, purtroppo conclusosi nel peggiore dei modi. I sequestri di persona rappresentano del resto in questi anni una vera e propria emergenza nazionale: ad operare in Toscana è in particolare l’“anonima sarda”, composta da ruvidi ex pastori. La sera del 10 novembre ’75, a Prato, viene rapito il trentaduenne Piero Baldassini: il cui padre, Dino, si è imposto fra gli imprenditori tessili locali fino a diventare presidente del Prato calcio.

Nonostante la consegna ai rapitori da parte del legale della famiglia dei 750 milioni di lire pattuiti già il 22 novembre, l’ostaggio non viene rilasciato. Se le indagini degli inquirenti fiorentini continuano a brancolare nel buio, a nulla vale neppure la taglia di 120 milioni sottoscritta da un gruppo di industriali pratesi nel tentativo di smuovere l’inchiesta.

Questa avrà un sussulto solamente due anni più tardi: a seguito di un’iniziativa dello stesso avvocato dei Baldassini, gli inquirenti riescono a raccogliere le rivelazioni di un’amica del capo dell’anonima sarda Mario Sale, facendo così luce su un altro rapimento avvenuto in Toscana. Dopodiché il cerchio si stringe anche attorno agli autori del sequestro Baldassini, portando in particolare all’incriminazione di un uomo: sul conto del quale si rivela particolarmente pesante la testimonianza di una donna, che nel ’78 dichiara agli investigatori di averlo visto seppellire il corpo del giovane imprenditore dentro una fossa scavata dietro un cascinale di Casa al Vento, sulle colline di Serravalle Pistoiese, ove era stata condotta da lui stesso.

Le ricerche nel punto indicato dalla teste non portano tuttavia che al rinvenimento, sotto della terra smossa, di un lungo pezzo di cavo telefonico, probabilmente servito a legare il cadavere; che gli altri componenti la banda si sono evidentemente premurati di rimuovere, una volta saputo delle confidenze del complice all’amica. Dopo un altro anno di stallo, la vicenda trova la sua tragica quanto preannunciata soluzione grazie all’indagine condotta dalla PG pistoiese, che porta prima all’arresto del principale responsabile del rapimento, quindi, il 22 aprile ’79, al rinvenimento dei resti di Piero Baldassini, nel pozzo di una casa non distante dalla precedente località.

I polsi del poveretto si presentano ancora serrati dal fil di ferro. La colpa da lui pagata a prezzo della vita era stata quella di avere visto in faccia il capobanda, che senza pensarci su lo aveva freddato con un colpo di lupara in pieno petto, la stessa notte del rapimento. Dopodiché gli assassini ne avevano pure mutilato il cadavere, allo scopo di facilitarne l’occultamento, legandolo a un blocco di cemento e forse facendolo anche straziare dai cani, onde renderlo irriconoscibile: la ferocia di quei criminali era infatti tale che un altro rapito era stato addirittura dato in pasto ai maiali, al fine di cancellarne ogni traccia.

Mai encomio risulterà così amaro quale quello ricevuto dal nostro nella triste occasione, per le “serrate indagini” esperite dai suoi uomini. Mentre emblematico dell’inaudita brutalità della vicenda rimarrà quanto dichiarato anni dopo da Dino Baldassini, richiesto da uno dei rapitori del perdono onde poter beneficiare degli sconti di pena: “Lo perdono solo se mi restituisce mio figlio”.

Ben più semplice per Giorgio risolvere il caso successivo: il “delitto dell’Orsigna”, che nel giugno di quello stesso ’79 scuote tutta la montagna pistoiese sia per l’efferatezza della vicenda che per la notorietà del luogo che le fa da cornice: un rinomato ristorante posto lungo la “piana” del Reno. La moglie del cui titolare – la trentanovenne Adriana Daini, madre di due figli – si è invaghita di un giovane cameriere, a sua volta sposato, che qui viene ad arrotondare i proventi del suo lavoro notturno da panettiere: gli incontri fra i due amanti hanno luogo di conseguenza al mattino.

Finché un giorno la donna, recatasi di buon’ora all’appuntamento, non ha una sorpresa: l’amante le chiede infatti di fingere un rapimento, allo scopo di estorcere un riscatto al marito. Al suo rifiuto, lui pone in atto un piano evidentemente premeditato: dopo averla legata mani e piedi, incurante delle implorazioni della poveretta la uccide strangolandola e accoltellandola; dopodiché, con l’aiuto di un complice, si disfa del cadavere abbandonandolo sul greto del torrente Orsigna, tra i cespugli.

All’ora di pranzo di quello stesso giorno il marito riceve una telefonata con cui gli si comunica l’avvenuto rapimento della moglie con una richiesta di riscatto di cinquanta milioni: cifra che appare esigua rispetto alle abituali richieste dei rapitori; i quali per giunta sono soliti farsi vivi non nell’immediatezza del sequestro, bensì dopo aver lasciato trascorrere qualche giorno. È Giorgio a condurre in prima persona l’inchiesta, individuando ben presto il poco scaltro assassino (il cui furgoncino da lavoro si fa subito notare per il fatto di apparire eccessivamente lindo: difatti è stato appena lavato), facendolo crollare con un memorabile terzo grado e assicurando alla giustizia anche il complice. Tutto ciò nel volgere di pochissimi giorni: donde un nuovo encomio, per le “tempestive e diligenti indagini” svolte.

Un rapimento conclusosi felicemente è invece quello del pistoiese Osvaldo Ferretti, facoltoso industriale con interessi sia nel settore della plastica che in quello petrolifero. Caso che finirà con il rappresentare una delle inchieste più delicate esperite dal nostro nell’arco della sua carriera: ma anche quella in cui la Squadra avrà modo di dare una delle migliori prove di sé.

Sequestrato nel febbraio ’82 dagli esponenti di una ‘ndrina calabrese già responsabili di altri rapimenti al Nord, il Ferretti non viene liberato neppure dopo il pagamento da parte dei familiari dei due miliardi di lire richiesti dai malviventi. Pericolosi quanto estenuanti accertamenti tengono allora impegnato per oltre otto mesi tutto quanto il comando pistoiese, con numerose battute sui luoghi potenzialmente utilizzabili dalla ‘ndrangheta come prigioni per i suoi sequestri, a cominciare dall’Aspromonte. Sinché tanto prodigarsi non sortisce l’esito più felice: la liberazione dell’ostaggio, la decapitazione della banda, il recupero di parte del riscatto versato, il sequestro di numerose armi.

Tale è la soddisfazione dell’intera opinione pubblica per un simile epilogo da indurre la stessa procura a farsi interprete di tali sentimenti, rivolgendo un elogio direttamente al comando generale dell’Arma per la capacità e il coraggio con gli uomini del gruppo pistoiese hanno saputo condurre a termine l’ardua operazione.

 

“A conclusione, eccezionalmente positiva, delle complesse, difficili, estenuanti indagini di P. G., mi è particolarmente gradito rivolgere il più vivo apprezzamento per l’attività svolta dagli Ufficiali ed Agenti di P. G. del Gruppo Carabinieri di Pistoia. Un plauso ed un elogio particolarmente voglio esprimere al Maresciallo Giorgio Alessandri, Comandante la Squadra di P. G. di Pistoia, per il costante impegno, l’abnegazione, l’eccezionale capacità dimostrati nello sviluppo dei lunghi accertamenti che hanno portato alla felice conclusione delle indagini, condotte in circostanze particolari sia per l’ambiente in cui si è operato (organizzazioni criminose calabresi), sia per i luoghi di intervento (Nord Italia e Calabria). È indubbio che il risultato ottenuto, concretatosi con la denuncia di 15 persone, di cui 13 in stato di arresto, e con l’acquisizione di materiale probatorio di accusa di notevole rilevanza, è in gran parte da ascrivere al coraggio dimostrato dagli inquirenti, che hanno operato con elevato rischio personale in difficili situazioni di tempo e luogo.”

 

Per la medesima inchiesta sarebbe giunto al nostro dai superiori militari anche un altro encomio solenne: “In occasione di sequestro di persona a scopo di estorsione, partecipava a complesse e rischiose indagini che si concludevano con l’identificazione di 15 pericolosi appartenenti ad organizzazione criminosa calabrese, di cui 13 tratti in arresto. L’operazione di servizio portava al parziale recupero di ingente somma pagata per il riscatto, al sequestro di numerose armi da guerra e comuni ed al rilascio dell’ostaggio”.

Gli ultimi anni pistoiesi rappresentano per il maresciallo Alessandri l’apoteosi: conosciutissimo, stimato e benvoluto per la sua affabilità, in città è ormai un punto di riferimento per tutti. Il motivo è da ricercarsi anche nella singolare durata del periodo di permanenza alla direzione della PG: fra il ’75 e l’81 egli ha difatti conseguito le tre medaglie di lungo comando – bronzo, argento, oro – che sommano al periodo di permanenza effettiva a capo di un reparto i meriti acquisiti sul campo.

Naturale perciò che, rimanendo gli ufficiali pochi anni per le frequenti promozioni dettate dalle esigenze della carriera, egli abbia implicitamente finito con il rappresentare la continuità dell’istituzione Arma agli occhi di molti, autorità come semplici cittadini. Lui si rende conto del particolare ruolo venuto a ricoprire con il tempo, giungendo a sviluppare il senso delle pubbliche relazioni ben al di là della mera funzione formale assegnatagli dalla carica eppure senza rinunciare alla sua innata semplicità.

D’altra parte l’incondizionata stima di cui gode da parte del procuratore ne fa, anche agli occhi dei superiori, il diplomatico punto d’incontro fra le direttive della procura e le autonome linee operative del gruppo (oltre che, in certi momenti, il termometro dello stato dei rapporti fra le due istituzioni giudiziarie). Ciò senza mai derogare alla peculiarità delle prerogative della Squadra, che gli impongono di tutelarne la funzione sostanzialmente svincolata rispetto alla gerarchia militare.

Maresciallo aiutante sin dal 10 luglio ’78, da allora Giorgio sostituisce per ben tredici volte i vari capitani succedutisi al comando della compagnia pistoiese. Nominato inoltre cavaliere anche dal punto di vista onorifico, una volta superata la boa dei cinquant’anni egli incomincia a mettersi avanti per la pensione: grazie alla sua parsimonia (mai un viaggio, o una vacanza appena mondana: solo il pellegrinaggio militare annuale a Lourdes) è riuscito ad acquistare un terreno al suo paese, costruendovi una casa per la vecchiaia. Nel frattempo si affina come agricoltore: chi lo vedesse d’agosto ammazzarsi di fatica nel campo – il cappellone in testa, la nuvola di tafani che non gli dà tregua – stenterebbe a riconoscervi il compassato comandante pistoiese, sempre inappuntabile nel gilet da cui spunta l’orologio a taschino. Di quando in quando poi la sera ridà fiato all’organetto, a rievocare motivetti folcloristici della sua giovinezza itinerante.

Finché nell’86 non accade un fatto nuovo: l’Arma bandisce un concorso per ufficiali aperto anche ai sottufficiali. Giunto ad un bivio (l’alternativa sarebbe difatti il pensionamento, di lì a poco), il nostro sente di avere ancora qualcosa da dare alla Benemerita: si immagina però che alla selezione parteciperanno molti laureati, precludendo agli appartenenti alla vecchia guardia la possibilità di farcela. Quando ha modo di leggere il bando apprende tuttavia dell’esistenza di una riserva di posti per quei marescialli che siano in possesso di determinati titoli: vantandoli egli tutti, a quel punto decide di tentare.

 

Ufficiale

Brillantemente superate le prove d’esame, il 27 ottobre ’86 Alessandri viene ammesso al primo corso per tenenti del ruolo tecnico-operativo, cui partecipa con altri 34 colleghi: i quali scelgono di dedicare idealmente il ciclo di lezioni cui sono chiamati presso la Scuola Ufficiali di Roma al leggendario collega Chiaffredo Bergia, distintosi negli anni della legge Pica per un’esaltante serie di azioni contro il brigantaggio tali da farlo assurgere dal grado di carabiniere semplice a quello di capitano.

Nel frattempo Giorgio ha già lasciato il glorioso ufficio pistoiese per insediarsi nel nuovo comando assegnatogli: quello del nucleo operativo del gruppo di La Spezia. Il destino vuole dunque che il montefiorino debba aprire questa nuova pagina professionale tornando alle sue radici, proprio nella città che aveva visto fanciullo scendendovi con i carichi di carbone dello zio.

Degna di nota l’accoglienza riservatagli dai quotidiani locali, ed in particolare dalla “Nazione”, che il 1° maggio ’86 scrive: “Da quasi quarant’anni in servizio nelle file della Benemerita, della quale ha percorso tutte le tappe guadagnandosi sempre la stima di superiori e commilitoni, gli è stato ora affidato il comando del nucleo operativo del comando gruppo carabinieri della nostra città: incarico nel quale si è già segnalato, conducendo a termine con successo importanti indagini. Prima della promozione Alessandri ha diretto il nucleo di polizia giudiziaria di Pistoia, ove le sue doti di umanità e professionalità hanno più volte avuto unanime riconoscimento”. Mentre da parte sua la stessa redazione pistoiese del giornale gli rivolge un caloroso saluto di commiato: anche negli anni successivi, del resto, essa non mancherà di registrarne successi e promozioni, considerandolo a tutti gli effetti come un concittadino, se non altro d’adozione.

E sarà appunto il suo invidiabile bagaglio di esperienza, la proverbiale conoscenza a memoria del diritto penale a farne agli occhi dei nuovi colleghi una sorta di enciclopedia giudiziaria vivente: tanto che lo stesso comandante del gruppo, il colonnello Giuseppe Lepore (dai suoi uomini soprannominato “baffo elettrico” per la sua ardita intraprendenza) prenderà l’abitudine di consultarlo prima di decidere il da farsi circa i casi più delicati.

Qui Giorgio riceverà riconoscimenti tra i più importanti della sua carriera; in più, oltre all’abituale supplenza a capo della compagnia, gli toccherà un comando interinale probabilmente inedito per un tenente: avendo infatti i vertici dell’Arma deciso di unificare il nucleo operativo e quello informativo in un unico “reparto operativo” assegnato al comando di un maggiore, nell’attesa della nomina di quest’ultimo la reggenza della nuova struttura viene affidata proprio a lui. Ma soprattutto, nel corso della permanenza nella città ligure – sede di un importante porto militare nonché dell’Oto Melara, azienda leader  nella produzione bellica – egli avrà modo di cimentarsi, fra l’altro, in un paio di casi di spionaggio internazionale degni di fare da soggetto a film di 007; del primo, in particolare, si occuperanno a lungo le cronache nazionali, anche per certi suoi compromettenti risvolti politici interni.

La procura di Massa sta da tempo lavorando ad un’inchiesta su un traffico di armi e droga tra il Medio Oriente e l’Italia che ha fra i suoi terminal anche Marina di Carrara: il cui piccolo porto, da sempre adibito al trasporto del marmo apuano, pare venga utilizzato anche da agenti del terrorismo arabo. A tessere la trama della vicenda è un ambiguo personaggio di Lerici, Aldo Anghessa, titolare di una ditta di import-export di legname la quale pare però essere solamente una copertura a traffici ben più scottanti: spesso in Siria e in Libano – ufficialmente per i suoi affari – costui lavora in realtà per i servizi di sicurezza, in qualità di informatore; oltre a tenere oscuri rapporti con le alte sfere della stessa Democrazia cristiana. Il faccendiere si è impegnato a collaborare con la magistratura massese, a ciò mosso anche dall’intento di alleggerire la propria posizione circa una serie di reati minori addebitatigli.

La situazione entra nel vivo nell’estate dell’87, allorché l’“agente provocatore” – come la nuova normativa ha voluto ribattezzare la figura dell’infiltrato – preannuncia al procuratore l’imminente arrivo nel porto spezzino di un mercantile libanese carico di armi: il Boustany One. È perciò proprio ai carabinieri di La Spezia che il magistrato affida la complessa inchiesta: la quale viene gestita in prima persona dal comandante del gruppo, con l’ausilio dei suoi ufficiali. In caso di successo l’indagine potrebbe riservare sviluppi di enorme portata: con i suoi referenti, infatti, il fiducioso trafficante non esclude di poter riuscire ad attirare in una trappola i principali esponenti del terrorismo internazionale, in modo da propiziare una retata generale.

Senonché ai primi di settembre il cargo si blocca improvvisamente al largo di Bari, senza che al comando spezzino se ne conosca il motivo: sentendosi puzza di bruciato, si decide allora di inviare in missione nel capoluogo pugliese proprio il navigato (nonché decisamente il meno in carriera tra gli ufficiali) Alessandri, affinché appuri se e come la matassa possa essere sbrogliata. Dall’agente del Sisde – nel frattempo riparato in albergo – il tenente apprende tuttavia che il motivo dell’imprevisto stop non è di carattere burocratico-legale, bensì di tutt’altra natura, a dire il vero più da film comico che non spy: alla nave è difatti malauguratamente finito il carburante proprio ad un tiro di schioppo dal porto barese, per cui servono sull’unghia cinque milioni di lire in contanti per reperire il gasolio necessario a farla ripartire.

Il rischio che un’operazione di tale rilievo possa andare in fumo per un motivo così banale è concreto: ma come inventarsi una soluzione così su due piedi in un territorio che non è il suo e dovendo per giunta agire con la massima urgenza? Il buon Giorgio si dà una risposta da idealista: mi aiuteranno i colleghi del posto. Ma nella fatua era della “telecrazia” ormai in auge anche l’Arma è cambiata, non è più quella dei Salvo D’Acquisto: la prospettiva di finire sotto i riflettori diviene spesso più forte di qualunque scrupolo di lealtà e solidarietà fra commilitoni.

Difatti il comando barese cui egli si è rivolto fiuta immediatamente la risonanza mediatica della vicenda: il pretesto è dato dalla competenza territoriale, che sarebbe stata violata dai colleghi spezzini. La stessa linea sposa ovviamente il procuratore di Bari: per cui al malcapitato Alessandri, accusato di sconfinamento, non resta che fare rientro alla base, dopo avere passato il quarto d’ora professionalmente più critico della sua carriera, salvato da guai peggiori solo dall’intervento del magistrato massese (il quale con grande lealtà assume su di sé l’intera responsabilità dell’iniziativa) e nell’infuriare della tempesta fra i due comandi contendenti.

L’importanza che le cronache attribuiranno all’operazione sarà comunque enorme, superiore a quella di qualunque altra delle pur numerose e rilevanti indagini cui il nostro ha preso parte negli anni. Nelle riprese dai vari tg nazionali effettuate davanti alla caserma di via Foscolo comparirà anche Giorgio; così come lo stesso Anghessa, nel suo quarto d’ora di celebrità, non mancherà di fare il nome di Alessandri nelle interviste rilasciate ai settimanali politicamente più impegnati, quale suo referente nella delicata missione.

L’altra delle capitali inchieste spezzine acquisirà addirittura un valore storico: essa costituirà infatti l’ultima operazione italiana di controspionaggio dell’epoca della “guerra fredda”. Siamo all’inizio dell’89 – l’anno che vedrà la caduta del Muro di Berlino – allorché, nel quadro di un lungo lavoro di sorveglianza finalizzato allo smantellamento di una vasta rete spionistica operante in Italia per conto dell’Unione Sovietica (e condotto tramite accurati pedinamenti, intercettazioni telefoniche, fotografie rubate) il servizio segreto militare decide di mettere sotto particolare osservazione due personaggi, sospettati di essere agenti del Kgb; uno dei quali risulta operante proprio alla Spezia, ove ufficialmente svolge l’attività di grossista di pellami.

Da anni del resto sono in corso tra le due superpotenze le trattative per il disarmo atomico: naturale perciò che gli armamenti necessari alla guerra “convenzionale” (ossia non condotta con armi nucleari) riscuotano sempre maggiore interesse nei servizi segreti di entrambi i blocchi, avendo ovviamente un occhio di riguardo per le assai quotate aziende belliche italiane. Per portare a compimento la complessa indagine, il Sismi chiede la collaborazione del locale comando CC: Lepore a quel punto sceglie ancora una volta di farsi affiancare dal suo specialissimo tenente.

La laboriosa inchiesta rivelerà alla fine un vero e proprio “intrigo internazionale”, nel quale risulteranno implicati i servizi di diversi paesi. La tranche spezzina in particolare porterà all’arresto anche di due dipendenti di altrettante aziende fornitrici dell’Oto Melara: erano proprio costoro a fornire al commerciante messo nel mirino dal servizio militare documenti segreti Nato di notevole importanza strategica (dai progetti – ottenuti copiando disegni di armi e carri armati – ai piani militari). In tale attività spionistica il movente ideologico contava fino ad un certo punto: difatti il Kgb pagava le sue spie per mettere le mani su quella documentazione.

L’importante contributo dato alla notevole operazione di intelligence porterà Giorgio a vivere una delle giornate più solenni della sua carriera: il 7 giugno ’89, in Arsenale, in occasione della festa per i 175 anni dell’Arma, alla presenza delle maggiori autorità civili e militari, gli viene conferito l’elogio. “Comandante di nucleo operativo di gruppo coadiuvava con elevata capacità e diuturno impegno il superiore diretto in complesse e laboriose indagini – partecipandovi personalmente – che si concludevano con la disarticolazione di una rete spionistica di vaste proporzioni che mirava ad impossessarsi di segreti nazionali di rilevante importanza strategica”. Stavolta a rendergli l’omaggio principale è il “Secolo XIX”, che nella foto a corredo dell’articolo relativo alla cerimonia immortala proprio il momento della consegna dell’onoreficenza al nostro: del resto il suo giovane redattore spezzino Paolo Brosio ha finito col prendere il posto a Pistoia detenuto dal buon Ciullini.

Sarà così il medesimo quotidiano genovese un mese più tardi a dare conto del conferimento da parte del presidente della repubblica della medaglia mauriziana, con cui ad Alessandri vengono riconosciuti dieci lustri di carriera militare “ad attestazione del lungo e meritevole servizio prestato nelle forze armate”. L’articolo non manca perciò di riportare tutte le principali tappe del percorso dal lunigianese compiuto nelle file della Benemerita.

La regola della brevità della permanenza nell’incarico vale anche per un ufficiale particolare come il nostro: l’ottobre di quello stesso anno vede così il suo ritorno a Firenze, per assumervi la guida della sezione antidroga presso il comando di Borgognissanti. Per la prima volta in vita sua egli si trova così a dover fare il pendolare: essendo infatti la moglie ed i tre figli rimasti ad abitare a Pistoia, come un qualsiasi lavoratore opta per il treno; di conseguenza sveglia presto al  mattino, per rientrare a casa la sera.

Più che mai figlio dei tempi, il reparto è stato appena costituito: una volta superata dal Paese l’emergenza del terrorismo, quegli anni Ottanta hanno difatti visto prendere sempre più corpo il dibattito sulla diffusione delle sostanze stupefacenti, nonché sulle norme con cui ribattere al sempre più dilagante fenomeno della droga. È in tale contesto politico-legislativo che l’Arma ha deciso di istituire apposite “sezioni” regionali finalizzate alla lotta al narcotraffico, alle dipendenze di un comando centrale con sede a Roma. Nel capoluogo toscano viene costituito un reparto d’élite, composto da quindici uomini, quasi tutti sottufficiali e la cui età media è piuttosto bassa: naturale perciò che a riequilibrare l’aspetto anagrafico debba essere insediato un comandante di lungo corso.

Alessandri si trova dunque ad assolvere a un delicato incarico di polizia giudiziaria, per certi aspetti analogo a quello svolto a Pistoia: nell’intendimento di chi lo ha voluto, infatti, l’attività del nuovo raggruppamento deve tendere non tanto al conseguimento di eclatanti sequestri di partite di droga quanto alla disarticolazione delle strutture criminali preposte al traffico degli stupefacenti. La peculiarità del lavoro da svolgere è data soprattutto dal coinvolgimento della sfera morale, mediante l’introduzione della figura dell’agente provocatore: ossia il carabiniere incaricato di insinuarsi sotto mentite spoglie all’interno del racket onde acquisire gli elementi necessari alla denuncia.

Nel delinearne i compiti, infatti, il nuovo ordinamento ha finito con il lasciare un confine assai labile tra quanto è legale e quanto non lo è. Non essendo in particolare consentita all’ufficiale di polizia giudiziaria operante sotto copertura la “provocazione” – ossia, in questo caso, la richiesta di droga allo spacciatore – costui, se vorrà penetrare nei gangli dell’organizzazione, dovrà conquistarsi la fiducia del trafficante, dismettendo i panni del tutore della legge per indossare volta volta quelli del ricco finanziatore intenzionato a garantirsi facili guadagni mediante speculazioni illecite, dell’acquirente di sostanze stupefacenti, dello spacciatore con il suo giro di clienti. Tutt’altro che facile, dunque, per un esponente della vecchia guardia come il nostro – nonché uomo integerrimo fin negli aspetti più marginali della vita – calarsi in tale nuova veste di attore, di camaleonte costretto a giocare, magari nell’arco della stessa giornata, i ruoli più diversi.

Questa nuova esperienza toscana finisce così con il diventare per l’ormai cinquantottenne Alessandri una sorta di prova del fuoco in cui viene rimesso in discussione tutto; a cominciare dalla concezione classica dell’indagine cui egli si è sempre saldamente ancorato: quella cioè più complessa, dura, faticosa che vuole l’investigatore raccogliere l’informazione dalla strada, quindi vagliarla e ottimizzarla per poi indirizzare lo strumento operativo verso un obiettivo preciso.

Di conseguenza il romantico vicebrigadiere che in Irpinia ebbe a rischiare la vita per servire lealmente la giustizia così come lo scrupoloso segugio della Squadra pistoiese – entrambi abituati a perseguire i propri obiettivi senza trucchi o sotterfugi – si vedono adesso costretti a lasciare il posto a tutt’altro genere di servitore dello Stato, disposto a considerare lo stratagemma di infiltrarsi all’interno dell’organizzazione criminale fingendosi amico del malvivente (e quindi acquisendo le necessarie informazioni solo grazie a tale poco ortodosso espediente) come una normalità investigativa. Insomma un bell’esame finale prima del congedo: in cui saggezza, diplomazia, disponibilità al compromesso rischiano di non essere mai troppe.

Nella nuova veste il tenente ha oltretutto la responsabilità di dover formare un bel gruppo di giovani, inculcando loro con il suo esempio quotidiano quelli che sono gli irrinunciabili valori dell’Arma ma dovendone al contempo anche frenare l’ardore ed orientare la professionalità, vista la complessità del quadro – sia normativo che strutturale, dipendendosi comunque da Roma – all’interno del quale si svolge l’attività della Sezione. Anche con questi suoi ultimi allievi il legame risulterà comunque forte: loro avvertiranno il valore anche umano del vecchio comandante, e lui li ricambierà con altrettanto affetto, avendo sempre al primo posto nella scala dei suoi valori l’onestà nonché la probità del modello offerto.

Con l’avvento degli anni Novanta prende ad imporsi, anche in ambito giudiziario, l’utilizzo del computer: Giorgio si rivela tradizionalista anche in questo, non recependo tale moda e continuando ad affidarsi alla sua vecchia, elegante stilografica da scrivania. Per quanto riguarda invece le innovazioni tecnologiche necessarie alle indagini, egli si adopra affinché l’Antidroga possa disporre della strumentazione più evoluta, a cominciare dalle microspie. Bisogna infatti considerare che il diffondersi della telefonia cellulare ha reso ormai obsolete quelle “cimici” tradizionalmente impiegate per intercettare le comunicazioni fatte da cabine e utenze private: fra coloro che traggono i massimi vantaggi da tale innovazione sono così proprio i narcotrafficanti, dal momento che non tutte le forze di polizia possono disporre della tecnologia necessaria a intercettare i portatili.

Riguardo poi alle progressioni di carriera, il 22 dicembre ’90 a Giorgio viene conferita la massima onoreficenza militare legata all’anzianità di servizio: la croce d’oro con stelletta, suggello ai suoi quarant’anni nell’Arma. Anche in questo caso la cerimonia di consegna del prestigioso distintivo ha luogo il giorno della festa del Corpo: quindi il 5 giugno ’91, presso la Caserma Baldissera sede del comando di legione, sulle amate note della Fedelissima.

Mentre la promozione a capitano gli giungerà il 31 luglio ’92. Impressionante la serie di felicitazioni che per l’occasione egli riceve da ogni dove, dai vari vertici dell’Arma ai colleghi fiorentini allo stesso procuratore Manchia: il quale non manca di omaggiare il suo indimenticato braccio destro quale “esempio di fedeltà”. Lo scatto di grado prelude ai suoi ultimi mesi in divisa: ma soprattutto alla conclusione di un’importante indagine che finirà con il rappresentare il degno coronamento di una carriera memorabile.

Sviluppandosi nell’arco di poco meno di un anno, essa non mancherà di offrire ai suoi protagonisti momenti di autentica tensione. Tra gli uomini dell’Antidroga fiorentina è in particolare un maresciallo talmente abile, coraggioso e spregiudicato da rappresentare la quintessenza dell’infiltrato: pur non condividendo il modo eccessivamente libertino con cui questi suole affrancarsi dalle regole abituali, il comandante non può tuttavia non ammirarne le eccezionali qualità professionali: fors’anche rinvenendo nel fervore del giovane collega quel fuoco sacro per la causa della divisa da lui stesso ben onorato all’inizio della carriera, pur in tutt’altri tempi e mentalità.

Una sera costui, in un ristorante della Valdinievole, dà vita ad una scena degna di un film: fingendosi un bandito genovese, è a tavola con un trafficante della zona, allo scopo di pattuire l’acquisto di un chilo di cocaina; seduti ai tavoli accanto, a vigilare, i colleghi, a loro volta mimetizzati come normali avventori. A un certo momento, però, tutti trattengono il fiato, vedendo i due agitarsi: finché il sottufficiale, da sotto il tavolo, non punta la pistola a tamburo da gangster procuratasi per l’occasione contro il commensale, onde indurlo a più miti consigli.

A tale mossa – davvero da consumato malavitoso – è stato indotto dall’atteggiamento del trafficante, il quale ha tentato una speculazione alzando il prezzo della droga. Bianco in volto, Alessandri sarebbe tentato dall’arrestarli su due piedi entrambi, onde evitare guai peggiori; ma si trattiene, limitandosi a chiedere successivamente al proprio collaboratore di stringere, a scanso di ulteriori degenerazioni. Il tenente è ben consapevole che così facendo si rischia di limitare il successo dell’operazione, conseguendo il sequestro di una quantità di droga inferiore alle aspettative; ma da quando, un giorno, uno dei suoi uomini non si è presentato all’appuntamento convenuto, facendo così temere che i narcos lo avessero fatto fuori, egli ha deciso di imporsi dei limiti nella pur disinvolta indagine: sempre in ossequio al fattore morale, allo scrupolo di chi è figlio di un’altra epoca.

Grazie alle intercettazioni ambientali viene individuata una baracca situata nella campagna di Pieve a Nievole, dal medesimo trafficante utilizzata quale base  per concordare la compravendita di ingenti quantitativi di stupefacenti. Date tali premesse, l’inchiesta parte perciò nel segno della collaborazione tra gli specialisti del nucleo fiorentino ed i colleghi della compagnia di Montecatini Terme.

Per il pomeriggio del 17 febbraio ’92 è annunciato l’incontro fra il suddetto malavitoso e un suo cliente: acquattati tutt’attorno, all’ora convenuta i militari vedono difatti arrivare, a bordo di un fuoristrada, un individuo: perso di vista per qualche minuto, egli riappare nel piazzale antistante la baracca in compagnia del trafficante in questione. Usciti dai loro nascondigli, i carabinieri intimano allora ai due di non muoversi: il narco però prima accenna ad un tentativo di fuga, quindi desiste ma gettando in una pozza d’acqua il contenuto dell’involucro che aveva in mano.

Dalle perquisizioni condotte viene fuori diverso materiale interessante. Per cominciare, ciò di cui il malvivente si è disfatto l’idrovora dei vigili del fuoco rivela essere una busta di nylon, che doveva presumibilmente contenere oltre mezzo chilo di cocaina: questo sia per la natura dei rimasugli della sostanza rinvenuta nel contenitore, sia perché all’interno del casotto vengono trovati due sacchetti identici a quello recuperato dall’acqua. Avvolti in una banconota da 1.000 lire l’uomo ha inoltre in tasca 300 milligrammi di cocaina: apparendo lampante che i due stessero contrattando la partita di coca in precedenza esaminata nella baracca, vengono entrambi tratti in arresto.

Le successive perquisizioni domiciliari confermano i ruoli degli arrestati. Decisamente più rilevante quello dell’uomo da tempo sotto controllo: un pregiudicato napoletano residente a Ponte Buggianese, e che lavora alle scuderie dell’ippodromo di Montecatini. La cui villa tanto per cominciare si presenta alla stregua di un bunker, con tanto di cancelli automatici, telecamere a circuito chiuso e cani da guardia: egli si rivelerà infatti il capo dell’organizzazione criminale. Nell’abitazione i carabinieri rinvengono altre due buste identiche alle precedenti, nonché una rubrica; in quella del suo acquirente, una bilancina di precisione ed un attrezzo per aspirare la cocaina.

A dire il vero i carabinieri hanno già individuato anche il fornitore del trafficante valdinievolino: nientemeno che un ex agente di Gladio, il quale, una volta dismessi i panni del paracadutista al servizio della patria, si è dedicato a tale nuova, proficua attività rifornendosi in Sudamerica per approvvigionare di droga, fra gli altri, i pregiudicati al soggiorno obbligato in Versilia. Fine primario dell’Antidroga è però come detto non il compimento di arresti clamorosi, bensì lo smantellamento delle organizzazioni deputate alla distribuzione degli stupefacenti: donde la tattica temporeggiatrice adottata.

Ora nel corso di una telefonata intercettata l’ex gladiatore aveva indicato all’ippico un codice di sicurezza con cui criptare i numeri telefonici: una volta sequestrata quell’agenda, Alessandri riesce a far dotare la Sezione di una strumentazione sperimentale adeguata a controbattere nella maniera più efficace alla sofisticata metodologia adottata dai criminali allo scopo di occultare oggetto dei traffici, luogo degli scambi e identità delle persone implicate. Il che consentirà ai suoi uomini di scoprire la chiave segreta predisposta dai narcos, applicarla ai dati segnati sulla rubrica e infine decrittare quei numeri occulti corrispondenti ai cellulari dei vari trasportatori, corrieri e “skipper”, oltre che degli acquirenti.

Così, dopo lunghi mesi necessari alle tecnologiche indagini, nonché alle conseguenti intercettazioni telefoniche e appostamenti, il blitz che all’alba del 23 novembre scatta un po’ in tutta la Toscana – tale era infatti la rete del racket – vedendo impegnati un centinaio di carabinieri porta alla disarticolazione di quella che la stampa denominerà la “banda della cocaina”. Quindici le persone arrestate; mentre dalle trenta perquisizioni domiciliari effettuate saltano fuori complessivamente 750 grammi di cocaina (per un valore di un miliardo di lire), un chilo e mezzo di hashish, tre chili di sostanze necessarie al taglio della droga, 300 bustine di plastica da utilizzarsi per confezionare le dosi; oltre a vari strumenti ricollegabili allo spaccio, come una bilancia elettronica e un sigillatore.

A finire in carcere sono anche insospettabili professionisti e giovani incensurati: in particolare, un noto commercialista con studio a Monsummano e l’ex portiere del Montecatini calcio, che è poi il figlio del boss. Inoltre, quella che le cronache presenteranno come la “magistrale operazione” rivela anche la ragguardevole entità del patrimonio dell’organizzazione, ammontante a svariati miliardi: i proventi derivanti dal vasto traffico venivano infatti riciclati in investimenti puliti quali immobili, titoli, azioni; donde la centralità della figura del commercialista. Giorgio avrà così la soddisfazione di vedere ancora una volta la propria foto sul giornale, scattata durante la conferenza stampa di rito.

 

Il congedo

Ma quel 1992 è anche anno di storici rivolgimenti, ad ogni livello. È in primis l’Arma a subire una profonda riforma strutturale e gerarchica, che oltre a sostituire le gloriose “legioni” e “brigate” con le più prosaiche “regioni” fa registrare un vero e proprio rivolgimento riguardo la carriera dei sottufficiali. Mentre infatti sino ad oggi per formare un comandante occorrevano non meno di una quindicina d’anni di servizio, d’ora innanzi gli allievi della scuola fiorentina ne usciranno direttamente con il grado di maresciallo.

Ma in quell’anno si ha soprattutto il culmine dell’irreversibile crisi del sistema politico italiano, demolito giorno dopo giorno dall’inchiesta milanese di Tangentopoli come dalle “picconate” dello stesso presidente Cossiga; con l’escalation degli attentati mafiosi che assesta il colpo di grazia all’ormai agonizzante Stato democristiano.

La cui parabola ha praticamente coinciso con gli anni in cui il nostro ha vestito la divisa della Benemerita: ma d’ora in poi le regole del gioco muteranno profondamente, per dar vita a quella “seconda repubblica” che finirà con il far rimpiangere tanto la prima, pur con tutti i suoi vizi e peccati. E a fare maggiormente le spese della profonda rivoluzione morale saranno in primis – oltre alla dignità formale della politica, ridotta a mero teatrino per i salotti televisivi – l’etica della magistratura come dei corpi di polizia, stravolta anch’essa dalla spettacolarizzazione della giustizia nonché dallo strapotere dei mezzi d’informazione; nonché la sacralità della procedura penale, svilita sia dalla riforma del codice in chiave “garantista” che dai nuovi costumi correnti, a tutto vantaggio dei delinquenti ed a discapito delle forze dell’ordine.

Inevitabile a questo punto che chi ha operato una vita adeguando la propria professionalità ad una certa concezione della morale pubblica e del conseguente diritto rischi adesso fortemente di apparire come un sopravvissuto. Ma soprattutto, dopo 42 anni di onorata carriera è giusto godersi anche il meritato riposo; e poi c’è Montefiore che aspetta.

Promosso maggiore il 6 dicembre ’92, allo scadere del 61° anno di età, dal giorno successivo Alessandri viene collocato in ausiliaria: l’eufemismo con cui viene reso più militante il pensionamento degli appartenenti alle forze armate. La valutazione finale del suo operato è quella di sempre: “eccellente”. Mentre i vari superiori chiamati a valutarne il conclusivo periodo di servizio paiono quasi volergli rivolgere idealmente l’ultimo, solenne saluto militare, sentito e riconoscente.

“Ufficiale di ottime qualità morali, militari e di carattere. Colto, professionalmente preparato ha atteso ai suoi compiti con zelo, determinazione ed elevato spirito di sacrificio fornendo rendimento pieno e sicuro”.

“Il capitano Giorgio Alessandri riunisce un elevato complesso di qualità, fra cui emergono la collaudata preparazione tecnico professionale e la convinta partecipazione al servizio. Sempre solerte e attivo, molto determinato e sicuro dei propri mezzi, il validissimo ufficiale, che ho avuto modo di conoscere e apprezzare anche in diversa posizione d’impiego, ha fornito prestazioni di piena soddisfazione”.

Calorosa la lettera rivoltagli dallo stesso comandante generale, tributo ai meriti del militare ma anche auspicio di un proficuo proseguimento nella nuova dimensione di vita.

 

“Caro Alessandri, nel momento in cui si accinge a lasciare le file dell’Arma, dopo quarantadue anni di servizio, desidero farLe pervenire il mio cordiale saluto di commiato. L’occasione mi è propizia per sottolineare i vari riconoscimenti a Lei tributati nel corso della carriera, tra i quali due encomi solenni, un elogio, la medaglia mauriziana, la medaglia d’oro al merito di lungo comando, la croce d’oro con stelletta per anzianità di servizio e l’onoreficenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Nella certezza che il formale distacco non attenuerà i vincoli ideali che La uniscono alla grande famiglia dell’Arma, significati anche con la medaglia concessaLe a ricordo del servizio prestato, accolga i miei più fervidi voti augurali affinché l’avvenire Le riservi ulteriori soddisfazioni.”

 

Ma quello che gli tocca più il cuore è forse il messaggio indirizzatogli dai ragazzi della Sezione, riconoscenti per quanto ha saputo trasmetter loro il vecchio comandante ma anche ideali portavoce di tutte le generazioni di militari da lui formate negli anni: “Orgogliosi di essere stati alle Sue dipendenze, Le formuliamo i più sinceri auguri per l’avvenire”. Affollatissima la cena con cui il congedato saluta amici e colleghi di una vita, e che si tiene ovviamente in quel di Pistoia; commovente in particolare l’intervento del dottor Manchia, il quale ha ancora parole di elogio per il suo storico collaboratore: dopodiché può avere finalmente luogo tra i due indefessi servitori della giustizia quell’abbraccio ai tempi della Squadra mai materializzatosi in ossequio all’etichetta.

D’ora in avanti Giorgio dedicherà la gran parte del suo tempo a Montefiore, vestendovi i preannunciati panni del Cincinnato e dedicandosi in particolare alla vigna (lui quasi astemio: eppure devoto al rito contadino della vendemmia), agli olivi (tutti ripiantati dopo la gelata dell’85), all’innesto di nuove piante, al roseto, all’orto. Ma senza dimenticare l’amato cavallo, al cui agio dedica un boschetto appositamente acquistato, recintato e dotato di ogni comfort: a cominciare dall’acqua corrente, ottenuta mediante la derivazione di una gora, da lui approntata personalmente.

Dismessa la sella della sua ardente gioventù, è adesso il momento di una più riposante baracchina: naturalmente d’epoca, ed a vestire i cui finimenti giunge nientemeno che un trottatore dimesso dall’ippodromo di Montecatini. In auge sale poi anche la Storia: sia dedicandosi alla lettura di libri che raccogliendo oggetti simbolici della civiltà contadina. Mentre quando si trova nella casa di Pistoia sono ancora i devoti ragazzi dell’Antidroga a fargli respirare ancora, con le loro periodiche visite, l’atmosfera dell’Arma e dell’ufficio.

Ma il maggiore non è certo il tipo da vivere di ricordi, o di nostalgie: del resto, ad impedirgli una tranquilla vecchiaia da pensionato è il conto lasciato in sospeso con la vita quella drammatica notte del ’55. L’epatite cronica contratta a causa di quella infausta trasfusione è purtroppo nel frattempo degenerata in cirrosi epatica: una malattia tremenda, che corrode il fegato giorno dopo giorno compromettendone le funzioni vitali, ed il cui effetto più evidente e fastidioso è per Giorgio una lesione permanente al labbro, che nessuna cura né cauterizzazione riuscirà a sanare; a ciò si aggiungano la vitiligine, che lo affligge ormai da anni, il riacutizzarsi dei dolori all’addome nonché tutta una serie di patologie collaterali.

Sa tuttavia affrontare dignitosamente anche il suo male: sinché il fegato, ormai ridotto alle dimensioni di una noce, non sarà più in grado di depurare il sangue, compromettendo di conseguenza anche il cervello; nei suoi ultimi mesi egli sarà per giunta colpito dai sintomi dell’Alzheimer, perdendo progressivamente la propria lucidità e con essa ogni normalità di vita.

Sino alla morte, che avviene il 27 gennaio 2005, all’ospedale di Pescia. Giorgio Alessandri va a ricongiungersi agli amati genitori nel piccolo cimitero di Offiano, in mezzo alle sue montagne, rivolto verso i luoghi a lui più cari.

 

Ringraziamenti

A Ruggero Battaglini, amico d’infanzia di Giorgio, ispiratore della presente biografia nonché raffinato custode di tanti bei ricordi montefiorini.

A Paris Musetti, impareggiabile memoria storica: su Montefiore, sul Molino, su Beppe, su Giorgio.

Ad Antonio Musetti, per la sapida rievocazione della figura di Nonno Faustino e la meticolosa ricostruzione del meccanismo di funzionamento nonché dell’atmosfera del Molino.

A Tito Bartoli, per la descrizione dell’organizzazione della “scuderia” del padre Ariante.

A Pietro Fileccia, giovanissimo collaboratore alla Squadra, devoto al Comandante come un figlio.

A Carmine Apicella, per il commosso ricordo degli anni dell’Antidroga.

A mia madre, per i vividi ricordi e la pazienza.

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L’unione tra Regnano e Montefiore del 1419

Presso un collezionista di documenti antichi di Fivizzano sono custoditi due contratti che ci attestano lo stato dei rapporti fra i due paesi posti a monte della Val d’Aulella: Regnano e Montefiore. Mentre infatti il primo, stipulato tra le rispettive rappresentanze civiche il 12 febbraio 1419, registra l’“unione” tra i due comuni, l’altro, concluso il 17 agosto 1780 fra il regnanino Andrea Bizzarri e “Popolani di Regnano e Montefiore”, specifica di considerare i due villaggi “però sempre non come corpo di una Comunità, e Università, come di prima erano, ma come particolari, ed uti singuli, e non altrimenti, e non in altro modo”.
Con atto del 22 maggio dello stesso anno il Bizzarri si era impegnato a “prendere a livello perpetuo dalla Comunità di Fivizzano tutti li Beni, che già erano della soppressa Comunità di Regnano per l’annuo Canone di Lire Fiorentine Ottanta”. Poi però, “riflettendo esser malagevole il poter conservare, e custodire, e far uso conveniente di tutti li suddetti Beni Livellarj”, l’uomo aveva giudicato “di maggior vantaggio, e per se, e per altri, porre a parte altre Persone del medesimo Luogo di Regnano” di quegli stessi terreni da lui precedentemente presi in affitto.
Insomma un curioso caso di ripensamento personale sullo sfondo delle profonde riforme avviate in quegli stessi anni dal granduca di Toscana Pietro Leopoldo di Lorena: il quale, nella sua radicale ristrutturazione di tutto quanto l’apparato statale, andava di fatto liquidando l’intero “sistema” medievale. Comprensibile perciò che a chi aveva in un primo tempo giudicato poter far fronte con le sole proprie forze all’inedita situazione determinatasi capitasse di doversi ricredere una volta toccate con mano le nuove disposizioni legislative e fiscali.
Dei due “istrumenti” – ossia atti notarili – il più importante è tuttavia di gran lunga il primo, in assoluto uno dei documenti più antichi riguardanti i due castelli; esso non ci è giunto in originale bensì in una copia settecentesca, con tutta probabilità redatta dal notaio fivizzanese Gregorio Securani.
“Gregorius Securani Fivizzanensis Notarius Publicus” è infatti la firma che leggiamo in calce al rogito del 1780: la cui grafia appare però del tutto identica a quella con cui è stato vergato quello del 1419. Si può pertanto ragionevolmente ipotizzare che prima di redigere il nuovo contratto lo scrupoloso funzionario si sia premurato di consultare tutti i precedenti riguardanti le due comunità in questione, imbattendosi così nel prezioso “Istrumento” quattrocentesco. Forse perché deteriorato, forse perché redatto in un volgare incomprensibile ai contemporanei, il Securani dové a quel punto pensare di trascriverlo, propiziando così la trasmissione ai posteri di un atto di inestimabile valore storico.
Tre furono perciò i notai che concorsero alla conservazione del documento: in primis Egidio di Argigliano, che lo redasse nel 1419 “Signore Spinetta Marchese Malaspina di Verrucola”; quindi Lazzaro Cervi di Gragnola, che lo trascrisse per i registri del marchesato di Castel dell’Aquila copiandolo “fedelmente con licenza concessa dal Magnifico Sig.re Iacopo Malaspina”: presumibilmente attorno al 1450, dal momento che fu in quell’anno che Iacopo si impossessò di gran parte dei possedimenti dello zio materno Spinetta, provocando tuttavia l’intervento della Repubblica fiorentina che di lì a poco doveva ripristinare lo status quo; infine il Securani.
Il contratto diviene così involontariamente testimone delle vicissitudini che squassarono in quegli anni queste terre della Lunigiana orientale, legate alla lotte intestine che tradizionalmente caratterizzarono il casato malaspiniano ed in particolare alla rapacità dei marchesi di Castel dell’Aquila nei confronti di quelli di Verrucola: al punto che lo stesso Spinetta all’età di due anni si era salvato solo per miracolo dalla strage della sua famiglia perpetrata dai rivali gragnolesi, per essere quindi posto sotto la tutela fiorentina. Quando poi attorno al 1430 il territorio della signoria fivizzanese era stato occupato dalle truppe milanesi condotte dal Piccinino, Regnano ne aveva approfittato per sottomettersi a Lucca, per ritornare sotto Spinetta nel 1433.
Esso rappresenta inoltre un raro esempio di fusione tra due castelli montani nell’età medievale: evidentemente allo scopo di superare quella tradizionale rivalità tra villaggi confinanti ben esemplificata dal brocardo latino “vicinitas est mater discordiarum”, ci si impegnava a considerare comuni le superfici prative e boschive afferenti i due paesi – entrambi caratterizzati da un’economia prettamente agricolo-pastorale – nonché a condividere determinati diritti e doveri.
Venendo all’analisi dei termini dell’accordo, tuttavia, non si può mancare di rilevare come esso giovasse esclusivamente agli “Uomini” di Regnano, andando per contro a tutto svantaggio di quelli di Montefiore. Tanto per cominciare, esso statuiva doversi ridurre le due comunità sia ad “un solo Comune, e corpo, e università sotto il nome, e vocabolo di Regnano, cioè del Comune di Regnano” che “ad un solo Estimo, cioè all’Estimo di Regnano”: Montefiore rinunciava così in un colpo solo tanto alla propria autonomia politica quanto a quella economica.
Entrando poi nei dettagli, ci si rende conto dell’importanza attribuita nel documento al bosco di Caffaggio, posto sulla collina dominante la riva destra dell’Aulella, a ridosso del sentiero che dalla Pieve di Offiano porta al Castello di Regnano. Agli abitanti del quale veniva consentito di usufruire “impuramente e liberamente” sia della riserva che dei sottostanti pascoli per condurvi il bestiame: evidentemente i pastori regnanini, non disponendo nel loro territorio di terreni altrettanto ubertosi e soleggiati, tendevano a sconfinare in quello appartenente al comune più a valle, finendo con il provocare una situazione conflittuale cui si dové porre rimedio in tale maniera.
Ma perché – ci si potrebbe allora chiedere – i montefiorini si risolsero ad accettare un accordo del genere, che non bilanciava tali concessioni con alcuna clausola a loro favore? Fra l’altro, il tempo avrebbe sancito l’assoluta mancanza di accortezza con cui venne pattuita quella “unione”: nei secoli a venire infatti la gente di Regnano avrebbe approfittato della nuova situazione determinata dal contratto, dando vita ad una vera e propria forma di espansionismo per cui quello stesso bosco sarebbe finito tutto nella proprietà di privati regnanini.
Si può allora pensare alla volontà della gente di Montefiore di evitare una situazione di costante tensione con i più numerosi e agguerriti vicini, se non addirittura una guerra: donde l’accondiscendenza nei confronti di un patto che li penalizzava non poco. Neppure però si può trascurare il ruolo giocato nell’occasione dallo stesso marchesato, il quale sicuramente incentivava accordi del genere: della somma di duecento fiorini versata a garanzia dai contraenti la metà veniva peraltro incamerata dalla signoria, mentre l’altra restava depositata a risarcimento della parte eventualmente danneggiata.
Ma soprattutto, dei due castelli ai marchesi della Verrucola doveva necessariamente stare più a cuore quello montano, collocato in posizione strategica dal punto di vista viario: da Regnano si dipartivano infatti numerosi sentieri, tutti di cruciale importanza. In particolare, quello di Casteglia, che valicando l’Alpe di Mommio portava verso il Cerreto e quindi l’Emilia; quello di Tea, passaggio obbligato per recarsi in Garfagnana; mentre tra i vari diretti al fondovalle lunense spiccava quello per la Pieve di Offiano, via maestra per raggiungere Fivizzano. Al punto che tra i mercanti medievali lucchesi si era diffuso l’adagio per cui “chi governa Pontremoli e Regnana è signor di Lunigiana”.
Copia D’Istrum.to del Comune di Regnano e Comune di Montefiore del 1419
Nel Nome del Signore Amen
Nell’anno dalla Natività del medesimo Millequattrocento dicianove, Indizione duodecima il dì 12 del mese di Febbraro.
Congregati, e radunati, et uniti li Uomini, e persone, e comuni infrascritti al suono della Campana, e con la voce del Messo, come è il costume della Villa di Regnano (1) nell’ara (2) di Gió. Simone posta avanti la casa di d.to Gió. Simone nella quale abita, e risiede, nel qual luogo, et ara di d.to Gió. Simone li detti Uomini, e Persone, e comuni tra loro scambievolmente ordinorno, e deputorno che detta comunione tra la comunità di Montefiore, e Regnano, e per le altre cose da farsi, e da trattarsi, e da firmarsi, e stabilirsi, i nomi dei quali Uomini, e persone, e comuni sono questi verbi grazia Matteo Bertoli, Simone Cardelli, Pellegrino del q. Sante, Bartolomeo Ugolini, Cipriano Franceschini, Pauluccio Pellegri, Antonio Regnani, Bertolo Megliorati, Bertolo Carletti, Gió. Andrea Pauluccio di Giovanni, Antonio di Pietro, Antonio Agabit, Gregorio Agabit, Guidone di Gió. Simone Vico, Gió. Francesco Chelli, Luccio di Luccio Bertolucci, Bertuccio Pellegri, Pellegrino Pellegri, Corrado Zannetti, Bertoluccio di Gió, Marco Sozzi, Binetto Vannucci, Giovanni Nicoletti, et Antonio Andreoli tutti di Regnano, e della Villa di Regnano da una parte, li quali adesso fanno, constituiscono, e rappresentano il comune, et università (3) di Regnano dalli quali si fanno, e sempre furono soliti farsi tutti, e singoli li negozj (4) tanto piccoli, come grandi della Comunità di Regnano essendo questi più di tre parti delle quattro, che compongono la Comunità di Regnano, e vi sono quasi tutti, & Bartolomeo Giacobini, Pietro Santi, Antonio Amadei, Gió. Mandina, Pietro Macchiardi, Francesco dei Magri, e Piccillo d’Antonio dall’altra parte tutti del Comune di Montefiore, li quali ora fanno, constituiscono, e rappresentano il Comune di Montefiore, essendo più di tre parti delle quattro, che formano il Comune di Montefiore, e dalli quali si fanno, e sono sempre stati soliti farsi li interessi, e Negozii tanto grandi, come piccoli della Comunità di Montefiore per loro, e per ciascheduno di Loro, e per li suoi Eredi; e successori, et in vece, e nome delli detti Comuni, et Uomini di Regnano, e di Montefiore, e ciascheduno delli stessi per se, e per li loro Comuni tanto una parte, come l’altra unitamente considerando, e avvertendo quel detto dell’Apostolo che dice ogni Regno in se diviso sarà desolato, et al contrario se sarà unito si conserverà, e volendo, e desiderando essere, e permanere, e che sia un solo Comune, e corpo, e università sotto il nome, e vocabolo di Regnano, cioè del Comune di Regnano, et essere della Terra di Regnano, volendo vivere, essere, e considerati in tutti li negozii, e partecipare delli comuni in qualunque loco fossero appartenenti al detto Comune: li detti Uomini, e persone soprascritte non discordantemente, ma uniti, e d’accordo, ed una voce congregati, e come sopra chiamati, e radunati, puramente, liberamente, semplicemente con l’animo, e col cuore giocondo per il bene, ed utilità delli detti Comuni, e di ciascheduno delli stessi, e perché una cosa sola prevale ad onore, e riverenza di Dio, e della Beatissima Vergine Maria sua Madre, e della dilui Corte celeste, et ad onore del pacifico, e longo Stato del Magnifico Sig.re Signore Spinetta Marchese Malaspina (5) di Verrucola, sotto il di cui Dominio, e Comando li detti Comuni, e ciascheduno di essi di Regnano, e di Montefiore, e salutevolmente sono governati, e possa più lungamente governare, et essi da quello essere governati unirono incorpororno, et accomunorno tutti li loro Comuni, possessioni domestiche, e di Campagna, e Selvatiche di detti comuni, e non delli privati, e non di ciascheduno delli Uomini, e persone, e tutti li Boschi delli detti due Comuni li pascoli, li Iussi (6), e Iurisdizioni (7), e pertinenze, le azioni (8) utili, e dirette, et acquistate e prescritte, e tutte le cose immobili, le quali li detti Comuni di Regnano, e di Montefiore anno, avranno, et aver potessero, in qualunque luogo fossero, e si potessero ritrovare in qualunque parte, e confini in qualunque modo, e forma.
Volendo, e dicendo li soprascritti Uomini, e persone dalli detti due Comuni che tutti li beni delli detti Uomini, e delli detti Comuni, le robe, e le persone tanto proprie, che private di ciascheduni, quanto comuni di tutti li soprascritti Uomini, e delli detti Comuni debbano descriversi, ridursi, e posti ad un solo Estimo, cioè all’Estimo di Regnano, e chiamarsi sotto il nome, e vocabolo del Comune di Regnano nel quale, e per il qual Estimo di d.to Comune di Regnano, e secondo il quale tutte le Collette (9), et imposizioni contingenti a detti Uomini, e persone, e comuni predetti reali, e personali debbano imporsi, e distribuirsi, e per il detto Estimo debbano, e possino effettualmente compartirsi dalli Consoli, e Officiali di d.to Comune di Regnano, o da altra persona idonea, che avesse la facoltà alle cose predette, talmente, et in tal maniera, che da adesso in avvenire si abbino, si trattino, e siano reputate da tutti, et in tutte le cose come un sol comune, un corpo, et una università, e sia un sol comune con li patti, e condizioni q. che sono inserti (10) in questo presente Contratto, e con solenne stipulazione tra li detti Uomini, e parti soprascritte qui presenti, e tra loro d’accordo, e niuno discordante, e V. G. (11) per questa comunione, o incorporazione tanto delli Comuni, come delli Iussi delli infrascritti, e delli beni in niuna maniera non ostante li detti Uomini, e parti infrascritte con questo patto non intendono in niun conto derogare, che detti Uomini, e persone tanto di Montefiore, come di Regnano, et al comune di Regnano possino, e vogliano fare, et imporre fola (12), bando, o bandi, proibizioni sopra le loro possessioni, Iussi, e luoghi a loro appartenenti avanti il presente contratto con la pena, che a loro parerà in quella maniera, che potevano fare avanti, che si facesse il presente Contratto, e quelli, che caderanno nel bando, e dannificheranno nella fola, o bando possano essere puniti, e condannati e possano esigere la pena con pignorare, e fare altre cose, come le potevano fare avanti del presente Contratto sopra i Beni, e ragioni a loro, et ai loro comuni appartenenti, purché le pene, che si esigeranno in qualunque parte del Comune di Regnano, e di Montefiore siano comuni, e si applichino, e si distribuischino all’una, et all’altra parte tanto a quelli di Montefiore, come a quelli di Regnano.
Parimenti che li Uomini, e persone di Regnano, e della Villa di Regnano, o alcuno di loro non possano ne per se, ne per altri, e non ardischino, ne presumino in qualunque modo, e forma lavorare, occupare, ne tagliare, o dar foco, far legna, ne travicelli, o travi, ne far fare ad altri nel bosco di Montefiore posto ne’ suoi confini luogo d.to in Caffaggio (13) sotto in qualunque parte, e confini si ritrovi ne in alcuna parte di d.to bosco possino, o debbano le persone di Regnano fare le cose predette, se prima non avranno ricercata, et ottenuta la licenza dalli Uomini di Montefiore, o dalla maggior parte delli Uomini di Montefiore, anzi sia, et essere s’intenda proibito a quelli, et a ciascuno di quelli di Regnano vietato in tutto, e per tutto, com’era avanti il presente Contratto; per il qual Contratto, e per le cose in quello contenute non intendono li Uomini di Montefiore ne alcuno di quelli sotto qualunque pretesto non intendono di pregiudicare alle loro ragioni, e privilegj, che anno sopra il d.to Bosco di Caffaggio ne in tutto, ne in parte, e così quello sia, e resti di quelli di Montefiore con le ragioni, che vi avevano sopra prima, che si facesse il presente Contratto; Ma possino però li Uomini, e le persone di Regnano, e della Villa di Regnano impuramente (14), e liberamente, come li vien concesso in avvenire, et in futuro senza chiedere licenza alli Uomini di Montefiore condurre, o far condurre a pascolare in detto bosco, et in qualsivoglia parte di quello pecore, capre, et qualsivoglia altro bestiame grosso, e minuto, e di qualunque sorta si sia tanto proprii, come se l’avessero da altri, senza alcuna contradizione, molestia, o riprensione delli Uomini, e persone di Montefiore. Parimenti che tutte le Entrate, e rendite, e spese dell’uno, e dell’altro di d.ti comuni di Montefiore, e di Regnano, che al presente appartengono, e si aspettano, e che in avvenire potessero spettarsi alli detti Comuni, o a qualunque di quelli, siano, et esser debbano comuni delli Uomini, e delle persone di d.to Comune di Montefiore, e di Regnano, et al d.to Comune siano distribuite, sociate, et egualmente divise tra li Uomini di Montefiore, e di Regnano, secondo la rata (15) di ciaschedun Comune, la qual unione, comunione, et incorporazione fatta, patti, e convenzioni, e tutte le cose soprascritte contenute in questo Stromento promessero, e convennero dette parti per loro, e per li loro eredi, e successori concordantemente con solenni stipulazioni personalmente giurorno sopra il Santo Evangelo toccate le carti (16), e scritture nelle mani di me Notaro infrascritto tutti, e ciascuni Uomini, e persone infrascritte tanto di Regnano, come di Montefiore avere in perpetuo rate (17), e ferme, et in niun modo fare contro di quelle, ne loro stessi, ne farli contradire per altre persone ne direttamente, ne indirettamente, e di non fare opposizione alcuna di ragione, o di fatto ne al presente contratto ne alle cose in quello contenute, e di non farli contro in niuna forma e tutte queste cose promessero sotto la pena, et a nome di pena, di Fiorini Dugento, dico 200., così tra le dette parti concordorno, e convennero, e la metà di d.ta pena sia, et esser debba applicata alla Camera del prefato Magnifico Sig.re Marchese Spinetta Malaspina, e l’altra metà sia, e si applichi alla parte, che osserverà, e vorrà osservare la soprascritta unione, e tutte le cose contenute nel presente Contratto, la qual pena tutta la parte, che non osserverà, e non attenderà tutte le cose contenute in questo contratto, sia tenuta a pagare, e sborsare per la metà, come sopra, e tal pena si esigga, e si possa esigere ogni volta che in qualunque modo si contrafarà ad alcuno dei Capitoli contenuti nel presente Contratto e pagata, o non pagata la pena restino rate, valide, e ferme tutte, e singole le cose, che sono espresse nel presente Contratto, per le quali tutte infrascritte cose così fermamente da osservarsi, d’aversi, e tenersi ferme, unitamente le parti in solidum (18) promisero di adempire, e così si obbligorno scambievolmente, promettendo una parte all’altra, obbligando loro stessi, et i loro Eredi, e successori i loro beni tutti presenti, e futuri mobili immobili, corporali, e non corporali per pegno, et ipoteca, e con solenne stipulazione promessero, e convennero le dette parti, cioè li Uomini, e le persone di Montefiore, e li Uomini, e le persone di Regnano scambievolmente una parte all’altra di rifare, rendere, e restituire tutti, e ciascuni danni, spese, ed interesse che una parte per colpa dell’altra parte, che contrafarà o di ciascuno di quelli, che contrafaranno, avrà dovuto fare tanto in Giudizio, come fuori di Giudizio.
Furono fatte tutte, e ciascune le suddette cose nella Villa di Regnano nell’Ara di Gió. Simone di detto loco posta avanti la Casa di d.to Gió. Simone presenti Alberguccio Bertolini di Verrucola, Andriolo Simonini, Iacopo del fu Paolo ambi di Argigliano, Vernaccio Orlandi di Metra, e Iornello del fu Ghirardino di Codiponte testimoni alle cose infrascritte adoperati chiamati, e pregati.
Io Egidio Notaro infrascritto, e infrascritto dalli infrascritti Uomini pregato ho scritto
Io Lazzaro Cervi del q. Ser Agostino di un altro Lazzaro del q. S. Egidio di Argigliano abitante in Gragnola con autorità Imperiale Notaro pubblico, e Giudice ordinario ho fedelmente estratto, e copiato fedelmente con licenza concessa dal Magnifico Sig.re Iacopo Malaspina (19) Marchese del Castello dell’Aquila dalli Protocolli, et imbreviature (20) del predetto q. S. Egidio Notaro sudetto, senza variare minima cosa, ma hò copiato parola per parola, com’è in detti Protocolli.
In fede delle quali cose mi son sottoscritto, e vi hò posto il mio segno, et il mio nome

1)La campagna soggetta al castello di Regnano.
2)Possedimento di 100 metri quadrati.
3)Universalità, totalità degli abitanti.
4)Interessi economici, affari.
5)Spinetta (1416-78) era figlio di Bartolomeo di Verrucola e Margherita Anguissola. Sopravvissuto grazie alla presenza di spirito di una serva e assieme alla sorella Giovanna (deliberatamente risparmiata dagli assalitori onde darla in sposa ad uno degli ispiratori della congiura) all’eccidio consumatosi nel 1418 alla Verrucola, il piccolo venne posto sotto la tutela della Repubblica fiorentina: la quale avrebbe provveduto anche al recupero delle terre usurpate dai Malaspina di Castel dell’Aquila, esercitandone la reggenza sino alla maggiore età del legittimo titolare.
6)Ordinamenti, norme acquisite.
7)I territori soggetti ai due Comuni.
8)Le attività lavorative tradizionalmente svolte in detti luoghi.
9)Raccolte di denaro per far fronte a spese pubbliche.
10)Contenuti.
11)Verbi Grazia.
12)Disposizioni pubbliche diffuse mediante fogli di carta.
13)Bosco recintato.
14)Senza l’obbligo di pulire, di ripristinare le condizioni precedenti la permanenza del bestiame.
15)Quota spettante.
16)Carte.
17)Legittimamente riconosciute.
18)Assumendo le medesime responsabilità.
19)Figlio primogenito di Antonio Alberico, marchese di Fosdinovo e Massa, e di Giovanna Malaspina di Verrucola, Iacopo succedette al padre nel 1445; morì nel 1481.
20)Le minute dei negozi giuridici che il notaio era tenuto a redigere in forma abbreviata sottoponendole all’approvazione delle parti, per poi rielaborarle dando vita all’atto definitivo.

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‘Memorie e pensieri di un lupo azzurro’ di G. Pepi

Nel saggio Memorie e pensieri di un lupo azzurro l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi tira le somme della propria esperienza umana, politica e professionale, sviluppando al contempo profonde riflessioni riguardo alla società attuale. Il titolo dell’opera vuol evocare quanto narrato da un’antica leggenda irlandese circa un lupo dal pelo azzurro cacciato dal branco e costretto a vivere per conto suo: ma oltre che per l’anomalia esteriore la bestia si rivelerà diversa anche nell’indole, non ululando né rivolgendosi alla luna e alle altre forze della notte bensì privilegiando il sole quale unica fonte di vita ed energia. Evidente la leopardiana metafora con cui l’Autore intende paragonare lo scomodo destino di quello strano animale al suo.
Tra le tante ascendenze filosofico-letterarie richiamate nello studio spicca la Rivolta contro il mondo moderno: l’opera con cui nel 1934 il teorico della “rivoluzione conservatrice” Julius Evola individuava nel culto della Tradizione il modello di filosofia della storia da contrapporre a quello positivistico-darwiniano secondo il quale l’evolversi della civiltà apporta in ogni caso evoluzione e progresso. Pepi fa sua la concezione evoliana secondo la quale il cammino della storia genera in realtà involuzione e regresso rispetto a una originaria “età dell’oro”: ed è come se queste Memorie rappresentassero il seguito delle dottrine espresse dal solitario pensatore romano, applicate non a mode e costumi della prima metà del ventesimo secolo bensì a quelle di questo ancor più desolante e “regressivo” inizio di terzo millennio.
La scintilla che ha portato l’Autore a mettere nero su bianco le sue riflessioni è stata l’ammirazione provata dinanzi all’arco di Traiano, a Benevento, le cui decorazioni intendono celebrare i principi portanti la romanità: la virtus, l’honos, la pietas, l’humanitas, l’auctoritas. Purtroppo oggi quei valori non esistono più, sostituiti da finalità ben più meschine quali l’arricchimento e il successo effimero e nella più totale assenza di ogni anelito di elevazione spirituale. La speranza di Pepi è che non tutti tra le nuove generazioni abbiano portato il cervello all’ammasso di questo mondo moderno globalizzato e materialista e che almeno tali giovani eletti nel definire gli obiettivi della propria vita sappiano distinguere “tra elevazione spirituale e abbrutimento della materia, tra amore per le proprie radici e appiattimento per la globalizzazione, tra amore per la natura e tecnologia distruttiva”.
Tutto il saggio è così pervaso dal culto per quei valori sacri e inviolabili che i Romani sintetizzarono nel principio del mos maiorum: l’abbandono del quale ha determinato l’abbrutimento della condizione umana nelle religioni monoteiste, lo sfascio dell’istituto della famiglia ma anche il fallimento dell’unità politica europea. L’essersi ispirati al modello capitalistico rappresentato dagli USA piuttosto che a quello sancito dall’impero romano (o a quello di Carlo Magno che ne mutuava i principi) ha difatti prodotto questa squallida Europa “delle banche, delle multinazionali, sionista, solidarista, globalizzata e materialista”. Quale differenza tra i meschini interessi odierni dettati dalla troika e le nobili finalità che guidavano l’azione di Roma: la quale, “stabiliti i principi generali che dovevano valere per tutte le province dell’Impero e per i popoli che le abitavano in materia di politica estera, fiscale e militare lasciava che le singole province si autogovernassero con proprie leggi emanate dalle loro decentrate assemblee Senatoriali rispettando le religioni, le tradizioni, gli usi ed i costumi delle varie regioni”.
Precisata ancora sulla scia di Evola la differenza tra il concetto più corrivo e commerciale di “tradizione” – ossia quello che porta alla periodica celebrazione di appuntamenti di tipo culturale, folkloristico, gastronomico, paesano, religioso ecc. – e quello aulico per cui l’individuo che vi si richiama si dispone a vivere in stretta simbiosi con il principio divino nonché con la natura quale sua diretta emanazione, coltivando un modello di società meritocratica e piramidale, rinnegando il credo evoluzionistico della vita come della storia e identificando i mali peggiori della contemporaneità in cupidigia e culto del denaro, “tipico della civiltà illuministica borghese che ha generato il peggior modo di governare e cioè la democrazia”, l’Autore individua anzitutto nell’americanismo imposto dalla vittoria statunitense nel secondo conflitto mondiale il seme della definitiva decadenza del mondo occidentale.
Avendo quei fallaci valori pesantemente condizionato mode e orientamenti dell’epoca, e perdipiù dandosi quale unico modello alternativo quello sovietico, lo studente Pepi avvertì sin da subito l’esigenza di ricercare una “terza via” da contrapporre tanto al liberal-capitalismo di stampo anglosassone quanto al materialismo ateo professato dal comunismo. Di qui ad aderire al partito più eretico dello schieramento politico italiano, e cioè il Movimento Sociale, il passo fu breve: per quanto il giovane Giangualberto non condividesse affatto le posizioni moderate e filoborghesi espresse dal segretario – peraltro anch’egli fiorentino – Arturo Michelini, richiamandosi piuttosto a quelle decisamente più anticonformiste propugnate da Pino Rauti, fedele alla lezione evoliana al punto di considerare capitalismo e socialismo modelli economico-politici parimenti da rigettare quali figli di concezioni ideologiche sostanzialmente identiche in quanto entrambe pesantemente materialistiche.
Tracciando un bilancio della propria esperienza all’interno del MSI Pepi rileva che il partito ebbe a perdere il treno dell’ascendente sulle masse giovanili in occasione della contestazione del Sessantotto, allorché non seppe interpretare le istanze di cambiamento provenienti dal movimento studentesco lasciando così il monopolio dell’utilizzo politico della rivolta in mano alle sinistre: improvvida fu in particolare la linea assunta dalla dirigenza missina all’indomani della “battaglia di Valle Giulia”, che al termine di quegli storici scontri con la polizia davanti alla facoltà di Architettura della Sapienza aveva visto gli studenti di destra occupare Giurisprudenza, quelli di sinistra Lettere. La sconfessione da parte di Michelini del loro operato determinò un’insanabile spaccatura con tutti quei giovani che intendevano lottare da destra per una società migliore: al cui afflato ideale non restò che lasciare il MSI al suo ottuso quanto sterile parlamentarismo per avvicinarsi alla destra extraparlamentare.
Uno dei quali era proprio il nostro Giangualberto: non certo nuovo alle posizioni di rottura anche all’interno del partito, dal momento che intervenendone a un’assemblea aveva già aspramente criticato l’aggressione americana in Vietnam, beccandosi così del comunista da parte dei benpensanti camerati in doppiopetto. Né, bisogna dire, egli condivideva la posizione pasoliniana per cui il vero rivoluzionario a Valle Giulia solidarizza coi poliziotti, proletari di fatto in quanto “figli di poveri”: per lui infatti quelli agitati addosso agli studenti altro non erano che “i manganelli della polizia borghese”.
Per concludere sulla sua avventura politica, ancor peggio a Pepi sarebbe andata in Alleanza Nazionale: nella quale rimase un solo giorno, allorché, partecipando alla direzione provinciale, si rese conto di trovarsi in un partito “divenuto borghese e liberale, che aveva rinnegato le idee che sempre avevo propugnato, e che aveva dimenticato per il successo e il potere il sangue e il martirio dei nostri morti”. Mentre della successiva, “infelice esperienza nel MSI-Fiamma Tricolore è meglio non parlare”.
Volentieri invece l’Autore parla degli anni di piombo, caratterizzati dallo slogan “uccidere un fascista non è reato” e riconoscendo perciò di averla all’epoca lui stesso scampata bella. “Tutto sommato io sono stato fortunato in quanto non ho subito danni fisici, né carcerari: ma quanta emarginazione, quanta tensione psichica, quante attenzioni nel tornare a casa per evitare agguati, quante perquisizioni poliziesche!”.
Capillare la ricostruzione che viene offerta di quello sciagurato periodo della storia italiana, ovviamente valutato da un punto di vista di destra. Triste allora constatare come in quel periodo nel nostro Paese un assassinio ascrivibile a motivi ideologici non venisse valutato dall’opinione pubblica uniformemente bensì con discriminazioni che riflettevano il colore politico della vittima: “la morte violenta di un ragazzo di destra non è mai stata considerata uguale a quella di un ragazzo di sinistra”. Inaccettabile poi – specie per un uomo di legge – la responsabilità che nel determinare una simile situazione grava sugli organi di giustizia, considerando che “tale discriminazione non è stata effettuata dalle forze di sinistra ma dalle istituzioni governative e soprattutto dalla Magistratura, ricercatrice all’epoca solo ed esclusivamente di trame nere nonostante l’evidenza degli atti processuali dimostrasse che si trattava di omicidi compiuti dai rossi”.
Famigerata invenzione del sistema fu appunto quella delle “trame nere”, in modo da impegnare magistrati “allineati” quali Violante, Bianchi D’Espinosa, Vigna dietro tali fantasmi piuttosto che a dare giustizia a ventenni assassinati solo per il fatto di essere stati classificati dagli avversari quali “fascisti”: ciò nonostante la gran parte di essi fosse nata ben dopo la fine di quel regime e perdipiù a prescindere dalla particolare disposizione ideologica di ciascuno nei confronti di esso. Machiavellicamente allora “non appena veniva ucciso un ragazzo di destra subito si predisponeva la mobilitazione antifascista per dimostrare che la morte era ascrivibile a contrasti interni al MSI o al gruppo di destra; se poi venivano individuati gli autori del crimine, immediatamente a sostegno degli imputati intervenivano gli intellettuali di sinistra, tramite il soccorso rosso finanziato in primis da Dario Fo e Franca Rame. Così se veniva ferito o ucciso un ragazzo di sinistra sindacati e forze politiche indicevano immediatamente scioperi e manifestazioni, mentre se veniva trucidato un ragazzo di destra restava solo il dolore dei genitori”.
All’Autore tuttavia non sfugge la perversa logica di potere che sottendeva quella “strategia della tensione”: “La considerazione che più mi brucia è che tanti ragazzi neri e rossi si siano uccisi per far governare i bianchi che ci governano tuttora”. Come non rendere allora l’onore delle armi a chi pur appartenendo – per storia personale e collocazione ideologica – allo schieramento opposto ebbe il coraggio di rompere tale delittuosa complicità istituzionale recandosi al capezzale dell’ultimo dei giovani caduti della destra, Paolo Di Nella: il presidente della repubblica Pertini, socialista e partigiano eppure politicamente più degno ed onesto di tanti democristiani cinici e intrallazzoni.
Storicizzando quella ardita iniziativa presidenziale Pepi le ascrive il merito di avere implicitamente posto fine alla ratio che aveva governato gli anni di piombo: alla quale non fu peraltro estraneo lo stesso MSI di Giorgio Almirante, troppo aduso a celebrare tutti quei funerali di giovani “martiri” della destra tricolore – il cui tragico elenco viene scrupolosamente riportato nel testo – per non far pensare a un certo calcolo elettoralistico nel fomentare o comunque non contrastare quel clima di quotidiana guerriglia.
In ogni caso mille volte da preferire quei pur funesti anni giovanili ai successivi segnati dal trionfo della “pax americana, con l’eliminazione delle ideologie, la corsa al consumismo, al benessere sfrenato, alla cupidigia, alla ricerca del successo e del denaro e infine alla globalizzazione”. Fino all’evento esiziale, all’epoca da tutti salutato come la fine di un incubo eppure destinato a rivelarsi come la catastrofe politica e morale della civiltà occidentale: la caduta del muro di Berlino, che “ha del tutto fatto cessare le tensioni ideologiche, trasformando il mondo in genere e la politica in specie in una maleodorante palude in cui si specchia il mondo moderno con i suoi falsi idoli, denaro e successo, edonismo e vanità, materialismo e perversità, pedofilia e droghe, sesso finalizzato al successo”.
Che tristezza allora vedere il mondo giovanile, “che sempre nella storia è stato protagonista attivo dei cambiamenti e ha contribuito all’evoluzione culturale, politica e spirituale”, ridursi oggi ad un bordello di aspiranti veline, calciatori, protagonisti di reality show: insomma un’accozzaglia di “giovani rampanti che per giungere a ottenere più denaro possibile sono pronti a tradire l’amicizia, la colleganza, lo spirito comunitario, i rapporti familiari e parentali”. Tutto ciò nell’epoca della globalizzazione – che ha eliminato ogni diversità al pari di ogni caratterizzazione etnica – e della robotizzazione della vita delle persone, perseguita tramite internet e i suoi computer: sino alla dittatura della telematica, che “ha creato l’alienazione eliminando di fatto i rapporti diretti interpersonali e di comunicazione umana. Oggi non si parla più tra gli uomini ma si inviano gli sms e si chatta su internet. Che pena vedere i giovani per strada sempre con il telefono in mano”.
Non solo i giovani purtroppo, caro Pepi: gli impiegati degli uffici pubblici di ogni ordine e grado, le stesse forze dell’ordine in servizio, i fedeli in chiesa, i muratori sui ponteggi, i conducenti di auto e mezzi pubblici (questi ultimi in barba all’incolumità dei passeggeri e – quel che è più grave – col salvacondotto di un’apposita legge), gli addetti alle sale dei musei (con tanti saluti ai visitatori, che hanno pagato il biglietto apposta per poter ammirare in silenzio quei tesori), chi fa footing in campagna, chi si allena in bicicletta, chi spinge il passeggino del figlio (o meglio del nipote), chi fa la spesa al supermercato… Nessuno sa resistere un solo istante e in qualsivoglia contesto alla tentazione della sghignazzata telefonica come a quella del messaggino, senza alcun rispetto per gli altri ma soprattutto per la propria dignità.
Il problema è sociale e politico ancor prima che di costume: non essendo infatti intervenuta una apposita legislazione statale (essendo ovviamente lo stesso parlamento asservito agli interessi della telefonia) a regolamentare un fenomeno che in Italia ha preso campo peggio che in un paese del terzo mondo, l’utilizzo del micidiale apparecchio – così come il livello delle sempre più rumorose e demenziali suonerie – è rimasto demandato alla educazione e sensibilità del singolo: con i risultati che in un popolo a vocazione profondamente anarchica e dallo scarso senso civico come il nostro sono facilmente immaginabili. Diabolicamente indotta da una martellante campagna pubblicitaria e mediatica (che vede di gran lunga assegnata a tale settore la palma degli spot più stupidi, ovviamente affidati ai personaggi più gettonati), tra le masse si è così imposta la regola per cui non rispondere immediatamente alla telefonata o all’sms diventa una questione di vita o di morte: come se dovesse essere la persona al servizio dello strumento e non viceversa. Con il risultato che per ottemperare a tale sudditanza si è disposti a passare sopra a ogni divieto e norma di buon senso, spesso infischiandosi persino dell’incolumità propria come di quella altrui.
Le conseguenze di un sì diffuso malcostume sono sotto gli occhi di tutti. In treno non c’è più verso di leggersi in pace un libro o un giornale: per non sorbirti affari, scemenze e risate altrui devi solo sperare di incappare (con gran fortuna) in compagni di viaggio non telefonanti; così come da dimenticare sono quelle spesso interessanti conversazioni che si instauravano tra viaggiatori dello stesso scompartimento. A una festa in spiaggia una notte d’estate i giovani, lungi dal godersi le suggestioni del momento, si mostrano l’un l’altro i messaggini testé ricevuti, in modo da esibire le qualità del telefonino di ultima generazione appena acquistato. Una famiglia in visita a un sito archeologico giunta a metà percorso deve concedersi un quarto d’ora di ricreazione, in modo che ciascuno possa dedicarsi alle telefonate di rito, chi da una parte chi dall’altra. Al ristorante la compagnia è tale soltanto di nome, in quanto ciascuno ha occhi soltanto per il proprio cellulare-oracolo, in religiosa attesa di quanto esso vorrà comunicargli; mentre al tavolo accanto a due coniugi che hanno ormai esaurito tutti gli argomenti basterà un’occhiata per concedersi reciproca licenza e buttarsi senza meno su facebook quale via d’uscita all’imbarazzante situazione.
Naturale perciò che gli strali pepiani si abbattano anche su internet: inaccettabile che ogni rapporto umano debba essere eliminato in ossequio alla nuova divinità tecnologica che taglia di fatto fuori chi non intenda rivolgersi al web per avere la possibilità di “fare l’amore, conoscersi, fare acquisti: perfino delinquere”. Tempi duri dunque per i non internauti; con perdipiù un’aggravante che il tradizionalista di scuola evoliana non può mancare di sottolineare: il fatto che il nuovo corso globalizzato-robotizzato “imponga di parlare con l’odiosa lingua degli oppressori e degli invasori anglo-americani”, considerando chi non conosce l’inglese alla stregua di un analfabeta.
Inevitabile allora la nostalgia per quei bei tempi pre-telematici che mai più torneranno, assieme ai genuini mestieri che li caratterizzavano: “Come era bello il rapporto umano che si instaurava nella mia giovinezza, anche nei piccoli negozi con il macellaio, il lattaio, l’ortolano, il panettiere”. Oggi quel tipo di costruttiva interrelazione non è più possibile: anche perché nella stragrande maggioranza degli esercizi commerciali – dagli ipermercati ai negozi di moda, dalle officine ai distributori di benzina, dai bar ai ristoranti, dalle banche alle librerie e persino alle farmacie – impera la musica, e non certo rilassante o d’atmosfera bensì “commerciale” e martellante, imposta a tutto volume a ogni ora del giorno e al limite inframmezzata dalle insulse considerazioni di frivoli conduttori radiofonici e sguaiati propalatori di gossip. Alla gente vietato non solo conversare ma soprattutto pensare, ragionare, riflettere sullo schifo che la circonda come sul business che le deve necessariamente scandire l’esistenza, dalla culla alla bara.
Passando a tirare le somme della sua lunga esperienza all’interno delle aule di giustizia, Pepi rievoca anzitutto il proprio destino di “lupo azzurro” anche in campo professionale, dovuto alla sua collocazione politica decisamente “scorretta” specie in una realtà quale quella toscana e fiorentina. Ostracismo di cui egli si mostra tuttavia fiero: “Dinanzi al malcelato disprezzo nei miei confronti da parte di colleghi e giudici rossi con ogni sorta di emarginazione non ho mai ceduto, avendo sempre il coraggio di essere quello che sono nella mia camicia nera”. Dopodiché il discorso si fa più ampio, analizzando la parabola discendente che ha caratterizzato anche il mondo giudiziario.
A tale proposito l’Autore non manca di rilevare la sacralità con cui si solevano frequentare i tribunali all’inizio della sua carriera forense, evidenziata anche dallo scrupoloso rispetto delle regole formali, censurando la progressiva decadenza dei costumi che ha portato alla banalità odierna: “Oggi è tutta una globale sciatteria, tant’è che spesso i processi vengono discussi senza toga, nell’affollamento di difensori, parti private, testimoni, con interventi di nessuna valenza scientifica e dottrinale”. Del resto un tempo gli avvocati cercavano nelle loro arringhe di emulare Cicerone, Demostene, Lisia: mentre oggi la loro massima aspirazione è quella di essere intervistati dai TG sul marciapiede fuori dal tribunale; quando non di finire nei salotti televisivi, se protagonisti di un processo di grido.
Ma ancor più responsabili di tale spettacolarizzazione della giustizia sono stati – ahimè – gli stessi magistrati, nella stragrande maggioranza alla continua ricerca del processo “mediatico” che garantisca loro quella visibilità necessaria a porre le basi di un futuro successo politico. In serie B finiscono di conseguenza tutti quei processi “ordinari”, riguardanti persone e vicende comuni e per questo “trascurati e frettolosamente decisi con sentenze a dir poco inquietanti sulla pelle di cittadini incolpevoli”. Ciò perché la magistratura, rinunciando a quella funzione morale e sociale che ne sanciva un tempo il prestigio, “è diventata una casta: anzi una supercasta a carattere strettamente corporativo interessata solo all’acquisizione di stipendi sempre maggiori – per quanto gli attuali siano in assoluto i più elevati d’Europa – e che non tiene nel minimo conto la meritocrazia”.
Ma desolante appare l’intero quadro di una giustizia “a doppio binario” che pur in un sistema ultra-garantista quale quello italiano finisce con il discriminare quegli imputati “che sono i soliti disperati e diseredati ai margini della Società quali gli immigrati, i tossici, i delinquenti per disperazione. Di questi ultimi le carceri trasudano; mentre invece i potenti, i privilegiati, gli intoccabili difficilmente varcano la soglia del carcere: a chi può difatti interessare se un Mohamed qualsiasi per pochi grammi di droga finisce in galera per anni? Quando nel caso sia un intoccabile a rischiare la privazione della libertà, si inventa d’urgenza una legge ad personam onde scongiurare quell’eventualità: la quale riuscirebbe dannosa, oltre che per lo stesso intoccabile, anche per la carriera del giudice chiamato a condannarlo al pari di ogni altro cittadino”.
Cosa aspettarsi del resto da uno Stato che in ossequio a pedanti logiche politiche e in spregio ad ogni buon senso affida il ministero della Giustizia a chi non ha mai aperto un codice né messo piede in un’aula di tribunale, così come quello della Sanità a un ingegnere o a un avvocato? Per non parlare degli esempi sommamente immorali e diseducativi che all’uomo della strada giungono dall’alto: “le lotte di potere, il metodo tangentista dominante nelle classi politiche e imprenditoriali, gli scandali a base sessuale e ad uso di droga, i parlamenti i cui membri assumono essi stessi massicce dosi di sostanze stupefacenti, la lottizzazione partitocratica degli incarichi di governo e sottogoverno”.
Ripercorse le principali tappe del dibattito filosofico classico riguardante la migliore forma di governo e reso il doveroso omaggio alla costituzione repubblicana romana per l’esemplare sovrapposizione conseguita tra l’elemento monarchico, l’aristocratico e il democratico, Pepi manifesta la propria simpatia per un modello politico che assegni il potere ai migliori, riaffermando al contempo la necessità della tradizionale ripartizione castale della popolazione: “La suddivisione in categorie genera ordine e allontana il caos tipico del mondo moderno tutto orientato al raggiungimento del potere e del successo, con travalicamento di funzioni e scopi”. Concedendo tuttavia promozioni di ordine meritocratico, dal momento che è giusto che chi all’interno della propria casta si distingue nel perseguire il raggiungimento del bene comune possa accedere ai gradi superiori.
Triste l’analisi che l’Autore traccia di quel fenomeno che cronache e istituzioni continuano a classificare come “immigrazione”, ma a definire il quale – specie per l’Italia – sarebbe assai più appropriato quello di “invasione”: destinata di tale passo a “portare altre razze a dominare sulla razza europea, la quale non è più fecondata da nascite, mentre le altre giovani etnie sono prodighe di filiazioni”. Se a far degenerare la situazione è stato il perverso intreccio determinato dal crollo di parecchi regimi – europei come nordafricani – novecenteschi, dall’incapacità europea di governare la nuova situazione, dagli interessi mafiosi di scafisti e gestori a vario titolo del fenomeno migratorio, dal calcolo di tipo politico che sotto la maschera del “buonismo” compiono amministratori e politicanti nostrani, non bisogna tuttavia dimenticare le radici storiche dell’odierno sconquasso: “la religione cristiana con i suoi devastanti principi solidaristici e ugualitari e la democrazia multietnica e capitalistica degli Stati Uniti d’America”.
Quello che si profila è dunque “uno scenario devastante in cui le nostre città perderanno le loro caratteristiche millenarie per essere sostituite da souk di ogni etnia. Se ci aggiriamo nei centri storici e nelle periferie delle nostre città vediamo che le botteghe artigiane sono sostituite da venditori di kebab, le piccole imprese che avevano sempre sostenuto la nostra economia vengono sostituite da fetide e rumorose industrie cinesi, le nostre tradizionali piccole ma eccellenti trattorie hanno dato il posto a maleodoranti ristoranti cinesi e orientali, che si sono uniti ai fetidi McDonald. Provatevi a salire su un autobus cittadino: non ascolterete quasi più la lingua italiana o suoi particolari dialetti ma sentirete parlare cinese, africano, arabo, cingalese, albanese, slavo”.
La mannaia pepiana si abbatte quindi sull’Europa, rivelatasi in tutti questi anni incapace di imbastire uno straccio di politica estera: “L’aver consentito l’ingresso a tutte queste etnie ha portato alla conseguenza che le nostre città, le nostre identità europee si sono trasformate in multietnici alveari in cui la nostra stirpe è destinata a soccombere divenendo minoranza di fronte alla multi-colorata maggioranza extracomunitaria”. E non si venga a fare il paragone – caro fra gli altri al “compagno” Fini ultima maniera, fallito rinnegatore di sé stesso nonché di tutte le cariche ricoperte grazie a chi lo votava quale alfiere della Destra – con i nostri migranti di fine Ottocento: i quali andavano incontro non solo ai rigidissimi controlli di chi li accoglieva, ma anche a un destino fatto di sacrificio, sofferenza, discriminazione politica e sociale (vedi Sacco e Vanzetti). Altro che gli immigrati nostrani, che sistemati a spese dell’italico contribuente in dignitosi alberghi a tre stelle con tanto di diaria e ricariche telefoniche si lamentano della mancanza di tv satellitare e wi-fi, reclamando hotel di lusso con palestra e piscina.
All’Autore disgustato da un tale presente e ancor più sfiduciato riguardo al futuro non resta allora che rifugiarsi nostalgicamente nella città che fece da cornice alla sua giovinezza; per descrivere la quale egli ricorre a una poetica similitudine che dopo le tante crudezze delle pagine precedenti non manca di suscitare nel lettore una certa emozione: “Firenze era come una bellissima donna addormentata, dal volto angelico e radioso circondato da lunghi capelli sparsi sul cuscino: il volto rappresenta i suoi splendidi monumenti medievali e rinascimentali, i capelli le splendide colline circostanti, e il corpo sinuoso posato sul letto il lento percorso dell’Arno”.
Ma nonostante fosse “addormentata” quella piccola quanto splendida città, una volta messasi alle spalle il trauma della guerra, si presentava come fortemente viva nei suoi aspetti umani: “Il ricordo più bello che ho di quegli anni era lo splendido rapporto umano tra la gente, basato sull’ironia, sulla gioia di vivere seppur mancassero tutti quei beni che oggi abbiamo. Ci si accontentava di poco, ma eravamo felici”. Le brutture ritornano però immediatamente allorché si getta lo sguardo sulla Firenze attuale, “il cui splendido centro storico va oggi scomparendo, vittima anch’esso della globalizzazione strisciante e inarrestabile. Non c’erano ancora le tristi periferie dormitorio che oggi rendono, specie nella zona di Firenze nord, la nostra città simile a tante altre metropoli, e non c’erano soprattutto i supermercati e gli ipermercati tutti uguali e tutti anonimi, i negozi griffati tutti identici”.
Quanta nostalgia allora per quella città a misura d’uomo in cui la spesa giornaliera veniva fatta nelle piccole botteghe di San Pierino, gli ordinati turisti venivano accolti dalle carrozze trainate da cavalli e la sera si poteva tranquillamente uscire di casa senza rischiare di incappare in criminali di ogni razza e sorta, né le donne di essere molestate o violentate: “Questa era la mia Firenze, artisticamente insuperabile, laboriosa, sicura, allegra e pensierosa allo stesso tempo”. Pepi come Dante.
A scuola non si scioperava ma si andava per imparare e porre così i presupposti per un futuro migliore; e qualora si organizzasse una manifestazione, era solo per rivendicare l’italianità di Trieste o dell’Alto Adige, non certo per contestare il metodo di insegnamento dei professori. Non erano frivole mode o lussuoso esibizionismo a caratterizzare il look giovanile: il più delle volte si indossavano anzi gli abiti appartenuti ai fratelli maggiori. “Non c’erano le discoteche ricettacolo di droghe e di alcol smisurato, ma andavamo a ballare alle feste a casa degli amici per i compleanni e per le feste comandate. Ogni cosa la dovevamo duramente conquistare e non avevamo tutto quello che volevamo”.
Commosso in particolare il ricordo del giorno dell’alluvione, in cui i fiorentini superati i primi attimi di smarrimento seppero immediatamente ritrovare tutta la propria fierezza e operosità a fronte di uno Stato dalla cui iniziativa intuirono subito non fosse da aspettarsi nulla di buono: “Firenze reagì come un leone ferito, con le sue forze, con le sue energie positive, con la sua coesione di popolo, sopperendo alle disfunzioni, ai ritardi, alla confusione degli organi politici centrali dello Stato”.
Impegnato assieme a tanti altri giovani concittadini a spalare quella fetida melma intrisa di gasolio penetrata nel centro storico in ogni dove, Giangualberto fu il vivido testimone di una pagina di storia: “C’ero anch’io quando il Presidente della Repubblica Saragat in Piazza Santa Croce fu preso a lanci di fango per dimostrare l’inerzia dello Stato e la contestuale voglia di Firenze e dei fiorentini di risorgere”.
E quanta nostalgia anche per la generale onestà dell’epoca, che nemmeno la grave calamità verificatasi riuscì a scalfire, espressa attraverso la mirabile immagine finale delle banconote – del resto allora assai grandi – stese ad asciugare come lenzuoli. “Portai da mangiare a mio padre che lavorava alla Cassa di Risparmio di Firenze: lo trovai che in un salone aveva teso le banconote lavate dal fango su dei fili che andavano da un lato all’altro della stanza. Era una visione irreale vedere tutto quel denaro teso ad asciugare: eppure, nonostante le pressanti necessità di ordine economico, nessuno cercò di appropriarsene”. Altri tempi.

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La rivalutazione postuma degli Squallor

Gli Squallor sono stati un gruppo musicale italiano del secolo scorso attivo nel genere pop, con apice del successo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Pur avvalendosi della collaborazione di diversi personaggi esterni, a costituire la formazione nei suoi oltre vent’anni di attività è sempre rimasto lo storico quartetto composto da Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti.

Si trattava di quattro pezzi da novanta nel panorama della musica leggera nazionale, nel quale operavano come compositori, parolieri, discografici. Con cadenza generalmente annuale, si ritrovavano per dar vita ad un album che per qualche tempo li distraeva dagli impegni più seri e convenzionali, affrontandone la realizzazione – come dimostra lo stesso nome che si erano dati – con lo spirito più goliardico e dissacratorio possibile.

Di conseguenza, molti dei brani che incidevano (spesso autentiche scenette) si distinguevano sia per la trivialità dei testi, sia per l’estremo realismo delle situazioni presentate, senza alcun limite all’intimità e alla decenza. E perché non vi fossero dubbi fin dall’inizio, le stesse copertine dei dischi risultavano altamente provocatorie, veri e propri studi di lascivia, quando non di oscenità: ed era in fondo anche questo uno sberleffo al mondo ufficiale della canzone, vista l’importanza che le case discografiche attribuivano alle custodie dei long playing, per la realizzazione delle quali non esitavano ad ingaggiare i migliori fotografi e disegnatori.

Il risultato di tutto ciò era che le radio – sia quella pubblica che le “libere” tanto in voga all’epoca – si vedevano costrette ad una sorta di ostracismo nei loro confronti: non solo evitando di trasmetterne i dischi, ma addirittura omettendo di segnalarne la presenza nelle hit parade. Perché in classifica gli album degli Squallor ci andavano eccome: le basi musicali rappresentavano probabilmente il meglio di quanto potesse offrire la discografia italiana dell’epoca, al punto che le parodie delle canzoni di successo – spesso anche internazionali – giungevano persino a superare il livello dell’originale; così come in ogni album non mancavano quei brani destinati a diventare dei veri e propri capolavori di comicità e nonsense.

Chi scrive è stato un aficionado degli Squallor di lungo corso: il primo non solo ad acquistarne regolarmente il nuovo 33 giri il giorno stesso dell’uscita, ma addirittura ad osare trasmetterne per radio i pezzi più ironici e scanzonati, allorché, con l’avvento degli anni ottanta, prese a dischiudersi qualche spiraglio rispetto al rigido (oltre che tragico) decennio precedente. Oggi però, dinanzi alla rivalutazione postuma del gruppo sancita dalla proliferazione in internet di una miriade di siti che ne fanno oggetto di culto (la quale, sull’onda di una comprensibile nostalgia per una giovinezza ormai lontana, va assumendo tutti i caratteri della sopravvalutazione), mi sento in dovere di intervenire onde contribuire al giusto dimensionamento del valore della formazione. Leggo infatti sempre più spesso degli Squallor quali geni incompresi, grandi precursori di gusti, tendenze, addirittura politiche di là da venire, profetici quanto intrepidi fustigatori dell’italico malcostume destinato ad essere impietosamente messo a nudo da Tangentopoli e dal crollo della “prima repubblica”.

Ora io credo che nei loro album non fosse nulla di tutto ciò. La loro fatica – o se vogliamo evasione – annuale mirava sostanzialmente a tre scopi: divertirsi, divertire, e soprattutto vendere. Loro avevano capito che per distinguersi rispetto agli altri dovevano andare sopra le righe, scandalizzare: donde l’utilizzo di un lessico non propriamente da educande, le frequenti pernacchie a cantanti e cantautori, i pesanti lazzi ai politici, gli immancabili vilipendi alla religione…

Ricordiamo come in quegli stessi anni, dopo il tramonto del filone della “commedia all’italiana” che aveva fatto la fortuna del nostro cinema, si imponesse il sottogenere della cosiddetta “commedia sexy”: vennero così sfornati in quantità industriale una serie di film dal valore artistico pressoché inesistente, ma che tuttavia (soprattutto per la presenza di attori – ed in particolare attrici – di grande richiamo su una certa fascia di pubblico) facevano registrare incassi ragguardevoli.

Ecco, anche gli Squallor da un certo punto di vista furono abili nel riproporre di disco in disco il medesimo stereotipo, in grado di soddisfare le aspettative di un determinato target: il tormentone di Pierpaolo, la canzone melodica napoletana sboccata e irriverente interpretata dal maestro Savio, la cover – ovviamente ridicolizzante – del successo di turno, lo sproloquione senza capo né coda, fra il demenziale e l’assurdo di Cerruti (ammannito sotto forma di racconto, confessione, radiocronaca). Non sempre però il dosaggio di comicità e volgarità risultava azzeccato: tanto che a volte certi brani parevano inseriti giusto per riempire il disco; o al limite per deliziare il palato di quegli stessi militari di leva che alla domenica decretavano il successo dei filmetti con Montagnani, Vitali, la Fenech o la Guida.

Quante volte Cerruti è entrato in sala di registrazione avendo concertato con gli altri un “testo” sufficiente a coprire sì e no la metà della base predisposta da Savio, e costringendosi così ad inventarsi per arrivare in fondo espedienti talvolta sì geniali, talaltra sicuramente esilaranti ma per la maggior parte insulsi, forzati, penosi? Quante volte con il più inibito e impacciato – oltre che assai meno dotato di verve cabarettistica – Pace hanno improvvisato duetti in cui ciascuno marciava per conto suo, con palpabile imbarazzo di quest’ultimo e conseguente disagio per l’ascoltatore? Quante volte l’abuso della produttività conseguente alla mancanza di idee ha portato i nostri magnifici quattro a smarrire del tutto la vis comica credendo di poterla gratuitamente sostituire con il cattivo gusto sino a sfociare nel più becero dei turpiloqui?

In certi casi ci sarebbero stati perfino gli estremi per una richiesta danni da parte dell’acquirente del disco: pensiamo soprattutto alla palese incompiutezza di brani come Avida, La ricreazione, Manzo; alla sfrontata riproposizione nell’album immediatamente successivo del medesimo schema (sia come traccia musicale che di “gestione degli spazi” da parte dei due interpreti) di un cavallo di battaglia come A chi lo do stasera – che come non bastasse costituiva già a sua volta la parodia di una canzone dello stesso Pace – con la sola modifica del testo e il titolo di Bagno Aurora (evidentemente allo scopo di risparmiarsi la composizione di un pezzo ex novo); o all’inflazione di improbabili citazioni e annunci commerciali che da un certo momento in poi prese a caratterizzare la produzione dei nostri, inframmezzandone i brani ma soprattutto segnandone la perdita di smalto come l’involuzione creativa.

C’è poi un ulteriore capitolo che non può certo essere ignorato nella valutazione – come dire – dello stile, della tutela della propria immagine e dignità, insomma dell’amor proprio del gruppo: quello rappresentato dai due film realizzati sulla scorta del successo degli album Arrapaho e Uccelli d’Italia. Si tratta di due pellicole assolutamente impresentabili, prive non solo di un minimo di decoro, ma neppure di un senso.

Perché lo fecero (e lo rifecero)? Per denaro? Per vanagloria? Alla loro età – e con la loro storia – di cosa avevano bisogno? Forse pensarono che siccome adesso l’opinione pubblica riservava loro qualche attenzione tutto fosse loro concesso? E non si resero conto che la macchina da presa avrebbe inesorabilmente massacrato al primo impatto quegli stessi personaggi da loro così meticolosamente allevati su vinile?

Verrebbe quasi da dire che – nella più classica delle leggi del contrappasso – proprio a loro, maestri del paradosso e che nella vita in fondo non erano che dei manager, alla fin fine sia mancato giusto un manager!

In ogni caso, non essere cosciente dei propri limiti non può rientrare nel dna del genio.

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Il faggione di Marino

Cento anni fa, sui monti dell’Alta Garfagnana, là dove sgorga il Serchio il pastorello Marino era solito nelle lunghe giornate estive portare il gregge a merizzare* all’ombra di un grande faggio che, con i suoi quasi tre secoli di vita, dominava la foresta di Pradarena. Lì le ore trascorrevano liete prima della ripresa del pascolo: tanto che il ragazzo aveva finito con l’affezionarsi all’accogliente albero, al punto di attendere da un anno all’altro il ritorno della bella stagione soprattutto per ritrovarsi con lui.
Senonché, dopo l’ultima guerra, l’Amministrazione forestale decide di rinnovare il bosco, eliminando le piante più vecchie per far posto alle nuove. Marino scopre così con infinito dolore l’inappellabile sentenza decretata per il suo grande amico, segnato con la vernice indicante l’abbattimento e dunque destinato a morire già il giorno dopo. Disperato, non si dà pace, chiedendosi come si possa eliminare così a cuor leggero una simile meraviglia della natura.
Finché dal Cielo non gli giunge un’illuminazione: nottetempo, il pastore ritorna nella faggeta, penetra nella baracca allestita dalla Forestale e ne preleva il secchio con la vernice deputata a segnalare la sopravvivenza della pianta. Complice la luna, Marino raggiunge l’inseparabile compagno delle sue giornate ricalcando alla perfezione sul segno della morte quello della vita: cosicché, al mattino, quando gli ignari boscaioli si recano a compiere il proprio lavoro, giunti dinanzi al gigante della foresta passano oltre, risparmiandolo.
Oggi che le greggi non popolano più quei ridenti monti garfagnini, il maestoso faggione di Marino graziato dal fato fa bella mostra di sé in mezzo al bosco, protetto da una staccionata che ce ne segnala l’eccezionalità, avvolto da un’aura che ce ne tramanda la leggenda.

* Nel dialetto garfagnino: far riposare il bestiame all’ombra del bosco nelle ore meridiane.

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Il renzismo, fase suprema del berlusconismo

I risultati delle elezioni europee del 2014 hanno assegnato – per la prima volta nella storia della democrazia occidentale – ad un partito post-comunista una percentuale superiore al 40%. Vari fattori hanno concorso ad un risultato così clamoroso, superiore alle aspettative dello stesso leader del Partito Democratico, nonché capo del governo, Renzi: il quale, nell’incertezza dei pronostici, aveva pensato bene di non far figurare sulla scheda il proprio nome accanto al simbolo del partito, in modo da mantenersi le mani libere in caso di flop o di esito comunque deludente rispetto ai pur fiduciosi sondaggi.
Innanzitutto, le speranze ingenerate in ben dieci milioni di lavoratori dipendenti dalla promessa di un immediato aumento di 80 euro in busta paga: venale mossa tipicamente italica, e che fa pensare – più che agli sgravi fiscali puntualmente elargiti dalla propaganda elettorale di Berlusconi – ai chili di pasta ed alle paia di scarpe con cui Achille Lauro soleva comprare i voti dei napoletani.
Subito a seguire, il clima da testa a testa con il Movimento Cinque Stelle – alimentato in primis dallo stesso Grillo – che ha caratterizzato la fase conclusiva della campagna elettorale, e segnatamente l’ultima settimana, ha giocato in maniera decisiva a favore del presidente del consiglio: molti elettori soprattutto di area moderata che, disorientati dal patetico tramonto della stella berlusconiana, con ogni probabilità non sarebbero andati a votare, sotto la spinta emotiva del timore di un eventuale successo dei grillini hanno deciso all’ultimo momento di recarsi al seggio per appoggiare quello dei due leader valutato come il più affidabile e meno avventuroso. Ad essere maggiormente danneggiati da tale orientamento dell’elettorato sono così risultati Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Scelta Europea; mentre il fenomeno non deve aver interessato che marginalmente i sostenitori di Lega Nord, Lista Tsipras e Fratelli d’Italia, presumibilmente rimasti per la gran parte fedeli al proprio iniziale orientamento anche dinanzi all’eventualità di un arrivo al fotofinish tra i due maggiori contendenti.
Per contro, tale drenaggio di voti dall’area del centro-destra non ha alienato al Pd le simpatie dei tradizionali elettori di sinistra, anzi: i più innovatori tra i simpatizzanti democratici che alle politiche del 2013 avevano preferito orientarsi verso il M5S in cerca di quella svolta che la candidatura a Palazzo Chigi di Bersani non pareva in grado di garantire (o che, in previsione dell’annunciato trionfo della coalizione di centro-sinistra, avevano studiatamente ripiegato sul voto disgiunto: Grillo alla Camera, Bersani al Senato), trovandosi finalmente l’auspicato Renzi quale leader hanno potuto con grande soddisfazione fare ritorno alla casa madre.
Altro fattore decisivo nel determinare un risultato così eclatante per il partito del primo ministro è stato poi il crollo dell’affluenza alle urne, passata dal discreto 75% delle politiche dell’anno precedente a un misero 57%, di gran lunga inferiore anche al 66,5% delle europee 2009: in occasione delle quali tuttavia gli elettori avevano potuto fruire di un giorno in più per recarsi ai seggi, nel 2014 aperti – anche in questo caso per la prima volta – nella sola giornata di domenica. Ovvio che tale tendenza abbia frustrato soprattutto le aspettative riposte dal fronte grillino nel voto di protesta.
Ma l’elemento più clamoroso degli ultimi giorni della campagna elettorale è stato sicuramente rappresentato dall’esplicita presa di posizione dello stesso Berlusconi – evidentemente spaventato dall’annuncio da parte di Grillo di un “processo popolare” nei confronti di tutti i principali responsabili della recente gestione della cosa pubblica, nonché dei loro manutengoli – contro l’eventualità di una vittoria dei Cinque Stelle, dal leader del centro-destra presentata come la peggiore iattura per il Paese: intemerata che ha implicitamente contribuito a sospingere molti potenziali elettori moderati tra le braccia di Renzi.
Il feeling con il quale si era del resto già attivato in occasione delle primarie del 2012, che avevano visto il sindaco di Firenze contrapporsi a Bersani: allorché non pochi simpatizzanti berlusconiani si erano infiltrati tra le fila nemiche per sostenere il brillante boy scout democristiano impegnato a debellare l’ultimo rappresentante dell’odiato Pci. Come sorprendersi, allora, se una volta insediatosi alla guida del Pd il simpatico “rottamatore” di tutta quanta la vecchia guardia comunista questi stessi elettori (in assenza di un progetto credibile di centro-destra: oltre che di un leader presentabile) si sono sentite autorizzate a ripiegare sul rampante anticomunista – o perlomeno sentito come tale – fiorentino?
Il discorso, tuttavia, appare più complesso rispetto ai moventi che possono aver condizionato le ultime, convulse battute elettorali. È indubbiamente un fil rouge ad unire l’ascesa di Renzi alla parabola del berlusconismo: nel senso che strategie e movenze dei due sono più o meno le stesse, al pari delle aspettative riposte in loro dalla gente.
A cambiare è sicuramente lo stile dei due personaggi, forse per ragioni più anagrafiche che temperamentali: Berlusconi nel corso del suo ventennio politico è rimasto sostanzialmente l’intrattenitore da navi da crociera e successivamente l’imbonitore milanese delle origini, figlio della spregiudicata mentalità imprenditoriale degli anni del boom economico e in seguito artefice del nuovo modello televisivo commerciale, privo – ad imitazione del peggior americanismo – di qualunque orizzonte morale o pedagogico. Donde la tendenza a ridurre tutto quanto all’apparenza, all’estetica: dai patologici interventi sul proprio corpo a mascherarne l’invecchiamento ai periodici cambiamenti del nome del suo movimento, quasi a supplire alla congenita assenza di sostanza del “partito di plastica” con una mera variazione nominale.
Ai vari problemi presentatiglisi dopo la sua “scesa in campo” il Cavaliere ha conseguentemente ovviato con tutta una serie di argomentazioni indotte, auto-assolutorie: l’insanabile deficit in cui versava lo Stato era totalmente da ascrivere ai governi precedenti; se pure i suoi concludevano poco o niente la colpa era quando delle opposizioni, quando di riottose frange interne, quando dei “poteri forti” che invidiosi della sua travolgente ascesa facevano di tutto per metterglisi di traverso. E se non passava giorno senza che la magistratura aprisse un fascicolo sul suo conto per i reati più disparati, il motivo era da ricercare nell’avversione ideologica da parte delle “procure rosse”; le quali gliel’avevano giurata per il fatto di avere lui con il suo incauto intervento in politica mandato in fumo l’agognato avvento al governo delle sinistre dopo il repulisti di Tangentopoli: argomento peraltro ideale da propinare all’opinione pubblica per qualsivoglia processo, a prescindere dalla specifica malefatta contestatagli volta volta.
Si arriva così alla sua ultima esperienza governativa, quella chiamata a confrontarsi con la recessione economica più grave del dopoguerra: nella divergenza di vedute con il ministro Tremonti (un tempo da lui benedetto quale economista “geniale”: eppure alla fine anch’egli rinnegato quale sabotatore), sotto gli occhi vigili e preoccupati dell’Europa Berlusconi non trova di meglio che negare l’esistenza della crisi, presentando l’Italia come un paese felice, in cui la gente continua beatamente a spassarsela ed aggiungendo così l’ultima – e più penosa – barzelletta alle innumerevoli propinateci nel corso degli anni.
Altro capitolo poco felice del berlusconismo è stato quello della politica estera: o meglio della qualità della presenza italiana sulla scena internazionale, dall’anticonformista di Arcore regolarmente ridotta a cabaret, con la messa in scena di ridicoli siparietti egocentrici, in spregio a qualunque codice diplomatico e segnatamente per l’Europa a quelle regole sancite per la prima volta in occasione del Congresso di Vienna e sostanzialmente mai venute meno nell’arco di due secoli.
Con il Cavaliere protagonista, la sacralità dei consessi diplomatici si è così vista svilita a farsesca ostentazione di abbracci, pacche sulle spalle, improvvisazione di gag più o meno imbarazzanti: sino a farne – probabilmente – il capo di governo in assoluto peggio sopportato dai colleghi. Egli non si è inoltre peritato di stringere rapporti anche con i personaggi più discussi e compromessi, senza preoccuparsi di separare la sfera politica da quella personale ed affaristica e premurandosi anzi di vantarsi ad ogni pie’ sospinto dell’amicizia non solo con Bush e Putin ma anche con dittatori – di fatto – del calibro di Gheddafi, Mubarak, Ben Alì.
Non molto dissimile l’atteggiamento tenuto in pubblico da Renzi, mai restio a concedersi alla folla stringendo mani di qua e di là (o meglio battendo più americanamente il cinque) così come incapace nei contesti internazionali di un registro più sobrio e consono al ruolo, ostentando baci e abbracci con i rappresentanti stranieri e giungendo persino – in perfetto stile calcistico berlusconiano – ad omaggiare l’interlocutore di turno della maglia (chissà poi fino a che punto gradita) del giocatore della Fiorentina di quella nazionalità (e peraltro a quale titolo, non figurando egli – a differenza del proprietario del Milan – tra i dirigenti della società gigliata), nemmeno si trovasse tra i ragazzi delle scuole da lui periodicamente visitate, peraltro secondo una propaganda degna del fascista Minculpop.
Le differenze tra i due leader emergono invece su altri piani: per quanto anche in Renzi appaia innata la predisposizione alla celia e alla boutade, l’inveterata frequentazione con la politica porta ad assimilarlo, ancor più che alla figura del venditore o del cabarettista, a quella del tribuno. L’ammiccante Matteo sa infatti sommergere il suo uditorio di fiumi di parole senza in sostanza dire niente ma potendo tranquillamente andare avanti da mane a sera, attingendo a piene mani ad un linguaggio fatuo, giovanilistico, “internetistico”: la vacua e corriva vulgata del blog, di facebook, del twitter.
Emulo di Obama, esibendosi in maniche di camicia e concedendo accelerazioni di passo mussoliniane qualora ripreso per strada dalle tv (onde evidentemente trasmettere un’immagine di velocità, efficienza, decisionismo), il logorroico piacione di Rignano sull’Arno annuncia incalzanti e progressivi sfracelli, cadenzandone la realizzazione mese mese (e magari scoppiando a ridere lui per primo una volta spenti telecamere e microfoni), sfoderando tutte le armi del suo repertorio con il minimizzare i problemi, ribaltando la propria posizione con l’attaccare piuttosto che difendersi ed accusando gli oppositori più critici di disfattismo; premurandosi tuttavia al contempo di adoperare una tecnica della comunicazione decisamente più adeguata ai tempi rispetto a quella ormai demodé propria del Cavaliere, via via divenuta con il passare degli anni – ed il perpetuarsi del consenso elettorale – sempre più assimilabile a quella di un Walter Chiari o di un Gino Bramieri. In ogni caso, siamo lontani anni luce dal tipo di eloquio caratterizzante un vero statista: serio, analitico, rigoroso, essenziale e soprattutto saldamente ancorato ad un organico e lungimirante progetto politico.
Assimilabili berlusconismo e renzismo appaiono anche sul piano dell’utilizzo delle donne, da entrambi elette a vero e proprio cavallo di battaglia. Qui però emerge anche una profonda differenza di stile: sia per quanto riguarda l’atteggiamento dei due leader nei confronti delle rispettive “pupille” che nel modo di porgersi di queste ultime nei riguardi dell’opinione pubblica. Mentre infatti Berlusconi – coerentemente con le sue frequenti ostentazioni di gallismo – non si è mai preoccupato di nascondere la “simpatia” sulla quale si è fondata la carriera politica di molte delle sue cortigiane, Renzi si mostra decisamente più accorto nel mantenersi su un piano più prudente e diplomatico, preoccupandosi anzitutto di far risaltare attitudini e capacità politiche delle sue pur avvenenti favorite, al precipuo scopo di conquistare i consensi dell’elettorato femminile, per definizione più mobile e volubile di quello maschile.
In ogni caso, per classe, decoro, senso della misura una Boschi appare infinitamente più credibile rispetto alla gran parte delle pasionarie berlusconiane (peraltro sovente veline o conduttrici o giornaliste Fininvest mancate): non solo le più impresentabili Minetti o le ruspanti Biancofiore ma anche le più seriose e compassate Gelmini, pur sempre eccessivamente prone in ogni apparizione pubblica a compiacere ed incensare il Capo, del tutto acriticamente e spesso contro il più elementare buon senso. Anche tale aspetto concorre ad attribuire al renzismo una parvenza tutto sommato più edulcorata e raffinata rispetto al berlusconismo.
Una differenza che emerge nettamente tra i due personaggi è data dal loro rapporto con i cosiddetti poteri forti: mentre Berlusconi si è visto sin dall’inizio osteggiato dai vari centri di potere che da sempre nel nostro Paese allignano sotto la copertura del sistema democratico (preferendo in ogni caso denunciare tale stato di cose direttamente al popolo piuttosto che perseguire più diplomaticamente con essi un accordo sottobanco), Renzi può – almeno in partenza – contare sul pieno appoggio di molti di essi, del resto rivelatisi decisivi per la sua ascesa.
Altro fattore che pare giocare a favore del fiorentino sta poi nella percezione da parte dell’opinione pubblica della sua relazione con gli scandali, le immancabili inchieste giudiziarie riguardanti anche il suo partito: a differenza di Berlusconi, costantemente impegnato in un estenuante quanto drammatico braccio di ferro con la giustizia, i suoi trascorsi di rottamatore, l’aver preso il potere contro la stessa classe dirigente del Pd, l’immagine di nuovo con cui molta gente suole identificarlo consegna in pratica a Renzi un notevole patrimonio iniziale di fiducia; una sorta di salvacondotto destinato a puntellarne la posizione: almeno sinché perdurerà la fatidica “luna di miele”. Lo stesso dicasi per la pazienza popolare nei confronti della mancata attuazione delle sue promesse, durevole sinché se ne potrà dare la colpa alle resistenze frapposte dalle cariatidi della vecchia politica.
Traendo le conclusioni, diremo che l’era berlusconiana consegna a quella renziana una Italia disastrata, economicamente fallita, moralmente disfatta ma che in ogni caso, pur avendo da tempo perduto ogni fiducia nei confronti della classe politica, ha mostrato di voler rifiutare la soluzione più radicale rappresentata da Grillo. Un Paese comunque double face, se è vero che, amplificati dai media, si diffondono tendenze, costumi, modi di dire sempre più insulsi, narcotizzanti e frivolmente giovanilistici; con l’unica forma di “cultura” che pare veramente stare a cuore alla massa rappresentata dalla telefonia, ostentata abusata onnipresente (specie dopo il crollo delle tariffe); la gran parte dei denari una volta destinati ai divertimenti oggi da molte persone disperatamente riversati sul gioco; e i centri commerciali (fin dal parcheggio), molti negozi, le banche addirittura ormai subissati dalla musica, imposta ad alto volume e a ogni ora del giorno. Facile prevedere che per una nazione così malridotta, assuefatta, sudamericanizzata l’avvento di un novello Cola di Rienzo – lungi dal garantire una qualsivoglia inversione di tendenza, fondata anzitutto su un’improcrastinabile rifondazione morale – non possa che accelerare la corsa verso il baratro.
Così, come sul Titanic, mentre le aziende falliscono, gli imprenditori si suicidano, i disoccupati si moltiplicano, le famiglie si impoveriscono (e con una immigrazione selvaggia che – ora forte anche del crisma della benedizione papale – viene ogni giorno di più ad immiserire e abbrutire questo Paese), si preferisce ignorare il problema e continuare a suonare, affidando le residue speranze all’aitante salvatore della patria giunto da Firenze. Con le vetuste categorie di “destra” e “sinistra” anch’esse rottamate in quanto non più adatte ai tempi; in modo da lasciare il posto ad una nuova edizione riveduta e corretta della rassicurante “balena bianca” democristiana: nonostante tutto stavolta votabile – ironia della sorte – senza neppure doversi turare troppo il naso.

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