La strage di San Miniato: sessant’anni di menzogne

Nel luglio 1944 l’esito della “battaglia dell’Arno” appare ormai segnato. Proseguendo nella propria lenta ma inesorabile marcia verso nord dopo la liberazione di Roma, la Quinta armata americana raggiunge il Valdarno inferiore, costringendo i tedeschi a risolversi ad abbandonare anche la strategica cresta collinare di San Miniato, ultimo loro baluardo di qua dal fiume: ove, nel critico momento bellico rappresentato dal passaggio del fronte, sono confluiti numerosi sfollati, provenienti soprattutto dalle vicine città di Pisa, Livorno, Pontedera. Onde risparmiare distruzioni alla cittadina, fin dall’8 luglio il vescovo Ugo Giubbi si reca presso il comando germanico di Firenze: a causa di una serie di circostanze sfortunate sino alla diabolicità, tuttavia, il suo impegno non solo non verrà premiato, ma finirà frustrato nella maniera più tragica.

Alle truppe tedesche attestate a sud dell’Arno giunge l’ordine di ritirarsi fra il 17 e il 18 luglio oltre la “Heinrich Linie”, rappresentata dal corso del fiume; la loro partenza viene tuttavia disturbata dai partigiani operanti nella zona, galvanizzati dalla vicinanza dell’esercito alleato. Nelle prime ore del 18, in particolare, un agguato condotto presso il convento dei Cappuccini contro una camionetta germanica provoca la morte di due militari, fra cui un maggiore; attentato che va peraltro ad aggiungersi a quello che una settimana prima, alla Catena, ha visto l’uccisione di un sottufficiale. Come rappresaglia, il comando tedesco – insediatosi a villa Capponi – dispone allora prima l’arresto di tredici persone, prese in ostaggio onde cautelarsi circa l’eventualità di nuovi attacchi e in seguito tutte rilasciate, quindi la distruzione del 60% degli edifici del caratteristico borgo che si sviluppa lungo la strada che lo attraversa: e a nulla vale un ulteriore intervento del vescovo presso la Kommandantur.

Sul posto sono rimasti non più di una quarantina di soldati: i quali non possono neppure contare sulla collaborazione del commissario prefettizio della Repubblica sociale (il corrispondente del podestà del Ventennio), Genesio Ulivelli, che dopo avere vistato la lista delle case da abbattere si è dileguato, mancando di impartire alla popolazione l’ordine di evacuazione richiestogli. Nel frattempo, il 17 due divisioni di fanteria statunitensi hanno occupato Montaione e Ponsacco; mentre il giorno successivo le batterie del 337° battaglione di artiglieria campale americano si sistemano pochi chilometri a sud di San Miniato, tra Palaia e Bucciano.

Si giunge così alla tragica giornata del 22 luglio: quella dalla retroguardia germanica scelta per lasciare la cittadina. Sgomberare le vie della quale resta per i tedeschi la priorità: nel clima di ostilità che ormai li circonda, quello appare infatti l’unico modo per coprirsi in qualche modo le spalle. Lo stato d’animo di quei soldati è spiegato dalla testimonianza che avrebbe reso un frate poliglotta, il quale aveva avuto modo di chiedere ad alcuni di loro il motivo per cui essi “si mostrassero così severi nei confronti della popolazione. Mi fu risposto: “Quando siamo arrivati a San Miniato abbiamo trovato tutte le botteghe chiuse, nelle vicinanze della città vi sono partigiani armati, quattro dei nostri sono stati uccisi verso i Cappuccini e temiamo che anche fra il popolo vi siano degli armati: per questo vogliamo che per le strade non circoli nessuno””.

La drammaticità della situazione li porta inoltre ad individuare nel vescovo l’unica autorità in grado di far applicare i loro desiderata: per questo già alle sei del mattino un ufficiale si reca assieme all’interprete in vescovado. Lamentatosi con il prelato della mancata attuazione del reiterato ordine di sfollamento, il militare chiede il concentramento della cittadinanza per le otto in piazza dell’Impero (l’attuale piazza del Popolo): ossia il luogo che già in due precedenti occasioni ha visto raggruppamenti di persone, in particolare giovani destinati ai lavori forzati o alle armi. Dopo avere invano provato a far desistere il suo interlocutore dal proposito dell’adunata, monsignor Giubbi gli fa presente che ammassare la popolazione in quel luogo risulterebbe estremamente disagevole, essendo stata proprio la principale via di accesso teatro delle maggiori distruzioni e dunque tuttora ingombra di macerie, proponendo quale alternativa il più praticabile “prato” del duomo: vale a dire la spianata che si allunga fin sotto la rocca fridericiana e che oltre alla cattedrale ospita lo stesso vescovado. All’ordine che prontamente giunge per tramite dei chierici, stavolta la gente risponde abbandonando i propri ricoveri ed affluendo nel luogo stabilito.

Da questo momento però un ruolo decisivo verrà purtroppo giocato dal fato. Una volta ultimatosi l’afflusso della popolazione, il tenente tedesco preposto all’operazione fa entrare in chiesa donne, anziani e bambini, lasciando in un primo tempo fuori gli uomini adulti; a seguito di un intervento del vescovo tuttavia anche questi ultimi vengono fatti entrare: cosicché un migliaio di persone si trovano ad affollare il tempio, con le sentinelle a sorvegliare dall’interno le porte affinché non esca nessuno, spiegando al contempo alla gente intimorita che il concentramento nasce dalla necessità di tenere la popolazione lontana dalle strade che saranno interessate dalle manovre militari germaniche. Giubbi dal canto suo invita tutti i presenti a pregare “perché il momento è triste, veramente triste”, aggiungendo che è consentito mangiare, parlare, fumare, pur nel rispetto della casa di Dio. A chi voglia comunicarsi viene inoltre concesso anche se non confessato, a patto di essere digiuno e non in peccato mortale.

Ma un momento altrettanto angosciante si sta comunque vivendo anche nell’altra piazza – quella dell’Impero – sulla quale affaccia il convento di San Domenico, che da una settimana ospita un altro migliaio di sfollati stipati in ogni spazio disponibile, e sul cui tetto sventola, a tutela dei rifugiati, una grande bandiera pontificia. Qui all’alba si sono presentati alcuni soldati tedeschi, intimando ai civili prima di uscire e disporsi nella piazza antistante, poi di rientrare nella chiesa; finché, poco prima delle nove e mezza, preceduto dall’arrivo di un aereo d’appoggio (la cosiddetta “cicogna”) che ha evidentemente il compito di indicare alle proprie batterie gli obiettivi da colpire, non si scatena l’inferno. Un fitto cannoneggiamento da parte dell’artiglieria statunitense che nel giro di un quarto d’ora devasta la collina accanendosi in particolare contro la zona più alta ed antica del borgo: malauguratamente quella in cui si trovano ristrette tutte quelle persone.

Da una parte San Domenico fa il miracolo: sotto la furia del bombardamento i soldati di guardia consentono ai frati di far scendere i rifugiati dalla chiesa del convento ripetutamente colpito – nonostante il bandierone esposto – ai sotterranei, protetti dalle possenti arcate dell’edificio; qui inoltre un proiettile, sfondato il tetto della chiesa, piomba sul pavimento marmoreo strisciandovi sino all’altar maggiore, lesionandone il primo scalino eppure non esplodendo.

Non altrettanto fortunata si rivela invece la sorte della gente ammassata in cattedrale: ove una granata penetrata dal lucernario posto in fondo alla cappella del SS. Sacramento – situata nel transetto di destra – rimbalza sulla parete di fronte per concludere la propria corsa qualche metro più là, a margine della balaustra dell’altare, esplodendo e provocando la morte di cinquantacinque persone e il ferimento di un altro centinaio.

È così solo la sera che i tedeschi possono finalmente lasciare la cittadina, ma non prima di averle inferto l’ultimo sfregio: minati altri edifici onde ostacolare l’avanzata americana, dopo averla utilizzata fino all’ultimo fanno saltare pure la vetusta torre ghibellina di Federico II di Svevia, in modo da precludere ai nemici quell’ideale punto di osservazione sull’ampia piana circostante. La suggestiva rocca (peraltro altrettanto germanica: donde l’appellativo medievale del borgo di “San Miniato al Tedesco”, rimasto in uso sino alla prima guerra mondiale) era celebre soprattutto per l’episodio dantesco di Pier delle Vigne. Anche una volta attestatasi lungo la linea Heinrich, del resto, la Wehrmacht continuerà a cannoneggiare il già martoriato borgo, sino a tutto agosto.

A San Miniato, dopo la dipartita teutonica, se da una parte gli esponenti del locale Cln non brillano per tempismo e capacità organizzativa, facendo trascorrere diversi giorni prima della riattivazione della macchina comunale, dall’altra pure gli americani compiono nella formazione della prima giunta municipale una scelta assai discutibile e che mostra tutta la loro sfiducia nei confronti degli antifascisti. Non potendo elevarlo alla carica di sindaco, essi affidano l’importante assessorato alle finanze e all’alimentazione allo stesso Ulivelli – il quale evidentemente proprio da loro è andato a riparare una volta tagliata la corda – senza che gli esponenti del locale Cln abbiano da obiettare alcunché (l’ex repubblichino verrà rimosso dall’incarico due mesi più tardi, per mano dell’ispettore del governo militare alleato). Primo cittadino diventa invece Emilio Baglioni, insegnante liceale, di orientamento socialista, sottotenente d’artiglieria e membro di una formazione partigiana in qualità di addetto al collegamento con le forze alleate: ruolo che fin dal mese di giugno lo ha posto in contatto con gli ufficiali dell’intelligence statunitense, cui segnalava le postazioni tedesche concordando le azioni di sabotaggio partigiane; egli è inoltre sposato con una cittadina inglese.

L’attribuzione delle responsabilità della strage apparve fin da subito controversa: la più che comprensibile rabbia dei sopravvissuti individuò infatti nell’adunata imposta dal comando germanico la causa primaria della carneficina, a prescindere da ogni altra considerazione che avrebbe piuttosto fatto pensare ad una tragica quanto sfortunata concatenazione di eventi. In tale sommaria ricostruzione a finire infamato fu lo stesso vescovo, da alcuni dei parenti delle vittime accusato di aver agito in combutta con gli occupanti e quindi di essere stato a conoscenza di quanto si sarebbe perpetrato: e il fatto che egli fosse stato assente dal duomo al momento dell’esplosione non contribuì certo ad alleggerirne la posizione agli occhi di costoro. A tali calunniose illazioni non avrebbero poi mancato di contribuire esponenti della sinistra locale, lesti a cavalcare il risentimento popolare per quanto accaduto a scopi politici.

Ciò che del prelato samminiatese i comunisti non avevano digerito era stata in realtà la lettera pastorale Renovamini spiritu, indirizzata ai parroci della diocesi nel febbraio ’44 e da alcuni di essi letta in chiesa. Dinanzi al “bando Graziani” che in quello stesso mese aveva richiamato alle armi renitenti e disertori dell’8 settembre – pena la fucilazione – e alla conseguente scelta di molti giovani di darsi alla macchia per poi confluire nelle numerose bande partigiane che, orchestrate soprattutto dal più intraprendente e meglio organizzato Pci, andavano costituendosi un po’ ovunque, Giubbi vi aveva preso una posizione ferma quanto lungimirante, sia mettendo in guardia da quelle utopie rivoluzionarie di stampo sovietico che andavano nel frattempo diffondendosi che disapprovando le crescenti provocazioni messe in atto dai partigiani le quali, lungi dall’influire minimamente sul corso della guerra, avevano quale unica conseguenza quella di esporre le popolazioni a feroci rappresaglie.

Circa poi l’atteggiamento da tenere nei confronti della Rsi, il vescovo invitava il clero ad una posizione “lealista”, valutando “l’anarchia peggiore di un governo illegittimo”. Nel drammatico momento bellico egli raccomandava inoltre ai giovani chiamati alle armi di onorare gli obblighi militari, ai contadini di rispettare la disposizione governativa di conferire il grano all’ammasso: a tutti di continuare a fare il proprio dovere. Ovvio che, essendovi stato un armistizio, avendo la gente prima gioito per la fine del conflitto per poi ritrovarsi non solo ancora in guerra, ma pure con i tedeschi in casa l’appello del presule potesse risultare oltremodo zelante, sgradito ed anche odioso, specie nel clima tremendo della guerra civile in cui fanatismo ideologico e anticlericalismo finirono con il costituire gli elementi le primari: il che non autorizzava tuttavia gli aspiranti bolscevichi locali a gettargli addosso tutto quel fango.

Giubbi sarebbe mancato nel ’46 senza avere mai preso posizione a propria discolpa, affermando anzi che “nulla aveva da difendere”: ma per i rossi egli era rimasto un nemico, se è vero che ai suoi funerali vi fu chi festeggiò. Il tempo avrebbe tuttavia rimesso le cose a posto: “Clero e popolo della diocesi onorano la cara memoria del vescovo Ugo Giubbi padre premuroso maestro sapiente pastore vigilante – ricordano con ammirazione la serenità nella sofferenza”, leggiamo infatti nella lapide apposta in cattedrale in occasione del 30° anniversario della sua scomparsa.

Già nel luglio ’45, del resto, il giudice incaricato di portare a termine l’inchiesta sulla strage promossa dal comune non aveva mancato di sottolineare come “le autorità religiose, che si sostituirono alle autorità civili mancanti, dettero alla popolazione ogni assistenza spirituale e materiale. L’opera che il clero di San Miniato svolse in quei tristissimi giorni è superiore ad ogni elogio”. Mentre ancora nel 2002 il vescovo Ricci in una Relazione di studio sulla figura del suo predecessore avrebbe chiosato: “Paradossalmente gli nocque il fatto di essere rimasto l’unica autorità presente in città, sicché si trovò a dover trattare con i tedeschi e a dover trasmettere le loro comunicazioni alla popolazione; restò pertanto esposto al sospetto, sostenuto da alcuni parenti delle vittime, che egli fosse informato di quanto sarebbe accaduto”.

Sull’eccidio non mancarono certo le inchieste: ma tutt’altro che obiettive e chiarificatrici; la loro capillare ricostruzione è dovuta all’impegno dello storico Paolo Paoletti, autore del volume 1944 San Miniato. Tutta la verità sulla strage. Frutto di un meticoloso lavoro di ricerca condotto tra gli archivi di Washington e Friburgo cui si unisce un non comune fiuto investigativo sia nell’individuare tutte le incongruenze di quelle sciagurate indagini che nell’evidenziare pregiudizi e malafede di chi per decenni ha contribuito a propagare una “verità” forse politicamente corretta ma storicamente infondata, il saggio smonta definitivamente la tesi della responsabilità germanica, attribuendo la strage ad una cannonata sparata dal 337° battaglione statunitense.

Il seme della mistificazione storica delle responsabilità della strage venne gettato dall’inchiesta “preliminare” condotta dal capitano italo-americano Ruffo, appartenente al reggimento dei “liberatori” entrato nella cittadina – ormai ridotta a un cumulo di macerie – subito dopo il suo abbandono da parte germanica. La causa di tale manipolazione va ricercata nella consapevolezza statunitense di avere violato l’art. 27 del trattato dell’Aja del ’29, il quale recitava: “Negli assedi e cannoneggiamenti si devono prendere tutte le misure necessarie per risparmiare per quanto possibile gli edifici dedicati al culto, all’arte, alla scienza e alla beneficenza, i monumenti storici, gli ospedali e i punti di raccolta per malati e feriti, a patto che essi non vengano contemporaneamente usati a scopi militari”.

Oltre che sul convento di San Domenico, insegne papali erano issate anche su quello di San Francesco e sullo stesso vescovado: il che porta Paoletti ad affermare che la scelta del duomo come rifugio effettuata dal vescovo fosse dovuta proprio al fatto che esso “era ben visibile dai militari alleati e dagli artiglieri e quindi chi puntava i pezzi contro quell’obiettivo sapeva senza ombra di dubbio di sparare contro un edificio sacro, posto accanto ad altri edifici che esponevano la bandiera del Vaticano. Gli osservatori per l’artiglieria e la “cicogna” non potevano non aver visto le bandiere vaticane che sventolavano vicino al Duomo. La responsabilità più pesante ricade dunque sugli artiglieri americani, che hanno violato tutti i trattati internazionali per aver deliberatamente colpito un edificio sacro, che godeva del diritto di extraterritorialità, e un monumento artistico”.

Circa la mancata esposizione sulla cattedrale del vessillo pontificio abbiamo la testimonianza resa alla commissione d’inchiesta samminiatese da un sacerdote: “La mattina del giorno 20 [luglio ’44] sulla strada nazionale passò un sidecar con due militari tedeschi; appena si fermò, un militare mi disse con accento concitato che a San Miniato si doveva esporre bandiera bianca, anzi due, sulla cattedrale: ripeté più volte il nome ‘cattedrale’. Tornai subito a San Miniato e mi diressi dal vescovo per informarlo: egli, convocata una parte del capitolo, decise di non far esporre tali bandiere, ritenendolo una provocazione verso i tedeschi. Le bandiere non furono messe”. Circostanza confermata nella medesima sede da un altro parroco: “La mattina del 20 ebbe luogo una riunione dal vescovo: fu scartata la proposta di innalzare la bandiera bianca come era stato suggerito da due militari tedeschi”.

Monsignor Giubbi scelse dunque di non esporre il simbolo vaticano sul duomo, essendo questo vuoto e potendosi interpretare quel gesto come atto di resa della cittadina agli alleati. Lo scrupolo del prelato lo indusse tuttavia ad interpellare in proposito lo stesso comando germanico, mediante l’invio di due messi, come testimoniato da uno di questi dinanzi alla stessa commissione: “Andammo al comando tedesco e chiedemmo ad uno dei militari se potevamo usare la bandiera bianca: costui rispose che non importava, poiché bastavano quelle papali che già sventolavano su alcuni edifici della città”.

Per quanto tutto lasci pensare che neppure l’esposizione del drappo bianco avrebbe evitato la carneficina: sia perché ne sventolava già uno lì davanti, sul vescovado; sia perché il pur imbandierato convento di San Domenico non venne risparmiato dal fuoco americano; sia – e soprattutto – per l’estrema accidentalità del proiettile fatale. Due considerazioni comunque si impongono: la prima, che c’erano tutte le avvisaglie di un bombardamento alleato del borgo, al punto che gli stessi soldati germanici, in un semplice quanto spontaneo moto di umanità, si erano preoccupati della sorte della popolazione; l’altra, che il destino parve mettersi proprio d’impegno perché tutto finisse nel modo peggiore.

Nel rapporto che invia ai superiori già il 28 luglio ’44 circa “l’atrocità commessa a San Miniato”, Ruffo scrive: “Tutte le prove visibili e circostanziali sulla scena dell’esplosione mi fanno ritenere che morti e feriti sono conseguenza di una mina o di una bomba a orologeria sistemata dai tedeschi. È mia ferma convinzione che il massacro dei civili nella cattedrale, in palese violazione del trattato di Ginevra, come pure la completa demolizione dei principali edifici della città, siano state misure di rappresaglia disposte dai tedeschi in risposta all’atteggiamento ostile della popolazione locale nei confronti delle dottrine fascista e nazista”. In tale sommaria disamina il militare omette il minimo riferimento al fondamentale reperto consegnatogli dal maresciallo dei carabinieri che per primo aveva fatto un sopralluogo nel duomo: dei resti di proiettile (“due schegge”) che i successivi accertamenti individueranno prima genericamente come “un involucro d’alluminio di forma cilindrica alto circa 10 cm”, quindi come una “spoletta” (ossia il congegno che nei proiettili cavi – come le bombe – comunica il fuoco alla carica interna) americana.

“La spoletta – osserva Paoletti – è quasi come il DNA di una bomba. Dalle iniziali incise su quel pezzo di metallo si può desumere tutto: fabbricazione, tipo, modello ecc.”. Il che porta lo studioso fiorentino a qualificare Ruffo come “l’artefice del tentativo di nascondere le prove”, che “afferma il falso sapendo di mentire e soprattutto ci dice che in quelle schegge non c’era nulla che potesse accusare la Wehrmacht”. Il suo comportamento appare dunque “gravissimo, da corte marziale”, dal momento che egli, “nelle conclusioni della sua indagine preliminare, avrebbe dovuto almeno far cenno al rinvenimento di una spoletta all’interno del Duomo e siccome tace sul fatto, sa di occultare una prova”. Evidente perciò il suo tentativo “di incolpare della strage i tedeschi pur avendo in mano prove inequivocabili che accusavano il proprio esercito. Anzi il fatto che proprio lui accusi i tedeschi della violazione del trattato dell’Aja dimostra che conosceva il contenuto di quegli articoli ma soprattutto che sapeva che gli artiglieri americani avevano violato lo spirito e la lettera di quel trattato”.

È in ogni caso su quella subdola e per gli americani quanto mai comoda traccia che si muove il 14 agosto la sbrigativa “commissione sui crimini di guerra” nominata dal generale Clark, interrogando in vescovado nell’arco di quattro ore otto testimoni (fra i quali lo stesso vescovo ed il sindaco) e concludendo senza aver trovato un colpevole “per la ragione che prima dell’insediamento di questa commissione né era stato individuato un supposto responsabile né accertata un’atrocità o un crimine di guerra”. Nel rapporto i fatti in questione erano sintetizzati in questi termini: “Il 22 luglio 1944 i soldati tedeschi che occupavano la cittadina di San Miniato, di fronte all’avanzata delle forze americane e alle conseguenti difficoltà incontrate con elementi partigiani, costrinsero circa 1500 abitanti a entrare nella cattedrale, evidentemente minata prima dell’ingresso della popolazione. Le porte furono chiuse, le guardie tedesche se ne andarono e la mina fu fatta esplodere. Circa 60 persone furono uccise e molte di più ferite”.

Solo che per giungere a tali conclusioni i commissari statunitensi avevano dovuto stravolgere quanto emerso dalle deposizioni dei testi, soprattutto riguardo al posizionamento delle sentinelle (almeno una delle quali era sicuramente presente all’interno del tempio al momento del bombardamento: un giovanissimo soldato che appariva non meno scioccato di quanti gli stavano intorno) e allo stato delle porte della cattedrale, lasciate aperte. Evidente appariva inoltre l’intento di quella ricostruzione di far apparire la strage come una “rappresaglia per l’uccisione di un maggiore tedesco ad opera di partigiani”.

Osserva in proposito Paoletti: “L’inchiesta americana che doveva accertare le cause della tragedia in Duomo si rivelò carente sotto il profilo investigativo: i commissari non presero in esame i loro diari di guerra [dai quali si sarebbe ricavata la coincidenza fra l’orario del cannoneggiamento statunitense e quello dell’eccidio], non ascoltarono i comandanti delle loro batterie né i medici italiani che curarono i feriti (tutte persone che erano in loco), non fecero foto al luogo dell’eccidio. La Commissione dell’esercito americano non poteva certo lamentare carenza di mezzi ma solo mancanza di buona volontà o interesse a non approfondire un episodio che poteva ritorcersi contro di loro”.

Alle incongruenze e manipolazioni caratterizzanti quell’inchiesta sottolineate dallo studioso fiorentino potremmo aggiungere alcune considerazioni a discarico dei tedeschi. La prima e più immediata è che loro in piazza dell’Impero avrebbero voluto concentrare la popolazione, e che anche una volta ripiegato sul prato del duomo fu solo per le pressioni del vescovo che fecero entrare tutti quanti dentro: il che smonta di per sé la tesi americana di una cattedrale precedentemente minata in previsione della strage. Bisogna inoltre tenere conto del modus operandi tenuto dagli occupanti in occasione dei massacri di civili perpetrati sul nostro territorio: i quali venivano regolarmente preceduti da rastrellamenti da loro stessi effettuati, senza certo lasciare alla gente la facoltà di raggiungere autonomamente il luogo deputato; così come nessuna di quelle stragi aveva fatto registrare delle modalità così approssimative ed anomale, lasciando in pratica al caso la responsabilità di determinare il numero delle vittime.

Dopo una serie di passaggi burocratici, il manigoldo rapporto americano finisce al tribunale supremo militare di Washington, derubricato come “Massacro di civili italiani da parte di soldati tedeschi, demolizione di un edificio privo di alcun valore militare” e restandovi aperto “in attesa di una definizione della politica riguardante i processi dei casi italiani” nonché della costituzione dell’ufficio incaricato di occuparsene. Ritenendo in ogni caso conclusa l’inchiesta, nel ’46 le autorità statunitensi ne trasmettono il contenuto a quelle italiane “per le investigazioni appropriate”; senonché nel ’60 il caso sarà archiviato anche da noi, con il relativo fascicolo che, in ossequio ai nuovi equilibri internazionali dettati dalla Guerra fredda, finirà esso pure sepolto nell’“armadio della vergogna”: ciò ad indiretta conferma della presunta matrice germanica della strage. Con la scoperta nel ’94 di quello scottante archivio romano, poi, anche il procedimento sui fatti del duomo verrà riesumato per essere assegnato al tribunale militare di La Spezia, derubricato come “supposto crimine di guerra tedesco” e quindi nuovamente archiviato in quanto “gli autori del reato sono rimasti ignoti”.

Più articolata – per quanto altrettanto infruttuosa rispetto all’accertamento della verità – l’inchiesta promossa dal comune di San Miniato, cui si è già accennato. Voluta soprattutto dallo stimato avvocato azionista Ermanno Taviani, presieduta dal sindaco ed insediatasi il 21 settembre ’44, la commissione municipale individuò in quattro punti il succo delle questioni da risolvere: se a colpire la cattedrale fossero state cannonate, bombe o ordigni esplosivi; se essi fossero stati di provenienza tedesca o alleata; a quali cause si dovesse ascrivere l’eccidio; se nella sua attuazione si potessero individuare responsabilità morali, “dirette o indirette”, da parte delle locali autorità politiche, amministrative e religiose.

La commissione parve iniziare con scrupolo i propri lavori, incaricando il tecnico suo componente – l’ing. Giglioli, socialista – di presentare una relazione “sullo stato attuale del fabbricato del Duomo con relativa pianta”. Evidente l’intento di individuare nei danneggiamenti subiti dalla cattedrale – e prima che iniziassero i lavori di restauro – una conferma all’ipotesi della mina germanica: la cui principale traccia avrebbe dovuto essere a rigor di logica la presenza nel pavimento di un cratere, il quale risultava però del tutto assente. I commissari lavorarono alacremente, riunendosi fra settembre e ottobre undici volte, raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti ed acquisendo reperti bellici rinvenuti all’interno della cattedrale: in particolare schegge, estratte anche dai corpi dei feriti.

Nonostante l’impegno profuso però non si riuscì ad acquisire certezze. Per trovare un movente alla tesi della rappresaglia tedesca fu anche chiesto al comandante partigiano della zona, il comunista Fioravante Mori, se la notte precedente l’eccidio fosse avvenuto nella valle di Marzana uno scontro a fuoco tra i suoi uomini e soldati della Wehrmacht; ma la risposta dell’onesto antifascista frustrò le aspettative dei commissari: “Sono stato il capo delle formazioni dei partigiani di San Miniato che dovevano agire nella zona tra Marzana e Scacciapuce e dichiaro che nessuno scontro è avvenuto in quella notte tra i partigiani e le truppe tedesche”.

Per uscire dall’impasse fu allora deciso di affidarsi ad un perito che accertasse se l’eccidio fosse stato causato “da un ordigno esplosivo ovvero da scoppi ed esplosioni di granate” e se, qualora si fosse rivelata valida la seconda ipotesi, si fosse trattato di granate tedesche o americane; veniva inoltre commissionata l’esecuzione di fotografie che documentassero lo stato attuale del luogo dell’eccidio. Individuato tale tecnico nel tenente colonnello Cini, anche il comando statunitense si attivò perché dai suoi uffici uscisse una relazione sui fatti di San Miniato: con il risultato che sul tavolo della commissione piovvero nel giro di pochi giorni due perizie, convergenti nell’attribuire la responsabilità del massacro ad un proiettile da mortaio tedesco.

Quella americana in particolare – redatta dal tenente Jacobs – risolveva il problema causato dal reperimento della spoletta mediante un maldestro escamotage. I due tipi di ordigni cui essa avrebbe potuto appartenere, “un fumogeno o un proiettile al fosforo bianco”, non avrebbero potuto produrre schegge lesionanti in quanto “usati primariamente per il fumo che sprigionano”. Difatti il “proiettile americano, entrato in un’ala della stanza più larga con un’angolazione sud-ovest, colpì il muro interno dopo essere entrato attraverso una finestra ma senza produrre schegge”, come “notato” dagli stessi superstiti che avevano altresì visto “uscire dall’edificio una grande quantità di fumo”. A determinare la strage non poteva perciò che essere stato il “proiettile di calibro non troppo grosso penetrato in chiesa attraverso una finestra circolare situata in alto sul lato nord”, individuato come una “granata” che, “con una traiettoria piuttosto alta”, aveva “colpito direttamente una colonna di marmo vicino all’altare, tranciando parti di una balaustra di marmo; la direzione dell’impatto e l’esplosione furono tali che la sua intera forza fu sprigionata nell’area dove le persone risultate ferite si erano raccolte, secondo quanto riferito”. Non potendosi dunque dare la colpa ad una bomba a orologeria piazzata dai tedeschi, ci si inventava adesso la storia di un proiettile da loro stessi sparato.

Iniziarono quindi le defezioni: il primo a dimettersi fu lo stesso Taviani, seguito da Giglioli; mentre nel febbraio ’45 Baglioni lasciava San Miniato per andare a combattere i tedeschi nel Settentrione. Quel che restava della commissione continuò tuttavia a raccogliere elementi e testimonianze: senonché alla fine della guerra dei suoi sei componenti iniziali ne rimaneva soltanto uno. Una volta rientrato, il sindaco decise allora, “per garantire l’obiettività di giudizio”, di affidare l’esame del materiale raccolto “ad una persona assolutamente estranea all’ambiente cittadino”, individuata nel giudice del tribunale di Firenze Giannattasio: il quale non seppe fare di meglio che accogliere pedissequamente la tesi dei due periti militari, finendo così con l’offrire pure un avallo giudiziario a quanto da Paoletti additato come “il bluff americano e la connivenza italiana a tacere la verità”. Negli anni a seguire violentata mediante le diversioni più fantasiose e impudenti, a cominciare da quella messa a punto nel ’47 da un memorialista a stelle e strisce: “Come ultimo atto i Krauti avevano portato due carri armati fino al Duomo e spararono ad alzo zero contro un gruppo di civili attoniti e terrorizzati”.

Si giunge così al ’54: allorché, in previsione del decennale del massacro, alcuni dei familiari delle vittime chiedono al successore di Baglioni, il comunista Salvadori, di ricordare i caduti con una lapide. Per la redazione del testo viene allora ingaggiato nientemeno che Luigi Russo, pisano d’adozione dopo essere stato direttore della Normale e candidatosi a sua volta con il Pci in occasione delle politiche del ’48. Ha così inizio il controverso capitolo delle targhe apposte sulla facciata del municipio samminiatese: che se da una parte risulterà oltremodo ridicolo, dall’altra rappresenterà un tristo spaccato della politica attuata dalla sinistra saldamente insediata al potere (come in Toscana), così miope, meschina e soprattutto incapace di superare quelle lacerazioni causate dalle vicende belliche; e questo non nell’immediato dopoguerra ma ancora lunghi decenni dopo la fine del conflitto.

Si parte dunque dalla retorica nonché menzognera epigrafe vergata dall’illustre critico: “Questa lapide ricorda nei secoli il gelido eccidio perpetrato dai tedeschi il 22 luglio 1944 di sessanta vittime, inermi, vecchi, innocenti perfidamente sollecitati a riparare nella cattedrale per rendere più rapido e più superbo il misfatto. Non necessità di guerra, ma pura ferocia attilesca propria di un esercito impotente alla vittoria perché nemico di ogni libertà, spinse gli assassini a lanciare micidiale granata nel tempio maggiore. Italiani che leggete, perdonate ma non dimenticate! Lo straniero di ogni parte sia sempre tenuto lontano dalle belle contrade rifiutando ogni lusinga o d’aiuto o d’impero. Ricordate che solo nella pace e nel lavoro è l’eterna civiltà”.

Insostenibile appare la motivazione della scelta del teatro dell’eccidio che viene addotta: i tedeschi, solitamente così privi di scrupoli e sbrigativi nel massacrare le loro vittime con la mitragliatrice (al muro dei centri abitati come sull’erba delle campagne), in questo caso si sarebbero “perfidamente” peritati di concentrare la gente in quel luogo sacro “per rendere più rapido e superbo il misfatto”. A finire nel mirino della prefettura di Pisa è tuttavia la frase riservata allo “straniero”: giudicata xenofoba e segnatamente antiamericana, essa viene espunta dalla lapide; al pari dell’aggettivo “attilesca”, dall’insigne letterato scelto per caratterizzare la presunta ferocia teutonica.

In ogni caso a San Miniato qualcuno si ribella: in particolare il canonico Enrico Giannoni, il quale aveva avuto modo di assistere al cannoneggiamento alleato dalla collina verso Calenzano – ove proprio in quel momento si stava recando – e che del ristabilimento della verità sulla strage aveva fatto una ragione di vita, giungendo persino a ricostruire la traiettoria percorsa dal micidiale proiettile una volta penetrato nel duomo. Non senza coraggio il religioso sceglie di prendere pubblicamente posizione contro la tesi sostenuta nella targa, affidando la propria versione dei fatti alle colonne del “Giornale del Mattino”. Nell’articolo pubblicato dal quotidiano fiorentino l’8 agosto ’54, don Enrico riferisce anche dello scambio d’idee da lui avuto con il sindaco – già suo compagno di scuola – in occasione dell’inaugurazione della lapide, avvenuta giusto una settimana prima alla presenza dell’ex comandante generale partigiano Parri.

“A conoscenza perfetta dell’Epigrafe volle il caso che io mi incontrassi, il primo agosto stesso, con l’amico Salvadori mentre chiedeva al proposto di benedire, alla cerimonia serale, la lapide in parola (la cosa era di pertinenza del vescovo, assente ma non lontano, a cui il sindaco non credé di riferirsi: e la lapide non fu benedetta). Il colloquio, presente mons. Rossi, fu schietto: “Avremo, dunque, stasera, un fatuo trionfo di una grossa vergogna! – No! Devi dire che è una di quelle questioni che non si decide, che non si può decidere – Ma tu, invece, l’hai decisa, e in modo perentorio: e la decisione l’hai scolpita nel marmo; anzi, l’hai compilata nel bronzo. Io non esigevo che tu la decidessi nel senso della mia tesi (pure definitiva e patrimonio dei più). Potevi deciderla in modo che la lapide commemorasse i morti e maledicesse la guerra, ma non in modo unilaterale”. Il sindaco a questo punto risponde così: “Ma noi abbiamo in documento comunale di inchiesta: non si poteva prescindere da quello””.

L’acuto Giannoni aveva dunque ben colto il carattere partigiano della targa, decisa e “compilata” tutta all’interno di un’unica parte politica. Così come il sindaco nell’addurre quel tipo di giustificazioni parrebbe ammettere lo stravolgimento della realtà storica ma attribuendone pilatescamente la colpa alla versione dei fatti prima data dai vincitori, quindi ratificata da un giudice italiano e pertanto ormai immodificabile. Di conseguenza, le “due verità” sulla strage del duomo continueranno a marciare parallelamente: quella ufficiale, adesso pure scolpita in una lapide municipale per quanto infondata, e quella storica, nota alle stesse autorità istituzionali eppure boicottata.

Tutta una pubblicistica si allinea allora pedantemente alla disonesta vulgata, pure ampliando il volume di fuoco che sarebbe stato scatenato dagli occupanti sino a parlare nel ’70 di “un misfatto tedesco: decine di morti e centinaia di feriti erano le vittime del terribile inferno, cui era stata sottoposta la popolazione inerte rifugiata nel duomo della città, sottoposta dai tedeschi a un micidiale lancio di bombe a mano prima e di granate dopo”. Alla malafede si somma inoltre l’approssimazione allorché, due anni più tardi, in un opuscolo pubblicato dall’amministrazione provinciale pisana si legge: “Il 21 luglio 1944 a San Miniato nel corso di un’azione di rappresaglia, le SS tedesche penetrarono nella Chiesa, dove si era raccolta la popolazione, e con raffiche di mitra e lancio di bombe a mano, fecero una strage. I morti furono 42”.

Neppure brillano per onestà intellettuale e indipendenza di giudizio i fratelli Taviani – figli dell’avvocato Ermanno – nel film La notte di San Lorenzo, celebrando così nell’82 anche a livello cinematografico il falso storico artatamente confezionato a San Miniato. A denunciare pubblicamente il quale è allora il senatore samminiatese del Msi Turini, con una lettera al “Giornale Nuovo”: “I fatti si svolsero in ben altra maniera. Durante un cannoneggiamento fra opposte artiglierie, disgraziatamente una granata americana centrò il Duomo provocando molti morti ed un centinaio di feriti”. La versione dei fatti propinata dal film non convince neppure lo studioso tedesco Köhler, il quale non manca di sottolineare come molti interrogativi siano in realtà rimasti irrisolti: “Da dove venne la granata? Fu sparata con quell’obiettivo? Da chi? Quale era stata la ragione per l’ordine dato di radunarsi? Vi era un collegamento premeditato con lo sparare sul Duomo? Queste domande non hanno cessato di tormentare gli abitanti sopravvissuti dai giorni di questi spaventosi avvenimenti. Non vi è una risposta sicura e la probabilità che essa venga trovata diventa sempre più tenue”.

Gli scaltri amministratori samminiatesi individuano allora un espediente assai subdolo per cavarsi d’impaccio: quello di attribuire comunque ai tedeschi la responsabilità morale dell’eccidio – a prescindere dalla nazionalità dell’ordigno assassino – per il fatto di avere deliberatamente esposto la popolazione a quel cannoneggiamento, foss’anche americano. Così, in una pubblicazione uscita nell’84 per il quarantennale del massacro, l’assessore alla cultura scrive di “non riuscire a vedere l’importanza della “verità”” sulla responsabilità di quanto accaduto in duomo, essendo innegabile che lì dentro “i cittadini vennero convogliati per un ordine militare tedesco”. Concetto ribadito un decennio più tardi dal sindaco Lippi (prima Pci, ora Pds): “La verità storica è che quei morti furono la conseguenza della sciagurata e colpevole decisione del Comando tedesco di concentrare gran parte della popolazione civile nel punto più alto della città”. Come chiosa Paoletti, a San Miniato la “verità storica” viene in tal modo declassata da valore assoluto a concetto del tutto relativo e poco “importante” allorché “si tratta di stabilire una volta per tutte la responsabilità americana”; salvo poi “riscoprirla ed esaltarla quando si tratta di accusare i tedeschi”.

Qualcosa comincia tuttavia a cambiare dopo la caduta del Muro di Berlino. Nel ’91 gli storici Lastraioli e Biscarini pubblicano un volume, Arno-Stellung, un cui capitolo è dedicato alla ricostruzione dell’episodio samminiatese: privilegiando il momento dell’analisi dei documenti (in questo caso quelli dell’esercito americano) rispetto alla mera riproposizione di una verità di facciata, lo studio ha il merito di inaugurare finalmente una metodologia di ricerca seria. Ma anche in Germania si continua a sottolineare l’incertezza dell’attribuzione della strage, dovuta – scrive nel ’93 Klinkhammer – allo “scoppio di una granata della quale non si poté accertare la provenienza. Nella storiografia tuttavia tale episodio è riportato come esempio di uno dei perfidi massacri tedeschi (in molti casi effettivamente avvenuti) ai danni della popolazione civile, giudizio che ha avuto larga diffusione dopo il film dei fratelli Taviani”.

Le celebrazioni del cinquantenario dell’eccidio rimarcano i due differenti approcci che continuano ad aversi riguardo alla vicenda. Se infatti da una parte la Chiesa seguita a tenere una posizione esemplare, estranea alle bassezze della politica e soprattutto rispettosa della memoria dei morti, disponendo la collocazione in cattedrale – all’inizio della cappella del SS. Sacramento – di quella lapide sobria ed eminentemente commemorativa che don Giannoni avrebbe voluto scolpita sulla facciata del municipio, “fissando in questo marmo i nomi di quei civili vittime innocenti della guerra che il 22 luglio 1944 trovarono la morte in questo luogo”, dall’altra il comitato istituito dalla regione per il cinquantesimo “della Resistenza e della Liberazione in Toscana” prosegue ostinatamente lungo la strada della responsabilità “nazista”. Trovando – quel che è più grave – anche una copertura da parte di due docenti universitari pisani, Battini e Pezzino, il secondo dei quali giungerà arbitrariamente a scrivere: “Le testimonianze sono concordi nel rilevare comportamenti dei Tedeschi che trovano spiegazione solo nella volontà di punire anche a San Miniato la popolazione civile per l’intensa attività della Resistenza nella zona”. Donde il suo considerare “assai sospetto” il comportamento germanico, e di conseguenza “probabile” la rappresaglia quale movente di un’“esplosione deliberatamente provocata dai tedeschi”.

Ma al perpetuarsi della mistificazione da parte italiana si oppone adesso con più forza la storiografia tedesca. Nell’ambito di un corposo saggio sulle stragi perpetrate dalla Wehrmacht in Italia, Andrae evita esplicitamente di occuparsi della “tragedia di San Miniato” in quanto “non causata da soldati tedeschi” ma dovuta ad una “granata americana”. Mentre il più prudente Klinkhammer ritorna sull’argomento definendo l’ordigno assassino “più probabilmente di provenienza americana che tedesca”: posizione cui si allinea anche uno storico italiano del valore di Roberto Vivarelli, ritenendo nel ’98 “più probabile la granata americana”.

Paradossale la situazione che si determina: come osserva ancora Paoletti, a questo punto “solo le istituzioni pubbliche continuano a difendere la tesi della “responsabilità tedesca”. Tutti, funzionari e professori universitari, amministratori e studiosi legati alle istituzioni, sono impegnati a difendere la “vulgata” intoccabile programmata ed eseguita dalla Wehrmacht”. Insomma una sorta di “soccorso rosso” fuorviante e disonesto in cui tutti i “compagni” a vario titolo chiamati in causa sono tenuti a fare la loro parte, nella cornice della Toscana saldamente e ad ogni livello tenuta in pugno dalla sinistra di quegli anni.

Il ripristino della verità parte dal teatro: nel ’99, Riccardo Cardellicchio e Federica De Paolis, nella pièce Tacciono così le cicale, attribuiscono l’eccidio ad una bomba americana. L’anno successivo esce il risolutivo studio di Paoletti: un lavoro capillare e coraggioso, che non ha certo potuto fruire del sostegno o della collaborazione dell’amministrazione samminiatese e che piomba anzi anch’esso proprio come una bomba a far definitivamente deflagrare 56 anni di “omertà istituzionale”. La scrupolosa comparazione di tutte le fonti porta lo studioso fiorentino a ricostruire il cannoneggiamento in questi termini: iniziato tra le 9.20 e le 9.30 da parte delle batterie attestate sulla linea Montebicchieri-Montopoli, stando al diario di guerra americano esso era rivolto contro le mitragliatrici tedesche asserragliate sotto la Misericordia; senonché i cannoni “alzarono il tiro per colpire la rocca e alcuni di questi colpi centrarono il Duomo; fu una tragica fatalità”: anche in considerazione del fatto che secondo la testimonianza di un sacerdote la permanenza della gente in cattedrale non avrebbe dovuto protrarsi oltre le dieci, secondo quanto annunciato dai tedeschi. “La cannonata entrò da una finestra rivolta a sud-ovest, all’interno della cappella del Santissimo Sacramento, lungo la navata destra ed esplose in prossimità della navata centrale dove fece la strage”.

Giustamente Paoletti insiste sulla malefica accidentalità di quanto accaduto. “Statisticamente un altro proietto americano aveva una probabilità infinitesimale di ripetere l’identica traiettoria della bomba assassina. Se quella mattina l’artiglieria americana avesse voluto colpire quel semirosone sicuramente non ci sarebbe riuscita, neppure sparando centinaia e centinaia di migliaia di colpi. Dunque la strage fu una pura fatalità perché: 1) gli americani, pur sapendo di tirare su una cittadina, ricca di luoghi sacri, non volevano certo causare una strage; 2) il cannoneggiamento iniziò poco prima del programmato sfollamento; 3) quel maledetto proiettile scagliato da circa 5 km di distanza centrò un obiettivo molto minuscolo; 4) proprio quella granata era a scoppio ritardato; 5) dopo aver fatto un rimbalzo andò a scoppiare proprio nel punto più affollato della chiesa”.

Ma se agli americani non può imputarsi la volontà di provocare una strage, a maggior ragione “va rivisto il giudizio sui tedeschi”; anzitutto “togliendo qualsiasi doppio e subdolo significato al concentramento della folla in Duomo: fu un punto di raccolta in vista dello sgombero della popolazione. Quindi non c’è nessun atto che giustifichi il giudizio del Sindaco Lippi che ancora nel 1994 parlava di “colpevole decisione”. Se è vero, come è vero, che la Germania scatenò la seconda guerra mondiale, che Hitler fu capace delle più incredibili nefandezze, che la Wehrmacht commise più stragi delle Waffen-SS, è anche vero che il gruppetto di tedeschi presenti a San Miniato nel luglio 1944 si dimostrò molto meno sanguinario di molti altri reparti dell’esercito germanico. Certo attuarono una tremenda rappresaglia contro le case, commisero saccheggi e soprusi ma alle cruente azioni partigiane non risposero spargendo sangue innocente.

“Non dimentichiamo che il 18 e il 19 luglio il comandante tedesco responsabile della piazza di San Miniato e il comandante della 3ª divisione granatieri corazzati avrebbero avuto l’opportunità di compiere una rappresaglia per l’uccisione di un sottufficiale e il ferimento di un altro soldato, che facevano seguito a precedenti attentati contro militari germanici. Se i due ufficiali avessero fatto fucilare 10 o 20 persone non avrebbero avuto che il plauso dei superiori e quella strage di innocenti sarebbe stata una tra le migliaia di crimini commessi dai nazisti contro la popolazione civile italiana. Invece i militari tedeschi si “accontentarono” di far saltare buona parte delle case del corso principale”.

E ancora, sul diabolico cumularsi di circostanze sfortunate per quei poveretti raccolti in chiesa: “Quel 22 luglio l’ufficiale tedesco, che accettò il consiglio del Vescovo di radunare parte della folla in Duomo, non agì con secondi fini, disse il vero a Mons. Giubbi, e ambedue in buona fede fecero ricoverare nella cattedrale la popolazione da sfollare in attesa del momento più opportuno. Se il Duomo si rivelò una trappola mortale per 56 persone [l’autore accredita la versione che tende ad accrescere il numero delle vittime rispetto a quelle ufficialmente accertate] fu per una irripetibile fatalità, non per una scelta sbagliata o subdola. Se quel maledetto proiettile americano fosse stato volutamente indirizzato verso quel rosone sicuramente non lo avrebbe centrato. Neppure i missili intelligenti del 1991 sarebbero riusciti a centrare quel rosone largo meno di due metri. Una serie imponderabile di fattori (il ritardo di 0,05 secondi della spoletta fece sì che non scoppiasse contro il rosone o il bassorilievo ma sopra la testa dei fedeli nel punto più affollato della chiesa!) ha congiurato perché quella cannonata divenisse micidiale”.

Alla luce di tali acquisizioni e dopo che diversi ex militari germanici – come minimo ottantenni – sono finiti da noi sotto processo oltre mezzo secolo dopo la conclusione della guerra, un familiare di una delle vittime dell’eccidio fa formale richiesta alla procura spezzina di riaprire il procedimento riguardante la strage samminiatese onde ottenere un “parere definitivo” sulla vicenda: di conseguenza, se “la legge è uguale per tutti”, teoricamente non sarebbe da escludersi neppure la possibilità di vedere stavolta alla sbarra come criminale di guerra qualche ex ufficiale americano, magari nonagenario. Niente di tutto ciò: condotta contro “ignoti militari tedeschi”, pure questa inchiesta finirà archiviata ritenendosi “verosimile l’ipotesi sostenuta da esperti e storici circa l’insussistenza di una azione criminale condotta dai tedeschi in danno della popolazione civile italiana di San Miniato, reputando invece preferibile accogliere la tesi di un errato svolgimento di un tiro di artiglieria da parte delle truppe alleate”.

Lungo la linea tracciata da Paoletti si muovono allora anche Lastraioli e Biscarini, dando alle stampe una nuova ricerca in cui, producendo ulteriori documenti relativi a quel famigerato 337° battaglione Usa, dettagliano le modalità del bombardamento americano. A finire nell’angolo è così la stessa giunta comunale samminiatese, costretta a fare qualcosa dalla ormai incontrovertibile vittoria delle posizioni “revisioniste”: viene perciò nominata una commissione di studio, composta da storici di professione incaricati di trarre ufficialmente le conclusioni dalle nuove acquisizioni storiografiche. Queste verranno pubblicate nel 2004 in un apposito volume, dando la colpa dell’equivoco verificatosi al particolare clima politico e mediatico determinatosi in Italia nel lungo dopoguerra: “Una contrapposizione intransigente, senza spazio e disponibilità per un sereno confronto, caratterizzò anche il dibattito sulle diverse tesi relative alla responsabilità della strage. Nessun approfondimento e nessun confronto parve allora possibile. Giornali, libri, film hanno acriticamente continuato a riproporre, per anni, la tesi della responsabilità tedesca; una tesi che appare insostenibile, tenuto conto del complesso della documentazione di cui si dispone”.

Nel frattempo la diatriba sull’eccidio del duomo supera i limiti delle cronache locali per approdare a quelle nazionali: e a finire nell’occhio del ciclone è ovviamente la “targa della discordia”, che dal ’54 campeggia sulla facciata del municipio ammannendo ai suoi lettori una versione dei fatti ormai universalmente considerata infondata. Che fare di quella truffaldina epigrafe? Mentre interpellanze parlamentari chiedono il ristabilimento anche lapideo della verità – ottenendo risposta favorevole da parte del governo di centrodestra – la medesima richiesta viene formulata dalla stampa, da firme le più illustri ed a prescindere dalla collocazione politica del giornale.

Sul “Tempo” lo storico Franco Cardini, nel chiedere la distruzione della “lapide bugiarda”, argomenta: “Se è vero che il locale comando tedesco aveva indicato alla popolazione la chiesa cattedrale come un luogo di rifugio abbastanza sicuro da usare nelle ore del passaggio del fronte, non meno vero è che i militari tedeschi erano in buona fede e non solo non avevano alcuna intenzione di provocare una strage, ma, al contrario, miravano a salvare vite umane. Fatalità volle che la chiesa fosse colpita, per errore, da uno spezzone dell’artiglieria americana: beninteso, nemmeno gli statunitensi avrebbero voluto far vittime civili”. Per osservare, riferendosi agli innumerevoli, efferati massacri perpetrati dai tedeschi sul nostro suolo: “È evidente che nessuno, nemmeno il peggior criminale della guerra, può essere ritenuto responsabile di delitti che non ha commesso con la scusa che, comunque, ne ha commessi altri. Tutto ciò, prima di essere vergognoso, è grottesco”.

Mentre sull’altro versante è il “Corriere della Sera” a prendere posizione sulla vicenda, tramite la prestigiosa firma di Paolo Mieli (studioso peraltro estremamente preparato su tale periodo storico, già allievo di Renzo De Felice). “Io credo che sarebbe un giusto modo di rendere onore al vero spirito della Resistenza quello di modificare una scritta su marmo che non risponde a verità”, sostiene, osservando argutamente come, “se l’attribuzione di colpa ai tedeschi restasse incisa sulla targa commemorativa, da oggi in poi la lapide si distinguerebbe per questo e non per ciò a cui è dedicata, l’eccidio”. Per concludere che “sulle lapidi è meglio che resti scritta la verità. Soltanto la verità”.

Passano tuttavia altri anni prima che la giunta municipale decida di passare dalle parole ai fatti: del resto, mentre al governo nazionale i due schieramenti si alternano, qui vincono sempre i soliti (l’unica cosa che continua a cambiare è il nome del principale partito della sinistra). Come conciliare allora la verità storica con quella imposta per oltre mezzo secolo dalla vulgata resistenziale e antifascista? Dopo avere a lungo meditato, il sindaco Frosini – ovviamente del Pd – nel luglio 2008 dichiara: “L’emergere in anni recenti di una verità che si colloca in parziale difformità da quanto affermato dalla lapide attualmente collocata ha indotto l’amministrazione a definire un percorso per integrarne e modificarne il testo. La strada che abbiamo deciso di percorrere è stata individuata nell’agosto scorso, quando la giunta mi ha incaricato di individuare una personalità, di assoluto rilievo, alla quale affidare l’incarico di elaborare una sintesi scritta”.

Checché ne dica Frosini, la “verità emersa” si colloca non in parziale bensì totale difformità rispetto alla lapide del ’54; ci si chiede inoltre di cosa occorra adesso elaborare una sintesi scritta: forse di tutte le menzogne altrettanto “scritte” negli anni da periti, giudici, politici e consacrate perfino in un film, peraltro premiato? E ci vuole “una personalità di assoluto rilievo” per vergare un’epigrafe sul tipo di quella apposta in cattedrale, così puntuale e dignitosa nel rendere semplicemente omaggio a delle vittime innocenti della crudeltà della guerra? Fatto sta che il primo cittadino individua tale eccelsa personalità nell’ex presidente della repubblica Scalfaro: una figura la cui storia politica e personale farebbe tuttavia apparire come tutt’altro che la più indicata a risolvere la questione nel modo più sensato ed imparziale.

Giovane magistrato, alla fine della guerra Scalfaro aveva fatto domanda per entrare nelle corti straordinarie di assise, composte da giuristi volontari ed istituite su richiesta degli Alleati per porre fine ai processi sommari messi in atto dai partigiani contro chiunque venisse da loro giudicato compromesso con il fascismo, più che altro animati da spirito di vendetta e che si risolvevano puntualmente in linciaggi e massacri. Nominato prima consulente del tribunale d’emergenza di Novara, quindi pubblico ministero, Scalfaro si era allineato all’imperante clima d’odio chiedendo e naturalmente ottenendo la condanna a morte per sei ex fascisti – l’ex prefetto di Novara e cinque militi – accusati di “collaborazionismo con il tedesco invasore” e omicidio plurimo (fu peraltro quella l’ultima volta che in Italia venne applicata la pena capitale).

Le motivazioni della sentenza non facevano tuttavia onore al tribunale che l’aveva emessa: nel ritenere infatti che in particolare due dei condannati avessero “costituito l’anima della Squadraccia”, a proposito di uno di loro, il brigadiere Ricci, si scriveva che di tale banda omicida egli “pare abbia assunto il comando ufficiale allo scioglimento di essa”. A parte l’incongruenza del diventare comandante di qualcosa dopo la sua dissoluzione, quel pare inficerebbe la giustezza di una condanna – perdipiù capitale – in qualsiasi tribunale al mondo.

Tutta l’ipocrisia del personaggio avrebbe tuttavia avuto modo di manifestarsi allorché la vicenda sarebbe stata rispolverata dalla stampa dopo la sua elezione a capo dello stato. Nel ’92 egli si giustificò così: “Non si poteva chiedere una condanna minore. Fui molto combattuto con la mia coscienza e con le mie convinzioni. Presi dieci giorni di tempo per decidere come comportarmi: da magistrato dovevo applicare la legge, non potevo mercanteggiare. Ero molto giovane ma studiai quindici giorni gli atti processuali per vedere se ci fosse un cavillo in grado di evitare la condanna capitale. Che alla fine chiesi: ma di fronte ai giudici parlai per mezz’ora contro la pena di morte e successivamente chiesi la grazia per tutti i condannati”.

Quando poi nel ’96 il “Giornale”, nell’ambito delle polemiche per il modo partigiano in cui Scalfaro andava espletando il proprio mandato presidenziale, pubblicò una foto che lo ritraeva sul luogo dell’esecuzione, egli ebbe a dichiarare: “Quella mattina mi sono alzato alle quattro e sono andato al carcere. Ho abbracciato tutti i condannati, uno per uno. Ho fatto la comunione con loro sul camion”. La figlia del Ricci – famiglia della quale Scalfaro era stato peraltro vicino di casa, abitando all’epoca nella stessa palazzina – a quel punto gli scrisse per sapere se il padre, che nelle lettere scritte in cella ai familiari non aveva cessato di proclamare la propria innocenza, fosse stato o meno colpevole; lui allora le telefonò per dirle: “Stia tranquilla perché suo padre dal paradiso pregherà per lei”. Egli dunque sapeva di avere fatto fucilare un innocente? Forse: sicuramente uno sulla cui colpevolezza non si avevano certezze.

Arbitri e cadute di stile che vedono protagonista Scalfaro al Quirinale non si contano. Nel ’93 – dopo che la gran parte della classe politica nazionale è stata travolta dall’inchiesta “Mani pulite” – finisce in carcere l’ex direttore del Sisde: nell’ambito di un’indagine su fondi neri e clientelismi, viene fuori che nel decennio ’80-’90 dal servizio segreto civile veniva alimentato a ciascuno dei ministri dell’interno un portafoglio privato di 100 milioni di lire mensili. Lo scandalo coinvolge dunque anche Scalfaro, che ha retto il Viminale dall’83 all’87: il classico contrappasso del moralista bacchettone preso in castagna. Solo che in questo caso il presunto percettore di tali denari pubblici indebitamente utilizzati è presidente della repubblica: il quale allora cosa fa? Va in televisione, e a reti unificate ammorba gli italiani con un discorso in cui annuncia che lui, in questo “gioco al massacro” scatenatosi con Tangentopoli, “non ci sta”.

L’anno successivo la coalizione di centrodestra vince le prime elezioni politiche effettuate col sistema maggioritario: un esito che Scalfaro non riesce evidentemente a digerire, al punto di osteggiare in ogni maniera la formazione del nuovo governo. E così, quando il presidente incaricato Berlusconi gli presenta la lista dei ministri, subito ne depenna il nome del missino Tremaglia, in quanto “compromesso” con la Rsi essendosi arruolato a 17 anni nella guardia repubblicana: particolare che non impedirà tuttavia al successore del novarese, il ben più serio e democratico Ciampi, di nominare l’ex milite ministro nei successivi governi Berlusconi. Dimenticava peraltro l’opportunista Scalfaro in quella circostanza di avere prestato anch’egli giuramento al Duce e al fascismo, all’inizio della propria carriera di magistrato.

Ma l’intromissione più pesante sulla formazione di quel governo è sicuramente quella che riguarda la mancata nomina a ministro dell’interno di Di Pietro: personaggio più che mai sulla cresta dell’onda, simbolo dell’inchiesta anti-corruzione (e anti-politica) milanese che appassionò l’Italia e considerato a quel tempo dai più, per la forza ed il coraggio del suo impegno legalitario, come un uomo sostanzialmente di destra. Il magistrato molisano avrebbe con tutta probabilità accettato l’incarico se non fosse intervenuto Scalfaro, e nella maniera più subdola: lasciato Berlusconi con in mano la sua lista nell’altra stanza, egli raggiunge il proprio studio privato per telefonare al capo del pool milanese Borrelli affinché intervenga sul suo sottoposto perché rifiuti la proposta del Cavaliere. Di Pietro infatti ci ripensa, e il nuovo governo perde così un vero e proprio pezzo da novanta che agli occhi dell’opinione pubblica – nazionale e internazionale – non avrebbe potuto che dargli enorme prestigio: evidentemente il presidente partigiano pensava già a come far cadere Berlusconi (peraltro privo di una solida maggioranza al senato) e dunque si preoccupava fin da allora di indebolirlo il più possibile.

Disegno che sarebbe riuscito ad attuare ben presto, nel dicembre di quello stesso ’94, convincendo Bossi a mollare il Cavaliere, dal leader del Carroccio esplicitamente accusato di appartenenza alla mafia. Berlusconi fidandosi di Scalfaro rassegnò le dimissioni, convinto che con il nuovo sistema maggioritario una volta sfasciatasi la coalizione vincitrice non sarebbe stata possibile altra strada che il ritorno alle urne; invece il suo spregiudicato antagonista rispolverando i peggiori giochetti della “prima repubblica” ricorse alla scappatoia del governo “tecnico”, in modo da far decantare la situazione impedendo la probabile rivalsa di un Cavaliere presentatosi agli elettori nei panni della vittima.

C’è da dire che la stessa elezione di Scalfaro al Quirinale non era stata dovuta a particolari meriti acquisiti nel corso della lunga carriera politica: anche perché era tipico del gioco correntizio democristiano che alle principali cariche istituzionali non finissero le personalità più carismatiche e prestigiose, bensì spesso le più grigie e mediocri, sulle quali era più facile l’accordo tra le varie anime della “balena bianca”, al termine di patteggiamenti e compromessi che risultavano sovente dei capolavori di equilibrismo. Le elezioni politiche del ’92, svoltesi sotto la spada di Damocle di Tangentopoli – inchiesta annunciata già prima ma dalla procura milanese fatta esplodere solamente dopo il voto, per non influenzarne l’esito – avevano ridotto la coalizione governativa quadripartita di centrosinistra all’osso; ciononostante i suoi leader tentarono fino all’ultimo di ricomporne i cocci, incuranti della tempesta che stava per abbattersi sulle loro teste.

Dimessosi il “picconatore” Cossiga poco prima della scadenza naturale del mandato, il nuovo parlamento si trovò anzitutto a doverne eleggere il successore: e dal momento che il socialista Craxi aspirava a tornare a Palazzo Chigi, al Quirinale era giocoforza andasse un altro democristiano. Già fatto fuori nelle tornate precedenti, Andreotti sentiva questa come l’ultima occasione per coronare la propria infinita collezione di poltrone governative assurgendo a quella presidenziale; senonché la medesima ambizione coltivava anche il segretario della Dc, Forlani, ma avendo dalla sua il patto d’acciaio stretto da anni con lo stesso Craxi. Una volta proposto ufficialmente dal partito dopo che ai primi tre scrutini – necessitanti di una maggioranza qualificata – erano stati presentati candidati di bandiera, puntando nei successivi a conseguire quella assoluta Forlani, anche in previsione delle probabili defezioni nel segreto dell’urna da parte di suoi stessi “amici” democristiani, non tralasciò di sondare anche la destra missina.

Nonostante tale mossa però nelle due votazioni che si svolsero il 16 maggio il candidato democristiano non riuscì a raggiungere l’agognata soglia per una manciata di voti. A non votarlo dei suoi erano stati probabilmente gli stessi andreottiani ed esponenti della sinistra (del cui ambizioso leader, De Mita, egli era stato lo storico rivale), oltre a qualche socialista insoddisfatto della gestione craxiana del Psi; mentre dal Pci non c’era da aspettarsi alcun aiuto, essendosi sempre Forlani attestato su posizioni moderate e anticomuniste. Per non lacerare ulteriormente il partito allora egli ritirò la propria candidatura.

Sulle altrettanto inconcludenti votazioni successive piomba, il 23 maggio, l’attentato a Giovanni Falcone: a quel punto la politica coi suoi machiavellismi si vede messa con le spalle al muro, non potendosi continuare ad offrire al Paese un simile spettacolo di impotenza in un momento del genere. La necessità di avere al più presto un capo dello stato porta i partiti a restringere adesso la scelta a due nomi: quelli dei presidenti di camera e senato, i quali bene o male sono stati appena eletti a tali cariche anche con il voto dei comunisti. Tra le figure di Scalfaro e Spadolini risulterebbe di gran lunga più adeguata quella del secondo, insigne uomo di cultura, giornalista, professore approdato alla politica solo nella maturità e distintosi nella precedente legislatura per l’assoluta imparzialità con cui ha presieduto il senato, conquistandosi la stima delle stesse opposizioni.

Solo che l’intellettuale fiorentino è del partito repubblicano, e quindi del medesimo schieramento laico-socialista di cui fa parte Craxi: continuando nonostante tutto a coltivare la speranza di poter guidare il prossimo governo, in ossequio alla regola della spartizione delle due cariche più ambite il segretario del Psi sceglie il democristiano, convinto di rimanere in tal modo in pole position per Palazzo Chigi. E così al Quirinale va Scalfaro; mentre Craxi di lì a poco sotto i colpi di Di Pietro andrà a gambe all’aria, assieme a tutto il corrotto sistema “partitocratico”.

Questo dunque il testo per la lapide samminiatese partorito nel 2008 da quello passato alla storia come il peggior presidente che abbia avuto questo disgraziato Paese: “Sono passati più di 60 anni dallo spaventoso eccidio del 22 luglio 1944 attribuito ai tedeschi. La ricerca storica ha accertato invece che la responsabilità di quell’eccidio è delle forze alleate. La verità deve essere rispettata e dichiarata sempre. È anche verità che i tedeschi responsabili della guerra e delle ignobili e inique rappresaglie, con la complicità dei repubblichini, proprio in questa terra avevano seminato distruzioni, tragedie e morte. È la guerra. Proprio per questo la costituzione italiana proclama all’art. 11: l’Italia ripudia la guerra”.

Sulla facciata del comune finisce così un’insulsa lezioncina che dell’epigrafe commemorativa di 55 poveri morti ha davvero poco. Le polemiche a quel punto si sprecano: quanto scritto appare del tutto inopportuno, rendendo il lungo e tormentato dibattito precedente completamente inutile; paradossalmente, se proprio la vecchia lapide era inamovibile, tanto valeva a questo punto lasciarla da sola. Quello che sconcerta maggiormente è ovviamente la riproposizione delle malefatte tedesche, arcinote e annualmente rievocate ovunque siano state commesse, ma che in questo caso dovevano rimanere fuori: proprio questo era del resto lo scopo della riscrittura. Inoltre, quel richiamo ai “complici repubblichini” indigna l’opinione pubblica di destra: perché mentre altri presidenti della repubblica – come Pertini e Ciampi – si sono mossi in direzione della pacificazione nazionale su quanto accaduto in quello sciagurato periodo storico (al pari di un autorevole esponente della sinistra come Violante, una volta eletto presidente della camera), Scalfaro continua a scavare il fossato della divisione e dell’odio. Così, accanto alla lapide “bugiarda”, abbiamo adesso pure quella “mascalzona”.

Ma le evoluzioni del partito post-comunista sono ormai rapide e imprevedibili: specie con l’avvento dell’epoca renziana. Nel 2015, il consiglio comunale delibera la rimozione dal municipio di entrambe le discusse targhe, per essere collocate nell’erigendo museo della memoria, ubicato sotto i loggiati di San Domenico: d’ora in poi, chi vorrà leggersele dovrà andare lì. Stavolta è così la sinistra dura e pura ad insorgere, proclamando che di quei tragici fatti è bene si continui ad avere “una memoria non condivisa”.

A questo punto anche chi aveva storto il naso alla notizia che le due lapidi infami, invece di sparire definitivamente, sarebbero finite in un museo (della memoria poi: non della vergogna), comprende il motivo di tale scelta. Anche il Pd renziano – specie in Toscana – con la sinistra più radicale deve pur sempre continuare a dialogare: donde l’escamotage di quella collocazione “museale”, dove i nostalgici di guerra civile e antifascismo prolungati ad oltranza potranno comunque continuare a rimirare quei due capolavori di fanatismo e ipocrisia.

Bibliografia

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G. Lastraioli – C. Biscarini, La Prova. Un documento risolutivo sulla strage nel duomo di San Miniato, FM, San Miniato, 2001.

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F. Fiumalbi, 15 minuti con… Paolo Paoletti, 12 giugno 2011, in smartarc.blogspot.it.

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Red., Accusato dal pm Scalfaro e fucilato come fascista. Ecco le sue lettere inedite, ne “il Giornale” (Milano) 3 febbraio 2012.

C. Marini, Non fu strage nazista: il sindaco di San Miniato leva la targa, Ulivieri lo insulta, in “Secolo d’Italia” (Roma) 8 aprile 2015.

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La mistificazione partigiana delle responsabilità dell’eccidio di Civitella Val di Chiana

 

Tra il febbraio e il marzo 1944 i tedeschi, infuriando la battaglia di Montecassino dopo lo sbarco alleato di Anzio e in previsione del loro prossimo insediamento lungo la Linea Gotica, scelgono il territorio di Civitella Val di Chiana per installare due grossi depositi di materiale bellico – l’uno di munizioni, l’altro di carburanti – nelle località di Finestre Aguzze e Fogliarina. A breve distanza, nei boschi di Cornia, hanno trovato rifugio diversi militari alleati catturati dai tedeschi e quindi fuorusciti dai campi di prigionia nel caos seguito all’armistizio: qui a partire dalla fine di aprile si organizza il nucleo della “Banda autonoma partigiana”, guidata da Edoardo Succhielli.

Classe ’19, di Tegoleto di Civitella, già sottotenente paracadutista della divisione Nembo, dopo l’8 settembre Succhielli ha fatto a sua volta ritorno al paese impegnandosi alla formazione del gruppo partigiano cui il “bando Graziani” del 18 febbraio ’44 – che promette la fucilazione tanto ai renitenti alla leva della Repubblica sociale quanto ai disertori – non tarda a portare giovani i quali, dopo il crollo delle illusioni suscitate dalla proclamazione dell’armistizio e con l’approssimarsi del fronte, non hanno alcuna intenzione di presentarsi al distretto per andare a morire a Cassino per compiacere Mussolini e Hitler. Quale nome di battaglia l’ex parà sceglie quello di “Renzino”, a ricordo dei tragici fatti accaduti in quella località di Foiano della Chiana nell’aprile del ’21: qui un gruppo composto da una ventina di fascisti impegnati in un giro di propaganda per le elezioni politiche del mese successivo era stato aggredito da una squadra avversaria composta da una cinquantina fra comunisti ed anarchici.

Ribaltatosi l’autocarro sul quale viaggiavano i neri a seguito del ferimento dell’autista con un colpo di fucile (pare che il segnale dell’arrivo del mezzo agli aggressori fosse stato dato mediante il suono della campana di una vicina chiesetta), i rossi sbucati dalle fratte a ridosso della strada si erano avventati sui malcapitati avversari senza pietà, massacrandone tre – con brutali mutilazioni inferte ancora in vita – per poi accanirsi sui cadaveri con inaudita crudeltà, sino a staccare ad uno di essi la testa. Immediatamente si era allora organizzata la rappresaglia fascista, che vedeva convergere su Foiano squadristi senesi, perugini, fiorentini che con altrettanta ferocia facevano terra bruciata di circoli e sezioni social-comuniste, sedi di leghe rosse e cooperative, lasciando inoltre sul terreno nove vittime.

Già il richiamarsi ad un episodio del genere significava dunque per Succhielli una precisa scelta ideologica; quello che forse il capo partigiano non poteva prevedere era che anch’egli, con un’avventata iniziativa condotta proprio al suo paese, avrebbe provocato una rappresaglia ben più tragica di quella verificatasi 23 anni prima a Foiano. Renzino attesta la propria formazione tra Cornia, Bollore e Montaltuzzo, inquadrandola al contempo nel “Raggruppamento patrioti Monte Amiata”. L’attività della banda è quella classica concordata con gli Alleati che supportano i partigiani con i rifornimenti aerei, e che prevede azioni di disturbo contro il nemico in ritirata: sabotaggi a ponti e tralicci, blitz nei piccoli presidi repubblichini e tedeschi, trafugamento di materiale da depositi e magazzini (in primis armi, munizioni, scarponi, generi alimentari), cattura di singoli soldati nemici colti di sorpresa.

Nel frattempo, a tutela delle proprie truppe – costrette dalla precarietà dell’imprevista situazione determinatasi con la crescente attività di questi banditen a spostarsi nella più assoluta mancanza di misure di sicurezza – il comando germanico predispone nei confronti della cittadinanza una “strategia di convivenza” in cui da una parte i soldati della Wehrmacht vengono presentati quali amici del popolo italiano, dall’altra si minacciano ritorsioni qualora nei confronti degli occupanti vengano commessi atti di ostilità. Tale campagna viene portata avanti sia mediante l’affissione di manifesti che con avvisi pubblicati sui giornali; in particolare viene minacciata l’uccisione di dieci italiani per ogni tedesco che dovesse essere ammazzato (secondo la proporzione fissata alle Fosse Ardeatine dopo l’attentato di via Rasella del 23 marzo), nonché il rogo della località in cui avesse a verificarsi l’attentato. Ritenendo di scoraggiare così l’offensiva partigiana, viene dunque fissato il principio secondo il quale di ogni gesto compiuto contro i tedeschi sarà comunque tenuta responsabile la popolazione civile.

Ciononostante, il 12 aprile un commando partigiano assalta un’automobile con a bordo tre SS nei pressi di Stia: due soldati vengono uccisi e abbandonati sul posto, mentre il terzo riesce a fuggire. La vendetta germanica non tarda ad arrivare: già all’alba del giorno successivo reparti italiani e tedeschi investono la zona per quella che sarà la prima strage di civili compiuta in Toscana. A centinaia SS e repubblichini prendono parte alla terribile rappresaglia, che per due giorni ha quale epicentro Vallucciole ma estendendosi a Stia, Castagno, Partina e a tutto il circondario. Al tramonto del 14 aprile Vallucciole non esiste più: intere famiglie sono state distrutte, le case incendiate, i cadaveri di 108 persone – donne, bambini, anziani – abbandonati tra le macerie.

L’eccidio non rispetta il rapporto di dieci a uno poiché a differenza delle truppe della Wehrmacht alle SS (“squadre di protezione”: emanazione militare del partito nazista composta non da soldati reclutati fra il popolo bensì da fanatici “protettori” del Führer e del Reich) spetta il particolare compito di “bonificare” tutti quei territori in cui sia accertata l’attività dei “ribelli”. Il principio cui si ispira la loro brutale repressione è quello fissato dal decreto Notte e nebbia, emanato da Hitler fin dal dicembre ’41 e secondo il quale tutti i nemici del Reich presenti nei territori occupati dalle armate tedesche debbono essere eliminati e fatti scomparire “nella notte e nella nebbia”: allegoria di stampo prettamente gotico con la quale si sottintende la necessità di fare terra bruciata di tutto quanto, dalle abitazioni ai cadaveri delle persone uccise, senza alcun limite quantitativo ed anzi sterminando chiunque venga considerato di ostacolo alle mire germaniche.

Le prime a fare le spese di tale strategia nazista sono state le popolazioni dell’Unione Sovietica; adesso tocca all’Italia, il cui popolo, già in partenza considerato inferiore rispetto a quello ariano, si è adesso guadagnato agli occhi dei nostri ex alleati del “Patto d’acciaio” pure il marchio di traditore, a seguito del voltafaccia monarchico dell’8 settembre e della conseguente dichiarazione di guerra alla Germania. E sarà da tale spiccia logica di guerra che scaturiranno i crimini contro l’umanità commessi da questi carnefici che portano la croce uncinata al braccio e la morte secca sul berretto sulle nostre montagne disgraziatamente poste a ridosso della Linea Gotica, in una mostruosa scia di sangue che andrà da Sant’Anna di Stazzema a Bardine San Terenzo, da Vinca a Marzabotto. Alla medesima, indiscriminata logica criminale si atterranno peraltro nell’ultimo anno di guerra anche le varie “divisioni corazzate” imperversanti nel centro-nord della Penisola: a cominciare dalla “Hermann Göring”, la cui attività stragista avrà inizio proprio a Civitella.

Il 4 giugno i tedeschi abbandonano Roma; sullo slancio della conquista della capitale gli angloamericani superano la linea del Trasimeno, costringendo i nemici a ripiegare su di un primo fronte toscano che taglia la Val di Chiana aretina passando per Ambra-San Pancrazio-Civitella-Viciomaggio-Vignale. Giungiamo così all’episodio chiave della nostra ricerca: la sera del 18 giugno, domenica, nei locali del “Dopolavoro dei combattenti” di Civitella sono presenti quattro soldati germanici appartenenti alla 4ª Divisione paracadutisti; essi provengono da una casa colonica posta ai piedi del paese, in località La Madonna, ove sono giunti nel primo pomeriggio assieme ad altri cinque commilitoni, con l’intenzione di pernottarvi.

Trattandosi di un circolo ricreativo, li possiamo immaginare intenti a bere, a giocare a carte, a riposarsi, a socializzare con gli altri avventori, con quello spirito bonario e cordiale che da una parte è tipico dell’uomo del popolo tedesco, dall’altro, nella particolare situazione determinatasi con l’occupazione di questa parte d’Italia, è espressamente prescritto dalle direttive del comando germanico. Senonché, a un certo momento, nel circolo irrompe improvvisamente un gruppo di partigiani, con a capo Renzino: ne segue una sparatoria nel corso della quale due dei militari vengono uccisi, un terzo gravemente ferito. Quest’ultimo viene trasportato dal quarto commilitone – sottrattosi alla carneficina nascondendosi dietro il bancone del bar, nell’altra stanza, e rimasto lievemente ferito a una gamba – fino alla casa colonica ove il reparto ha preso alloggio, nel tentativo di salvargli la vita: ma invano, dato che pure questo soldato morirà il giorno successivo, dopo essere stato trasportato all’ospedale militare di Firenze.

Quella notte su Civitella infuria un violento temporale; alle prime luci dell’alba gli abitanti del paese, dando per scontata la rappresaglia tedesca anche alla luce di quanto accaduto in Casentino, abbandonano il borgo per rifugiarsi nei boschi e nei casolari circostanti. Il 20 giugno i due soldati freddati nel circolo vengono sepolti nel cimitero locale, alla presenza del parroco Alcide Lazzeri (che cadrà anch’egli vittima della strage), di una ventina di civitellini (quasi tutti donne e ragazzi: c’è un solo uomo adulto) nonché di un contingente militare tedesco con i suoi comandanti.

Ma le provocazioni partigiane nei confronti degli occupanti non sono finite: il giorno successivo, nel percorrere la strada che da Monte San Savino porta a Bucine, una staffetta motociclista della “Göring” viene gravemente ferita tra Verniana e Montaltuzzo; vengono inoltre catturati due militari tedeschi al seguito. Conseguentemente due giorni più tardi le truppe germaniche attaccano la fattoria di Montaltuzzo: edificio che si eleva in posizione dominante sulla strada e dai partigiani di Renzino utilizzato quale base. Nell’attacco i tedeschi perdono un uomo; ma i commilitoni prigionieri vengono liberati. La formazione del Succhielli esce inoltre dallo scontro talmente indebolita da cessare di rappresentare per gli occupanti un’effettiva minaccia: difatti i giorni seguenti non faranno registrare nella zona altre azioni degne di nota da parte dei banditen. Mentre la vendetta germanica arriverà soltanto la settimana successiva, quando apparentemente le acque si saranno calmate: e sarà la più barbara ed efferata.

Nel valutare quanto accaduto sia quella sera al Dopolavoro che tre giorni più tardi sulla strada ci sorge immediatamente un interrogativo: com’è possibile che i partigiani locali, alla cui testa era perdipiù un civitellino (e neppure dei più sprovveduti, visto che alla guerra aveva partecipato come ufficiale) abbiano potuto compiere degli atti del genere, ben sapendo delle terribili conseguenze che esso avrebbe comportato per la gente del luogo? Ansiosi di trovare una risposta ci rechiamo presso la “Sala della Memoria” che dal 2004 perpetua il ricordo della strage; essa è stata allestita nei medesimi locali in cui si trovava il circolo teatro dell’agguato, nel complesso dell’antico palazzo pretorio, all’inizio della breve strada che allora si chiamava “Via di Sopra”, e che adesso onora proprio i “Martiri di Civitella”.

Qui, nella scheda che illustra la Carta storica dell’“Eccidio nazifascista del 29 giugno 1944 a San Pancrazio Cornia Civitella in Val di Chiana”, leggiamo: “All’alba del 29 giugno 1944 varie unità militari tedesche (compagnie, plotoni, squadre) della Divisione Corazzata Hermann Göring per un totale di circa 500 soldati accompagnati da alcune diecine di fascisti italiani, irruppero nei paesi di Civitella in Val di Chiana, Cornia e San Pancrazio e nei loro circondari. Sorpresero i paesani nel sonno oppure mentre erano al lavoro nei campi o in cammino verso le chiese dove i parroci si apprestavano a celebrare la messa in onore dei santi Pietro e Paolo dei quali quel giorno ricorreva la festa. Nelle tre località furono uccise 204 persone, soprattutto uomini ma anche donne e bambini, 92 di Civitella e del suo circondario, 60 di San Pancrazio e 52 della zona della Cornia.

“A San Pancrazio e nella zona della Cornia furono fatti alcuni prigionieri che furono portati in una villa nei pressi di Monte San Savino dove vennero interrogati sui partigiani locali e sugli ex prigionieri di guerra alleati fuggiti dai vicini campi di concentramento dopo l’8 settembre 1943. Quattro dei civili fatti prigionieri furono torturati ed infine uccisi nei giorni 30 giugno e 2 luglio 1944. Dei 207 italiani assassinati in quell’eccidio solo un giovane, Luigi Carletti, era un partigiano, tutti gli altri erano civili che non avevano mai partecipato ad azioni militari antitedesche o contro la Repubblica Sociale Italiana. L’unica loro responsabilità fu quella di aver dato un pezzo di pane a quanti avevano cercato rifugio in quel territorio: i renitenti alla leva, i soldati italiani sbandati, gli ex prigionieri alleati”.

Sorpresi dal fatto che nella ricostruzione non si trovi traccia della causa scatenante la rappresaglia, proseguiamo la lettura nella speranza di trovarvi qualcosa di utile a chiarire i nostri dubbi. “Anche i partigiani appartenenti alla formazione “Renzino” cercarono rifugio in quella zona e proprio gli scontri che essi ebbero con i soldati tedeschi permisero a quest’ultimi di delineare il territorio da rastrellare il 29 giugno. Ma più che dalla pericolosità militare dei partigiani, i tedeschi rimasero colpiti, a seguito dello scontro di Montaltuzzo, dalla scoperta di prove sull’esistenza di una cellula locale di spionaggio militare a favore degli alleati, la quale fu erroneamente collegata ai partigiani stessi. Probabilmente fu questo fatto che fece decidere la Wehrmacht di rendere inoffensivo quel territorio distruggendo la vita e i beni degli uomini che l’abitavano. Il 2 luglio in quello stesso territorio si sarebbe stabilito un tratto della linea di difesa del fronte che avrebbe fermato l’avanzata degli alleati fino al 16 luglio”.

Sconcertati dal fatto che nella scheda non venga fatta alcuna menzione della sparatoria al Dopolavoro, che anche la gravità dello “scontro di Montaltuzzo” venga minimizzata e che la responsabilità della strage venga sostanzialmente attribuita all’abbaglio preso dai tedeschi nel ricollegare ai partigiani quella fantomatica “cellula di spionaggio militare” che essi avrebbero così casualmente scoperto (e con lo stesso Renzino che invece di proteggerla ed occultarla avrebbe deciso di mettere in atto un attentato proprio nelle vicinanze del luogo in cui essa aveva la propria base segreta), cerchiamo ulteriori lumi fra l’abbondante documentazione presente nella medesima Sala.

Constatato come i lavori effettuati dai ragazzi delle scuole si concentrino tutti sulle testimonianze dei sopravvissuti al massacro, allo scopo di rimarcarne la spaventosa crudeltà, ma evitando di interrogarsi sulle cause che lo determinarono, e che anche le poesie scritte per le celebrazioni annuali dell’eccidio così come i vari interventi mirati a perpetuarne la memoria vadano nella stessa direzione, ci affidiamo all’opuscolo L’eccidio di Civitella in Val di Chiana: ma anche qui – al di là del lirismo caratterizzante il tono della narrazione – non troviamo niente di più rispetto a quanto già sapevamo.

“Il forestiero che giunge nel ridente paese di Civitella, che ammira il suo panorama, che percorre le sue strade, che sosta nella sua piazza e visita la sua chiesa, si soffermi davanti al bassorilievo che ricorda quei martiri innocenti, vittime della violenza e dell’odio, durante la seconda guerra mondiale. Nel giugno 1944 l’esercito tedesco, incalzato dalle forze alleate, dopo aver superato la linea del Trasimeno si apprestava alla difesa sulla “Arezzo Line”. Civitella, arroccata quietamente sul suo colle, attendeva con trepidazione l’evolversi degli eventi bellici. Domenica 18 giugno, verso l’imbrunire, alcuni partigiani provenienti dai boschi vicini, dove avevano posto da pochissimo tempo la loro base operativa, giunsero in paese e irruppero improvvisamente nei locali del circolo ricreativo dove si trovavano quattro soldati tedeschi. Nell’aggressione improvvisa e cruenta due tedeschi rimasero uccisi, un terzo fu gravemente ferito e il quarto riuscì a nascondersi e successivamente a fuggire, portandosi dietro il compagno agonizzante”.

Le nostre ultime speranze di fare chiarezza sullo sciagurato episodio sono così affidate a tre testimonianze coeve ai fatti, che i puntuali responsabili della Sala hanno provveduto a trascrivere ed esporre. La prima è stata resa da Enrico Centeni-Romani, si intitola L’eccidio del popolo di Civitella della Chiana (Arezzo) per opera dei barbari tedeschi il 29 giugno 1944. “Le cause che lo determinarono” è il titolo del primo paragrafo: il quale catalizza ovviamente la nostra attenzione.

“La mattina del 19 giugno, verso le ore 7,30, giunge insolitamente a casa mia sorella, Suor Luisa, al secolo Giovanna, proveniente dal paese di Civitella dove essa abita in comunità con le suore dell’ospedale. Con raccapriccio ci dice che la sera precedente, 18 giugno, verso le ore 22, i partigiani hanno ucciso, nel circolo del paese, due tedeschi e feritone gravemente un terzo. Nella frazione di Caggiolo (dove abito con la mia famiglia), distante dal paese di Civitella solo 2 km per strada, ci allarmiamo per il fatto accaduto e tutti temiamo che i tedeschi facciano immediata rappresaglia. Poco dopo vengo a sapere che dal paese tutti sono fuggiti, rifugiandosi nei boschi e nelle case di campagna. Verso le ore 13, mi reco nel podere denominato “La Trove”. Ogni persona che incontro commenta con molta impressione l’accaduto. È opinione generale che questi tedeschi siano degli sbandati provenienti dal fronte. La sera del 18 giugno essi avevano rubato una pecora nel podere denominato “Spera” del colono Fabbianelli Ottavio, e quindi, recatisi dal colono Rossi, in località “La Madonna” l’avevano cucinata seguendone una lauta cena. Parte di questi tedeschi rimasero nella casa colonica e quattro si diressero in paese, dove imposero al segretario del fascio, Eliseo Bonichi, l’apertura del circolo, rimasto chiuso, causa la guerra, da molti mesi.

“Prima di entrare nel circolo, i tedeschi spararono in paese dei mortaretti e lanciarono dei razzi illuminanti, forse con lo scopo di attirare l’attenzione dei compagni lasciati nella casa colonica, acciocché venissero pure loro a passare la serata nel locale. Il circolo era ricolmo di persone, quando, verso le ore 22 circa, i partigiani fecero irruzione nella sala, intimando due volte ai soldati tedeschi di alzare le mani; sembra con il solo scopo di disarmarli. Quest’ultimi, anziché obbedire all’intimazione data, diedero di piglio alle armi. Fu in questo momento che i partigiani spararono su di loro, uccidendone nell’istante due e ferendone gravemente un terzo. Nella sparatoria rimasero feriti due giovani del paese. Uno, ferito alla testa è il figlio di Pilade Tiezzi; dell’altro non ricordo il nome. Il quarto militare rimase illeso perché poté salvarsi dietro il tavolo del bar. Ne seguì un fuggi fuggi generale. Il tedesco illeso si caricò il soldato ferito sulle spalle e se lo trainò dal Rossi, dove erano ad attenderlo gli altri compagni, portando seco anche le armi degli uccisi. Da lì il ferito fu subito portato morente a Montevarchi. Tutto questo mi viene detto mentre mi reco dal colono Liberatori Rodolfo, del podere “La Trove””.

La ricostruzione non ci convince, per vari motivi. Primo, si tratta di una testimonianza de relato, resa da una persona che non soltanto non era presente alla scena, ma neppure abitava in paese: e sappiamo bene come nella civiltà contadina le chiacchiere corressero da un posto all’altro, da una bocca all’altra con ciascuno che vi aggiungeva – più o meno consapevolmente – una nota personale, comica o tragica che fosse ma sempre caratterizzante. Ci pare inoltre inverosimile che i partigiani abbiano scelto di mettere in atto un’azione del genere nel mezzo di un circolo così affollato, mettendo a repentaglio l’incolumità degli avventori (nonché paesani) presenti quando avrebbero potuto sorprendere i militari tedeschi sulla via del ritorno, allorché questi – presumibilmente alticci – avrebbero fatto ritorno alla colonica del Rossi, potendo perdipiù sfruttare il fattore tenebre, peraltro accentuato dal maltempo.

L’irresponsabilità partigiana risulterebbe dunque doppia: nel concepire un simile agguato e nel porlo in atto a quella maniera. C’è poi quel particolare secondo il quale gli aggressori avrebbero intimato “due volte” ai militari di alzare le mani, e “al solo scopo di disarmarli”: quasi a voler sottolineare il fatto che i componenti il commando si siano risoluti a sparare da ultimo e per forza, essendovi stati costretti. Infine: come potevano quei quattro soldati starsene al bar con le armi in pugno, quando tutto il loro comportamento di quella giornata domenicale pare improntato alla “ricreazione”, allo svago, alla crapula? Ci accingiamo allora alla lettura delle altre due testimonianze: le quali, rese da persone residenti entrambe a pochi metri dal circolo, si promettono come più dirette e fedeli.

Racconta Lara Lammioni: “Alcune persone stavano uscendo dal circolo in preda ad una grande agitazione. La terribile notizia arrivò subito: “Hanno ammazzato quei tedeschi al circolo – Come è stato? – Mah! Credevano che fossero ubriachi e li volevano disarmare, ma quelli hanno reagito, mettendo mano alla pistola – Chi è stato a sparare?…”. A questo punto voglio chiarire perché si era detto “quei tedeschi”. Si trattava di quattro soldati tedeschi, apparentemente sbandati, che dal mattino si aggiravano per il paese. Il loro atteggiamento non si era rivelato ostile; offrivano sigarette e caramelle ai ragazzi e ai vecchi. Mio nonno tornò a casa con una manciata di caramelle e posandole sul tavolo disse: “Me le hanno regalate i tedeschi”. Li vidi anche lanciare dei razzi verso la valle della Trove dietro il muro del mio giardino; nello stesso punto in cui, dopo, avvenne l’eccidio. Tutti eravamo usciti dalle case, ci si riuniva in gruppetti, parlando concitatamente, mentre si facevano strada nelle nostre menti le terribili implicazioni che portava con sé quello che era avvenuto. Le voci degli eccidi di Partina e Vallucciole in Casentino (a nord di Arezzo) ci avevano raggiunto e perciò temere la rappresaglia tedesca era più che giustificato. Fu tenuto consiglio in tutte le famiglie e la decisione comune fu quella di andarsene subito dal paese e nascondersi dove si credeva fosse più sicuro. Anche in casa mia, dopo concitate discussioni, fu stabilito di andarsene dopo aver riposato qualche ora”.

Più ricca di dettagli la testimonianza di Laura Guasti: “18 giugno 1944… Un acquazzone aveva rinfrescato l’aria e una pioggerella sottile continuava ancora, la piazza principale di Civitella, dove di solito dopo le funzioni si aduna la gente per le solite chiacchierate domenicali era sgombra, mentre i famosi portici che partendo dall’antico Palazzo podestarile, attualmente nostra dimora, a lato di Piazza Becattini arrivano fino a Piazza Vittorio erano affollati di gente, specialmente villeggianti che da Arezzo, Roma, Firenze erano sfollati quassù. Tre soldati tedeschi in piazza con la pistola lanciavano razzi colorati. Si commentava il fatto dei partigiani venuti pochi giorni prima per avere aiuti. Dopo cena ricominciò a piovere, mio marito era uscito pochi passi fuori della porta e parlavano con lui il generale Del Buono, nostro ospite al piano superiore della casa, l’ing. Lammioni ed alcuni paesani. Insieme ai miei bambini aspettavo l’ora del Bollettino delle nove e mezzo quando mio marito insieme al generale rientrò in casa e disse queste parole: “Sono passati di corsa alcuni partigiani, li ho riconosciuti per tali perché ho sentito Balò che chiamava: Renzino…Renzino (sapeva che era il nome del comandante della squadra vicina). Temo che succeda qualche brutta cosa perché ci sono nel circolo del dopolavoro dei tedeschi ubriachi che giocano ancora”.

“Non finì di pronunciare queste parole che udimmo una forte scarica di fucile mitragliatore, poi un’altra. Ci guardammo allibiti e da dietro le persiane potemmo vedere persone che scappavano bestemmiando, udimmo pure una donna urlare: “Ci sono tre tedeschi morti nel circolo”, ed un uomo gridare: “A letto, a letto chi non ha che fare”. Intanto il tempo si era ancor più incattivito e l’acqua cadeva sempre più forte. Pioveva, era tardi, mio marito pensò che per il momento era meglio far stendere sul letto i bambini e lui si mise in una poltrona della sala che guarda verso la piazza, aspettando con ansia, impauriti a ogni rumore, temendo che arrivassero i tedeschi a far rappresaglia come avevamo sentito dire che avevano agito in Casentino. La mattina dopo la pioggia era cessata fin dalle prime ore, la popolazione partiva per ripararsi nei boschi. Nel circolo i cadaveri erano ancora là… dei partigiani… nessuna traccia”.

Le nostre perplessità sono rimaste tali; soprattutto restiamo delusi dal fatto che, con tutta quella gente presente al circolo al momento della sparatoria, nessuno sia stato interpellato dagli stessi curatori della Sala o abbia voluto rilasciare la propria testimonianza. Ma perché, poi, non hanno parlato gli stessi componenti il commando e il loro comandante, visto che nessuno di loro è rimasto vittima della strage? Aumenta in noi il sospetto che qui ci sia sotto qualcosa; per quanto siamo coscienti del fatto di non trovarci in uno dei vari musei o istituti “della Resistenza” – le cui versioni dei fatti non possono che risultare per definizione “partigiane” – bensì in un luogo chiaramente improntato a spirito cristiano.

In tal senso, ci colpiscono in particolare due dei copiosi documenti appesi alle pareti: la piantina originale del Dopolavoro, affiancata dal disegno realizzato da Alberto Rossi (un civitellino – soprannominato “Palombo” – che vi assisté, all’epoca ragazzetto) che adattandolesi perfettamente raffigura la disposizione dei protagonisti della sparatoria, prova inequivocabile della volontà da parte di chi ha allestito la Sala di fare luce sull’episodio scatenante l’eccidio; e la lista delle perdite della 4ª Divisione paracadutisti, con segnati i nominativi dei quattro militari oggetto del raid partigiano: pietoso omaggio a dei soldati germanici caduti nella nostra terra, piuttosto insolito in un luogo in cui si commemorano le vittime di un massacro compiuto dagli stessi tedeschi.

Iniziamo allora ad immaginarci il compromesso cui si è dovuti scendere nella predisposizione della Sala (e nella stesura della suddetta nota cronistica che correda la Carta), fra le esigenze dell’obiettività storica e la necessità di non ledere il buon nome della “Resistenza” rivelando qualcosa di evidentemente inconfessabile. Le ulteriori notizie che acquisiremo sulla vicenda ci convinceranno della bontà della nostra intuizione.

Anche a Civitella infatti, come nelle altre innumerevoli località sulla Linea gotica segnate dalle stragi tedesche conseguenti attacchi partigiani, sin dalla fine della guerra si era determinata una frattura fra la gente del paese, che ancora piangeva i propri morti, e l’Anpi, che non perdeva occasione per farsi bella agli occhi dell’opinione pubblica offrendo un’immagine della “Resistenza” oltremodo mitizzata facendo sostanzialmente leva su due fattori: il poter rivendicare la giustezza ed il valore dell’operato bellico dei partigiani dall’alto dell’autorevolezza politica riconosciutale; la conseguente carta bianca nell’accollare tutta quanta la responsabilità delle tragedie verificatesi alla “barbarie nazifascista”. Qui in particolare era stridente il contrasto fra la percezione che del movimento resistenziale si aveva a Civitella “alta” (ossia nel borgo antico che era stato teatro dell’assalto al circolo e dell’eccidio) e nelle frazioni della piana sottostante: ove – complice una politica che avrebbe visto per lunghi decenni l’ininterrotto predominio comunista – i partigiani venivano unanimemente considerati come degli uomini buoni e giusti, a prescindere, e da valutarsi alla stregua di eroi.

Naturale perciò che lo stesso Succhielli, forte della medaglia d’argento al valor militare conferitagli dallo Stato, una volta presentatosi alle elezioni comunali nelle file del Pci venisse eletto sindaco di Civitella: carica che ricoperse dal ’51 al ’55. Inutilmente la gente del paese – soprattutto le donne – aveva denunciato pubblicamente le responsabilità partigiane dell’eccidio: la pianura “rossa” votò compattamente per Renzino, quasi a spregio di quanto accaduto sette anni prima all’ombra del castello longobardo. A tutela della propria reputazione, allora, l’ex comandante partigiano querelò per diffamazione il quotidiano che aveva ospitato la protesta dei superstiti: ottenendo ovviamente piena soddisfazione da parte del tribunale. Ma facendosi al contempo un nemico irriducibile: il prefetto di Arezzo, che alla fine lo avrebbe costretto a rassegnare le dimissioni, facendolo pure trasferire dalla sede aretina dell’ente per cui lavorava a quella di Sondrio (Succhielli avrebbe rimesso piede al paese soltanto nel ’61).

L’ostilità nei confronti dei partigiani e delle loro stucchevoli (auto)celebrazioni da parte di quanti nella strage avevano perduto i propri cari aveva giustificazioni più che fondate: poiché fin dall’inizio erano emerse diverse testimonianze su quanto accaduto al circolo, destinate a non essere pubblicizzate in quanto in contrasto con la vulgata resistenziale ma che addossavano gravissime responsabilità ai componenti il commando e al loro capo. Mentre infatti questi ultimi avevano sempre sostenuto che loro intenzione era solo quella di disarmare i militari, venendo costretti ad aprire il fuoco dal fatto che all’intimazione di “mani in alto” essi avevano reagito impugnando le armi, persone che avevano assistito alla scena garantivano che quei poveri soldati non avevano opposto all’irruzione partigiana alcuna reazione: anche perché non ne avevano avuto il tempo. I nostri “eroi” li avevano infatti accoppati a sangue freddo, quando le loro armi erano appoggiate al muro, e dunque distanti dal tavolino ove essi erano seduti.

Da qui l’impietoso giudizio che dell’episodio e dei suoi protagonisti davano questi paesani: gente pratica, contadini della Val di Chiana educati al duro lavoro dei campi ma anche alla fede e al buon senso. L’attacco dei partigiani era stato del tutto gratuito ed inutile, non aveva spostato di un millimetro gli equilibri della guerra ed era servito soltanto a provocare la terribile rappresaglia tedesca. Ma la viltà degli uomini di Renzino si era manifestata anche al momento della strage: poiché, pur trovandosi vicini ai luoghi delle esecuzioni e udendone gli spari, essi non avevano mosso un dito a difesa dei civili, che pure venivano massacrati a causa della loro irresponsabilità. Tali elementari considerazioni portavano i civitellini a considerare quei cosiddetti “patrioti” alla macchia – dimostratisi però così poco riguardosi della sorte dei propri com-patrioti – come un’accolita non solo di disertori e renitenti alla leva, ma anche di balordi ed incoscienti imboscatisi solamente per sottrarsi alle retate repubblichine, ed il cui scopo essenziale era quello di salvaguardare sé stessi.

A tali conclusioni giunge sostanzialmente nel ’97 lo storico Giovanni Contini, nel saggio La memoria divisa: un lavoro coraggioso, frutto di una meticolosa ricerca sui luoghi della strage e che liquida definitivamente la versione che dei fatti ha propinato per cinquant’anni la storiografia ufficiale. Contini traccia anche un’acuta analisi dei motivi che dovevano portare la Kommandantur ad ordinare così a cuor leggero massacri del genere: perché lo stillicidio di attacchi e provocazioni messi in atto dai partigiani – proprio come avvenuto da parte della banda di Renzino – rappresentava per gli occupanti la migliore prova della necessità di “bonificare” quei territori, a garanzia dell’incolumità delle proprie truppe, annientandone la popolazione dal momento che non si poteva mettere le mani su questi maledetti banditen che si materializzavano improvvisamente dal nulla per colpire e poi nuovamente eclissarsi, in base al presupposto che un qualche loro legame con i paesani doveva pur esservi.

Una volta sgretolatosi, con la caduta del muro di Berlino, anche quello dell’omertà e della mistificazione partigiana, per l’anziano Succhielli la situazione si fa critica. Lui ha sempre sostenuto una versione dei fatti rivelatasi del tutto infondata, ha pure denunciato e fatto condannare chi aveva osato sostenere la sua indegnità a ricoprire cariche pubbliche: come salvare la faccia adesso che è stato così platealmente smascherato? Alla sua età, egli potrebbe ancora riscattarsi con un’assunzione di responsabilità piena, onesta, dignitosa (per quanto tardiva ed indotta): invece sceglie un atteggiamento che non gli fa onore, risultando anzi in linea con tutta la sua condotta precedente. Si ostina a rivendicare la propria buona fede, ma sconfinando nel ridicolo allorché parla di “involontarietà”: “Noi purtroppo abbiamo portato la rovina in paese, ma involontariamente e per fare del bene: per quanto quella fu un’azione sbagliata”.

Ma l’opinione pubblica italiana, nel nuovo clima determinatosi con la fine della “guerra fredda”, preferisce concentrarsi su altri aspetti legati alla tragedia dell’occupazione germanica. In particolare, la scoperta nel ’94 dell’“armadio della vergogna” provoca tutta una serie di processi che vedranno alla sbarra i responsabili delle stragi perpetrate nella nostra terra dal tedesco in ritirata: ottantenni e perfino novantenni ma non per questo meno vivi, vegeti e soprattutto con una gran faccia di bronzo nel negare la minima responsabilità personale. Tale pretesa italiana di fare giustizia degli orrori subiti da parte dell’ex alleato ad oltre mezzo secolo di distanza rischia peraltro di compromettere i rapporti con la stessa Germania, e proprio negli anni in cui si fanno più saldi i legami politici ed economici all’interno dell’Unione europea. Ebbene, dopo un comprensibile imbarazzo iniziale Berlino sceglie la via diplomatica nel rapportarsi a quel pesante passato, ponendo in atto tutta una serie di scuse, risarcimenti, dichiarazioni di amicizia nei confronti del popolo italiano.

È in tale contesto che, in previsione delle celebrazioni per il 65° dell’eccidio, il sindaco di Civitella scrive all’ambasciatore tedesco a Roma: “Quella che per anni ha costituito una ferita profonda, che ha segnato in modo indelebile la vita dei sopravvissuti, può diventare un’eredità culturale e morale feconda per tutti i cittadini”. Il 2009 vede così l’ambasciatore presenziare alla commemorazione, esprimendo il “senso di colpa, lutto e vergogna” per quanto accaduto provato oggi dai suoi connazionali e dichiarandosi convinto che “i martiri di Civitella, Cornia e San Pancrazio abbiano conferito a noi, italiani e tedeschi, il mandato di creare insieme, con fermezza e perseveranza, il futuro prospero e pacifico della nostra Europa”.

Succhielli, cui per non rinfocolare le polemiche gli anni precedenti non era stato consentito di prendere parte alle celebrazioni, viene finalmente ammesso a quelle del 2010, per quanto non ufficialmente ma come privato cittadino: ma sarà un’altra occasione perduta. Ottenuta la stretta di mano pacificatrice da parte di alcuni sopravvissuti e anche di figli delle vittime, egli infatti dichiara: “Ho pianto, sono vecchio e non ce la faccio più a resistere. Quell’irruzione fu uno sbaglio: ma avevamo vent’anni, eravamo sbandati, partigiani con poca esperienza”. Avrà anche pianto: però ai sopravvissuti alla strage che per rispetto ai propri morti hanno tentato di impedirne l’ascesa politica ha dato un altro dolore, diventandone il sindaco. E per quei tre poveri giovani ammazzati come cani, che non avevano fatto del male a nessuno, e la cui unica colpa era di indossare quella divisa anche trovandosi fuori servizio, ha pianto anche per loro? Ma al di là di tali considerazioni, sono le giustificazioni di circostanza che egli continua ad addurre a non reggere.

Per cominciare, quell’assalto al circolo non può essere liquidato come un’ingenua ragazzata compiuta “per fare del bene”: gli avvertimenti tedeschi erano chiari e inequivocabili, in zona c’erano già state le stragi del Casentino e quindi ciò cui si andava incontro era sotto gli occhi di tutti, come dimostra del resto il comportamento di abitanti e sfollati di Civitella che all’alba evacuarono in massa il paese. Inoltre Succhielli all’epoca aveva non vent’anni ma venticinque, era stato un ufficiale del Regio Esercito e proprio per questi trascorsi gli erano state riconosciute l’autorità e la competenza necessarie a capeggiare una banda partigiana: composta – quella sì – da “sbandati” e “inesperti”, ma ai quali proprio il comandante avrebbe dovuto imporre la linea d’azione più accorta ed avveduta, in considerazione del critico momento legato al passaggio del fronte dalla Val di Chiana.

C’è poi un’altra considerazione a pesare come un macigno sulla buonafede del tegoletino. Pur non avendo la sua “banda autonoma” aderito alle rosse “Brigate Garibaldi”, bensì al composito Raggruppamento dei patrioti amiatini, la sua condotta ricalcò in tutto e per tutto sia quella dei gappisti di via Rasella che quella dei partigiani comunisti. È infatti noto che mentre i partigiani “azzurri” di “Giustizia e Libertà” (azionisti, socialisti riformisti, liberali, monarchici: tutti sostanzialmente filoamericani) si preoccupavano nell’attuare i propri sabotaggi di non mettere a repentaglio la sicurezza della popolazione – perché in fondo quel che più stava a cuore ai tedeschi in ritirata era che non venissero toccati i soldati – quelli “rossi” erano animati da tutt’altri intenti.

Le ciniche direttive del Pci miravano infatti espressamente a fomentare l’odio tra la popolazione civile e l’occupante germanico, in una prospettiva sommariamente rivoluzionaria e filosovietica, partendo dal presupposto che più sangue si fosse fatto scorrere, più si fosse esasperato l’animo degli italiani, maggiori sarebbero state le possibilità di uno sbocco di tipo bolscevico del conflitto. Accadeva così che, ogniqualvolta un “garibaldino” avvistava dei tedeschi isolati o che comunque avessero abbassato la guardia, come posseduto da un demone non poteva astenersi dal premere il grilletto, nella più totale assenza di scrupoli circa le conseguenze del gesto. Evidente allora come, una volta fallite le aspettative sovietizzanti, ed imboccata il nostro Paese la via democratica ed atlantica, tutte le nefandezze commesse e le atrocità provocate diventassero un fardello troppo pesante da sopportare: donde la necessità di occultarle, minimizzarle, “accomodarle” agli occhi dell’opinione pubblica e della Storia mediante una propaganda subdola quanto capillare, complici la potenza politica del Pci e la prosopopea dell’altrettanto politica Anpi.

Ora la formale affiliazione del gruppo del Succhielli all’organizzazione partigiana comunista “ufficiale” non vi fu: tutta una serie di elementi tuttavia ne orientano inequivocabilmente la collocazione ideologica da quella parte. Già la scelta del nome di battaglia, la strategia operativa adottata, la stessa collocazione politica postbellica del comandante rappresentano dei begli indizi. È inoltre un fatto che nel pomeriggio di quello stesso 18 giugno egli si fosse incontrato in Civitella proprio con Luciano Gambassini: il quale, oltre ad essere il medico condotto del paese, era anche il responsabile della locale cellula clandestina comunista. Ma è lo stesso Renzino, nel suo libro autobiografico (pubblicato nel ’79, quando l’incensamento della “Resistenza” da parte di chi se ne proclamava erede politico e morale toccava l’apice), ad ammettere la propria fede, ricordando in particolare come fosse stato il parroco antifascista di Cornia, Natale Romanelli (“il nostro don Natale”), a rifornire la sua banda delle stelle rosse da cucire sui berretti nonché a confezionare la bandiera di seta altrettanto rossa che doveva contrassegnare lo schieramento politico della formazione.

Rapporti confermati da quanto riporta lo stesso Romanelli nelle sue Memorie: le quali rappresentano anche una circostanziata testimonianza sull’improvvisa crescita del movimento partigiano con l’avvicinarsi del fronte, evidentemente favorita dai rifornimenti alleati. “Nel territorio della Cornia esisteva qualche prigioniero inglese, datosi alla macchia con la liberazione del campo di concentramento di Laterina del giorno 9 settembre: ma si trattava di pochi individui abbastanza buoni e di nessuna molestia. Chi poteva dare dava ed essi si contentavano, poveri macchiaioli, di vivere alla macchia sia pure con stenti, prima di vivere nei campi di concentramento in mano dei barbari tedeschi. Non mancarono per questo delle noie a mio riguardo, per parte prima dei “fascisti repubblicani” e poi dei “poliziotti repubblicani”, servendosi senza dubbio di qualche maligno e poco benevolo parrocchiano che faceva da staffetta”.

In particolare il sacerdote ricorda i controlli subiti da parte dei repubblichini il 1° gennaio e soprattutto l’8 marzo ’44, allorché, alle 4 del mattino, una trentina di militi “circondarono la canonica e mi costrinsero a farli passare in casa perché polizia e di più armata, dicendosi mandati per visitare la casa. Non si poteva dire di no e quindi appena entrati ad armi spianate invasero la casa e rovistarono e misero a soqquadro tutto. Con quella visita dovettero comprendere che in casa mia non c’erano né armi, né gente sospetta; ma mi dichiararono favoreggiatore di partigiani. Sopportai in santa pace queste visitine preziose e mi tenni sempre più ad una condotta irreprensibile; tuttavia non dovevo terminare con questo il loro sospetto. Date tutte queste cose, consigliai allora i pochi e poveri macchiaioli inglesi di avere più prudenza, di non gironzolare nei luoghi abitati, di stare più all’erta, oppure di allontanarsi da quei boschi, altrimenti poteva nascere un guaio per me e per tutta la popolazione, vedendo che giorno per giorno cresceva l’accanimento di quei vili repubblicani per la loro cattura.

“Compresero quei poveri giovani la loro situazione, un po’ critica, si allontanarono per qualche settimana ritornando poi con armi per difendersi da qualsiasi eventuale attacco di repubblicani, come si espressero. Dove avessero trovate le armi non lo so, però posso dire che cominciò da quel momento una certa organizzazione. Di quando in quando, si notavano gruppetti di armati con fazzoletti rossi e stella rossa nel berretto che si spostavano da una parte all’altra, non dando però molestia a nessuno, chiedendo più che altro informazioni e anche viveri. La sera del 29 maggio si presentarono nuovamente da me cinque di questi giovani armati, chiedendo un po’ di rifornimento, dichiarando di essere molto accresciuti di numero e sperando – come si esprimevano – di poter difendere a tempo opportuno me e la popolazione intera da qualsiasi aggressione di fascisti repubblicani o tedeschi. Detti loro un po’ di tutto: non perché confidavo nella loro difesa, ma in conformità alla carità cristiana”. Ma qualcuno dové fare la spia: perché già all’alba del giorno successivo la canonica era nuovamente assediata “da 25 armati con mitraglia, bombe a mano, armi di tutte le qualità”.

La persecuzione fascista tuttavia non scoraggia l’ardito sacerdote, il quale continua a nutrire fiducia nella banda di Renzino fino ai tragici fatti di giugno. A rivelarci un episodio che aggrava ulteriormente la posizione dinanzi alla Storia del comandante partigiano è Santino Gallorini, studioso chianino che non ha mai smesso di indagare sui tragici fatti che hanno segnato la sua terra in quei terribili mesi del ’44, riportandoci – nei suoi libri ed articoli – storie commoventi e dimenticate. È grazie a quanto dichiarato allo storico di Vitiano da Giovanni Romanelli, nipote di don Natale, che dobbiamo ascrivere all’irresponsabile condotta del Succhielli la morte di altri due innocenti.

Premesso che dopo l’entusiasmo iniziale il parroco si era convinto che Renzino non fosse “persona atta a fare il capo” – in quella banda “comunista” – al punto di “portarci alla rovina completa” (come egli scriveva nelle stesse Memorie), Romanelli racconta: “Don Natale non perdonò al comandante Succhielli di aver arrestato e portato a Bollore la signora Helga Cau – residente a Gebbia di Civitella – che essendo di origini svedesi, ma di madre tedesca, svolgeva l’incarico d’interprete presso il Comando tedesco di Monte San Savino. Era stato il dottor Gambassini, medico condotto di Civitella e capo della Resistenza locale, a segnalare la Cau quale spia dei tedeschi. Il Succhielli l’aveva fatta arrestare dai suoi partigiani e portata a Bollore l’aveva interrogata. Resosi conto dell’onestà della donna, l’aveva invitata a pranzo assieme al marito Giovanni e poi, con una leggerezza incredibile, l’aveva portata a interrogare due tedeschi suoi prigionieri e accusati di razzie.

“Ma nella notte i due tedeschi erano riusciti a scappare e a tornare al loro comando, accusando la Cau di doppio gioco e segnandone il destino: il 29 giugno essa fu prelevata dai tedeschi e portata a Monte San Savino assieme al marito; i due furono quindi assassinati e seppelliti in una fornace. La donna era sì l’interprete dei tedeschi, ma di ideali antifascisti e antinazisti; spesso andava alla Cornia da don Natale e in gran segreto lo metteva al corrente di importanti informazioni acquisite grazie al suo lavoro: localizzazione dei comandi e dei magazzini, movimenti di truppe, operazioni di rastrellamento ecc. Don Natale andava poi ad Arezzo e riferiva quanto aveva saputo a don Onorio Barbagli, membro del Cln provinciale, il quale a sua volta informava gli altri membri del Comitato e il comando della Brigata partigiana “Pio Borri”. Purtroppo don Natale non poteva rivelare l’importantissimo e rischiosissimo lavoro che svolgeva la benemerita ed eroica Helga Cau; ma pensava che il comando partigiano conoscesse almeno l’aiuto materiale che lei e la mamma davano a ex prigionieri e sbandati vari che transitavano dalla sua abitazione a Gebbia”.

Sull’intercessione della stessa Cau presso la Kommandantur allo scopo di “far capire ai tedeschi che con le uccisioni del Dopolavoro la gente di Civitella non c’entrava per nulla” aveva peraltro contato don Lazzeri allorché, fin dal mattino del 19 giugno, la caritatevole donna, “sempre pronta a dare una mano al prossimo”, non aveva mancato di presentarsi al circolo, ove il sacerdote stava componendo i cadaveri dei due soldati. Egli “non aveva faticato molto per convincerla a fare quanto già da sé aveva capito di dover fare. Fu così che erano stati contattati i locali comandi tedeschi di Dorna e Monte San Savino. Poi Helga era rimasta a Civitella, per attendere l’arrivo dei soldati tedeschi”. Senonché l’improvvido intervento di Renzino aveva frustrato tutte le speranze del parroco, rendendo a questo punto ineluttabile la condanna a morte del paese.

Anche quest’ultimo episodio apprendiamo da uno studio di Gallorini: un pregevole lavoro che colpisce fin dal titolo – Perdonare, mai dimenticare – prendendo in esame i registri sui quali negli anni i visitatori-pellegrini della Sala della Memoria hanno lasciato i loro commenti, e che ha il merito di ricostruire la vicenda da noi analizzata alla luce di un sentimento di pietà ed umanità prettamente cristiano. Anche per i particolari inediti che esso rivela, ci pare perciò doveroso riportarne la versione dell’episodio chiave.

“La sera di domenica 18 giugno, nella prima sala del Dopolavoro, assieme ad una decina di civitellini che giocavano a carte e bevevano vino si erano seduti quattro tedeschi. Facevano parte di un gruppo di nove soldati della 4ª Divisione Paracadutisti, inserita nella XIV Armata (AOK 14), che fin dal dopopranzo si erano insediati presso la famiglia Rossi, in una casa colonica vicina al cimitero. Già nel pomeriggio quattro di questi erano stati visti in Civitella, avevano cercato di familiarizzare con qualche abitante incontrato in paese e poi erano entrati nel Dopolavoro a giocare a carte e bere vino.

“Si erano comportati bene: in special modo con Palombo, un ragazzo di 14 anni che aveva scherzato con loro e a cui avevano regalato caramelle. Si erano dimostrati cordiali e tranquilli; pertanto quando erano stati visti rientrare nel locale pubblico alla sera dopo cena, alcuni avventori avevano riconosciuto quello che sembrava il capo e si faceva chiamare “maresciallo”. Dopo un attimo di timore tutti si erano rilassati: anche perché con quei quattro ragazzoni in divisa c’era quel birbante di Palombo, che aveva un’aria trionfante e un po’ spocchiosa in quanto, seppur troppo giovane per accedere al Dopolavoro, era stato fatto entrare dal suo nuovo amico del pomeriggio, il “maresciallo”. E il segretario del Fascio Repubblicano, che aveva tentato di far rispettare le regole fermandolo sulla porta, non se l’era sentita di discutere con quattro tedeschi armati. Si era solo limitato a raccomandare a Palombo di non avvicinarsi agli alcolici…

“Tutto sembrava procedere nella tranquillità. Chi giocava, chi guardava, chi beveva, chi parlava. E anche i quattro soldati erano ormai della comitiva. Si erano slacciati i cinturoni, avevano appoggiato le armi alla parete, si erano seduti ad un tavolo e si erano messi a giocare a carte. Fra una mano e l’altra, un bicchiere di buon vino della zona di Civitella. Più tardi, il “maresciallo” si era spostato sulla panca accanto alla radio accesa, dove già era seduto Palombo a mangiare le sue caramelle. Un altro tedesco se n’era andato nella sala accanto, quella della mescita, e là si era messo a tentare di parlare con la barista e con il marito di lei: i giovani Alduina e Torquato Menchetti.

“Come un improvviso temporale estivo, proprio quando la calma e la serenità la facevano da padrone, si era scatenato l’inferno. “Mani in alto! Hände hoch!”. Chi gridava era un giovane ragazzo con dei baffetti e i capelli neri un po’ riccioli. Se ne stava con le spalle alla finestra e stringeva in mano una pistola, con cui teneva sotto tiro il tedesco accanto alla radio. Solo pochissimi dei clienti del Dopolavoro lo conoscevano e sapevano che era il famoso “Renzino”, il capo della omonima banda partigiana, che da qualche tempo si era stanziata nei boschi della zona tra la Cornia, Montaltuzzo e Bollore.

“Fino a neanche dieci giorni prima si trattava di una piccola banda, formata da ex internati al campo di concentramento di Laterina – di cui 16 soldati inglesi, due sudafricani, due baschi della Legione Straniera francese – oltre a una decina di italiani, in gran parte ex militari che, dopo l’8 settembre, si erano dati alla macchia. Vi era anche l’anziano Gabelo (Angiolo Valdambrini) il quale fin da subito si era unito ai suoi compaesani di Tegoleto: paese da cui proveniva pure Renzino, l’ex sottotenente dei paracadutisti della Nembo, Edoardo Succhielli. Poi, in pochi giorni, con l’avvicinarsi del fronte, si era acceso un sospetto entusiasmo e gli aspiranti partigiani fiorivano come i circostanti prati. Fatto è che, com’è ben noto, non sempre alla quantità corrisponde la qualità, e quindi i membri della banda oltrepassarono il centinaio; ma fra questi ce n’erano alcuni che definire “pasticcioni” è un eufemismo.

“Renzino era arrivato a Civitella sul far del buio, con una quindicina dei suoi, per il semplice motivo che lo avevano subissato di richieste per tutto il pomeriggio. Occorreva andare a Civitella perché, al dire dei suoi interlocutori, c’erano alcuni tedeschi cattivi e violenti, che importunavano i poveri abitanti e portavano via la roba al macellaio del paese. Ovviamente oggi sappiamo che non era vero, e che molte di quelle bugie venivano dette per costringere Renzino ad entrare in Civitella, al fine di far vedere ai civitellini che qualche loro compaesano era andato con i partigiani. Renzino non voleva che i suoi partigiani entrassero nei paesi, per vari motivi, primo fra i quali evitare problemi con i giovani paesani, a causa di eventuali corteggiamenti alle ragazze. Ma quel pomeriggio, alla fine si decise a entrare in Civitella, anche perché doveva andare da alcuni benestanti del paese per chiedere contributi in denaro e poi – al dire di chi lo aveva spinto a partire per il paese – tra coloro che ne reclamavano la presenza c’era il medico condotto, dottor Luciano Gambassini, autorevole esponente della Resistenza locale.

“E Renzino, dopo un incontro in Civitella con il dottor Gambassini ed altri due paesani antifascisti, aveva deciso di disarmare i quattro tedeschi presenti nel Dopolavoro che – a quanto gli era stato detto da un suo partigiano che era entrato nel locale – avevano deposto le armi da fuoco a terra, appoggiate alla parete. “Si fanno disarmare tanto facilmente”, aveva obiettato Renzino a chi gli paventava i rischi di una possibile reazione da parte dei tedeschi. Era stata quindi organizzata l’azione, che prevedeva l’utilizzazione di quattro partigiani e del comandante Renzino. “Mani in alto! Hände hoch!”. E l’operazione ebbe inizio…

“Purtroppo, la sua realizzazione era risultata alquanto pasticciata e confusa, improvvisata e sbagliata. Lo stesso Renzino – anni fa – la definirà “stupidamente concepita e stupidamente condotta”. Essa si era conclusa con una sparatoria da parte partigiana, durante la quale i tre tedeschi della prima sala erano caduti a terra: due morti e uno gravemente ferito. Il quarto, che si trovava nella sala della mescita, anche se caduto a terra era rimasto soltanto ferito ad una gamba. Ne era seguito un caos generale, con i civili che gridavano: “Basta! Basta!” e tentavano di scappare, i partigiani confusi e Renzino stravolto.

“Nella prima stanza c’erano i tre tedeschi sul pavimento, crivellati da proiettili, in un lago di sangue; c’erano alcuni civili che cercavano terrorizzati l’uscita, due dei quali lievemente feriti; c’era Renzino sconvolto, quasi inebetito, irritato con i suoi due partigiani che avevano sparato, incurante di chi gli chiedeva se prendere le armi dei tedeschi e che diceva: “Andiamo via, andiamo via…”. I partigiani erano poi corsi verso la Porta Senese, l’accesso occidentale del borgo fortificato di Civitella. Si erano quindi dileguati nei boschi vicini, assieme ai loro compagni che li attendevano fuori dal paese.

“La notizia della sparatoria al Dopolavoro aveva fatto immediatamente il giro del centro abitato, mettendo nel panico gli abitanti i quali, paventando una rappresaglia tedesca, sarebbero voluti scappare immediatamente, non sapendo bene neppure dove. Ma la fuga era stata ostacolata da una forte pioggia, che era durata alcune ore costringendo le famiglie a rimanere ancora nel paese, con l’ansia e la paura che erano aumentate a dismisura. Alla fine, diminuita la pioggia, in tanti si erano calati tramite scale a pioli dalle mura, o erano passati per la Porta Senese ed erano fuggiti. Era stata una fuga repentina e drammatica, con solo qualche fagotto: poche cose per l’emergenza. Chi era andato da parenti, chi da amici, chi semplicemente nei boschi vicini.

“Quella notte erano stati davvero pochi quelli che avevano avuto il coraggio di rimanere. Fra loro c’era stato il parroco, don Alcide Lazzeri. Il mattino seguente don Alcide si era recato al Dopolavoro con alcune parrocchiane, tra le quali c’era Domenica Dondolini, l’infermiera dell’ospizio per gli anziani. Il saggio sacerdote aveva chiesto di ripulire il locale, di comporre i cadaveri dei soldati e di mettere nelle loro mani dei gigli, che lui stesso era andato a raccogliere nel giardino della canonica. Ma i cadaveri non erano quattro come c’era da immaginarsi, bensì soltanto due. Che cosa era successo? Il soldato che si trovava nella sala della mescita, che era stato ferito soltanto ad una gamba, quando era calato il silenzio si era alzato, era entrato nella prima sala, aveva constatato la morte di due dei suoi camerati ma aveva trovato il “maresciallo” ancora in vita, seppur in gravissime condizioni. Il ferito si era caricato sulle spalle il “maresciallo” e quindi, con grande fatica e vincendo il dolore, lo aveva portato nella casa colonica, dove alloggiavano i loro commilitoni. Qui, dopo una sommaria medicazione, il “maresciallo” era stato caricato su un camion tedesco di passaggio e portato in un ospedale militare a Firenze, dove era morto il giorno dopo.

“Il “maresciallo” era in realtà un semplice Gefreiter (caporale), si chiamava Camillo Haag, era nato in Lussemburgo il 14 maggio 1924: aveva compiuto da poco i 20 anni. I due tedeschi uccisi con le mani in alto, accanto al tavolo, erano gli Obergefreiter (caporal maggiore) Gustav Bruettger, nato il 28 dicembre 1922 a Rheinhausen, ed Ernst Menschig, nato il 27 aprile 1921 a Braunsdorf. Il ferito ad una gamba – che poi si sarebbe salvato e sarebbe morto anni dopo per cause estranee alla guerra – era l’Oberjäger (grado corrispondente al sergente) Gerhard Schulz, nato il 13 dicembre 1918 a Hindenburg”.

Noi, che da anni ci occupiamo della Linea gotica e delle stragi provocate dagli attentati partigiani, mai avevamo trovato un simile tributo a dei soldati tedeschi venuti a morire come figli di nessuno in questa nostra terra, inviativi da un capo che ormai, a guerra largamente perduta, aveva smarrito anche ogni contatto con la realtà, preferendo nel suo delirio la distruzione del suo paese e la rovina del suo popolo alla resa. Forse quei quattro giovani, nel distribuire sigarette e caramelle agli anziani e ai ragazzi del paese, pensavano ai propri nonni e ai propri fratelli; forse, nel voler vivere con spensieratezza quella giornata domenicale, intendevano illudersi di trovarsi al loro paese, in mezzo ai loro amici: e magari per questo avevano assunto Palombo quale mascotte. Sotto la divisa era tutta la loro umanità, semplice e spontanea non essendo anch’essi che dei figli del popolo: cancellata però da quelle scellerate scariche di piombo piovute loro addosso.

Ecco: noi vorremmo che con altrettanta umanità ci si rivolgesse d’ora in avanti alla memoria di Camillo, di Gustav, di Ernst; di Gerhard, che scampato miracolosamente alla mattanza – grazie sia al fato che alla propria presenza di spirito – pur ferito non esita ad onorare il fatto di essere il maggiore sia nel grado che nell’età, uscendo da quel nascondiglio, caricandosi sulle spalle il povero Camillo e trasportandolo fino alla Madonna, pur non potendosi escludere i carnefici trovarsi ancora nei paraggi. Non si trattava di “nazisti”, come si è sempre sommariamente affermato per giustificarne la brutale eliminazione: erano semplicemente ragazzi cui il destino aveva assegnato di appartenere alle classi chiamate alla leva per la guerra scatenata dal nazismo. In nome della cui ideologia agivano invece pienamente le SS: le quali erano per questo temute dagli stessi soldati della Wehrmacht.

Su quanto accaduto in quel periodo in Italia si sono costruite tante carriere politiche – anche le più prestigiose – continuandosi per decenni a propinare una verità di facciata dogmatica quanto menzognera: eppure inviolabile, come dimostra la vicenda giudiziaria del giornale condannato per l’amore della verità. Così facendo, si sono prolungate all’infinito le contrapposizioni della guerra civile, perpetuando e dilatando contro ogni ragionevolezza la valenza della categoria di “antifascismo”: ombrello protettivo capace di giustificare tutto. In Germania non è stato così: lì alla fine della guerra si è saputo voltare pagina, lasciandosi alle spalle per carità di patria gli orrori del conflitto come le divisioni ideologiche.

La Germania ha chiesto scusa per quanto compiuto dalle sue armate sul nostro suolo, dimostrando coraggio e dignità: si faccia lo stesso anche noi, riabilitando in occasione delle commemorazioni dei nostri borghi straziati anche la memoria degli incolpevoli soldati tedeschi caduti negli attentati. Si abbia la forza – che una democrazia degna di questo nome deve avere – di chiudere definitivamente la stagione dell’odio e delle partigianerie di comodo. Solo così il sacrificio dei Martiri di Civitella, Cornia, San Pancrazio sarà servito a qualcosa.

Bibliografia

Documenti della “Sala della Memoria” dell’eccidio del 29 giugno 1944, Civitella Val di Chiana.

L’eccidio di Civitella in Val di Chiana, pubblicazione a cura dei familiari delle vittime.

Memorie di Don Natale Romanelli sulla strage di Cornia, Associazione “Civitella Ricorda”.

AA. VV., Edoardo Succhelli, in it.wikipedia.org.

P. Cappellari, Renzino, 17 aprile 1921: una barbarie comunista, in www.istitutobiggini.it.

13 aprile 1944: l’eccidio di Vallucciole, in www.infoaut.org.

E. Succhielli, La resistenza nei versanti tra l’Arno e la Chiana, Tipografia Sociale, Arezzo, 1979.

G. Contini, La memoria divisa, Rizzoli, Milano, 1997.

C. Gentile (a cura di), Le stragi nazifasciste in Toscana 1943-45, Carocci, Roma, 2005.

S. Mannino, Strage di Civitella, stretta di mano 66 anni dopo, “La Nazione – Arezzo”, 7 luglio 2010.

S. Gallorini (a cura di), Perdonare, mai dimenticare, Effigi, Arcidosso, 2014.

S. Gallorini, Don Natale Romanelli, un eroico parroco nella tormenta, “ValdichianaOggi”, 3 luglio 2017, in http://www.valdichianaoggi.it.

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Valore psicologico del Giocatore di Dostoevskij

 

Romanzo autobiografico, scritto nel 1866 in appena quattro settimane per assolvere a dei debiti di gioco interrompendo la stesura del più ambizioso Delitto e castigo, Il giocatore di Dostoevskij si rivela comunque un capolavoro per l’eccezionale descrizione che vi troviamo del gioco d’azzardo, analizzato in tutte le sue sfumature mediante l’introduzione di varie figure-campione che tipizzano i molteplici modi di vivere tale mondo.

Come in un film vediamo così alternarsi al tavolo verde personaggi dagli scopi più diversi: dai ricchi esponenti della nobiltà ottocentesca che giocano per puro divertimento avendo scelto per le vacanze la località termale più alla moda, ai poveretti che inseguendo un sogno di ricchezza finiscono con il lasciarvi regolarmente tutti i propri averi, ai perdigiorno e lestofanti che bazzicano il casinò come avvoltoi, profittandosi della debolezza e dell’esaltazione che caratterizza i giocatori, sfruttandoli e derubandoli. Con impareggiabile ironia vengono inoltre caratterizzate le varie nazionalità europee, con la descrizione di pregi e difetti di ciascuna delle figure elette a loro rappresentanti, e in un continuo interscambio delle varie monete nazionali a quantificare vincite e perdite, in modo da accrescere il carattere vorticoso e caotico delle emozioni trasmesse dalla spirale del gioco.

La vicenda è ambientata in Germania, nell’immaginaria città di Ruletenburg, il cui casinò attira molti turisti: probabilmente l’autore si è ispirato a Wiesbaden, ove tre anni prima egli aveva preso il vizio del gioco e ove il romanzo fu composto. Spesso Dostoevskij si trovava infatti costretto a riparare all’estero per sottrarsi all’assillo dei creditori: per questo molti dei suoi capolavori sono stati scritti lontano dalla patria (a cominciare dall’Idiota, impostato a Firenze). In proposito la moglie – giovane stenografa ingaggiata proprio per velocizzare la stesura del Giocatore in modo da onorare la scadenza concordata con l’editore – nelle sue memorie racconta di come Fëdor, persa al casinò pure la camicia, le si presentasse all’albergo implorandola di consegnargli le residue gioie, fino all’ultima spilla, per ributtarsi alla roulette nella speranza di rifarsi: lei intelligentemente lo assecondava, avendo compreso come solo una volta rimasto completamente al verde il grande scrittore avrebbe accantonato il gioco e ripreso in mano la penna, unico mezzo di salvezza.

Sono dunque i soldi i veri protagonisti del brillante e dinamico romanzo; nel quale a svolgere la funzione di narratore è il giovane Alekséj Ivànovic, precettore presso una stravagante famiglia russa composta da un anziano e patetico generale follemente innamorato di una giovane avventuriera francese, Mademoiselle Blanche, dai due bambini dei quali Alekséi è il maestro e dalla figliastra del generale, Polina Aleksàndrovna, della quale Ivànovic è perdutamente innamorato ma senza esserne ricambiato. Attorno a loro gravitano Mister Astley, ricco inglese oltremodo timido e riservato ma dalla grande dignità ed onestà, a sua volta innamorato di Polina, ed un “francesino” vacuo, borioso e interessato, il marchese Des Grieux, amato dalla stessa Aleksàndrovna.

Pur di suscitare l’interesse di Polina Alekséi giunge a burlarsi di un barone tedesco, rischiando di provocare una sfida a duello; ma soprattutto accetta di recarsi a giocare lui per conto della giovane: la quale necessita di molto denaro per via del dissesto economico della famiglia, sull’orlo della rovina a causa sia dell’inettitudine del generale che dei maneggi dello stesso Des Grieux, che ne ha ipotecato il patrimonio. Dopo che Astley lo ha illuminato sui capricci che spesso la pallina regala alle sequenze di gioco (rimanendo il distaccato inglese “tutta la mattinata presso i tavoli, ma non puntando nemmeno una volta”), il russo fa il proprio debutto alla roulette con i settecento fiorini ricevuti da Polina, vincendone mille, portandoli immediatamente alla ragazza e rifiutandosi di  accettare la metà della vincita. La volta successiva però il giovane si fa prendere la mano dal gioco: vinti in meno di cinque minuti quattromila fiorini, li piazza tutti in un colpo, perdendo; dopodiché, “infervoratosi”, gioca tutto quanto gli resta, perdendo nuovamente e “allontanandosi dal tavolo come inebetito”.

Sulle ceneri di tale prima défaillance irrompe sulla scena la figura di gran lunga più memorabile del romanzo: quella della babúlinka Antonída Vasílevna Taràseviceva, “possidente e signora moscovita”, l’anziana “nonnina” sulla cui eredità la sciagurata famiglia del generale ha puntato tutto. A lungo i nostri attendono infatti meschinamente dalla Russia la notizia del decesso della vegliarda, data per moribonda e la cui dipartita consentirebbe loro di saldare i debiti con Des Grieux e quindi di celebrare i matrimoni fra lo stesso marchese e Polina e fra il generale e la sua amata mademoiselle. Senonché la ricchissima nonna “per la quale si mandavano e ricevevano telegrammi, che stava morendo e non era morta” piomba a Ruletenburg gettando nella costernazione i familiari: sia per il fatto di mostrarsi ben viva e vegeta, sia perché non perde occasione per mortificare il generale, soprattutto ripetendogli che non gli darà un soldo. “Beh, eccomi! Invece del telegramma! – sbotta rompendo il loro sgomento silenzio nel vederla comparire – Ma voi pensavate tutti che avessi già tirato il calzino e vi avessi lasciato l’eredità? So bene come tu di qua spedissi i telegrammi: immagino il denaro che ci avrai speso! Da qui son cari. E io gambe in spalla, e son venuta qua”.

In realtà la donna, paralitica, dev’essere trasportata su una poltrona: il che, unito alla sua condizione sociale che incute in tutti riverenza e soggezione, nonché alla sfrontatezza sarcastica e pungente della sua lingua, ne fa un personaggio dalla teatralità unica. Per gli indebitati e ipotecati familiari nonché per il loro subdolo creditore la situazione precipita ulteriormente allorché la scalpitante màtuska manifesta la volontà di cimentarsi lei stessa alla roulette, assumendo quale accompagnatore e consigliere proprio Alekséj. All’inizio le cose paiono mettersi bene per la principiante giocatrice: eppure anch’essa finirà vittima della mutevolezza della fortuna e della incapacità di dominarsi, lasciando sul tavolo la gran parte dei propri averi.

A quel punto la catastrofe si abbatte sulla depauperata nonna, e di conseguenza sui suoi familiari: i quali invano le hanno tentate tutte per strapparla al casinò, ma venendone malamente frustrati. La reazione a catena che si determina in seno alla venale compagnia vede infatti la Blanche perdere interesse per il suo promesso sposo ormai privo di ogni speranza di riscatto, ed il non meno cinico Des Grieux abbandonare a sé stessa Polina per tornarsene su due piedi in Francia. È allora Alekséj a prendersi a cuore le sorti della sventurata giovane, dopo che lei affranta gli si è inaspettatamente presentata alla camera dell’albergo dove alloggia per sfogarsi leggendogli quanto a proposito del credito vantato non ha mancato di scriverle nel congedarsi l’opportunistico marchese: “Oh, con che felicità getterei su quel viso abietto questi cinquantamila franchi e gli tirerei uno sputo… e ce lo spalmerei su!”.

Credendo di ravvisare nel comportamento di Polina – compromettente per una ragazza – una dichiarazione d’amore nei suoi confronti, Ivànovic decide di tornare a giocare per lei al casinò, ma stavolta con soldi propri. Dopo un inizio alterno, in cui il giovane rischia più volte di perdere tutto, la sorte incomincia ad arridergli in maniera sfacciata, in un crescendo impetuoso e inarrestabile, facendogli sbancare un tavolo dopo l’altro, giocando senza alcun calcolo e in un turbinio di emozioni indicibile, e allorché più d’uno dei giocatori presenti non manca di consigliargli di andarsene. Lui invece continua: ma solo fino a un certo punto. “”Monsieur a gagné déjà cent mille fiorins“, risonò accanto a me una voce. Io di colpo tornai in me. Come? Quella sera avevo vinto centomila fiorini! A che scopo mi occorreva di più?”. Corrispondendo infatti quella cifra a duecentomila franchi, ogni problema dell’amata è risolto: è allora da lei che si precipita, ancora eccitato per quanto accadutogli.

“Polina, ecco venticinquemila fiorini: sono cinquantamila franchi, anche più. Prendete, domani gettateglieli in faccia”. La reazione non è però quella sperata; orgogliosamente la giovane si rifiuta di accettare quel denaro, paragonandolo anzi al vile marchese: “Voi date molto – proferì sorridendo – l’amante di Des Grieux non vale cinquantamila franchi”. La notte che i due trascorrono insieme non muta la posizione della ragazza: la quale, come in preda ad una “momentanea follia”, finisce per abbandonarlo, andando a rifugiarsi da Astley. Ma inopinatamente neppure Alekséj rimane con le mani in mano, venendo convinto dalla Blanche a recarsi con lei a Parigi: ove, abbindolandolo con la sua avvenente bellezza, la mantenuta non tarda a sperperarne il tesoretto, spendendo e spandendo “quasi per un mese”. Dopodiché la coppia viene raggiunta dal generale: il quale riesce finalmente a sposare la sua bellona.

Ad Ivànovic non resta allora che riprendere a bazzicare le sale da gioco, adattandosi al contempo a fare il lacchè e finendo persino in prigione per un debito insoluto, potendo uscirne solo grazie all’intervento di uno sconosciuto benefattore che ne paga la cauzione. Fino al sorprendente incontro con Astley, che ha luogo durante una pausa fuori dal casinò di Homburg, mentre egli sta riflettendo sul modo migliore di puntare gli ultimi cinquanta fiorini rimastigli; con l’inglese che lo ragguaglia su Polina, da lungo tempo malata ma almeno economicamente risanatasi dopo che la babúlinka – finalmente deceduta – le ha lasciato l’equivalente di settemila sterline. La giovane vive adesso in Svizzera, con la sorella di Astley e la sua famiglia: per questo egli è così informato su di lei. Finché l’uomo non rivela ad Alekséj il vero scopo della sua presenza lì, tutt’altro che casuale: è stata Polina ad incaricarlo di andare a cercare Ivànovic, non avendo mai smesso di amarlo.

Gentleman fino in fondo, nonostante lo scambio di idee tutt’altro che amichevole avuto con il russo, e la disistima provata per lui e la sua condotta di vita, Astley ben conoscendo la precarietà della sua situazione gli offre del denaro: “Eccovi da parte mia dieci luigi; di più non vi darò, perché tanto li perdereste al gioco”. Alekséj non li vorrebbe, ma l’altro insiste: “Io sono convinto che voi siete ancora un galantuomo, e ve li do come un amico può darli a un vero amico. Se potessi avere la certezza che piantereste subito il gioco e Homburg e andreste al vostro paese, sarei pronto a darvi senz’altro mille sterline, per l’inizio di una nuova vita. Ma vi do soltanto dieci luigi, appunto perché so che in questo momento mille sterline o dieci luigi sono per voi assolutamente la stessa cosa: perdereste comunque tutto al gioco”. Stavolta il nostro li accetta, ma a patto che Astley gli consenta di abbracciarlo prima di congedarsi: il che l’inglese concede di buon grado.

A questo punto la vita di Alekséj potrebbe davvero essere dinanzi a una svolta, potendo egli scegliere tra varie opzioni. Voltare definitivamente pagina, raggiungendo Polina e riscattando nell’amore la sua viziosa giovinezza; più semplicemente ritornare in Russia – come suggeritogli da Astley – ma chiudendo comunque con il suo balordo passato; oppure fare come nulla fosse, proseguendo sulla sua strada di perdizione e rimandando al futuro la sua redenzione.

Ma il giocatore resta sempre al fondo un debole e un vile, incapace di scelte forti e coraggiose, e la cui incorreggibile dipendenza – come Dostoevskij ben sa – non riesce a fargli superare la pulsione più semplice e immediata che è quella di correre al tavolo verde fino a dare fondo a tutto quanto possiede. Trovando anche la sua malata ma fervida mente le giustificazioni più adeguate da offrire alla coscienza: la quale ha ben chiaro quanto la via del gioco sia rovinosa, e che non vi sia lezione passata che tenga, nonostante la presunzione di chi ne è schiavo di avere finalmente capito come condursi una volta sedutosi a quel maledetto tavolo.

“Sappia Polina che posso ancora essere un uomo. Basta soltanto… Ormai, del resto, è tardi. Ma domani… Oh, io ho un presentimento, e non può essere altrimenti! Ora ho quindici luigi, e io cominciai con quindici fiorini! Se si comincia con prudenza… possibile, possibile che io sia un tal bambinello? Possibile che non capisca di essere un uomo perduto? Ma perché poi non posso risorgere? Sì! Basta soltanto essere calcolatore e paziente, almeno una volta nella vita, ed ecco tutto! Basta soltanto avere del carattere, almeno una volta, e in un’ora posso mutare tutto un destino! L’essenziale è il carattere. Basta ricordare quel che mi accadde in questo senso sette mesi fa a Ruletenburg, prima della mia perdita definitiva! Oh, quello sì che fu un bel caso di risolutezza: avevo perduto tutto allora, tutto… Esco dal casinò, guardo, nella tasca del panciotto mi balla ancora un fiorino: “Ah, dunque ci sarà di che desinare!” pensai; ma, fatti un centinaio di passi, cambiai idea e tornai indietro. Quella volta puntai sul manque: e davvero c’è qualcosa di speciale nella tua sensazione, allorché solo, in terra straniera, lontano dalla patria, dagli amici e senza sapere quel che oggi mangerai punti l’ultimo fiorino, proprio l’ultimo! Vinsi, e dopo venti minuti uscii dal casinò con centosettanta fiorini in tasca. Questo è un fatto! Ecco quel che può significare, a volte, l’ultimo fiorino! E se io allora mi fossi perduto d’animo, se non avessi osato risolvermi?… Domani, domani tutto finirà!”.

Ma al fascino dell’avvincente trama va come detto aggiunto quello delle molteplici pagine in cui l’autore descrive mirabilmente la psicologia del giocatore, con i suoi calcoli e i suoi studi, le sue manie e le sue tare, le sue esaltazioni ed i suoi tonfi. All’inizio Alekséj deve vincere una certa riluttanza a rimanere in quell’ambiente così “moralmente brutto e sudicio”, caratterizzato da tanto “miserabili sale”; da tale impasse lo salva tuttavia la considerazione che, “per quanto sia ridicolo aspettarsi dalla roulette un cambiamento radicale e definitivo del proprio destino, ancor più ridicola mi sembra l’opinione corrente – ammessa da tutti – che sia sciocco e assurdo aspettarsi qualcosa dal gioco. E perché il gioco sarebbe peggiore di un qualsiasi altro mezzo per far denaro, ad esempio del commercio? Io non vedo proprio nulla di sudicio nel desiderio di vincere più rapidamente e più che si può”. Per poi constatare come, a differenza che nella gran parte della vita di società, al casinò “non si facciano vicendevoli cerimonie, ma si agisca apertamente e francamente: a che pro ingannare sé stessi?”. Ma senza al tempo stesso nascondersi il senso di ridicolo suscitato da tutti quei perdigiorno, così compunti nemmeno fossero a scuola: “Particolarmente poco bello, a prima vista, era in tutta quella marmaglia di biscaioli il rispetto per la propria occupazione, quell’aspetto serio e perfino riverente con cui tutti stavano ai tavoli”.

Giungiamo così a quelle caratterizzazioni in cui il sommo romanziere-psicologo dà il meglio di sé. Fondamentale anzitutto la distinzione fra il gioco “da gentleman e quello plebeo, interessato, tipico di ogni sorta di canaglie”: “Il gentleman può puntare cinque o dieci luigi, raramente di più; anche mille franchi, se è molto ricco: ma solo per puro gioco, per semplice spasso, per seguire l’andamento di vincite e perdite, e senza interessarsi affatto alla vincita per sé stessa. Dopo avere vinto egli può mettersi a ridere forte, fare a qualcuno di quelli che gli stanno intorno un’osservazione; perfino puntare di nuovo, e raddoppiare la posta; ma unicamente per pura curiosità, per osservare le probabilità, fare calcoli: non per il desiderio plebeo di guadagnare. Insomma tutti questi tavoli da gioco non deve considerarli altrimenti che come un passatempo, organizzato soltanto per il suo piacere: l’avidità di lucro e la trappoleria su cui è basato il banco non deve neppure sospettarle. Non ci sarebbe anzi da meravigliarsi se a lui paresse che anche gli altri giocatori – tutti quei pezzenti che tremano su un fiorino – fossero altrettanto ricconi e gentlemen quanto lui, e giocassero unicamente per puro spasso e divertimento”.

Ma ecco ad esemplificare il concetto scorrere davanti ai nostri occhi un campionario di figure. Una signorina, figlia di aristocratici, punta alla roulette le monete d’oro ricevute dai genitori: “che vinca o che perda, non manca di sorridere, allontanandosi sempre soddisfattissima”. Più complessa la situazione del nostro disgraziato generale, sospeso fra l’impellente necessità di denaro e l’ossequio per l’etichetta. Punta trecento franchi d’oro sul nero, e vince; lascia la vincita lì, e raddoppia nuovamente; non ritira il denaro neppure stavolta, ma viene fuori il rosso: via d’un colpo i milleduecento franchi cumulati. “Egli si allontanò con un sorriso e si mantenne in tono. Io sono persuaso che sentì rodersi il cuore, e che se la posta fosse stata due o tre volte più alta, non sarebbe rimasto impassibile e avrebbe lasciato trasparire la delusione”. Non ha invece di questi problemi un francese “che prima vince e poi perde una trentina di migliaia di franchi con aria allegra e senza alcuna agitazione. Un vero gentleman, avesse perduto anche tutto il suo patrimonio, non deve scomporsi: il denaro deve rimanere talmente al di sotto della sua qualità di gentleman da non meritare che egli se ne dia pensiero”.

Curiosa la considerazione che ne segue: “Sarebbe certamente oltremodo aristocratico non notare affatto il sudiciume di tutta questa marmaglia e di tutto l’ambiente. A volte tuttavia non risulta meno aristocratico anche il metodo opposto: notare cioè, guardare attentamente e perfino esaminare – magari con l’occhialino – tutta questa canaglia; ma non altrimenti che prendendo tutta questa folla e questa sporcizia per un divertimento sui generis, quasi una rappresentazione organizzata per lo svago del gentleman”.

Un’altra discriminante è data dall’orario: dal momento infatti che le capatine al casinò di chi gioca per diletto non devono certo giungere a inficiarne la normalità della vacanza, dedicando il gentleman la gran parte del tempo alle terme, al relax, alla socialità, e soprattutto ritirandosi ad una certa ora della sera per riposarsi o svagarsi, “dopo le dieci rimangono presso i tavoli da gioco i veri, accaniti giocatori per i quali, nelle località termali, esiste unicamente la roulette: sono venuti solo per essa, fanno ben poco caso a quanto succede attorno a loro non interessandosi a niente per la durata dell’intera stagione, solamente giocano da mattina a notte e sarebbero disposti a farlo anche per tutta la notte fino all’alba, se solo potessero. E se ne vanno sempre indispettiti, quando a mezzanotte la roulette viene chiusa. E quando il croupier anziano, approssimandosi l’ora di chiusura, annuncia: Les trois derniers coups, messieurs!, essi arrivano talvolta a puntare in questi tre ultimi colpi tutto quanto hanno in tasca: per cui è proprio allora che si rovinano maggiormente”. Nella sua febbre il giocatore vive come in un mondo a sé, il suo tempo non è dettato dall’orologio bensì dal gioco e soprattutto egli non è capace di pensare ad un utilizzo diverso del proprio denaro: per cui, se il casinò chiude, a che scopo tenerselo in tasca?

Con felice ironia viene quindi sottolineato il contrasto fra i calcoli razionalizzanti di quanti s’illudono di poter applicare la logica alle presunte “sequenze” di numeri e l’assoluta casualità – per quanto talvolta non priva di bizzarrie – che governa in realtà il succedersi delle uscite. “Mi parve che il calcolo conti in definitiva abbastanza poco e non abbia affatto quell’importanza che gli attribuiscono molti giocatori: i quali stanno seduti davanti a dei foglietti scompartiti in colonnine, segnano i colpi, contano, deducono le probabilità, fanno calcoli, infine puntano e… perdono esattamente come noi, comuni mortali, che giochiamo a casaccio. Ma in compenso ne trassi una considerazione che mi pare giusta: effettivamente nel succedersi delle fortuite combinazioni parrebbe essere non una sistematicità, ma un certo qual ordine; il che naturalmente è stranissimo.

“Accade ad esempio che dopo la dozzina media esca l’ultima; due volte, mettiamo, il colpo batte sull’ultima per poi passare alla prima. Da questa passa di nuovo alla media, vi batte tre o quattro volte di fila per poi tornare all’ultima; donde, nuovamente dopo due o tre colpi, passa alla prima, per battervi una volta e tornare ancora tre volte sulla media: e in tal modo si va avanti per un’ora e mezzo, anche due ore. Uno, tre e due; uno, tre e due: è un fatto assai divertente. Qualche giorno, qualche mattina le cose poi vanno così: il rosso si alterna al nero e viceversa, quasi senza alcun ordine, in continuazione, in modo da non avere più di due o tre uscite di fila sia del rosso che del nero. Il giorno dopo invece – o la sera stessa – esce consecutivamente soltanto il rosso, superando magari i ventidue colpi di fila, e così prosegue per un certo tempo: pure per l’intera giornata”.

Di tale allucinazione che caratterizza l’approccio al tavolo verde del giocatore “plebeo” finisce purtroppo con il cadere vittima la stessa babúlinka. La prima volta infatti la donna, recatasi al casinò con l’intenzione di puntare qualche spicciolo e unicamente per soddisfare la propria curiosità, giocando d’istinto e azzeccando una serie di colpi arditi quanto fortunati vince la bellezza di dodicimila fiorini, grazie in particolare alla sua perseveranza sullo zero che esce per ben tre volte su una decina di colpi, e completando il proprio trionfo puntando due volte sul rosso: la prima l’intera vincita, la seconda solo la metà. Quest’ultimo particolare sta a significare la padronanza della situazione che anche dinanzi al perseverare della fortuna ha saputo mantenere la debuttante giocatrice: la quale, rimasta consapevole del carattere episodico della vincita, ha come chiesto alla sorte di quantificarne lei la definitiva entità, avendo evidentemente già deciso essere quella l’ultima sua puntata.

Nel valutare tale frequenza dello zero Alekséj non manca di rilevare come esso due giorni avanti fosse sì uscito tre volte a fila, ma suscitando il commento di un giocatore “che annotava zelantemente i colpi su un foglietto: il quale aveva osservato a voce alta che non più in là del giorno prima quello stesso zéro era uscito in tutte le ventiquattro ore una sola volta”. Perché questa è un’altra caratteristica della minorazione di chi trascorre le proprie giornate nelle sale da gioco: salire in cattedra, con inutili e non richieste osservazioni che vorrebbero farne risaltare agli occhi degli altri la dottrina. Alla preoccupazione espressa dal suo consigliere di non ostinarsi su quel numero date le “trentasei probabilità contrarie” tuttavia l’euforica màtuska ha continuato a fare di testa propria, proclamando: “Voglio piuttosto morire, ma resterò qui fino allo zéro!”. Per poi rivolgersi a lui “con furiosa espressione di trionfo”, come a dire: “Vedi che avevo ragione io?”.

In ogni caso la donna in occasione del suo esordio alla roulette ha saputo rimanere coi piedi per terra, abbandonando il casinò una volta incassata l’ultima vincita; realismo che invece non caratterizza il suo ritorno nella sala, allorché ella pone le basi della propria rovina anzitutto recandovisi già in uno “stato di impazienza e irritazione”, quindi incaponendosi sulle due giocate che ne hanno propiziato la precedente vincita con poste che divengono presto elevate. “Ma alla quinta volta che lo zéro non uscì, la nonna fu stufa. “Manda al diavolo questo ignobile zeruccio. To’, punta quattromila fiorini, tutti sul rosso”, ordinò”. Beffardamente però esce proprio lo zero; al che la sconcertata giocatrice ha una buffa reazione cui qualcuno non manca di ridere, ma che in realtà ne trasmette tutta la pena: “Mandò un “ah!” e batté insieme le mani da farsi udire in tutta la sala”. Ormai la poveretta non è più una spensierata turista capitata qua per curiosità e diletto bensì a tutti gli effetti una ludopatica: a meno di un provvidenziale ravvedimento, l’intero suo patrimonio appare a questo punto in pericolo, foss’anche proprietaria di tutta la Russia.

Difatti puntualmente dinanzi a lei si spalanca il baratro: dato fondo alla vincita, non le resta che cambiare i titoli che ha con sé, e al vampiresco tasso offerto dalla prima banca cui si è rivolto il suo accompagnatore; il cui impiegato ha peraltro accettato di recarsi da lei una volta saputo della sua infermità. “Che tu possa strozzarti col mio denaro! Cambia da lui, Alekséj Ivànovic: non c’è tempo, altrimenti si andrebbe da un altro…”, sollecita contro ogni buon senso presa solo dalla smania di tornare al banco. “Non punterò mai più su quel maledetto zéro, e nemmeno sul rosso”, promette: e ovviamente esce lo zero, mandando in fumo anche i dodicimila fiorini testé rimediati, e dopo che l’avveduto Alekséj, intuita la gravità del momento, ha scelto il silenzio, rifiutandosi di assecondarla in quella che è ormai diventata una corsa al suicidio.

Che in un barlume di lucidità la babúlinka parrebbe voler evitare: “Che grulla! Che grullona!Vecchia, vecchia grullona che sei!”, si rinfaccia a voce alta. Per poi ordinare: “Torniamo indietro, a Mosca! Quindicimila rubli d’argento ho buttato via al gioco”. Purtroppo per lei però al treno della sera mancano ancora due ore, più che sufficienti per cambiare idea; Ivànovic si vede così nuovamente convocato: “Voglio piuttosto morire, ma mi rifarò! Su, march, senza interrogatori. Là si gioca fino a mezzanotte, non è vero?”. La somma ricavata grazie al cambio degli ultimi titoli prende così una via del tutto diversa rispetto a quella della biglietteria della stazione; senonché lo scrupoloso giovane stavolta si tira indietro, preferendo restituire alla donna il denaro con cui lei lo ha ricompensato dei suoi servigi piuttosto che farsi complice della sua rovina.

Difatti, persi quella sera altri diecimila rubli, la sciagurata completa l’opera il giorno successivo, “reggendo per sette od otto ore, seduta in poltrona e senza scostarsi dal tavolo”, affidandosi a squallidi “polacchini” che si altalenano al suo fianco, giocando a casaccio, riempiendosi soprattutto le tasche del denaro sottrattole spudoratamente e accapigliandosi anche fra di loro sulle puntate da fare: al punto che in più occasioni si giunge all’assurdità che parte della posta della donna finisce sul rosso, parte sul nero. Finché la ormai disperata Antonída non è costretta a rivolgersi allo stesso croupier, “quasi in lacrime”, perché la liberi lui da quelle iene allontanandole dal tavolo: al che i furfanti reagiscono accusandola a loro volta di disonestà nei loro confronti.

Così umiliata e derelitta, quella che fino al giorno prima si presentava come una facoltosa ed autorevole nobildonna moscovita – per quanto pittoresca sia per la menomazione accusata che per il piglio autoritario – diviene ora l’oggetto del ludibrio generale: “Tutti i frequentatori delle acque, di ogni nazione, quelli comuni e quelli più illustri, accorrevano a vedere une comtesse russe tombée en enfance che aveva già perduto “parecchi milioni””.

In realtà la donna ha lasciato quel giorno sul tavolo novantamila rubli: perse anche le ultime monete, riaccompagnata disfatta all’albergo ella “ha chiesto soltanto un po’ d’acqua da bere, si è segnata e a letto, addormentandosi subito”; unico modo di sottrarsi ai terribili rimorsi della coscienza, in attesa che la mente possa farsi una ragione di quanto accaduto. E allorché Alekséj viene nuovamente convocato al suo cospetto affinché le procuri i soldi per tornare a casa, della fierezza e della baldanza dell’anziana signora non è più niente: “la sua voce ed il suo tono erano nettamente mutati”.

Riacquistata finalmente coscienza di sé, l’abbacchiata babúlinka mostra di avere ritrovato anche la dignità: “Scusate se vi ho disturbato ancora una volta, perdonate a una vecchia. Io, caro mio, ho lasciato là tutto, quasi centomila rubli: hai avuto ragione ieri a non venire con me. Ora sono senza denaro: non ho più un centesimo. Non voglio indugiare neanche un minuto; alle nove e mezzo partirò. Ho mandato a cercare di quel tuo inglese, Astley, e voglio chiedergli tremila franchi per una settimana: persuadilo tu affinché non pensi nulla di male, e non mi dica di no. Sono ancora abbastanza ricca: ho tre poderi e due case. E anche denaro se ne troverà ancora: non l’avevo preso tutto con me. Dico questo perché tu non abbia dubbi”.

Parole che sottintendono tante cose. Primo: il rimorso di non avere dato retta ad Alekséj, di non aver saputo riflettere sul significato della sua indisponibilità ad accompagnarla di nuovo al casinò – a costo di restituirle la mancia – presagendo egli il peggio. Secondo: la determinazione a partire al più presto, onde sottrarsi finalmente a quell’inferno prima che il demone del gioco s’impossessi nuovamente di lei, facendola finire in miseria. Terzo: l’auto-consolazione di possedere ancora qualcosa, di non avere sperperato proprio tutto; ma accompagnata dalla consapevolezza che, se avesse avuto ancora disponibilità – e se si fosse trattenuta lì – sicuramente nel tentativo di rifarsi ella avrebbe polverizzato ogni residuo avere.

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Stormi in volo sull’Oceano di Italo Balbo

 

Edito a caldo da Mondadori nel 1931, Stormi in volo sull’Oceano costituisce il diario della prima delle due crociere transatlantiche compiute da Italo Balbo alla testa di squadriglie di idrovolanti. Scritto con puntuale rigore cronistico e intensa partecipazione emotiva, ricco di gustose note di costume sui pittoreschi territori attraversati, il saggio rappresenta anche un importante documento storico che ci ragguaglia della mentalità del tempo, dello spirito patriottico che animò i partecipanti alla aleatoria trasvolata, del clima e dei costumi interni al regime, della devozione nutrita nei suoi confronti tanto dalle forze armate quanto dalle comunità nazionali presenti nei paesi toccati dalla crociera, dello spirito altamente collaborativo mostrato dai vari governi coinvolti, del plauso rivolto ai protagonisti dell’impresa – e conseguentemente all’Italia e al suo governo – dall’opinione pubblica internazionale.

 

Lo spirito dell’epoca

Già nel corso della Grande guerra Balbo, assegnato a un battaglione di alpini, aveva chiesto di poter prendere parte a un corso di pilotaggio, denotando così quel temperamento romantico ed avventuroso che ne avrebbe caratterizzato sempre la figura. Nell’ottobre del ’17 egli era stato perciò destinato al Deposito aeronautico di Torino: ma vedendosi ben presto costretto a fare ritorno al fronte, a seguito dell’offensiva austro-germanica scatenatasi proprio in quei giorni. La sua nomina a sottosegretario all’aviazione nel novembre del ’26 era stata dunque dettata più da una grande passione che non da una particolare competenza in materia: laureato in scienze sociali, sotto Mussolini l’ex “ras di Ferrara” aveva difatti precedentemente ricoperto le cariche di capo della milizia e sottosegretario all’economia nazionale. In tale nuova investitura aveva comunque giocato un ruolo importante anche l’intuito del Duce: il quale (prima di diventare a sua volta aviatore: unico capo di governo al mondo a non avere bisogno di farsi trasportare per i cieli) aveva fiutato l’enorme valore propagandistico che avrebbe potuto assumere la fascistizzazione della rifondata Regia Aeronautica, gettando così il seme di quella che sarebbe divenuta l’Arma fascista per eccellenza, fiore all’occhiello del regime.

Al termine del conflitto mondiale l’aviazione militare italiana era stata rapidamente smobilitata: svenduti gli aerei, congedato il personale, smantellati gli aeroporti, chiuse numerose industrie aeronautiche. La passione per il volo era così rimasta prerogativa di pochi ardimentosi, più che altro mossi, nel nuovo clima postbellico, da due ordini di finalità: l’una, mostrare come l’aviazione non costituisse soltanto un’arma militare ma anche di progresso in campo civile, capace di avvicinare popoli e paesi lontani; l’altra di carattere prettamente sportivo, e dunque tesa a superare imprese precedentemente realizzate. Era stata del resto proprio la guerra a formare tecniche, stili e riti aviatori consegnando all’opinione pubblica internazionale l’immagine dell’aeronauta quale spirito libero e solitario, capace di librarsi nei cieli aperti al di sopra di quelle oscure, mortifere trincee nelle quali si decidevano le sorti del conflitto.

La nuova stagione aviatoria era stata inaugurata nel ’19, con l’invio in Argentina di una missione aerea che annoverava tra i suoi piloti anche Antonio Locatelli, già compagno di D’Annunzio nel celebre volo su Vienna; mentre l’anno successivo, attuando un’impresa ideata dallo stesso poeta soldato (il quale aveva dovuto però rinunciarvi, in quanto occupando Fiume si era messo contro il governo italiano), Arturo Ferrarin e Guido Masiero avevano compiuto – assieme al motorista Gino Cappannini – un raid di 18.000 km da Roma a Tokio, suscitando l’ammirazione dell’opinione pubblica mondiale e l’entusiasmo di quella giapponese.

L’epopea degli idrovolanti aveva invece avuto inizio nel ’25, allorché alla guida di un S16 il tenente colonnello Francesco De Pinedo aveva compiuto il volo Sesto Calende-Tokio-Roma, della durata di 201 giorni e per complessivi 55.000 km, comprendente anche la circumnavigazione dell’Australia e conclusosi con un trionfale ammaraggio sul Tevere: impresa che aveva fruttato all’ufficiale il conferimento della tessera ad honorem del Pnf, nonché la celebrazione da parte del segretario Farinacci quale modello di “italiano nuovo”. Nello stesso anno, il tenente colonnello Umberto Maddalena (cui il libro di Balbo è peraltro dedicato, essendo lo sfortunato aeronauta veneto perito in volo poche settimane dopo il rientro dalla trasvolata atlantica), assieme ai capitani Pier Luigi Penzo e Guascone Guasconi aveva compiuto con due Macchi 24 una crociera nei mari del Nord, sorvolando due volte le Alpi e venendo al ritorno costretto da una bufera di neve ad effettuare un atterraggio di fortuna sul passo dello Spluga.

Il trentenne Italo si cala dunque di buon grado nel nuovo ruolo assegnatogli, che gli consente di riprendere quel discorso interrotto a causa delle emergenze belliche, conseguendo anzitutto il brevetto di pilota. Promuove quindi il potenziamento del ministero dotandolo di autonoma sede, istituendo a Desenzano del Garda – ove sorgeva l’idroscalo privato dannunziano – la scuola di alta velocità ed avviando la fondazione, vicino Roma, della “città dell’aria”, con annessi centro di ricerche di ingegneria aeronautica e aeroporto di Montecelio e che in omaggio al generale Alessandro Guidoni (il direttore del centro, precipitato nel mentre sperimentava un nuovo tipo di paracadute), prenderà il nome di Guidonia.

Nessuno avrebbe certo potuto incarnare meglio del quadrumviro di Quartesana lo spirito del futurismo, che al movimento fascista aveva portato in dote proprio l’esaltazione per la tecnologia, il gusto della sfida, la passione per le imprese mirabolanti. A ciò si aggiungeva il culto da parte del regime della figura del romagnolo Francesco Baracca, eroe per eccellenza della Grande guerra e dunque più che mai foriero di emuli in orbace: per quanto – in linea con lo spirito del tempo – votati come detto più a dimostrazioni di ordine spettacolare e “turistico” che non bellico. Le quali avrebbero in ogni caso dovuto affermare la supremazia italiana in questo campo: poiché scopo ultimo della propaganda fascista rimaneva sempre quello di riscattare agli occhi del mondo l’orgoglio nazionale rispetto ad un passato avvertito come imbelle, rinunciatario e pertanto avvilente e meschino.

Al tempo stesso, tuttavia, gli intenti pedagogici e propagandistici del regime imponevano che il mito dell’aviatore solitario venisse rapidamente sostituito da efficienza e disciplina di squadra; donde la necessità della formazione di un corpo scelto di piloti che, provenendo principalmente dall’esercito, si mostrassero orgogliosi di indossare in volo la camicia nera sotto la tuta da aeronauta. “L’aviazione – scrive a tale proposito Balbo in una circolare inviata a tutti gli ufficiali dell’Arma – che è il più potente e il più superbo istrumento di forza e di dominio, deve essere servita da gente pervasa dall’orgoglio della razza, che è sentimento schiettamente fascista”. Nasce così la stagione dei record di squadra conseguiti con aerei e soprattutto con idrovolanti, abbandonando il settore dei dirigibili che con Umberto Nobile e le sue imprese esplorative al Polo Nord aveva in precedenza segnato un momento di entusiasmo. Mentre a rafforzare il nazionalismo dei progetti vengono chiamate case produttrici nazionali a loro volta in piena espansione: Caproni, Macchi, Fiat, Savoia Marchetti.

Ad inaugurare il ciclo di successi degli idrovolanti dell’era balbina è – nello stesso novembre ’26 – la squadra che porta per la terza volta in Italia la Coppa Schneider: gara di velocità pura su circuito triangolare riservata a tale tipologia di apparecchi. Mentre l’anno successivo è ancora De Pinedo a compiere, assieme al maggiore Carlo Del Prete, la crociera delle due Americhe a bordo di un Savoia Marchetti S55, per un totale di 44.000 km scanditi in 44 tappe. Impresa portata a termine nonostante l’incidente avvenuto al lago Roosevelt, allorché, nel mentre l’apparecchio viene rifornito, incautamente uno spettatore getta un mozzicone di sigaretta nell’acqua su cui galleggia della benzina, provocando un incendio che distrugge il velivolo: il quale viene però rimpiazzato da un altro identico, prontamente inviato da Roma. Dopodiché tocca a Maddalena: prima con una crociera a scopo dimostrativo e di propaganda industriale effettuata con un S64 su Balcani, Russia e Germania; quindi raggiungendo con un S55 il Polo Nord, ove ha peraltro modo di avvistare la “tenda rossa” con i superstiti della tragedia del dirigibile Italia.

Contestualmente abbiamo il successo della trasvolata atlantica compiuta nel ’28 da Ferrarin e Del Prete, che con il loro S64 coprono senza scalo gli oltre 7000 chilometri che separano Montecelio dal Brasile: raid che avrebbe dovuto concludersi a Bahia, ma che l’esaurimento del carburante fa fortunosamente terminare sulle spiagge di Porto Natal, dopo una cinquantina di ore di volo. Inconveniente che non impedisce ai due assi italiani di stabilire il primato mondiale di distanza in linea retta, sancendo al contempo la supremazia del motore Fiat A22. Purtroppo Del Prete perderà la vita di lì a poco, e proprio in terra brasiliana, a seguito delle ferite riportate in un incidente aereo avvenuto durante il collaudo del Savoia Marchetti S62.

Nel frattempo il vulcanico sottosegretario all’aeronautica non si è certo limitato ad inviare ai vari trasvolatori vittoriosi telegrammi di congratulazioni, compiendo a sua volta, già nella primavera del ’27, un “volo d’ispezione nel Mediterraneo” con due idrovolanti – un S55 e un Dornier Wal – affidati a piloti che ritroveremo al suo fianco anche in occasione delle successive imprese atlantiche: oltre a Penzo, il colonnello Aldo Pellegrini, i sottotenenti Stefano Cagna e Danilo Barbicinti, e con Umberto Klinger – già legionario fiumano – in qualità di ufficiale d’ordinanza.

L’anno successivo, intervenendo alla Camera, Balbo sottolinea la necessità di adottare i voli di massa quale fattore determinante per il successo di una politica innovativa per l’ordinamento e lo sviluppo dell’Arma da lui amministrata: “Io penso che oggi si debbano cercare obiettivi nuovi per la gara dell’ardimento, della volontà e della perizia dei nostri volatori, non tanto in raid individuali ma in crociere collettive di più squadriglie destinate a volare insieme per arricchire il nostro personale navigante non soltanto di esperienze preziose di cielo, di clima e di paesi lontani, ma di una pratica necessaria per il volo di massa. Le formazioni serrate costituiscono un’ottima scuola per il comando, per la disciplina, per formare il carattere degli uomini”.

Nasce da tale convinzione la crociera sul Mediterraneo occidentale, che prende il via il 26 maggio ’28 per la durata di sette giorni e il cui successo decreterà la promozione del nostro – da capitano degli alpini quale si era congedato dalla guerra – a generale di squadra aerea. Quale base di partenza e di arrivo dei 61 apparecchi impiegati (oltre al gruppo di S55, due stormi di monomotori Savoia Marchetti S59) viene scelto l’idroscalo di Orbetello, consacrato a “nido degli aquilotti” con la fondazione della scuola di navigazione alturiera. I 2800 km del percorso vedono la formazione fare tappa a Cagliari, Pollensa, Cartagena, Tortosa, Marsiglia. Con la Marina che dà un importante contributo alla trasvolata, fornendo sia i cacciatorpediniere Francesco Nullo e Nazario Sauro (sul quale è peraltro posizionata una stazione meteorologica personalmente diretta dal padre della meteorologia italiana Filippo Eredia) che tredici ufficiali piloti; mentre su un idrovolante fuori formazione è presente lo stesso sottosegretario alla Marina, ammiraglio Sirianni. All’impresa collabora inoltre l’Armada spagnola, mettendo a disposizione dei nostri nella baia di Pollensa diverse navi sia in funzione di appoggio per gli apparecchi che per l’eventualità di un soccorso in mare.

Un anno più tardi al bis concesso dall’ormai lanciatissimo Italo sul Mediterraneo orientale fa seguito la sua nomina a ministro dell’aeronautica (dicastero che la sperimentata icasticità mussoliniana preferirà comunque indicare come “dell’Aria”), succedendo allo stesso capo del governo. In realtà a organizzare materialmente la crociera è stato il sottocapo di stato maggiore generale De Pinedo, allestendo uno stormo composto da tre gruppi con cinque squadriglie, per un totale di 35 idrovolanti affidati al comando di Pellegrini. Dopo mesi di preparazione gli apparecchi da Orbetello raggiungono Taranto, decollando dal Mar Piccolo il 5 giugno ’29 per poi toccare Atene, Istanbul, Varna, Odessa, Costanza e facendo quindi ritorno alla base maremmana attraverso Istanbul, Atene e Taranto, per complessivi 5.300 km di navigazione. A garantire la cooperazione con la Marina sono stavolta l’esploratore Augusto Riboty e i quattro cacciatorpediniere della squadriglia Curtatone: su uno dei quali lo stesso Eredia ha allestito un ufficio meteorologico completo, in grado di elaborare le previsioni sulla rotta in base ai dati ricevute dalle due stazioni appositamente impiantate a Taranto ed Atene. Tali crociere finiscono così implicitamente con il rappresentare anche importanti momenti di sviluppo della scienza meteorologica novecentesca.

 

Il progetto più ambizioso

È giusto nel mezzo di tali successi che Balbo ha modo di concepire più ambiziose conquiste volanti, nel corso di un viaggio che compie in America alla fine del ’28 allo scopo di assistere al congresso internazionale di aviazione convocato a Washington. L’anno precedente lo statunitense Charles Lindbergh ha compiuto la prima traversata aerea in solitaria e senza scalo dell’Oceano Atlantico, rinnovando l’impresa realizzata in coppia nel ’19 dagli aviatori britannici Alcock e Brown. Il nostro approfitta del viaggio per visitare i santuari dell’aviazione americana: l’esposizione aeronautica di Chicago, gli stabilimenti della Ford e della Packard a Detroit, le basi aeree di San Diego e Norfolk, le scuole di San Antonio e Pensacola.

Salutato ovunque da folle di italiani festanti, con espediente letterario il quadrumviro colloca lo scoccare della scintilla dell’impresa transatlantica al momento del commiato dai connazionali newyorkesi, nel contemplare dal mare “il panorama incomparabile di quell’immenso porto, punto di convegno per gli scambi di tutto il mondo”. “Mentre il piroscafo lentamente si staccava dal suolo ospitale, per la prima volta mi balzò improvvisa, irresistibile, viva alla mente la visione di una squadra aerea italiana che dopo aver valicato l’Oceano trionfalmente giungesse sul cielo di New York. Superbo spettacolo!”.

La fattibilità dell’audace progetto balbino diviene così l’oggetto del dibattito che a bordo del Conte Grande anima il viaggio di ritorno con gli altri componenti la delegazione aeronautica italiana: gli industriali Mazzotti, Piaggio, Cella e gli ufficiali piloti Tedeschini, Bitossi, Cagna. “Passano intere giornate in queste discussioni. Purtroppo si fa strada la convinzione che allo stato attuale della tecnica aviatoria una crociera aerea in massa di idrovolanti attraverso l’Atlantico, se non si presenta addirittura come impossibile, si dimostra per lo meno irta di difficoltà gravi e molteplici: anzitutto per la rotta. Sarebbe stato impossibile volare dalle Isole Azzorre verso Terranova; meglio la via Azzorre-Bermude: ma la deviazione avrebbe allungato il percorso che, ad ogni modo, avrebbe esposto gli apparecchi all’incognita di un decollo alle Azzorre assai difficile a pieno carico”.

Tutt’altro che incoraggiante appariva infatti l’esito dei precedenti esperimenti in tal senso: “Lo Junkers che aveva tentato quella strada si era sfasciato appunto alle Azzorre, e il Dornier-Marina dell’aviatore canadese Curtney era nell’anno precedente sceso di notte sull’Oceano, a mezza strada, dopo un faticoso decollaggio ostacolato dalle condizioni del mare. Se per un solo apparecchio l’impresa si era dimostrata impossibile, che cosa sarebbe accaduto per un intiero reparto? L’Atlantico era stato vinto da apparecchi terrestri, per i quali le difficoltà del decollaggio e delle soste nei porti per attendere buone condizioni atmosferiche non esistevano. Se un idro pretendesse alzarsi a volo in mare aperto e a pieno carico si metterebbe nella condizione di un terrestre che volesse decollare su un terreno accidentato o arato. Tentare la transvolata con un reparto di apparecchi terrestri? I terrestri come volo collettivo possono ragionevolmente tentare il passaggio di piccoli tratti di mare: la traversata atlantica significherebbe una pazzesca acrobazia”.

Ecco allora farsi strada nel nostro l’idea di una maturazione graduale della grande impresa: “Mi convinsi dunque della necessità che l’aviazione acquistasse una maggiore esperienza oceanica e un maggior sviluppo tecnico prima di tentare – in gruppo o a reparti – l’Atlantico del Nord. Ma non sarebbe stato possibile organizzare la crociera sui cieli oceanici del Sud? Non poteva essere questa una premessa utile per tentare più tardi l’impresa più difficile, cioè quella del Nord? Anche il volo verso l’America del Sud aveva grande importanza: già qualche aviatore isolato l’aveva fatto, ma a tappe, attraverso le isole. Allora, nel gennaio del 1929, Marmoz, il pilota della Latécoère, non aveva ancora concluso il suo volo da costa a costa senza far tappa in un’isola intermedia”.

Balbo è ben consapevole dell’enorme valore simbolico che acquisirebbe il successo di una spedizione del genere: “Tentarlo con un reparto di idrovolanti si presentava ricco di enorme interesse. Intanto la natura dell’impresa era diversa: altro era un volo individuale, altro sarebbe stato un volo in massa; non soltanto dal punto di vista della tecnica e della disciplina, bensì anche – e soprattutto – dal punto di vista politico e militare. Si poteva esser certi che una traversata aerea in reparto avrebbe avuto una grossa ripercussione in America; soprattutto in quella del Nord, dove i raids oceanici vengono guardati sotto speciale aspetto: quello cioè di un nuovo legame con l’Europa, come un passo in avanti verso la fine dell’isolamento americano. L’isolamento aereo del nuovo continente si era già considerato finito il giorno in cui il primo apparecchio aveva trionfalmente sorvolato il mare: che cosa sarebbe accaduto fra qualche anno con gli inevitabili sviluppi dell’aviazione mondiale?

“Ogni nuovo raid sembra gettare un sottilissimo ponte tra l’Europa e l’America: uno di quei ponti sui quali nelle regioni inesplorate passa un solo uomo, o al massimo un uomo dietro l’altro. Ma quando su questo ponte ideale fossero passate di colpo diecine e diecine di persone, in conformità al mio progetto, quale interesse enorme, del tutto nuovo, avrebbe assunto il collegamento aereo tra l’Europa e l’America! Anche i più dubbiosi si sarebbero convinti che l’aviazione rivoluziona i concetti che noi ci facciamo del mondo, dei suoi scambi e delle sue distanze, e spalanca insospettati orizzonti. Il viaggio sul Conte Grande finì con questa prospettiva ricca di spunti per la nostra immaginazione e non priva di realistiche probabilità… di effettuazione”.

La già programmata crociera sul Mediterraneo orientale diviene così il banco di prova per la successiva e più ambiziosa impresa, essendovi impiegati gli stessi S55, “grossi idrovolanti da bombardamento che con le opportune modificazioni avrebbero potuto sorvolare anche l’Oceano”. A tal fine Balbo incarica l’ingegner Alessandro Marchetti (dal ’22 capo progettista alla Siai: la Società Idrovolanti Alta Italia, proprio in omaggio al suo genio ribattezzata come “Savoia Marchetti”) di approntare delle modifiche a quegli apparecchi “studiando soprattutto la possibilità di applicare loro un motore della stessa potenza, ma col riduttore. Proprio in quei mesi due Ditte italiane, la Fiat e l’Isotta, stavano per portare a compimento la creazione di un motore che avrebbe potuto sollevare, sul 55, almeno 1000 chili di più. Pregai Marchetti di prenderne accurata conoscenza dal punto di vista del mio progetto.

“Le prove della crociera d’Oriente mi confermarono nella convinzione delle qualità eccezionali degli S. 55 a tenere il mare e il cielo. Mi persuasi anche di un altro elemento indispensabile al buon esito della crociera futura: come cioè fosse possibile e relativamente facile il mantenere formazioni strette su ampi cieli marini, quando le esigenze della rotta complicano la disciplina di volo. Infine feci – per così dire – un’esperienza definitiva sulle virtù e sulla perizia degli equipaggi. La crociera del Mediterraneo orientale si era infatti effettuata con uno stormo più o meno improvvisato: certo non organico. Soltanto cinque giorni prima della partenza il Comando effettivo dello stormo era stato assunto a Taranto dal Colonnello Pellegrini, senza che egli avesse avuto il tempo di fare lunghe prove per stabilire in precedenza la disciplina e il coordinamento degli equipaggi. Questi però erano stati pienamente all’altezza della situazione, e la crociera – condotta si può dire nelle condizioni più sfavorevoli e con elementi di incertezza, se non di insuccesso – aveva invece segnato un clamoroso trionfo per l’aviazione italiana”.

Fuori discussione la scelta del periodo invernale per una trasvolata sui mari equatoriali, si pensa di sottoporre all’approvazione mussoliniana una sua scansione in sette tappe. Quale sede ideale del primo scalo viene individuata Cartagena, già sperimentata in occasione della prima crociera mediterranea: “Lo specchio d’acqua sul quale gli spagnuoli hanno costruito il magnifico idroscalo di Los Alcazares si presentava, anche per la crociera futura, come il più adatto per il primo balzo verso l’Atlantico”. Da Orbetello si tratterà dunque di percorrere 1200 km.

“La seconda tappa doveva essere fatta sulle coste del Marocco; anche qui mi fondai sulle esperienze acquisite e fermai subito la scelta a Kenitra, che del resto serve già da tempo quale meta intermedia ordinaria per gli idrovolanti che scendono verso il sud”: 700 km. Mentre per la terza viene assunta Villa Cisneros, “anch’essa assai nota nel mondo per la transvolata di Franco, che l’aveva – dirò – inventata come scalo d’idrovolanti”: 1600 km che condurranno i nostri fino al possedimento spagnolo del Rio de Oro, nel Sahara occidentale.

Più avventurosa la scelta dell’ultima tappa sulla costa africana: la quale “non poteva non essere Bolama, nella Guinea Portoghese, che si trova a 20° circa a nord di Port Natal. Era bensì vero che mancavano a Bolama quasi tutti i caratteri della civiltà europea: essa offriva la certezza di dover affrontare l’Oceano senza il conforto di una assistenza tecnica già impiantata e organizzata. Ma io sapevo che la baia di Bolama, ben riparata, era tra le più propizie per un decollo: essa non soltanto è larghissima, cosicché permette agli apparecchi in corsa sulla superficie marina il più ampio spazio in due opposte direzioni, ma è protetta da un gruppo di buone isole, le Bissagos, che la garantiscono, per il decollaggio, anche quando l’Oceano non è calmissimo.

“Inoltre mi suggestionava l’idea di spiccare il gran volo da un porto portoghese. Il Portogallo ha dato i natali a colui che, attraverso le vie dell’aria, ha unito idealmente per la prima volta le coste del vecchio continente con quelle dell’America latina: all’Ammiraglio Coutinho, ottimo amico mio e padre spirituale degli aviatori europei. Del resto non c’era molto da scegliere sulla costa equatoriale dell’Africa. Pensai che tanto per l’arrivo quanto per la partenza urgesse soprattutto esser certi che le operazioni non sarebbero state disturbate dall’imprevisto, elemento al quale ci avrebbe invece senza fallo mandato incontro il melmoso e torbido Gambia, fiume africano tra i più capricciosi, dalle foci del quale ero stato consigliato di partire”. Dunque 1500 km prima dei 3000 che porteranno la formazione a sorvolare l’Atlantico per ammarare a Porto Natal; donde essa ripartirà per raggiungere in 1000 km Bahia, prima della parata finale di 1400 km verso Rio de Janeiro. In totale, 10400 km. “Non appena il progetto fu sbozzato alla grossa in questi maggiori particolari, mi recai ad esporlo al Capo del Governo, non senza qualche segreta apprensione per l’audacia e la vastità a cui era inspirato. Ma io sapevo come il grande Capo, se con occhio acuto intravvede le difficoltà di una impresa e ne smantella le ragioni utopistiche, è rapido nell’intuirne i caratteri positivi e i significati lontani. Non mi ingannai: il Duce comprese, annuì, approvò”.

Sicuramente Mussolini continua a nutrire grande simpatia nei confronti del suo giovane e dinamico ministro: sono ancora lontane quelle invidie che deriveranno al dittatore proprio dai trionfi atlantici di Balbo, che ne faranno il gerarca di gran lunga più celebre a livello internazionale al punto di oscurare la fama dello stesso dittatore. Ma l’approvazione da parte del Duce risulta necessariamente conseguente a tutta una serie di considerazioni, in cui gli aspetti emotivi devono alla fine contare ben poco. In primo luogo, la scontata previsione dell’enorme propaganda che scaturirebbe dinanzi all’opinione pubblica mondiale dal successo di un’impresa del genere: per il regime e per il suo capo, che da tempo ha posto in cima alla propria agenda l’impegno di affermare l’immagine di una “nuova Italia” in grado di riscattare i sedimentati, poco onorevoli luoghi comuni sul suo conto. Per la prima volta sul suolo americano gli italiani sbarcherebbero in gruppo non da poveri migranti di terza classe (vedendosi per questo negli Usa discriminati rispetto a quelli di altre nazionalità, e assimilati agli africani) dalle valigie di cartone legate con lo spago, bensì da conquistatori.

Sullo stesso piano vanno inoltre messe le prospettive che si aprirebbero per l’industria italiana in generale, anch’essa provata dalle conseguenze internazionali della crisi economica americana dell’anno precedente; senza contare che l’America latina ospita una decina di milioni di italiani, attorno ai quali orbitano notevoli interessi di natura economica, commerciale e finanziaria. Infine, a livello diplomatico l’Italia si trova attualmente impegnata presso la Società delle Nazioni a rivendicare la parità con la Francia sulla questione degli armamenti: ovvio che un’eventuale riuscita della crociera potrebbe solo favorire le aspirazioni italiane al tavolo ginevrino.

Totale risulta perciò l’adesione mussoliniana all’iniziativa, andando persino al di là delle aspettative balbine: non si tratta del resto di forgiare anche un “popolo di trasmigratori”? “In principio nel progetto si contemplava la partenza di un gruppo di due squadriglie, comprendenti ciascuna tre apparecchi. Il Duce mi disse subito che l’impresa sarebbe riuscita anche se fossimo partiti con un numero maggiore di idrovolanti: non aspettavo altro per raddoppiare il numero degli apparecchi e degli uomini. Fu deciso che la crociera sarebbe stata fatta da dodici idrovolanti su quattro squadriglie di tre ciascuna e che altri due sarebbero venuti sino a Bolama in qualità di apparecchi-officina o comunque di soccorso, ben imbottiti di materiale di ricambio”.

Sulla fattibilità del progetto resta però un’incognita di natura tecnica: quella del decollo dalla stessa Bolama. “Già altre volte erano sopravvenuti in quella zona, in occasione di precedenti raids individuali, improvvisi squilibri di temperatura, che avevano reso difficile se non impossibile a un idrovolante (carico della enorme quantità di benzina che occorre per attraversare l’Atlantico) di alzarsi a volo”. Lo scrupolo induce quindi Balbo ad inviare nella fatidica baia guineana un S55 identico a quelli che saranno impegnati nella crociera atlantica, e nel medesimo periodo invernale, a compiervi una serie di decolli a pieno carico. Affidato al capitano Cagna, l’apparecchio si cimenta così per tutto l’inverno del ’30 in tali prove, superandole brillantemente.

Resta ora da definire l’organico dei sedici equipaggi necessari: ai dodici della trasvolata e ai due degli apparecchi-officina vanno infatti aggiunti due di riserva, per un totale di sessantaquattro uomini. Il problema che si porrà non sarà tuttavia quello di reperirli, bensì di respingere i tanti altri che avrebbero voluto partecipare, dato l’entusiasmo generale dell’adesione al progetto, che Balbo rievoca con parole vibranti: “L’Aeronautica italiana difetta certo di mezzi finanziari, non di umane virtù. Gli uomini volonterosi, ricchi di perizia tecnica quanto di coraggio, sono tanti che alla vigilia di ogni impresa rischiosa c’è soltanto la difficoltà della scelta: dico questo non soltanto pensando ai veterani delle mille gesta aviatorie della guerra e della pace – i cui nomi sono in gran parte noti in Italia e all’estero – ma riferendomi soprattutto ai giovani, anzi ai giovanissimi. Mi occorrevano trentadue piloti, volontari al cento per cento: e non soltanto volontari, decisi a rischiare la vita senza un attimo di rimpianto ed espertissimi; ma anche aitanti e robusti, perché la crociera avrebbe richiesto una resistenza fisica a tutta prova. Inoltre occorrevano per ogni equipaggio un motorista e un radiotelegrafista; altri trentadue uomini scelti per merito fra l’aristocrazia morale dell’Aeronautica: in totale sessantaquattro persone. Potevamo disporre di un numero triplo e quadruplo di candidati. Bastò qualche vaga notizia: che ondate di passione, che fremito di speranze per tutti gl’idroscali d’Italia! Quanti aviatori piansero di dolore per non essere stati prescelti! Ma era un numero fisso: non poteva aumentare”.

Assegnati al gruppo speciale di allenamento di Orbetello, i “predestinati” dovranno altresì costituire il primo nucleo di una scuola per bombardamento marittimo, che il ministro intende insediare una volta effettuata la crociera. Individuato il naturale comandante del gruppo speciale in Maddalena, attualmente però impegnato nella preparazione dei primati di durata e distanza in circuito chiuso, Balbo decide di dare comunque il via al corso che dovrà formare i trasvolatori, affidandone la temporanea direzione al maggiore Ulisse Longo.

In vece dell’impossibilitato ministro ad inaugurare la scuola è, il 1° gennaio ’30, il capo di stato maggiore dell’aeronautica Giuseppe Valle, “portando agli Ufficiali del Gruppo Speciale un virile saluto e un severo incoraggiamento. Grande era il compito che li attendeva, fuori dell’ordinario, degno un giorno di essere registrato negli annali gloriosi. Avevano dodici mesi a disposizione per prepararsi: non doveva mancare lo sforzo per apprendere e la disciplina per allenarsi. Più che una Scuola, quella doveva essere una specie di Collegio militare, dove per nessun motivo gli animi dei predestinati dovevano essere distratti dalla tensione ideale e morale verso la meta. Il Capo di Stato Maggiore non soltanto parlò, ma agì da quel grande soldato che è: egli infatti mi chiese subito di far parte della spedizione, e io accolsi il suo desiderio con molta soddisfazione”.

Ogni aspetto della preparazione viene curato nei minimi dettagli, a cominciare dalla rigida disciplina imposta agli “atlantici”: “Tutt’intorno l’idroscalo è circondato da un alto muro, garanzia di una ideale e volontaria clausura. Restammo subito intesi che tanto gli scapoli quanto gli ammogliati avrebbero varcato quel muro soltanto ogni quindici giorni: quell’unica uscita fu pomposamente chiamata “domenica di quindicina”. Il programma di studi comprendeva – si può dire – tutta la gamma delle scienze esatte applicabili all’Aeronautica: matematica, astronomia, navigazione, geografia, fisica, ecc. Il Tenente Colonnello Biondi, coadiuvato dal professor Simeon, ebbe la direzione degli studi teorici. Connessa con questi vi era la scuola pratica consistente in prove di volo, decolli con forti carichi, navigazione in formazione con pieno carico, esercitazioni in volo diurne, esercitazioni notturne, decolli e ammaraggi in mare aperto e con mare agitato, collegamenti radio-telegrafici tra apparecchio e apparecchio, comandi a distanza e collegamenti fra idrovolanti e navi di scorta.

“La Scuola funzionò alla perfezione. Dopo aver battuto i suoi records, il Comandante Maddalena ne assunse la direzione effettiva. La Scuola fu per così dire la proiezione delle qualità morali di questo ufficiale, così note ed evidenti che basta, a ricordarne l’eccellenza, soltanto un sobrio accenno: egli non potrebbe desiderare un più ampio e degno elogio di quello che i risultati della Scuola di Orbetello esprimono da soli. Sono stati dodici mesi di macerazione spirituale e di sforzo fisico, di disciplina quasi conventuale e di slancio che potrebbe dirsi mistico; dodici mesi a cui soltanto temperamenti d’eccezione – come si sono manifestati i piloti prescelti alla crociera atlantica – avrebbero potuto resistere. Verso il giugno incominciarono gli esperimenti notturni in formazione sul Tirreno. Erano voli lunghi e difficili compiuti nel cuor della notte con le acque spesso sconvolte da tempeste, quali ben conosce fin dall’antichità il mare di Virgilio: fatiche improbe, rischi gravi, problemi che spesso apparivano insolubili per il mantenimento della formazione e la disciplina di volo. Ma l’estenuante esperienza fu compiuta senza che un incidente venisse a turbare il lavoro serrato della Scuola”.

Occupato dalle incombenze ministeriali, Balbo può osservare il reparto in volo solo in occasione della licenza estiva. Nonostante l’ambizioso progetto venga preparato in sordina, informandone soltanto gli addetti ai lavori, la notizia trapela: “Qualche giornale straniero ne parlò durante l’estate, ma il Governo poté smentire la notizia con un comunicato nel quale era più che giustificata la sibillina reticenza; esso diceva che nessuna crociera italiana era in vista per l’estate e l’autunno: infatti si stava preparando per l’inverno…”. Critiche e pettegolezzi suscita al contempo la decisione dell’anticonformista Italo di accamparsi nella pineta – già dannunziana – della Versiliana: una scelta per sua stessa ammissione stravagante, ma cui non manca di offrire una spiegazione, di ordine perlopiù naturalistico e non priva d’ironia.

“Mai si era visto in Italia qualcosa di simile: un Ministro piantar le tende all’aria aperta sotto ombrelle di pini marittimi e viver quasi da primitivo sulla spiaggia marina! Per quale motivo non era sceso in redingote e cilindro, con largo seguito di visi lunghi e di giubbe nere, in uno dei tanti alberghi internazionali che lo snobismo delle classi privilegiate, la mania esibizionistica dei pescecani e la cocotteria femminile popolano nei mesi estivi, con sommo gaudio e profitto degli albergatori svizzeri o italiani? Invece questa volta niente code, niente tube, niente borsacce di cuoio nero ma il canto degli uccelli, l’odor della resina e il rumore del mare; qualche volta i capricci del vento, che minacciavano di buttar all’aria le tre tende costruite per il Ministro rivoluzionario delle consuetudini (una era destinata al Duce, che avrebbe voluto e non poté venire…).

“Il vento aveva i suoi diritti e non mancava di fare replicate visite di dovere a chi, appunto, era Ministro dell’Aria. Veramente quella vita di tenda non era poi così selvatica come avrebbe potuto sembrare. Se è vero che durante il giorno si viveva – i miei pochi compagni ed io – in costume da bagno e con una frugalità da pescatori, alla sera eravamo capaci di metterci una giubba e di ricevere, con le dovute forme, entro le pareti di tela, molti visitatori che dai vicini centri mondani giungevano attratti dalla novità, qualche volta accompagnati anche da gentili visitatrici, in cui la curiosità aveva finito per avere il sopravvento su la soggezione”.

 

I preparativi

Nel corso dell’estate vengono effettuati tre voli notturni di allenamento: Forte dei Marmi, Tripoli, Los Alcazares le progressive mete. “Un decollo nella notte, contemporaneamente eseguito da nove apparecchi, che stanno l’uno a fianco dell’altro in formazione serrata e hanno l’obbligo di restare vicini durante il volo, fa una certa impressione. A poppa ogni apparecchio ha un piccolo faro luminoso che lo fa rassomigliare a una lucciola gigantesca; di qua e di là, sulle punte estreme delle ali, verso prua, vi sono due minuscoli fanali di rotta”. Si sperimentano la funzionalità delle cabine radio, dei canotti di salvataggio, delle fumate galleggianti emesse allo scopo di controllare la deriva durante il volo.

Ma accanto a tali prove “ufficiali” l’infervorato ministro si concede anche frequenti improvvisate per i cieli, facendosi accompagnare dal fido Cagna: “Non rinunciai ai voli di allenamento per conto mio. Mi piaceva partire alla chetichella, dopo le ore di ufficio al Ministero, e correr fuori di città in quelle belle serate estive che allungano nella notte, ai confini dell’orizzonte, gli ultimi resti di uno splendore che non vuol morire e pare aspetti, dall’altra parte del cielo, il richiamo dell’alba imminente. Mi alzavo a volo da Ostia e su verso le nuvole purpuree! Incomparabili passeggiate vespertine! Dove andavamo? Quando incontro all’arcipelago toscano, quando verso il golfo di Napoli, quando verso la Sardegna. Si facevano così quattrocento, seicento chilometri di volo e si finiva per andare a pranzo dopo mezzanotte da qualche parte con una fame indiavolata”.

Sarà il viaggio di ritorno dalla Spagna a mettere a dura prova le qualità di apparecchi e piloti: le avverse condizioni atmosferiche ritardano in particolare il rientro della squadriglia del generale Valle. Ma sono proprio tali difficoltà a dare al ministro “la conferma positiva e definitiva della perfetta preparazione del personale a superare la prova. Era probabile che sull’Atlantico incontrassimo un tempo uguale: difficile che ne trovassimo uno peggiore. Aggiungo che tutti questi voli di preparazione e di allenamento venivano fatti su vecchi apparecchi forniti di vecchissimi motori, ciascuno dei quali aveva al suo attivo qualche centinaio di ore di volo”. Quando per la crociera verranno impiegati velivoli nuovi di zecca: le cui peculiarità Balbo non manca peraltro di dettagliare.

“Sull’S. 55 – forse il più popolare idrovolante del mondo – è stata portata soltanto qualche piccola trasformazione. Sullo scafo i costruttori si sono limitati a qualche ritocco, affinché l’apparecchio decolli più facilmente: a poppa esso termina ora a punta, in uno sperone ricurvo, che è destinato ad affondarsi nell’acqua come il vomere d’un aratro, mentre prima finiva in una coda piatta a becco d’anitra. Altre modificazioni serviranno a sistemare meglio il carburante e a rendere il fondo più resistente nella corsa sull’acqua. Lo sperone terminale degli scafi avrà importanza soprattutto nell’ammaraggio: esso servirà sia come freno che come elemento di equilibrio.

“Anche al castello dei motori è stata apportata qualche minuscola innovazione. Del tutto nuova è la sistemazione della cabina di comando, diventata una vera e propria limousine; essa è unica: comoda, spaziosa ed ermeticamente chiusa a vetri, per proteggere i piloti dalle intemperie. Gli strumenti di precisione sono stati disposti sul cruscotto in modo da renderli tutti visibili contemporaneamente; i due seggiolini dei piloti, più bassi e più lunghi, si prestano al riposo alterno. Il completo isolamento della cabina di comando permetterebbe ai piloti di fumare; nell’apparecchio di Maddalena, divoratore di sigarette (io ho quasi smesso il viziaccio!), sono un accendisigaro elettrico e un portacenere ad acqua. Il sistema di illuminazione elettrica è agevole e più che sufficiente per tutte le operazioni di bordo: comunque tutti i quadranti del cruscotto sono radionizzati, offrendo in permanenza durante la notte una bella luce azzurrina. Le istallazioni del radiotelegrafista sono sulla prua dello scafo sinistro; a destra starà di solito il motorista.

“Il carburante è disposto in quattordici serbatoi affiancati nella parte centrale di ciascuno scafo; sei di essi hanno la capacità di 630 litri e gli altri otto di 205. A pieno carico l’apparecchio porta dunque 5420 litri di carburante; ogni litro del quale – composto di benzina e benzolo – pesa 750 grammi: complessivamente vi saranno quindi a bordo 4060 chilogrammi di carburante. I serbatoi comunicano tra loro attraverso il ponte che collega i due scafi; qui è un serbatoio collettore, da cui la miscela viene aspirata con quattro pompe azionate dai motori, in numero di due per ciascun motore. Con questo sistema si è perfettamente tranquilli sulla immissione del carburante nei motori e sul suo livello costante nei due scafi. Ad ogni modo, tra i vari serbatoi resta tanto spazio da permettere al motorista una continua vigilanza. Sul castello, fra i due motori, è collocato il serbatoio per l’olio; un altro è disposto nell’interno dell’ala: quest’ultimo, per mezzo di una pompa a mano, immette l’olio nel primo, dal quale i motori lo aspirano meccanicamente.

“Quantunque le modifiche apportate all’apparecchio atlantico non siano state poche, le “caratteristiche d’ingombro” restano tuttavia le stesse del normale S. 55: apertura massima 24 metri, lunghezza 16, altezza 5, profondità massima dell’ala 5,10, superficie portante 93 metri quadri. È invece notevolmente aumentato il peso dell’apparecchio a pieno carico, che è di circa diecimila chilogrammi; circa la metà quello lordo, senza il carburante, l’equipaggio e le varie scorte”.

Messo a punto nel ’27, il motore è dunque il medesimo Fiat A22 servito sia al raid Ferrarin-Del Prete che al record di Maddalena: dodici cilindri con raffreddamento ad acqua, esso è capace di sviluppare una potenza massima superiore (600 hp a 2100 giri del motore e 1360 dell’elica) grazie all’introduzione del riduttore. “Ad ingranaggi cilindrici, a denti dritti, con ammortizzatore elastico e a frizione, esso permette di diminuire i giri dell’elica rispetto a quelli dell’albero motore: per cui il motore può viaggiare al massimo della sua potenza senza subire il tormento del moto troppo vorticoso dell’elica; e questa può sollevare e spingere l’apparecchio quando il motore è messo a tutto regime senza il pericolo di deformarsi. Il peso completo del motore col mozzo d’elica, il dispositivo d’avviamento e il comando degli organi accessori raggiunge i 517 kg. È peso minimo rispetto alla sua potenza: si è arrivati a questo risultato con una intelligente e laboriosa selezione del materiale”.

Descritti minuziosamente i vari componenti del motore e il meccanismo di funzionamento, non manca una nota di compiacimento di carattere estetico. “Le macchine hanno una loro suggestiva bellezza. Il Fiat dell’apparecchio atlantico, issato sul castello motore, con le sue bocche di scarico da cui escono lingue di fuoco, le sue teste brunite alternativamente mosse in un palpito molteplice, col suo rombo regolare e potente, è veramente bellissimo. Solo chi sa che cosa vuol dire il motore nella vita avventurosa dei cavalieri del cielo può comprendere lo sguardo d’amore e di orgoglio con cui i piloti atlantici accarezzavano, nelle settimane precedenti la crociera, il loro motore, argenteo-nero cuore della macchina armoniosamente pulsante nell’attimo del decollo sulle loro teste. Forse così un tempo gli audaci paladini esaltati dalla leggenda e cantati dai poeti miravano il bel destriero dalla fulva criniera, compartecipe dei rischi e della gloria delle imprese imminenti.

“Un oggetto di meraviglia per i profani sarebbe stato senza dubbio il cruscotto, sul quale erano allineati gli strumenti di precisione e i loro quadranti. Quanti strumenti delicati, sensibili capolavori di ingegnosità e di pazienza! Il concetto fondamentale della organizzazione tecnica era stato, fin dal principio, che ogni apparecchio si dovesse considerare come un piccolo bastimento destinato a navigare, con le regole marine, per aria, invece che sull’acqua, e con le ali invece che con l’elica. Tutto ciò, quindi, che aveva attinenza con l’attrezzatura marinaresca e nautica fu curato in modo particolare.

“Al pilota della crociera atlantica non doveva far difetto qualsiasi mezzo fosse ritenuto idoneo: non soltanto durante una eventuale permanenza in mare dell’apparecchio, ma anche e soprattutto l’indispensabile per il suo comando in volo, secondo le norme della navigazione astronomica. L’attrezzatura nautica dell’S. 55 atlantico permette infatti ai navigatori di compiere – sopra un leggero tavolinetto situato a prua dello scafo sinistro – tutti i calcoli e il carteggio necessari alla navigazione: portolani, rapportatori, squadre, compassi e parallele, quaderno delle effemeridi, regoli, cronometri, sestante e bussola. Mai, forse, prima della crociera atlantica era stata data tanta importanza alla navigazione astronomica. Questa volta gli equipaggi la sapevano più lunga dei marinai: ogni apparecchio doveva regolare la rotta coi suoi strumenti, conoscere esattamente l’uso razionale della bussola e del sestante.

“Speciale cura fu data alla stazione radio, la quale fu oggetto di un intenso studio. La radio degli apparecchi atlantici era a onda sia corta che lunga; permetteva la trasmissione e la ricezione della radiotelegrafia e della radiotelefonia, oltre all’uso della radiogonometria. Poteva far comunicare gli apparecchi tra loro, metterli in relazione con le navi da guerra, e infine collegarli direttamente con le basi costiere. Tutti questi esperimenti erano stati fatti fin dal dicembre del 1929, allorché il Capitano Cagna poté comunicare da Bolama con Roma. Per mezzo della radio ogni apparecchio avrebbe ricevuto gli ordini dal proprio comandante di squadriglia e, dalle navi, le informazioni sulle condizioni atmosferiche che si sarebbero verificate lungo la rotta. Gli apparecchi radiotelegrafici pesano appena 35 kg e sono stati appositamente costruiti dal maggiore Marino della Direzione Sperimentale dell’Aeronautica. A bordo di ogni apparecchio era inoltre installata una lampada Donath con la quale si potevano fare segnalazioni luminose con l’alfabeto Morse tra apparecchio e apparecchio durante la notte, per diminuire il numero delle segnalazioni radiotelegrafiche e radiotelefoniche.

“Per gli eventuali ammaraggi durante le ore della notte era stato adottato uno speciale razzo a paracadute, che poteva essere lanciato dall’apparecchio con una manetta posta a fianco del pilota. Il razzo fa una larga luce in basso; e poiché mentre cade si consuma e diminuisce di peso, può restare in aria fino a tre minuti e mezzo, trattenuto dall’apposito paracadute: il che permette all’apparecchio di discendere a luce quasi solare in qualsiasi momento della traversata. L’uso dei razzi a paracadute era previsto soltanto nei casi di ammaraggio forzato, poiché il decollo notturno da Bolama sarebbe stato compiuto alla luce lunare. A Orbetello era stato sperimentato durante il periodo della preparazione un altro sistema di illuminazione: cioè il sentiero luminoso. Sia per il decollaggio che per l’ammaraggio durante la notte erano stati disposti sul lago, in lunga fila, molti gavitelli galleggianti, dipinti di bianco; un riflettore ne illuminava a fior d’acqua la linea, precisamente come i fari di un’automobile illuminano i paletti bianchi messi ai margini di una strada. Decollando e ammarando l’apparecchio aveva dunque davanti a sé, nitidamente segnata, la strada da percorrere”.

Il ministro ha quindi parole di compiacimento per “l’affiatamento assoluto e completo” verificatosi in funzione della crociera atlantica fra Aeronautica e Marina, rimaste a lungo ai ferri corti. “Che un certo malsano spirito di corpo avesse antecedentemente messo un po’ di malumore fra le due Armate, è naturale: l’Aeronautica ha usurpato molti compiti che da secoli spettavano alla Marina, portandole via molti uomini; finalmente ha realizzato la propria autonomia, presentandosi come una forza disposta ad entrare con la Marina in una nobile e fiera emulazione. Ma in vista di una grande impresa, cui è affidato il prestigio della Nazione, la Marina non ha esitato a mettere a nostra disposizione uomini e materiali, nonché otto tra le sue navi più moderne e veloci, ultime creazioni della mirabile ingegneria navale italiana, capaci di sviluppare una velocità di quaranta nodi all’ora. Agli ordini dell’Ammiraglio Umberto Bucci, esse portano il nome di grandi navigatori italiani: Pancaldo, Da Recco, Da Noli, Malocello, Vivaldi, Pessagno, Usodimare, Tarigo”.

Suddivisa in tre sezioni, la “Divisione navale dell’Oceano” assicurerà la sorveglianza sull’Atlantico dalle Canarie, dal versante africano e da quello americano. Per il trasporto dei carburanti verrà inoltre ingaggiato il più veloce brigantino-goletta italiano, l’Aosta, primo veliero a motore endotermico; mentre il ruolo di nave ammiraglia spetterà al piroscafo Alice (di proprietà della Società anonima di navigazione aerea), deputato al servizio meteorologico, al collegamento radiotelegrafico con l’Italia nonché alla preparazione delle basi sulle coste africane.

L’apprezzamento balbino per gli otto “esploratori d’alto mare” della classe Tarigo concerne sia l’aspetto estetico che quello bellico, in prospettiva della ineluttabile “guerra di domani” preconizzata perfino nell’inno fascista, Giovinezza. “Navi stupende, tutte fatte per l’alta velocità; dalla forma stretta e allungata, le loro lamine metalliche hanno il colore del mare: un grigio perla, pallido, che contribuirà domani, insieme con la loro vertiginosa velocità, a nasconderle agli occhi del nemico. Si può dire che per tre quarti i loro fianchi contengano macchine: i formidabili motori a nafta danno subito il senso di una potenza mai vista sul mare. Se si aggiungono i cannoni con le relative munizioni e le provviste di bordo, ben poco spazio resta per gli ufficiali e pei marinai, che sono in tutto circa duecento per nave”. Enorme è stato dunque il contributo della Marina alla riuscita dell’impresa, sia per il numero degli uomini impegnati che per la qualità dei mezzi forniti (destinati questi ultimi ad andare peraltro perduti con il secondo conflitto mondiale).

 

La formazione degli equipaggi

La simbologia gioca un ruolo chiave in questa avventura, e sono in particolare i colori a scandirne il carattere fortemente fascista e patriottico: a contrassegnare le quattro squadriglie che comporranno la spedizione saranno infatti il nero dei gagliardetti di partito e il bianco, rosso e verde del tricolore, impressi sulle ali. Scenografiche poi le diverse disposizioni che assumerà la formazione in volo: da Orbetello a Bolama e da Porto Natal a Rio de Janeiro una squadra di cinque apparecchi davanti con al seguito tre terziglie di velivoli, due delle quali laterali e una a chiudere, per uno schieramento “a rombi di cunei, in cui le quattro squadriglie formano in cielo una specie di croce, con alla testa quella nera composta dal mio apparecchio, da quello del Generale Valle e da quello “di navigazione” del Comandante Maddalena, che segna la rotta. Le due squadriglie laterali sono a 1500 metri dalla nostra e a 2000 metri l’una dall’altra: a sinistra la rossa, a destra la bianca. L’ultima squadriglia – la verde – viene a trovarsi esattamente sulla linea di volo della prima, distante da questa circa mille metri”.

Una disposizione che, dopo l’imprevista “ammissione” al volo transoceanico anche dei due apparecchi-officina, avrebbe dovuto essere essere replicata anche in occasione dell’ultima tappa: la quale risulterà però orfana di due unità. Mentre la traversata dell’Atlantico vedrà stagliarsi una colonna di squadre, le prime due di quattro idrovolanti, le altre di tre: e per rispettare il volo a cuneo, il quarto aereo dovrà disporsi nella scia del battistrada. Spettacolare, infine, il triangolo isoscele delineato dai quattordici apparecchi in occasione dell’arrivo alle basi, ottenuto posizionandone uno davanti, sei e sei lateralmente a scalare ed uno in linea con gli ultimi due e simmetrico al primo a comporre la “base” della figura geometrica.

Quattro saranno dunque i componenti di ciascun equipaggio: primo e secondo pilota, motorista e radiotelegrafista. A coadiuvare Balbo, Valle e Maddalena saranno rispettivamente Cagna, Attilio Biseo e Fausto Cecconi; motoristi Gino Cappannini, Erminio Gadda e Giuseppe Damonte; radiotelegrafisti Gastone Venturini, Antonio Carrascon e Cesare Bernazzani. I quattro apparecchi di quella bianca saranno affidati ad Alfredo Agnesi, Emilio Draghelli, Luigi Boer e Giuseppe Teucci, con in seconda Silvio Napoli, Leonello Leone, Danilo Barbicinti e Luigi Questa; motoristi Ostilio Gasparri, Bruno Bianchi, Felice Nensi e Armando Zana; radiotelegrafisti Giuseppe Virgilio, Carlo Giorgelli, Ercole Imbastari e Giuseppe Berti.

Altrettanti i componenti la squadriglia rossa, agli ordini di Giuseppe Marini, Renato Donadelli, Enea Recagno e Ugo Baistrocchi, supportati da Alessandro Miglia, Pietro Ratti, Renato Abbriata e Luigi Gallo; motoristi Salvatore Beraldi, Raffaele Perini, Luigi Fois e Amedeo Girotto; radiotelegrafisti Davide Giulini, Ubaldo Gregori, Francesco Mancini e Francesco Francioli. Mentre alla testa dei tre di quella verde andranno Ulisse Longo, Jacopo Calò Carducci e Letterio Cannistracci, affiancati da Guido Bonini, Ireneo Moretti e Alessandro Vercelloni; motoristi Ernesto Campanelli, Augusto Romin e Vittorio Maugeri; radiotelegrafisti Mario Pifferi, Tito Mascioli e Augusto Simonetti. A ciascun apparecchio verrà infine attribuito un nominativo telegrafico risultante dalla “i” di idrovolante e dalle quattro prime lettere del cognome del primo pilota: dunque Ibalb, Ivall, Imadd, Ilong ecc.

“Nella formazione degli equipaggi fu lasciata al primo pilota una certa libertà nella scelta del compagno: prevalse il criterio dell’affiatamento assoluto fra le persone destinate ad affrontare il medesimo rischio. Così io portavo con me il mio Aiutante Capitano Cagna ed il Tenente Venturini, radiotelegrafista: entrambi, negli anni passati, avevano sorvolato sul mio apparecchio i cieli del Mediterraneo occidentale e orientale; in più vi era il sottotenente motorista Cappannini, noto in Italia per le sue precedenti imprese aviatorie. Il Generale Valle aveva scelto, quale secondo, il suo stesso aiutante di volo, Capitano Biseo. Il Comandante Maddalena mantenne come secondo pilota il Tenente Cecconi, che era stato suo compagno durante il record in circuito chiuso. Il Maggiore Longo aveva con sé la sua vecchia conoscenza Capitano Bonino in qualità di secondo pilota e come motorista il Tenente Campanelli, che si poteva già ritenere veterano delle traversate sugli oceani.

“Insomma i quattro uomini di ciascun apparecchio avrebbero formato un’anima sola. Questo sistema ci garantiva il maggior accordo morale: elemento che io mettevo tra le prime garanzie del successo. Nel tratto da Orbetello a Bolama fra il personale di volo sarebbe stato anche un montatore, che per farci risparmiare sul peso non avrebbe fatto la traversata atlantica; ma alla vigilia della tappa più lunga, sulla costa d’Africa, egli avrebbe dato all’apparecchio l’ultimo colpo d’occhio per metterlo definitivamente a punto”.

Con entusiasmo Balbo saluta poi la nomina a segretario del Pnf – intervenuta giusto in ottobre – di Giovanni Giuriati, già pluridecorato della Grande guerra e quindi al seguito di D’Annunzio nell’impresa di Fiume, riportando un paio di inediti episodi che ne attestano sia le spiccate attitudini aviatorie che il coraggio fisico: qualità del resto imprescindibile dal conseguimento di una carica del genere. “Chi è Giuriati? Il soldato, il patriota, il fascista che tutti sanno. Quello che, forse, non si conosce abbastanza è il Giuriati aviatore: la sua passione per il volo è congenita, si può dire, all’Aviazione stessa.

“Quando egli era Ministro dei Lavori Pubblici, avevamo insieme studiato la mascheratura dei bacini idrici, contro un eventuale attacco di aeroplani. I tecnici ci consigliavano come ottimo il sistema dei gas fumogeni; io ero da poco tempo pilota. Giuriati venne con me su un piccolo apparecchio da turismo – che era allora il mio cavallo di battaglia – ad osservare l’effetto delle nubi di fumo sui bacini idrici dell’Italia Centrale. Naturalmente le nubi, che erano state create dai chimici per nasconderli, servirono invece a noi per identificarli subito. Il volo, in mezzo al fumo, su quell’apparecchio condotto da un principiante, avrebbe forse sgomentato un altro; non Giuriati, che prese l’avventura con straordinaria tranquillità.

“L’anno dopo partimmo su un idrovolante più potente, per visitare insieme il Bacino del Tirso in Sardegna. Volle la sorte che anche questo volo fosse assai movimentato; credo, anzi, che quella sia stata la peggiore navigazione aerea della mia vita. Sul Tirreno imperversava una bufera infernale; ma il capriccio del mare era nulla in confronto al tempo che trovammo sulla costa occidentale dell’isola. Arrivato nei pressi del Monte Timidone un improvviso vuoto d’aria mi “soffiò” da due o trecento metri sino a due o tre metri da terra. Fu una specie di improvvisa e fulminea calata in un pozzo: il mio motore e le mie ali non potevano più opporre resistenza alcuna. Fortunatamente, a pochi metri da terra, quando già mi ero visto perso, una fascia d’aria mi ricondusse alla vita”.

Ma Eolo pare proprio voler mettere alla prova i due spericolati gerarchi ogniqualvolta questi decidono di decollare assieme: “Dopo pochi giorni dacché fu nominato Segretario del Partito Giuriati venne a trovarmi, e naturalmente il discorso cadde subito sull’imminente crociera atlantica. Egli manifestò il desiderio di portare il saluto del Partito ai giovani valorosi che si allenavano all’idroscalo di Orbetello: non mi parve vero. Pochi giorni dopo, alle otto del mattino, salpavamo in idrovolante verso Monte Argentario; la stagione non ci fu del tutto benigna, ma non emulò quella del viaggio in Sardegna. Avevo piazzato Giuriati sulla prua dello scafo di sinistra, in un apposito boccaporto fatto per il Duce, il quale non ama volare in cabina chiusa. Ballammo un poco durante il percorso; soprattutto ho un vivo ricordo della fredda tramontana che ci tagliava la faccia. Scendemmo all’idroscalo ricevuti, sul molo, da Valle, Maddalena e Longo. Sul grande spiazzo prospiciente gli hangars erano riuniti gli atlantici: potei uno ad uno presentarli a Giuriati”.

Passati in rassegna il personale (“l’aristocrazia del valore”) nonché le varie strutture della scuola, si decide a dispetto del meteo di recare un saluto ad uno degli esploratori, ormeggiato non distante presso Porto Santo Stefano. “C’è un mare orribile. Giuriati ed io ci convinciamo che il mezzo migliore per far visita alle navi da guerra è quello di volarci sopra con l’aeroplano: ma ormai siamo in ballo e bisogna ballare. Il più difficile è accostarsi ai fianchi della nave per salire sul ponte. Completamente zuppi d’acqua – Giuriati è stato salvato dai suoi stivaloni – infiliamo finalmente la scaletta di bordo e arriviamo tra gli ufficiali allineati sopra coperta”. Critico anche il rientro: “Dopo un reimbarco assai faticoso sul nostro motoscafo, ritorniamo a Orbetello: donde, sotto gli schiaffi gelati della tramontana, percorriamo ancora una volta in volo la via del mattino verso Roma”.

“Per tutto il mese di ottobre continuai a tenere i contatti con la Scuola; rividi Maddalena pienamente sicuro, mi resi conto della minuziosa preparazione del personale e della efficienza del materiale. La partenza poteva quindi aver luogo il quindici novembre: la data sarebbe stata spostata di qualche giorno solo in caso di tempo “proibitivo”. È pronto ormai a partire il gruppo delle potenti navi da guerra velocissime che ci faranno la scorta. Pronti il piroscafo Aosta e una goletta che porta benzina a Natal; con l’altra nave, l’Alice, che non aspetta che l’ordine di salpare.

“Ma… c’è un ma assolutamente imprevisto: ed è la rivoluzione brasiliana. Port Natal è occupato dai ribelli, mentre Rio è ancora in possesso del governo federale. Da tutte le regioni del Brasile giungono notizie catastrofiche e, quel che è peggio, anche contraddittorie. Fermiamo i piroscafi già in procinto di prendere la via dell’Atlantico e rinviamo la crociera di un mese: speravamo di far Natale sulla via del ritorno, invece lo faremo volando (per la vigilia vorremmo essere a Bolama). Non importa: resteremo trenta giorni di più per fare qualche altra prova generale e perfezionare la preparazione degli equipaggi. La luna di gennaio non mancherà di esserci propizia”.

Ad annunciare ufficialmente l’imminenza della spedizione è lo stesso Mussolini, con un laconico comunicato all’agenzia Stefani: “La R. Aeronautica ha progettato per il prossimo dicembre una crociera Italia-Brasile con quattro squadriglie idrovolanti su tre apparecchi ognuna”. Accanto ai telegrammi di plauso ed augurio non mancano allora di levarsi dalla stessa cerchia degli amici del ministro voci contrarie alla sua partecipazione all’impresa, perlopiù mosse da “moralismi prudenziali”. Il coniugato e con prole Italo deve inoltre fronteggiare resistenze di carattere familiare: represse eppure cariche di inquietudini e presentimenti, esse possono essere superate solo in virtù di un sentimento fatalistico della missione da compiere.

“La più fiera, ma insieme la più silenziosa avversaria della grande e bella avventura era certamente mia moglie. È difficile descrivere i sentimenti che si provano nell’ambiente familiare quando si sta per partire per un viaggio che potrebbe anche essere l’ultimo: solo chi l’ha provato lo sa. Resteranno per sempre scolpiti nel ricordo certi improvvisi silenzi, certe subitanee deviazioni di discorso. Mi sorprendevo, qualche volta, a giocare a lungo con le mie bambine: indugi inconsapevoli dettati da improvvise ombre sul cuore. Ma occorreva non tradire la bella idea, folgorante nella mente come un invito del destino, che forse non si sarebbe più ripetuto. Bisognava non tradire se stessi: e allora ritornavo ai lunghi voli di allenamento”.

 

Vigilia funesta

I primi a partire sono, già alla metà di novembre, i cinque giornalisti che relazioneranno all’opinione pubblica nazionale dell’impresa, “tutti veterani delle crociere aeree precedenti: Michele Intaglietta della Gazzetta del Popolo, Ernesto Quadrone della Stampa, Mario Massai del Corriere della Sera, Luigi Freddi del Popolo d’Italia, Adone Nosari del Giornale d’Italia. Essi fungevano da precursori: e forse, in questa loro veste, nessun mezzo era più indicato del motoveliero sul quale s’imbarcarono a Genova. La navigazione atlantica sugli idrovolanti rappresenta l’ultima conquista del genio meccanico: il veliero ne è senza dubbio l’esemplare più antico. Noi avremmo impiegato diciotto ore a trasportare quarantotto uomini da una costa all’altra dell’Oceano; loro oltre cinquecento. Il programma aveva dunque in sé più di uno spunto poetico, e una certa sua caratteristica di antitesi storica, che sembravano fatte apposta per stuzzicare la fantasia degli appassionati vagabondi del giornalismo contemporaneo”.

Come anticipato, il mese di ritardo dovuto alla rivoluzione brasiliana viene sfruttato per effettuare ulteriori ricognizioni sugli apparecchi: revisione generale su motore e comandi, protezione degli scafi mediante spalmatura di bitume (“pareggiato minuziosamente e pazientemente con un ferro da stiro elettrico, per rendere la chiglia inattaccabile alle miriadi di piccoli insetti che infestano le acque di Bolama avendo una penetrante forza di introduzione nel legno”), prove di decollo a pieno carico nonché di permanenza in aria per tutto il tempo stimato necessario alla traversata atlantica. A queste ultime vengono deputati due equipaggi: il primo, agli ordini dello stesso Maddalena; l’altro, del capitano Baldini. Nel frattempo, il responsabile dei Fasci giovanili Scorza invia a Orbetello camicie nere per tutti i partecipanti all’impresa: “Il gesto voleva significare l’ideale investitura fascista degli intrepidi che avrebbero attraversato l’Oceano”.

Allorché il 27 novembre Balbo si reca al Quirinale per la firma reale, il sovrano non tarda ad informarsi della crociera. “”Quando partiranno?”, mi chiese con la consueta affabilità. “Partiremo il 15 dicembre – È una cosa veramente meravigliosa: e io so che la preparazione è stata curata fin nei particolari più minuziosi. Sono sicuro che questa impresa farà onore al nostro Paese! – Faremo, come sempre, tutto il nostro dovere, Maestà. Gli uomini sono all’altezza della situazione! – Me ne compiaccio vivamente, e faccio a lei e ai valorosi equipaggi tutti i miei auguri”. Il volto del Re era raggiante; il mio non doveva esserlo di meno”.

Umore destinato tuttavia a cambiare una volta che Balbo fa rientro al ministero: per apprendere che, quella stessa mattina, il secondo degli idrovolanti impegnati nelle prove di decollo ha subito un grave incidente. Del quale di lì a poco giunge a rendere conto Cagna: “Pochi minuti dopo il decollo, gli ufficiali radunati sullo spiazzo dell’idroscalo per assistere all’esperimento hanno visto alzarsi di là dalle colline una enorme fiammata. Subito sono accorsi sul posto con tutti i mezzi a disposizione. Lo spettacolo del rogo, immenso e fumante, li ha da prima colpiti di sgomento, perché sembrava impossibile che qualcuno si fosse salvato. Invece lo stesso Capitano Baldini, col viso combusto e le mani sanguinanti, è venuto loro incontro sui binari della ferrovia senza farsi sorreggere, e il motorista Maresciallo Zoboli ha preso posto da sé nell’autoambulanza, dimostrando una perfetta presenza di spirito. Più grave si presentava il Capitano Ambrosino, che aveva già il viso irriconoscibile per le profonde ustioni.

“Il radiotelegrafista poi è stato estratto da uno degli scafi in fiamme, con l’aiuto di qualche contadino. Era il Sergente maggiore Stemperini: nella disgrazia è stato il più sfortunato, essendo rimasto prigioniero tra i rottami incandescenti. Gli altri sono stati invece sbalzati lontano non appena l’apparecchio, giunto a terra, ha capottato incendiandosi. Il Capitano Baldini, protetto dalla grossa giubba di cuoio e aiutato dalla enorme forza fisica, ha spento da solo le fiamme, tra le quali era avvolto, rotolandosi per terra fra gli sterpi. Anche il Capitano Ambrosino ha fatto lo stesso: ma, disgraziatamente, il terreno sul quale si è rotolato era anch’esso ormai zuppo di materiale infiammabile. Il povero radiotelegrafista Stemperini, quantunque ridotto in condizioni pietose, durante tutto il tragitto dal luogo dell’incidente all’idroscalo non ha fatto che gridare la sua fede nell’ala italiana. Anzi, nel momento stesso in cui la barella che lo trasportava faceva il suo ingresso all’idroscalo, ha avuto la forza di alzarsi sui gomiti e di urlare: “So che debbo morire. Viva l’Italia! Viva il Fascismo! Viva l’Aeronautica!”.

“Rendemmo omaggio al morto che il giorno dopo sarebbe ritornato, esempio fulgido di valore, a riposare per sempre tra le verdi e dolci valli della sua Umbria natia. Parlai brevemente agli Ufficiali: l’incidente li aveva addolorati, ma non scossi nella fede e nella volontà di riuscire ad ogni costo. Cinque giorni dopo, il nido degli aquilotti di Orbetello riprendeva il ritmo febbrile del suo lavoro di preparazione: la sosta fu dura e lacrimata per l’agonia dell’indimenticabile capitano Magdalo Ambrosino, morto col nome della Patria sulle labbra il 30 novembre e sepolto dai suoi compagni innanzi al Tirreno luminoso, nella terra della Maremma selvaggia, al cimitero di San Vincenzo”. Mentre Baldini deve suo malgrado tirarsi indietro, Zoboli, “uomo di quarantun anni e coi capelli grigi, dando prova di uno spirito superiore” dichiara al ministro la propria disponibilità ad effettuare comunque la crociera.

Il programma della quale prosegue invariato nonostante la sciagura: una settimana prima della partenza Balbo si reca perciò a salutare Mussolini. “Era al suo tavolo di lavoro, a Palazzo Venezia, nella sala mantegnesca che, per un giuoco di prospettiva, sembra una gran piazza a colonne, da cui si spazi fuori e lontano… L’occhio del Duce sorprende il visitatore, che entra dall’estremo limite della sala, e lo magnetizza, lungo il percorso non piccolo, con lo sguardo fosforescente. Esposi al Duce a qual punto si trovasse la nostra preparazione: “siamo pronti”. Gli dissi anche che dal giorno seguente mi trasferivo ad Orbetello, per vivere coi miei compagni di volo le ultime giornate di attesa”.

Alla fine è Benito a dover rincuorare il più giovane Italo, dopo che questi non gli ha nascosto i propri timori circa la riuscita dell’impresa. “Il congedo fu molto commovente. “Sono con te da quindici anni. Ho vissuto una vita quasi comune con la tua, dalle battaglie per l’intervento del ’14, alla guerra, alla rivoluzione, e durante i nove anni del tuo governo. Alla vigilia di partire, per un viaggio che può essere senza ritorno, posso dirti che qualunque destino mi aspetti ho l’animo tranquillo e la coscienza serena, perché so di avere fatto sempre il mio dovere – Te ne do atto. Sono certo che tutto andrà bene e che tornerai con una grande vittoria – L’impresa è più difficile di quanto si possa pensare – No, no: parti tranquillo”. Mi abbracciò con grande affetto. Le sue parole augurali avevano un tono di energia virile: dominavano, senza vincerla, l’interna commozione. Fu quello per me uno dei momenti più intensi dell’intera crociera”.

Il 14 dicembre Balbo assume il comando effettivo della spedizione, diramando agli atlantici un apposito ordine del giorno. Salutati Maddalena e Longo, e rivolto “un pensiero commosso ai camerati Ambrosino e Stemperini, caduti alla vigilia della grande impresa lasciandoci quale ultimo voto il comando di compierla”, il ministro ne richiama motivazioni ideali e rilevanza storica, sottolineando come essa “impegni il prestigio dell’arma del cielo”.

“Invito gli equipaggi ad esser fieri e orgogliosi del compito che la Patria affida loro: esso è destinato ad entrare nel ciclo dei più memorabili fasti della storia aeronautica del mondo. Noi compiremo il nostro dovere sino in fondo e ad ogni costo. Qualunque sorpresa ci riserbi il futuro, avremo la coscienza di servire un destino più grande di noi e tale, in ogni modo, da giustificare qualsiasi sacrificio, fosse pure quello supremo. Camerati delle squadriglie nera, bianca, rossa e verde! Gli azzurri soldati del cielo non temono la morte e sono abituati a donare generosamente la vita per andare più oltre: davanti alla Maestà del Re d’Italia, questo fu ed è il giuramento che impegna tutto il nostro onore. Ripetiamo il giuramento al Re Vittorioso e lanciamoci, con cuore saldo e volontà temprata, su quelle stesse vie dell’Oceano che il genio e l’ardimento italiano aprirono un giorno alla conquista della civiltà. Ci seguirà, durante tutta la crociera, lo sguardo incitatore e vigile di colui al quale l’Italia di Vittorio Veneto ha delegato il compito di far grande e potente la Patria, di colui che ha voluto la rinascita dell’Ala italiana: del Duce dell’Italia Fascista. Camerati: A noi!”.

Dopodiché il ministro ordina un volo collettivo in formazione, in direzione di San Vincenzo, che vuole rappresentare al tempo stesso l’ultima ricognizione ed un omaggio ad Ambrosino. “Partimmo in quattordici apparecchi verso il nord, disposti nella nostra caratteristica geometria di volo: la squadriglia nera in testa e dietro, come un tricolore spiegato al vento, la bianca, la rossa, la verde”. Anche per la giornata domenicale sono tante le personalità che giungono all’idroscalo a salutare i partenti: in primis Giuriati – “uomo prode innamorato della prodezza altrui” – per consegnare personalmente a ciascun atlantico la tessera del partito: “Gli annunciai che durante i tremila chilometri della traversata avremmo indossato la camicia nera, quale segno della nostra volontà di vincere ad ogni costo l’oceano infido”.

La vista di certi personaggi fa rivivere a Balbo il clima della Marcia su Roma, caricando ulteriormente la vigilia della partenza di presagi e nostalgie che alimentano la sua ansia, già suscitata dalla pioggia che ha preso a battere. “Giunsero a Orbetello molti Ministri e camerati: Di Crollalanza, Riccardi, Parini, Perrone Compagni, Klinger. Cara sopra ogni altra mi fu la visita di De Bono e De Vecchi: i quali, assieme al Generale Sacco, mi fecero rivivere l’ora del Quadrumvirato di Perugia, quando il destino macinava l’evento della rivoluzione e lo faceva precipitare verso l’epilogo vittorioso. Il nostro saluto ebbe il tono di quelle lontane giornate: essi furono con me e io con loro un’anima sola, dalla ferrea volontà protesa. Anche mi riuscì caro l’omaggio dei camerati di Ferrara, che per mezzo del Console Chierici e del Podestà Ravenna mi consegnarono il primo gagliardetto di combattimento delle camicie nere ferraresi: quanti ricordi erano legati a quel grande rettangolo nero, che reca il motto “Me ne frego”…”.

Vengono in visita pittori, a portare incisioni recanti motti che verranno adottati dalle varie squadriglie; assi dell’aviazione, con in testa lo stesso Ferrarin; mentre D’Annunzio affida la propria benedizione ad un telegramma di incoraggiamento vergato nel suo stile più classico: “Ibis redibis memento audere semper”. Il tempo però si mantiene cattivo, e su tutta la rotta come avvertono i bollettini del gabinetto meteorologico dell’idroscalo in quella notte bianca: non si potrà perciò partire all’alba del lunedì come previsto. Il giorno dopo le condizioni non cambiano, facendo ulteriormente slittare la partenza ma rischiando anche di determinare una situazione grottesca, in cui l’“impegno contro il destino” si trova a dover fare i conti, oltre che con la meteorologia, pure con la scaramanzia; finché non diviene improcrastinabile il risolversi a tagliare la testa al toro.

 

Nella tempesta

“La stanza del Circolo Ufficiali continuò ad essere ingombra come un bivacco: se non fu la ragione principale, certo questo inconveniente contribuì a decidere la partenza per l’alba del 17. I bollettini ci segnalavano una depressione tra il Golfo del Leone e le Baleari; ma i meteorologi assicuravano che passando al sud di Minorca lo stormo avrebbe potuto evitare la zona cattiva lasciandola sul fianco destro. Le piogge che lungo tutto il percorso erano annunciate come insistenti, ma leggere, non ci avrebbero dato fastidio. La sveglia suonò all’idroscalo alle quattro del mattino: ognuno fece del suo meglio per trovarsi rapidamente sul grande spiazzo dell’imbarcadero. Era ancor notte; alle nostre spalle le masse grigie degli hangars mettevano un’ombra sull’ombra del cielo. Il lago era immerso nella più assoluta oscurità; ad intermittenze regolari otto grandi riflettori gettavano sulle acque pigre un fascio di luce e allora tutto prendeva risalto. Come fantasmi sul color piombo, i profili dei colli si svelavano tutti e sopra il lago, uno per uno, venivano in luce i candidi apparecchi atlantici. Sullo spiazzo dell’imbarcadero era un grande stropiccio di passi, un andare e venire di ombre, discrete e frettolose.

“L’aria è ghiaccia e umida. La falce sottile della luna fa capolino tra una cortina di nuvole, poi scompare, poi ricompare nuovamente. A oriente l’alba comincia a filtrare con un timido annuncio argenteo, ai limiti dell’orizzonte; sull’argento essa depone un leggero velo di verde, poi una più lunga striscia di giallo: infine una grande sinfonia di color rosa incendia la catena dei monti maremmani. Non è ancor giorno, ma non è più notte; è l’ora antelucana che i poeti hanno paragonato alla speranza e alla giovinezza: l’ora che precede la partenza. Per ogni apparecchio è previsto un sacco di corrispondenza: sono cinquecento chili in tutto, da dividere per quattordici; poi vi è il cesto dei viveri. Le barche trasportano il loro carico leggero verso gli apparecchi tra un lieve rumore di acqua mossa. Ritorno, insieme con Valle, Maddalena e Longo, nel gabinetto meteorologico; controlliamo gli ultimi dati. Il tempo stamane viene segnalato buono fino alla Sardegna, incerto con pioggia verso le Baleari, e bello sulla costa spagnuola: insomma non è affatto proibitivo. Si parte!”.

Tutto l’idroscalo può allora mettersi freneticamente in moto: squilli di tromba, “alalà alla Patria, al Re, al Duce”; dopodiché i motoristi sfilano le cappe a motori ed eliche. “In pochi minuti gli equipaggi sono pronti al decollo. Lancio il comando: “Motori in moto”. E per tutto il lago si risveglia il crepitio dei motorini di avviamento: presto qualche motore fa sentire il suo urlo lacerante, qualche altro risponde; finché dai quattordici apparecchi e dai ventotto motori non sale un’unica sinfonia, che il vento porta lontano: sinfonia di metalli ben temprati, di scoppi alterni, di eliche lanciate a fendere l’aria col loro sibilo. Gli apparecchi fanno la ruota attorno al gavitello, descrivendo un sorridente circolo di spuma. Si mollano gli ormeggi: sono le 7,45. Il mio apparecchio taglia l’acqua del lago e si impenna contro il vento: siamo in aria. Contemporaneamente salgono verso il cielo l’apparecchio di Valle, quello di Maddalena e un apparecchio officina. La squadriglia nera ha appena finito di decollare, che la seguono le squadriglie bianca, rossa, verde. In tutto, lo stormo ha impiegato sette minuti per spiccare il volo”.

Progressivamente il tempo peggiora; al punto che nel sorvolare Caprera Balbo evoca lo spirito di Garibaldi: “La Tua ombra ci protegga, eroe delle mille battaglie, simbolo del volontariato e del sogno di redenzione della nostra gente!”. L’effetto non è tuttavia quello sperato, con la situazione che si fa critica una volta superate le Bocche di Bonifacio: “Per quasi due ore gli apparecchi ingaggiarono una lotta di vita e di morte con gli elementi inferociti. La natura aveva scatenato tutte le sue forze misteriose, incoercibili e selvagge, lanciandole contro di noi. Il vento ci bloccava nello spazio, dandoci l’illusione di tenerci fermi; poi, all’improvviso, abbandonava la stretta e noi precipitavamo per diecine di metri, in un vuoto d’aria profondo come un pozzo di cui non si vede la fine; poi ci riportava tra i suoi gorghi, i suoi mulinelli, i suoi schiaffi. L’apparecchio “scarrocciava”, rullava, si impennava, come imbizzarrito e perduto nell’aria instabile, con salti spaventosi. La pioggia era così forte, che ci stupivamo potesse resisterle la tela delle ali; la visibilità era nulla: e quando, tra una nuvola e l’altra, compariva il mare, vedevamo sotto di noi onde alte come montagne.

“Ebbi in quel momento l’angoscia della disperazione: forse la crociera atlantica era perduta proprio alla prima tappa! Avremmo potuto mantenere il dominio degli apparecchi? Se un motore in quel momento avesse smesso di funzionare, l’apparecchio e l’equipaggio sarebbero stati travolti dalla tempesta e ingoiati dal mare. Tutti i pensieri insidiosi, che suggerisce l’avversità della fortuna, mi venivano alla mente: forse non avremmo dovuto partire; forse la crociera era nata sotto cattiva stella. Una raffica di vento investì il mio apparecchio così duramente, che da due o trecento metri di quota fui trascinato fino al pelo dell’acqua. Miracolosamente l’apparecchio riprese, allorché già mi ritenevo perduto. Con fatica guadagnammo quota, senza che cessasse mai la furia della tempesta”.

Consapevole che in tali condizioni atmosferiche solo una maggiore velocità può consentire al velivolo di rimanere in aria, il ministro aumenta i giri del motore; nel frattempo il rischio di collisioni porta il grosso della formazione a disperdersi, mentre neppure le radio di bordo funzionano più; si intuisce solamente di stare sorvolando le Baleari. “La navigazione sotto vento diviene impossibile. Per segnalarci la posizione degli altri apparecchi, di tanto in tanto i motoristi collocati agli oblò venivano a dirci di scostarci a dritta o a manca, per evitare le collisioni: era l’ultimo mezzo che restava a nostra disposizione per guidare l’apparecchio in mezzo alla bufera”. Perso nuovamente il controllo dell’aereo e con esso la quota, Balbo si salva ancora all’ultimo tuffo; per avvistare subito dopo una piccola baia, posta all’estremità meridionale di Maiorca, nella quale già hanno trovato riparo due idrovolanti; vi ammara anch’egli, assieme ai tre velivoli della squadriglia verde e ai due della riserva.

Scopre così di trovarsi a Puerto de Campos: ma i due apparecchi già presenti non si rivelano italiani bensì francesi, della Aéropostale, da due giorni lì fermi in attesa di un miglioramento del tempo per poter ripartire l’uno verso Tolosa, l’altro alla volta delle coste africane. Non appena gettata l’ancora però la furia del vento mette nuovamente a repentaglio l’incolumità degli idrovolanti, strappando in particolare gli ormeggi a due di essi e sospingendoli verso gli scogli. “Gli equipaggi, con gli ufficiali alla testa, dovettero procedere a spossanti manovre per salvarli. Non vi era più distinzione di grado: io davo una mano a Cagna, che si dimostrò insuperabile; Longo e Bonino lavoravano a tutt’uomo; Teucci e Donadelli erano zuppi d’acqua come noi. Si vide subito che, per salvare gli apparecchi, era necessario trasportarli tutti alla riva sulla spiaggetta e tirarli a secco: soprattutto occorreva aiuto di braccia umane. Come Dio volle, dopo avere tribolato per lungo tempo e passato le pene più atroci, per la paura di vedere i nostri apparecchi andare in frantumi riuscimmo a salvarli tutti e ad allinearli fuor dell’acqua sulla spiaggia”.

Superata l’emergenza più immediata si pone però l’interrogativo più preoccupante: che fine hanno fatto gli altri otto idrovolanti? Quantomai avventurosa l’accorata ricerca che ne segue: “Mi avvio verso il piccolo villaggio di pescatori, che conta non più di trecento anime. Domando qual è la prossima stazione del telefono: mi viene risposto che occorrono circa due ore di automobile per raggiungerla”. Grazie ad una “vecchissima Ford sgangherata” può raggiungersi la stazione telefonica: “Voglio mettermi in comunicazione con Palma, dove qualche notizia dei nostri apparecchi deve essere giunta: ma il telefono non funziona”. Bisogna così attendere altre due ore perché la stazione riapra dopo la lunga pausa pranzo spagnola; mentre l’ansia per la sorte degli altri equipaggi aumenta.

“Strepito, protesto, imploro; finalmente arrivo a mettermi in comunicazione con Alcudia. Si sono visti apparecchi italiani? Rispondono che il guardiano del faro ne ha scorti passare tre. E gli altri cinque? Nessuna notizia. Si riprende la piccola Ford che arranca sulle medesime strade, affondata nel fango; piove sempre. Finalmente, ecco un paese un po’ più grosso: qui vi deve essere un’altra automobile, più veloce. Sì, la troviamo: e avanti per Palma che dista ancora quaranta chilometri! Vi arriviamo alle 17. Cerchiamo di metterci subito in comunicazione diretta con Cartagena, perché a Palma non sanno nulla: ma il filo del telegrafo comunica soltanto con Barcellona. È impossibile avere altre notizie”.

In compagnia dell’agente consolare si raggiunge allora il porto, allo scopo di sfruttare la radio di una qualche nave lì ormeggiata: vi si trova infatti l’Infante Dom Jaime, al cui comandante viene comunicata l’angosciosa situazione. Curiosa la scena che ne segue: “Il cortese capitano non si raccapezza: dobbiamo penare non poco a spiegargli chi siamo. Alla dichiarazione che gli faccio di essere il Ministro dell’Aeronautica Italiana, proveniente in volo da Roma, sorride incredulo: non può immaginare che con quel tempo maledetto, che da trenta ore tiene il suo piroscafo chiuso nel porto, io mi sia avventurato in volo attraverso il Mediterraneo. Ma alla fine si precipita alla radio, dove un simpatico radiotelegrafista si mette in comunicazione con Roma. Quale sospiro si è alzato dai nostri petti, quando abbiamo saputo che tutti gli apparecchi erano in salvo! Gli otto avevano proseguito in direzione nord, ove il vento era più teso e più regolare perché non passava attraverso le gole montagnose dell’isola. Avevano raggiunto Los Alcazares ed erano tutti al sicuro all’idroscalo spagnuolo”.

Dopo una notte insonne, con il pensiero fisso ai sei idrovolanti lasciati sulla spiaggetta a combattere  contro il vento, all’alba si riparte, “non prima di esserci provvisti di sigarette per i nostri compagni. Il mare era ancora feroce. Non era il caso di pensare alla partenza: passammo tutta la giornata ricoverati in un’osteria, composta da un’unica stanza semi buia, piena di fumo. I pescatori di Puerto de Campos vivono isolati dal mondo, in una ventina di case, hanno costumi primitivi e parlano un dialetto catalano incomprensibile. Non bisognava guardar tanto per il sottile”. In quel bivacco ufficiali e sottufficiali trascorrono la giornata, nella vana speranza che cessi la tempesta, fradici d’acqua per le continue visite agli apparecchi; finché al calar delle tenebre non si è costretti ad affittare un malandato ricovero per dormire: ne viene fuori una notte da tregenda.

“Le stanze erano completamente sprovviste di vetri. Il vento ci fischiava addosso, l’umidità ci penetrava nelle ossa: la bufera entrava liberamente fra le quattro mura, ballando la sua fantastica ridda. Qualche ufficiale preferì rifugiarsi dentro l’ala degli apparecchi. Io rimasi e ne subii le conseguenze: quella sosta mi rese febbricitante per parecchi giorni. La tempesta durò 48 ore. Finalmente vedemmo rischiararsi il cielo; non c’era tempo da perdere e diedi l’ordine della partenza: ma anche questa non doveva essere tanto facile. Gli apparecchi sulla spiaggia si erano completamente insabbiati: il vento aveva portato cumuli di arena intorno agli scafi. Tutti noi – ufficiali, motoristi, radiotelegrafisti – con l’aiuto dei pescatori del paese ci mettemmo intorno a questa nuova fatica, col terrore che la tempesta ci riprendesse. Occorse molto tempo, ma finalmente gli apparecchi galleggiarono! Il decollaggio procedette non senza difficoltà, perché la baia è chiusa da due scogli, che permettono un’apertura di circa cento metri: non era possibile il rimorchio e bisognava portare gli apparecchi al largo, mentre il vento minacciava di trascinarli contro gli scogli. Arrivammo al punto giusto coi nostri mezzi, e cioè coi motori alla mano, ma occorse tempo per eseguire quest’ultima manovra.

“Quando fui finalmente in aria, dovetti attendere un’ora e più per veder decollare i miei due nuovi compagni di squadriglia. Radiotelegrafai allora a Longo che partisse per conto suo con la sua squadriglia, dato che il ciclone non era del tutto scomparso sul mare aperto, tanto che si ballava energicamente. Infatti ne avvertimmo la coda fino al Capo Sant’Antonio: qui, per fortuna, lo scenario della natura cambiò completamente. Comparve il sole a ripagarci delle recenti amarezze; poi un gran vento in coda ci spinse avanti di corsa verso la meta: in due ore eravamo a Cartagena. Seppi poi che il ciclone si era sfogato su Algeri, causando molti milioni di danni. Un’ora e mezzo dopo di me arrivava a Los Alcazares il maggiore Longo, coi suoi tre apparecchi. Fummo tutti accolti con fraterna cordialità dal colonnello spagnuolo Ugarte – che già altre volte ci aveva ospitato – e dai camerati atlantici, la cui gioia nel rivederci fu certamente uguale alla nostra. Un solo pensiero brillava nella mente e sfavillava negli occhi di tutti: la crociera era salva!”.

 

Il costeggio dell’Africa

A Cartagena ci si trattiene per un giorno e mezzo, in attesa di ripartire al mattino di domenica 21, dopo aver preso la messa celebrata per gli aviatori italiani dal sacerdote cattolico dell’idroscalo. Emozionante il momento in cui la formazione supera lo stretto di Gibilterra: “L’Oceano spalanca davanti ai nostri occhi lo sconfinato panorama verde-azzurro delle sue onde, increspate dal vento, senza tregua avventantesi sugli spazi infiniti: esso investe ormai anche le nostre ali e ci costringe a guadagnarci duramente il passo sul cielo terso di cobalto. Ma chi potrebbe esprimere l’ebbrezza che dà al nostro cuore, l’impeto di orgoglio che solleva, l’ebbrezza che potremmo giustamente dire panica di quest’ora? Ecco il campo segnato al nostro ardimento: esso è grande come il cielo. Vincere questa immensità, ridurre l’infinito sotto il nostro controllo, fare dell’Oceano un elemento soggetto alla nostra volontà, unire da una parte all’altra con un sol volo i continenti che esso ha tenuto per tanti secoli non solo lontani, ma ignoti l’uno all’altro: ecco un compito che rende la vita degna di essere vissuta, sia pure a rischio di offrirla in dono per sempre”.

Dopo cinque ore di volo si avvista la baia di Kenitra: guadagnata la quale si prende atto della cura con cui l’amministrazione francese ha voluto celebrare il passaggio della spedizione italiana, mobilitando truppe coloniali, schierando un picchetto d’onore e predisponendo persino un carosello aereo. “Scendiamo sulla riva, tra due ali di tiragliatori algerini. I Francesi hanno organizzato un bellissimo servizio d’ordine: forse è stato preannunciato qualche scherzo poco gentile da parte dei fuorusciti italiani? Non so: certo i miei ufficiali saprebbero come rispondere anche senza la mobilitazione dei tiragliatori; ma non accade nulla. Io passo in rivista una compagnia d’onore schierata per renderci omaggio, accolto con squisita signorilità dalle autorità francesi che mi complimentano per il viaggio fatto e per quello che ci attende. Una pattuglia di sette apparecchi comandata da Pelletier d’Oisy – il grande asso francese – vola sulla nostra testa riempiendo il cielo di un rombo festoso”.

A fare gli onori di casa il generale Hogues, già collaboratore del Maresciallo Lyautey, il colonizzatore del Marocco. Le onoranze proseguono allorché Balbo si reca in visita dal rappresentante francese Saint a Rabat, “la città berbera convertita in un giardino”. Inconsapevolmente l’ammirato ministro prende appunti per quando sarà lui, a sua volta, governatore della Libia: “La strada automobilistica che percorriamo è bellissima, tale da far invidia alle più moderne d’Europa. Il palazzo del Residente, di stile moresco, attorniato da parchi e giardini lussureggianti, è una vera reggia. All’ingresso mi attende una compagnia da sbarco della Marina con musica. Viene suonata la Marcia Reale, poi la Marsigliese; durante l’esecuzione degli inni siamo tutti irrigiditi nella posizione di attenti. Sono accompagnato anche da Armengaud, Generale di Divisione dell’aviazione francese, volatore famoso: lui e Hogues mi conducono nella sontuosa sala ove mi attende il Residente. Le accoglienze del signor Saint sono piene di forma: hanno quello stile francese fatto di finezza che è proprio della terza Repubblica. Mi fa molti complimenti, si informa del nostro raid, mette a disposizione mia e dei miei equipaggi quanto può occorrerci: la sua ospitalità è piena di effusione. Viene servito lo champagne. Il signor Saint mi incarica di presentare i suoi omaggi al signor Mussolini”. All’uscita vengono intonati nuovamente i due inni.

Si vorrebbe ripartire già l’indomani mattina, ma vi si è impediti dalla nebbia; se ne approfitta allora per fare la conoscenza di alcuni connazionali, qui affermatisi economicamente: “Lavorarono con profitto, fra la stima generale, negli anni scorsi, quando la Francia procedeva a ingenti opere pubbliche, ora terminate”. Il governatore locale avrebbe organizzato per Balbo una gita a Fez, città santa dei berberi e residenza del sultano; ma l’ospite italiano vi deve rinunciare causa il malanno rimediato nella tempesta ciclonica di Maiorca. “Mi coglie una forte febbre. Il maggiore Longo è il mio medico di fiducia: mi cura all’uso marinaro, con forti massaggi di alcool e pennellature di tintura di iodio. Sul principio sono scettico; ma poi debbo convincermi che la cura è ottima, perché alla sera la febbre scompare”.

Si riparte dunque al martedì, e con una temperatura sorprendente: “Quando siamo partiti dall’Italia il clima era ancora mite, in questa stagione di primo inverno: qui dobbiamo indossare le uniformi pesanti e adoperare il mantello”. Alle 5 tutto il personale sarebbe già a bordo; senonché la persistente nebbia fa ritardare il decollo di tre ore. Una volta in volo, nel rimirare dall’alto i luoghi percorsi in auto il giorno prima c’è ancora spazio per un omaggio all’iniziativa coloniale francese: anche in considerazione della vittoria conseguita pochi anni prima nella guerra contro i ribelli berberi.

“Ecco sotto i nostri occhi un alveo di fiume che scende a serpente verso il mare, l’Uadi Gron; sulla sponda sinistra è la cittadina di Salé, sulla destra l’ampia e pittoresca città di Rabat. Penso al destino di queste antiche città berbere: i francesi hanno fatto dei due antichi centri africani una sola e grande città, che già conta oltre sessantamila abitanti. Rabat era il punto di congiunzione tra il Marocco del Nord e quello del Sud, in mezzo alle due città sante di Fez e Marrakesh: da lì, sul litorale marino, dovevano passare le carovane, perché era impossibile unire le due capitali attraverso una strada nell’interno, ingombro dalle alte propaggini del Medio Atlante e spaccato dalle valli profonde dei fiumi, che per parecchi mesi dell’anno non permettono il guado. I francesi hanno aumentato l’importanza di Rabat, collegandola con le ultime propaggini di Salé e facendone un bel porto; di questa graziosa cittadina hanno voluto fare una base della loro penetrazione nell’interno, non solo dal punto di vista commerciale ma anche da quello militare: e ieri ce ne siamo accorti. Durante la rivolta del Rif convergevano infatti a Rabat, più che a Casablanca, uomini, armi, munizioni della lontana madre patria”.

Senso di ammirazione che prosegue nell’avvistare “la vasta macchia pallida di Casablanca: una delle più graziose città africane – la perla del Marocco Atlantico – trasformata dai francesi e soprattutto dal Maresciallo Lyautey in una specie di Granada africana. La città conta poco più di centomila abitanti; ma per la sua posizione centrale, per la conformazione naturale del suo porto, per la speciale importanza che le hanno dato i francesi è salita oggi all’altezza delle più belle e promettenti metropoli del Continente Nero, degna di figurare vicina ad Algeri, Tunisi, Tripoli, se non ad Alessandria e al Cairo. Dominata dall’alto dalla sua Kasbah, essa mostra un aspetto tipicamente arabo-moresco; anche le nuove costruzioni si sono attenute a questo stile, sollevando verso il cielo arditi pinnacoli di minareti e cupole gonfie di moschee, nonché palazzi bianchissimi dalle torri mozze e quadre, dalla leggiadra decorazione a traforo, con bifore e trifore dal tipo ancor gonfio terminante a punta.

“Lyautey, il grande Governatore francese, aveva lo snob dell’arte, del costume e perfino – lui cattolicissimo – della religione arabi. Ai suoi tempi, prima della guerra europea e della rivolta del Rif – che fu un brusco risveglio e un terribile disinganno – l’elegante Maresciallo subì tanto il colore del paese e la suggestione dell’incanto moresco da considerarsi un poco come un profeta moderno del mondo neo-musulmano: amava parlare arabo, vestirsi all’araba e pregare nelle Moschee. Dietro la sua suggestione, i francesi si sono imbizzarriti a fare di Casablanca la Mecca Atlantica dei Berberi. È facile immaginare di quassù, dove voliamo, il candore abbagliante che congiunge il fasto della “Ville Lumière” agli incanti arabo-moreschi. Ciò che maggiormente colpisce è il tentativo di vegetazione forzata che i francesi vi hanno fatto, creando minuscole oasi di palmizi sopra un pezzo di costa, che la natura aveva designato all’aridità e abbandonato al capriccioso impero delle sabbie desertiche. Ogni casa ha il suo giardino, ogni piazza e ogni contrada le loro palme”.

Dopodiché, nell’analizzare il particolare carattere dai francesi attribuito alla colonizzazione della principale realtà marocchina, viene fuori il sociologo formatosi presso il prestigioso “Cesare Alfieri” di Firenze. “Là dove più intenso è stato l’intervento della civiltà europea e maggiormente si sono diffuse ricchezze, non si vede traccia di Europa; lì anzi si è voluto deliberatamente accentuare il carattere e lo stile berbero: uffici pubblici, banche, caserme, tutto all’araba! Che stranezza! Eppure i marocchini autentici non sono in Casablanca che quarantacinquemila; il resto della popolazione è formato dai nuclei più vari della gente di colore, che si son dati qui convegno attratti dal fervore dei traffici e dalla facilità dei guadagni: un bastardume africano senza carattere. Resta a vedere quale sarà l’avvenire riserbato alla bianca città dopo il mutamento di politica che i francesi hanno dovuto fare per la rivolta marocchina. Casablanca e il suo ricco territorio che la circonda – di color verde tenero – resterà tuttavia, per ogni europeo che vi giunga, uno stupendo esempio di colonizzazione intensiva”.

Ben diverso il colpo d’occhio che si offre alla carovana nel tragitto verso Villa Cisneros: quella sorvolata è infatti la “costa della desolazione”. E il paragone tracciato dalla penna del futuro governatore è proprio con l’aspetto offerto dalla Libia, che egli si sforzerà peraltro di valorizzare: “Io ho visto i più strani e diversi paesaggi nei miei voli; ho percorso in varie direzioni il deserto libico, la sconfinata e malinconica Gefara. Quantunque, sorvolando le nudità desertiche tripoline, il cuore si stringa e si faccia piccolo, tuttavia una certa vegetazione – miserabile ma tenace – non cessa dal mettere qua e là, sulla sabbia, qualche macchia più scura. E non è difficile in Libia, dietro la cunetta di una duna, in un avvallamento striato di madresiepi di sparto, indovinare un formicolamento di greggi nomadi e, di ora in ora, qualche tenda beduina, un filo di fumo che indica un po’ di umano respiro e qualche ciuffo di palma che il sole proietta sulla terra arida. Ma qui, nulla di nulla: soltanto sabbia e sabbia, percossa a perpendicolo dai raggi implacabili del sole; la terra si arroventa all’infinito senza limiti, senza difesa, senza fiato. È la misteriosa plaga del Rio Oro, tragica nella sua nudità, spoglia di tutto, dal monotono uniforme color giallo”.

Ma più che per lo sconforto trasmesso dal paesaggio ci sarebbe da aver paura a dover ammarare per una panne quaggiù da quanto occorso ad altri sfortunati aeronauti: come dimenticare infatti “le terribili peripezie dei piloti spagnuoli o di quelli della linea francese Latécoère, che furono fatti prigionieri dai predoni nomadi e trasportati all’interno; i casi pietosi e tragici di Marcel Reyne, di Odoardo Serre, del pilota Mermoz, degli aviatori Pivot e Vidal”? Fortuna che l’apparecchio balbino non dà segni di cedimento; quelli che mostra invece lo spirito del suo conduttore, come straniato dalla contemporanea perdita delle dimensioni dello spazio e del tempo: sino ad avvertire come insopportabile il senso di isolamento determinatosi.

“L’occhio finisce per abituarsi allo squallido paesaggio che attraversiamo, e alla fine una certa ammirazione brutale per queste immensità occupa il cuore. Abbiamo ancora qualche ora di navigazione. Forse il deserto opera su di noi col suo fascino, che anestetizza l’angoscia come lo sguardo del serpente; il cervello è pieno di indifferenza lucida. Il nostro colossale insetto di metallo divora i chilometri, sorpassa i promontori selvaggi, riempie di rombo le solitudini, vince il mare e il deserto. Si fa in noi uno stato di strano sonnambulismo. È difficile avere il senso del tempo: senza un vigile controllo della volontà sarebbe facile abbandonarsi a un dolce dormiveglia. Subentra una gran voglia di ritrovarsi tra gli uomini; si ha il desiderio di case, di mura, di verde per sfuggire all’incantamento della solitudine”.

A dare il benvenuto alla formazione a Villa Cisneros sono le salve sparate da una cannoniera spagnola. Ad organizzare la base degli atlantici nella minuscola baia sprovvista di ogni struttura ricettiva è stato il capitano Cavallarin, sbarcato dall’Alice; il medesimo piroscafo ha provveduto al trasporto delle tende che dovranno ospitare per la vigilia di Natale gli equipaggi, compresa quella da Balbo già utilizzata alla Versiliana. Il tenente spagnolo che ricopre la carica di governatore del Sahara ha organizzato le cose in grande per il soggiorno degli ospiti italiani, dai pranzi d’onore alle danze delle indigene, “donne di forme spesso perfette ma, ahimè, incredibilmente sudicie. Gli spagnuoli tengono tutti in disciplina col terrore della sete: qui non vi è acqua, che viene portata dalle Canarie per mezzo di navi cisterna. Se qualche negro sgarra, lo si porta fuori dai reticolati: non ha più la sua porzione di mezzo litro d’acqua al giorno…”.

Il giorno di Natale viene dunque trascorso dai nostri in volo, e consumando un pranzo assai poco natalizio: “quel che passa l’aereo convento: una scatoletta di pollo in gelatina e caffè”. Si procede verso sud sino a ritrovare quella vegetazione lussureggiante tipicamente africana: “È incredibile l’effetto che questo splendore vegetale fa sull’animo nostro, tediato da tanta sabbia brulla: è una sinfonia di freschezza, è un gioioso messaggio di vita nuova e, insieme, l’annuncio che la meta è ormai vicina. Siamo infatti in vista dell’Arcipelago di Bissagos, che fronteggia la costa frastagliatissima ove si trova Bolama”. A sparare le salve in onore dei trasvolatori sono stavolta direttamente il Da Recco, il Da Noli e il Tarigo: “La scena è superba. Il sole, già prossimo al tramonto, indora enormi chiome di foreste, che spingono verso le acque della baia i loro rami fronzuti. Le acque specchiano un cielo epico. L’anima si esalta”. Dopodiché il vice governatore portoghese reca alla spedizione italiana il saluto del suo governo.

Mentre mensa ed alloggi per gli aquilotti sono stati predisposti sull’Alice, la solennità natalizia viene celebrata a bordo dei navigatori. “Regna una grande allegria; gli equipaggi aerei, questa sera, sono tutti ospiti della Marina, che ha organizzato sulle tre navi un superbo pranzo di Natale. Siamo sopra un lembo d’Italia, tra compagni d’arme: fratelli nostri, che ristabiliscono intorno a noi, sulla costa d’Africa, un’aria di famiglia. Tutti partecipano a questo pranzo, gli ufficiali a poppa e i sottufficiali a prua: la sera di Natale trascorre così, in una specie di intimità familiare, sulla grande baia che tra poco servirà come punto di partenza dei nostri argentei apparecchi verso lo sconfinato Oceano.

“La mattina seguente ci ritroviamo tutti in perfetta tenuta coloniale: camicia a maniche rimboccate, coi gradi sulle spalline, pantaloncini di tela leggera, stivaloni gialli. Quando occorre metterci in abito da cerimonia, l’operazione è breve: si tirano le maniche della camicia fino al polso. Il calore tropicale della regione non permette altre complicazioni; siamo piombati ai 30 gradi: sole implacabile, aria da serra forzata. Ma Bolama è una cittadina graziosa, di tipo portoghese, con case tutte in muratura e qualche bel palazzotto. C’è perfino una banca: l’Ultramarino. Parecchi ambienti commerciali, un certo fervore coloniale per le vie. Naturalmente la nostra maggiore meraviglia va alla cornice di foreste selvagge, dense e misteriose, che circondano la città e invadono ogni lembo di terra sulle altre isole, ovunque l’acqua dell’estuario e del mare lasci un po’ di posto libero. La regione è tra le più belle del mondo: la Guinea portoghese è veramente – per chiunque nutra un po’ di culto della divina poesia – un luogo di sogno. Per il suo regime di piogge questa terra è un autentico paradiso vegetale: la flora impazzisce di linfa vitale ed ha una esuberanza prodigiosa”.

Squisita si rivela inoltre l’ospitalità portoghese: “Quando, di ritorno dal Portogallo, due giorni dopo arriva il Governatore, Colonnello Leite de Magellais, abbiamo l’immediata intuizione che egli diventerà il nostro più grande amico. La simpatia ha i suoi lampi improvvisi e infallibili”. Mentre la vigilia del grande balzo al di là dell’Oceano regala ai nostri “una strana vita di attesa; soprattutto facciamo lo studio dei bollettini meteorologici che ci giungono tutti i giorni, e più volte nello stesso giorno. Gran parte del buon successo dell’impresa dipende dalle condizioni del tempo: e poiché si tratta di superare una distanza di tremila chiometri, non è facile mettere d’accordo tutti i dati che ci arrivano. La scelta del tempo migliore risulta inoltre non soltanto dallo studio dei dati certi, ma anche dal calcolo su quelli probabili”.

Già alleggeriti non poco alla partenza da Orbetello, i velivoli vengono adesso svuotati per lasciare il massimo spazio al carburante. “Non resta sull’apparecchio neppure il battellino di salvataggio di gomma, che dovrebbe servire a dare ricovero agli equipaggi in caso di perdita dell’idrovolante. Varrà per tutti noi lo stesso principio che è in vigore sulle navi per il solo capitano, che scompare nei gorghi marini allorché l’avverso destino vuole che la nave non si salvi. L’equipaggio degli idrovolanti atlantici resterà sull’apparecchio fino all’ultimo momento difendendone ad ogni costo la sorte come si trattasse di se stessi: ma deve considerarsi perduto nel momento in cui è perduto l’apparecchio. Un battello di gomma, che va alla deriva sull’Oceano, rappresenta del resto un caso di salvataggio quasi impossibile. Sull’idro non rimangono che l’ancora galleggiante e le cime, oltre agli strumenti di navigazione.

“Contemporaneamente si procede subito ad una rapida revisione e ai rifornimenti. Sono deciso a partire il più presto possibile: se il tempo lo permette, il decollo può avvenire anche nella notte tra il due e il tre gennaio”. Il carico minimo indispensabile ad ogni velivolo per la traversata viene fissato a circa 4700 chili, così distribuiti: 3930 di benzina, 150 d’olio, 200 d’acqua, 120 di attrezzatura; cui andranno sommati gli approssimativamente 300 tra equipaggio e viveri. Ciononostante, i motori dovranno comunque spingere su un peso di una decina di tonnellate: impresa già rischiosa di giorno e in condizioni climatiche ideali, figurarsi di notte e all’Equatore.

“È questo un carico superiore quasi di un terzo a quelli massimi sollevati da idrovolanti di 1000 cavalli, in zone equatoriali, nelle precedenti traversate dell’Atlantico. Gli apparecchi hanno la sicura possibilità del decollaggio perché possono alzarsi senza alcun aiuto del vento e della brezza con la sola forza dei motori. L’operazione di rifornimento non è facile: oltre al personale della base vi attendono gli equipaggi stessi del volo, che hanno una cura meticolosa del proprio apparecchio e in certi momenti se lo guardano con occhi da innamorati. Il Colonnello Ilari ha predisposto 14 battellini a remi, ognuno dei quali porta una minuscola insegna col nominativo radiotelegrafico dell’apparecchio corrispondente. Queste imbarcazioni fanno la spola fra la riva e gli apparecchi, che sono ancorati sopra una lunga linea diritta in mezzo alla baia”.

Una volta ultimati i rifornimenti un giovane funzionario portoghese si offre di accompagnare gli italiani in una perlustrazione attraverso l’immensa foresta equatoriale fino al villaggio indigeno di Cassini. “I nostri ufficiali fanno innumerevoli fotografie; naturalmente vogliono fotografare le donne. I mariti negri non fanno difficoltà: anzi chiedono subito se le vogliono fotografare svestite e si affrettano a dare ordini alle loro mogli, le quali posano coll’aria più naturale del mondo. I negri non danno alcuna importanza alla cosa”. In onore degli ospiti vengono rappresentate danze tribali di vario genere, le quali suscitano l’ironia del salace ministro: “Il movimento ritmico si sviluppa prevalentemente nelle parti posteriori. Noto come la civiltà più raffinata dei paesi bianchi si sia affrettata a copiare queste movenze tutt’altro che eleganti nelle danze moderne che fanno la delizia dei ritrovi mondani”.

Si disputano anche partite di calcio fra marinai italiani ed indigeni: scontato l’esito a favore dei primi. Più avvincenti gli incontri di lotta greco-romana cui danno vita gli uomini del villaggio: al punto di indurre gli ospiti a organizzare il “Gran Premio Guinea”, con cento scudi portoghesi al vincitore. “I negri fanno la lotta secondo le norme classiche in uso nell’antichità e rispettate anche oggi nei paesi civili: il vincitore deve mettere il suo avversario con le spalle a terra. L’invito alla lotta viene fatto con gesti curiosi che rappresentano forme di provocazione o di eccitamento o di cavalleria: sarebbe difficile stabilirlo. Prima di abbrancarsi, i lottatori fanno un giro per la piccola spianata a testa alta; e anche ciò ha la sua rispondenza nella classicità: è una specie di esibizione che permette allo spettatore di ammirare i campioni della gara imminente e di valutarne le probabilità di vittoria. Questi negri hanno movenze agili e una certa plasticità di forme che dà ai loro corpi una bella linea. Il campionato di lotta trova in noi un pubblico entusiasta: un pubblico – possiamo ben dirlo – di eccezione”.

Ma la settimana di sosta in attesa del plenilunio viene riempita anche con suggestive battute di caccia. “Non manca la selvaggina. Tutta la fauna tropicale respira e vigila nel mistero pieno d’ombra degli alberi giganteschi: pantere, leopardi, leoni. Uccido un leopardo col sistema caratteristico di questi paesi: si fissa in fronte una lampadina elettrica, la quale getta tra i rami il suo raggio e immobilizza gli occhi vitrei fosforescenti della belva, che offre così una mira sicura. Davanti a noi fuggono antilopi, gazzelle, gattopardi; falangi di macachi stridono al nostro passaggio. È uno scenario da romanzo d’avventura. Abbiamo festeggiato il capodanno con una grande caccia all’ippopotamo”. Non ci si fanno scrupoli nei confronti dei malcapitati animali: “Gli ippopotami vengono a partorire su questa laguna che è, per ciò stesso, il luogo più propizio alla caccia”. Invano una di queste “bestiacce dall’enorme bocca piatta da can bulldog, avvertito il pericolo, rituffa la testa nell’acqua dandosi alla fuga”. La sua carcassa verrà portata sull’Alice dagli indigeni: chissà se qualcuno avrà il coraggio di cibarsene. Ma tant’è: “Abbiamo passato un capodanno indimenticabile”.

 

La sciagura annunciata

Il positivo esito della prova di decollo effettuata da Maddalena il giorno successivo, nell’ora più calda, in assenza di vento e con a bordo i previsti 4700 chili di carico accresce nei nostri la fiducia che neppure il clima equatoriale possa fermare la partenza degli idrovolanti: “Ciò che era stato possibile di giorno deve essere più facile di notte, quando la temperatura si abbassa”. Ulteriore incoraggiamento all’impresa giunge dalla visita che ai trasvolatori compie il pilota Mario Rasini, attualmente impegnato, assieme a Francis Lombardi e Franco Mazzotti, nel periplo africano. “Il saluto dei tre campioni del turismo aereo italiano ci recò grande gioia. Facemmo festa al camerata Rasini, che rimase con noi due giorni e poté assistere agli ultimi preparativi per il grande volo”. Il quale tuttavia slitta: i bollettini segnalano infatti tempo avverso sull’Oceano. “In una impazienza crescente passano così il 3 e il 4 gennaio. La nostra attesa ha ormai un carattere febbrile: scrutiamo di continuo il mare e il cielo”.

Un’importante novità ravviva nel frattempo l’ansiosa vigilia della partenza: essa riguarda il numero dei velivoli che proseguiranno la crociera. “La traversata atlantica avrebbe dovuto essere compiuta soltanto da dodici idrovolanti: due apparecchi – già stabiliti come “officina” – sui quattordici giunti a Bolama dovevano di qui far ritorno in Italia. Ma i capitani Donadelli e Teucci che comandano questi idrovolanti mi hanno fatto preghiere così accorate, e così stringenti pressioni, che all’ultimo momento ho deciso di farli partire con noi verso l’opposta sponda atlantica. I loro apparecchi sono stati rapidamente scaricati del materiale e approntati per il volo oceanico: invece dei serbatoi supplementari hanno imbarcato latte di benzina, come già fatto da altri apparecchi della Crociera per perdite verificatesi nei serbatoi”.

Partono intanto gli esploratori, per poter essere al loro posto in mezzo all’Oceano una volta che sopraggiungerà la carovana volante. Il momento è solenne: “Alto sul ponte di comando del Da Recco, l’Ammiraglio Bucci rivolto col megafono verso l’Alice grida con voce potente: “Per S. E. Balbo: I marinai d’Italia vi salutano, coi vostri compagni! Che Iddio vi protegga sul mare per la gloria della Patria!”. Grido un alalà alla Patria, al Re, al Duce, e il mio grido viene ripetuto dai petti robusti dei miei equipaggi. Dal Da Recco s’alzano le note di Giovinezza, mentre i marinai salutano alla voce. Indimenticabile momento! Viva e folgorante, la Patria è qui, sul mare e sul cielo. Palpitano i nostri cuori; le anime nostre sono gonfie come vele: anelano allo spazio infinito. Addio, Ammiraglio, arrivederci a Bahia! Questa parola ormai ci elettrizza”.

Eppure bisogna aspettare: il meteo atlantico non accenna a migliorare. Finché il 5 gennaio il comandante non decide di rompere nuovamente gli indugi, assumendosi la responsabilità di partire in base ad un ragionamento non privo di audacia. “Se il tempo rimanesse uguale per altri tre giorni, certamente ci impedirebbe di fruire dei vantaggi della luna: non vi è dunque neppure la possibilità di aspettare, col pericolo di trovarci poi su quei margini estremi di navigabilità che ci costringerebbero ad affrontare la traversata in qualunque condizione, con un rischio ancora maggiore. E poi chi ci garantisce che, attendendo ancora un giorno, la luna riuscirà a risplendere in un cielo sgombro di nuvole, e ci metterà domani nelle condizioni ideali, che da tre giorni invochiamo? E se, per caso, domani sera il tempo fosse peggiore? Se perdurasse per altri due o tre giorni in condizioni avverse? Bisognerebbe rimandare la crociera di un mese o rinunciarvi del tutto. È quindi deciso: questa sera si parte”.

Programma mantenuto anche dopo che gli ultimi bollettini annunciano grossi piovaschi: la partenza viene solamente posticipata dalle 23.30 all’1.30 del 6. In tale determinazione, la camicia nera che ci si premura di indossare diviene “il simbolo della volontà fascista di vincere questa battaglia a bandiera spiegata contro la sfinge oceanica”. Allorché gli equipaggi salgono sugli apparecchi, mascherare la tensione che caratterizza la crucialità del momento diviene l’imperativo del ministro: “Voglio mostrarmi indifferente più ancora che tranquillo. Dalle acque sottostanti qualcuno mi lancia nella notte il suo alalà. Vedo Longo che mi saluta non riuscendo a trattenere la commozione: rispondo beffeggiandolo. Anzi, mi siedo a un tavolino sul ponte stesso, bene in vista agli equipaggi che s’imbarcano, mi faccio dare un mazzo di carte da giuoco e incomincio una partita a scopa col generale Valle. Le carte spesso s’ingarbugliano fra le nostre mani e la partita va a rotoli; non importa: continuiamo a giuocare fino al momento in cui l’ultimo equipaggio non ha raggiunto il proprio apparecchio”.

Il decollo avverrà per squadriglie, con qualche minuto di intervallo fra l’una e l’altra: “I motori sono in moto, le eliche girano con furore: scocca l’ora che abbiamo tanto attesa. Solo il rombo dei motori rompe il silenzio della notte; degli apparecchi non si vede che il piccolo faro di rotta nella punta dell’ala”. Al momento in cui tutti gli idrovolanti sono pronti, per primo Balbo lancia il suo “nell’ignoto verso l’ignoto a tutta velocità. Non appena ci stacchiamo dall’acqua, metto l’altimetro a zero e mi affido alla precisione degli istrumenti; per venti minuti non vi è altro da fare: guadagnare quota e filare. Impossibile conoscere però la quota del nostro volo se non sul quadrante radionizzato dell’altimetro; intorno a noi tenebre, cielo chiuso, aria cupa. Nessun punto di riferimento; possiamo essere alti nel cielo venti metri come duemila. Ma gli occhi nostri – fissi all’altimetro che funziona perfettamente – ci permettono di regolare il volo, prendendo quota in linea retta senza mai perdere velocità. Tutto lo sforzo del sollevamento di questi diecimila chili è affidato ai nostri motori, che battono il tempo con vittorioso, trionfale, sicuro respiro. Siamo salvi!”.

Abortisce invece il lancio l’apparecchio di Valle; il quale tuttavia, scaricati 200 litri di carburante in eccesso e ripartito dopo un’ora e mezzo, sfruttando al meglio la costante spinta degli alisei riuscirà a ricongiungersi alla formazione, per ammarare assieme ad essa a Natal. Dall’Alice Balbo apprende inoltre che non sono partiti neppure Recagno e Boer: in volo sono dunque in undici. Nel suo animo affiorano così i ripensamenti: “Se le condizioni del tempo fossero state migliori! Se vi fosse stata la luna! Se ci avesse aiutato la brezza! Ma sono pensieri oziosi, e li caccio: non potevamo fare diversamente. Nei calcoli di probabilità – tante volte ripetuti durante i mesi precedenti – il maggior rischio è sempre stato individuato nel decollaggio notturno a carico completo. Quando gli equipaggi si sono imbarcati, in quel momento drammatico, quanti si sono detti: “a chi toccherà?”. Forse a me, dicevo a me stesso: e l’animo mio, come quello di tutti i camerati, era pronto al sacrificio, certi di fare, con il nostro olocausto, più grande la Patria”.

Per delicatezza il radiotelegrafista di bordo non comunicherà che a giorno fatto al comandante quanto verificatasi al momento del decollo, risultato tragico per l’Iboer e l’Ireca. Il primo – per un probabile corto circuito tra i vapori di benzina – si è infiammato cinque minuti dopo lo stacco, non lasciando scampo all’equipaggio: Luigi Boer, Danilo Barbicinti, Felice Nensi, Ercole Imbastari. L’altro, fallito anch’esso il lancio notturno, lo ha ritentato nei primi albori, inizialmente con esito più felice; ma per una perdita di velocità dovuta all’eccezionale carico è ripiombato ben presto in mare, sfasciando lo scafo destro e provocando la morte del motorista Luigi Fois. Incolumi invece gli altri tre componenti l’equipaggio, tratti in salvo dalle lance di soccorso.

Cinque quindi le vittime mietute dal decollo più temuto, per questo così studiato e preparato; la camicia nera indossata per l’occasione non ha dunque portato bene ai nostri. Balbo che ha dato via libera alla partenza nonostante la latitanza lunare rimugina adesso su quanto deciso, cercando conforto con l’immaginare scenari anche peggiori: “Che cosa sarebbe accaduto se oltre alle preoccupazioni ordinarie di un volo notturno in queste condizioni avessimo avuto anche una bufera di pioggia? Quanti apparecchi avrebbero resistito? Quanti avrebbero dovuto ammarare, col rischio di inabissarsi sull’Oceano?”. Solamente tirando diritto si possono allora superare i pensieri neri: “Avanti, avanti. La notte atlantica incombe su di noi: sono passate due ore, incomincia la terza. C’è qualche capo squadriglia che corre troppo, qualche altro troppo poco; i radiotelegrammi si inseguono. Mantenere la formazione è una fatica improba in una notte come questa”. Lo stormo sorvola a questo punto il primo degli esploratori, il Da Recco, il quale coi razzi segnala la propria posizione.

Neppure la luce del giorno riesce ad illuminare una giornata nata così male: “Incominciamo a vedere meglio, dentro e fuori dell’apparecchio; ma non è l’aurora che noi speravamo: l’aria è pesante, annuncia la pioggia imminente. Le nuvole impediscono al sole di folgorare l’accidia e il tedio della notte; si avverte la presenza del sole senza vederlo. Speravamo in un lavacro di calore e di luce solare: non ci vengono concessi né l’uno né l’altra. Bisogna rinunciare ai rilevamenti: accontentarci della bussola. Così continuerà durante molta parte della giornata: cielo grigio, mare grigio. Lancio con la radio l’appello agli apparecchi; subito mi giungono le risposte. Posso comunicare a Roma – dove è già giorno fatto, perché vi sono due ore e mezzo di differenza fra l’Italia e il punto in cui ci troviamo – che dodici apparecchi navigano regolarmente verso Natal, in formazione perfetta, e che sono arrivati a un terzo circa della traversata. Mentre telegrafo penso al Duce, che per primo leggerà queste parole, e ai 42 milioni d’Italiani ai quali la buona novella darà gioia e luce al cuore: anch’essi, come noi, saranno lieti di sapere che nessun apparecchio ha avuto necessità di ammarare sull’Oceano durante le prime sei ore della notte, che dodici apparecchi sono partiti da Bolama e dodici sono in viaggio verso la costa del Brasile”.

Appreso finalmente della sciagura che ha fatto fuori gli altri due, Balbo ha una reazione fatalistica: “Penso subito che l’incidente debba essere ascritto a quei fatti imponderabili che in aviazione si verificano quando si raggiungono i limiti delle possibilità: in quei momenti basta un attimo per essere trascinati ad una impercettibile manovra sbagliata, che riesce fatale. Se poi, come nel caso dell’Iboer, si produce un corto circuito, allora la causa della rovina è superiore a qualsiasi umana volontà e maestria, ed è da attribuirsi all’incontrollabile giuoco della fatalità”. Con il passare delle ore la tensione nervosa causata dal continuo rischio di collisioni tra gli apparecchi in quella “foschia sterminata, senza un punto di riferimento, in cielo o in acqua, anzi senza scorgere mai né l’uno né l’altra, tagliando un mare di nebbia” porta proprio colui che ha ideato la crociera a maturare sorprendenti riflessioni sui vantaggi del volo in solitaria.

“La formazione ha logorato i nostri nervi, ha affaticato la nostra resistenza e messo a dura prova le macchine. Volare in formazione, per diciotto ore consecutive, vuol dir toccare continuamente i motori, sottoporli a sforzi ingenti, variarne ad ogni momento il regime aumentandolo di cinquanta giri o diminuendolo di trenta, in un’alterna incessante dura vicenda. È una disciplina che costringe ogni tanto a fare deviazioni, che pesano sul chilometraggio totale e tolgono ogni autonomia al pilota  nella scelta della rotta. Il volo isolato dà libertà, velocità, sicurezza; il volo in formazione aggiunge alle difficoltà ordinarie di una traversata oceanica quelle di un controllo permanente non solo di sé, ma degli altri. Penso che, se dovessi ripetere il volo atlantico, preferirei fare tre volte la traversata dell’Oceano da un capo all’altro, da solo, piuttosto che farla una volta in formazione: gli effetti del rischio e le probabilità di incidenti vanno moltiplicati per il numero degli apparecchi che prendono parte alla traversata, mentre chi è solo pensa per sé…”.

Allo scadere della nona ora di volo – dunque circa a metà percorso – un altro idrovolante abbandona: si tratta dell’Ibais, costretto ad ammarare in pieno oceano per un guasto al radiatore; la manovra viene peraltro portata magistralmente a termine, nonostante i 3000 chili di carburante ancora a bordo. L’Alice invia allora in suo soccorso il Pessagno: radiogonometratane la posizione il navigatore fa rotta verso l’apparecchio, che a sua volta provvede a determinare esattamente la deriva mediante l’ancora galleggiante. Soltanto nove ore più tardi esso riuscirà tuttavia ad avvistarlo, in balia dei flutti tra i quali il velivolo appare e scompare, per poi trainarlo per 760 miglia.

Ma le peripezie non sono affatto finite: “Il rimorchio si spezza parecchie volte, ma l’apparecchio viene ripreso mercé l’abnegazione dell’equipaggio, che dopo avere compiuta la fatica della traversata in volo vuole ora riportare felicemente l’Ibais a destinazione”. Tra i responsabili della trasvolata emerge tuttavia una divergenza di vedute circa il da farsi; con il ministro che rappresenta sì il vertice politico della spedizione, ma non quello tecnico-militare: consapevole di ciò, egli si risolve a cedere. “La mia idea è che le riparazioni siano fatte a Fernando de Noronha; ma il mare è cattivo, soffia un vento fortissimo e tutti sono del parere che l’apparecchio possa continuare il suo viaggio a rimorchio fino a Natal: mi lascio convincere, ma ho l’oscuro presentimento dell’avverso destino. Infatti il Pessagno continua la sua marcia verso la costa del continente trascinandosi l’idrovolante; ma poche ore dopo, verso le tre di notte, per un banale errore di manovra dovuto, più che altro, alla spossatezza degli uomini che da oltre sessanta ore attendono alla difficile operazione di rimorchio, la poppa della nave batte contro l’apparecchio: uno scafo si sfascia, l’acqua vi penetra dentro e l’idrovolante è tutto sbandato da una parte e non può continuare la marcia. Viene salvato il salvabile e il resto abbandonato ai gorghi dell’Oceano”.

Un’impresa non meno audace è quella tentata nel frattempo dall’equipaggio agli ordini di Donadelli: il quale, una volta rimasto l’apparecchio senz’acqua per la rottura del radiatore allorché si trova a 600 chilometri da Noronha, ammara nell’intento di sostituirla con acqua di mare per poi raggiungere autonomamente l’isola. Rivelatosi tale proposito impraticabile, il velivolo ha avuto tuttavia la fortuna di andare ad ammarare proprio di fianco al Da Noli: che gli uomini dell’Idona accolgono schierandosi impeccabilmente sulle ali. Rimorchiato per 18 ore fino a Fernando de Noronha e riparato il guasto, l’idrovolante riparte alla volta di Natal, per ricongiungersi finalmente allo stormo.

Se non altro l’identità del guasto verificatosi sulle due unità ne ha rivelato un difetto strutturale: “Il radiatore attuale dell’S. 55 non è evidentemente abbastanza perfezionato, come montaggio, per voli lunghissimi. Già vi abbiamo riscontrato difetti nelle tappe precedenti; l’esperienza che ora facciamo sull’Oceano ci sarà preziosa per l’avvenire: si tratta del resto di un particolare accessorio. Noto come la rottura dei radiatori sia facilitata dalle vibrazioni dell’elica: la quale, alla sua volta, risente troppo delle violente precipitazioni equatoriali”.

Ma al di là di tali considerazioni tecniche, resta il valoroso comportamento degli uomini: “Gli equipaggi dei due idrovolanti hanno fatto il possibile per evitare l’ammaraggio. Tanto sull’Ibais quanto sull’Idona una volta avvertita la perdita d’acqua si è tentato di continuare ugualmente il volo, immettendo nel radiatore tutto il liquido disponibile a bordo. Gli equipaggi hanno sacrificato la riserva dell’acqua, le bottiglie dell’acqua minerale, i termos del caffè; hanno per fino adoperata l’orina: ma la temperatura del motore continuava a salire. Vi era il pericolo di renderlo per sempre inservibile: e dopo avere sacrificato le ultime risorse, comprese quelle personali, sono dovuti scendere in mare”.

Un lusinghiero bilancio emerge poi dal rendimento sia degli apparecchi telegrafici (“il genio inventivo italiano ci apre molte possibilità anche per il futuro in casi di voli in formazione attraverso grandi distanze”) che del motore: “Mentre voliamo ne ascolto il battito regolare, uniforme, sicuro. Non abbiamo avuto un incidente – neppure il più piccolo – per causa del motore da Orbetello fino a questo momento: e già abbiamo al nostro attivo quasi 8000 km, fatti in continuazione sotto i climi più diversi e con regimi altissimi. Sono molto soddisfatto anche del portamento dell’apparecchio: l’S. 55 ha doti di stabilità che non ho conosciuto in alcun altro velivolo. Per i suoi requisiti aero-dinamici di centraggio e per le sue qualità marittime, lo considero assolutamente insuperabile”.

Dopo 14 ore di volo la formazione avvista a sua volta Fernando de Noronha: col forte vento oceanico ad agitare il mare circostante facendo rollare pesantemente l’ultimo esploratore, il Malocello, qui posizionatosi in attesa di ordini, carico di latte di benzina. Il programma prevede infatti che, in caso di necessità, lo stormo ammari nei pressi dell’isola per fare rifornimento: senonché le sette ore di autonomia che ancora garantiscono le scorte di carburante rendono inutile lo scalo.

La meta non è lontana: Porto Natal dista ora non più di 400 chilometri. Ma c’è ancora spazio per un episodio curioso: la pattuglia aerea sorvola un piroscafo inglese, che le chiede via radio la propria posizione. “La situazione tra navi e velivoli è completamente invertita! Le ultime due ore di volo passano quasi senza che ce ne accorgiamo. Sono le 19,30 di Greenwich: ecco la linea giallastra del continente! Ecco Natal! In questo momento scompare ogni stanchezza; siamo in volo da circa 18 ore. Quando tocchiamo le acque di Natal, la testa è un poco confusa, e le orecchie ci rombano: ma il cuore è leggero e giocondo. Già suonano sulla riva le allegre fanfare di Giovinezza che salutano la nostra vittoria”.

 

Alla meta

In onore dei trasvolatori suonano a distesa anche le campane della città: l’Ibalb in testa, nel giro di una decina di minuti tutti gli apparecchi ammarano nell’ordine stabilito, compreso quello di Valle. “Gli equipaggi hanno un aspetto di fierezza nella loro camicia nera, che li fa due volte soldati; la stanchezza per il momento non si fa sentire”. Forte è l’orgoglio per quanto compiuto: “Questo gruppo di Italiani, valicando l’Oceano, ha servito non soltanto il proprio paese, ma la causa dell’umanità, che si sente oggi più unita attraverso le enormi distanze, stretta da vincoli di insospettata solidarietà, fatta più certa del suo destino di progresso e di civiltà”.

Il primo ad accogliere Balbo è il generale Pellegrini: “Lo stringo molto affettuosamente al petto. Egli in questo momento rappresenta i miei camerati d’oltre oceano, che intendono esprimere il loro sentimento verso di noi, che abbiamo portato vittoriosamente fino a Natal i colori della Patria”. Segue l’incontro con “il gruppo degli amici che hanno passato le ultime 18 ore in un’alternativa di ansia e di speranza forse superiore alla nostra”: i giornalisti italiani, il nipote dello stesso ministro, Lino (a sua volta tenente degli alpini), il capitano Bertoli che ha organizzato questa base, il vice console Mauro, il rappresentante consolare locale Lettieri. Quindi l’“enorme folla” composta dagli italiani residenti nella regione: “Tutti mi circondano, mi guardano commossi, mi gridano il loro evviva, mentre le autorità brasiliane si affollano intorno agli aviatori. Tra canti, suoni e allegri interminabili scampanii veniamo portati alle nostre automobili, e di qui fino agli alloggi prestabiliti”.

Ove tutto è stato organizzato alla perfezione: dal bagaglio personale di ciascun trasvolatore (partito dall’Italia due mesi prima sull’Aosta) alla posta, dalle docce “ristoratrici” al cuoco italiano. Infine il meritato riposo: “Il sonno dei miei camerati più giovani è così forte che si può impunemente attraversare la loro stanza senza pericolo di svegliarli. Forse rivedono in sogno il cielo chiuso e cupo e senza luna della notte oceanica, forse ripercorrono con la fantasia eccitata la distesa interminabile delle acque plumbee, forse odono lo scroscio dei piovaschi percuotere furiosamente le ali dell’apparecchio: ma il riposo ristora ormai i loro muscoli vittoriosi, rasserena le loro anime di grandi fanciulli. In questo momento essi certo non sanno che tutto il mondo civile parla di loro; non hanno che un barlume della grandezza storica dell’impresa compiuta: sanno solo di avere reso un grande servizio alla Patria”.

Trasmesso il saluto della formazione al Duce, il responsabile della crociera non riesce invece a dormire, “ossessionato dal pensiero dell’equipaggio che si è perduto a Bolama”. Per quanto tutte le testimonianze facciano pensare ad una tragica replica di quanto capitato a Orbetello all’apparecchio di Baldini e Ambrosino, confidando nel fatto che sinora le notizie sono sì “categoriche, ma mancano di tutti i particolari” egli accarezza la speranza che quegli uomini possano essere finiti naufraghi su qualche recondita spiaggia. Al mattino, non appena giunge in porto il Malocello, Balbo fa allora telegrafare a Bolama; la risposta cancella ogni illusione: le affannose ricerche condotte per tutta la baia dell’equipaggio disperso non hanno dato alcun esito, né il mare ha restituito alcun rottame del velivolo. Non resta allora che onorare la memoria degli sfortunati compagni con la titolazione a loro dei restanti apparecchi, ed accostandoli ad altri gloriosi caduti con la divisa di aviatore, in modo da concludere la prestigiosa impresa nel loro nome.

“Ai “transvolatori” che ascoltano con austera fierezza l’ultimo verdetto del destino sui loro camerati dell’Iboer che tronca ormai ogni speranza, non debbo dire tortuose parole: ordino invece che ciascun apparecchio “atlantico” porti sullo scafo il nome di un grande eroe dell’aria, caduto per la Patria. Così al mio idrovolante viene dato il nome di Francesco Baracca; quello di Valle porterà il nome di Guidoni, quello di Maddalena di Penzo, quello di Longo di Crosio, quello di Marini di Del Prete. All’idrovolante di Agnesi viene imposto il nome di Boer; quello di Draghelli è battezzato Barbicinti, quello di Baistrocchi Fois, quello di Donadelli Imbastari, quello di Calò Nensi: sono i cinque che continueranno la leggendaria crociera sulle prore degli scafi dei camerati amatissimi. E gli apparecchi di Cannistracci e Teucci portano ora l’insegna di Ambrosino e Stemperini, che si immolarono a Orbetello durante la preparazione del volo”.

Fioccano intanto dall’Italia i telegrammi di congratulazioni. Per primo quello del re: “Desidero non tardare a rallegrarmi molto cordialmente con Lei e con i suoi valorosi compagni per la felice riuscita della loro ardua e gloriosa impresa”. Quindi Giuriati: “La vittoria delle ali italiane, la tua vittoria, camerata Quadrumviro, esalta l’orgoglio delle camicie nere. Ai prodi compagni tuoi ti prego di recare il mio saluto e il mio plauso. I fascisti per tuo, per vostro merito traggono oggi il sicuro auspicio di maggiori trionfi”. Mentre un tutt’altro che telegrafico messaggio ha predisposto D’Annunzio, che anche per l’occasione non manca di rinunciare ai vezzi del proprio ieratico personaggio. Nell’ampolloso papiro, ricordata ai “vittoriosi compagni” trasvolatori la continuità fra la loro impresa e “la notte marina di Cattaro, della nostra guerra ammirabile”, con “cuore gonfio di allegrezza e di malinconia e di orgoglio” il Vate li invita altresì a comprendere “la tristezza dell’uomo ancor valido e ancor temerario costretto a dire “e io non c’ero”!”.

Concessa agli ospiti dal governo brasiliano la franchigia sul telegrafo nazionale, l’afflusso dei messaggi supera a un certo punto ogni immaginazione: a felicitarsi sono infatti “Re, Principi, Capi di Governo, Ministri, uomini di Stato, luminari della scienza e dell’arte, assi dell’Aviazione, costruttori e inventori, sodalizi, istituzioni, amici, conoscenti, persone mai vedute e mai conosciute, di tutti i cinque continenti. Soltanto dall’Italia sono giunti oltre duemila dispacci; gli impiegati del telegrafo hanno le mani nei capelli e lavorano giorno e notte. Per rispondere a tutti occorreranno quindici giorni: quando si crede di aver finito, si è ancora al principio. E sono tutti bellissimi: improntati ad alti sentimenti di fervido patriottismo, di solidarietà aeronautica, di esaltazione civile ed umana. Mi telegrafa perfino qualche antifascista dalla Francia. Questo plebiscito ci dà il senso delle proporzioni gigantesche che l’impresa italiana ha assunto nel mondo. I miei piloti guardano con occhi sbarrati la montagna azzurra dei telegrammi, poi guardano me con immenso affetto e gratitudine”.

Tempestivamente inviato dal ministro al capo del governo un dettagliato rapporto sulla traversata oceanica, viene quindi inaugurata una colonna romana dedicata all’impresa realizzata nel ’28 in questa medesima terra da Del Prete e Ferrarin: a donarla è stato lo stesso Mussolini, che l’ha personalmente scelta fra quelle emerse nei recenti scavi che hanno interessato il Campidoglio. Con le patriottiche targhe che la ornano a sancire la continuità fra quella trasvolata e la odierna; nonché la solidarietà latina italo-brasiliana: “il mistico ponte che unisce i due popoli figli di Roma”, peraltro destinato ad essere fatto sciaguratamente saltare con il secondo conflitto mondiale.

“Portata in un balzo sopra ali veloci oltre ogni tentata distanza da Carlo Del Prete e Arturo Ferrarin Italia qui giunse il V luglio MCMXXVIII – L’Oceano non più divide ma unisce le genti latine d’Italia e Brasile”. “Italo Balbo qui giunto con la crociera aerea transatlantica sulla via prima tracciata da Carlo Del Prete e Arturo Ferrarin a loro perenne ricordo questa colonna capitolina donata da Benito Mussolini alla città di Natal consacrava il VI gennaio MCMXXXI”. È il vescovo di Natal a celebrare la messa in suffragio del grande aviatore lucchese venuto a morire quaggiù; dopodiché Balbo si reca a deporre una corona di fiori al monumento ad Augusto Severo, aeronauta locale pioniere del volo in dirigibile, schiantatosi a Parigi nel 1902 (“suo figlio è presente e mi stringe commosso la mano”).

Giunto felicemente a destinazione l’8 gennaio l’apparecchio di Donadelli, la sera del 9 viene comunicato che quello di Baistrocchi, a rimorchio del Pessagno, è ormai in vista di Fernando de Noronha: segue la discussione sulla sua destinazione, con l’infausto esito che sappiamo. “La notizia mi giunge alle prime ore del mattino. Già dal giorno precedente le mie condizioni fisiche non sono invidiabili: forse l’eccesso di fatica o la tensione nervosa mi hanno prodotto una febbre leggera, ma insistente, che mi deprime. Quando apprendo che l’Ibais è perduto proprio davanti alle coste brasiliane, dopo mille e quattrocento chilometri di rimorchio, il disappunto mi aumenta la febbre e il malessere; passo alcune ore veramente poco piacevoli. Vorrei ripartire subito per Bahia; ma gli equipaggi mi fanno un’affettuosa violenza: vogliono vedermi del tutto ristabilito. Partiremo dunque domattina”.

L’11 gennaio in sei ore la comitiva raggiunge Bahia, senza incontrare alcuna difficoltà: “Ormai, dopo la traversata atlantica, qualsiasi volo, anche il più difficile, ci sembrerà un gioco”. Ad accogliere il ministro è il colonnello Collalti, che ha organizzato la base; con una compagnia della marina brasiliana a rendere ai trasvolatori gli onori militari. Tra la folla acclamante sono presenti molti connazionali (“vedo con piacere che indossano quasi tutti la camicia nera”), in prevalenza lucani: “I primi emigrati che qui arrivarono cinquanta o sessanta anni fa, nel momento in cui il Brasile prendeva lo slancio per iscriversi tra le nazioni più ricche del mondo, erano della provincia di Potenza. Presto essi chiamarono i loro parenti e i loro amici, bonificarono e misero a coltivazione gran parte del territorio interno dello Stato di Bahia, che è fertilissimo; alcuni rimasero invece in città e si diedero con fortuna al commercio. Il loro spirito pratico, la loro parsimonia, la volontà di lavorare che manifestarono fin dai primi tempi attirarono il rispetto e la simpatia dei brasiliani verso la colonia italiana, che con tanto ardore collaborava alla risurrezione economica del paese”.

Per iniziativa della medesima comunità italiana viene inaugurato, nella piazza prospiciente il ginnasio riservato ai nostri connazionali, un busto a Virgilio. La cerimonia avrebbe dovuto avere luogo il 15 ottobre, per il bimillenario della nascita del poeta; ma a causa degli eventi rivoluzionari è stata rinviata, facendola infine coincidere con l’arrivo degli atlantici. Presente l’intera colonia italiana di Bahia – a cominciare da insegnanti e studenti del ginnasio – a prestare il servizio d’onore è così un picchetto di marinai degli esploratori di scorta alla crociera; mentre a fianco delle autorità brasiliane sono lo stesso Balbo, l’ammiraglio Bucci, il console Laorca, il segretario del Fascio Bertini, il presidente del circolo italiano Mercuri.

Constatato come i figli degli emigrati “dimentichino presto la madre lingua”, nel ricevimento in onore degli aeronauti che ha luogo presso la sede del Fascio il ministro sottolinea la necessità che le nuove generazioni conservino intatta la parlata italiana. “Nessun mezzo vale quanto questo a conservare l’amor di Patria. Gli Italiani di oggi, soprattutto quelli che vivono in paesi stranieri – affermo – debbono sentirsi fieri e orgogliosi di appartenere ad una tra le più nobili e potenti Nazioni del mondo. Gli applausi che coronano le mie parole mi dimostrano che ho toccato nel segno”. A ricordo dell’impresa viene quindi inaugurata una lapide predisposta dai fascisti locali.

Fissata la partenza per la mattina del 15, nei tre giorni che trascorre a Bahia Balbo è ospite di un imprenditore di origine lucana, il commendator Bertilotti, “che si è costituito un’alta posizione finanziaria e sociale col suo assiduo lavoro. Egli vorrebbe organizzare per noi una partita di caccia nell’interno, dove possiede una bene organizzata fazenda. Ma la mia salute non è ancora del tutto ristabilita; d’altra parte non abbiamo molto tempo disponibile se vogliamo esaurire il programma dei festeggiamenti che ci è stato preparato: debbo dunque rinunciarvi”. Non possono invece essere eluse le esigenze protocollari: “I Brasiliani tengono molto alle forme: il cerimoniale esige che ogni visita sia restituita, che non si trascurino le più varie e diverse autorità e che tutto sia eseguito con l’ordine più meticoloso. L’ubbidire a queste norme costa un po’ di fatica; ma io voglio che i nostri ospiti mantengano buon ricordo degli Italiani che sono giunti fino a loro per le vie dell’aria. Mi presto quindi volentieri alla non indifferente corvée”.

Ma la città si contraddistingue anche per la sua religiosità, punteggiata com’è da un “numero inverosimile di cupole e campanili; qualcuno mi ha detto che essa conta trecentosessantacinque chiese: una per ogni giorno dell’anno. Sarebbe dunque giustificato il bel nome, pomposo e mistico, che i suoi scopritori le diedero ai primi del 1500: Bahia de Todos los Santos”. Si trova allora il tempo per una visita al convento della Guardia, ove è presente un folto gruppo di cappuccini marchigiani, fra cui due valorosi reduci di guerra: “Padre Pietro da Crispiero, Cappellano militare presso il 93° reggimento fanteria e decorato di medaglia di bronzo al valore, e Padre Stefano da Recanati, appartenente a un gruppo di Alpini, prode tenente combattente, fatto prigioniero dagli austriaci durante uno dei più noti incontri di guerra. Lo spirito di questi frati è altissimo, tutto fervido di amor patrio, pieno di ricordi simpatici: trascorro con loro un’ora piacevole”.

Dopodiché il pensiero ritorna ai protagonisti meccanici della crociera: “Questa è l’ultima tappa che ci attende e deve essere compiuta senza il più piccolo incidente. Gli undici apparecchi ancorati in mezzo al magnifico golfo non attendono che di spiccare il volo. Mentre scende la sera, tutta ammantata di bei colori purpurei forieri di tempo sereno, li contempliamo dall’alto con riconoscenza ed amore. Domani il gran volo fra l’Italia e il Brasile si chiuderà in un’apoteosi”. La parola d’ordine trasmessa agli equipaggi è perciò perentoria: “chi non arriva puntualmente a Rio col proprio apparecchio, è squalificato”. Particolarmente meticolose risultano di conseguenza le ultime ispezioni a motori e installazioni effettuate prima del decollo: alle 8 tutto è pronto. “Salutiamo con cuore amico i campanili barocchetti, che dominano la bianca distesa della città – così ospitale, così garbata, così graziosamente portoghese – e prendiamo la via del Sud”.

 

L’apoteosi

Come auspicato, sospinto da un vento ideale il volo non presenta alcuna difficoltà, favorendo così l’attenzione per la vastità delle opportunità agricole offerte dalla distesa attraversata: “La mattinata sull’Oceano è riposata e deserta, come ferma in un incantesimo. Ogni tanto la spiaggia si popola di palme ad alto fusto che annunciano da lontano un gruppo di case coloniche; intorno sono appezzamenti coltivati a canna, cotone o caffè. Molto interessanti i quadrati di terra regolari ricoperti dalle larghe foglie del tabacco; fra gli acquitrini cresce, coi suoi mille gambi sottili, il riso. Qui delle tipiche coltivazioni brasiliane nessuna varietà manca; ma l’estensione della gran piana è così vasta che il terreno incolto e la radura selvaggia – di un verde più fosco, completamente deserta – finisce sempre per dominare. Quanto posto vi è ancora per chi abbia voglia o necessità di impiegare le braccia!”.

Avvicinandocisi a Rio, sei biplani brasiliani decollati da Vitória si uniscono alla formazione italiana per accompagnarla sino al traguardo. Potendo raggiungere i 240 km l’ora, teoricamente i nuovi arrivati dovrebbero tenere con grande facilità il passo dei più lenti idrovolanti: senonché, complice Eolo, la situazione si ribalta. “Gli S. 55 fanno prodigi: sembrano saette, tanto si avvicinano rapidamente alla meta. All’altezza di Campos il vigoroso vento che ci ha aiutati durante le prime cinque ore prende una velocità ancora maggiore; marciamo a più di 200 chilometri: i brasiliani stentano a tenerci dietro”.

Il risultato della prova di velocità determinata dal vento – 1400 km percorsi in meno di sette ore – è che la comitiva giunge a doppiare Cabo Frio con più di un’ora di vantaggio rispetto al previsto: rischiando così di spiazzare le autorità brasiliane come il pubblico. Balbo informa allora telegraficamente della situazione l’ambasciatore Cerruti, il quale si raccomanda a sua volta di non ammarare prima delle 16.30: “Non ci rimane che bordeggiare, fuori della baia, per oltre un’ora. Tutto lo stormo si dispone nella formazione di un unico cuneo, già stabilito per l’ingresso a Rio e descrive in cielo il suo immenso V rovesciato. Il mio apparecchio serve da estrema punta centrale alla formazione”.

Il temporeggiamento si rende inoltre necessario per rispettare il sincronismo concordato con l’ammiraglio Bucci, e che prevede che la divisione navale si trovi davanti alla baia di Rio nel momento stesso in cui sopraggiungono gli idrovolanti. Emozionante l’avvistamento delle navi: “A un tratto, vicino all’apertura della Baia, compare in mare tutta la formazione degli otto nostri esploratori, allineati su due file, e naviganti in direzione di Rio: è uno spettacolo di forza e di bellezza. L’intiera divisione naviga compatta in una geometria perfetta e ogni coppia di nave precede l’altra di duecento metri”. Seguono ulteriori evoluzioni da parte della squadriglia: sino allo scoccare dell’ora “dell’ammaraggio e del trionfo, nel cielo d’oro della grande metropoli”, allorché “il più bel sole del mondo divampa e dilaga”.

“Avanti, avanti, stormo alato d’Italia. Tu hai ben meritato questo quadro di fantasia e di bellezza dopo la corsa sull’Oceano: seguimi fedele. Noi tracciamo sul cielo di Rio l’aerea corona della gioia, della forza, dell’amicizia: sono ali di Roma, la gran madre, che iscrivono nell’azzurro un’altra pagina di romana grandezza”. “La nostra quota lentamente si abbassa; i motori rallentano il loro battito, lo spengono. Quasi scivolando sull’aria, come gabbiani sulle ali aperte e ferme, gli undici apparecchi scendono dolcemente, seguendo la mia aerea guida, sulle acque della Baia di Guanabara entro la conca marina di Botafogo, che ha contro luce, tra i bei colli strani, un magico colore di smeraldo. Facciamo una rapida corsa sull’acqua, ci ancoriamo al gavitello; sopra di noi tre apparecchi brasiliani, strettissimi, sono rimasti i soli padroni del cielo. Nello stesso momento entrano nella baia, da Nord, a coppie, gli otto esploratori della nostra divisione navale.

“Presto siamo tutti sull’ala, e il mio gagliardetto maremmano viene issato sull’alta, esile canna d’acciaio, a prua dell’apparecchio. Gli equipaggi si irrigidiscono sull’attenti; il pubblico che annerisce tutta l’immensa balconata del Botafogo applaude. Dalle otto navi, già prossime a noi, partono le prime salve delle artiglierie: sono 48 cannoni da 120 che sparano 19 colpi per ciascuno, in segno di saluto al tricolore, che ricompare sul primo idrovolante della squadriglia nera, nel luogo segnato quale meta finale al suo volo di 10.400 chilometri sul mare di tre continenti. Sparano i nostri esploratori, sparano le navi da guerra brasiliane, sparano tutte le fortezze delle isole e della costa. L’aria vibra e trema, il cielo si punteggia di lampi brevi e risuona di rombi profondi. Le montagne circostanti riecheggiano con lunghi boati il saluto ciclopico. Il momento eroico ci esalta”.

La trasvolata – che ha impegnato gli equipaggi per complessive 61 ore e mezza di volo – si conclude in un tripudio: dopo l’abbraccio con l’ambasciatore, nel mentre “una folla enorme mi stritola e mi copre di fiori”, Balbo viene portato “in un maestoso edificio che ha un nome magnetico: Hotel Gloria”, ove “in una grande sala è preparato un radiomicrofono dal quale si parla al mondo”. Il ministro ha già le idee chiare circa la prossima avventura: “Debbo parlare ai cittadini del Nord America: ebbene sì, dico loro che l’impresa aerea nell’America del Sud è compiuta e che sarei felice se potessi compierne un’altra, attraverso l’Atlantico del Nord, per portare di persona agli italiani degli Stati Uniti il saluto della Patria”. Dopodiché è lo stesso presidente brasiliano Vargas a rendere omaggio ai protagonisti della crociera, passando in rivista idrovolanti ed esploratori.

L’orgoglio per quanto compiuto dalle forze armate italiane – che in uno spirito di cooperazione e cameratismo esemplari hanno offerto al mondo un’immagine di sé tale da superare ogni frontiera politica – induce Mussolini ad inviare al capo della spedizione un messaggio degno della solennità del momento. “Ho seguito con l’ansia che puoi immaginare, ma con la certezza che tu sai, il grande volo. L’Ala italiana era impegnata davanti al mondo ed alla storia in un cimento non ancora osato. La squadra da te guidata è giunta quasi al completo oltre Atlantico: voglio che giunga a te personalmente e cameratescamente il mio entusiastico compiacimento. L’Ala italiana e con essa il Regime escono ingranditi in questo scorcio dell’anno IX grazie alla preparazione, al coraggio, alla tecnica di un pugno di uomini ardimentosi, figli della nuova Italia”.

Nel contestuale ordine del giorno il capo del governo rende omaggio ai militari caduti nella realizzazione dell’epica impresa; della quale rivendica la paternità, gettando al contempo a sua volta il seme di quella che diverrà l’ancor più ambiziosa “crociera del Decennale”. “Ufficiali, Sottufficiali, Avieri della Squadra Aerea Transatlantica! Coll’arrivo a Rio – ultima tappa della vostra crociera – la vostra grande impresa è compiuta. Voi intendete perché io ho atteso il vostro giungere alla meta prima di mandarvi il mio elogio e il mio plauso per il volo da me voluto, da voi così superbamente eseguito. Finché tutto non è finito, niente è finito. Il mio pensiero va innanzi tutto ai cinque Camerati caduti a Bolama. L’Italia Li onora come caduti in combattimento. Il loro sacrificio ha dimostrato – contro il facile scetticismo dei sedentari – che il volo transoceanico imponeva una somma di rischi mortali. I nomi del capitano Boer, del tenente Barbicinti, dei sottufficiali Nensi, Imbastari, Fois resteranno nella memoria del popolo italiano.

“Il volo Italia-Brasile non ha precedenti nella storia dell’Aviazione. Esso ha dimostrato che cosa è l’Aviazione Italiana nell’anno IX del Regime, come uomini e come macchine. La grandezza unica del volo è stata universalmente riconosciuta, da Re, da Principi, da Capi di Governo, da moltitudini. La vibrazione di entusiasmo per la vostra prova è andata dall’uno all’altro orizzonte. Per la prima volta l’immensa distesa dell’Oceano è stata superata da una Squadra Aerea. Questo è l’evento che rimane consacrato nella storia, questo è l’evento al quale resteranno indissolubilmente legati i vostri nomi! Il Brasile, grande e ospitale, ha accolto le ali tricolori con manifestazioni che l’Italia non dimenticherà mai. I cuori di due popoli hanno battuto, ancora una volta, insieme: e non sarà l’ultima. Nell’attesa di quella che sarà la ancora più grande prova aerea dell’Anno X della Rivoluzione, l’Italia Fascista è fiera ed ammirata di voi, transvolatori dell’Atlantico. Voi avete posto l’ala italiana all’ordine del giorno del mondo, Voi avete benemeritato della Patria. Viva il Re!”.

È lo stesso Balbo a redigere il lungo articolo per l’agenzia Stefani che dovrà ragguagliare l’opinione pubblica mondiale circa la portata di un’impresa che ha sancito “un fatto nuovo nella storia delle comunicazioni aeree intercontinentali”, che “fa pensare americani ed europei” e che potrà “essere ripetuta da altri; anzi è destinata ad essere superata domani – forse da noi stessi – su itinerari ancor più difficili: come ad esempio la distesa oceanica del nord, fra l’Europa e gli Stati Uniti”. A spingere in tale direzione è la natura stessa della “scienza dell’aria”: la quale “affretta, brucia le tappe, non procede coi criteri prudenziali delle altre scienze che camminano a piccoli passi”. Ciò in quanto “il progresso aeronautico è direttamente collegato con la potenza civile, politica e militare dei popoli: anzi è il propulsore del ritmo stesso della civiltà contemporanea. La scienza pura è dunque sollecitata dalle necessità pratiche più imperiose”.

Si tratta perciò di portare avanti una vera e propria missione: “L’Italia crede nell’aviazione. Il suo Capo ha dato ali alla giovinezza italiana: ali e cuore. Egli la spinge lontano. Proprio per affermare il glorioso sviluppo della conquista umana nei cieli, l’Italia fascista ha lanciato sull’Oceano lo stormo delle ali tricolori. La parola del Duce nell’ordine del giorno lanciato agli equipaggi della Crociera Aerea Transatlantica suona, dopo l’impresa compiuta, come una diana verso altre più audaci imprese”. Prima di lasciare il Brasile gli atlantici ricevono l’abbraccio della grande comunità italiana di San Paolo; viene inoltre reso omaggio al Do X, prototipo di idrovolante di linea prodotto in Svizzera, decollato a novembre dal lago di Costanza e giunto a sua volta in Brasile ma fra reiterate difficoltà, guasti e conseguenti soste.

 

I commenti della stampa internazionale

In tutto il mondo i giornali danno ampio risalto alla trasvolata già all’indomani dell’ammaraggio a Porto Natal; mentre tuttavia il compiacimento per la vittoriosa impresa così come l’ammirazione per l’insolita figura del ministro-comandante appaiono unanimi, più variegata risulta la manifestazione di simpatia nei confronti dell’Italia, essendo essa governata da un regime dittatoriale.

In Francia, il Temps riconosce quello realizzato dalla nostra aviazione come “uno dei più bei successi di cui si sia mai vantata l’aeronautica militare”. “Non possiamo che inchinarci – aggiunge il Journal des débats – dinanzi a questa transvolata che dà un carattere inedito e sensazionale al successo della squadriglia italiana”. Ancor più esplicito nel riconoscere i meriti degli aviatori italiani – che “hanno dato prova di una maestria incomparabile” – l’Ami du Peuple, il quale si mostra al contempo impietoso nel rimarcare i limiti dell’aviazione francese: “Disgraziatamente una simile crociera sarebbe oggi per noi di impossibile realizzazione”.

La medesima punta di invidia caratterizza il resoconto dell’Echo de Paris, che dopo avere sottolineato come, “pur essendo stata la crociera lungamente e minuziosamente preparata, e i rischi ridotti al minimo, nondimeno l’insuccesso avrebbe potuto rivelarsi fragoroso e fatale per la reputazione dell’Aeronautica italiana”, per cui “il merito maggiore dei nostri vicini è quello di averne coraggiosamente accettato il rischio”, commenta: “Se il loro trionfo ci rallegra, deve anche renderci attenti: poiché è disgraziatamente fin troppo certo che la nostra idro-aviazione nazionale è ancora incapace di compiere manifestazioni tanto grandiose. Un duro sforzo si impone per rimediare ad un’inferiorità nociva al nostro prestigio e suscettibile di diventare pericolosa”.

Più prosaicamente il Journal pone invece l’accento sui risvolti economici dell’operazione: “Sentiamo che quest’ultima traversata dell’Atlantico sarà ben presto commercialmente sfruttata, come lo fu quella della Manica effettuata da Blériot nel 1909. All’Italia spetta l’onore di avere osato e di essere riuscita nel collegamento aviatorio, in gruppo, dei due continenti, prima di ogni altra aviazione: le sue ali scrivono una bella pagina nel libro d’oro internazionale”. A sua volta il Petit Journal sottolinea come “il ministro Balbo non si sia accontentato di dare l’ordine di intraprendere questa audacissima impresa, ma abbia voluto pilotare l’idrovolante-ammiraglio, dando una prova di energia dinanzi alla quale dobbiamo inchinarci”. Mentre due appaiono all’Intransigeant “i fatti salienti di questa crociera transatlantica: la perdita di due soli apparecchi su dodici ed il raggruppamento a Porto Natal realizzato in 40 minuti”.

Definita come una “prodezza sorprendente” l’anticipazione fatta undici giorni prima da Balbo a Mussolini che “il cinque gennaio, ad un’ora prestabilita, una squadriglia di dodici idrovolanti sarebbe partita da Bolama per una traversata così pericolosa di 3000 chilometri”, il Quotidien riconosce all’Italia di essere l’unica nazione “attualmente in grado di compiere simili imprese”; questo perché Mussolini, una volta salito al potere, “volle che l’aviazione italiana, all’epoca alquanto trascurata al pari di quelle di altre nazioni belligeranti, acquistasse la più grande importanza”. Infine il Petit Parisien valuta la traversata dell’Atlantico meridionale come un “successo splendido, che fa il massimo onore ai costruttori e agli equipaggi italiani”.

In Inghilterra, il Daily Mail parla di una “meravigliosa dimostrazione di perfetto dominio dell’aria”, per un’impresa che “fa epoca quasi quanto la traversata del medesimo Oceano compiuta 438 anni fa da un altro italiano: Cristoforo Colombo”. Quindi una chicca: “Quanti ascoltavano la radio la notte scorsa hanno potuto farsi un’idea dell’entusiasmo provato dagli italiani per il grandioso volo. L’arrivo degli idrovolanti è stato annunciato al Teatro Reale dell’Opera di Roma e alla Scala di Milano, durante la rappresentazione: l’immenso applauso scoppiato alla notizia si è concluso al canto dell’inno nazionale”.

Il Morning Post celebra “l’avventura compiuta dagli idrovolanti italiani, impressionante sia come concezione che come esecuzione”, sottolineando come l’impresa sia stata realizzata “dopo un’accurata preparazione e un lungo allenamento: essa non rappresenta pertanto solo un gesto di ardimento, ma una dimostrazione pratica di volo in formazione che suona a grande onore dell’aviazione italiana”. Inoltre “il fatto che, nonostante le difficoltà atmosferiche, lo stormo abbia raggiunto quasi al completo la costa del Brasile è un avvenimento di portata eccezionale: la traversata è stata compiuta con ordine eccellente e regolarità cronometrica. L’Italia può essere fiera del successo che ha coronato un’impresa destinata a segnare una data nella storia dell’aviazione mondiale. Il Gen. Balbo si è dimostrato un magnifico condottiero di uomini tutti degni della nostra più alta ammirazione”.

Nell’esaltare “l’impresa aerea più spettacolosa mai tentata finora”, il Daily Express non tralascia di sottolinearne l’aspetto politico: “Quando gli apparecchi sono giunti a Porto Natal spiegando al vento i colori italiani e il gagliardetto fascista, migliaia di persone si affollavano sulla spiaggia per salutarli. Nel veder giungere dall’Europa la più grande forza aerea mai apparsa all’orizzonte il popolo di Porto Natal ha così assistito ad un grande evento storico”. Non risparmia elogi al governo italiano neppure il News Chronicle, parlando di un “avvenimento del massimo rilievo non soltanto per l’intelligenza, il coraggio e l’ardimento dimostrati dai singoli piloti, ma soprattutto per la notevole potenza organizzativa rivelata dal Ministro italiano dell’Aria. Naturalmente il successo dell’impresa costituisce un nuovo titolo di merito per Benito Mussolini, che dal giorno in cui assunse il potere si è dedicato con fervida energia allo sviluppo dell’arma aerea: col magnifico successo del raid egli raccoglie oggi giustamente i frutti del suo lavoro e della sua energia”.

Di una “fantasia mondiale straordinariamente eccitata per l’arrivo in Brasile dei dieci idrovolanti italiani” parla invece The Sphere, accostando questo “spettacoloso volo” a quello di Lindbergh, “”l’Aquila solitaria” americana che elettrizzò a suo tempo il mondo con il suo arrivo a Parigi. Colombo, un italiano, scoperse l’America: non v’è perciò nulla di strano né di stonato che un altro italiano, Balbo, si sia immortalato nella storia come il primo a concepire ed eseguire il temerario piano di capitanare la prima flotta aerea lanciata dal vecchio mondo alla “invasione” del nuovo”.

In Germania è il Berliner Tageblatt a rimarcare il “passo decisivo compiuto nel progresso dell’aviazione”, soffermandosi sulle “indimenticabili accoglienze fatte a Rio de Janeiro alla squadra italiana. Oltre un milione di persone gremivano le strade della città, e la dimostrazione ha assunto proporzioni così deliranti che gli aviatori, dopo il ricevimento offerto loro dal Governo brasiliano, sono riusciti a raggiungere il loro albergo solo con grande fatica: da tutte le parti del Sudamerica migliaia e migliaia di italiani erano affluiti a Rio per salutare i compatrioti”.

Sulla figura del ministro dell’aviazione “spirito animatore della trasvolata” si concentra il Vossische Zeitung: “chiamato a questo posto di responsabilità dal Capo del Governo, Balbo ha dovuto prima imparare a volare, facendolo in modo così felice da poter compiere negli ultimi anni, comandandole egli stesso, crociere di squadra per tragitti assai lunghi; la stessa energia egli ha rivolto anche alla costruzione di nuovi tipi di apparecchi e motori”. Ma “il volo ha per l’Italia anche una grande importanza economica, non essendovi alcun dubbio che negli Stati del Sudamerica il compimento della grande traversata in formazione di squadra produrrà la più grande impressione e costituirà quindi la miglior propaganda per l’Italia e per gli apparecchi di sua produzione”.

Secondo il Frankfurter Zeitung, “attraversare con dieci apparecchi in formazione l’Atlantico, su una distanza di tremila chilometri e alla velocità di 185 chilometri l’ora, costituisce una prova straordinaria dell’abilità e della bravura dei piloti, ma anche una brillante conferma della perfezione tecnica del materiale aviatorio adottato”. Inoltre, “date le straordinarie difficoltà da superare, non ha alcuna importanza il fatto che due apparecchi siano stati costretti a scendere in acqua per lievi guasti”. A Balbo, che così “sistematicamente” ha organizzato la trasvolata, va dunque riconosciuto il merito di avere “portato l’Italia alla testa delle Nazioni per i voli in formazione: la stessa Inghilterra – la quale ha la necessità di organizzare simili crociere per stabilire collegamenti aerei con le Colonie – non ha alcuna impresa analoga da opporre”.

Sul medesimo concetto insiste il Boersen Zeitung: “Balbo si è consacrato all’aeronautica, che dopo la Marina è il mezzo più adatto a promuovere e mantenere le relazioni commerciali, a velocizzare e facilitare i traffici fra i paesi più lontani. Nell’arma aeronautica l’Italia vede anche il miglior mezzo di difesa delle sue coste così ampiamente sviluppate e un mezzo sempre più rapido di attacco. Le imprese compiute negli ultimi anni dagli aviatori italiani e specialmente i voli di squadra su Mediterraneo occidentale e Mar Nero hanno attirato l’attenzione internazionale. Bisogna dire che specialmente nell’organizzazione dei voli di formazione l’Italia è oggi insuperabile: neppure l’Inghilterra, che ha territori coloniali tanto estesi, ha sinora potuto offrire prove simili”.

Grandi elogi al ferrarese giungono anche dal Lokal Anzeiger: “Ogni giorno Italo Balbo, dopo il suo lavoro al Ministero, è solito porsi al volante di un apparecchio per solcare lo spazio. Egli in persona con giovanile fervore ha fatto il piano del grande volo e si è posto a capo della schiera dei suoi camerati per condurre l’immensa manovra aerea dal principio alla meta. Il comandante era in testa alle sue macchine alate allorché esse giungevano alla costa del Brasile: vivace testimonianza della volontà e del valore della nuova Italia”.

Mentre decisamente filofascista si rivela il Tag: “Per la prima volta ci troviamo di fronte non a un nome solo, che viene premiato dall’aureola della celebrità, ma a un gruppo legato da ferrea disciplina, del quale noi conosciamo solo il capo. Questa dedizione completa di tutta la persona allo scopo da raggiungere ad ogni costo è possibile solo grazie al Fascismo, animatore degli spiriti. Di questi volatori noi non conosciamo che il nome del Capo, la loro bandiera e la Nazione: l’impresa acquista quindi il significato di un grande orgoglioso gesto nazionale. Soltanto il Fascismo poteva ardire una simile impresa, affrontando i rischi politici di un insuccesso. Noi inviamo all’Italia e ai volatori le nostre vive congratulazioni: questo successo è stato grande. Balbo e i suoi hanno ottenuto quanto volevano: accrescere nel mondo la stima nell’Italia e nel Fascismo”.

Di un “risultato assai lusinghiero per la giovane industria aeronautica italiana” parla la Germania; mentre l’Hamburger Fremdenblatt, nel riportare agli italiani “il leale riconoscimento del popolo tedesco per questo successo”, rivolge loro le sue “sincere congratulazioni per l’esito brillante del volo e per la forza di unione nazionale che l’ha reso possibile”. Concetto ribadito sia dall’Hamburger Anzeiger, secondo il quale “l’Italia può contare sul più vivo riconoscimento, anzi sulla più grande ammirazione del popolo tedesco. Noi ci felicitiamo col popolo italiano per il valore dei suoi volatori: essi hanno ricordato al mondo che l’ardire e il valore sono le virtù che più hanno il potere di accomunare i popoli”, che dal Boersen Courier: “Il popolo tedesco non può non commuoversi dinanzi ad un’affermazione così grandiosa dell’audacia umana”.

In Romania, il Curentul paragona l’impresa balbina a quella di Lindbergh, in un’analisi densa di significati simbolici: “La traversata di Lindbergh è stata difficile perché più lunga: ma quella di Balbo più difficile, poiché tentata contemporaneamente da dodici apparecchi. Se undici di essi avessero abbandonato la corsa e fosse arrivato solo Balbo, egli non avrebbe mancato di essere sconfitto, avendo promesso una traversata atlantica della flotta aerea italiana e non di un singolo idrovolante. Lindbergh ha intrapreso un’azione in cui aveva il diritto di fallire, giacché la sanzione sarebbe stata la sola sua scomparsa; Balbo invece questo diritto non lo aveva: perché un paese non può morire come muore una persona. Accanto alla figura di Lindbergh, che simboleggia la temerità e la perfezione ideale dell’individuo solitario, quella di Italo Balbo rappresenta la forza di perfezione della stirpe, l’ideale nella organizzazione, la completa competenza, la sicurezza dell’azione e, soprattutto, il coraggio della responsabilità. Il suo ritratto morale ci può servire d’esempio qualora volessimo che la nostra aviazione, oggi sedentaria e burocratica, diventasse aviazione vera, capace di difendere il cielo romeno e propagatrice di civiltà”.

Così come per il Cuvantul “si tratta di una lezione di iniziativa, di prontezza, di precisione, di spirito collettivo e realizzatore che l’Italia fascista, creatrice e innovatrice, offre al mondo civile. I virtuosi dell’aria, gli acrobati geometrici che pochi mesi or sono hanno fatto prova della loro perizia sugli aerodromi europei si sono trasformati in navigatori pazienti; non sono stati uno o due sensazionali ed eccezionali Lindbergh, ma decine di militi in servizio comandato: piloti, osservatori, segnalatori, telegrafisti – dal capo dell’aviazione Generale Balbo al modesto ed anonimo militare, dall’asso prodigioso al modesto volatore – che con il medesimo slancio, il medesimo spirito di sacrificio liberamente accettato sono partiti a piantare l’idea ed il gesto, in spirito e in fatto, nell’attenzione e nella memoria degli uomini”.

Mentre fra i giornali ungheresi è il Budapesti Hírlap ad assicurarsi la palma del più filofascista, salutando “questa nuova vittoria con la quale la nuova ringiovanita Roma dà prova della vetusta forza della sua mente, della sua mano, del suo spirito: menti italiane hanno progettato gli apparecchi, mani italiane li hanno costruiti, il coraggio dell’anima italiana li ha portati alla vittoria”. Inoltre, come “un tempo gli antenati di Mussolini costruirono le strade romane nelle selvagge foreste della Germania, nelle paludi della Gallia e fra le rocce della Gran Bretagna”, così oggi il dittatore italiano “ha gettato le basi per un’epoca di gloria romana simile a quella di Augusto, allargando l’orizzonte e le ali dell’Aquila Romana”.

Ma “amico dell’Italia” si dichiara anche il Pester Lloyd, prendendo “viva parte a questo trionfo del popolo amico” di quello magiaro ed osservando come, se nella storia culturale dell’umanità il nostro Paese ha rappresentato sempre “uno dei primi fattori”, con l’epoca moderna esso è riuscito a fare il proprio ingresso anche “nella storia universale della politica”. Sulla stessa lunghezza d’onda il Nemzeti Uiság, nel sottolineare la “grande battaglia aviatoria” vinta dall’Italia: “I pionieri che hanno attraversato l’Oceano hanno compiuto atti eroici, tutti fondati sulla propria arditezza e sul proprio coraggio”. Mentre il Pesti Napló riconosce all’impresa compiuta da Balbo e compagni il merito di avere tolto alla traversata dell’Oceano il carattere di “caso fortuito”: all’indomani del loro approdo a Porto Natal essa appare infatti come “una forma di comunicazione calma, sicura, ordinata”.

In Grecia, a tracciare il bilancio più acuto del valore e delle conseguenze dell’impresa balbina è il Giumhuriet: “Pur essendo una Potenza mediterranea, con questa traversata l’Italia ha dimostrato di avere dei grandi interessi politici ed economici al di là dell’Atlantico. L’importanza politica di questo successo dell’aviazione italiana – mai visto finora – è grandissima sotto parecchi punti di vista. Anzitutto, il prestigio dell’Italia e della sua aviazione è aumentato in ogni paese dell’universo; l’importanza dell’Italia è grandissima in America. Il mondo si convincerà che le pretese italiane circa la parità con la Francia nella questione degli armamenti non sono cose vane. In secondo luogo, ci sono quasi dieci milioni di italiani in Sudamerica, ove l’Italia ha grandi interessi economici, commerciali e finanziari: dopo questo grande successo della sua tecnica, l’influenza ed il prestigio italiani aumenteranno molto presso le popolazioni sudamericane. Coi suoi mirabili aviatori l’Italia si è assicurata in pace un trionfo che non avrebbe potuto avere in una grande guerra”.

A sua volta l’Estia valuta come “assolutamente giustificati l’esultanza e l’orgoglio con cui l’Italia intera saluta il successo della trasvolata oceanica”, sottolineando come “l’incidente di Bolama accresca il valore del raid e costituisca la riprova delle difficoltà dell’impresa, aumentando così la gloria degli aviatori che l’hanno compiuta”. Mentre l’Inkilap rimarca la grande “temerarietà” dell’intrapresa di Mussolini e Balbo, in considerazione del fatto che “il suo minimo insuccesso sarebbe stato sufficiente a far arrossire di vergogna l’aviazione italiana”.

In Svizzera, il Basler Nachrichten sottolinea “l’autentica gloria che deriva all’industria e all’aviazione militare italiane dal fatto che per la prima volta l’Oceano è stato vinto non da un solo aviatore, bensì da un complesso di squadriglie in contemporanea”. Più complessa l’analisi tracciata dalla Tribune de Genève, secondo la quale “il raid del Generale Balbo attraverso l’Atlantico alla testa delle sue squadriglie non rappresenta soltanto un magnifico sforzo sportivo, ma anche una manifestazione politica di grande interesse nonché una suggestiva dimostrazione della parte che l’aviazione sarà chiamata ad avere un giorno in una nuova guerra”. A detta del quotidiano ginevrino inoltre Mussolini, nel dare il via all’impresa, ha inteso “sottolineare l’importanza che l’Europa tutta intera annette alle relazioni con il Sudamerica, in cui fino alla guerra il capitale europeo dominava”; per poi però subire la concorrenza sempre più agguerrita degli Stati Uniti: i quali, “avendo accumulato quasi tutto l’oro del mondo”, hanno infine avuto buon gioco nell’affermare il primato continentale del proprio capitale, scalzando perfino i banchieri inglesi. “Così l’eroico volo degli aviatori italiani traduce in maniera simbolica l’inquietudine del mondo antico, la cui cultura e la cui espansione sono egualmente minacciate”.

In Svezia, il Politiken rimarca come questa “impresa aviatoria unica nella storia” non sia stata preceduta da un “suono di cimbali e di tamburi, bensì quasi dal silenzio”. Mentre l’Extrablad parla di “una abilità, un coraggio, un valore in una lotta serrata contro gli uragani e i capricci dell’atmosfera tali da far impallidire ogni altra impresa aviatoria”, osservando come “il prestigio italiano, che nel campo dell’Aviazione aveva forse sofferto per l’epilogo della spedizione polare del generale Nobile, torni oggi a risplendere folgorando dei suoi raggi l’aviazione mondiale”. Così come il Social-Demokraten celebra l’“impresa unica nella storia dell’Aviazione”, la cui riuscita dimostra sia la “primissima qualità” del materiale utilizzato che, soprattutto, l’“indiscutibile capacità e valore” dei piloti.

Nell’Unione Sovietica non lesina elogi ai protagonisti della trasvolata l’Izvestia, sottolineando che essa, compiuta “vincendo difficoltà a prima vista insormontabili”, dimostra come “l’efficienza dell’aviazione italiana non abbia competitori. Queste macchine sono state governate da uomini che le hanno condotte a superare d’un sol colpo l’Atlantico: ora tali uomini, a cominciare dal Ministro dell’Aeronautica italiana, sono chiari esempi di quanto sia volitivamente e tecnicamente preparato l’esercito dell’aria italiano”. A sua volta l’Arasniaia Zvesda saluta la “nuova tappa nella storia della navigazione aerea segnata dalla crociera atlantica della squadra italiana”, attribuendole una “doppia importanza” avendo essa dimostrato sia “lo straordinario sviluppo dell’aerotecnica” che “le possibilità militari delle forze aeree, di cui non si aveva ancora alcuna idea”.

Mentre a rappresentare l’opinione pubblica turca – in senso assai amichevole verso il regime fascista – è il Vakit: il quale esalta la crociera come “esempio del più grande coraggio sinora dimostrato da una flotta aerea”, sottolineando come “una delle virtù dell’Italia fascista e del suo Capo, il Duce, sia quella di mettere in pratica le proprie decisioni senza tergiversare”. L’impresa testimonia inoltre di come l’Italia si stia facendo “grande onore” non solo in campo aviatorio, ma “in tutti i rami della scienza e della tecnica”.

Grande è ovviamente la risonanza che la trasvolata trova anche nel continente che ne ha accolto il felice epilogo. Negli Usa, il New York Times saluta il “trionfo dell’Italia nell’aria”, spiegando come l’impresa sia stata compiuta “per richiamare l’attenzione mondiale sul progresso dell’aviazione italiana e anche per stimolare il commercio fra Sudamerica e Italia”; nonché come, lungo quella rotta atlantica meridionale dalle condizioni atmosferiche generalmente favorevoli al volo, sia adesso prevedibile un passaggio del testimone aeronautico fra i dirigibili, “la cui costruzione richiede lungo tempo e la cui manutenzione è costosa”, e gli idrovolanti. “Spettava agli Italiani dimostrare che argonauti dell’aria potevano compiere la trasvolata altrettanto facilmente quanto apparecchi isolati. Il commercio italo-sudamericano risentirà certamente l’influenza di questo sforzo eroico e fortunato”.

In chiave pacifista è invece l’Evening Telegraph a preoccuparsi delle conseguenze che l’impresa balbina potrebbe avere sulla cruciale conferenza per il disarmo in programma a Ginevra, il cui successo appare adesso “minacciato dal cielo”. In una tale ottica, “come l’ombra di un falco sopra una uccelliera, il volo transatlantico del Generale Balbo con una squadra di dodici possenti apparecchi pesa inquietante e tormentoso sopra questa Capitale e sulle altre del mondo”. Per quanto infatti in seno alla Società delle Nazioni sia stato già raggiunto un accordo circa la riduzione delle forze navali, e non appaia lontano quello riguardante le forze terrestri, “gli esperti temono che sarà impossibile limitare le forze aeree”: le quali d’altro canto “basteranno per loro stesse a condurre una guerra, la più devastatrice che si sia mai abbattuta sopra l’umanità”. Inoltre, dal momento che gli odierni transatlantici possono rapidamente trasformarsi in “potenti incrociatori formidabilmente armati e per di più capaci di trasportare cento e anche duecento aerei da guerra, ciascuno dei quali può bombardare obbiettivi in un raggio di 600 miglia e quindi ritornare alla base”, ed in considerazione della superiorità sugli Stati Uniti della Gran Bretagna – garantita dalla cooperazione tra la sua flotta aerea e quella mercantile – è auspicabile che gli Usa “facciano tesoro della lezione impartita dalla crociera transatlantica italiana”.

Il Washington Evening Star saluta l’“eroica impresa degli intrepidi cavalieri dell’aria del Duce, autentica conquista di pionieri destinata ad aprire nuove prospettive nell’indefinita possibilità degli aerotrasporti: forse il futuro traffico aereo dei passeggeri su grandi distanze consisterà in viaggi di squadre piuttosto che di singoli apparecchi di grande capacità”. Gli fa eco il New York American, con il tributare “onore all’Italia e all’energico Mussolini, che mai esita o si arresta”. Mentre secondo il Washington Post “il volo apre un largo campo di studio circa l’uso degli aeroplani in guerra”. Le cronache non mancano inoltre di riportare i lusinghieri giudizi sulla crociera e sul suo comandante espressi sia dallo stesso Lindbergh che dall’esploratore statunitense Byrd.

In Brasile, sperticati elogi ai protagonisti dell’impresa rivolge il Diario Nacional, per “la perfezione degli apparecchi, l’organizzazione perfetta, lo slancio ammirevole dei piloti, la serena energia del grande condottiero Italo Balbo”. Entrando nei dettagli tecnici della trasvolata si fa infatti notare come, “resistendo incolumi ad una furiosa burrasca nel Mediterraneo che ha fatto naufragare diverse navi, riuscendo ad ammarare con onde di sei metri di altezza, decollando puntualmente il giorno prefissato nelle ingrate condizioni atmosferiche di Bolama, ove già il decollo di un solo idrovolante costituisce un’impresa che non tutti i trasvolatori hanno superato, ammarando uno degli apparecchi in mare aperto per poi riprendere nuovamente il volo, e infine compiendo tutti sotto la pioggia in perfetto stato un percorso di 3000 km, i famosi Savoia Marchetti Fiat hanno dato prova lampante delle loro qualità veramente straordinarie”. Quanto ai trasvolatori, non si tratta degli italici assi già noti da tempo all’opinione pubblica internazionale, bensì di piloti “i cui nomi sono sconosciuti: il che rivela quanto grandi siano le riserve di uomini dell’aviazione italiana”. Infine, “la non comune figura del giovane Ministro dell’Aeronautica: il quale, pur potendo dirigere da lontano i suoi potenti idrovolanti, preferisce partecipare con i suoi uomini all’impresa, affrontandone i pericoli e le incertezze, con un gesto che è veramente romano”.

Sulla fraternità latina punta invece il Correio da Manhã: il quale, sottolineato “lo spirito militare che ha presieduto all’organizzazione e all’esecuzione del piano di questo grande volo, eloquente testimonianza dell’elevata capacità tecnica che dirige e stimola le forze armate della nuova Italia”, garantisce che il popolo brasiliano, “scelto per la visita dei realizzatori di uno degli avvenimenti più notevoli della moderna aviazione, dimostrerà ai fratelli italiani la sua gratitudine con l’espansione d’animo che gli è caratteristica e con la stima che sa dimostrare a quanti se ne mostrino meritevoli”. Mentre A Gazeta, osservato come “tutte le grandi conquiste della civiltà abbiano sempre i loro martiri, trasformandosi così in imprese eroiche”, riconosce ai “cinque ardimentosi le cui belle vite si sono perdute nella remota costa africana, giovinezza valorosa ricalcata sui modelli dei grandi spiriti che culminano nell’epopea” di rappresentare, “nella vittoria dell’Aeronautica italiana, l’eroismo”.

A sottolineare la svolta compiutasi con la vittoriosa impresa nell’immagine internazionale dell’Italia è invece il Jornal do Brasil: mentre infatti sinora nel bel paese “il prestigio artistico offuscava tutto il resto”, adesso, “a fianco dei cataloghi della Galleria Pitti e del Museo Vaticano, figura anche quello della Fiat: al punto che degni dei suoi capolavori artistici appaiono quelli della sua industria. E così nel cielo azzurro d’Italia non si ode più solamente la voce dei “posteggiatori” napoletani, o il “bel canto” dei suoi artisti lirici, ma anche il rombo dei motori, sintesi meravigliosa della sua potenza, della sua scienza e dei suoi stabilimenti. L’Italia dei Caruso è completata dall’Italia dei Balbo”.

In Argentina infine la Razon saluta anzitutto nei trasvolatori italiani i più moderni affermatori dell’idea di Leonardo secondo la quale “l’uomo, partendo dalla divinità, deve mettere le ali, volare, regnare nel cielo come sulla terra e sul mare”, rimarcandone quindi la piena fedeltà ai dettami dello stesso inno fascista: “Primavera di bellezza, affermazione di volontà progressiva, promessa di collaborazione intercontinentale, gioventù dell’amore che crea. Potentemente latino questo sangue giovanile, latini questi cuori alati, veramente nostri”. Di una “colossale prodezza nei fasti dell’aviazione mondiale” parla poi la Nacion, auspicando che l’aeronautica argentina “riesca a trarre da questo raid gli utili insegnamenti che tanto le abbisognano”. Mentre la Patria degli Italiani traccia un parallelismo tra gli aviatori vittoriosi, “aquile dell’Italia che hanno segnato tracce nel cielo”, e gli stessi emigrati, “pionieri che hanno tracciato e battuto le strade all’espansione italiana”.

 

Le trionfali accoglienze in patria

Mentre gli idrovolanti rimangono a Rio – gli accordi ne prevedono infatti l’acquisto da parte del governo brasiliano – è il Conte Rosso a riportare a casa i trionfatori, attraccando il 19 gennaio a Genova, al Ponte dei Mille, dinanzi ad una immensa folla dislocata lungo il percorso che attende i nostri dalla stazione marittima alla prefettura. Il testo riferisce così dei festeggiamenti: “Le accoglienze che Genova ha tributato ai valorosi transvolatori dell’Atlantico sono state veramente grandiose. La cittadinanza ha voluto testimoniare la sua grande ammirazione agli eroici aviatori al loro giungere in Patria. La città è imbandierata e tappezzata di manifestini multicolori inneggianti al Duce, al Fascismo e all’Aviazione italiana. In tutti i principali negozi sono esposti i ritratti del Generale Balbo e dei suoi compagni di volo. Numerosi apparecchi volteggiano sulla città lanciando manifestini di saluto”.

Una volta apparso al balcone della prefettura, il ministro deve attendere diversi minuti perché si crei il silenzio necessario al suo breve discorso. “Anche a nome dei miei camerati della crociera atlantica ringrazio il popolo genovese per questo travolgente palpito d’amore col quale ci ha accolti e del quale siamo fierissimi. I momenti più duri della nostra impresa sono largamente ripagati da questa esplosione di entusiasmo popolare. Vogliamo davanti a questa immensa folla del popolo di Genova riaffermare ancora una volta che il merito della nostra impresa non va tanto a noi, che siamo soldati d’Italia e che da soldati abbiamo compiuto il nostro dovere, ma al Capo che l’ha spiritualmente guidata e che ci ha dato la fiducia nella vittoria”.

Il tripudio popolare prosegue – nonostante la pioggia – lungo il tragitto ferroviario che, il giorno successivo, porta i nostri a Roma, con punte alla stazione di Pisa ove il convoglio fa sosta. Quantomai enfatica la cronaca delle onoranze tributate agli atlantici dalla capitale: “La città che aveva accompagnato i partenti con il suo più fervido voto augurale, che aveva seguito, con trepida ansia, le vicende del volo, che si era accesa di un entusiasmo indicibile all’annunzio che la meta era stata raggiunta e la vittoria conquistata, non ha avuto oggi che un solo desiderio, che una sola volontà: quella di essere tutta intera presente all’arrivo dei reduci dalla grande impresa. E per dare alla manifestazione il carattere più saliente, ha ornato di bandiere finestre e balconi, e di drappi i davanzali degli edifici pubblici e privati, come si è ammantata di migliaia di manifesti inneggianti al Duce, a Balbo, ai Caduti di Bolama, ai Transvolatori e alla Marina.

“A mano a mano che l’ora dell’arrivo si approssimava, l’attesa si è fatta più impaziente. Alle 18,30 tutti i negozi sono stati chiusi, il traffico consueto è rimasto sospeso e la folla ha cominciato a pigiarsi ai lati delle strade che debbono essere percorse dal corteo. Intanto le prime ombre della sera che già sono calate sulla città vengono a un tratto rotte da un’illuminazione abbagliante che circonfonde di una luce multicolore uomini e cose: sono miriadi di lampadine che brillano, sono potenti riflettori che investono dei loro bianchi raggi le strade e le piazze. In piazza della Stazione l’affollamento è straordinario e lo spettacolo imponente”.

“Alle 19,15, in perfetto orario, è giunto il treno speciale. La musica della R. Aeronautica intona la Marcia Reale e Giovinezza, mentre la compagnia d’onore presenta le armi. Il momento è di una austerità solenne. Dalle autorità convenute partono grida di “Viva Balbo!”, “Viva l’Aeronautica!”. Dal finestrino il Generale Balbo risponde salutando romanamente, visibilmente commosso dalla imponente accoglienza. Appena il treno si è fermato egli è sceso per primo e S. E. il Capo del Governo, che si trovava presso la scaletta del vagone, lo ha abbracciato e baciato. Il Generale Balbo ha poi ricevuto le felicitazioni dei rappresentanti di S. M. il Re e di tutte le autorità presenti, mentre scendevano dal vagone il Generale Valle, il Comandante Maddalena, il Maggiore Longo, il Maggiore Cagna, il Tenente Calò che portava il gagliardetto della crociera atlantica e successivamente tutti gli ufficiali e gli altri componenti gli equipaggi transatlantici che hanno sfilato dinanzi al Capo del Governo. Questi sorrideva loro in atto di vivo compiacimento.

“Il corteo dei transvolatori, preceduto da un plotone di Reali Carabinieri in alta uniforme, a cavallo, e seguito da numerose autovetture con le autorità, ha percorso via Nazionale e il corso Umberto, passando tra due ali di popolo che non cessava di applaudire ed acclamare; da molte finestre si gettavano fiori. In alcuni punti l’entusiasmo della folla non si è potuto arginare: l’automobile di S. E. Balbo è stata circondata e ha proseguito a stento, giungendo soltanto alle 20 a piazza Colonna. Quivi per la manifestazione popolare in onore dei transvolatori atlantici si addensa una folla innumerevole: è un gigantesco adunamento di popolo, che forma una massa compatta in cui sembra non sia assolutamente più possibile penetrare”.

Ad accogliere gli atlantici al palazzo del circolo della stampa è – assieme al federale del Fascio dell’Urbe, d’Aroma – Arnaldo Mussolini; e allorché il quadrumviro si affaccia a salutare la folla, “la dimostrazione assume un’imponenza straordinaria”. Anche in questo caso sono necessari numerosi inviti affinché la gente “cessi dalle acclamazioni con cui ha salutato gli eroi con tanta ansia attesi”; dopodiché Balbo può finalmente pronunciare il suo vibrante discorso. “Dinanzi alla vostra imponente manifestazione, ci sembra quasi modesta la nostra fatica e sentiamo ormai lontani i rischi che abbiamo superati. Io e i miei compagni della Squadra transatlantica vi ringraziamo con cuore commosso: e con noi vi ringraziano i nostri Compagni Caduti, che sono qui presenti per assistere a questa grande glorificazione dell’Aeronautica italiana.

“Camerati! Non noi, ma voi dovete applaudire: noi siamo soldati, e come tali abbiamo compiuto intero il nostro dovere. Il merito dell’impresa va agli artefici dei nostri meravigliosi apparecchi che ci hanno condotto alla vittoria; agli artefici – anche ai più umili – che hanno potuto creare e lavorare grazie al clima spirituale attuato dal Fascismo. Ma il merito di questa impresa va soprattutto al grande Capo che ci ha ordinato di osare e che ci ha dato la certezza della vittoria. Camerati! Che il Duce comandi e tutti gli aviatori d’Italia sapranno raggiungere mete ancor più alte e luminose. Viva il Re! Viva Mussolini! Viva il Fascismo!”.

Dopo i ricevimenti al Quirinale e a Palazzo Venezia, la cerimonia più toccante ha luogo in Campidoglio: ove, alla presenza di tutte le principali autorità del regime, il governatore di Roma Boncompagni conferisce la cittadinanza onoraria “al Quadrumviro che ha superata la grande prova, e il cui nome è stato inciso sulla pietra che, nella Sala dei Fasti, ricorda i nomi dei più eletti figli di Roma”. Mentre a Palazzo Littorio Giuriati esprime a nome del partito ai nostri “gioia ed orgoglio: gioia di saper conquistato il cielo dell’Oceano dalle Camicie Nere, orgoglio di sapere che i primi a conquistarlo sono stati i fascisti”. Al che Balbo replica attribuendo alla camicia nera indossata per la traversata il merito di avere “vestito di audacia” i suoi uomini, e paragonando questa impresa alla Marcia su Roma: “Quando ho veduto a Natal gli undici apparecchi alla fonda in quelle placide acque, ho provato la stessa soddisfazione della missione compiuta il 30 ottobre 1922”.

Esaurite le onoranze di carattere prettamente politico nella capitale, il copione dei festeggiamenti prevede che gli atlantici si rechino a rendere omaggio ai centri industriali più rappresentativi della loro impresa, in modo da far risaltare l’eccellenza della produttività nazionale. A Milano anzitutto, ove in piazza del Duomo “l’entusiasmo della folla, che non ha e non dà posto, tocca le sue vibrazioni più possenti e più emotive: i marmi e le guglie della Cattedrale in piena luce sembrano i pinnacoli di un tempio innalzato per salutare il prodigio”. Dopo che il podestà Marcello Visconti di Modrone (alla cui iniziativa si deve peraltro la realizzazione dell’idroscalo milanese) ha commemorato il sacrificio degli aviatori caduti a Bolama come “consacrazione del più puro eroismo”, nel suo discorso Balbo rimarca il carattere ideale e patriottico della missione compiuta.

“Cittadini milanesi, gli aviatori della squadra atlantica vi ringraziano commossi per il vostro indimenticabile saluto nel quale si riflette tutta la fede della grande metropoli lombarda nell’ala d’Italia che ancora una volta ha vinto il destino. Voi sapete, o camerati, che spesso un’ora vale tutta una vita, quando fiammeggia nella mente e nel cuore una grande idea: questa idea, e non gli uomini che passano bisogna applaudire. Noi abbiamo avuto la grande ventura di vivere sull’immensità atlantica l’ora più grande della nostra vita: ma non saremmo giunti alla meta se non avessimo avuto una fede nel cuore, se non avessimo sentito dietro di noi tutto il popolo d’Italia che ci comandava di vincere ad ogni costo. E non ultimo – anzi primo tra i primi – abbiamo sentito te, nobile popolo di Lombardia; ti abbiamo sentito comandarci di ghermire la vittoria: e la vittoria abbiamo ghermita. Camerati, grandi cose può fare l’Italia: io lo so, perché nella vita ho avuto la fortuna di comandare più volte fieri campioni della nostra razza. Bisogna stringersi tutti attorno al grande Capo e Duce, e marciare compatti verso gli immancabili destini della Patria. Viva il Re, viva l’Italia, viva il Duce!”.

Si rende quindi visita agli stabilimenti dell’Alfa Romeo e dell’Isotta Fraschini, nonché a quelli della Marelli a Sesto San Giovanni. Nella sede del Popolo d’Italia Arnaldo Mussolini consegna al quadrumviro la tessera di redattore del giornale, oltre ad un busto in bronzo del Duce. Infine alla Scala in onore degli aquilotti si rappresenta l’Aida, preceduta dalle note dei due inni nazionali.

Imprescindibile poi il pellegrinaggio a Sesto Calende, sede della Savoia Marchetti: ai cui dirigenti Balbo aveva del resto promesso di ritornare, “prima di iniziare la grande impresa e a preparativi già ultimati, qualora la squadra dei prescelti avesse felicemente compiuto la traversata atlantica, per passare un’ora di fraternità fra gli operai della SIAI”. Tra i vari discorsi tenuti per i festeggiamenti è forse questo a riuscire come il meno formale e il più toccante, trovando il ministro parole assai efficaci ad esaltare le sinergie che hanno reso possibile l’impresa, frutto di una superiore “solidarietà” che ha unito tutti quanti gli artefici – progettisti, operai, aviatori – del trionfo dell’“idrovolante insuperabile”.

“Non credo esista attività umana ove la collaborazione tra coloro che costruiscono le macchine e coloro che le adoperano sia più intima e più stretta. Nei momenti più terribili del nostro volo – e cioè durante le prime tappe, quando un vento ciclonico squassava tremendamente gli apparecchi, e negli indimenticabili minuti del decollo da Bolama – dopo avere vinto gli elementi più avversi abbiamo soprattutto sentito la solidarietà degli operai che hanno costruito l’idrovolante insuperabile e del tecnico che l’ha concepito”. Sapientemente l’oratore prosegue “facendo un raffronto fra il destino degli operai e quello degli aviatori, affermando che entrambi non sono facili: l’uno per la vita di sacrificio che spesso presenta, l’altro per la morte che sempre è in agguato nell’azzurro dei cieli. Rivolge poscia un vivo incitamento alle maestranze perché proseguano il loro lavoro con diligenza, attività e fiducia nei dirigenti dell’industria e nel Regime personificato dal Duce che guida la Patria in terra, in mare e in cielo.

“Conclude riportandosi ad un ricordo personale, rievocando la vigilia della partenza per la tappa atlantica, quando durante la “toilette” degli apparecchi trovò nascosti nello scafo e nelle ali semplici bigliettini di augurio scritti dalle mani malsicure di coloro che l’apparecchio avevano costruito: biglietti che non avrebbero dovuto essere letti perché rappresentavano soltanto un atto di fede, ben nascosti nelle nervature delle macchine”. “Si può anche fare – commenta riconoscente Balbo – della retorica più o meno sincera; ma quando si presentano simili episodi non si può non riconoscere l’esistenza di una vera collaborazione affettuosamente sentita tra gli umili che lavorano e i capi che comandano. Soprattutto per il gesto di solidarietà umana, vi ringrazio ancora una volta. Viva il Re, viva il Duce!”. Le reiterate crociere balbine faranno bene all’industria aeronautica italiana ed in particolare proprio alla Savoia Marchetti, se è vero che allo scoppio del secondo conflitto mondiale essa darà lavoro a ben 11.000 operai.

L’abile regia propagandistica fa concludere il tour dei trionfatori a Torino, al tempo stesso capitale dei Savoia e sede della Fiat. “Fra due fitte ali di popolo che acclama al Duce, ai transvolatori ed agli aviatori Caduti il corteo giunge in piazza Castello, dove la mole di Palazzo Reale e la meravigliosa facciata di Palazzo Madama rilucono per mille lampadine, dando alla severa area un aspetto fantastico e gioioso. S. E. Balbo scende dall’automobile all’Armeria Reale e sale nel Palazzo del Governo, al balcone del quale deve ripetutamente apparire per ricevere l’omaggio caloroso della moltitudine raccoltasi nella sottostante piazza. Nel Teatro Regio, dinanzi ad un foltissimo pubblico che riassume i più bei nomi della aristocrazia del sangue e del lavoro torinese, viene eseguito il Matrimonio segreto di Cimarosa. Quando il Generale Balbo e i suoi compagni fanno il loro ingresso in teatro, scoppia un applauso che dura parecchi minuti e si ripete più volte fra “alalà” altissimi, mentre l’orchestra suona gli inni nazionali. Il Ministro ringrazia alzando il braccio nel saluto romano”.

Il nostro viene quindi ricevuto a palazzo reale dai principi di Piemonte, i quali “si trattengono con lui con vivissima cordialità in animata conversazione”. Mentre dal balcone della prefettura Balbo si rivolge all’immensa folla osannante dolendosi di non disporre di voce sufficiente a farsi udire da tutti, intendendo egli “ringraziare degnamente la regal Torino, metropoli del motore che ha dato il cuore d’acciaio agli apparecchi atlantici e ha offerto ai transvolatori il palpito della sua grande anima. Se la nostra impresa – prosegue – ha servito in un momento di crisi economica a risollevare lo spirito della Nazione italiana, ridando all’Italia un’ora di più alta fede e di più intensa passione nazionale, gli aviatori sono largamente ripagati di tutte le avversità che hanno dovuto affrontare: essi sentono di avere compiuto il proprio dovere di italiani. L’impresa atlantica ebbe l’onore di essere definita “folle” dai soliti sedentari, allorché era in preparazione: il che oggi ci fa sorridere. Nulla in Italia è inosabile nei campi del lavoro e dell’ardimento, allorché il Capo del Fascismo dà ai suoi fedeli la parola d’ordine. Tutti i soldati di terra, di mare e del cielo dell’Italia fascista sono pronti a dare la vita per la Patria. Occorre applaudire non le persone, ma l’idea che esse incarnano ed elevare i gagliardetti e gridare tutta la propria fede nel Duce e nel Fascismo. Cittadini, gli aviatori transatlantici vi salutano e vi invitano a gridare: viva il Re!”.

La tappa successiva vede i nostri recarsi presso le officine Fiat di corso Dante deputate alle costruzioni aeronautiche, accolti dal senatore Agnelli e dal direttore generale Valletta. Dopodiché Balbo nel rivolgersi alle maestranze si rammarica ancora delle proprie non perfette condizioni fisiche: “Egli dirà soltanto poche parole che escono dal suo cuore di aviatore. La transvolata atlantica è stata compiuta con una fortuna superiore alle previsioni. Si prevedeva di lasciare molte vite sul cammino che per la prima volta era osato da una squadra di velivoli: per fortuna l’impresa si è chiusa con una percentuale di perdite molto modesta. Egli sente perciò il dovere di dire, da uomo a uomini, lealmente, che il trionfo dell’impresa è dovuto anche all’opera delle maestranze torinesi”.

I motori montati sugli apparecchi hanno funzionato alla perfezione: ad essi “nelle immensità oceaniche” era affidata la vita dei trasvolatori, per cui la loro riconoscenza non può che andare “agli operai della Fiat che con tanto amore e tanta tecnica hanno creato l’ordegno e all’ideatore che con tanto ingegno lo ha concepito. Vi sono destini diversi: ma noi e voi siamo strettamente uniti nel duro lavoro di ogni giorno per il trionfo delle ali d’Italia”. Quindi l’arrivederci: “Una vittoria è raggiunta, ma l’Italia non si ferma. Noi speriamo che da questa vittoria la vostra magnifica industria abbia a trarre, in un vicino domani, una grande prosperità. Non bisogna fermarsi: altri cimenti ci attendono. Mi auguro di rivedervi presto in questo stesso anno e nel giorno in cui festeggeremo la seconda grande vittoria delle ali d’Italia”.

Dopo il conferimento al ministro della cittadinanza onoraria a Palazzo Madama, agli equipaggi viene finalmente concessa una breve licenza. A Balbo spetta invece un ulteriore tributo nella sua Ferrara: ove i festeggiamenti orchestrati dal fedelissimo podestà Renzo Ravenna si concentreranno in un corso Cavour assiepato di folla come non mai.

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La testimonianza di Stefano Sorvino sul ritardo dei soccorsi nel terremoto dell’Irpinia del 1980

Secondo la vulgata tradizionale, i ritardi che caratterizzarono l’intervento dello Stato in soccorso delle popolazioni irpine terremotate il 23 novembre 1980 furono essenzialmente dovuti a due ordini di fattori: la mancanza di un’adeguata organizzazione di protezione civile che fosse in grado di coordinare in maniera tempestiva ed efficace risorse e mezzi, e le difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso in quelle terre remote e montane, servite da un sistema viario in pratica ancora fermo all’epoca borbonica. Nel suo libro Una vita, più vite: ricordando il prefetto Guido Sorvino (Terebinto 2016), tuttavia, Stefano Sorvino introduce a spiegazione dell’esiziale ritardo un motivo più prettamente umano, riconducibile all’incomprensione determinatasi nell’immediatezza tra la prefettura di Avellino ed il suo interlocutore romano.

Figlio dell’allora capo di gabinetto della prefettura avellinese nonché responsabile dell’ufficio di protezione civile Guido Sorvino (del quale il volume rappresenta l’interessante e dettagliata biografia), l’autore – all’epoca sedicenne – ricorda di come già qualche minuto dopo la tremenda scossa che alle 19.34 di quella domenica squarciò per un interminabile minuto e mezzo l’afosa sera del capoluogo irpino il padre, seguito dai familiari, si recasse dalla propria abitazione posta in via Amabile al palazzo del governo, potendo rendersi conto nel breve tragitto percorso sia dei rovinosi crolli verificatisi in via Cascino che del panico immediatamente diffusosi tra la popolazione, “con persone ferite che invocavano soccorso nella più assoluta confusione” e la stessa sede prefettizia che appariva seriamente danneggiata dal sisma.

Lì davanti avviene l’incontro tra il funzionario e il prefetto Attilio Lobefalo: il quale, colto dal terremoto nel mentre “si trovava in alloggio con la moglie – assistendo alla partita in salotto – si era precipitato all’esterno, in vestaglia, sporco di detriti provenienti dal crollo parziale di un solaio sovrastante”. Per i più giovani ricorderemo come in quegli anni la Rai solesse trasmettere la domenica, alle 19, un tempo dell’incontro di calcio più significativo della giornata della serie A (in quel caso si trattava di Juventus-Inter).

Inagibile la prefettura (i cui centralinisti sono peraltro rimasti al piano superiore, bloccati dal crollo di una scalinata), Lobefalo tenta di stabilire i primi collegamenti tramite la radio di servizio dell’auto della polizia ferma sotto al palazzo; nel frattempo Sorvino si reca in ricognizione presso la vicina questura, anch’essa lesionata al pari della caserma dei carabinieri. Al rapido rientro del funzionario in piazza Libertà si verifica una divergenza di vedute circa il da farsi con il superiore: la cui decisione è destinata ad imprimere al corso degli eventi già una prima svolta.

“Sorvino propone a Lobefalo di risalire nel palazzo, ancorché pericolante, per attivare la macchina della protezione civile diramando la mobilitazione generale delle forze disponibili, con la verifica delle comunicazioni attivabili – in modo da avviare la prima ricognizione dell’accaduto – ed informando il Ministero dell’Interno con la richiesta di immediati e massicci soccorsi. È certamente rischioso salire nell’edificio, anche nella prospettiva di scosse di replica e di assestamento (che si verificano più volte nella stessa notte), ma il palazzo del governo rappresenta la base logistica da cui – pur con rischio personale – sarebbe più facile attivare la sequenza delle operazioni, almeno nella fase immediata. Lobefalo è perplesso, tentenna su questa ipotesi, ritenendo che la condizione statica del palazzo sia del tutto insicura e, dopo l’intervento imperioso della consorte – traumatizzata dall’accaduto – scarta la proposta del capo di gabinetto di risalire subito in ufficio. Egli decide invece di stabilire il centro di coordinamento presso la caserma della polizia di via Annarumma”, sede distaccata della Stradale.

“La scelta di Lobefalo è in teoria corretta – oltre che umanamente comprensibile – perché il palazzo della prefettura risulta pesantemente danneggiato, mentre il centro di coordinamento deve essere ubicato per definizione in una costruzione sicura. Tuttavia l’utilizzo dello stabile – come propone Sorvino – consentirebbe nell’immediato una più ampia, veloce e visibile attivazione, maggiore facilità di comunicazione con il centro e con il resto della provincia, una più rapida aggregazione del personale e delle forze disponibili rispetto alla struttura più limitata e periferica della polizia stradale. Il prefetto ed il capo gabinetto, seguiti dalle rispettive famiglie, raggiungono in pochi minuti il comando di via Annarumma – a bordo della volante con le sirene spiegate – ma il percorso per raggiungere la caserma non risulta facilmente praticabile, a causa del tumulto di automezzi e persone assiepate ai lati ed anche in mezzo alla strada in un drammatico marasma generale”.

Dalla centrale operativa della Stradale si stabiliscono i primi contatti radio, e alla luce delle torce elettriche dato il prolungarsi del black out che dal momento della prima scossa paralizza a sua volta la città. A penalizzare ulteriormente la situazione è anche la giornata festiva: “Nelle prime ore prefetto e capo di gabinetto operano quasi da soli, negli angusti locali di via Annarumma, affiancati da un piccolo gruppo di funzionari prefettizi e di polizia e da qualche ufficiale dei carabinieri, senza disporre di una sufficiente aliquota di personale disponibile”. Pur fra tali “immani difficoltà di operare” non si tarda ad acquisire la certezza che quella che all’inizio poteva apparire come un’emergenza sì “gravissima, ma al momento del tutto indeterminata ed indeterminabile” è purtroppo “una catastrofe dalle dimensioni impensabili, oltre ogni pessimistica valutazione, che non ha il suo epicentro ad Avellino (pur così violentemente colpita) ma nel Vulture verso i confini della provincia”.

“Sin dalle prime ore, e soprattutto a notte inoltrata, mentre si ripetono le forti scosse di assestamento, il nucleo operativo della prefettura acquisisce la progressiva percezione di un terremoto di vastissima entità, che ha colpito dappertutto la provincia – soprattutto in Alta Irpinia – ma non è ancora in grado di ricostruire un quadro organico e puntuale delle zone più dissestate”. Pur potendo disporre solo di quei mezzi di fortuna il prefetto fa tutto il possibile per allertare chi di dovere della gravità di quanto accaduto, a cominciare dal ministero dell’interno: ma il risultato non è quello sperato. Osserva a tale proposito l’autore che sin dall’inizio, “quando i primi telegiornali delle 20,00 e delle 20,30 parlano in modo vago di una “scossa di terremoto in Campania”, si manifesta a Roma una tendenza alla sottovalutazione della gravità dell’evento, con una certa incredulità rispetto alle allarmatissime – ancorché imprecise e generiche – segnalazioni provenienti dalla prefettura di Avellino”.

Soltanto la luce del giorno consentirà di dimensionare esattamente la portata della catastrofe, grazie alle ricognizioni effettuate dagli elicotteri militari e dei vigili del fuoco. Eppure già “nel cuore della notte la caserma di polizia viene raggiunta da numerosi amministratori, personalità e uomini politici della città e della provincia che vogliono incontrare il prefetto, forniscono e chiedono concitatamente notizie, concorrendo in modo disordinato allo sforzo di mobilitazione generale. Sopraggiunge trafelato l’onorevole De Mita, che proviene da una personale ricognizione a Sant’Angelo dei Lombardi, investendo Lobefalo con la voce rotta dall’emozione: “Sant’Angelo non c’è più, sono caduti anche l’ospedale ed il liceo classico”. Con comprensibile concitazione, De Mita ragguaglia al telefono il ministro dell’Interno Rognoni, lamentando – davanti al prefetto – la mancanza di adeguato coordinamento, mentre Lobefalo borbotta: “ecco, sono arrivati i soloni”. Giunge in caserma preoccupato l’onorevole Bianco, presidente dei deputati democristiani, originario di Guardia dei Lombardi, ed il senatore Mancino attivo tra Avellino e Montefalcione”.

Già queste note risultano significative, testimoniando di come i maggiorenti democristiani irpini si siano immediatamente attivati, con inopportune visite al luogo in cui tra mille difficoltà si stava tentando di fare il possibile, e non certo per manifestare ai funzionari impegnati fiducia o collaborazione. Ma il cuore della testimonianza di Sorvino risiede sicuramente nella precisazione del dettaglio che, nella ricostruzione delle cause del disastro dei soccorsi, ci impone di assumere il “fattore umano” quale decisivo nella mancata messa in moto della macchina dei soccorsi sin dalle prime ore.

“Lobefalo interloquisce svariate volte con il viceprefetto Gaetano Spirito, vicedirettore generale della protezione civile e dei vigili del fuoco – che è il referente ministeriale di turno – incontrando nelle prime comunicazioni un certo scetticismo rispetto alle sue concitate richieste di aiuto (forse perché Spirito immagina che il prefetto sia troppo emotivamente coinvolto per essere obiettivo). A Roma vi è un iniziale difetto di prontezza e sensibilità degli organi governativi, anche se è obiettivamente difficile percepire l’estrema gravità e l’estensione senza precedenti del terremoto dell’Italia meridionale – paragonabile solo a quello dello Stretto del lontano 1908 – sulla base della organizzazione tecnico-scientifica dell’epoca”.

Così l’inettitudine e l’inefficienza dello Stato individueranno il capro espiatorio ideale proprio nel povero Lobefalo, crocifisso sin dalla visita che il presidente della repubblica Pertini compie nelle zone terremotate il 25 novembre. “L’accesso presidenziale si svolge in condizioni drammatiche, in un clima di grande emotività, e il Presidente Pertini ne rimane scosso e turbato, procedendo tra le macerie con il suo piccolo seguito, in mezzo alla disperazione dei sopravvissuti, e – con uno scatto di ira e di indignazione – investe ripetutamente Lobefalo, che prova a dare le spiegazioni possibili ma viene bruscamente zittito. I collaboratori al seguito del capo dello Stato fanno segno al prefetto di non rispondere alla veemente e rabbiosa invettiva del Presidente, attendendo che la collera e la emozione si plachino per fare poi il punto della situazione in un momento più opportuno”.

La sera successiva, in una edizione straordinaria del telegiornale a reti unificate, “con accento emotivo e giustizialista, in una sorta di sommario proclama” Pertini denuncia le “gravi mancanze” che hanno di fatto impedito i soccorsi, comunicando al Paese che “chi ha mancato deve essere colpito, così come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica”. Lo stesso governo finisce così sul banco degli imputati: non pare dunque il vero al partito di maggioranza di poter scaricare la colpa sul malcapitato Lobefalo, in una provincia in cui la democrazia cristiana fa da sempre il pieno di voti.

Eppure Sorvino difende l’operato del prefetto, sottolineando come, pur in una “lotta impari e disperata contro il tempo”, egli nel drammatico frangente non abbia lasciato “nulla di intentato tra le misure potenzialmente utili a fronteggiare la crisi”. L’autore fa anzi di più, appellandosi a quanto affermato dall’illustre giurista Cassese, secondo il quale “al prefetto si chiede sempre una risposta rapida e pertinente all’imprevedibile, venendo utilizzato anche come capro espiatorio quando si verificano fatti gravi nella gestione della cosa pubblica”. Per chiosare: “È proprio il caso di Attilio Lobefalo, chiamato personalmente a rispondere di una situazione molto al di sopra delle sue possibilità di gestione”.

Portando inoltre a sostegno di tale assunto due considerazioni. La prima, che la procura di Avellino, al termine di un’accurata indagine sollecitata dalle denunce di diversi cittadini che nel terremoto avevano perduto congiunti – che le pesanti accuse formulate in televisione da Pertini non fecero che sobillare – ed alle quali la stampa aveva dato ampio risalto concluse per l’esclusione di responsabilità penali a carico di Lobefalo, “attesa da un lato la assoluta straordinarietà ed imprevedibilità dell’evento e valutando, dall’altro, le evidenti ragioni di forza maggiore che scriminano in modo oggettivo le inefficienze e i ritardi nei soccorsi, non certamente imputabili al livello provinciale”. Archiviazione che manco a dirlo non ebbe “alcun significativo riscontro mediatico”, né generò nell’opinione pubblica le “necessarie valutazioni” sulla correttezza dell’operato del prefetto.

La seconda, che fu lo stesso consiglio dei ministri a riabilitare la figura di Lobefalo, nominandolo, “dopo un triennio di immeritato “parcheggio””, prefetto di Chieti. Precisa a tale proposito Sorvino che, prima di proporre l’assegnazione all’approvazione dei colleghi, “secondo la prassi rituale lo scrupoloso ministro dell’Interno Scalfaro sottopose in via preventiva la “velina” del movimento al gradimento del capo dello Stato”: avendo così modo di accertarsi che Pertini “non aveva nulla in contrario alla reintegrazione di Lobefalo come prefetto di sede”. “Il Presidente della Repubblica non solo non si oppone ma, con onestà intellettuale, ritiene il provvedimento equo ed opportuno perché in definitiva Lobefalo è l’unico ad aver pagato ed è giusto che sia ora riabilitato in servizio attivo, alla guida di una prefettura, anche se nell’opinione pubblica gli rimane affibbiata l’etichetta di “prefetto del terremoto”, con il sostanziale ridimensionamento della carriera”.

Per una vicenda che dimostra dunque come opportunismo e ambizione personale costituissero sempre e comunque le linee guida della condotta del politico della cosiddetta “prima repubblica”: foss’egli il potente boss democristiano, signore delle preferenze e del clientelismo nel proprio collegio elettorale, così come lo stesso, anziano capo dello Stato socialista, apparentemente anticonformista e vicino alla gente.

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Una targa per Giovanni Gentile

 

Fra quanti aderirono al fascismo, Giovanni Gentile rappresenta sicuramente una delle figure più nobili. Intellettuale di spicco del mondo liberale, al pari di tanti ex giolittiani egli iniziò a guardare con simpatia al nuovo movimento nel corso del “biennio rosso” seguito al primo conflitto mondiale, allorché le quotidiane violenze perpetrate da chi intendeva fare dell’Italia uno stato comunista indussero molti moderati a giustificare gli altrettanto brutali metodi messi in atto dalle camicie nere.

Direttamente ispirate al suo idealismo filosofico le scelte operate dopo la presa del potere da parte di Mussolini: nel cui esecutivo egli accettò di entrare, come ministro della pubblica istruzione, allo scopo di realizzare quella riforma della scuola cui con Croce lavoravano da decenni, e che l’amico non era riuscito ad attuare allorché era stato a sua volta ministro nell’ultimo governo Giolitti. Così come al partito fascista Gentile si sarebbe iscritto l’anno successivo, ormai individuato nel Duce “l’uomo del destino” per un Paese uscito dalla guerra vincitore ma completamente allo sbando sul piano etico-politico, e nel Pnf il potenziale motore di una rigenerazione morale e religiosa degli italiani che ne rinnovasse lo spirito risorgimentale. Obiettivo del filosofo quello di dotare l’ancor grezzo partito mussoliniano di un adeguato fondamento ideologico e culturale, in un momento in cui la dittatura era peraltro ancora di là da venire e tutte le libertà costituzionali pienamente garantite.

Portata a compimento l’agognata riforma, Gentile si dimette da ministro dopo il delitto Matteotti, ma senza far mancare il proprio sostegno a Mussolini una volta superata la crisi con la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti e quindi prendendo parte a tutta una serie di iniziative culturali del regime, a cominciare dalla direzione della prestigiosa Enciclopedia italiana. Nonostante tali ininterrotte collaborazioni, l’illustre docente non assumerà mai nei confronti della dittatura posizioni opportunistiche e compiacenti, rimanendo fondamentalmente un moderato, mantenendo anche con coraggio un atteggiamento del tutto autonomo (quando non critico) e finendo con l’essere di fatto un emarginato rispetto al potere.

In ossequio alla tradizionale concezione liberale dello Stato laico Gentile si oppone ai Patti lateranensi, censurando in particolare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori e valorizzando polemicamente la figura di Giordano Bruno sino a guadagnarsi – lui dichiaratamente cristiano e cattolico – la messa all’indice delle sue opere da parte del Sant’Uffizio. Per poi scagliarsi contro il ministro dell’educazione nazionale (com’era stata ribattezzata la pubblica istruzione) De Vecchi, accusandolo di “inquinamento culturale”, allorché l’ex quadrumviro avvia la fascistizzazione della scuola sopprimendo anzitutto quel Consiglio superiore della pubblica istruzione con cui lo Statuto albertino ne aveva tutelato l’autonomia.

Ma la presa di posizione che più fa onore al nostro è sicuramente quella contro le leggi razziali, preceduta da una condanna delle teorie razziste in auge nella Germania nazista condotta adducendo l’esempio dell’antica Roma e qualificando come “popoli piccoli e di scarse riserve quelli che si chiudono gelosamente in se stessi in un nazionalismo schivo e sterile”. Anche in questo caso Gentile non mancò di levare pubblicamente la propria autorevole voce (era tuttora direttore della Normale di Pisa, nonché vicepresidente della Bocconi) a difesa di colleghi ebrei allontanati dall’insegnamento a seguito dei provvedimenti del ’38.

Di fatto un corpo estraneo al fascismo al momento dell’entrata in guerra italiana, dopo anni di silenzio politico il filosofo non si tira indietro allorché l’ormai traballante regime gli chiede di tenere un intervento pubblico, nel frangente più critico per il Paese apparendo le sorti del conflitto ormai segnate. Tralasciando le colpe della dittatura, non resta che appellarsi al patriottismo: nasce così il Discorso agli Italiani, tenuto in Campidoglio il 24 giugno ’43 e nel quale l’esortazione all’unità nazionale fa leva sui momenti salienti della nostra storia, da Roma al Rinascimento, dall’epopea garibaldina alla riscossa di Vittorio Veneto dopo Caporetto. Dopodiché Gentile si ritira sulle colline fiorentine, per dedicarsi a quello che resterà il suo ultimo scritto teorico.

Senonché la sorte gli volta definitivamente le spalle, precludendogli una vecchiaia tranquilla ed avviandolo anzi ineluttabilmente verso la sua tragica fine. Vissuta con indifferenza la caduta di Mussolini, una volta insediatosi il governo Badoglio il professore accoglie con soddisfazione l’inserimento nell’esecutivo di alcuni suoi ex collaboratori: a cominciare da Leonardo Severi, già al suo fianco nell’elaborazione della riforma scolastica e adesso nominato a sua volta ministro dell’educazione nazionale. Anche in considerazione dell’importante ruolo ancora ricoperto in ambito accademico, Gentile invia all’ex segretario delle lettere private in cui, oltre a fargli gli auguri per il suo nuovo incarico, gli richiama certe questioni inerenti l’università, ed in particolare la Normale, dal crollo del regime lasciate in sospeso.

La reazione di Severi è però la più inattesa e sconcertante. Credendo evidentemente in tal modo di acquisire punti sul piano dell’antifascismo, egli rivolge contro l’illustre predecessore un duro attacco pubblico, travisandone volutamente il senso dell’invito ed omettendo per giunta di rivelarne i contenuti. Dalle colonne del “Giornale d’Italia” il ministro accredita arbitrariamente l’immagine di un Gentile che gli si sarebbe inopportunamente proposto quale “consigliere”, costringendolo a respingerne l’incauta proposta: “Non posso accettare il Suo consiglio perché Lei dopo il 1924 e sino all’infelice discorso del 24 giugno di quest’anno non ha esitato a mettersi al servizio della tirannia – e quale tirannia – e con l’autorità allora indiscussa del Suo nome ha contribuito più che tanti a rafforzarla. I giovani, la scienza, la verità sono stati traditi al punto che un ministro dell’Educazione nazionale di un governo che ripristina la libertà non può più averla tra i suoi consiglieri”. Privilegiando le ragioni della dignità, il filosofo a quel punto rassegna le dimissioni da direttore della Normale.

Ormai inesorabilmente segnato il suo destino di personaggio più di chiunque altro “a Dio spiacente e a’ nemici sui”, dopo l’8 settembre a Gentile vengono rivolti pesanti attacchi anche da parte di Radio Monaco: la voce concessa da Hitler agli esponenti del fascismo più estremo, prontamente riparati in Germania. La guerra marcia nel frattempo rapidamente verso la sua pagina per noi più tragica: il ritorno di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due. Pure il redivivo fascismo “repubblicano” mostra di avere bisogno del suo antico ideologo: Gentile riceve la visita del ministro dell’educazione nazionale di Salò, Biggini, che gli propone di entrare al governo. Rifiutatosi, il nostro non può tuttavia declinare l’invito del Duce – ora più che mai uomo del destino, per lui – che dal suo esilio dorato di Gardone ha espresso il desiderio di incontrarlo.

Ed è solo per coerenza, per amor di patria, per contribuire a “salvare il salvabile” – non certo per ambizione, o fanatismo ideologico – che il 17 novembre ’43 il professore accetta la nomina a presidente della ricostituita Accademia d’Italia, subentrando a Federzoni da Mussolini destituito in quanto sostenitore dell’ordine del giorno Grandi che ne ha decretato la caduta: “non accettare sarebbe stata suprema vigliaccheria e demolizione di tutta la mia vita”, spiega in una lettera alla figlia. Ancora una volta scrupoli di coscienza, per un incarico che non avrebbe potuto essere più simbolico ed onorifico – specie in una situazione del genere – e che pur non attribuendogli alcun potere ne comporta comunque tutti i rischi.

In questo momento Gentile non può prevedere quello che sarà il fascismo di Salò: un lugubre supplemento del Ventennio fanatico quanto malefico, costituitosi soltanto per compiacere l’alleato tedesco, privo della minima autonomia politica ed operativa, diretto dagli esponenti del regime più fanatici (che alla fine moriranno peraltro tutti) e che farà dell’odio e della vendetta la propria ragion d’essere. Nel nome di un malinteso “senso dell’onore” nei confronti della Germania, e sfruttando il carisma di un Mussolini politicamente ed umanamente finito eppure ancora in grado di smuovere gli animi di tanti italiani, a guerra ormai perduta si condannerà il Paese alla definitiva rovina, si scatenerà una guerra civile, si sfasceranno famiglie, si manderanno a morire tanti giovani – molti dei quali poco più che bambini – colpevoli soltanto di continuare a vedere nel Duce un idolo.

La riapparizione del filosofo sulla scena politica provoca l’immediata reazione dei quotidiani repubblichini più oltranzisti: è in particolare il milanese “Fascio” ad accusarlo – prestando fede a quanto pubblicato da Severi – di essersi messo a disposizione del governo Badoglio, rinfacciandogli al contempo di avere a suo tempo trasformato l’Enciclopedia in una “casa di ebrei”.

Intanto l’avanzata alleata impone il trasferimento della sede dell’Accademia da Roma a Firenze, collocata in Palazzo Serristori; mentre nuova residenza privata di Gentile diviene Villa Montalto, al Salviatino, ove egli trova ospitalità assieme alla famiglia. La situazione che nella parte del Paese rimasta soggetta all’occupazione tedesca si determina a seguito dei nuovi sviluppi bellici finisce con il riproporre in pratica il clima politico del biennio rosso, con reciproci regolamenti di conti tra le opposte fazioni in cui agli antichi rancori si sommano da una parte la disperata ferocia di chi sente di non avere ormai più niente da perdere, dall’altra la spietata voglia di rivalsa di chi per oltre vent’anni ha dovuto chinare il capo, vedendo adesso il nemico in disfatta.

A Firenze, in particolare, era ancor vivo il ricordo di quanto avvenuto nel febbraio del ’21, allorché un attentato anarchico attuato in piazza Antinori contro un corteo nazionalista aveva causato la morte di uno studente e di un carabiniere, provocando l’immediata reazione degli squadristi neri culminata nel barbaro assassinio del dirigente comunista Spartaco Lavagnini. Il giorno successivo, mentre da solo percorreva in bicicletta il “ponte sospeso” (privo di piloni e posto nel punto in cui oggi si trova il ponte alla Vittoria), era a sua volta incappato in una squadraccia rossa il giovane fascista Giovanni Berta: riconosciuto per via del distintivo che portava all’occhiello, dopo essere stato circondato dai social-comunisti il malcapitato era stato pugnalato e quindi gettato di là dal parapetto, riuscendo comunque a rimanere aggrappato al bordo del ponte. Ma il sadico accanimento degli aggressori aveva ben presto vanificato tale disperato tentativo di salvezza, colpendo ripetutamente il giovane con calci e bastonate sulle mani e in faccia sino a farlo precipitare tra i flutti, ove era annegato. Proclamato “martire della rivoluzione fascista”, al Berta sarebbe stato dedicato il nuovo stadio fiorentino: vero e proprio monumento al regime ed al suo capo, riproducendo nella forma la D di Duce.

Non dissimile la temperie che si determina in città tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44, e che vede da una parte le violenze perpetrate dai neo-squadristi del “reparto di servizi speciali” del maggiore Mario Carità, dall’altra il rapido costituirsi di un variegato fronte antifascista, in cui le strategie risultano le più diverse: mentre infatti i più illuminati esponenti locali del partito d’azione danno vita a Radio Cora (l’emittente clandestina deputata a tenere i contatti con gli Alleati), il partito comunista organizza anche a Firenze gruppi armati di “gappisti”, precursori cittadini dei partigiani delle montagne ed il cui precipuo compito è quello di inasprire il più possibile il clima di guerra, in una prospettiva sommariamente rivoluzionaria.

Già il 1° dicembre ’43 i terroristi rossi mettono a segno il loro primo colpo, giustiziando sulla porta di casa il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto militare fiorentino. Per rappresaglia il tribunale straordinario decreta la fucilazione di cinque detenuti comunisti, eseguita il giorno dopo sul piazzale delle Cascine. L’innescata spirale di sangue induce l’arcivescovo di Firenze Dalla Costa a rivolgere un appello pubblico “per la pacificazione degli animi”, con il quale esorta la cittadinanza ad astenersi da ogni atto di violenza: intervento che non riceve tuttavia l’approvazione dei vertici del Cln toscano; con i comunisti in particolare che decidono anzi di intensificare la propria attività di guerriglia.

In un clima del genere, l’idealista Gentile ritiene – per la verità alquanto ingenuamente – di poter giocare a sua volta il ruolo del pacificatore: prima rilasciando alla “Nazione” un’intervista in cui afferma la necessità di “cercare e valorizzare tutto ciò che faciliti e affretti la conciliazione e l’unione degli animi”; quindi pubblicando, il 28 dicembre, sul “Corriere della Sera”, l’articolo “Ricostruire”. Nel quale, richiamata “la funzione essenziale della cultura che è arte, scienza e genio, ma è tradizione; e come coscienza profonda di questa, unità fondamentale comune, bisogno di concordia degli animi, rinvio di tutto quello che può divenire, cessazione delle lotte, tranne quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede, ma sadicamente ebbri di sterminio”, egli ha parole di monito per il suo stesso partito, richiamato alle proprie responsabilità.

“I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere, l’iniziativa della riscossa, e perciò essi per primi devono dare l’esempio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso Partito costantemente la Patria. E se il Partito, nella sua organizzazione nazionale, alla dipendenza dei Capi nelle provincie, ha in mano, come organo dello Stato, la responsabilità del potere, egli deve ricordarsi che la sua funzione delicatissima va esercitata più che mai con largo spirito pacificatore e costruttivo. Perché questo è tempo di costruire. Tanto si è distrutto, che, se qualche scoria del vecchio costume deve tuttavia cadere, se uomini di un tempo nefasto devono scomparire, se istituti devono radicalmente trasformarsi, tutto può farsi in modo che chi ne abbia a soffrire possa riconoscere l’obiettiva necessità dei provvedimenti che derivano da un principio altamente proclamato che li giustifica. Non arbitrio né violenze; ma impero d’una legge imposta dalle necessità di una Patria da ricostruire. Colpire ovunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere”.

La concezione gentiliana del partito comunque asservito alle esigenze dello Stato “etico” – ossia propagatore anzitutto di valori morali: puranche nelle attuali, drammatiche contingenze belliche – cozzava inevitabilmente con quella dell’ala fascista più dura, più che mai in auge nella Rsi; lo stesso segretario del Pfr, il fiorentino Pavolini, si proponeva di affermare la centralità del partito in funzione rivoluzionaria e antiborghese, assumendo a modello il totalitarismo nazista specie ora che erano venuti meno i freni rappresentati dalla presenza al vertice dello Stato della monarchia. Agli occhi dei repubblichini più estremi il filosofo di Castelvetrano finiva così con l’incarnare il prototipo di quella categoria di intellettuali che, pur avendo aderito alla Rsi, non potevano essere considerati come dei veri fascisti rivoluzionari, essendo sostanzialmente rimasti dei liberali borghesi inclini al compromesso e contraddistinti da una sorta di pietismo che li portava a smarrire il senso della lotta in corso contro i mortali nemici del fascismo, nei confronti dei quali predicavano anzi insulsi concetti quali “concordia nazionale” e “tolleranza”.

Inevitabile perciò che contro la saggia quanto inopportuna presa di posizione gentiliana si scatenasse l’oltranzismo saloino: stavolta è in particolare il “Regime Fascista” di Farinacci a dargli addosso; mentre dal canto suo il capo degli antisemiti in camicia nera, Preziosi, coglie l’occasione per scrivere a Mussolini che “compito numero uno non è la così detta ‘concordia nazionale’, della quale insieme a Gentile vanno blaterando altri, ma la totale eliminazione degli ebrei”.

Tale levata di scudi induce il filosofo a scrivere allo stesso “Corriere” una lettera in cui puntualizza il senso del precedente articolo: “Quello che io chiedo è che si evitino le lotte non necessarie, né utili, anzi certamente dannose, in cui certi elementi fascisti insistono troppo col solo effetto di smorzare e rallentare la fiducia del Paese nel Partito. Ci sono arbitrii e persecuzioni e molestie che si potrebbero evitare senza nulla compromettere. E troppo si sta a ricordare tante sciocchezze commesse nei 45 giorni da molti che ne sono già amaramente pentiti e sono pronti ormai a marciare se si lasciano vivere. E perciò io credo opportuno un appello alla smobilitazione degli animi, alla concordia possibile, per carità di Patria, per la salvezza di tutti”.

Da direttore della “Nuova Antologia” poi Gentile ha modo di mettere in atto tali propositi unitari e pacificatori accogliendo nella rivista anche collaboratori non fascisti, e persino di ideologia socialista. Ma l’utopia dei suoi intenti gli viene rimarcata anche dal filologo Branca, già suo allievo alla Normale e adesso attivo nel fronte antifascista, il quale rifiuta la sua richiesta di collaborazione in questi termini: “Ormai c’è troppa tragedia, ci sono troppi morti, troppe inumanità fra le diverse sponde su cui siamo. Non posso”. Al che il deluso professore ribatte rievocando la pena del recente incontro avuto con Mussolini: “Tu non capisci niente, sei troppo giovane, non hai vissuto i drammi della storia di questa nostra Italia; e non hai visto quell’uomo – cui io devo tutto, tutto – distrutto dall’angoscia e che mi chiedeva aiuto per salvare il salvabile”.

Il 18 febbraio ’44 il Bando Graziani rinnova la chiamata alle armi per quanti non si sono presentati a novembre, ma decretando la pena di morte per renitenti e disertori: drastico provvedimento cui Gentile non fa mancare il proprio appoggio. Al contempo, però, egli si adopra contro le violenze messe in atto a Firenze dalla banda Carità, giungendo a minacciare di denuncia gli eccessi criminali dei torturatori repubblichini e intervenendo in favore di numerosi antifascisti arrestati, affidandone la difesa ad avvocati politicamente influenti, chiedendone la grazia.

Di tanto suo spendersi in funzione umanitaria non tiene certo conto Concetto Marchesi – dirigente comunista, nonché insigne latinista – allorché, il 24 febbraio, pubblica sul quotidiano socialista di Lugano “Libera Stampa” l’articolo “Rinascita fascista e concordia di animi”, già nell’introduzione al quale si qualifica quello lanciato da Gentile dalle colonne del “Corriere” come un “appello per una impossibile unione degli Italiani sotto l’insegna del neofascismo”. Nonostante nel frattempo il truce fascismo di Salò abbia avuto modo di mostrare ufficialmente il proprio volto con le arbitrarie fucilazioni del processo di Verona, inopinatamente le principali preoccupazioni comuniste non paiono dettate dalla necessità di contrastare l’irresponsabile strategia di chi si è supinamente votato alla criminale causa nazista bensì dai reiterati appelli alla concordia rivolti dall’indomito intellettuale siciliano.

Questo perché, nella spiccia logica di chi già guarda al dopoguerra in una prospettiva filosovietica, occorre esagitare gli animi degli italiani il più possibile, dividere il Paese anche nelle coscienze, far scorrere il più possibile sangue fraterno: ed è da un simile, cinico calcolo che nascono le iniziative gappiste più irresponsabili e scellerate, a cominciare dall’attentato romano di via Rasella. Così come è fuori discussione che nell’attuazione di tale disegno il Pci finisca paradossalmente con l’avere quale principale alleato proprio l’estremismo nazifascista, vedendo invece come il fumo negli occhi quegli esponenti repubblichini più moderati ed avveduti che rifiutandosi di lasciarsi sopraffare dalla disperazione del perdente continuano ad anteporre alle ragioni dell’odio e della vendetta quelle nazionali ed umanitarie: donde l’accanimento comunista contro Gentile, ormai individuato quale simbolo di tale lungimirante tendenza pacificatrice e comunque accomunato agli sgherri dalla croce uncinata e ai loro complici saloini nell’attuazione dello “scannamento più facile e più selvaggio”.

Scrive infatti Marchesi: “L’Italia, senatore Gentile, non si disfece improvvisamente ne “l’obbrobrio” – come voi dite – “dell’8 settembre”: allora finì di essere un paese con una monarchia e con un esercito. Il fascismo era già morto: e non può risorgere perché esso non è un organismo malato, è una malattia, con nessun altro appoggio fuori che l’esercito germanico, e rivisse (solo) a far le vendette tedesche in terra italiana.

“Il professore Gentile si rivolge a tutti perché rimandino per ora quello che può dividere e cessino dalle lotte. Ma guardate, signor professore, quello che succede ora nelle città della vostra Italia repubblicana. L’avversario assalisce per la strada a colpi di rivoltella. L’onore vi costringerebbe a fare da giudici o da nemici: non le due cose insieme. Ma voi rispondete con la rappresaglia. Non vi contentate di cercare e punire i responsabili: scegliete gli ostaggi da sgozzare e da mitragliare, e li portate all’aperto perché siano scannati prima che spunti la luce del giorno. Fino a ieri usavate la parola giusta: rappresaglia, parola servita a legittimare ogni infamia; ma fin ora non era servita a coprire una procedura di assassinio in massa su persone necessariamente innocenti perché chiuse in casa o in prigione nell’ora in cui si compiva il reato. Il merito di aver portato la legge e la norma pubblica al livello dello scannamento più facile e più selvaggio spetta al fascismo ed al nazismo. Con chi debbono accordarsi, ora, i cittadini d’Italia? Coi tribunali speciali della repubblica fascista o coi comandi delle S.S. germaniche?

“Quanti oggi invitano alla concordia, invitano ad una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell’uomo contro l’uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte ed una aurora”.

Ripreso da vari fogli clandestini, l’articolo sarebbe stato pubblicato in marzo dalla “Nostra lotta” – principale organo comunista nell’Italia occupata dai tedeschi – ma con il finale così modificato: “Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini nazisti e fascisti; quanti invitano oggi alla tregua vogliono disarmare i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini. La spada non va riposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!”. Della minatoria variazione finale si sarebbe anni dopo assunto la paternità il dirigente comunista Girolamo Li Causi.

Ed è proprio in marzo che a Firenze la situazione si fa incandescente a seguito dell’“eccidio di Vicchio”: occupato il borgo mugellano profittando della latitanza germanica nelle zone periferiche e montane, i partigiani di Monte Giovi passano per le armi diversi fascisti (perlopiù simpatizzanti: inermi civili). L’inevitabile rappresaglia che ne consegue porta alla cattura di alcuni giovani contadini del luogo: renitenti alla leva e perciò condotti a Firenze per essere processati dal tribunale speciale, cinque di loro vengono fucilati il 22 al Campo di Marte, per mano degli uomini di Carità.

Tre giorni prima, commemorando in Accademia Giambattista Vico, Gentile si è espresso a favore della prosecuzione della guerra a fianco dell’Asse, giustificando l’occupazione tedesca e contrapponendo alla figura del re, colpevole di avere consegnato il Paese al nemico, quelle del Duce e del Führer: “La risurrezione di Mussolini era necessaria come ogni evento che rientri nella logica della storia. Logico l’intervento della Germania, che i traditori avevano disconosciuta, poiché “quos deus perdere vult dementat”, ma la sua fede e forza e audacia furono sempre riconosciute e tenute presenti dall’Italia di Mussolini. Così questa fu subito ritrovata attraverso Mussolini e aiutata a rialzarsi dal condottiero della grande Germania che quest’Italia aspettava al suo fianco dove era il suo posto per il suo onore e per il suo destino, accomunata nella battaglia formidabile per la salvezza dell’Europa e della civiltà occidentale al suo popolo animoso, tenace, invincibile”.

Il fatto che il filosofo non si fosse mai espresso prima d’allora in termini di simpatia nei confronti del nazismo e del suo capo induce a spiegare tale elogio in chiave familiare: il figlio Federico, capitano d’artiglieria del regio esercito, catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre si trovava infatti tuttora internato in Ucraina, e in condizioni di prigionia particolarmente severe essendo l’unico ufficiale italiano del campo cui era inibita la ricezione della posta. Pur avendo aderito alla Rsi, il giovane aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito di Salò, sia per non coinvolgere altri militari che lo avrebbero seguito in quella scelta che per poter tornare in Italia da civile. Essendosi in precedenza rivelata vana un’intercessione del padre presso Mussolini, dopo il discorso del 19 marzo Federico fu trasferito in un lager tedesco, donde gli sarebbe stato infine concesso di rientrare in patria.

Il 30 Gentile riceve una cartolina anonima del seguente tenore: “Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani”. Offertagli perciò dalle autorità repubblichine una scorta armata, egli tuttavia la rifiuta, in termini che ne richiamano una volta di più l’incrollabile fiducia nel prossimo, pur in un frangente così critico: “Non sono così importante: ma poi, se hanno delle accuse da muovermi, sono sempre disponibile”. Profondamente idealista e cristiano, egli continua del resto a vivere la propria quotidianità all’insegna di una innata bonarietà: quella tipica di un siciliano dalla numerosa famiglia, affabile con tutti (quasi in ossequio al cognome avuto in sorte), pronto a prestare ascolto a chiunque lo interpelli così come ad offrire aiuto a chi ha bisogno. Se la sua adesione alla Rsi è scaturita da motivazioni di ordine prevalentemente affettivo, neppure il clima da guerra civile ormai imperante pare riuscito a scalfire la mitezza della sua indole, così come la sua fede.

Ciononostante, il “soviet” fiorentino ha già emesso contro di lui l’inappellabile sentenza di morte: una sentenza profondamente ingiusta, che va a colpire un uomo di 69 anni, inerme, pacifico e che non ha mai fatto del male a nessuno. Per giunta, l’assassinio sarà deciso, preparato ed eseguito con modalità che non avrebbero potuto essere più vili e spregevoli, e che paiono quasi avere fatto da modello a quelli che si riveleranno come i più efferati omicidi delle Brigate rosse.

Secondo quanto dichiarato nel 2004 al “Corriere della Sera” da Teresa Mattei, moglie di Bruno Sanguinetti che fu l’ideatore dell’omicidio, infatti, la decisione di ammazzare Gentile fu presa – senza consultare i vertici del Pci e tantomeno gli altri partiti del comitato di liberazione toscano – in una ristretta riunione cui presero parte il capo dei comunisti fiorentini Giuseppe Rossi e l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. Sottopostosi al giuramento di fedeltà al fascismo spettante ai docenti universitari, quest’ultimo aveva rinnovato la propria adesione al regime anche in occasione dell’alleanza col nazismo e delle leggi razziali, al punto di fare da cicerone a Hitler e a Göring in occasione delle loro visite in Italia, andando anche a tenere conferenze in Germania. Amico personale di Gentile, sempre secondo la Mattei Bianchi Bandinelli avrebbe approvato l’omicidio del filosofo in questi termini: “È un atto terribile, ma va fatto”.

Ed è la stessa Mattei, che laureanda in filosofia conosce personalmente Gentile, ad indicarlo ai gappisti incaricati dell’agguato nel mentre esce da Palazzo Serristori: quando lui ignaro di quanto lo attende nello scorgerla non manca di salutarla. Dopo averne studiato gli orari, il commando si apposta nei pressi del cancello di Villa Montalto il 15 aprile, all’ora di pranzo, confidando nella consuetudine del professore di desinare in famiglia. Egli ha peraltro appena ricevuto due colleghi del “Cesare Alfieri”, rivoltisi a lui al fine di salvaguardare l’autonomia del prestigioso istituto di scienze politiche fiorentino, di tradizione liberale e proprio dalla riforma Gentile elevato a dignità di corso di laurea autonomo rispetto a Giurisprudenza.

Mentre l’autista è intento ad aprire il cancello, i sicari si avvicinano all’auto tenendo sotto braccio dei libri: i quali danno al contempo loro sia l’aria di studenti che la possibilità di nascondere le pistole. Abbassato immediatamente il vetro per prestare loro ascolto, Gentile viene raggiunto dai colpi che gli spara in pieno petto Bruno Fanciullacci, e che rendono vana la successiva corsa verso l’ospedale di Careggi.

Dopo avere sospettato in un primo momento dello stesso Carità, le autorità della Rsi dispongono l’arresto di cinque docenti universitari, identificati come i mandanti morali dell’assassinio: fra questi, lo stesso Bianchi Bandinelli. Ma è l’immediato intervento presso la questura con cui i familiari del filosofo chiedono il rilascio degli arrestati a scongiurare “il ripetersi indefinito di una crudele successione di attentati e rappresaglie, in rispetto delle convinzioni di mio Padre e del suo costante atteggiamento”, come ricorderà anni dopo il figlio Gaetano: al quale, medico in servizio a Careggi quel giorno, è peraltro toccato in sorte di assistere al decesso del padre. Con Bianchi Bandinelli che una volta scampato il pericolo non manca di scrivere all’altro figlio dell’amico trucidato, appena rimpatriato: “Caro Federico, nella tragedia acerbissima che si è abbattuta sulla vostra famiglia (e che posso ben valutare conoscendo quanto uniti tutti voi foste sempre a Vostro padre e quanto Egli vi dava di se stesso) unica notizia di qualche consolazione fu quella del tuo ritorno”.

L’assassinio di Gentile provocò la spaccatura sia del fronte fascista che di quello antifascista. Se da una parte per iniziativa dello stesso ministro Biggini la salma del filosofo venne tumulata in Santa Croce (avendo così perlomeno l’onore di riposare accanto a quelle dei grandi italiani), dall’altra le esequie fecero registrare, accanto alla commossa partecipazione popolare, la mancata proclamazione del lutto nazionale, così come la latitanza di manifestazioni di cordoglio da parte di autorità e personaggi pubblici, come ebbe a denunciare il diciottenne allievo di Gentile Giovanni Spadolini.

Il quale a caldo tracciava anche un’acuta analisi della strategia di colpire gli elementi repubblichini più moderati: “Un vecchio benpensante domandava, l’altro giorno, dopo aver deprecato l’assassinio di Gentile, perché mai i nemici di Italia scegliessero quasi sempre, per i loro crimini, in seno al fascismo stesso gli uomini più onesti, conciliativi, obiettivi, capaci e stimati, individui tutti o di specchiato valore o di raro ingegno, e risparmiassero e lasciassero anzi prosperare in pace i settari e i fanatici, quando non addirittura gli arrampicatori, gli screditati, gli incapaci e i filibustieri. La risposta è semplice: la verità è che i primi, anche se nel fascismo rappresentano la tendenza più temperata, tali da sembrar in apparenza deboli e incerti, sono invece il massimo lievito e la massima garanzia della ripresa nazionale e solo per questo sono invisi al nemico”.

Dopo la diffusione a Firenze da parte comunista di un volantino di rivendicazione dell’attentato, redatto da Orazio Barbieri e che, nel riprodurre l’articolo di Marchesi, esaltava l’azione gappista come vendetta per le fucilazioni del Campo di Marte, ma suscitando l’immediata sconfessione da parte del Cln toscano a seguito di una recisa presa di posizione del rappresentante azionista Enriques Agnoletti, dal comitato giungeva la deplorazione dell’omicidio, votata con la sola astensione del rappresentante del Pci a rompere l’unanimità. Astensione, non contrarietà: quasi a sottolineare l’imbarazzo degli stessi vertici comunisti di fronte ad un atto che certo non procurava al partito onore, ma soltanto vergogna.

Ed era lo stesso Enriques Agnoletti a rendere l’onore delle armi alla figura del filosofo così vilmente assassinato, nel documento redatto a nome del partito d’azione: “La sua responsabilità è una responsabilità politica e la sua condanna è stata data dal corso degli avvenimenti. La sua morte non aggiunge nulla alla sua fine come uomo politico. D’altra parte Giovanni Gentile non aveva commesso quei delitti per cui possono venire emesse delle condanne popolari che sicuramente colpiscono giusto. Non era una spia né un delatore. Ha sempre tentato di aiutare individualmente quanti più antifascisti ha potuto, di qualsiasi partito essi fossero. Tra i suoi allievi la maggioranza era contro di lui politicamente, ve ne sono in quasi tutti i partiti politici. Questo dimostra che l’influenza culturale da lui esercitata non era contraria alla libertà. Per tutte queste ragioni il P. d’A. non avrebbe mai approvato la sua uccisione, se avesse conosciuto il progetto. Tanto meno può permettere che il suo nome venga usato in modo tale da doverne assumere la responsabilità”.

Anche negli anni a venire le polemiche sulla morte di Gentile sarebbero state infinite. Per una serie di circostanze che cercheremo di chiarire tuttavia l’Italia democratica non è stata in grado di rendere alla figura del filosofo assassinato il dovuto omaggio, riparando a quella uccisione ingiusta quanto odiosa con una qualche iniziativa che perlomeno ne riabilitasse la memoria.

In primis, l’utilizzo politico che della “resistenza” ha continuato a fare per tutta la durata della sua storia il partito comunista, elevando al rango di dirigenti, sindaci, parlamentari – quando non di eroi – anche gli assassini più efferati: compresi gli scellerati organizzatori degli attentati che tante vittime hanno mietuto tra la popolazione civile a seguito delle rappresaglie tedesche ed i vigliacchi autori delle mattanze di inermi ex fascisti – o presunti tali – dopo il 25 aprile. Ed è stato probabilmente solo per l’esclusione del Pci dal governo nazionale che non ci siamo ritrovati alcuni di questi criminali come ministri della repubblica.

Non diverso il destino dei personaggi a vario titolo coinvolti nel delitto Gentile: Li Causi, Mattei, Rossi, Barbieri finirono infatti tutti quanti parlamentari. Se invece Sanguinetti – industriale – fu uno dei principali finanziatori del Pci prima di morire prematuramente, a Bianchi Bandinelli va perlomeno riconosciuta la dignità di avere rifiutato prima la candidatura a sindaco di Firenze, quindi quella a senatore. Mentre un discorso a parte merita Fanciullacci, arrestato e torturato dalla banda Carità non per l’assassinio del filosofo – i cui responsabili rimasero del resto all’epoca ignoti – bensì per il ferimento di un esponente del Pfr fiorentino. Durante una pausa del brutale interrogatorio cui venne sottoposto a Villa Triste (quartier generale degli aguzzini neri) il partigiano pur avendo le mani legate dietro la schiena e tra i colpi di pistola sparatigli dal piantone riuscì a gettarsi da una finestra, ma atterrando malamente al punto di riportare lesioni mortali.

Medaglia d’oro al valor militare ed ovviamente omaggiato dalla toponomastica fiorentina, l’incensamento della memoria di Fanciullacci quale conclamato martire della violenza fascista sarebbe stato messo in discussione soltanto nel 2000, nel nuovo clima politico dettato dal crollo delle barriere ideologiche legate all’epoca della Guerra fredda che aveva fra l’altro visto lo “sdoganamento” del partito post-fascista, assurto addirittura a forza di governo dopo la vittoria alle politiche del ’94 della coalizione di centrodestra. Nel prendere la parola in Palazzo Vecchio, il consigliere comunale di Alleanza Nazionale Achille Totaro non usava mezzi termini: “Bruno Fanciullacci fu un assassino: ha ammazzato un filosofo di 70 anni, colpito mentre era indifeso. Non fu un’azione di guerra ma l’opera di un vigliacco: un assassino vigliacco”. L’inevitabile denuncia per diffamazione sporta dall’Anpi e dalla sorella del partigiano contro il coraggioso consigliere ed i colleghi espostisi a suo sostegno vedeva l’assoluzione in primo grado, la simbolica condanna al risarcimento di un euro in appello e il definitivo proscioglimento – dieci anni dopo il fatto – in Cassazione.

Il secondo motivo della damnatio memoriae nei confronti di Gentile va individuato nella ininterrotta amministrazione della Toscana – come del resto di tutte quante le sue città – da parte della medesima parte politica, comunista o post-comunista che fosse. Per decenni il nome del filosofo era stato completamente ignorato dall’università di Pisa, nonostante egli fosse tra coloro che avevano diretto la Normale più a lungo, promuovendone peraltro il rilancio dopo un periodo di decadenza: fino alla maldestra pensata di apporre nel cortile dell’ateneo una targa non a suo onore, ma disonore, dal momento che gli si addebitava l’adesione alle leggi razziali, presentandolo in pratica alla stregua di un oltranzista in camicia nera. Oltraggio oltremodo sconcertante – specie tenendo conto della sua provenienza da parte di autorità accademiche – oltre che ingrato, e che poté essere sanato solo a seguito delle sdegnate proteste dei figli del professore assassinato.

Ma un’ulteriore ragione – forse la più ostativa – è da ricercarsi nella mancata pacificazione nazionale di questo Paese, per certi aspetti ancora incapace di voltare pagina, sottraendo finalmente quel periodo pur così tragico che fu la guerra civile alla propaganda politica per affidarlo obiettivamente, serenamente al giudizio della Storia. Solamente perché Gentile si schierò dalla parte perdente – perché dire che fosse quella “sbagliata” significa già calpestare arbitrariamente le ragioni di chi fece quella scelta, dato che dal suo punto di vista potevano essere anche le più nobili – lo si è considerato un personaggio negativo e quindi degno soltanto di riprovazione ed oblio: questo contro tutto l’esempio della sua vita, inequivocabilmente chiaro e documentato. E nemmeno si può trascurare il fatto che  la famiglia, con il suo tempestivo intervento, abbia fatto sì che non venisse versato altro sangue, peraltro per gran parte innocente.

La città di Firenze è dunque in debito, oltre che con il professore umanitario ed altruista, anche con i suoi familiari. Si mettano perciò da parte rancori e pregiudizi ideologici non solo anacronistici, ma anche profondamente ingiusti, seguendo l’esempio di tante altre e più illuminate città che hanno voluto rendere omaggio alla figura dello sfortunato filosofo dedicandogli strade e piazze: a cominciare da Roma. Titolare vie a giocatori della Fiorentina prematuramente mancati per malattia è sicuramente più facile e redditizio, ingraziandocisi le simpatie dei tifosi; ma neppure l’opportunismo può rappresentare l’unico movente dell’amministrazione comunale di quella che si propone come la capitale universale dell’arte e della cultura: valori che portano implicitamente con sé quelli della civiltà, dell’onestà, della giustizia.

Si abbia perciò il coraggio di compiere un gesto di ben altra maturità democratica e sensibilità storica, rendendo giustizia ad un uomo profondamente buono e giusto, e la cui unica colpa fu quella di essere stato troppo coerente ed idealista. Si apponga al Salviatino, sul luogo in cui venne compiuto un delitto contro umanità e buon senso, una targa in ricordo di Giovanni Gentile: caduto a Firenze per il bene che voleva alla città, e all’Italia.

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La narrativa di Corrado Leoni

 

Nato nel 1942 a Dro (Trento), conseguita la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens ove ha modo di ricoprire anche l’incarico di rappresentante sindacale; frequenta inoltre un corso di informatica presso l’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’Enaip, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica – con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) – e optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.

Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana orientale (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dallo spirito della gente apuana egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promuovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.

Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: le giornate trascorse tra campi, botteghe artigianali, stalle, cantine.

Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale nella vita di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.

Tristi fatti che vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa dell’alleato-rivale Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.

Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio ad un incolpevole esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.

Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono del resto ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino ad innamorarsi.

Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale ed un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e a un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani “putane” e “capeloni” usi a bivaccare giorno e notte dentro l’università in spregio ad ogni decoro e costume dell’epoca.

Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, poi, era la stessa comunità dei lavoratori italiani ad intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi pesantemente contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi ed annullandone inesorabilmente l’identità.

Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica risulta Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana né, su quello gerarchico, dalla rigidità della struttura ereditata dall’impero romano.

A fare le spese di tutto ciò è secondo il nostro la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tesa ad interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione quale manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.

Nell’opera non mancano riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: dal socialista Leoni accusato di avere perpetuato il primato della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.

Nella protagonista del romanzo Il cavaliere senza cavallo, del 2014, rivivono autobiograficamente le principali pagine che hanno segnato la vita dell’autore: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole, è un cavaliere senza cavallo”.

Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.

Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.

Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione caratterizzante il mondo della scuola. La frustrazione dei docenti anzitutto, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio: misero se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati, al punto di portare non pochi insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù; cui vanno aggiunte la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi nonché la totale irrilevanza sociale del ruolo ricoperto.

La boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager. La pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati. La beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo. E poi l’ipocrisia dei rapporti fra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…

Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa leoniana), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi e insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide su due piedi di voler condividere con l’immigrato il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inopinatamente fatto ritorno in Africa.

Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per antonomasia – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino a spacciarle per verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a combinarne di tutti i colori; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro (ereditata dalla legislatura precedente) per sostituirla con quella Moratti.

Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento onde poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.

Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare e impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, guardandosi bene dall’affrontare argomenti che suonino più leggeri e ruffiani alle orecchie altrui. Naturale a quel punto la risposta della invidiosa collega, la quale avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.

L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al “posto”, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.

Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli, e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato; mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.

Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a rifiutarsi di alimentare ipocritamente nei giovani studenti facili illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.

Donna Luigia. Profuga e partigiana segna l’anno successivo il ritorno di Leoni ai temi portanti della sua opera prima: la civiltà contadina, la guerra, la resistenza. Il romanzo ha ambizioni di filosofia della storia, annunciate sin dall’introduzione con il tracciare un disegno illuministico dell’alternarsi delle ideologie e degli imperi che segnano l’evoluzione della società sino allo spartiacque rappresentato dalla prima guerra mondiale.

È infatti con il grande conflitto bellico che “viene a cadere definitivamente questa magia ideologica e produttiva secondo la quale la guerra e la sua conduzione erano la principale fonte di ideali, di identità etnica, di potere aggregante tra i popoli, che potevano sopravvivere perché sudditi in ogni aspetto della vita: nascita, educazione, usi e costumi, lavoro, destini personali e collettivi, benessere; tutto ciò attraverso espansioni e reciproche e alterne occupazioni sotto l’insegna dell’arte della guerra, origine prima di aggregazione tra i popoli, anche se tremendamente tragica”.

Tale gravame filosofico aleggia anche sul corpo della narrazione, al punto di indurre l’autore ad interromperne la vivezza mediante un concettoso post scriptum: “L’agire è condizionato dal contingente, la storia è determinata dall’utopia e da una spinta ideale. La storia non può esser ridotta a una somma di fatti o di episodi e neppure a un amalgama degli stessi; la storia è fatta dalla spinta morale dell’umanità verso un ideale di libertà, di partecipazione, del bello, del benessere, della vita condivisa, di una condizione ideale, che in tempo di guerra e di miseria si focalizza in una lotta per la convivenza civile e per una condizione di benessere: gli episodi belli o brutti, eroici o vigliacchi, giusti o ingiusti, s’annegano in essa; solo i parassiti confondono gli episodi con la storia e li utilizzano per il proprio soddisfacimento etico ed economico”.

In contrasto con tale concezione ottimistica e provvidenziale del cammino storico appare allora la conclusione del racconto, che vede Leoni tirare amaramente le somme di quanto lasciato in eredità alle sue amate vallate trentine dal secondo conflitto mondiale: “Il periodo tra la fine dell’occupazione e del regime ed il ritorno alla normalità durò mesi, anni: forse incombe tuttora con il perbenismo, il qualunquismo, la pretesa di fare di un diritto un privilegio esclusivo nel preferire la conservazione alla crescita economico-sociale, nel conservare le rendite di posizione con l’appartenenza a gruppi di potere legati o a un’ideologia o a un gruppo di potere o a una professione di fede, anziché a una compartecipazione nella creazione e condivisione del bene comune e di una vita civile”.

Prodromo di tale infausto explicit è del resto la fine che viene fatta fare al povero soldato Kurt, il cui sogno di una vita serena in Italia da costruire sulle rovine della guerra – che pure in Nane era stato fatto intravedere – viene infranto dalle schioppettate di un paesano meschino quanto feroce. “Le ultime truppe tedesche erano partite la sera, Kurt aveva comunicato ai camerati che si sarebbe messo in moto all’alba e li avrebbe raggiunti subito dopo Trento. Lucia aspettava un figlio. Voleva rimanere da lei ancora una notte. Le aveva promesso che, appena definiti i termini della pace e appena licenziato dall’esercito, sarebbe tornato da lei e insieme avrebbero deciso dove sistemarsi.

“Alle prime luci si alzò, svegliò Lucia, la invitò a stare a letto, uscì furtivo e, attraversando i campi, si diresse verso il fiume, la via meno frequentata, più nascosta e sicura per raggiungere i colleghi. Tonio, vicino di casa e da sempre pretendente di Lucia, lo vide uscire. Gli balenò un’idea: seguirlo e ucciderlo, sarebbe stato premiato con le onoranze da partigiano e avrebbe avuto la sua donna. Prese il fucile, attraversò i campi più a monte di Kurt e, quando lo vide allo scoperto guadare un tratto del fiume, fece fuoco e lo uccise”. Quasi l’autore abbia avuto un ripensamento rispetto al precedente lieto fine: la guerra non può propiziare alcun tipo di soluzione idillica, dietro di sé deve lasciare solo morte e distruzione.

Al punto che a volte, nel pauroso dissesto morale causato dal conflitto – soprattutto in quei territori rimasti sino all’ultimo soggetti agli occupanti germanici – ad una capra può andare meglio che a un cristiano. Leoni è a tale proposito fedele cronista nel riportare una scena classica degli ultimi tempi di guerra: quella che vede i tedeschi consapevolmente perdenti, disperati e affamati venire a battere le coloniche per poter mettere sotto i denti qualcosa, dovendo per giunta inventarsi scuse a mitigare l’imbarazzo di chi si è presentato quale popolo non solo conquistatore ma anche di lignaggio superiore.

“Anche noi mangiamo, abbiamo bisogno di requisire delle bestie perché i partigiani hanno assaltato e derubato un convoglio con i rifornimenti subito dopo Trento. Siamo costretti nostro malgrado a importunare la brava gente che lavora nei campi: prendiamo una capra, ne avete due”. Il contadino però li avvisa che quella su cui hanno messo gli occhi è vicina a partorire: “Non conviene ucciderla ora, di solito fa due capretti, è di razza buona”. Inattesa giunge allora la grazia per la povera bestia: “Non si sa se commossi dall’ardire di Tullio o se per convenienza o nel sentire la parola ‘razza’, fatto sta che decisero di lasciare la capra nella stalla con il proposito e l’avviso di venire a prendere un capretto per l’imminente Pasqua. Anche loro erano cristiani e a certe tradizioni non si rinunciava”.

Passando ad analizzare la trama del romanzo, ci troviamo di fronte a un’altra autobiografia al femminile, per quanto ideale: l’infanzia della protagonista si svolge infatti proprio a Dro, ai primi del Novecento e quindi ancora in territorio soggetto all’impero austro-ungarico. Della sua figura l’autore intende tuttavia fare prototipo per celebrare l’intero genere femminile, dalle guerre mondiali reso “ganglio vitale necessario ed efficiente della vita sociale, tanto da poter fare a meno del mondo maschile per organizzare la vita economico-sociale di intere comunità e popolazioni”.

“A ciò si aggiunga il protagonismo della donna nel mondo cinematografico, tanto da diventare un modello di comportamento civile-sociale e  suscitare la consapevolezza di protagonismo anche nella vita sessuale, non solo mirante alla procreazione, ma ad una partecipazione affettiva paritaria coniugata con quella sociale anche attraverso la partecipazione al voto nella scelta delle classi dirigenti. Donna Luigia ne è testimone e protagonista senza perdersi nei fanatismi o nel moralismo bigotto o nella passività frustrante casalinga, ma orgogliosa e cosciente che l’esser donna è la premessa di un coinvolgimento globale ed esauriente nella vita familiare, sociale, economica, affettiva”.

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia contro Germania e Austria a seguito del “ribaltone” del 24 maggio 1915 anche la famiglia di Luigia (la quale nonostante il trattamento onorifico conferitole non è altro che una povera contadina: neppure troppo fascinosa nella persona, essendo per giunta nanerottola) viene perciò costretta dalle autorità ad allontanarsi da quella zona così a ridosso del fronte finendo profuga nientemeno che nel paese natale del Führer: Braunau. Segnata da quell’esperienza vissuta per le baracche assieme alla madre e ai tre fratellini, la donna rientra al paesello per diventare la nuora saggia e operosa proprio del Nane, da bambino qual era trasformato con un’invenzione letteraria in maturo padre di famiglia: espediente che dà modo all’autore di celebrare ancora una volta nostalgicamente i riti della civiltà contadina della sua terra, con la centralità della famiglia, la simbiosi con il bestiame (fino alla descrizione dei particolari più crudi della vita animale), le usanze paesane, le ascendenze idiomatiche, i richiami paesaggistici.

A questo punto la narrazione scivola velocemente verso il suo punto focale: il dramma della guerra, il crollo degli ideali di grandezza propinati per vent’anni dal regime fascista, l’impietoso svelamento di tutta la miopia del Duce, condottiero guerrafondaio, megalomane e privo di dignità nell’asservirsi a Hitler e sulla pelle di un povero popolo incolpevole quanto disgraziato. Leoni si sofferma in particolare sulla iattura rappresentata per le comunità sudtirolesi dal trattato di Saint Germain, che nel 1919 vide improvvidamente assegnare l’Alto Adige all’Italia senza alcun obbligo di tutela da parte del governo di Roma nei confronti della popolazione germanofona e ponendo così un problema che la rozza grossolanità della politica fascista avrebbe successivamente creduto di risolvere nel peggiore dei modi, creando in realtà ulteriori malcontenti che sarebbero emersi in tutta la loro gravità il giorno dell’Anschluss.

“Mussolini e D’Annunzio vollero ribattezzare paesi e villaggi del sud Tirolo, che non avevano un nome nella lingua italiana, attribuendone uno con assonanza italiana quasi sempre senza tener conto del significato del nome della località nella lingua tedesca. Fu una sprezzante iniziativa di italianizzazione di località da sempre di madrelingua tedesca, ora territorio italiano, ma nelle quali nessuno parlava italiano. Si attribuirono nomi di fantasia come Castelrotto a una località dal nome Kastelruht, Colmano a una che si chiamava Kohlmann: il che divenne un marchio che umiliò le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige. Per questo motivo molti uomini altoatesini, al momento dell’occupazione e dell’annessione dell’Austria al terzo Reich fatta da Hitler, optarono per l’Austria, pur di liberarsi dal regime di Mussolini che, ironia della sorte, si schierò di lì a poco in guerra a fianco di Hitler”.

All’elenco si potrebbe aggiungere il paese forse più penalizzato da tali ridicole storpiature: Kolfuschg, che dall’ottusa toponomastica del regime si vide appioppato il sinistro appellativo di Colfosco. Meschino, oltraggioso epilogo di una guerra assurda: il sacrificio di dieci milioni dei migliori giovani di mezzo mondo dai rispettivi regnanti mandati a morire in quelle maledette trincee utilizzato per violentare la natura di un’intera regione da sempre germanica, in un goffo quanto demenziale tentativo di italianizzarla.

Pasoliniana nella sua icasticità riesce poi la raffigurazione del clima da basso impero che caratterizzò agli occhi della gente il periodo della Repubblica sociale: “Balilla decappottabili, Lancia Augusta, Rolls Royce, Volkswagen giungevano cariche di graduati tedeschi e italiani in compagnia di splendide donne. Sigaretta in bocca, cappellino multicolore, pelliccia d’inverno o leggera camicetta d’estate, erano un’attrazione, uno spettacolo, il movente di fantasie morbose per gli uomini e di invidiosi sguardi delle donne”.

Più seri e dignitosi rispetto a tanta luccicante quanto squallida decadenza appaiono allora i dialoghi fra due contadini come Nane e il figlio, oggetto dei quali è la società migliore da costruire per il domani. “A Tullio piaceva ragionare. Era un idealista. Sognava pace e giustizia sociale per tutti. Il pensiero socialista dell’eguaglianza politica e sociale, che idealmente unisce popoli e genti nel condividere la creatività e le caratteristiche dei singoli, era oggetto dei suoi pensieri e, quando parlava, sembrava un filosofo”.

Ma allorché il giovane nella sua utopia si spinge a mostrare simpatia per il comunismo, che “ha come scopo di darsi tutti una mano, siamo compagni di viaggio, tutti lavorano secondo le proprie capacità”, il più pragmatico genitore non ci sta: “Ma i nostri campi, le nostre case, rimangono a noi o vanno a proprietà comune? – Sì, sì, i campi e le case rimangono a noi. Ma un carro, ad esempio, possiamo comprarlo in società e quando qualcuno ne ha bisogno lo adopera – Sì, bravo. Un carro si usa tutti i giorni! Lavoriamo a turno? Se quando tocca a me piove, come faccio a terminare i lavori nei campi? E i buoi, anche quelli in comune? Non ne sono convinto!

“Sono più propenso verso il socialismo. Ciascuno ha la sua proprietà, il suo carro, i suoi buoi regolarmente acquistati con il lavoro. Si costituisce un punto vendita in comune, un negozio in cooperativa dove si raccolgono i prodotti della campagna e si vendono al dettaglio. La cooperativa acquista all’ingrosso concime, antiparassitari, sementi o altro per i soci. Il programma dei comunisti non mi piace! Vuole abolire la proprietà privata! Cosa vuol dire? Ciò che si accumula con il proprio lavoro appartiene a chi lo ha acquisito con il lavoro. Il lavoro crea la proprietà e dà libertà. Secondo i tuoi ragionamenti, quanti fannulloni vivrebbero di assistenza? Siamo usciti dalla soggezione dei nobili, degli aristocratici, del clero, dobbiamo evitare di esser soggiogati dai fannulloni in nome di un comunismo che non tenga conto del lavoro. Persino i preti dicono che il vangelo annuncia: chi non lavora non mangi!”.

Ma è alfine la figura di Luigia ad assurgere idealmente a protagonista della resistenza, senza peraltro che la donna abbia attuato alcuna scelta armata o al limite fiancheggiatrice e venendo dunque gratificata anche della qualifica di “partigiana” pur essendo rimasta alla finestra: in lei infatti Leoni intende raffigurare l’“interprete dell’autentica voglia di libertà presente nell’animo delle persone libere del popolo, che sta prendendo coscienza di esser sovrano”. Ed è proprio attraverso il suo sentire che l’autore torna a descrivere quei tipici personaggi che finirono con l’incarnare la parabola del regime agli occhi della gente: specie quella più semplice e disincantata delle campagne.

“Luigia vide da lontano venire in bicicletta due uomini e, man mano che si avvicinavano, distingueva che erano vestiti da gerarchi fascisti. “Guai in vista”, pensò, e si preparò ad accoglierli dopo aver messo accuratamente il suo anello d’oro nel macinino da caffè. Erano gli stessi che nove anni prima erano venuti a chiedere gli anelli nuziali da dare alla Patria per la conquista dell’Impero”. Appreso che i due stanno cercando dei giovani paesani disertori della leva di Salò, la donna li indirizza: “Nel fienile ci sono degli sfollati: vedete se li trovate tra loro – Non ci interessano quei pezzenti, morti di fame e pidocchiosi: cerchiamo dei disertori”.

Dall’indignazione della donna per la sprezzante risposta ricevuta scaturisce il ritratto dell’aspetto più vacuo e protervo del decaduto regime e dei suoi scherani: “Luigia li avrebbe pestati di botte, quei due farabutti, per il disprezzo verso quegli sfollati, molti di loro reduci dai campi di concentramento dopo aver combattuto su più fronti per il duce e il re. Quei due figuri e mascalzoni erano entrati nel partito fascista, avevano fatto carriera al servizio del podestà, avevano deciso che la loro presenza era più importante in patria dove potevano mostrare il loro lato da maschio italiano alle donne dei soldati al fronte, controllare le teste calde, divertirsi a dare l’olio di ricino ai facinorosi comunisti, evitare di rischiare la pelle al fronte, ben s’intende sempre per il duce e il re!”.

La soddisfazione però la fiera contadina se la toglie una volta finita la guerra e passata per i fortunati fascistoni sopravvissuti la burrasca, allorché alla domenica vede l’ex podestà “familiarizzare accanto alla chiesa per rientrare in società e combinare chissà quali altre porcherie come se nulla fosse successo”. Eccola allora farsi largo tra la gente, avvicinarsi lei così piccoletta a quel pezzo d’uomo, sollevarsi sulle punte dei piedi e sferrargli due sonori ceffoni sulle guance, per vendicare altrettante umiliazioni subite dalla sua famiglia.

Al marito, reo di avere a suo tempo evitato l’arruolamento nell’esercito adducendo banali motivazioni di ordine familiare, rivoltosi al Fascio locale per chiedere un sussidio era stato infatti sarcasticamente ribattuto di rivolgersi al “principino” di casa Savoia. Mentre la figliola, che un giorno aveva osato presentarsi a scuola senza la divisa da giovane italiana, si era vista senza troppi complimenti rispedire a casa dalla maestra nonché moglie del podestà: un’invasata (a sua volta prototipo di tante donne del regime ciniche esaltate opportuniste) che sino all’ultimo aveva propinato ai ragazzi la favola della terribile “arma segreta” con cui il Führer avrebbe alfine ribaltato l’esito del conflitto, “sconfiggendo tutti i nemici del Reich e di Mussolini”.

Così l’idealista Leoni fa calare il sipario su tutte le tragedie della guerra, sostituendo ai plotoni d’esecuzione i manrovesci di Luigia e al sangue scorso a fiumi la vergogna provata dal potente primo cittadino in camicia nera nell’essere pubblicamente schiaffeggiato dall’ultima villana del paese.

Sull’onda della notorietà – anche nazionale – acquisita grazie a questo romanzo lo scrittore trentino pubblica nel corso del 2016 due volumi. Il primo è un pamphlet con cui l’ex sindacalista Leoni intende denunciare la degenerazione del sindacalismo nazionale: La miseria del sindacato italiano. Dialogo tra nonno e nipote.

Il saggio si rivela ben congegnato, immaginato sotto forma di dialogo tra un nonno assai preparato su quanto accaduto in materia di conquiste dei lavoratori dai tempi della rivoluzione industriale fino ai giorni nostri ed un critico e talvolta impertinente nipote che ha appena concordato con il docente di riferimento l’argomento della sua tesi di laurea triennale: il sindacato. Ma dietro tale espediente letterario si cela l’obiettivo dell’autore: mostrare come quelle propinate da testi accademici e corsi universitari altro non siano che verità di comodo sulla nostra storia, versioni quando acritiche e celebrative, quando superficiali e riduttive ad uso e consumo di quegli studenti senza grandi pretese che l’odierna scuola italiana sforna per poi affidare appunto agli sbrigativi corsi di laurea “triennali”.

Ecco allora il “nonno” portavoce – oltre che presumibilmente coetaneo – dell’autore aprire gli occhi al giovane laureando, ammannendogli pillole di saggezza e citazioni (una delle quali tratta dallo stesso Leoni) ma soprattutto rileggendo un secolo di battaglie operaie sino ad interrogarsi sull’effettiva attuazione di due dettati costituzionali: diritto di sciopero e personalità giuridica delle organizzazioni sindacali. L’analisi leoniana parte dal 1904, allorché il nostro Paese conobbe il primo sciopero generale della sua storia a seguito dell’iniziativa dei sindacalisti rivoluzionari di Labriola: agitazione decisa per motivi prettamente politici, visto che nell’intendimento dei suoi promotori essa avrebbe dovuto rappresentare la scintilla dell’auspicata rivoluzione proletaria.

Calcolo destinato tuttavia a fallire grazie all’avvedutezza di Giolitti: il quale lasciò esaurire e sfogare lo sciopero limitandosi a garantire l’ordine pubblico. Donde il plauso dell’autore allo statista liberale sia per non avere inviato in quella occasione “l’esercito a reprimere i manifestanti: e ciò che sembrò una debolezza per la borghesia divenne la carta vincente per il futuro dei lavoratori”; sia per le sue successive dimissioni da capo del governo, date “da uomo saggio e seguendo una sua visione politica razionale e ponderata all’evolversi graduale della società, per non cedere alle pressioni dei rivoluzionari anarco-massimalisti ed alle richieste della classe borghese”. E se egli non riuscì ad imporsi nelle elezioni politiche tenutesi in quello stesso anno fu solo perché “non si ottiene il consenso con il buon governo, ma con l’abilità nel comunicare”.

Per quanto non lo citi direttamente, la riconoscenza del riformista e moderato Leoni – sempre obiettivo e mai partigiano dinanzi alla realtà della Storia – va poi allo stesso Mussolini, sicuramente memore dei propri trascorsi socialisti al momento della creazione dell’Inps: l’istituto con cui nel ’33 il regime fascista si preoccupò di garantire la previdenza sociale ai lavoratori, gettando così le basi del sistema pensionistico nazionale.

Mentre dopo la guerra, nonostante una costituzione repubblicana “illuminata”, sono purtroppo sopravvissute – nei partiti come nello stesso sindacato – “alcune ideologie preponderanti, retaggio della radicalizzazione ideologica passata: il comunismo rivoluzionario massimalista, il cattolicesimo oscurantista e autoreferenziale, il socialismo riformista contornato da aspirazioni liberali repubblicane; senza dimenticare una fascia di popolazione che aveva goduto di privilegi durante il Fascismo di cui ora aveva grande nostalgia”.

È proprio a questo punto che la riflessione dell’autore entra nel vivo, chiedendosi come sia stato possibile che il sindacalismo italiano sia scaduto fino all’attuale “miseria”, al punto da costringere i cittadini a “vivere in un caos intollerabile, che ben poco tiene conto del popolo sovrano che vive in una Repubblica”, snaturando completamente il diritto di sciopero: “diritto personale che va esercitato per tutelare interessi collettivi e non individuali!”.

Leoni si concentra allora sulle vicissitudini del principale e più antico sindacato nazionale, la Cgil, rilevando come esso abbia progressivamente abbandonato quello spirito che ne aveva caratterizzato la ricostituzione postfascista. Viene così celebrata la figura di Giuseppe Di Vittorio, “padre e promotore del sindacato in Italia”, ricordandone in particolare l’impegno profuso in seno all’assemblea costituente in merito alla definizione del sistema delle libertà sindacali. Lungimirante soprattutto il programma di rinascita nazionale dal sindacalista pugliese delineato per cui per risollevarsi dalle macerie della guerra occorrevano anzitutto operosità e concordia. “Che visione democratica della vita civile e sociale: altro che scioperi selvaggi o programmati per rendere più incerta e dura la vita dei cittadini nel loro quotidiano”.

Desolante riesce allora confrontare la nobiltà di quella concezione unitaria e disinteressata della battaglia sindacale con l’attuale disgregazione del sindacato, che dopo il potere di veto a lungo goduto dalla “triplice” nel corso della “prima repubblica” (e che soltanto Craxi osò mettere in discussione, spaccandola e sfidando apertamente la Cgil) ha visto il rapido proliferare di innumerevoli sindacati autonomi rispondenti ed “esigenze settarie”, a metodi “clientelari” che li portano a spendersi per elargire “favori personali e non collettivi, minando in questo modo i principi di solidarietà del Sindacato”. E che squallore comparare alla lezione di Di Vittorio la deriva caratterizzante l’attuale leadership del sindacato post-comunista: al punto che “c’è da chiedersi se Landini e la Camusso si siano mai presi la briga di leggere qualcosa del loro padre fondatore: per non dire altro”.

Capillare risulta quindi l’analisi dei principali momenti che hanno segnato tale progressivo disfacimento. Anzitutto lo spiazzamento patito dal sindacato da parte dei movimenti studenteschi post-sessantottini, con la subordinazione dei politicamente ancora acerbi operai ai più emancipati e ideologizzati studenti. Ciclo peraltro destinato a concludersi tragicamente nel ’79, con l’assassinio dell’operaio e sindacalista comunista Guido Rossa: perpetrando il quale le Brigate Rosse sancirono l’insanabile dicotomia fra due modi antitetici di concepire la lotta proletaria.

Il patto Lama-Agnelli del ’75 sul punto di contingenza: il quale al momento poté anche rappresentare “un valido accordo tra i lavoratori e la Fiat”; ma essendo inevitabilmente destinato a generare disuguaglianze, nonché una ricaduta inflazionista sul sistema economico italiano che il leader della Cgil non si rivelò capace di prevedere. Al pari dell’insensibilità manifestata dal sindacato dinanzi al fenomeno dello spopolamento delle campagne, causato da una improvvida “rincorsa salariale” che aveva finito col porre l’agricoltura in una posizione di marginalità rispetto al mondo industriale: “Il mondo contadino, che era la perla delle colline declinanti dalle Alpi e dagli Appennini, è stato distrutto dalla superficialità con cui è stato presentato e gestito il mondo produttivo industriale e dei servizi. Anche in questo contesto il Sindacato ha mostrato miopia preferendo l’aggregazione delle persone in centri produttivi o nei supermercati per poterli meglio controllare, condizionare, avere l’iscrizione”.

Per non parlare dell’errore commesso nel criminalizzare intere categorie di lavoratori autonomi: “Laddove il proletariato cresceva, godeva di stipendi fissi e in continuo aumento con regolare pagamento delle tasse e dei contributi, i piccoli settori imprenditoriali rappresentavano un peso marginale, non integrato al processo produttivo, evasori: tanto che commerciante e artigiano erano diventati sinonimo di ladro e il contadino un orpello del passato, ignorante ed emarginato”.

Quindi le degenerazioni di un’economia eccessivamente statalizzata, in cui “i dipendenti di molte aziende pubbliche erano equiparati a quelli statali o comunali e il clientelismo nelle assunzioni e nella gestione era la regola, alla quale non sfuggiva il Sindacato, ritagliandosi anzi sempre più spazi di movimento privilegiato fino a diventare anche arrogante”. Uno scenario insomma “più vicino all’organizzazione lavorativa dei paesi comunisti che di quelli gestiti da un’economia mista”.

Inevitabile a quel punto la svolta sancita dall’avvento alla guida della Fiat di Marchionne, la cui politica industriale ha rappresentato “una risposta corretta per svincolare l’azienda dall’assistenzialismo statale e incanalarla in un processo di autonomia produttiva e di risposta salariale partecipativa e legata alla produttività, anche attraverso il referendum tra i lavoratori”, destinato peraltro ad infliggere una nuova sconfitta alla Cgil.

La medesima onestà intellettuale porta il progressista Leoni a rivolgere un ancor più sorprendente plauso alla “famigerata legge Fornero”: a dargliene lo spunto è una circostanza risalente ai tempi della scuola. “Ricordo che una professoressa per sette anni aveva fatto delle supplenze: sempre presente. Appena assunta in ruolo dopo poco è entrata in maternità; scelta importante. Ha avuto tre figli di seguito; nel frattempo aveva maturato quindici anni di anzianità di lavoro, quattro le sono stati abbonati per carico familiare, ed è andata in pensione a trentanove anni. Una situazione insostenibile, a cui quella legge ha messo definitivamente fine, legando la pensione ad un’età adeguata alla nostra società e ai contributi versati. I tuoi figli e nostri nipoti la ringrazieranno per il suo coraggio, anche se matureranno altre situazioni come la pensione integrativa, che sostituirà le liquidazioni”.

Da rivedere anche l’assegno di maternità: inizialmente assai meritorio ma riguardo al quale il sindacato si è ad un certo punto “distratto”. “Ma ti sembra possibile che vi sia una così enorme disparità di assegno tra un giudice o deputato donna, un’operaia, un’impiegata o una casalinga? L’ultima non riceve nulla, se non saltuariamente un assegno, impiegata e operaia ricevono i loro stipendi di mille, millecinquecento euro: ma una deputata o una giudice o una dirigente sindacale ricevono dai cinque ai ben diecimila euro al mese. Ti sembra giusto?”.

Ed è ancora dalla sciagurata scuola italiana che viene l’esempio più desolante di frammentazione sindacale, partecipando a trattative e firma contrattuale ben diciotto organizzazioni, “frutto delle clientele e dimostrazione della pochezza di attenzione verso gli studenti”. Così come danni ha fatto quella concezione per certi aspetti giacobina che ha voluto la scuola “uguale per tutti”; cui si è peraltro sommata l’incapacità da parte delle istituzioni di attuare una qualche politica occupazionale atta a fronteggiare l’esplosione del mercato del lavoro determinata da globalizzazione e fenomeno immigratorio.

“La crescita intellettuale di ciascuno di noi è molto diversificata; chi ha più capacità manuali non deve esser costretto a interminabili lezioni teoriche che lo avviliscono, impoverendo tutto il mondo dei mestieri, che è andato scomparendo dopo gli anni Ottanta e Novanta, lasciando uno spazio enorme alla richiesta di manodopera straniera: conciatori, muratori, manovali, falegnami, calzolai, cuochi, camerieri, assistenti domiciliari, idraulici… Spazi occupati dagli immigrati proprio per la carenza di attenzione all’evolversi del mondo del lavoro, alla rigidità sindacale e alla sua rinuncia alla Formazione nella maggior parte delle Regioni”.

Se allora le regioni hanno fallito, per garantire ai giovani una formazione professionale adeguata non resta che privatizzarne la gestione; ed al nipote che gli obietta che la scuola dovrebbe essere in ogni caso “gestita da Stato ed enti pubblici per renderla più vicina al cittadino”, il nonno ribatte: “Anche un bar fa servizio pubblico, eppure è gestito da privati. La Formazione professionale non va confusa con l’Istruzione superiore degli Istituti professionali, che fanno capo al Ministero della Pubblica Istruzione”.

Tirando le somme, Leoni ritiene assolutamente indispensabili “una scrematura dei sindacati, molti dei quali sono semplicemente pretestuosamente e ideologicamente protestatari, in nessun modo rispettosi del benessere collettivo”; ed una legge sullo sciopero, con la quale “si alzerebbe il grado del confronto tra le parti e si avvierebbe una nuova fase mirante alla collaborazione costruttiva e di compartecipazione aziendale rispetto alla conflittualità permanente”.

Il nipote a questo punto si mostra convinto; ma al tempo stesso consapevole del conflitto che potrebbe determinarsi con le posizioni “politicamente corrette” praticate a livello accademico: “Oh, nonno! Parlerò con il mio professore: se mi caccia, vengo da te e ricominciamo a ragionare”. Sempre meglio l’onestà intellettuale che un titolo di studio fasullo, ottenuto solo grazie a conformismo e compiacenza nei confronti del pensiero dominante.

Assai felice l’esito del romanzo con cui Leoni si ripresenta al suo ormai affezionato pubblico nelle vesti di narratore: compito non facile, specie in considerazione del successo riscosso da Donna Luigia. Invece Ma’ecchia. L’ape regina non solo non delude, ma si presenta come la più riuscita delle opere del nostro: un testo limpido, maturo, in cui lo scrittore trentino mostra di avere finalmente risolto quella commistione tra slancio narrativo e concettosità che ne ha talvolta condizionato la vena.

Il racconto rappresenta inoltre un omaggio ai luoghi di cui Leoni si sente ormai figlio adottivo, essendo ambientato proprio in quella terra di confine tra Lunigiana e Garfagnana che è l’alta Val d’Aulella: della quale egli rimarca sentitamente l’“unicità”, celebrandone più volte l’incanto suscitato dalla vista dei maestosi paesaggi appenninico-apuani. Le corde del cuore vengono del resto tirate in ballo sin dalla polemica dedica, che raccorda in pratica i due scritti leoniani del 2016: “In memoria della mitica civiltà contadina sopravvissuta per millenni “a peste fame et bello”, distrutta dalla disattenzione del clero, dalla superficialità della borghesia, dalla supponenza della classe operaia, nella disgregazione clientelare della politica”.

Alle intromissioni teorico-filosofiche l’autore mostra stavolta di preferire le massime della saggezza contadina, che non appesantiscono la narrazione ma anzi la insaporiscono. Soltanto in una occasione egli si lascia andare ad una ambiziosa considerazione da filosofo della storia, che suona stonata rispetto all’incedere arioso e lineare del racconto. Si tratta della curiosa domanda posta al lettore nel rilevare come la protagonista, Vittorio Emanuele III e l’anarchico Bresci – l’assassino di Umberto I – siano nati nel medesimo anno: “Chi avrà influenzato in modo più duraturo lo scorrere del tempo e il flusso degli avvenimenti; chi avrà avuto più influsso creativo nell’evolversi del cosmo: Maria, Bresci oppure il re fuggiasco?”. Nessuno dei tre, gli risponderebbe Pascal: perché dinanzi all’immensità dell’infinito e agli imperscrutabili disegni della provvidenza l’uomo non è che una nullità.

Felice riesce invece la suddivisione del testo in due parti, delle quali il romanzo vero e proprio costituisce la seconda. Nella prima Leoni si cala infatti nei panni del ricercatore storico, attingendo a piene mani a testi e documenti vari per ricostruire la storia dell’arteria destinata a cambiare profondamente la vita della gente di quelle vallate: la “Strada dell’Alto Circondario”, progettata all’indomani dell’Unità d’Italia per unire Castelnuovo Garfagnana a Fivizzano valicando il passo dei Carpinelli e che già nel 1883 poteva considerarsi compiuta, “spianando costoni di colline e costruendo ponti a volta di romana memoria, rendendo così anche più veloci gli approvvigionamenti di materiale e di uomini, attraendo l’attenzione dei nuovi ricchi, motivandoli ad acquistare poderi a coltivazione di viti, oliveti, pascoli, campi a granaglie”.

Fino ad allora infatti per spostarsi da un luogo all’altro occorreva sfruttare i percorsi offerti da madre natura: i quali potevano seguire il corso dei torrenti o sfruttare i crinali montani e collinari, all’interno di un sistema viario rigidamente dettato dai potentati locali rappresentati più anticamente dai castelli, in epoca moderna dai vari ducati succedutisi nel controllare questa regione di confine storicamente contesa. Così a sentieri, viottoli, mulattiere subentrava finalmente la strada “carrabile”: con il fragore delle mine che ne scandivano la costruzione a preannunciare alla popolazione l’avvento di una nuova era.

Il cantiere non rappresenta soltanto una buona opportunità di lavoro per tanti contadini di quelle montagne, ma anche l’occasione per propiziare fidanzamenti tra giovani in età di matrimonio che non si sarebbero altrimenti mai incontrati. È il caso di Sante, garfagnino di Pontecosi, e Maria, bionda beltà di Pugliano: e a fare da galeotta è la canicola di un meriggio di solleone. “La fontana di Pugliano era un punto di incontro per raccogliere e distribuire l’acqua, e Maria era assidua nel portarla agli operai: anche perché per il servizio veniva dato qualche soldo. Appena aveva uno spazio di tempo dalle incombenze della stalla e della campagna, ora che i fratelli eran ormai grandicelli e potevano badare a se stessi, andava alla fontana e si metteva a disposizione.

“L’estate era iniziata e il sole cocente già a metà giugno e a luglio sembrava non dare tregua. Lei si caricava di due secchi posti all’estremità di una brentola e saliva verso Metra fermandosi a versare acqua a chiunque lo chiedesse. Un odore di sudore l’attrasse, per lei particolare, unico. Un odore leggero di aglio diluito e ammorbidito dal sudore la indusse a porre il suo sguardo su un giovane abbrunato dai raggi del sole, esile ma nerboruto, attento a collocare le pietre una sopra l’altra per creare un muro di contenimento. Aveva una camicia fradicia dal sudore che grondava lento e inesorabile ad ogni movimento fino a penetrare negli occhi. Fece uno sbuffo, si tolse i capelli dagli occhi, con la manica della camicia fece il gesto di asciugarsi il sudore, quando una voce chiese: “Desiderate un po’ d’acqua?””.

Il dialogo che segue suscita il colpo di fulmine fra l’ammirato operaio, felice di apprendere che l’avvenente acquaiola non è sposata né fidanzata, e la villanella, attratta sia dall’aspetto fisico che dal ragionare schietto e scanzonato di lui, simpaticamente ispirato dalle romantiche storie dei canti a maggio. “Salutò, proseguì nella distribuzione ma il suo cuore era stranamente turbato e la sua mente invasa dalle sue immagini, anche quelle più strane: il volto, le braccia nerborute, gli occhi rigati da ciglia e sopracciglia tendenti al biondo di color celeste, i folti capelli rossicci resi più chiari dalla polvere, la fronte alta e spaziosa, le mani callose e sapienti; immaginava il petto villoso e poi non osava andare oltre e ritornava il turbinio di immagini, fino a turbare anche il suo sonno e a spingerla già di buon mattino del giorno seguente a cercarlo e a chiedere il suo nome. “Sante, mi chiamo. Ma vi piaccio davvero, allora si può fare. Non subito, se sapete aspettare, metto insieme una dote ed intanto ci frequentiamo, ci diamo una mano, programmiamo il nostro futuro””.

L’innamorata Maria sa ben attendere il suo promesso sposo e a tempo debito i due convolano a nozze, mettendo al mondo uno dietro l’altro cinque figlioli in quel di Metra. Nell’ambito del matrimonio la donna finisce con l’incarnare alla perfezione l’ideale femminile della società rurale, mettendo a frutto nel migliore dei modi i semi ricevuti attraverso l’educazione dalla famiglia sino a divenire il faro dell’intero villaggio. La sua ispirata personalità diviene così il risultato di un felice connubio fra la moralità dell’ambiente in cui vive ed una intensa interiorità .

“Maria cresce in un contesto contadino dove la vita si impasta del lavoro nei campi con le nascite degli umani alternate a quelle degli animali in uno stretto nesso vitale con il mutare annuale e perpetuo delle stagioni, che rappresentano il ciclo della vita. Il tutto condito dal messaggio cristiano che per lei diventa il nutrimento spirituale e intellettuale: dai racconti della vita e del messaggio di Gesù assorbe la convinzione, che per lei è fede, che Gesù al suo passaggio lasci un flusso di positività, che esprime con parole che invitano ad aver fiducia in se stessi e che spesso passa attraverso l’imposizione delle mani, da cui esce un flusso salvifico. Essa apprende e trasmette questa positività tanto da diventare centro di attenzione salutare per chi a lei si affida con semplicità: uomini e animali ne traggono beneficio”.

Finché con sapiente dosaggio fra realtà e immaginazione l’autore introduce nel racconto la figura quasi manzoniana del Ministro, divenuto con l’avvento della nuova strada il dominus di queste terre.

“Uno sconosciuto si era presentato agli operai come sovrintendente dei lavori. Un signore distinto, vestito alla moda, con gilet e calzoni stretti fin dentro gli stivali: nelle stagioni più fredde o con la pioggia indossava un mantello cerato con fodera interna in piuma d’oca, staccabile nelle stagioni più miti; in estate un abbigliamento leggero, con camicette di lino sbottonate fino a far intravedere il petto villoso vellutato da una folta peluria castana, che si intravedeva nel suo cavalcare da un posto di lavoro all’altro, tanto da attirare l’attenzione e solleticare la fantasia di molte donne e l’invidia degli operai affaticati e zuppi di sudore.

“Circolava con il suo cavallo da una postazione all’altra, all’inizio riservato ed altero, poi loquace e paternalista. Aveva comperato una casa a Metra e – si mormorava – due poderi a Sermezzana, tre a Lugigliano, due a Pretella, uno a Castiglione della Ginestra. La gente pettegolava incuriosita agli angoli dei borghi, sui cigli delle strade, nelle stalle, nelle aie, trasmettendo l’un l’altro notizie appena accennate, che venivano colorite da particolari fantasiosi; tutti si chiedevano da dove venisse: ma soprattutto si domandavano l’origine di tanto potere e di tanta ricchezza”.

Chiacchiericcio che l’ambizioso quanto scaltro personaggio sa gestire nella maniera a lui più conveniente, in base ad un freddo calcolo, mantenendo i primi tempi un atteggiamento distaccato e superiore, in modo da “creare attorno alla sua figura rispetto e timore: due sentimenti che mescolati assieme creano un alone di potere”. Quindi, una volta “stabiliti i termini del suo potere, riconosciuto come un essere fuori del comune, non tanto per le sue abilità o cultura, ma per la sua condotta di vita fuori dalla portata dei locali, egli iniziò a frequentare i notabili del paese, il clero, gli insegnanti: tutti quelli che per censo potevano dare il loro voto per scegliere gli amministratori delle comunità locali, provinciali e nazionali rilasciando loro notizie, episodi e fatti del suo passato che, travasati da bocca a bocca, arrivavano alla gente contadina ampliati e avvolti nel mistero. Faceva trapelare notizie mirate a suscitare ammirazione, storie raccontate per creare un alone di mistero, affermazioni per incutere timore, distribuzione di compensi da suscitare invidia, acquisti per marcare la propria differenza e superiorità di censo”.

Il Ministro irrompe nella vita dei nostri coniugi suoi mezzadri la mattina in cui, nel controllare da cavallo i lavori nelle sue terre, invece di tirar dritto come suo solito limitandosi a salutare i braccianti si ferma ad interloquire con Sante, interrompendone il lavoro alla vanga e prospettandogli una “vantaggiosa proposta”. Avendo ricevuto tempo addietro dal padrone un anticipo di denaro, il contadino pensa istintivamente che a ciò sia dovuta la visita: “Con la vendita dei primi frutti, con il raccolto dei cereali e con lavoro in aggiunta presso la vostra casa in un paio di anni riusciremo a pagare il debito. Le malattie sono una condanna per la povera gente, i nostri figli sono ciò che di più prezioso abbiamo e per loro siamo disposti ad ogni sacrificio. Già due sono morti per disgrazia e per il tifo; Mistica e Adelmo crescono sani, ma abbiamo speso un capitale in medicine e ricostituenti. Biagio per ora sembra star bene, anche se mia moglie dice che è fiacco nella poppata e teme che abbia qualche malattia sconosciuta: ma per i nostri figli siamo disposti ad altri sacrifici”, si premura di giustificarsi.

Senonché le mire del signorotto vanno in altra direzione: “Come sapete ho scelto voi per i miei poderi, perché siete laboriosi, non vi lamentate, onorate gli impegni, siete schietti e sinceri senza mostrare arroganza. La mia proposta riguarda vostra moglie: meticolosa, creativa, attenta all’igiene e alla pulizia, esperta nell’assistere le partorienti e nel dare loro utili consigli, sempre di buon umore tanto da esser ben accetta a tutti e – si mormora – anche fautrice di misteriose e benefiche iniziative”. Ruffiano preambolo che induce il diffidente villano ad un “innominabile pensiero”: “Ehi, signore dei miei stivali, non chiederai mica che mia moglie giaccia con te a compenso dei debiti, come preteso da alcuni prepotenti, pidocchi rifatti, che approfittano delle disgrazie dei mezzadri per estendere la loro padronanza anche su mogli e figlie?”.

La dignità prima di tutto: mai l’uomo sarebbe disposto ad un baratto del genere, a costo di finire in disgrazia. Ma anche gelosia, eccessiva ed ingenua: perché è impensabile che il piacente e mondano Ministro, con tutte le occasioni che avrà per le mani, abbia messo gli occhi addosso proprio ad un’umile contadina non più di primo pelo e con sulle spalle già cinque, consecutive gravidanze.

Intuitone il turbamento, l’altro tuttavia lo rassicura, spiegandogli che la proposta riguarda la necessità di una balia per una famiglia ebrea residente in Tunisia ma attualmente in Versilia per affari: “La signora ha partorito due gemelli al settimo mese e non è in grado di allattarli adeguatamente: ho pensato a tua moglie perché è ancora nel pieno delle sue forze fisiche, ha partorito da poco ed è in grado di dare il latte per molti mesi. Maria verrà trattata come una principessa, non le faranno mancare nulla, le verrà dato il giusto compenso: e per mostrarti il mio riconoscimento e quanto per me sia importante la vostra disponibilità, vi vengo incontro proponendovi il solo rimborso del prestito senza l’aumento degli interessi”.

Allorché il marito le comunica della impegnativa richiesta del padrone, la devota contadina reagisce ponendosi proprio scrupoli di fede: “Dovrei partire per un luogo così lontano, al servizio di infedeli?”. Poi però a prevalere è la ragionevolezza: “Sante e Maria si guardarono negli occhi: la miseria era troppa per rinunciare ad un’offerta così vantaggiosa. Sarebbero stati lontani per un lungo periodo di tempo, ma si sentivano giovani e non volevano ridursi a una vita di stenti, senza prospettive di un futuro, con il rischio che un loro rifiuto poteva motivare e indurre il Ministro ad allontanarli con una scusa dai suoi poderi, annullando il contratto di mezzadria”.

Ma per prendere la decisione definitiva è necessario un ulteriore, più istintuale passaggio: “Si avvicinarono per sentire anche le sensazioni che i loro corpi emanavano; perché i contadini, oltre all’udito e alla vista, hanno molto sviluppati anche l’olfatto ed il tatto, che riescono a trasmettere sensazioni occulte per i più, ma riconoscono e confermano o rifiutano i suoni uditi e le cose viste al pari degli animali domestici: che istintivamente sanno di chi fidarsi, da chi accettare il cibo, a chi rivolgere un chiamo per esser accuditi. Stettero vicini per alcuni minuti, in silenzio; sentivano il loro respiro e fin quasi il battito del cuore, avvolti dalla luce, dal tepore, dai suoni che la natura offre nel primo mattino delle giornate serene di maggio: frusciare di foglie e di insetti, cinguettii, belati, purezza dell’aria”.

Prima di partire Maria si affida alla protezione della Madonna della Guardia, confessandosi da don Antonio che ha appena dato vita a quel santuario sul monte Argegna destinato ad unire nel suo culto le genti di Lunigiana e Garfagnana. In Tunisia trascorrerà oltre un anno, perfettamente calata nel nuovo ruolo e facendosi onore: ma fremendo di gioia il giorno in cui potrà finalmente “riprendersi la visione dei suoi monti, che tanto le erano mancati”. Ecco il treno giungere ad Aulla: ed è con lirismo che Leoni dipinge quest’altra pagina di sapore manzoniano, vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti di una vallata.

“La carrozza aveva preso la direzione verso oriente accolta come in una culla tra i pendii delle Alpi Apuane le cui guglie ispiravano pensieri di eterna immensità e gli Appennini ascendenti dolcemente verso il cielo ed ora verdeggianti a ricordare i prati sempre verdi del paradiso biblico. Un profondo senso di pace era sceso nell’animo di Maria. Si sentiva felice e soddisfatta, orgogliosa persino al pensiero di aver affrontato l’ignoto e di aver contribuito al benessere dei propri cari. Superate le strettoie e le gole che portano a Casola, al montare della carrozza attraverso Vigneta intravide in alto sulla guglia di una collina il borgo natio di Pugliano. La commozione la colse e sentì riempirsi il cuore di vita e gonfiare come il fluire del latte nel suo seno. Corse con gli occhi a ricordare i pendii, i pianori, le cime delle montagne, a nominar i borghi che come gemme costellavano l’ampia distesa: Reusa, Vedriano, Castiglione, Offiano, Regnano, il monte Grosso, il monte Tondo ed immobile e aspra la parete irta della Nuda. A schiera le Alpi Apuane cambiavano il loro aspetto ad ogni cambio d’angolo, ad ogni curva, ad ogni pendio fino a quando arrivata la carrozza ai piedi di Metra le apparvero come un miraggio di eternità, estese verso l’infinito orizzonte ed incombenti come braccia materne ad accogliere e custodire la vita dell’uomo”.

Tutto il paese è assiepato davanti alla chiesa a salutare il ritorno di Maria; da una parte Sante, con accanto Mistica e Adelmo ma senza il piccolino. Preoccupata la donna ne chiede allora al marito: “Biagio? – Sicuramente è tornato tra gli angeli”. Ringraziati i paesani per la manifestazione di affetto (“Vi ho sempre ricordati nelle mie preghiere”), Maria è finalmente a casa, a raccontare ai familiari le vicende del proprio soggiorno africano: “storie che i bambini ascoltarono come favole, tanto che di lì a poco si addormentarono”.

Dopodiché “la primavera avanzata, la lontananza, il vuoto creato dalla perdita di Biagio, l’affetto coltivato nelle notti solitarie, i ricordi, la speranza di una vita confortata anche da una migliore situazione economica, la voglia di vivere portarono Maria e Sante a giacere insieme in un amplesso tante volte immaginato, lasciandosi andare ad un pudico piacere del corpo divenuto anche balsamo per l’anima. Nacque una bambina e Maria chiese a Sante di chiamarla Ivonne, a perpetuo suggello del loro coraggio di vivere”. Cui seguirà Modesto, ultimogenito; con l’operosa madre che saprà alternare alle incombenze domestiche il lavoro al telaio, avviato grazie al gruzzoletto messo insieme in Tunisia.

Secondo un registro caro all’autore, il secondo tempo del racconto vede intrecciarsi alle vicissitudini familiari dei protagonisti gli eventi della Storia. Qui Leoni è bravo nel ricostruirci fedelmente riti ed usanze della civiltà contadina apuana: dalla centralità dell’allevamento del bestiame, all’utilizzo di caratteristici quanto antichi strumenti, ai contratti in cui parola e stretta di mano valevano più di qualunque scrittura. Evento particolarmente traumatico nella vita della famiglia si rivela il catastrofico terremoto del 1920, che oltre alla casa si porta via Sante, infermo e febbricitante e quindi allettato invece di trovarsi già da un pezzo nei campi al pari degli altri contadini alle 8 di quel fatale mattino di inizio settembre.

La cinquantenne Maria diviene allora più che mai “ape regina” nel mandare avanti lei tutto quanto: soprattutto nell’inculcare in figli e nipoti con il suo quotidiano esempio quei sacri valori cui nell’arco della sua intensa vita mai ha derogato. Sino a guadagnarsi l’appellativo dialettale di “Ma’ecchia”: “madre vecchia” nel senso di mamma, suocera e nonna sagace e venerata. Ma non certo per vivere di ricordi e veglie al camino: nella narrazione è ancora tempo per qualche zampata, specie nello sfacelo della guerra segnato dall’avvento di quella sciagurata “Repubblica di Salò” asservita all’alleato germanico. È notoriamente questo il periodo prediletto dallo scrittore trentino, che si rivela ancora una volta impagabile nel dipingere inopinate scenette che preannunciano la tragedia che di lì a poco si abbatterà su questa terra sfortunatamente posta a ridosso della Linea gotica.

In luogo dell’agognata fine del conflitto mondiale un giorno la gente vede sopraggiungere lungo la rotabile “una macchina nera che sembrava quella dei carabinieri, dietro una camionetta che nell’avvicinarsi mostrava una bandiera tricolore sventolante e dentro quattro personaggi vestiti da gerarchi fascisti, di seguito camionette e camion con insegne sconosciute”. Spiega allora qualcuno più infervorato degli altri trattarsi delle insegne dell’esercito tedesco: “Mussolini ha costituito un nuovo stato, una repubblica per riparare allo sfregio fatto dal re, che si è rifugiato tra le braccia di inglesi e americani. Il duce è ritornato a salvare l’onore dell’Italia e a mantenere l’alleanza con la Germania di Hitler”. A questo punto, “mentre gli altri seguono a bocca aperta il passaggio di quel piccolo esercito, Ma’ecchia ha uno scatto di stizza e alzando la corona del rosario fa un gesto di sfida: “Senza re, senza patria, senza Dio!””.

Per poi esplicitare ancor meglio il concetto allorché i medesimi “repubblichini” le si presentano all’uscio a farsi propaganda, e dopo che le è stato per giunta richiamato alle armi Modesto, già in età matura e padre a sua volta. “Via da questa casa, rinnegati e traditori. Viva il re. Viva la religione. Viva la patria. Su di voi annunciatori di sciagure scenda l’ira di Dio”. Maria avverte quest’altra catastrofe che di lì a poco si abbatterà sul capo della sua gente per mano di plotoni d’esecuzione nazifascisti e bombardieri angloamericani; ma ciò che più le riesce incomprensibile è che ciò debba avvenire a seguito della violazione di quei sacri principi retaggio di una tradizione millenaria ed incarnati dai simboli del Trono e dell’Altare.

Nella sua compiuta rivisitazione storica – che assume stavolta le dimensioni di un affresco – oltre a restituirci mentalità e costumi di un’epoca, mirabilmente impersonati dalla figura della protagonista, Leoni è riuscito anche a ricostruire fedelmente aspetti e momenti di una vita quotidiana così semplice e sana eppure perduta per sempre, facendo peraltro rivivere quelli che per la gente di questa terra furono a lungo dei veri e propri personaggi: il sacerdote artefice della Madonna dell’Argegna al pari di altri parroci non meno amati, il mugnaio di Montefiore, il segretario del Fascio di Metra.

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