La narrativa di Corrado Leoni

Trentino di Dro, dopo la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens – ove viene anche eletto rappresentante sindacale – e frequentando un corso di informatica con praticantato nel centro elaborazione dati dell’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’Enaip, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica – con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) – e optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.
Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dallo spirito della gente apuana egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promuovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.
Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella Valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: le giornate trascorse nei campi, nelle botteghe artigianali, nelle stalle, nelle cantine.
Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale nella vita di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.
Tristi fatti che vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa dell’alleato-rivale Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.
Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso a una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio a un incolpevole esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’Autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.
Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono del resto ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino a innamorarsi.
Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale e un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e a un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani putane e capeloni usi a bivaccare giorno e notte dentro l’università in spregio a ogni decoro e costume dell’epoca.
Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, inoltre, era la stessa comunità dei lavoratori italiani a intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi autolesionisticamente contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi e annullandone inesorabilmente l’identità.
Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica risulta Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana né, su quello gerarchico, dalla rigidità della struttura ereditata dall’impero romano.
A fare le spese di tutto ciò è secondo l’Autore la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tendente a interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione quale manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.
Nell’opera non mancano riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: accusato da sinistra di avere perpetuato il primato della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.
Frutto della maturità letteraria dell’Autore è Il cavaliere senza cavallo, del 2014, romanzo nella cui protagonista rivivono autobiograficamente tutte le passioni che hanno animato la vita del nostro: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole, è un cavaliere senza cavallo”.
Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo dalle sue montagne a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.
Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.
Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’Autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione che caratterizza il mondo della scuola: la frustrazione dei docenti, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio (specie se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati: al punto di portare molti insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù), la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi, l’irrilevanza sociale del ruolo ricoperto; la boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager; la pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati; la beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo; e poi l’ipocrisia caratterizzante i rapporti tra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…
Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa leoniana), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi e insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide seduta stante di voler condividere senza meno con costui il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inaspettatamente fatto ritorno in Africa.
Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per antonomasia – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino a spacciarle per verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a combinarne di tutti i colori; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro (ereditata dalla legislatura precedente) per sostituirla con quella Moratti.
Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento onde poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.
Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare ed impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, guardandosi bene dall’affrontare argomenti più leggeri e ruffiani. Naturale a quel punto la risposta della invidiosa collega, la quale avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.
L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al posto, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.
Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato, mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.
Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a rifiutarsi di alimentare ipocritamente nei giovani studenti facili illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.
Donna Luigia. Profuga e partigiana segna l’anno successivo il ritorno di Leoni ai temi portanti della sua opera prima: la civiltà contadina, la guerra, la Resistenza. Il romanzo ha ambizioni di filosofia della storia: nell’introduzione in particolare viene tracciato un disegno illuministico dell’alternarsi delle ideologie e degli imperi che segnano l’evoluzione della società sino allo spartiacque rappresentato dalla prima guerra mondiale.
È infatti con il grande conflitto bellico che “viene a cadere definitivamente questa magia ideologica e produttiva secondo la quale la guerra e la sua conduzione erano la principale fonte di ideali, di identità etnica, di potere aggregante tra i popoli, che potevano sopravvivere perché sudditi in ogni aspetto della vita: nascita, educazione, usi e costumi, lavoro, destini personali e collettivi, benessere; tutto ciò attraverso espansioni e reciproche e alterne occupazioni sotto l’insegna dell’arte della guerra, origine prima di aggregazione tra i popoli, anche se tremendamente tragica”.
Tale gravame filosofico aleggia anche sul corpo della narrazione, al punto di indurre l’Autore a interromperne la vivezza mediante un concettoso post scriptum: “L’agire è condizionato dal contingente, la storia è determinata dall’utopia e da una spinta ideale. La storia non può esser ridotta a una somma di fatti o di episodi e neppure a un amalgama degli stessi; la storia è fatta dalla spinta morale dell’umanità verso un ideale di libertà, di partecipazione, del bello, del benessere, della vita condivisa, di una condizione ideale, che in tempo di guerra e di miseria si focalizza in una lotta per la convivenza civile e per una condizione di benessere: gli episodi belli o brutti, eroici o vigliacchi, giusti o ingiusti, s’annegano in essa; solo i parassiti confondono gli episodi con la storia e li utilizzano per il proprio soddisfacimento etico ed economico”.
In contrasto con tale concezione ottimistica e provvidenziale del cammino storico appare allora la conclusione del racconto, che vede Leoni tirare amaramente le somme di quanto lasciato in eredità alle sue amate vallate trentine dal secondo conflitto mondiale: “Il periodo tra la fine dell’occupazione, del regime e il ritorno alla normalità durò mesi, anni, forse incombe ancora ora con il perbenismo, il qualunquismo, la pretesa di fare di un diritto un privilegio esclusivo nel preferire la conservazione alla crescita economico-sociale, nel conservare le rendite di posizione con l’appartenenza a gruppi di potere legati o a un’ideologia o a un gruppo di potere o a una professione di fede, anziché a una compartecipazione nella creazione e condivisione del bene comune e di una vita civile”.
Prodromo di tale infausto explicit è del resto la fine che viene fatta fare al povero soldato Kurt, il cui sogno di una vita serena in Italia da costruire sulle rovine della guerra – che pure in Nane era stato fatto intravedere – viene infranto dalle schioppettate di un paesano meschino quanto feroce. “Le ultime truppe tedesche erano partite la sera, Kurt aveva comunicato ai camerati che si sarebbe messo in moto all’alba e li avrebbe raggiunti subito dopo Trento. Lucia aspettava un figlio. Voleva rimanere da lei ancora una notte. Le aveva promesso che, appena definiti i termini della pace e appena licenziato dall’esercito, sarebbe tornato da lei e insieme avrebbero deciso dove sistemarsi.
“Alle prime luci si alzò, svegliò Lucia, la invitò a stare a letto, uscì furtivo e, attraversando i campi, si diresse verso il fiume, la via meno frequentata, più nascosta e sicura per raggiungere i colleghi. Tonio, vicino di casa e da sempre pretendente di Lucia, lo vide uscire. Gli balenò un’idea: seguirlo e ucciderlo, sarebbe stato premiato con le onoranze da partigiano e avrebbe avuto la sua donna. Prese il fucile, attraversò i campi più a monte di Kurt e, quando lo vide allo scoperto guadare un tratto del fiume, fece fuoco e lo uccise”. Come se l’Autore avesse avuto un ripensamento rispetto al precedente lieto fine: la guerra non può propiziare alcun tipo di soluzione idillica, dietro di sé deve lasciare solo distruzione e morte.
Al punto che a volte, nel pauroso dissesto morale causato dal conflitto – soprattutto in quei territori rimasti sino all’ultimo soggetti agli occupanti germanici – a una capra può andare meglio che a un cristiano. Leoni è a tale proposito fedele cronista nel riportare una scena classica degli ultimi tempi di guerra: quella che vede i tedeschi consapevolmente perdenti, disperati e affamati venire a battere le coloniche per poter mettere sotto i denti qualcosa, dovendo per giunta inventarsi scuse a mitigare l’imbarazzo di chi si è presentato quale popolo di lignaggio superiore.
“Anche noi mangiamo, abbiamo bisogno di requisire delle bestie perché i partigiani hanno assaltato e derubato un convoglio con i rifornimenti subito dopo Trento. Siamo costretti nostro malgrado a importunare la brava gente che lavora nei campi: prendiamo una capra, ne avete due”. Il contadino però li avvisa che quella su cui hanno messo gli occhi è vicina a partorire: “Non conviene ucciderla ora, di solito fa due capretti, è di razza buona”. Inattesa giunge allora la grazia per la povera bestia: “Non si sa se commossi dall’ardire di Tullio o se per convenienza o nel sentire la parola razza, fatto sta che decisero di lasciare la capra nella stalla con il proposito e l’avviso di venire a prendere un capretto per l’imminente Pasqua. Anche loro erano cristiani e a certe tradizioni non si rinunciava”.
Passando ad analizzare la trama del romanzo, ci troviamo di fronte a un’altra autobiografia al femminile, per quanto ideale: l’infanzia della protagonista si svolge infatti proprio a Dro, ai primi del Novecento e quindi ancora in territorio soggetto all’impero austro-ungarico. Della sua figura l’Autore intende tuttavia fare prototipo per celebrare l’intero genere femminile, dalle guerre mondiali reso “ganglio vitale necessario ed efficiente della vita sociale, tanto da poter fare a meno del mondo maschile per organizzare la vita economico-sociale di intere comunità e popolazioni.
“A ciò si aggiunga il protagonismo della donna nel mondo cinematografico, tanto da diventare un modello di comportamento civile-sociale e suscitare la consapevolezza di protagonismo anche nella vita sessuale, non solo mirante alla procreazione, ma a una partecipazione affettiva paritaria coniugata con quella sociale anche attraverso la partecipazione al voto nella scelta delle classi dirigenti. Donna Luigia ne è testimone e protagonista senza perdersi nei fanatismi o nel moralismo bigotto o nella passività frustrante casalinga, ma orgogliosa e cosciente che l’esser donna è la premessa di un coinvolgimento globale ed esauriente nella vita familiare, sociale, economica, affettiva”.
Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia contro Germania e Austria a seguito del “ribaltone” del 24 maggio 1915 anche la famiglia di Luigia – la quale nonostante il trattamento onorifico conferitole non è altro che una povera contadina: neppure troppo fascinosa nella persona, essendo per giunta nanerottola – viene perciò costretta dalle autorità ad allontanarsi da quella zona così a ridosso del fronte finendo profuga nientemeno che nel paese natale del Führer: Braunau. Segnata da quell’esperienza per le baracche vissuta assieme alla madre e ai tre fratellini, la donna rientra al paesello per diventare la nuora saggia e operosa proprio del Nane, da bambino qual era trasformato con un’invenzione letteraria in maturo padre di famiglia: espediente che dà modo all’Autore di celebrare ancora una volta nostalgicamente i riti della civiltà contadina della sua terra, con la centralità della famiglia, la simbiosi con il bestiame (fino alla descrizione dei particolari più crudi della vita animale), le usanze paesane, le ascendenze idiomatiche, i richiami paesaggistici.
A questo punto la narrazione scivola velocemente verso il suo punto focale: il dramma della guerra, il crollo degli ideali di grandezza propinati per vent’anni dal regime fascista, l’impietoso svelamento di tutta la miopia del Duce, condottiero guerrafondaio, megalomane e privo di dignità nell’asservirsi a Hitler e sulla pelle di un povero popolo incolpevole quanto disgraziato. Leoni si sofferma in particolare sulla iattura rappresentata per le comunità sudtirolesi dal trattato di Saint Germain, che nel 1919 vide improvvidamente assegnare l’Alto Adige all’Italia senza alcun obbligo di tutela da parte del governo di Roma nei confronti della popolazione germanofona e ponendo così un problema che la rozza grossolanità della politica fascista avrebbe successivamente creduto di risolvere nel peggiore dei modi, creando in realtà ulteriori malcontenti che sarebbero emersi in tutta la loro gravità il giorno dell’Anschluss.
“Mussolini e D’Annunzio vollero ribattezzare paesi e villaggi del sud Tirolo, che non avevano un nome nella lingua italiana, attribuendone uno con assonanza italiana quasi sempre senza tener conto del significato del nome della località nella lingua tedesca. Fu una sprezzante iniziativa di italianizzazione di località da sempre di madrelingua tedesca, ora territorio italiano, ma nelle quali nessuno parlava italiano. Si attribuirono nomi di fantasia come Castelrotto a una località dal nome Kastelruht, Colmano a una che si chiamava Kohlmann, divenne un marchio che umiliò le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige. Per questo motivo molti uomini altoatesini, al momento dell’occupazione e dell’annessione dell’Austria al terzo Reich fatta da Hitler, optarono per l’Austria, pur di liberarsi dal regime di Mussolini che, ironia della sorte, si schierò di lì a poco in guerra a fianco di Hitler”. All’elenco si potrebbe aggiungere il paese forse più penalizzato da tali ridicole storpiature: Kolfuschg, che dall’ottusa toponomastica del regime si vide appioppare il sinistro appellativo di Colfosco. Meschino, oltraggioso epilogo di una guerra assurda: dieci milioni dei migliori giovani di mezzo mondo morti per violentare la natura di un’intera regione da sempre germanica in un goffo quanto demenziale tentativo di italianizzarla.
Pasoliniana nella sua icasticità riesce poi la raffigurazione del clima da basso impero che caratterizzò agli occhi della gente il periodo della Repubblica Sociale: “Balilla decappottabili, Lancia Augusta, Rolls Royce, Volkswagen giungevano cariche di graduati tedeschi e italiani in compagnia di splendide donne. Sigaretta in bocca, cappellino multicolore, pelliccia d’inverno o leggera camicetta d’estate, erano un’attrazione, uno spettacolo, il movente di fantasie morbose per gli uomini e di invidiosi sguardi delle donne”.
Più seri e dignitosi rispetto a tanta luccicante quanto desolante decadenza appaiono allora i dialoghi fra due contadini come Nane e il figlio, oggetto dei quali è la società migliore da costruire per il domani. “A Tullio piaceva ragionare. Era un idealista. Sognava pace e giustizia sociale per tutti. Il pensiero socialista dell’eguaglianza politica e sociale, che idealmente unisce popoli e genti nel condividere la creatività e le caratteristiche dei singoli, era oggetto dei suoi pensieri e, quando parlava, sembrava un filosofo”.
Ma allorché il giovane nella sua utopia si spinge a mostrare simpatia per il comunismo, che “ha come scopo di darsi tutti una mano, siamo compagni di viaggio, tutti lavorano secondo le proprie capacità”, il più pragmatico genitore non ci sta: “Ma i nostri campi, le nostre case, rimangono a noi o vanno a proprietà comune? – Sì, sì, i campi e le case rimangono a noi. Ma un carro, ad esempio, possiamo comprarlo in società e quando qualcuno ne ha bisogno lo adopera – Sì, bravo. Un carro si usa tutti i giorni! Lavoriamo a turno? Se quando tocca a me piove, come faccio a terminare i lavori nei campi? E i buoi, anche quelli in comune? Non ne sono convinto!
“Sono più propenso verso il socialismo. Ciascuno ha la sua proprietà, il suo carro, i suoi buoi regolarmente acquistati con il lavoro. Si costituisce un punto vendita in comune, un negozio in cooperativa dove si raccolgono i prodotti della campagna e si vendono al dettaglio. La cooperativa acquista all’ingrosso concime, antiparassitari, sementi o altro per i soci. Il programma dei comunisti non mi piace! Vuole abolire la proprietà privata! Cosa vuol dire? Ciò che si accumula con il proprio lavoro appartiene a chi lo ha acquisito con il lavoro. Il lavoro crea la proprietà e dà libertà. Secondo i tuoi ragionamenti, quanti fannulloni vivrebbero di assistenza? Siamo usciti dalla soggezione dei nobili, degli aristocratici, del clero, dobbiamo evitare di esser soggiogati dai fannulloni in nome di un comunismo che non tenga conto del lavoro. Persino i preti dicono che il vangelo annuncia: chi non lavora non mangi!”.
Ma è alfine la figura di Luigia ad assurgere idealmente a protagonista della Resistenza, senza peraltro che la donna abbia attuato alcuna scelta armata o al limite fiancheggiatrice e venendo dunque gratificata anche della qualifica di “partigiana” pur essendo rimasta alla finestra: in lei infatti Leoni intende raffigurare l’“interprete dell’autentica voglia di libertà presente nell’animo delle persone libere del popolo, che sta prendendo coscienza di esser sovrano”. Ed è proprio attraverso il suo sentire che l’Autore torna a descrivere quei tipici personaggi che finirono con l’incarnare la parabola del regime agli occhi della gente: specie quella più semplice e disincantata delle campagne.
“Luigia vide da lontano venire in bicicletta due uomini e, man mano che si avvicinavano, distingueva che erano vestiti da gerarchi fascisti. Guai in vista pensò e si preparò ad accoglierli dopo aver messo accuratamente il suo anello d’oro nel macinino da caffè. Erano gli stessi che nove anni prima erano venuti a chiedere gli anelli nuziali da dare alla Patria per la conquista dell’Impero”. Appreso che i due stanno cercando dei giovani paesani disertori della leva di Salò, la donna li indirizza: “Nel fienile ci sono degli sfollati, vedete se li trovate tra loro – Non ci interessano quei pezzenti, morti di fame e pidocchiosi, cerchiamo dei disertori”.
Dall’indignazione della donna per la sprezzante risposta ricevuta scaturisce il ritratto dell’aspetto più vacuo e protervo del decaduto regime e dei suoi scherani: “Luigia li avrebbe pestati di botte, quei due farabutti, per il disprezzo verso quegli sfollati, molti di loro reduci dai campi di concentramento dopo aver combattuto su più fronti per il duce e il re. Quei due figuri e mascalzoni erano entrati nel partito fascista, avevano fatto carriera al servizio del podestà, avevano deciso che la loro presenza era più importante in patria dove potevano mostrare il loro lato da maschio italiano alle donne dei soldati al fronte, controllare le teste calde, divertirsi a dare l’olio di ricino ai facinorosi comunisti, evitare di rischiare la pelle al fronte, ben s’intende sempre per il duce e il re!”.
La soddisfazione però la fiera contadina se la toglie una volta finita la guerra e passata per i fortunati fascistoni sopravvissuti la burrasca, allorché alla domenica vede l’ex podestà “familiarizzare accanto alla chiesa per rientrare in società e combinare chissà quali altre porcherie come se nulla fosse successo”. Eccola allora farsi largo tra la gente, avvicinarsi lei così piccoletta a quel pezzo d’uomo, sollevarsi sulle punte dei piedi e sferrargli due sonori ceffoni sulle guance, per vendicare altrettante umiliazioni subite dalla sua famiglia.
Al marito, reo di avere a suo tempo evitato l’arruolamento nell’esercito adducendo banali motivazioni di ordine familiare, rivoltosi al Fascio locale per chiedere un sussidio era stato infatti sarcasticamente ribattuto di rivolgersi al “principino” di casa Savoia. Mentre la figliola, che un giorno aveva osato presentarsi a scuola senza la divisa da giovane italiana, si era vista senza troppi complimenti rispedire a casa dalla maestra nonché moglie del podestà: un’invasata (a sua volta prototipo di tante donne del regime ciniche esaltate opportuniste) che fino all’ultimo aveva propinato ai ragazzi la favola della terribile “arma segreta” con cui il Führer avrebbe un bel dì ribaltato l’esito del conflitto, “sconfiggendo tutti i nemici del Reich e di Mussolini”.
Così l’idealista Leoni fa calare il sipario su tutte le tragedie della guerra, sostituendo ai plotoni d’esecuzione i manrovesci di Luigia e al sangue scorso a fiumi la vergogna provata dal potente primo cittadino in camicia nera nell’essere pubblicamente schiaffeggiato dall’ultima villanella del paese.

Pubblicato in Uncategorized

‘Memorie e pensieri di un lupo azzurro’ di G. Pepi

Nel saggio Memorie e pensieri di un lupo azzurro l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi tira le somme della propria esperienza umana, politica e professionale, sviluppando al contempo profonde riflessioni riguardo alla società attuale. Il titolo dell’opera vuol evocare quanto narrato da un’antica leggenda irlandese circa un lupo dal pelo azzurro cacciato dal branco e costretto a vivere per conto suo: ma oltre che per l’anomalia esteriore la bestia si rivelerà diversa anche nell’indole, non ululando né rivolgendosi alla luna e alle altre forze della notte bensì privilegiando il sole quale unica fonte di vita ed energia. Evidente la leopardiana metafora con cui l’Autore intende paragonare lo scomodo destino di quello strano animale al suo.
Tra le tante ascendenze filosofico-letterarie richiamate nello studio spicca la Rivolta contro il mondo moderno: l’opera con cui nel 1934 il teorico della “rivoluzione conservatrice” Julius Evola individuava nel culto della Tradizione il modello di filosofia della storia da contrapporre a quello positivistico-darwiniano secondo il quale l’evolversi della civiltà apporta in ogni caso evoluzione e progresso. Pepi fa sua la concezione evoliana secondo la quale il cammino della storia genera in realtà involuzione e regresso rispetto a una originaria “età dell’oro”: ed è come se queste Memorie rappresentassero il seguito delle dottrine espresse dal solitario pensatore romano, applicate non a mode e costumi della prima metà del ventesimo secolo bensì a quelle di questo ancor più desolante e “regressivo” inizio di terzo millennio.
La scintilla che ha portato l’Autore a mettere nero su bianco le sue riflessioni è stata l’ammirazione provata dinanzi all’arco di Traiano, a Benevento, le cui decorazioni intendono celebrare i principi portanti la romanità: la virtus, l’honos, la pietas, l’humanitas, l’auctoritas. Purtroppo oggi quei valori non esistono più, sostituiti da finalità ben più meschine quali l’arricchimento e il successo effimero e nella più totale assenza di ogni anelito di elevazione spirituale. La speranza di Pepi è che non tutti tra le nuove generazioni abbiano portato il cervello all’ammasso di questo mondo moderno globalizzato e materialista e che almeno tali giovani eletti nel definire gli obiettivi della propria vita sappiano distinguere “tra elevazione spirituale e abbrutimento della materia, tra amore per le proprie radici e appiattimento per la globalizzazione, tra amore per la natura e tecnologia distruttiva”.
Tutto il saggio è così pervaso dal culto per quei valori sacri e inviolabili che i Romani sintetizzarono nel principio del mos maiorum: l’abbandono del quale ha determinato l’abbrutimento della condizione umana nelle religioni monoteiste, lo sfascio dell’istituto della famiglia ma anche il fallimento dell’unità politica europea. L’essersi ispirati al modello capitalistico rappresentato dagli USA piuttosto che a quello sancito dall’impero romano (o a quello di Carlo Magno che ne mutuava i principi) ha difatti prodotto questa squallida Europa “delle banche, delle multinazionali, sionista, solidarista, globalizzata e materialista”. Quale differenza tra i meschini interessi odierni dettati dalla troika e le nobili finalità che guidavano l’azione di Roma: la quale, “stabiliti i principi generali che dovevano valere per tutte le province dell’Impero e per i popoli che le abitavano in materia di politica estera, fiscale e militare lasciava che le singole province si autogovernassero con proprie leggi emanate dalle loro decentrate assemblee Senatoriali rispettando le religioni, le tradizioni, gli usi ed i costumi delle varie regioni”.
Precisata ancora sulla scia di Evola la differenza tra il concetto più corrivo e commerciale di “tradizione” – ossia quello che porta alla periodica celebrazione di appuntamenti di tipo culturale, folkloristico, gastronomico, paesano, religioso ecc. – e quello aulico per cui l’individuo che vi si richiama si dispone a vivere in stretta simbiosi con il principio divino nonché con la natura quale sua diretta emanazione, coltivando un modello di società meritocratica e piramidale, rinnegando il credo evoluzionistico della vita come della storia e identificando i mali peggiori della contemporaneità in cupidigia e culto del denaro, “tipico della civiltà illuministica borghese che ha generato il peggior modo di governare e cioè la democrazia”, l’Autore individua anzitutto nell’americanismo imposto dalla vittoria statunitense nel secondo conflitto mondiale il seme della definitiva decadenza del mondo occidentale.
Avendo quei fallaci valori pesantemente condizionato mode e orientamenti dell’epoca, e perdipiù dandosi quale unico modello alternativo quello sovietico, lo studente Pepi avvertì sin da subito l’esigenza di ricercare una “terza via” da contrapporre tanto al liberal-capitalismo di stampo anglosassone quanto al materialismo ateo professato dal comunismo. Di qui ad aderire al partito più eretico dello schieramento politico italiano, e cioè il Movimento Sociale, il passo fu breve: per quanto il giovane Giangualberto non condividesse affatto le posizioni moderate e filoborghesi espresse dal segretario – peraltro anch’egli fiorentino – Arturo Michelini, richiamandosi piuttosto a quelle decisamente più anticonformiste propugnate da Pino Rauti, fedele alla lezione evoliana al punto di considerare capitalismo e socialismo modelli economico-politici parimenti da rigettare quali figli di concezioni ideologiche sostanzialmente identiche in quanto entrambe pesantemente materialistiche.
Tracciando un bilancio della propria esperienza all’interno del MSI Pepi rileva che il partito ebbe a perdere il treno dell’ascendente sulle masse giovanili in occasione della contestazione del Sessantotto, allorché non seppe interpretare le istanze di cambiamento provenienti dal movimento studentesco lasciando così il monopolio dell’utilizzo politico della rivolta in mano alle sinistre: improvvida fu in particolare la linea assunta dalla dirigenza missina all’indomani della “battaglia di Valle Giulia”, che al termine di quegli storici scontri con la polizia davanti alla facoltà di Architettura della Sapienza aveva visto gli studenti di destra occupare Giurisprudenza, quelli di sinistra Lettere. La sconfessione da parte di Michelini del loro operato determinò un’insanabile spaccatura con tutti quei giovani che intendevano lottare da destra per una società migliore: al cui afflato ideale non restò che lasciare il MSI al suo ottuso quanto sterile parlamentarismo per avvicinarsi alla destra extraparlamentare.
Uno dei quali era proprio il nostro Giangualberto: non certo nuovo alle posizioni di rottura anche all’interno del partito, dal momento che intervenendone a un’assemblea aveva già aspramente criticato l’aggressione americana in Vietnam, beccandosi così del comunista da parte dei benpensanti camerati in doppiopetto. Né, bisogna dire, egli condivideva la posizione pasoliniana per cui il vero rivoluzionario a Valle Giulia solidarizza coi poliziotti, proletari di fatto in quanto “figli di poveri”: per lui infatti quelli agitati addosso agli studenti altro non erano che “i manganelli della polizia borghese”.
Per concludere sulla sua avventura politica, ancor peggio a Pepi sarebbe andata in Alleanza Nazionale: nella quale rimase un solo giorno, allorché, partecipando alla direzione provinciale, si rese conto di trovarsi in un partito “divenuto borghese e liberale, che aveva rinnegato le idee che sempre avevo propugnato, e che aveva dimenticato per il successo e il potere il sangue e il martirio dei nostri morti”. Mentre della successiva, “infelice esperienza nel MSI-Fiamma Tricolore è meglio non parlare”.
Volentieri invece l’Autore parla degli anni di piombo, caratterizzati dallo slogan “uccidere un fascista non è reato” e riconoscendo perciò di averla all’epoca lui stesso scampata bella. “Tutto sommato io sono stato fortunato in quanto non ho subito danni fisici, né carcerari: ma quanta emarginazione, quanta tensione psichica, quante attenzioni nel tornare a casa per evitare agguati, quante perquisizioni poliziesche!”.
Capillare la ricostruzione che viene offerta di quello sciagurato periodo della storia italiana, ovviamente valutato da un punto di vista di destra. Triste allora constatare come in quel periodo nel nostro Paese un assassinio ascrivibile a motivi ideologici non venisse valutato dall’opinione pubblica uniformemente bensì con discriminazioni che riflettevano il colore politico della vittima: “la morte violenta di un ragazzo di destra non è mai stata considerata uguale a quella di un ragazzo di sinistra”. Inaccettabile poi – specie per un uomo di legge – la responsabilità che nel determinare una simile situazione grava sugli organi di giustizia, considerando che “tale discriminazione non è stata effettuata dalle forze di sinistra ma dalle istituzioni governative e soprattutto dalla Magistratura, ricercatrice all’epoca solo ed esclusivamente di trame nere nonostante l’evidenza degli atti processuali dimostrasse che si trattava di omicidi compiuti dai rossi”.
Famigerata invenzione del sistema fu appunto quella delle “trame nere”, in modo da impegnare magistrati “allineati” quali Violante, Bianchi D’Espinosa, Vigna dietro tali fantasmi piuttosto che a dare giustizia a ventenni assassinati solo per il fatto di essere stati classificati dagli avversari quali “fascisti”: ciò nonostante la gran parte di essi fosse nata ben dopo la fine di quel regime e perdipiù a prescindere dalla particolare disposizione ideologica di ciascuno nei confronti di esso. Machiavellicamente allora “non appena veniva ucciso un ragazzo di destra subito si predisponeva la mobilitazione antifascista per dimostrare che la morte era ascrivibile a contrasti interni al MSI o al gruppo di destra; se poi venivano individuati gli autori del crimine, immediatamente a sostegno degli imputati intervenivano gli intellettuali di sinistra, tramite il soccorso rosso finanziato in primis da Dario Fo e Franca Rame. Così se veniva ferito o ucciso un ragazzo di sinistra sindacati e forze politiche indicevano immediatamente scioperi e manifestazioni, mentre se veniva trucidato un ragazzo di destra restava solo il dolore dei genitori”.
All’Autore tuttavia non sfugge la perversa logica di potere che sottendeva quella “strategia della tensione”: “La considerazione che più mi brucia è che tanti ragazzi neri e rossi si siano uccisi per far governare i bianchi che ci governano tuttora”. Come non rendere allora l’onore delle armi a chi pur appartenendo – per storia personale e collocazione ideologica – allo schieramento opposto ebbe il coraggio di rompere tale delittuosa complicità istituzionale recandosi al capezzale dell’ultimo dei giovani caduti della destra, Paolo Di Nella: il presidente della repubblica Pertini, socialista e partigiano eppure politicamente più degno ed onesto di tanti democristiani cinici e intrallazzoni.
Storicizzando quella ardita iniziativa presidenziale Pepi le ascrive il merito di avere implicitamente posto fine alla ratio che aveva governato gli anni di piombo: alla quale non fu peraltro estraneo lo stesso MSI di Giorgio Almirante, troppo aduso a celebrare tutti quei funerali di giovani “martiri” della destra tricolore – il cui tragico elenco viene scrupolosamente riportato nel testo – per non far pensare a un certo calcolo elettoralistico nel fomentare o comunque non contrastare quel clima di quotidiana guerriglia.
In ogni caso mille volte da preferire quei pur funesti anni giovanili ai successivi segnati dal trionfo della “pax americana, con l’eliminazione delle ideologie, la corsa al consumismo, al benessere sfrenato, alla cupidigia, alla ricerca del successo e del denaro e infine alla globalizzazione”. Fino all’evento esiziale, all’epoca da tutti salutato come la fine di un incubo eppure destinato a rivelarsi come la catastrofe politica e morale della civiltà occidentale: la caduta del muro di Berlino, che “ha del tutto fatto cessare le tensioni ideologiche, trasformando il mondo in genere e la politica in specie in una maleodorante palude in cui si specchia il mondo moderno con i suoi falsi idoli, denaro e successo, edonismo e vanità, materialismo e perversità, pedofilia e droghe, sesso finalizzato al successo”.
Che tristezza allora vedere il mondo giovanile, “che sempre nella storia è stato protagonista attivo dei cambiamenti e ha contribuito all’evoluzione culturale, politica e spirituale”, ridursi oggi ad un bordello di aspiranti veline, calciatori, protagonisti di reality show: insomma un’accozzaglia di “giovani rampanti che per giungere a ottenere più denaro possibile sono pronti a tradire l’amicizia, la colleganza, lo spirito comunitario, i rapporti familiari e parentali”. Tutto ciò nell’epoca della globalizzazione – che ha eliminato ogni diversità al pari di ogni caratterizzazione etnica – e della robotizzazione della vita delle persone, perseguita tramite internet e i suoi computer: sino alla dittatura della telematica, che “ha creato l’alienazione eliminando di fatto i rapporti diretti interpersonali e di comunicazione umana. Oggi non si parla più tra gli uomini ma si inviano gli sms e si chatta su internet. Che pena vedere i giovani per strada sempre con il telefono in mano”.
Non solo i giovani purtroppo, caro Pepi: gli impiegati degli uffici pubblici di ogni ordine e grado, le stesse forze dell’ordine in servizio, i fedeli in chiesa, i muratori sui ponteggi, i conducenti di auto e mezzi pubblici (questi ultimi in barba all’incolumità dei passeggeri e – quel che è più grave – col salvacondotto di un’apposita legge), gli addetti alle sale dei musei (con tanti saluti ai visitatori, che hanno pagato il biglietto apposta per poter ammirare in silenzio quei tesori), chi fa footing in campagna, chi si allena in bicicletta, chi spinge il passeggino del figlio (o meglio del nipote), chi fa la spesa al supermercato… Nessuno sa resistere un solo istante e in qualsivoglia contesto alla tentazione della sghignazzata telefonica come a quella del messaggino, senza alcun rispetto per gli altri ma soprattutto per la propria dignità.
Il problema è sociale e politico ancor prima che di costume: non essendo infatti intervenuta una apposita legislazione statale (essendo ovviamente lo stesso parlamento asservito agli interessi della telefonia) a regolamentare un fenomeno che in Italia ha preso campo peggio che in un paese del terzo mondo, l’utilizzo del micidiale apparecchio – così come il livello delle sempre più rumorose e demenziali suonerie – è rimasto demandato alla educazione e sensibilità del singolo: con i risultati che in un popolo a vocazione profondamente anarchica e dallo scarso senso civico come il nostro sono facilmente immaginabili. Diabolicamente indotta da una martellante campagna pubblicitaria e mediatica (che vede di gran lunga assegnata a tale settore la palma degli spot più stupidi, ovviamente affidati ai personaggi più gettonati), tra le masse si è così imposta la regola per cui non rispondere immediatamente alla telefonata o all’sms diventa una questione di vita o di morte: come se dovesse essere la persona al servizio dello strumento e non viceversa. Con il risultato che per ottemperare a tale sudditanza si è disposti a passare sopra a ogni divieto e norma di buon senso, spesso infischiandosi persino dell’incolumità propria come di quella altrui.
Le conseguenze di un sì diffuso malcostume sono sotto gli occhi di tutti. In treno non c’è più verso di leggersi in pace un libro o un giornale: per non sorbirti affari, scemenze e risate altrui devi solo sperare di incappare (con gran fortuna) in compagni di viaggio non telefonanti; così come da dimenticare sono quelle spesso interessanti conversazioni che si instauravano tra viaggiatori dello stesso scompartimento. A una festa in spiaggia una notte d’estate i giovani, lungi dal godersi le suggestioni del momento, si mostrano l’un l’altro i messaggini testé ricevuti, in modo da esibire le qualità del telefonino di ultima generazione appena acquistato. Una famiglia in visita a un sito archeologico giunta a metà percorso deve concedersi un quarto d’ora di ricreazione, in modo che ciascuno possa dedicarsi alle telefonate di rito, chi da una parte chi dall’altra. Al ristorante la compagnia è tale soltanto di nome, in quanto ciascuno ha occhi soltanto per il proprio cellulare-oracolo, in religiosa attesa di quanto esso vorrà comunicargli; mentre al tavolo accanto a due coniugi che hanno ormai esaurito tutti gli argomenti basterà un’occhiata per concedersi reciproca licenza e buttarsi senza meno su facebook quale via d’uscita all’imbarazzante situazione.
Naturale perciò che gli strali pepiani si abbattano anche su internet: inaccettabile che ogni rapporto umano debba essere eliminato in ossequio alla nuova divinità tecnologica che taglia di fatto fuori chi non intenda rivolgersi al web per avere la possibilità di “fare l’amore, conoscersi, fare acquisti: perfino delinquere”. Tempi duri dunque per i non internauti; con perdipiù un’aggravante che il tradizionalista di scuola evoliana non può mancare di sottolineare: il fatto che il nuovo corso globalizzato-robotizzato “imponga di parlare con l’odiosa lingua degli oppressori e degli invasori anglo-americani”, considerando chi non conosce l’inglese alla stregua di un analfabeta.
Inevitabile allora la nostalgia per quei bei tempi pre-telematici che mai più torneranno, assieme ai genuini mestieri che li caratterizzavano: “Come era bello il rapporto umano che si instaurava nella mia giovinezza, anche nei piccoli negozi con il macellaio, il lattaio, l’ortolano, il panettiere”. Oggi quel tipo di costruttiva interrelazione non è più possibile: anche perché nella stragrande maggioranza degli esercizi commerciali – dagli ipermercati ai negozi di moda, dalle officine ai distributori di benzina, dai bar ai ristoranti, dalle banche alle librerie e persino alle farmacie – impera la musica, e non certo rilassante o d’atmosfera bensì “commerciale” e martellante, imposta a tutto volume a ogni ora del giorno e al limite inframmezzata dalle insulse considerazioni di frivoli conduttori radiofonici e sguaiati propalatori di gossip. Alla gente vietato non solo conversare ma soprattutto pensare, ragionare, riflettere sullo schifo che la circonda come sul business che le deve necessariamente scandire l’esistenza, dalla culla alla bara.
Passando a tirare le somme della sua lunga esperienza all’interno delle aule di giustizia, Pepi rievoca anzitutto il proprio destino di “lupo azzurro” anche in campo professionale, dovuto alla sua collocazione politica decisamente “scorretta” specie in una realtà quale quella toscana e fiorentina. Ostracismo di cui egli si mostra tuttavia fiero: “Dinanzi al malcelato disprezzo nei miei confronti da parte di colleghi e giudici rossi con ogni sorta di emarginazione non ho mai ceduto, avendo sempre il coraggio di essere quello che sono nella mia camicia nera”. Dopodiché il discorso si fa più ampio, analizzando la parabola discendente che ha caratterizzato anche il mondo giudiziario.
A tale proposito l’Autore non manca di rilevare la sacralità con cui si solevano frequentare i tribunali all’inizio della sua carriera forense, evidenziata anche dallo scrupoloso rispetto delle regole formali, censurando la progressiva decadenza dei costumi che ha portato alla banalità odierna: “Oggi è tutta una globale sciatteria, tant’è che spesso i processi vengono discussi senza toga, nell’affollamento di difensori, parti private, testimoni, con interventi di nessuna valenza scientifica e dottrinale”. Del resto un tempo gli avvocati cercavano nelle loro arringhe di emulare Cicerone, Demostene, Lisia: mentre oggi la loro massima aspirazione è quella di essere intervistati dai TG sul marciapiede fuori dal tribunale; quando non di finire nei salotti televisivi, se protagonisti di un processo di grido.
Ma ancor più responsabili di tale spettacolarizzazione della giustizia sono stati – ahimè – gli stessi magistrati, nella stragrande maggioranza alla continua ricerca del processo “mediatico” che garantisca loro quella visibilità necessaria a porre le basi di un futuro successo politico. In serie B finiscono di conseguenza tutti quei processi “ordinari”, riguardanti persone e vicende comuni e per questo “trascurati e frettolosamente decisi con sentenze a dir poco inquietanti sulla pelle di cittadini incolpevoli”. Ciò perché la magistratura, rinunciando a quella funzione morale e sociale che ne sanciva un tempo il prestigio, “è diventata una casta: anzi una supercasta a carattere strettamente corporativo interessata solo all’acquisizione di stipendi sempre maggiori – per quanto gli attuali siano in assoluto i più elevati d’Europa – e che non tiene nel minimo conto la meritocrazia”.
Ma desolante appare l’intero quadro di una giustizia “a doppio binario” che pur in un sistema ultra-garantista quale quello italiano finisce con il discriminare quegli imputati “che sono i soliti disperati e diseredati ai margini della Società quali gli immigrati, i tossici, i delinquenti per disperazione. Di questi ultimi le carceri trasudano; mentre invece i potenti, i privilegiati, gli intoccabili difficilmente varcano la soglia del carcere: a chi può difatti interessare se un Mohamed qualsiasi per pochi grammi di droga finisce in galera per anni? Quando nel caso sia un intoccabile a rischiare la privazione della libertà, si inventa d’urgenza una legge ad personam onde scongiurare quell’eventualità: la quale riuscirebbe dannosa, oltre che per lo stesso intoccabile, anche per la carriera del giudice chiamato a condannarlo al pari di ogni altro cittadino”.
Cosa aspettarsi del resto da uno Stato che in ossequio a pedanti logiche politiche e in spregio ad ogni buon senso affida il ministero della Giustizia a chi non ha mai aperto un codice né messo piede in un’aula di tribunale, così come quello della Sanità a un ingegnere o a un avvocato? Per non parlare degli esempi sommamente immorali e diseducativi che all’uomo della strada giungono dall’alto: “le lotte di potere, il metodo tangentista dominante nelle classi politiche e imprenditoriali, gli scandali a base sessuale e ad uso di droga, i parlamenti i cui membri assumono essi stessi massicce dosi di sostanze stupefacenti, la lottizzazione partitocratica degli incarichi di governo e sottogoverno”.
Ripercorse le principali tappe del dibattito filosofico classico riguardante la migliore forma di governo e reso il doveroso omaggio alla costituzione repubblicana romana per l’esemplare sovrapposizione conseguita tra l’elemento monarchico, l’aristocratico e il democratico, Pepi manifesta la propria simpatia per un modello politico che assegni il potere ai migliori, riaffermando al contempo la necessità della tradizionale ripartizione castale della popolazione: “La suddivisione in categorie genera ordine e allontana il caos tipico del mondo moderno tutto orientato al raggiungimento del potere e del successo, con travalicamento di funzioni e scopi”. Concedendo tuttavia promozioni di ordine meritocratico, dal momento che è giusto che chi all’interno della propria casta si distingue nel perseguire il raggiungimento del bene comune possa accedere ai gradi superiori.
Triste l’analisi che l’Autore traccia di quel fenomeno che cronache e istituzioni continuano a classificare come “immigrazione”, ma a definire il quale – specie per l’Italia – sarebbe assai più appropriato quello di “invasione”: destinata di tale passo a “portare altre razze a dominare sulla razza europea, la quale non è più fecondata da nascite, mentre le altre giovani etnie sono prodighe di filiazioni”. Se a far degenerare la situazione è stato il perverso intreccio determinato dal crollo di parecchi regimi – europei come nordafricani – novecenteschi, dall’incapacità europea di governare la nuova situazione, dagli interessi mafiosi di scafisti e gestori a vario titolo del fenomeno migratorio, dal calcolo di tipo politico che sotto la maschera del “buonismo” compiono amministratori e politicanti nostrani, non bisogna tuttavia dimenticare le radici storiche dell’odierno sconquasso: “la religione cristiana con i suoi devastanti principi solidaristici e ugualitari e la democrazia multietnica e capitalistica degli Stati Uniti d’America”.
Quello che si profila è dunque “uno scenario devastante in cui le nostre città perderanno le loro caratteristiche millenarie per essere sostituite da souk di ogni etnia. Se ci aggiriamo nei centri storici e nelle periferie delle nostre città vediamo che le botteghe artigiane sono sostituite da venditori di kebab, le piccole imprese che avevano sempre sostenuto la nostra economia vengono sostituite da fetide e rumorose industrie cinesi, le nostre tradizionali piccole ma eccellenti trattorie hanno dato il posto a maleodoranti ristoranti cinesi e orientali, che si sono uniti ai fetidi McDonald. Provatevi a salire su un autobus cittadino: non ascolterete quasi più la lingua italiana o suoi particolari dialetti ma sentirete parlare cinese, africano, arabo, cingalese, albanese, slavo”.
La mannaia pepiana si abbatte quindi sull’Europa, rivelatasi in tutti questi anni incapace di imbastire uno straccio di politica estera: “L’aver consentito l’ingresso a tutte queste etnie ha portato alla conseguenza che le nostre città, le nostre identità europee si sono trasformate in multietnici alveari in cui la nostra stirpe è destinata a soccombere divenendo minoranza di fronte alla multi-colorata maggioranza extracomunitaria”. E non si venga a fare il paragone – caro fra gli altri al “compagno” Fini ultima maniera, fallito rinnegatore di sé stesso nonché di tutte le cariche ricoperte grazie a chi lo votava quale alfiere della Destra – con i nostri migranti di fine Ottocento: i quali andavano incontro non solo ai rigidissimi controlli di chi li accoglieva, ma anche a un destino fatto di sacrificio, sofferenza, discriminazione politica e sociale (vedi Sacco e Vanzetti). Altro che gli immigrati nostrani, che sistemati a spese dell’italico contribuente in dignitosi alberghi a tre stelle con tanto di diaria e ricariche telefoniche si lamentano della mancanza di tv satellitare e wi-fi, reclamando hotel di lusso con palestra e piscina.
All’Autore disgustato da un tale presente e ancor più sfiduciato riguardo al futuro non resta allora che rifugiarsi nostalgicamente nella città che fece da cornice alla sua giovinezza; per descrivere la quale egli ricorre a una poetica similitudine che dopo le tante crudezze delle pagine precedenti non manca di suscitare nel lettore una certa emozione: “Firenze era come una bellissima donna addormentata, dal volto angelico e radioso circondato da lunghi capelli sparsi sul cuscino: il volto rappresenta i suoi splendidi monumenti medievali e rinascimentali, i capelli le splendide colline circostanti, e il corpo sinuoso posato sul letto il lento percorso dell’Arno”.
Ma nonostante fosse “addormentata” quella piccola quanto splendida città, una volta messasi alle spalle il trauma della guerra, si presentava come fortemente viva nei suoi aspetti umani: “Il ricordo più bello che ho di quegli anni era lo splendido rapporto umano tra la gente, basato sull’ironia, sulla gioia di vivere seppur mancassero tutti quei beni che oggi abbiamo. Ci si accontentava di poco, ma eravamo felici”. Le brutture ritornano però immediatamente allorché si getta lo sguardo sulla Firenze attuale, “il cui splendido centro storico va oggi scomparendo, vittima anch’esso della globalizzazione strisciante e inarrestabile. Non c’erano ancora le tristi periferie dormitorio che oggi rendono, specie nella zona di Firenze nord, la nostra città simile a tante altre metropoli, e non c’erano soprattutto i supermercati e gli ipermercati tutti uguali e tutti anonimi, i negozi griffati tutti identici”.
Quanta nostalgia allora per quella città a misura d’uomo in cui la spesa giornaliera veniva fatta nelle piccole botteghe di San Pierino, gli ordinati turisti venivano accolti dalle carrozze trainate da cavalli e la sera si poteva tranquillamente uscire di casa senza rischiare di incappare in criminali di ogni razza e sorta, né le donne di essere molestate o violentate: “Questa era la mia Firenze, artisticamente insuperabile, laboriosa, sicura, allegra e pensierosa allo stesso tempo”. Pepi come Dante.
A scuola non si scioperava ma si andava per imparare e porre così i presupposti per un futuro migliore; e qualora si organizzasse una manifestazione, era solo per rivendicare l’italianità di Trieste o dell’Alto Adige, non certo per contestare il metodo di insegnamento dei professori. Non erano frivole mode o lussuoso esibizionismo a caratterizzare il look giovanile: il più delle volte si indossavano anzi gli abiti appartenuti ai fratelli maggiori. “Non c’erano le discoteche ricettacolo di droghe e di alcol smisurato, ma andavamo a ballare alle feste a casa degli amici per i compleanni e per le feste comandate. Ogni cosa la dovevamo duramente conquistare e non avevamo tutto quello che volevamo”.
Commosso in particolare il ricordo del giorno dell’alluvione, in cui i fiorentini superati i primi attimi di smarrimento seppero immediatamente ritrovare tutta la propria fierezza e operosità a fronte di uno Stato dalla cui iniziativa intuirono subito non fosse da aspettarsi nulla di buono: “Firenze reagì come un leone ferito, con le sue forze, con le sue energie positive, con la sua coesione di popolo, sopperendo alle disfunzioni, ai ritardi, alla confusione degli organi politici centrali dello Stato”.
Impegnato assieme a tanti altri giovani concittadini a spalare quella fetida melma intrisa di gasolio penetrata nel centro storico in ogni dove, Giangualberto fu il vivido testimone di una pagina di storia: “C’ero anch’io quando il Presidente della Repubblica Saragat in Piazza Santa Croce fu preso a lanci di fango per dimostrare l’inerzia dello Stato e la contestuale voglia di Firenze e dei fiorentini di risorgere”.
E quanta nostalgia anche per la generale onestà dell’epoca, che nemmeno la grave calamità verificatasi riuscì a scalfire, espressa attraverso la mirabile immagine finale delle banconote – del resto allora assai grandi – stese ad asciugare come lenzuoli. “Portai da mangiare a mio padre che lavorava alla Cassa di Risparmio di Firenze: lo trovai che in un salone aveva teso le banconote lavate dal fango su dei fili che andavano da un lato all’altro della stanza. Era una visione irreale vedere tutto quel denaro teso ad asciugare: eppure, nonostante le pressanti necessità di ordine economico, nessuno cercò di appropriarsene”. Altri tempi.

Pubblicato in Uncategorized

La rivalutazione postuma degli Squallor

Gli Squallor sono stati un gruppo musicale italiano del secolo scorso attivo nel genere pop, con apice del successo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Pur avvalendosi della collaborazione di diversi personaggi esterni, a costituire la formazione nei suoi oltre vent’anni di attività è sempre rimasto lo storico quartetto composto da Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti.

Si trattava di quattro pezzi da novanta nel panorama della musica leggera nazionale, nel quale operavano come compositori, parolieri, discografici. Con cadenza generalmente annuale, si ritrovavano per dar vita ad un album che per qualche tempo li distraeva dagli impegni più seri e convenzionali, affrontandone la realizzazione – come dimostra lo stesso nome che si erano dati – con lo spirito più goliardico e dissacratorio possibile.

Di conseguenza, molti dei brani che incidevano (spesso autentiche scenette) si distinguevano sia per la trivialità dei testi, sia per l’estremo realismo delle situazioni presentate, senza alcun limite all’intimità e alla decenza. E perché non vi fossero dubbi fin dall’inizio, le stesse copertine dei dischi risultavano altamente provocatorie, veri e propri studi di lascivia, quando non di oscenità: ed era in fondo anche questo uno sberleffo al mondo ufficiale della canzone, vista l’importanza che le case discografiche attribuivano alle custodie dei long playing, per la realizzazione delle quali non esitavano ad ingaggiare i migliori fotografi e disegnatori.

Il risultato di tutto ciò era che le radio – sia quella pubblica che le “libere” tanto in voga all’epoca – si vedevano costrette ad una sorta di ostracismo nei loro confronti: non solo evitando di trasmetterne i dischi, ma addirittura omettendo di segnalarne la presenza nelle hit parade. Perché in classifica gli album degli Squallor ci andavano eccome: le basi musicali rappresentavano probabilmente il meglio di quanto potesse offrire la discografia italiana dell’epoca, al punto che le parodie delle canzoni di successo – spesso anche internazionali – giungevano persino a superare il livello dell’originale; così come in ogni album non mancavano quei brani destinati a diventare dei veri e propri capolavori di comicità e nonsense.

Chi scrive è stato un aficionado degli Squallor di lungo corso: il primo non solo ad acquistarne regolarmente il nuovo 33 giri il giorno stesso dell’uscita, ma addirittura ad osare trasmetterne per radio i pezzi più ironici e scanzonati, allorché, con l’avvento degli anni ottanta, prese a dischiudersi qualche spiraglio rispetto al rigido (oltre che tragico) decennio precedente. Oggi però, dinanzi alla rivalutazione postuma del gruppo sancita dalla proliferazione in internet di una miriade di siti che ne fanno oggetto di culto (la quale, sull’onda di una comprensibile nostalgia per una giovinezza ormai lontana, va assumendo tutti i caratteri della sopravvalutazione), mi sento in dovere di intervenire onde contribuire al giusto dimensionamento del valore della formazione. Leggo infatti sempre più spesso degli Squallor quali geni incompresi, grandi precursori di gusti, tendenze, addirittura politiche di là da venire, profetici quanto intrepidi fustigatori dell’italico malcostume destinato ad essere impietosamente messo a nudo da Tangentopoli e dal crollo della “prima repubblica”.

Ora io credo che nei loro album non fosse nulla di tutto ciò. La loro fatica – o se vogliamo evasione – annuale mirava sostanzialmente a tre scopi: divertirsi, divertire, e soprattutto vendere. Loro avevano capito che per distinguersi rispetto agli altri dovevano andare sopra le righe, scandalizzare: donde l’utilizzo di un lessico non propriamente da educande, le frequenti pernacchie a cantanti e cantautori, i pesanti lazzi ai politici, gli immancabili vilipendi alla religione…

Ricordiamo come in quegli stessi anni, dopo il tramonto del filone della “commedia all’italiana” che aveva fatto la fortuna del nostro cinema, si imponesse il sottogenere della cosiddetta “commedia sexy”: vennero così sfornati in quantità industriale una serie di film dal valore artistico pressoché inesistente, ma che tuttavia (soprattutto per la presenza di attori – ed in particolare attrici – di grande richiamo su una certa fascia di pubblico) facevano registrare incassi ragguardevoli.

Ecco, anche gli Squallor da un certo punto di vista furono abili nel riproporre di disco in disco il medesimo stereotipo, in grado di soddisfare le aspettative di un determinato target: il tormentone di Pierpaolo, la canzone melodica napoletana sboccata e irriverente interpretata dal maestro Savio, la cover – ovviamente ridicolizzante – del successo di turno, lo sproloquione senza capo né coda, fra il demenziale e l’assurdo di Cerruti (ammannito sotto forma di racconto, confessione, radiocronaca). Non sempre però il dosaggio di comicità e volgarità risultava azzeccato: tanto che a volte certi brani parevano inseriti giusto per riempire il disco; o al limite per deliziare il palato di quegli stessi militari di leva che alla domenica decretavano il successo dei filmetti con Montagnani, Vitali, la Fenech o la Guida.

Quante volte Cerruti è entrato in sala di registrazione avendo concertato con gli altri un “testo” sufficiente a coprire sì e no la metà della base predisposta da Savio, e costringendosi così ad inventarsi per arrivare in fondo espedienti talvolta sì geniali, talaltra sicuramente esilaranti ma per la maggior parte insulsi, forzati, penosi? Quante volte con il più inibito e impacciato – oltre che assai meno dotato di verve cabarettistica – Pace hanno improvvisato duetti in cui ciascuno marciava per conto suo, con palpabile imbarazzo di quest’ultimo e conseguente disagio per l’ascoltatore? Quante volte l’abuso della produttività conseguente alla mancanza di idee ha portato i nostri magnifici quattro a smarrire del tutto la vis comica credendo di poterla gratuitamente sostituire con il cattivo gusto sino a sfociare nel più becero dei turpiloqui?

In certi casi ci sarebbero stati perfino gli estremi per una richiesta danni da parte dell’acquirente del disco: pensiamo soprattutto alla palese incompiutezza di brani come Avida, La ricreazione, Manzo; alla sfrontata riproposizione nell’album immediatamente successivo del medesimo schema (sia come traccia musicale che di “gestione degli spazi” da parte dei due interpreti) di un cavallo di battaglia come A chi lo do stasera – che come non bastasse costituiva già a sua volta la parodia di una canzone dello stesso Pace – con la sola modifica del testo e il titolo di Bagno Aurora (evidentemente allo scopo di risparmiarsi la composizione di un pezzo ex novo); o all’inflazione di improbabili citazioni e annunci commerciali che da un certo momento in poi prese a caratterizzare la produzione dei nostri, inframmezzandone i brani ma soprattutto segnandone la perdita di smalto come l’involuzione creativa.

C’è poi un ulteriore capitolo che non può certo essere ignorato nella valutazione – come dire – dello stile, della tutela della propria immagine e dignità, insomma dell’amor proprio del gruppo: quello rappresentato dai due film realizzati sulla scorta del successo degli album Arrapaho e Uccelli d’Italia. Si tratta di due pellicole assolutamente impresentabili, prive non solo di un minimo di decoro, ma neppure di un senso.

Perché lo fecero (e lo rifecero)? Per denaro? Per vanagloria? Alla loro età – e con la loro storia – di cosa avevano bisogno? Forse pensarono che siccome adesso l’opinione pubblica riservava loro qualche attenzione tutto fosse loro concesso? E non si resero conto che la macchina da presa avrebbe inesorabilmente massacrato al primo impatto quegli stessi personaggi da loro così meticolosamente allevati su vinile?

Verrebbe quasi da dire che – nella più classica delle leggi del contrappasso – proprio a loro, maestri del paradosso e che nella vita in fondo non erano che dei manager, alla fin fine sia mancato giusto un manager!

In ogni caso, non essere cosciente dei propri limiti non può rientrare nel dna del genio.

Pubblicato in Uncategorized

Il faggione di Marino

Cento anni fa, sui monti dell’Alta Garfagnana, là dove sgorga il Serchio il pastorello Marino era solito nelle lunghe giornate estive portare il gregge a merizzare* all’ombra di un grande faggio che, con i suoi quasi tre secoli di vita, dominava la foresta di Pradarena. Lì le ore trascorrevano liete prima della ripresa del pascolo: tanto che il ragazzo aveva finito con l’affezionarsi all’accogliente albero, al punto di attendere da un anno all’altro il ritorno della bella stagione soprattutto per ritrovarsi con lui.
Senonché, dopo l’ultima guerra, l’Amministrazione forestale decide di rinnovare il bosco, eliminando le piante più vecchie per far posto alle nuove. Marino scopre così con infinito dolore l’inappellabile sentenza decretata per il suo grande amico, segnato con la vernice indicante l’abbattimento e dunque destinato a morire già il giorno dopo. Disperato, non si dà pace, chiedendosi come si possa eliminare così a cuor leggero una simile meraviglia della natura.
Finché dal Cielo non gli giunge un’illuminazione: nottetempo, il pastore ritorna nella faggeta, penetra nella baracca allestita dalla Forestale e ne preleva il secchio con la vernice deputata a segnalare la sopravvivenza della pianta. Complice la luna, Marino raggiunge l’inseparabile compagno delle sue giornate ricalcando alla perfezione sul segno della morte quello della vita: cosicché, al mattino, quando gli ignari boscaioli si recano a compiere il proprio lavoro, giunti dinanzi al gigante della foresta passano oltre, risparmiandolo.
Oggi che le greggi non popolano più quei ridenti monti garfagnini, il maestoso faggione di Marino graziato dal fato fa bella mostra di sé in mezzo al bosco, protetto da una staccionata che ce ne segnala l’eccezionalità, avvolto da un’aura che ce ne tramanda la leggenda.

* Nel dialetto garfagnino: far riposare il bestiame all’ombra del bosco nelle ore meridiane.

Pubblicato in Uncategorized

Il renzismo, fase suprema del berlusconismo

I risultati delle elezioni europee del 2014 hanno assegnato – per la prima volta nella storia della democrazia occidentale – ad un partito post-comunista una percentuale superiore al 40%. Vari fattori hanno concorso ad un risultato così clamoroso, superiore alle aspettative dello stesso leader del Partito Democratico, nonché capo del governo, Renzi: il quale, nell’incertezza dei pronostici, aveva pensato bene di non far figurare sulla scheda il proprio nome accanto al simbolo del partito, in modo da mantenersi le mani libere in caso di flop o di esito comunque deludente rispetto ai pur fiduciosi sondaggi.
Innanzitutto, le speranze ingenerate in ben dieci milioni di lavoratori dipendenti dalla promessa di un immediato aumento di 80 euro in busta paga: venale mossa tipicamente italica, e che fa pensare – più che agli sgravi fiscali puntualmente elargiti dalla propaganda elettorale di Berlusconi – ai chili di pasta ed alle paia di scarpe con cui Achille Lauro soleva comprare i voti dei napoletani.
Subito a seguire, il clima da testa a testa con il Movimento Cinque Stelle – alimentato in primis dallo stesso Grillo – che ha caratterizzato la fase conclusiva della campagna elettorale, e segnatamente l’ultima settimana, ha giocato in maniera decisiva a favore del presidente del consiglio: molti elettori soprattutto di area moderata che, disorientati dal patetico tramonto della stella berlusconiana, con ogni probabilità non sarebbero andati a votare, sotto la spinta emotiva del timore di un eventuale successo dei grillini hanno deciso all’ultimo momento di recarsi al seggio per appoggiare quello dei due leader valutato come il più affidabile e meno avventuroso. Ad essere maggiormente danneggiati da tale orientamento dell’elettorato sono così risultati Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Scelta Europea; mentre il fenomeno non deve aver interessato che marginalmente i sostenitori di Lega Nord, Lista Tsipras e Fratelli d’Italia, presumibilmente rimasti per la gran parte fedeli al proprio iniziale orientamento anche dinanzi all’eventualità di un arrivo al fotofinish tra i due maggiori contendenti.
Per contro, tale drenaggio di voti dall’area del centro-destra non ha alienato al Pd le simpatie dei tradizionali elettori di sinistra, anzi: i più innovatori tra i simpatizzanti democratici che alle politiche del 2013 avevano preferito orientarsi verso il M5S in cerca di quella svolta che la candidatura a Palazzo Chigi di Bersani non pareva in grado di garantire (o che, in previsione dell’annunciato trionfo della coalizione di centro-sinistra, avevano studiatamente ripiegato sul voto disgiunto: Grillo alla Camera, Bersani al Senato), trovandosi finalmente l’auspicato Renzi quale leader hanno potuto con grande soddisfazione fare ritorno alla casa madre.
Altro fattore decisivo nel determinare un risultato così eclatante per il partito del primo ministro è stato poi il crollo dell’affluenza alle urne, passata dal discreto 75% delle politiche dell’anno precedente a un misero 57%, di gran lunga inferiore anche al 66,5% delle europee 2009: in occasione delle quali tuttavia gli elettori avevano potuto fruire di un giorno in più per recarsi ai seggi, nel 2014 aperti – anche in questo caso per la prima volta – nella sola giornata di domenica. Ovvio che tale tendenza abbia frustrato soprattutto le aspettative riposte dal fronte grillino nel voto di protesta.
Ma l’elemento più clamoroso degli ultimi giorni della campagna elettorale è stato sicuramente rappresentato dall’esplicita presa di posizione dello stesso Berlusconi – evidentemente spaventato dall’annuncio da parte di Grillo di un “processo popolare” nei confronti di tutti i principali responsabili della recente gestione della cosa pubblica, nonché dei loro manutengoli – contro l’eventualità di una vittoria dei Cinque Stelle, dal leader del centro-destra presentata come la peggiore iattura per il Paese: intemerata che ha implicitamente contribuito a sospingere molti potenziali elettori moderati tra le braccia di Renzi.
Il feeling con il quale si era del resto già attivato in occasione delle primarie del 2012, che avevano visto il sindaco di Firenze contrapporsi a Bersani: allorché non pochi simpatizzanti berlusconiani si erano infiltrati tra le fila nemiche per sostenere il brillante boy scout democristiano impegnato a debellare l’ultimo rappresentante dell’odiato Pci. Come sorprendersi, allora, se una volta insediatosi alla guida del Pd il simpatico “rottamatore” di tutta quanta la vecchia guardia comunista questi stessi elettori (in assenza di un progetto credibile di centro-destra: oltre che di un leader presentabile) si sono sentite autorizzate a ripiegare sul rampante anticomunista – o perlomeno sentito come tale – fiorentino?
Il discorso, tuttavia, appare più complesso rispetto ai moventi che possono aver condizionato le ultime, convulse battute elettorali. È indubbiamente un fil rouge ad unire l’ascesa di Renzi alla parabola del berlusconismo: nel senso che strategie e movenze dei due sono più o meno le stesse, al pari delle aspettative riposte in loro dalla gente.
A cambiare è sicuramente lo stile dei due personaggi, forse per ragioni più anagrafiche che temperamentali: Berlusconi nel corso del suo ventennio politico è rimasto sostanzialmente l’intrattenitore da navi da crociera e successivamente l’imbonitore milanese delle origini, figlio della spregiudicata mentalità imprenditoriale degli anni del boom economico e in seguito artefice del nuovo modello televisivo commerciale, privo – ad imitazione del peggior americanismo – di qualunque orizzonte morale o pedagogico. Donde la tendenza a ridurre tutto quanto all’apparenza, all’estetica: dai patologici interventi sul proprio corpo a mascherarne l’invecchiamento ai periodici cambiamenti del nome del suo movimento, quasi a supplire alla congenita assenza di sostanza del “partito di plastica” con una mera variazione nominale.
Ai vari problemi presentatiglisi dopo la sua “scesa in campo” il Cavaliere ha conseguentemente ovviato con tutta una serie di argomentazioni indotte, auto-assolutorie: l’insanabile deficit in cui versava lo Stato era totalmente da ascrivere ai governi precedenti; se pure i suoi concludevano poco o niente la colpa era quando delle opposizioni, quando di riottose frange interne, quando dei “poteri forti” che invidiosi della sua travolgente ascesa facevano di tutto per metterglisi di traverso. E se non passava giorno senza che la magistratura aprisse un fascicolo sul suo conto per i reati più disparati, il motivo era da ricercare nell’avversione ideologica da parte delle “procure rosse”; le quali gliel’avevano giurata per il fatto di avere lui con il suo incauto intervento in politica mandato in fumo l’agognato avvento al governo delle sinistre dopo il repulisti di Tangentopoli: argomento peraltro ideale da propinare all’opinione pubblica per qualsivoglia processo, a prescindere dalla specifica malefatta contestatagli volta volta.
Si arriva così alla sua ultima esperienza governativa, quella chiamata a confrontarsi con la recessione economica più grave del dopoguerra: nella divergenza di vedute con il ministro Tremonti (un tempo da lui benedetto quale economista “geniale”: eppure alla fine anch’egli rinnegato quale sabotatore), sotto gli occhi vigili e preoccupati dell’Europa Berlusconi non trova di meglio che negare l’esistenza della crisi, presentando l’Italia come un paese felice, in cui la gente continua beatamente a spassarsela ed aggiungendo così l’ultima – e più penosa – barzelletta alle innumerevoli propinateci nel corso degli anni.
Altro capitolo poco felice del berlusconismo è stato quello della politica estera: o meglio della qualità della presenza italiana sulla scena internazionale, dall’anticonformista di Arcore regolarmente ridotta a cabaret, con la messa in scena di ridicoli siparietti egocentrici, in spregio a qualunque codice diplomatico e segnatamente per l’Europa a quelle regole sancite per la prima volta in occasione del Congresso di Vienna e sostanzialmente mai venute meno nell’arco di due secoli.
Con il Cavaliere protagonista, la sacralità dei consessi diplomatici si è così vista svilita a farsesca ostentazione di abbracci, pacche sulle spalle, improvvisazione di gag più o meno imbarazzanti: sino a farne – probabilmente – il capo di governo in assoluto peggio sopportato dai colleghi. Egli non si è inoltre peritato di stringere rapporti anche con i personaggi più discussi e compromessi, senza preoccuparsi di separare la sfera politica da quella personale ed affaristica e premurandosi anzi di vantarsi ad ogni pie’ sospinto dell’amicizia non solo con Bush e Putin ma anche con dittatori – di fatto – del calibro di Gheddafi, Mubarak, Ben Alì.
Non molto dissimile l’atteggiamento tenuto in pubblico da Renzi, mai restio a concedersi alla folla stringendo mani di qua e di là (o meglio battendo più americanamente il cinque) così come incapace nei contesti internazionali di un registro più sobrio e consono al ruolo, ostentando baci e abbracci con i rappresentanti stranieri e giungendo persino – in perfetto stile calcistico berlusconiano – ad omaggiare l’interlocutore di turno della maglia (chissà poi fino a che punto gradita) del giocatore della Fiorentina di quella nazionalità (e peraltro a quale titolo, non figurando egli – a differenza del proprietario del Milan – tra i dirigenti della società gigliata), nemmeno si trovasse tra i ragazzi delle scuole da lui periodicamente visitate, peraltro secondo una propaganda degna del fascista Minculpop.
Le differenze tra i due leader emergono invece su altri piani: per quanto anche in Renzi appaia innata la predisposizione alla celia e alla boutade, l’inveterata frequentazione con la politica porta ad assimilarlo, ancor più che alla figura del venditore o del cabarettista, a quella del tribuno. L’ammiccante Matteo sa infatti sommergere il suo uditorio di fiumi di parole senza in sostanza dire niente ma potendo tranquillamente andare avanti da mane a sera, attingendo a piene mani ad un linguaggio fatuo, giovanilistico, “internetistico”: la vacua e corriva vulgata del blog, di facebook, del twitter.
Emulo di Obama, esibendosi in maniche di camicia e concedendo accelerazioni di passo mussoliniane qualora ripreso per strada dalle tv (onde evidentemente trasmettere un’immagine di velocità, efficienza, decisionismo), il logorroico piacione di Rignano sull’Arno annuncia incalzanti e progressivi sfracelli, cadenzandone la realizzazione mese mese (e magari scoppiando a ridere lui per primo una volta spenti telecamere e microfoni), sfoderando tutte le armi del suo repertorio con il minimizzare i problemi, ribaltando la propria posizione con l’attaccare piuttosto che difendersi ed accusando gli oppositori più critici di disfattismo; premurandosi tuttavia al contempo di adoperare una tecnica della comunicazione decisamente più adeguata ai tempi rispetto a quella ormai demodé propria del Cavaliere, via via divenuta con il passare degli anni – ed il perpetuarsi del consenso elettorale – sempre più assimilabile a quella di un Walter Chiari o di un Gino Bramieri. In ogni caso, siamo lontani anni luce dal tipo di eloquio caratterizzante un vero statista: serio, analitico, rigoroso, essenziale e soprattutto saldamente ancorato ad un organico e lungimirante progetto politico.
Assimilabili berlusconismo e renzismo appaiono anche sul piano dell’utilizzo delle donne, da entrambi elette a vero e proprio cavallo di battaglia. Qui però emerge anche una profonda differenza di stile: sia per quanto riguarda l’atteggiamento dei due leader nei confronti delle rispettive “pupille” che nel modo di porgersi di queste ultime nei riguardi dell’opinione pubblica. Mentre infatti Berlusconi – coerentemente con le sue frequenti ostentazioni di gallismo – non si è mai preoccupato di nascondere la “simpatia” sulla quale si è fondata la carriera politica di molte delle sue cortigiane, Renzi si mostra decisamente più accorto nel mantenersi su un piano più prudente e diplomatico, preoccupandosi anzitutto di far risaltare attitudini e capacità politiche delle sue pur avvenenti favorite, al precipuo scopo di conquistare i consensi dell’elettorato femminile, per definizione più mobile e volubile di quello maschile.
In ogni caso, per classe, decoro, senso della misura una Boschi appare infinitamente più credibile rispetto alla gran parte delle pasionarie berlusconiane (peraltro sovente veline o conduttrici o giornaliste Fininvest mancate): non solo le più impresentabili Minetti o le ruspanti Biancofiore ma anche le più seriose e compassate Gelmini, pur sempre eccessivamente prone in ogni apparizione pubblica a compiacere ed incensare il Capo, del tutto acriticamente e spesso contro il più elementare buon senso. Anche tale aspetto concorre ad attribuire al renzismo una parvenza tutto sommato più edulcorata e raffinata rispetto al berlusconismo.
Una differenza che emerge nettamente tra i due personaggi è data dal loro rapporto con i cosiddetti poteri forti: mentre Berlusconi si è visto sin dall’inizio osteggiato dai vari centri di potere che da sempre nel nostro Paese allignano sotto la copertura del sistema democratico (preferendo in ogni caso denunciare tale stato di cose direttamente al popolo piuttosto che perseguire più diplomaticamente con essi un accordo sottobanco), Renzi può – almeno in partenza – contare sul pieno appoggio di molti di essi, del resto rivelatisi decisivi per la sua ascesa.
Altro fattore che pare giocare a favore del fiorentino sta poi nella percezione da parte dell’opinione pubblica della sua relazione con gli scandali, le immancabili inchieste giudiziarie riguardanti anche il suo partito: a differenza di Berlusconi, costantemente impegnato in un estenuante quanto drammatico braccio di ferro con la giustizia, i suoi trascorsi di rottamatore, l’aver preso il potere contro la stessa classe dirigente del Pd, l’immagine di nuovo con cui molta gente suole identificarlo consegna in pratica a Renzi un notevole patrimonio iniziale di fiducia; una sorta di salvacondotto destinato a puntellarne la posizione: almeno sinché perdurerà la fatidica “luna di miele”. Lo stesso dicasi per la pazienza popolare nei confronti della mancata attuazione delle sue promesse, durevole sinché se ne potrà dare la colpa alle resistenze frapposte dalle cariatidi della vecchia politica.
Traendo le conclusioni, diremo che l’era berlusconiana consegna a quella renziana una Italia disastrata, economicamente fallita, moralmente disfatta ma che in ogni caso, pur avendo da tempo perduto ogni fiducia nei confronti della classe politica, ha mostrato di voler rifiutare la soluzione più radicale rappresentata da Grillo. Un Paese comunque double face, se è vero che, amplificati dai media, si diffondono tendenze, costumi, modi di dire sempre più insulsi, narcotizzanti e frivolmente giovanilistici; con l’unica forma di “cultura” che pare veramente stare a cuore alla massa rappresentata dalla telefonia, ostentata abusata onnipresente (specie dopo il crollo delle tariffe); la gran parte dei denari una volta destinati ai divertimenti oggi da molte persone disperatamente riversati sul gioco; e i centri commerciali (fin dal parcheggio), molti negozi, le banche addirittura ormai subissati dalla musica, imposta ad alto volume e a ogni ora del giorno. Facile prevedere che per una nazione così malridotta, assuefatta, sudamericanizzata l’avvento di un novello Cola di Rienzo – lungi dal garantire una qualsivoglia inversione di tendenza, fondata anzitutto su un’improcrastinabile rifondazione morale – non possa che accelerare la corsa verso il baratro.
Così, come sul Titanic, mentre le aziende falliscono, gli imprenditori si suicidano, i disoccupati si moltiplicano, le famiglie si impoveriscono (e con una immigrazione selvaggia che – ora forte anche del crisma della benedizione papale – viene ogni giorno di più ad immiserire e abbrutire questo Paese), si preferisce ignorare il problema e continuare a suonare, affidando le residue speranze all’aitante salvatore della patria giunto da Firenze. Con le vetuste categorie di “destra” e “sinistra” anch’esse rottamate in quanto non più adatte ai tempi; in modo da lasciare il posto ad una nuova edizione riveduta e corretta della rassicurante “balena bianca” democristiana: nonostante tutto stavolta votabile – ironia della sorte – senza neppure doversi turare troppo il naso.

Pubblicato in Uncategorized

Caratteri dell’Ottocento irpino nell’opera di Ottaviano De Biase

Originario di Santa Lucia di Serino, Ottaviano De Biase pone da sempre l’amore per la terra irpina al centro della sua molteplice opera, che lo vede spaziare dalla narrativa alla poesia al teatro dialettale. Un legame profondo che si estrinseca soprattutto nei numerosi studi storici dedicati a Serino, la cui vicenda viene capillarmente ricostruita dalle origini sannitiche sino all’età moderna.
È in particolare l’Ottocento a segnare la produzione della maturità del nostro, a partire dal volume Brigantaggio ai piedi del Terminio (1860 – 1893), uscito nel 2006. Il complesso fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario viene qui affrontato nelle sue varie sfaccettature criminali, politiche, romantiche e patriottiche, partendo dalla mancata integrazione fra larghi strati della popolazione di quello che era stato il glorioso e potente Regno delle Due Sicilie ed il conquistatore Stato piemontese, sostanzialmente avvertito dalle masse d’Irpinia come lontano, ostile, estraneo al punto di indurre già nel 1861 la gente di Montella e Solofra a manifestare contro la neonata borghesia liberale che ne rappresentava il volto e gli interessi al grido di “Viva ‘o re nuosto, morte a’ liberali e ai garibaldini”.
Fu insomma soprattutto la parte più debole e povera della cittadinanza a rimpiangere la paternalistica e rassicurante dominazione borbonica paventando dal nuovo corso politico lo smarrimento di quelle semplici certezze che da sempre ne scandivano l’esistenza, oltre a un peggioramento delle già grame condizioni materiali di vita; donde il confluire di intere famiglie nelle innumerevoli formazioni banditesche che non tardarono a sorgere in tutto il territorio irpino.
Con certosina ricerca condotta in archivi sia pubblici che privati il De Biase ci ricostruisce la serrata lotta che si scatenò per quelle valli tra i due contendenti: al proliferare delle bande il governo torinese rispose infatti con l’invio nel Sud di un esercito composto di oltre 120.000 uomini, l’istituzione di numerose stazioni dei carabinieri decentrate (retaggio che segnatamente in Irpinia avrebbe peraltro continuato a caratterizzare anche il successivo Stato repubblicano) nonché la costituzione di milizie civili a supporto della forza pubblica. Apprendiamo così delle modalità di tale reclutamento, degli elenchi dei cittadini che in ciascun paese riempirono i ranghi delle pugnaci formazioni, di premi e ricompense garantite ai combattenti.
Rivivono in tal modo nel saggio storie e figure simbolo di un’epoca in cui a fare la parte del leone era più che altro la fame: la banda Gravina, che a Serino giunge a sequestrare l’ex arciprete per ottenere come riscatto pane, vino, formaggio; l’accordo intervenuto fra i tre principali capobanda che si contendevano il territorio compreso tra Acerno e Montella, Francesco Cianci, Luigi Cerino e Gaetano Manzo, che consente all’associazione criminosa il salto di qualità culminato nel rapimento di quattro svizzeri responsabili della salernitana industria tessile Wenner; la crescente dimestichezza che con l’attività banditesca prende l’autorità prefettizia, sino ad affiancare alla blindatura militare dei centri maggiormente compromessi con i briganti – Serino, Volturara, Montella – l’organizzazione di un’intelligence basata su delazioni e appostamenti, destinata a fare quale principale vittima lo stesso Cianci.
Tra le righe del solerte lavoro del De Biase emergono inoltre tante notizie di carattere minore ma che ci illuminano della mentalità di un’epoca, e che certo un cultore della memoria patria come il ricercatore irpino non poteva tralasciare di tramandare. Storie tratte dalle pagine della Serino più truce, nelle quali il ricorso alla giustizia sommaria lascia intravedere il sostanziale rifiuto da parte di genti abbandonate e derelitte di una qualsivoglia autorità costituita, surrogata con un’ancestrale legge dell’onore il cui naturale sbocco non può essere che la vendetta privata.
Così, una donna accoppa il marito scagliandogli una pietra nel petto, a punizione di chissà quale angheria subita. Dei parenti di una ragazza uccidono a colpi di baionetta un pastore, colpevole di essersi rifiutato di sposarla dopo averla “disonorata”. Nella migliore tradizione camorristica, poi, per un regolamento di conti paesano si sceglie la sera della festa, in modo che il colpo di rivoltella diretto al cuore della vittima venga coperto dai fuochi d’artificio. Pericolose infine anche le bettole, allorché le partite a carte fra pastori, boscaioli, braccianti avvinazzati degenerano in rissa: soprattutto se l’oste, al momento in cui i giocatori si accingono a passare dalle parole ai fatti, interviene schierandosi senza indugio da una parte, brandendo la scure e cioncando di netto un braccio al malcapitato dei quattro.
Neppure poteva mancare poi in uno studio del genere un omaggio all’aspetto più romantico del brigantaggio, che tanto ha ispirato cronisti e romanzieri: ecco allora fiorire le varie figure di “drude”, le sanguigne amanti dei banditi, disposte a tutto in nome della fedeltà al proprio uomo. Così come a tale filone “rosa” il De Biase ricollega anche la vicenda criminosa di Alfonso Carbone, montellese fattosi brigante solo dopo aver ucciso il rivale in amore, contendente della bella quindicenne di cui si era invaghito.

Il discorso sul fenomeno brigantesco viene completato due anni più tardi con la pubblicazione della monografia Laurenziello. Lorenzo De Feo di Santo Stefano e il brigantaggio durante il Decennio napoleonico. Non che delle efferate gesta perpetrate dal celebre bandito irpino, a lungo terrore di mezza Campania, mancassero notizie; ma avvolte in un alone di leggenda, rappresentando perlopiù la proiezione della fantasia popolare ed essendo di conseguenza affidate alla custodia di poeti e cantastorie.
Merito del De Biase è perciò anzitutto quello di avere restituito alla vicenda di Laurenziello dignità storica, mediante un’accurata ricerca archivistica peraltro penalizzata dal fatto che già all’indomani della morte del famigerato capobanda le stesse autorità napoleoniche erano pesantemente intervenute sulla documentazione esistente onde far sparire le carte più compromettenti, evidentemente comprovanti favoreggiamenti e connivenze di cui il De Feo non aveva mancato di godere da parte delle classi dirigenti.
L’Autore fa precedere la rassegna del materiale documentale raccolto da un’introduzione in cui vengono delineati i tratti della dominazione napoleonica sull’Irpinia, a cominciare dalla promozione di Avellino a capoluogo dell’antica provincia del Principato Ultra a scapito di Montefusco. Dopodiché il discorso entra nel vivo affrontando il problema del brigantaggio, fin da subito avvertito dalle autorità francesi come politico in quanto capace di mettere in pericolo la loro stessa presenza istituzionale; donde l’adozione di misure repressive le più severe, con la comminazione di numerose condanne a morte che non risparmiarono neppure quei sacerdoti giudicati in combutta con le “comitive” di malfattori.
Solo a questo punto viene introdotta la figura del principale protagonista del saggio: la cui terrificante parabola delittuosa viene ricostruita passo passo, con un occhio di riguardo al contesto politico, sociale ed umano in cui operò ma soprattutto nella più assoluta fedeltà alla ricca documentazione reperita. È grazie a tale rigore che il lavoro del De Biase assume i caratteri dell’affresco storico: non solo con l’offrirci un ritratto compiuto e puntuale del sanguinario personaggio messo a fuoco, ma anche ricostruendo con dovizia di particolari l’ambiente e lo spirito di un’epoca, con tutti i suoi compromessi e le sue trame.
Figlio di pastori, perduto il gregge a seguito di un’epidemia Laurenziello era stato assunto quale sgherro dal marchese di Serino, segnalandosi per la sua protervia al punto di venire presto promosso a capo dei bravi. Dopo una violenta lite con il comandante della guardia municipale, però, si era visto costretto a darsi alla macchia, per poi farsi milite sanfedista. Arrestato per reati comuni aveva ottenuto la commutazione della pena in servizio militare: potendo così prendere parte nel 1806 alla difesa di Gaeta assediata dall’armata francese.
Fattesi le ossa come brigante con il passare da una banda all’altra, il De Feo aveva finito con il costituirne una propria, composta da una sessantina di accoliti; a capo della quale avrebbe a lungo imperversato per la conca di Avellino – peraltro sino a quel momento immune dal fenomeno del brigantaggio – con saccheggi, imboscate, omicidi, stupri, violenze di ogni genere. Tutto l’Avellinese sarebbe stato così insanguinato e terrorizzato da una serie di crimini di un’efferatezza unica (per un totale di oltre 180 vittime) destinati a colpire fortemente la fantasia popolare, al punto di creare attorno al loro spietato autore quell’aura leggendaria che l’incombente temperie romantica non avrebbe mancato di accrescere.
Per quanto scopo precipuo della banda fosse quello di spogliare di ogni loro avere i malcapitati (mercanti come semplici viandanti), immancabilmente ci scappava il morto: così nel bosco di Monteforte furono massacrati tre ricchi carbonai di Mugnano; mentre ad essere fatto fuori a Piano di Montoro fu il parroco. Per conto di un altro nobile, poi, il bandito sequestrò cinque guardie doganali, mozzando loro un dito ciascuno, legandoli come salami e gettandoli su una catasta di legna a bruciare vivi.
La tattica delittuosa di Laurenziello consisteva nel muoversi con estrema circospezione, compiendo le sue imprese a colpo sicuro per poi immediatamente eclissarsi in rifugi inaccessibili su per i valloni del Terminio o del Partenio: notevolmente agevolato in ciò dalle proprie radici pastorali, che lo portavano a conoscere a menadito ciascun anfratto delle montagne serinesi. A indurlo a privilegiare la notte per compiere i suoi misfatti erano poi sia il vantaggio concessogli dall’oscurità che il terrore che le tenebre inevitabilmente moltiplicavano nelle sue vittime.
A caratterizzare l’attività criminosa del De Feo rendendola ancor più singolare fu inoltre l’incredibile rete di favoreggiatori e conniventi che egli seppe tessere, reclutandoli non solo fra caprai, boscaioli, contadini (complici naturali delle sue gesta agresti) ma anche tra i più insospettabili dei galantuomini: baroni, feudatari, giudici di pace, ufficiali della guardia civica; oltre ai meno timorati fra i preti. Tutto ciò avrebbe indotto le autorità ufficiali a prendere le adeguate contromisure: sino a far assumere a Serino le sembianze di una città sotto assedio, tanto elevato divenne il numero di militari – in prevalenza corsi e francesi – che il comune si vide costretto ad ospitare (peraltro a proprie spese).
Ma il brigante venne a sua volta avvicinato da emissari borbonici; per essere convinto ad imprimere una svolta politica – ovviamente in senso antifrancese – alla propria azione banditesca: il che lo portò ad innalzarne livello e ambizioni. Ampliata ulteriormente la banda anche con il collegarsi a formazioni minori, Laurenziello doveva tuttavia finire con l’essere travolto da un vero e proprio delirio di onnipotenza. Le stragi si susseguivano adesso anche in pieno giorno; a cadere vittima del vendicativo criminale fu pure l’arciprete del suo paese, colpevole di averlo scomunicato.
Sparso tanto sangue in Campania, il De Feo fu ad un certo punto costretto dalla serrata caccia che gli davano le truppe murattiane a rifugiarsi in Puglia; ma per fare ritorno in patria pochi mesi più tardi, allo scopo di sostenere un’insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare nella stessa Avellino. Non avendo tuttavia tale progetto avuto corso, egli pensò allora di rifarsi regolando dei conti in sospeso con i paesani.
Il 3 agosto 1809 Santo Stefano era in festa: all’uscita dalla messa pomeridiana la gente udì improvvisamente dei colpi di carabina coprire la musica dell’organo. Nel fuggi fuggi generale, il brigante dal dente avvelenato visitò una dopo l’altra tutte le case del paese, facendo vittime in ciascuna di esse e commettendo il delitto più atroce in quella del caporale delle guardie, al quale ammazzò la moglie assieme al figlioletto poppante. Alla fine del massacro si sarebbero contati oltre trenta morti, con appena pochi fortunati a rimanere illesi.
Ma la malefica stella dello spietato carnefice irpino era ormai al tramonto: dopo che diversi dei suoi erano rimasti uccisi in scontri con l’esercito francese, toccò a lui stesso di cadere vittima di un agguato a Moschiano, ferito e catturato dai gendarmi a seguito di un tradimento. Assieme al fratello e ad altri tre fedelissimi Laurenziello fu portato ad Avellino, ove ad attenderli in Largo dei Tribunali era il patibolo: impiccato per ultimo, il capobanda doveva tuttavia – per un destino quantomai perverso – onorare la propria missione di morte sino alla fine.
Infuriatosi dopo che non gli era stato concesso di bere, il condannato emise un grido talmente orribile da indurre il terrorizzato pubblico a fuggire nel massimo scompiglio. Nel caos che ne seguì, si credé che il bandito fosse stato liberato: donde l’ordine del comandante della milizia di sparare sulla folla, causando così quattro morti e decine di feriti, molti dei quali calpestati dai cavalli. Ma non era ancora finita.
Il corpo del De Feo venne lasciato sulla piazza per dodici ore; ne fu quindi mozzato il capo, chiuso in una gabbia ed esposto in cima a una pertica, a Porta di Puglia. Un mulattiere, che più volte aveva avuto a patire i soprusi del tiranno, avvicinatosi al palo volle sfogarsi per tutte le malefatte subite scuotendolo e imprecando: “Oh Laurenziello, Laurenziello, quante me n’hai fatte passare…”. A quel punto come per un sortilegio il macabro contenitore si staccò, centrando in pieno la testa del malcapitato e fracassandogli il cranio. Nell’immaginario popolare l’incredibile disgrazia finì con l’accrescere la tragica fama del nefasto personaggio, attribuendogli una diabolica facoltà omicidiaria postuma espressa nel detto: “Laurenziello pur’ roppo muorto facivo n’atu ‘micirio”.

Chiude il trittico ottocentista del ricercatore serinese “I leoni del Monte Terminio”. Dalla rivoluzione napoletana del 1799 ai moti carbonari del 1820-1821. Processi, faide politiche, vicende amministrative, edito nel 2013. Se con gli studi precedenti il De Biase si era posto idealmente sulla scia di grandi modernisti conterranei quali Francesco Scandone e Vincenzo Cannaviello, qui l’argomento prescelto lo porta a confrontarsi direttamente con mostri sacri della storiografia partenopea del calibro di Vincenzo Cuoco e Benedetto Croce.
Preparata da quel movimento culturale così ricco di spinte evolutive che fu l’illuminismo napoletano, la rivoluzione del 1799 (dal Croce considerata “tra le più rilevanti della moderna storia d’Italia”) ebbe maggiore risonanza in periferia che al centro. A spiegarcene il motivo è lo stesso Cuoco: “La nostra fu una rivoluzione passiva: per condurla a buon fine, bisognava cominciare con il guadagnare l’opinione del popolo. Le idee rivoluzionarie non erano popolari, meno ancora che nelle province, a Napoli: anzi in generale dir si poteva che il popolo della capitale era più lontano dalla rivoluzione di quello delle province, perché meno oppresso dai tributi e più vezzeggiato da una corte che lo temeva”.
È proprio in ossequio a tale assunto con cui l’illustre predecessore spostava il baricentro rivoluzionario alla provincia del Regno che il De Biase sceglie di mettere a fuoco in particolare l’amata Alta Valle del Sabato, illustrando il conflitto scatenatosi anche nel cuore d’Irpinia fra ideali democratici e libertari da una parte e controrivoluzione dall’altra, mediante il consueto ricorso ad una ricca quanto inedita documentazione che tuttavia – qui come per i lavori precedenti – mai inficia l’agilità della trattazione.
Ad emergere è allora soprattutto la figura del “capomassa” sanfedista Costantino De Filippis, investito dal cardinale Ruffo in persona dell’incarico di liberare Avellino dalla presenza giacobina: missione che i fucilieri del capitano serinese compiono a prezzo di una vera e propria carneficina. Quello che il De Biase ci offre del carismatico comandante conterraneo è un ritratto a tutto tondo, non tralasciando di punteggiarne le radici familiari, l’estrazione borghese, il sentito lealismo borbonico ma anche l’evoluzione in senso liberale e costituzionale impressa alla sua posizione politica all’indomani della Restaurazione.
Come si evince dallo stesso titolo, centrale nell’economia del saggio vuol essere il capitolo dedicato alla Carboneria irpina: la quale si diede fin da subito un’organizzazione di tipo gerarchico che vedeva i nuclei locali, le “baracche”, inquadrati nelle maggiori “Vendite”. Il Serinese fu all’avanguardia in tale attività cospirativa, con numerose Vendite: la principale delle quali – denominata appunto “I Leoni del Monte Terminio” – ebbe sede al Casale di San Biagio, annoverando oltre 200 iscritti ed assurgendo a modello per i patrioti di tutti gli altri comuni irpini.
Ad animare il nascente movimento risorgimentale locale dovevano essere gli stessi repubblicani serinesi che avevano dato vita all’esperienza rivoluzionaria del ’99, esiliati a Marsiglia per poi rientrare in patria nel 1806 al seguito dell’esercito napoleonico: anzitutto gli ufficiali Raffaele Anzuoni e Domenico Moscati, da Murat immediatamente incaricati di reprimere il brigantaggio. Degna di nota poi anche la figura di Carlo De Filippis, illuminato politico dalle molte aperture tanto da essere eletto all’assemblea costituente napoletana.
È peraltro in tale ambito che la scrupolosa ricerca archivistica condotta dal De Biase produce uno dei risultati più eclatanti. Il convegno che nel 1819 vide numerosi liberali della provincia avellinese riunirsi, alla presenza del generale Gugliemo Pepe, per discutere circa il modo in cui indurre re Ferdinando a concedere la più volte promessa Costituzione, ebbe luogo in un casolare di proprietà dello stesso De Filippis, già fedelissimo del monarca eppure anch’egli evidentemente non insensibile ai nuovi fermenti politici riguardanti la sua terra: il che la dice lunga sulla pervasività del nascente moto risorgimentale irpino.
Il saggio offre un puntuale resoconto del ruolo giocato dal Serinese nell’ambito della rivoluzione del 1820: la quale ebbe notoriamente quali principali protagonisti i giovani ufficiali carbonari Michele Morelli e Giuseppe Silvati, di stanza a Nola, nonché Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi. La notte del 1° luglio Morelli e Silvati danno il via alla cospirazione facendo disertare il proprio reggimento; ben presto però emergono divergenze di vedute tra il sacerdote, che vorrebbe procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di guadagnare all’insurrezione quelle masse di contadini e popolani da lui ritenute in fervente attesa, e il Morelli, il cui intendimento sarebbe invece quello di puntare direttamente su Avellino, ove ad attenderlo è lo stesso Pepe.
Ma le aspettative di entrambi sono destinate ad andare deluse: sganciatosi dal resto dello squadrone onde attuare il proprio progetto, il Minichini deve ben presto ritornare sui propri passi ricongiungendosi agli altri una volta constatata l’assoluta mancanza di proseliti; nel mentre pure la marcia verso il capoluogo della truppa capitanata dal Morelli avviene senza incontrare lungo le strade l’auspicato entusiasmo popolare, imprescindibile presupposto per il successo dell’iniziativa. Ciononostante, il 2 luglio gli insorti entrano trionfalmente in Monteforte, il giorno successivo in Avellino: accolti dalle autorità cittadine – rassicurate dal fatto che l’operazione non ha intenzione di rovesciare la monarchia – proclamano la Costituzione sul modello spagnolo.
Dopodiché Morelli e Silvati passano i poteri nelle mani del colonnello De Conciliis, capo di stato maggiore di Pepe: tale atto di sottomissione alla gerarchia militare provoca però un ulteriore e più grave distinguo da parte del Minichini, il quale fa ritorno a Nola allo scopo di suscitarvi l’agognata rivolta popolare. Da parte sua il 5 luglio il Morelli entra in Salerno, mentre l’insurrezione si espande nella stessa Napoli, ove il Pepe ha concentrato numerose unità militari: il che costringe già il giorno successivo il Borbone a concedere la carta costituzionale.
Il saggio ricostruisce con dovizia di particolari fatti e protagonisti dei nove mesi della Costituente fino all’ingresso in Napoli dell’esercito austriaco: evento che consente al sovrano di ritirare la Costituzione ponendo al contempo fine alla breve esperienza parlamentare. L’epurazione che ne segue non concede sconti a nessuno tra coloro che hanno preso parte all’insurrezione; il destino di ciascuno dei liberali serinesi viene così dettagliatamente ricostruito dal De Biase: il quale conclude la propria fatica illustrando le ripercussioni politiche, giudiziarie e amministrative che i moti carbonari comportarono per l’Alta Valle del Sabato.

Pubblicato in Uncategorized

Una testimonianza sull’aggressione subita da Giovanni Amendola a Pieve a Nievole

Il saggio raccoglie la testimonianza del sig. Graziano Marcelli, figlio del montecatinese Marcello Marcelli che fu protagonista dei fatti.

 

La morte dell’esponente liberale Giovanni Amendola – avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926 – viene comunemente attribuita alle conseguenze di un pestaggio di marca fascista che egli avrebbe subito, nelle vicinanze di Montecatini Terme, il 20 luglio 1925. Una versione accreditata anche dalla retorica targa apposta sul luogo dell’aggressione nel ’65 da parte dei comuni di Montecatini, Monsummano e Pieve a Nievole: “Alla memoria di Giovanni Amendola filosofo scrittore e parlamentare insigne che in questo luogo aggredito dal cieco odio fascista difese, morendo, la libertà sua e degli uomini civili”. La morte dell’illustre politico campano sarebbe dunque da assimilare a quelle di Giacomo Matteotti e Piero Gobetti: probabilmente, però, non a seguito dell’agguato subito in terra toscana, bensì di un altro avvenuto in precedenza.

Per comprendere l’episodio che vide protagonista l’Amendola occorrerà tuttavia risalire al primo dopoguerra, ricostruendo in particolare il clima politico instauratosi in Valdinievole. La località dei “Bagni di Montecatini” contava allora cinquemila abitanti ed era situata in provincia di Lucca: dopo i fasti della Belle Époque e la pausa determinata dal conflitto mondiale, la consuetudine da parte dell’alta società di scegliere per le cure termali la rinomata stazione toscana non aveva tardato a riprendere. Al contempo, nei rurali paesi del circondario (Ponte Buggianese, Chiesina Uzzanese, Traversagna) si andava diffondendo l’idea socialista: tanto che a Margine Coperta – ove la formazione di una coscienza proletaria era stata favorita in particolare dalla presenza del Pastificio Maltagliati – la concentrazione di maestranze fortemente caratterizzate in senso rivoluzionario aveva guadagnato l’appellativo di “piccola Russia”.

A Montecatini, invece, il grosso dell’attività lavorativa non poteva che ruotare attorno alle varie strutture turistiche e commerciali deputate a servire la ricercata clientela delle terme: donde il prevalere di una tendenza politica assai più moderata e conservatrice. Il conflitto ideologico e sociale sarebbe divenuto insanabile al momento dell’esplodere delle violenze del “biennio rosso”; allorché cioè gli aspiranti bolscevichi locali si organizzarono in bande armate che oltre a occupare fabbriche e terreni presero a compiere sempre più frequenti scorrerie nella cittadina termale finalizzate a devastare le strutture adibite all’accoglienza e al soggiorno dei “signori”: dagli alberghi ai saloni di bellezza, dai negozi di tessuti alle gallerie d’arte. Ad essere messo a ferro e fuoco fu in particolare Viale Forini, dagli assalitori eletto a simbolo del potere borghese in quanto sede degli esercizi più eleganti nonché della “Commerciale”, l’edicola-libreria frequentata dal bel mondo; gravemente danneggiato fu inoltre l’Hotel Parigi.

Occorre precisare che i leninisti valdinievolini avevano buon gioco nel mettere in atto tali scorribande anche grazie all’esiguità della forza pubblica, a Montecatini limitata a due carabinieri, altrettante guardie municipali più una terza, peraltro adibita al solo servizio alle terme. Sino a poco tempo prima, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare che in una tranquilla località di villeggiatura così appartata rispetto ai grossi centri nonché tradizionalmente frequentata da una clientela d’élite l’ordine pubblico sarebbe potuto degenerare fino a quel punto.

Come nelle città maggiori in cui il confronto politico era più serrato e violento, allora, anche a Montecatini sorse per reazione un Fascio di combattimento particolarmente forte e agguerrito, prevalentemente composto dai figli di commercianti e albergatori, al duplice scopo di supportare le scarne forze dell’ordine e tutelare l’attività di famiglia. Per ovviare all’imprevedibilità degli assalti da parte della canea rossa, i giovani fascisti montecatinesi si organizzarono in un servizio di “fischietti”: ronde che presidiavano a turno i vari punti di accesso alla cittadina in modo da poter tempestivamente dare l’allarme in caso di arrivo delle squadracce.

Molti di quei ragazzi avrebbero poi partecipato alla Marcia su Roma: tra questi Marcello Marcelli, la cui famiglia gestiva un salone di coiffeur proprio in Viale Forini. Classe 1906, il 28 ottobre 1922 Marcello venne portato nella capitale dai camerati del Fascio lucchese come mascotte, divenendo così in assoluto uno dei più giovani “sciarpa littorio” del partito.

Il 1925 rappresenta notoriamente l’anno della svolta autoritaria del regime, preludio all’avvento della dittatura vera e propria che si avrà l’anno successivo con l’emanazione delle “leggi liberticide”. Ignaro di quanto lo attende, giunge a Montecatini l’on. Amendola, per la consueta cura delle acque a tutela del fegato. L’esponente liberale scende all’Hotel La Pace: una volta diffusasi la notizia del suo arrivo, però, sin dalla mattinata del 20 luglio si forma a ridosso dell’albergo un assembramento di dimostranti che prende a contestare in maniera sempre più minacciosa la presenza del parlamentare antifascista.

Sulla centrale Piazza Umberto I e lungo Corso Roma la folla tumultuante si accalca di fronte all’ingresso principale dell’hotel sino a far temere di poter penetrare da un momento all’altro al suo interno onde mettere le mani sulla stessa persona dell’Amendola. La giornata trascorre senza che il comando di Lucca invii i rinforzi invocati dai carabinieri locali; dal capoluogo giunge altresì il federale fascista Carlo Scorza: il quale prende in mano lui la situazione onde garantire l’incolumità dello scomodo ospite.

Non serve infatti essere eccelsi statisti per comprendere che, dopo il delitto Matteotti cui il governo mussoliniano è miracolosamente riuscito a sopravvivere appena l’anno precedente, un così clamoroso caso di violenza – perdipiù perpetrato proprio su colui che dopo la scoperta dell’assassinio dell’esponente socialista ha capeggiato la “secessione aventiniana” delle opposizioni – potrebbe avere per il partito conseguenze le più deleterie. Senza contare che il leader liberale ha già subito una violenta aggressione squadristica il 26 dicembre ’23, a Roma, bastonato da quattro assalitori e ferito alla testa.

Il capo del Fascio lucchese decide allora di ovviare alla critica situazione determinatasi togliendo d’impaccio il parlamentare con un escamotage: ossia facendolo fuggire di nascosto, mediante un piano alla cui attuazione vengono chiamati a concorrere i locali dirigenti fascisti. Mentre a trarre in inganno i facinorosi nella camera occupata dall’Amendola viene lasciato, ben visibile dalla strada attraverso la finestra, un dipendente dell’albergo, l’onorevole viene fatto uscire dall’ingresso secondario, posto sul retro, ove ad attenderlo è un’automobile fornita dal Garage Morescalchi, con tanto di autista. Il progetto è difatti quello di portarlo fino alla stazione ferroviaria di Pistoia, onde farlo rientrare a Roma in uno scompartimento riservato; e perché neppure durante il viaggio possano verificarsi inconvenienti, Scorza predispone che il parlamentare venga inoltre scortato sino a destinazione da un tenente della Milizia con due militi.

Caricati i bagagli del fuggitivo, la macchina si mette in marcia verso le 19 lungo via della Torretta, avendo a bordo quattro persone: davanti, alla sinistra dell’autista1, si siede il Marcelli, con ancora indosso la tenuta da cameriere in quanto appena smontato dal turno di lavoro pomeridiano all’attiguo Caffè Biondi. Dietro all’autista lo stesso Amendola, al cui fianco prende posto un altro giovane fascista locale.

L’automobile prende ovviamente la direzione opposta rispetto ai manifestanti: attraversato Viale Verdi ci si avvia verso Pistoia, superando Pieve a Nievole e quindi l’incrocio della Colonna di Monsummano. Giunti all’altezza della fontana della Panzana, però, si trova la strada ostruita da un tronco d’albero: sceso per rimuoverlo, nel mentre si china a terra viene colpito con un bastone prima al collo e poi alle gambe il Marcelli. Sia dalla soprastante stradina che dal fosso a valle della carreggiata sbucano improvvisamente diversi individui – forse sette o otto – i quali hanno evidentemente mangiato la foglia: in quale maniera essi possano essere venuti a conoscenza della fuga dell’Amendola resta in ogni caso a tutt’oggi un mistero.

Scopo dell’imboscata è indubbiamente quello di farsi giustizia dello stesso capo dell’opposizione: subito dopo avere messo fuori gioco il Marcelli, infatti, uno degli assalitori provenienti dal fosso sfonda con il bastone il vetro posteriore di destra, corrispondente dunque al posto occupato dall’Amendola. Il delittuoso proponimento non può tuttavia avere seguito grazie all’intervento di diversi fattori: anzitutto, l’accompagnatore seduto accanto al parlamentare onora sino in fondo il proprio ruolo di guardia del corpo balzando tempestivamente nel mezzo alla strada e sparando in aria con la pistola a scopo intimidatorio; mentre dalla direzione opposta – ossia da Serravalle – sopraggiungono una dopo l’altra due automobili che inducono definitivamente gli aggressori a rinunciare ai loro truci propositi e a darsela a gambe.

Trasportati al pronto soccorso dell’ospedale di Pistoia, vengono medicati sia il Marcelli per gli ematomi riportati che lo stesso Amendola, investito dai frantumi di vetro alla parte destra del capo2: senza tuttavia lamentare lesioni di altro tipo, dal momento che i colpi dei malviventi non hanno fatto in tempo a coglierlo. A conferma di ciò, raggiunta finalmente la stazione l’onorevole può tranquillamente salire in treno sulle proprie gambe; non prima però di avere stretto la mano ai due giovani montecatinesi che gli hanno fatto da scorta, ringraziandoli per il coraggioso atteggiamento assunto a sua difesa.

La giustizia di regime non poté esimersi dall’aprire sulla vicenda patita dal noto personaggio politico un procedimento d’ufficio, rivolto comunque contro ignoti e peraltro destinato ad essere rapidamente archiviato. L’indagine sarebbe stata tuttavia riesumata nel ’45, nel clima avvelenato dell’immediato dopoguerra (che vide finire in carcere tutti gli ex fascisti sopravvissuti alle epurazioni comuniste), assumendo di conseguenza i caratteri tipici del processo politico. Venne difatti imbastito un impianto accusatorio che faceva a pugni con ragionevolezza e buon senso, in cui il capo d’imputazione era omicidio premeditato, il mandante dell’operazione veniva identificato nello stesso Scorza ed i suoi esecutori materiali individuati nei dirigenti del Fascio montecatinese – a cominciare dall’ex podestà – nonché i due accompagnatori, a prescindere dal ruolo da ciascuno effettivamente giocato nella vicenda.

Grazie a testimonianze miracolosamente spuntate a distanza di vent’anni dai fatti, venivano così messi sotto accusa non i responsabili dell’agguato (del resto mai identificati) bensì coloro che si erano adoperati per la salvezza del malcapitato; per quanto con l’eccezione del principale accusato: Scorza era difatti nel frattempo riparato in Argentina. Il procedimento giudiziario presso il tribunale di Pistoia – laddove l’episodio era avvenuto in territorio lucchese3 – sarebbe andato avanti per tre anni, non dismettendo il proprio carattere pregiudiziale neppure dopo l’amnistia Togliatti del ’46, volta alla pacificazione nazionale dopo un anno e passa di persecuzioni inquisitorie.

Nella più completa assenza di prove nonché di indizi, decisiva ai fini della condanna risultò in particolare la testimonianza dell’autista: il quale stravolse completamente la realtà dei fatti sostenendo che ad obbligarlo a fermarsi alla Panzana era stato lo stesso Marcelli, puntandogli contro la pistola per poi immediatamente iniziare a percuotere con un bastone l’Amendola. Un simile mendacio provocò la sdegnata reazione della moglie dell’imputato, la quale fu espulsa dall’aula; oltretutto – a riprova della limpidezza della sua coscienza – già all’indomani della fine della guerra il Marcelli si era costituito all’autorità giudiziaria spontaneamente, onde rispondere dei propri trascorsi fascisti.

La donna avrebbe tuttavia ricevuto soddisfazione in una delle udienze successive: allorché cioè, incalzato dalle domande dei difensori, il teste sarebbe caduto in contraddizione sia rispetto a quanto affermato in precedenza in aula che alle dichiarazioni rilasciate in istruttoria, costringendo così il presidente della corte ad incriminarlo per falsa testimonianza; sull’attendibilità della sua posizione gravò poi anche il fatto di non aver saputo rendere conto del motivo per cui egli avesse modificato a propria discrezione il percorso di fuga dall’albergo rispetto a quello indicatogli da un commissario di polizia4. Tempo dopo l’uomo si sarebbe giustificato sostenendo di essere stato costretto a dire il falso dalle minacce ricevute da parte di tre individui penetratigli nottetempo in casa alla vigilia della sua deposizione allo scopo di imporgli la versione da sostenere in aula, terrorizzando sia lui che i familiari con la forza delle armi: voci che nella piccola Montecatini non tardarono a correre.

Ciononostante, la corte d’assise pistoiese andò dritta per la propria strada, non avendo dubbi nel riconoscere la colpevolezza di tutti gli imputati e condannandoli a 30 anni per concorso in omicidio premeditato; con uno sconto di pena nei confronti del solo Marcelli, che ne ebbe 25 in quanto all’epoca dei fatti minorenne. In che maniera si potesse poi addossare pure la premeditazione ad un ragazzo che oltre ad essere rimasto anch’egli vittima degli aggressori era stato ingaggiato al volo per la bisogna all’uscita da lavoro resta un imperscrutabile segreto noto soltanto alla coscienza dei suoi inquisitori.

L’incongruenza di una sentenza del genere rispetto a quanto emerso in dibattimento avrebbe tuttavia portato la Cassazione ad accogliere parzialmente il ricorso dei condannati, rinviando il processo alla corte d’appello di Perugia: la quale avrebbe rimediato alle palesi forzature dei giudici di primo grado sia sottoponendo le testimonianze sulle quali si era basata la loro condanna ad un esame più scrupoloso che attribuendo la giusta rilevanza al referto del pronto soccorso pistoiese. Quest’ultimo infatti limitando i danni riportati dall’Amendola alle superficiali escoriazioni causate dai vetri escludeva che egli fosse stato colpito con corpi contundenti non solo e non tanto dagli sconosciuti responsabili dell’agguato, quanto dallo stesso Marcelli, facendo implicitamente crollare l’intera impalcatura inquisitoria basata sull’accusa di omicidio: a meno di non voler ascrivere la successiva morte del leader liberale ai postumi del grande spavento da lui sicuramente provato in occasione dell’aggressione valdinievolina.

Giustizia poté così finalmente essere fatta soltanto nell’ottobre del ’50, con l’assoluzione degli imputati; per quanto non con formula piena bensì per insufficienza di prove: la gravità della prima condanna non lasciava del resto ai giudici d’appello grossi margini di manovra. In ogni caso gli accusati si erano fatti in galera i cinque anni e quattro mesi intercorsi fra incriminazione e assoluzione.

 

Note

 

1)L’auto aveva la guida a destra.

2)Sul tipo di lesioni riportate nella circostanza dall’Amendola abbiamo la testimonianza del figlio Pietro, secondo la quale il 30 agosto 1925 il padre era in Francia, “dove è andato a sottoporsi a un trattamento chirurgico che limiti i danni riportati al volto e alla testa nella seconda aggressione, subita a Montecatini (…). Gli hanno rasato i capelli perché si possa lavorare alle ferite”. Dalla clinica francese il politico campano aveva difatti inviato alla famiglia una foto che lo ritraeva con la testa rasata (in N. Ajello, L’assassinio di Giovanni Amendola, “La Repubblica”, Roma, 5 aprile 2006). Pur non contenendo la testimonianza ulteriori precisazioni in proposito, parrebbe evidente trattarsi di lesioni cutanee piuttosto che interne.

3)La provincia di Pistoia era stata costituita soltanto nel 1927.

4)Cfr. C. Martinelli, Incriminato l’autista che condusse l’on. Amendola, “La Patria”, Firenze, 30 marzo 1947.

Pubblicato in Uncategorized