La rivalutazione postuma degli Squallor

Gli Squallor sono stati un gruppo musicale italiano del secolo scorso attivo nel genere pop, con apice del successo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Pur avvalendosi della collaborazione di diversi personaggi esterni, a costituire la formazione nei suoi oltre vent’anni di attività è sempre rimasto lo storico quartetto composto da Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti.

Si trattava di quattro pezzi da novanta nel panorama della musica leggera nazionale, nel quale operavano come compositori, parolieri, discografici. Con cadenza generalmente annuale, si ritrovavano per dar vita ad un album che per qualche tempo li distraeva dagli impegni più seri e convenzionali, affrontandone la realizzazione – come dimostra lo stesso nome che si erano dati – con lo spirito più goliardico e dissacratorio possibile.

Di conseguenza, molti dei brani che incidevano (spesso autentiche scenette) si distinguevano sia per la trivialità dei testi, sia per l’estremo realismo delle situazioni presentate, senza alcun limite all’intimità e alla decenza. E perché non vi fossero dubbi fin dall’inizio, le stesse copertine dei dischi risultavano altamente provocatorie, veri e propri studi di lascivia, quando non di oscenità: ed era in fondo anche questo uno sberleffo al mondo ufficiale della canzone, vista l’importanza che le case discografiche attribuivano alle custodie dei long playing, per la realizzazione delle quali non esitavano ad ingaggiare i migliori fotografi e disegnatori.

Il risultato di tutto ciò era che le radio – sia quella pubblica che le “libere” tanto in voga all’epoca – si vedevano costrette ad una sorta di ostracismo nei loro confronti: non solo evitando di trasmetterne i dischi, ma addirittura omettendo di segnalarne la presenza nelle hit parade. Perché in classifica gli album degli Squallor ci andavano eccome: le basi musicali rappresentavano probabilmente il meglio di quanto potesse offrire la discografia italiana dell’epoca, al punto che le parodie delle canzoni di successo – spesso anche internazionali – giungevano persino a superare il livello dell’originale; così come in ogni album non mancavano quei brani destinati a diventare dei veri e propri capolavori di comicità e nonsense.

Chi scrive è stato un aficionado degli Squallor di lungo corso: il primo non solo ad acquistarne regolarmente il nuovo 33 giri il giorno stesso dell’uscita, ma addirittura ad osare trasmetterne per radio i pezzi più ironici e scanzonati, allorché, con l’avvento degli anni ottanta, prese a dischiudersi qualche spiraglio rispetto al rigido (oltre che tragico) decennio precedente. Oggi però, dinanzi alla rivalutazione postuma del gruppo sancita dalla proliferazione in internet di una miriade di siti che ne fanno oggetto di culto (la quale, sull’onda di una comprensibile nostalgia per una giovinezza ormai lontana, va assumendo tutti i caratteri della sopravvalutazione), mi sento in dovere di intervenire onde contribuire al giusto dimensionamento del valore della formazione. Leggo infatti sempre più spesso degli Squallor quali geni incompresi, grandi precursori di gusti, tendenze, addirittura politiche di là da venire, profetici quanto intrepidi fustigatori dell’italico malcostume destinato ad essere impietosamente messo a nudo da Tangentopoli e dal crollo della “prima repubblica”.

Ora io credo che nei loro album non fosse nulla di tutto ciò. La loro fatica – o se vogliamo evasione – annuale mirava sostanzialmente a tre scopi: divertirsi, divertire, e soprattutto vendere. Loro avevano capito che per distinguersi rispetto agli altri dovevano andare sopra le righe, scandalizzare: donde l’utilizzo di un lessico non propriamente da educande, le frequenti pernacchie a cantanti e cantautori, i pesanti lazzi ai politici, gli immancabili vilipendi alla religione…

Ricordiamo come in quegli stessi anni, dopo il tramonto del filone della “commedia all’italiana” che aveva fatto la fortuna del nostro cinema, si imponesse il sottogenere della cosiddetta “commedia sexy”: vennero così sfornati in quantità industriale una serie di film dal valore artistico pressoché inesistente, ma che tuttavia (soprattutto per la presenza di attori – ed in particolare attrici – di grande richiamo su una certa fascia di pubblico) facevano registrare incassi ragguardevoli.

Ecco, anche gli Squallor da un certo punto di vista furono abili nel riproporre di disco in disco il medesimo stereotipo, in grado di soddisfare le aspettative di un determinato target: il tormentone di Pierpaolo, la canzone melodica napoletana sboccata e irriverente interpretata dal maestro Savio, la cover – ovviamente ridicolizzante – del successo di turno, lo sproloquione senza capo né coda, fra il demenziale e l’assurdo di Cerruti (ammannito sotto forma di racconto, confessione, radiocronaca). Non sempre però il dosaggio di comicità e volgarità risultava azzeccato: tanto che a volte certi brani parevano inseriti giusto per riempire il disco; o al limite per deliziare il palato di quegli stessi militari di leva che alla domenica decretavano il successo dei filmetti con Montagnani, Vitali, la Fenech o la Guida.

Quante volte Cerruti è entrato in sala di registrazione avendo concertato con gli altri un “testo” sufficiente a coprire sì e no la metà della base predisposta da Savio, e costringendosi così ad inventarsi per arrivare in fondo espedienti talvolta sì geniali, talaltra sicuramente esilaranti ma per la maggior parte insulsi, forzati, penosi? Quante volte con il più inibito e impacciato – oltre che assai meno dotato di verve cabarettistica – Pace hanno improvvisato duetti in cui ciascuno marciava per conto suo, con palpabile imbarazzo di quest’ultimo e conseguente disagio per l’ascoltatore? Quante volte l’abuso della produttività conseguente alla mancanza di idee ha portato i nostri magnifici quattro a smarrire del tutto la vis comica credendo di poterla gratuitamente sostituire con il cattivo gusto sino a sfociare nel più becero dei turpiloqui?

In certi casi ci sarebbero stati perfino gli estremi per una richiesta danni da parte dell’acquirente del disco: pensiamo soprattutto alla palese incompiutezza di brani come Avida, La ricreazione, Manzo; alla sfrontata riproposizione nell’album immediatamente successivo del medesimo schema (sia come traccia musicale che di “gestione degli spazi” da parte dei due interpreti) di un cavallo di battaglia come A chi lo do stasera – che come non bastasse costituiva già a sua volta la parodia di una canzone dello stesso Pace – con la sola modifica del testo e il titolo di Bagno Aurora (evidentemente allo scopo di risparmiarsi la composizione di un pezzo ex novo); o all’inflazione di improbabili citazioni e annunci commerciali che da un certo momento in poi prese a caratterizzare la produzione dei nostri, inframmezzandone i brani ma soprattutto segnandone la perdita di smalto come l’involuzione creativa.

C’è poi un ulteriore capitolo che non può certo essere ignorato nella valutazione – come dire – dello stile, della tutela della propria immagine e dignità, insomma dell’amor proprio del gruppo: quello rappresentato dai due film realizzati sulla scorta del successo degli album Arrapaho e Uccelli d’Italia. Si tratta di due pellicole assolutamente impresentabili, prive non solo di un minimo di decoro, ma neppure di un senso.

Perché lo fecero (e lo rifecero)? Per denaro? Per vanagloria? Alla loro età – e con la loro storia – di cosa avevano bisogno? Forse pensarono che siccome adesso l’opinione pubblica riservava loro qualche attenzione tutto fosse loro concesso? E non si resero conto che la macchina da presa avrebbe inesorabilmente massacrato al primo impatto quegli stessi personaggi da loro così meticolosamente allevati su vinile?

Verrebbe quasi da dire che – nella più classica delle leggi del contrappasso – proprio a loro, maestri del paradosso e che nella vita in fondo non erano che dei manager, alla fin fine sia mancato giusto un manager!

In ogni caso, non essere cosciente dei propri limiti non può rientrare nel dna del genio.

Pubblicato in Uncategorized

Il faggione di Marino

Cento anni fa, sui monti dell’Alta Garfagnana, là dove sgorga il Serchio il pastorello Marino era solito nelle lunghe giornate estive portare il gregge a merizzare* all’ombra di un grande faggio che, con i suoi quasi tre secoli di vita, dominava la foresta di Pradarena. Lì le ore trascorrevano liete prima della ripresa del pascolo: tanto che il ragazzo aveva finito con l’affezionarsi all’accogliente albero, al punto di attendere da un anno all’altro il ritorno della bella stagione soprattutto per ritrovarsi con lui.
Senonché, dopo l’ultima guerra, l’Amministrazione forestale decide di rinnovare il bosco, eliminando le piante più vecchie per far posto alle nuove. Marino scopre così con infinito dolore l’inappellabile sentenza decretata per il suo grande amico, segnato con la vernice indicante l’abbattimento e dunque destinato a morire già il giorno dopo. Disperato, non si dà pace, chiedendosi come si possa eliminare così a cuor leggero una simile meraviglia della natura.
Finché dal Cielo non gli giunge un’illuminazione: nottetempo, il pastore ritorna nella faggeta, penetra nella baracca allestita dalla Forestale e ne preleva il secchio con la vernice deputata a segnalare la sopravvivenza della pianta. Complice la luna, Marino raggiunge l’inseparabile compagno delle sue giornate ricalcando alla perfezione sul segno della morte quello della vita: cosicché, al mattino, quando gli ignari boscaioli si recano a compiere il proprio lavoro, giunti dinanzi al gigante della foresta passano oltre, risparmiandolo.
Oggi che le greggi non popolano più quei ridenti monti garfagnini, il maestoso faggione di Marino graziato dal fato fa bella mostra di sé in mezzo al bosco, protetto da una staccionata che ce ne segnala l’eccezionalità, avvolto da un’aura che ce ne tramanda la leggenda.

* Nel dialetto garfagnino: far riposare il bestiame all’ombra del bosco nelle ore meridiane.

Pubblicato in Uncategorized

La narrativa di Corrado Leoni

Trentino di Dro, dopo la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens – ove viene anche eletto rappresentante sindacale – e frequentando un corso di informatica con praticantato nel centro elaborazione dati dell’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’ENAIP, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) ed optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.
Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dalla gente di queste vallate, egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.
Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella Valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: la vita trascorsa nei campi, nelle botteghe artigianali, nelle stalle, nelle cantine.
Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale per l’esistenza di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della Seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.
Tutti questi fatti vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa del rivale-alleato Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.
Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio ad un esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’Autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.
Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Del resto le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino ad innamorarsi.
Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale ed un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e ad un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani “putane e capeloni” che bivaccavano giorno e notte dentro l’università in spregio ad ogni decoro e costume dell’epoca.
Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, inoltre, era la stessa comunità dei lavoratori italiani ad intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi in maniera la più autolesionistica contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi ed annullandone inesorabilmente l’identità.
Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana, né, su quello gerarchico, dalla rigida struttura ereditata dall’impero romano.
A fare le spese di tutto ciò è secondo l’Autore la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tendente ad interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione come il manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.
Nell’opera non mancano i riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: accusato da sinistra di avere perpetuato il valore della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.
Frutto più compiuto della maturità letteraria dell’Autore è sicuramente Il cavaliere senza cavallo, del 2014, romanzo nella cui protagonista rivivono autobiograficamente tutte le passioni che hanno animato la vita del nostro: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole è un cavaliere senza cavallo”.
Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo dalle sue montagne a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.
Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.
Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’Autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione che caratterizza il mondo della scuola: la frustrazione dei docenti, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio (specie se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati: al punto di portare molti insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù), la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi, l’irrilevanza sociale del ruolo ricoperto; la boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager; la pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati; la beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo; e poi l’ipocrisia caratterizzante i rapporti tra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…
Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa del nostro), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi ed insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide seduta stante di voler condividere assolutamente con costui il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inaspettatamente fatto ritorno in Africa.
Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per eccellenza – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino ad imporle come verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a fare tutto; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro, ereditata dalla legislatura precedente, per poi sostituirla con quella Moratti.
Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento per poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.
Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare ed impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, piuttosto che sforzarsi di dire più opportunisticamente qualcosa di simpatico o limitarsi a parlare del più e del meno. Naturale a quel punto la risposta della collega invidiosa, che avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.
L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al “posto”, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.
Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato, mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.
Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a non alimentare nei giovani studenti facili quanto ruffiane illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.

Pubblicato in Uncategorized

Il renzismo, fase suprema del berlusconismo

I risultati delle elezioni europee del 2014 hanno assegnato – per la prima volta nella storia della democrazia occidentale – ad un partito post-comunista una percentuale superiore al 40%. Vari fattori hanno concorso ad un risultato così clamoroso, superiore alle aspettative dello stesso leader del Partito Democratico, nonché capo del governo, Renzi: il quale, nell’incertezza dei pronostici, aveva pensato bene di non far figurare sulla scheda il proprio nome accanto al simbolo del partito, in modo da mantenersi le mani libere in caso di flop o di esito comunque deludente rispetto ai pur fiduciosi sondaggi.
Innanzitutto, le speranze ingenerate in ben dieci milioni di lavoratori dipendenti dalla promessa di un immediato aumento di 80 euro in busta paga: venale mossa tipicamente italica, e che fa pensare – più che agli sgravi fiscali puntualmente elargiti dalla propaganda elettorale di Berlusconi – ai chili di pasta ed alle paia di scarpe con cui Achille Lauro soleva comprare i voti dei napoletani.
Subito a seguire, il clima da testa a testa con il Movimento Cinque Stelle – alimentato in primis dallo stesso Grillo – che ha caratterizzato la fase conclusiva della campagna elettorale, e segnatamente l’ultima settimana, ha giocato in maniera decisiva a favore del presidente del consiglio: molti elettori soprattutto di area moderata che, disorientati dal patetico tramonto della stella berlusconiana, con ogni probabilità non sarebbero andati a votare, sotto la spinta emotiva del timore di un eventuale successo dei grillini hanno deciso all’ultimo momento di recarsi al seggio per appoggiare quello dei due leader valutato come il più affidabile e meno avventuroso. Ad essere maggiormente danneggiati da tale orientamento dell’elettorato sono così risultati Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Scelta Europea; mentre il fenomeno non deve aver interessato che marginalmente i sostenitori di Lega Nord, Lista Tsipras e Fratelli d’Italia, presumibilmente rimasti per la gran parte fedeli al proprio iniziale orientamento anche dinanzi all’eventualità di un arrivo al fotofinish tra i due maggiori contendenti.
Per contro, tale drenaggio di voti dall’area del centro-destra non ha alienato al Pd le simpatie dei tradizionali elettori di sinistra, anzi: i più innovatori tra i simpatizzanti democratici che alle politiche del 2013 avevano preferito orientarsi verso il M5S in cerca di quella svolta che la candidatura a Palazzo Chigi di Bersani non pareva in grado di garantire (o che, in previsione dell’annunciato trionfo della coalizione di centro-sinistra, avevano studiatamente ripiegato sul voto disgiunto: Grillo alla Camera, Bersani al Senato), trovandosi finalmente l’auspicato Renzi quale leader hanno potuto con grande soddisfazione fare ritorno alla casa madre.
Altro fattore decisivo nel determinare un risultato così eclatante per il partito del primo ministro è stato poi il crollo dell’affluenza alle urne, passata dal discreto 75% delle politiche dell’anno precedente a un misero 57%, di gran lunga inferiore anche al 66,5% delle europee 2009: in occasione delle quali tuttavia gli elettori avevano potuto fruire di un giorno in più per recarsi ai seggi, nel 2014 aperti – anche in questo caso per la prima volta – nella sola giornata di domenica. Ovvio che tale tendenza abbia frustrato soprattutto le aspettative riposte dal fronte grillino nel voto di protesta.
Ma l’elemento più clamoroso degli ultimi giorni della campagna elettorale è stato sicuramente rappresentato dall’esplicita presa di posizione dello stesso Berlusconi – evidentemente spaventato dall’annuncio da parte di Grillo di un “processo popolare” nei confronti di tutti i principali responsabili della recente gestione della cosa pubblica, nonché dei loro manutengoli – contro l’eventualità di una vittoria dei Cinque Stelle, dal leader del centro-destra presentata come la peggiore iattura per il Paese: intemerata che ha implicitamente contribuito a sospingere molti potenziali elettori moderati tra le braccia di Renzi.
Il feeling con il quale si era del resto già attivato in occasione delle primarie del 2012, che avevano visto il sindaco di Firenze contrapporsi a Bersani: allorché non pochi simpatizzanti berlusconiani si erano infiltrati tra le fila nemiche per sostenere il brillante boy scout democristiano impegnato a debellare l’ultimo rappresentante dell’odiato Pci. Come sorprendersi, allora, se una volta insediatosi alla guida del Pd il simpatico “rottamatore” di tutta quanta la vecchia guardia comunista questi stessi elettori (in assenza di un progetto credibile di centro-destra: oltre che di un leader presentabile) si sono sentite autorizzate a ripiegare sul rampante anticomunista – o perlomeno sentito come tale – fiorentino?
Il discorso, tuttavia, appare più complesso rispetto ai moventi che possono aver condizionato le ultime, convulse battute elettorali. È indubbiamente un fil rouge ad unire l’ascesa di Renzi alla parabola del berlusconismo: nel senso che strategie e movenze dei due sono più o meno le stesse, al pari delle aspettative riposte in loro dalla gente.
A cambiare è sicuramente lo stile dei due personaggi, forse per ragioni più anagrafiche che temperamentali: Berlusconi nel corso del suo ventennio politico è rimasto sostanzialmente l’intrattenitore da navi da crociera e successivamente l’imbonitore milanese delle origini, figlio della spregiudicata mentalità imprenditoriale degli anni del boom economico e in seguito artefice del nuovo modello televisivo commerciale, privo – ad imitazione del peggior americanismo – di qualunque orizzonte morale o pedagogico. Donde la tendenza a ridurre tutto quanto all’apparenza, all’estetica: dai patologici interventi sul proprio corpo a mascherarne l’invecchiamento ai periodici cambiamenti del nome del suo movimento, quasi a supplire alla congenita assenza di sostanza del “partito di plastica” con una mera variazione nominale.
Ai vari problemi presentatiglisi dopo la sua “scesa in campo” il Cavaliere ha conseguentemente ovviato con tutta una serie di argomentazioni indotte, auto-assolutorie: l’insanabile deficit in cui versava lo Stato era totalmente da ascrivere ai governi precedenti; se pure i suoi concludevano poco o niente la colpa era quando delle opposizioni, quando di riottose frange interne, quando dei “poteri forti” che invidiosi della sua travolgente ascesa facevano di tutto per metterglisi di traverso. E se non passava giorno senza che la magistratura aprisse un fascicolo sul suo conto per i reati più disparati, il motivo era da ricercare nell’avversione ideologica da parte delle “procure rosse”; le quali gliel’avevano giurata per il fatto di avere lui con il suo incauto intervento in politica mandato in fumo l’agognato avvento al governo delle sinistre dopo il repulisti di Tangentopoli: argomento peraltro ideale da propinare all’opinione pubblica per qualsivoglia processo, a prescindere dalla specifica malefatta contestatagli volta volta.
Si arriva così alla sua ultima esperienza governativa, quella chiamata a confrontarsi con la recessione economica più grave del dopoguerra: nella divergenza di vedute con il ministro Tremonti (un tempo da lui benedetto quale economista “geniale”: eppure alla fine anch’egli rinnegato quale sabotatore), sotto gli occhi vigili e preoccupati dell’Europa Berlusconi non trova di meglio che negare l’esistenza della crisi, presentando l’Italia come un paese felice, in cui la gente continua beatamente a spassarsela ed aggiungendo così l’ultima – e più penosa – barzelletta alle innumerevoli propinateci nel corso degli anni.
Altro capitolo poco felice del berlusconismo è stato quello della politica estera: o meglio della qualità della presenza italiana sulla scena internazionale, dall’anticonformista di Arcore regolarmente ridotta a cabaret, con la messa in scena di ridicoli siparietti egocentrici, in spregio a qualunque codice diplomatico e segnatamente per l’Europa a quelle regole sancite per la prima volta in occasione del Congresso di Vienna e sostanzialmente mai venute meno nell’arco di due secoli.
Con il Cavaliere protagonista, la sacralità dei consessi diplomatici si è così vista svilita a farsesca ostentazione di abbracci, pacche sulle spalle, improvvisazione di gag più o meno imbarazzanti: sino a farne – probabilmente – il capo di governo in assoluto peggio sopportato dai colleghi. Egli non si è inoltre peritato di stringere rapporti anche con i personaggi più discussi e compromessi, senza preoccuparsi di separare la sfera politica da quella personale ed affaristica e premurandosi anzi di vantarsi ad ogni pie’ sospinto dell’amicizia non solo con Bush e Putin ma anche con dittatori – di fatto – del calibro di Gheddafi, Mubarak, Ben Alì.
Non molto dissimile l’atteggiamento tenuto in pubblico da Renzi, mai restio a concedersi alla folla stringendo mani di qua e di là (o meglio battendo più americanamente il cinque) così come incapace nei contesti internazionali di un registro più sobrio e consono al ruolo, ostentando baci e abbracci con i rappresentanti stranieri e giungendo persino – in perfetto stile calcistico berlusconiano – ad omaggiare l’interlocutore di turno della maglia (chissà poi fino a che punto gradita) del giocatore della Fiorentina di quella nazionalità (e peraltro a quale titolo, non figurando egli – a differenza del proprietario del Milan – tra i dirigenti della società gigliata), nemmeno si trovasse tra i ragazzi delle scuole da lui periodicamente visitate, peraltro secondo una propaganda degna del fascista Minculpop.
Le differenze tra i due leader emergono invece su altri piani: per quanto anche in Renzi appaia innata la predisposizione alla celia e alla boutade, l’inveterata frequentazione con la politica porta ad assimilarlo, ancor più che alla figura del venditore o del cabarettista, a quella del tribuno. L’ammiccante Matteo sa infatti sommergere il suo uditorio di fiumi di parole senza in sostanza dire niente ma potendo tranquillamente andare avanti da mane a sera, attingendo a piene mani ad un linguaggio fatuo, giovanilistico, “internetistico”: la vacua e corriva vulgata del blog, di facebook, del twitter.
Emulo di Obama, esibendosi in maniche di camicia e concedendo accelerazioni di passo mussoliniane qualora ripreso per strada dalle tv (onde evidentemente trasmettere un’immagine di velocità, efficienza, decisionismo), il logorroico piacione di Rignano sull’Arno annuncia incalzanti e progressivi sfracelli, cadenzandone la realizzazione mese mese (e magari scoppiando a ridere lui per primo una volta spenti telecamere e microfoni), sfoderando tutte le armi del suo repertorio con il minimizzare i problemi, ribaltando la propria posizione con l’attaccare piuttosto che difendersi ed accusando gli oppositori più critici di disfattismo; premurandosi tuttavia al contempo di adoperare una tecnica della comunicazione decisamente più adeguata ai tempi rispetto a quella ormai demodé propria del Cavaliere, via via divenuta con il passare degli anni – ed il perpetuarsi del consenso elettorale – sempre più assimilabile a quella di un Walter Chiari o di un Gino Bramieri. In ogni caso, siamo lontani anni luce dal tipo di eloquio caratterizzante un vero statista: serio, analitico, rigoroso, essenziale e soprattutto saldamente ancorato ad un organico e lungimirante progetto politico.
Assimilabili berlusconismo e renzismo appaiono anche sul piano dell’utilizzo delle donne, da entrambi elette a vero e proprio cavallo di battaglia. Qui però emerge anche una profonda differenza di stile: sia per quanto riguarda l’atteggiamento dei due leader nei confronti delle rispettive “pupille” che nel modo di porgersi di queste ultime nei riguardi dell’opinione pubblica. Mentre infatti Berlusconi – coerentemente con le sue frequenti ostentazioni di gallismo – non si è mai preoccupato di nascondere la “simpatia” sulla quale si è fondata la carriera politica di molte delle sue cortigiane, Renzi si mostra decisamente più accorto nel mantenersi su un piano più prudente e diplomatico, preoccupandosi anzitutto di far risaltare attitudini e capacità politiche delle sue pur avvenenti favorite, al precipuo scopo di conquistare i consensi dell’elettorato femminile, per definizione più mobile e volubile di quello maschile.
In ogni caso, per classe, decoro, senso della misura una Boschi appare infinitamente più credibile rispetto alla gran parte delle pasionarie berlusconiane (peraltro sovente veline o conduttrici o giornaliste Fininvest mancate): non solo le più impresentabili Minetti o le ruspanti Biancofiore ma anche le più seriose e compassate Gelmini, pur sempre eccessivamente prone in ogni apparizione pubblica a compiacere ed incensare il Capo, del tutto acriticamente e spesso contro il più elementare buon senso. Anche tale aspetto concorre ad attribuire al renzismo una parvenza tutto sommato più edulcorata e raffinata rispetto al berlusconismo.
Una differenza che emerge nettamente tra i due personaggi è data dal loro rapporto con i cosiddetti poteri forti: mentre Berlusconi si è visto sin dall’inizio osteggiato dai vari centri di potere che da sempre nel nostro Paese allignano sotto la copertura del sistema democratico (preferendo in ogni caso denunciare tale stato di cose direttamente al popolo piuttosto che perseguire più diplomaticamente con essi un accordo sottobanco), Renzi può – almeno in partenza – contare sul pieno appoggio di molti di essi, del resto rivelatisi decisivi per la sua ascesa.
Altro fattore che pare giocare a favore del fiorentino sta poi nella percezione da parte dell’opinione pubblica della sua relazione con gli scandali, le immancabili inchieste giudiziarie riguardanti anche il suo partito: a differenza di Berlusconi, costantemente impegnato in un estenuante quanto drammatico braccio di ferro con la giustizia, i suoi trascorsi di rottamatore, l’aver preso il potere contro la stessa classe dirigente del Pd, l’immagine di nuovo con cui molta gente suole identificarlo consegna in pratica a Renzi un notevole patrimonio iniziale di fiducia; una sorta di salvacondotto destinato a puntellarne la posizione: almeno sinché perdurerà la fatidica “luna di miele”. Lo stesso dicasi per la pazienza popolare nei confronti della mancata attuazione delle sue promesse, durevole sinché se ne potrà dare la colpa alle resistenze frapposte dalle cariatidi della vecchia politica.
Traendo le conclusioni, diremo che l’era berlusconiana consegna a quella renziana una Italia disastrata, economicamente fallita, moralmente disfatta ma che in ogni caso, pur avendo da tempo perduto ogni fiducia nei confronti della classe politica, ha mostrato di voler rifiutare la soluzione più radicale rappresentata da Grillo. Un Paese comunque double face, se è vero che, amplificati dai media, si diffondono tendenze, costumi, modi di dire sempre più insulsi, narcotizzanti e frivolmente giovanilistici; con l’unica forma di “cultura” che pare veramente stare a cuore alla massa rappresentata dalla telefonia, ostentata abusata onnipresente (specie dopo il crollo delle tariffe); la gran parte dei denari una volta destinati ai divertimenti oggi da molte persone disperatamente riversati sul gioco; e i centri commerciali (fin dal parcheggio), molti negozi, le banche addirittura ormai subissati dalla musica, imposta ad alto volume e a ogni ora del giorno. Facile prevedere che per una nazione così malridotta, assuefatta, sudamericanizzata l’avvento di un novello Cola di Rienzo – lungi dal garantire una qualsivoglia inversione di tendenza, fondata anzitutto su un’improcrastinabile rifondazione morale – non possa che accelerare la corsa verso il baratro.
Così, come sul Titanic, mentre le aziende falliscono, gli imprenditori si suicidano, i disoccupati si moltiplicano, le famiglie si impoveriscono (e con una immigrazione selvaggia che – ora forte anche del crisma della benedizione papale – viene ogni giorno di più ad immiserire e abbrutire questo Paese), si preferisce ignorare il problema e continuare a suonare, affidando le residue speranze all’aitante salvatore della patria giunto da Firenze. Con le vetuste categorie di “destra” e “sinistra” anch’esse rottamate in quanto non più adatte ai tempi; in modo da lasciare il posto ad una nuova edizione riveduta e corretta della rassicurante “balena bianca” democristiana: nonostante tutto stavolta votabile – ironia della sorte – senza neppure doversi turare troppo il naso.

Pubblicato in Uncategorized

Caratteri dell’Ottocento irpino nell’opera di Ottaviano De Biase

Originario di Santa Lucia di Serino, Ottaviano De Biase pone da sempre l’amore per la terra irpina al centro della sua molteplice opera, che lo vede spaziare dalla narrativa alla poesia al teatro dialettale. Un legame profondo che si estrinseca soprattutto nei numerosi studi storici dedicati a Serino, la cui vicenda viene capillarmente ricostruita dalle origini sannitiche sino all’età moderna.
È in particolare l’Ottocento a segnare la produzione della maturità del nostro, a partire dal volume Brigantaggio ai piedi del Terminio (1860 – 1893), uscito nel 2006. Il complesso fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario viene qui affrontato nelle sue varie sfaccettature criminali, politiche, romantiche e patriottiche, partendo dalla mancata integrazione fra larghi strati della popolazione di quello che era stato il glorioso e potente Regno delle Due Sicilie ed il conquistatore Stato piemontese, sostanzialmente avvertito dalle masse d’Irpinia come lontano, ostile, estraneo al punto di indurre già nel 1861 la gente di Montella e Solofra a manifestare contro la neonata borghesia liberale che ne rappresentava il volto e gli interessi al grido di “Viva ‘o re nuosto, morte a’ liberali e ai garibaldini”.
Fu insomma soprattutto la parte più debole e povera della cittadinanza a rimpiangere la paternalistica e rassicurante dominazione borbonica paventando dal nuovo corso politico lo smarrimento di quelle semplici certezze che da sempre ne scandivano l’esistenza, oltre a un peggioramento delle già grame condizioni materiali di vita; donde il confluire di intere famiglie nelle innumerevoli formazioni banditesche che non tardarono a sorgere in tutto il territorio irpino.
Con certosina ricerca condotta in archivi sia pubblici che privati il De Biase ci ricostruisce la serrata lotta che si scatenò per quelle valli tra i due contendenti: al proliferare delle bande il governo torinese rispose infatti con l’invio nel Sud di un esercito composto di oltre 120.000 uomini, l’istituzione di numerose stazioni dei carabinieri decentrate (retaggio che segnatamente in Irpinia avrebbe peraltro continuato a caratterizzare anche il successivo Stato repubblicano) nonché la costituzione di milizie civili a supporto della forza pubblica. Apprendiamo così delle modalità di tale reclutamento, degli elenchi dei cittadini che in ciascun paese riempirono i ranghi delle pugnaci formazioni, di premi e ricompense garantite ai combattenti.
Rivivono in tal modo nel saggio storie e figure simbolo di un’epoca in cui a fare la parte del leone era più che altro la fame: la banda Gravina, che a Serino giunge a sequestrare l’ex arciprete per ottenere come riscatto pane, vino, formaggio; l’accordo intervenuto fra i tre principali capobanda che si contendevano il territorio compreso tra Acerno e Montella, Francesco Cianci, Luigi Cerino e Gaetano Manzo, che consente all’associazione criminosa il salto di qualità culminato nel rapimento di quattro svizzeri responsabili della salernitana industria tessile Wenner; la crescente dimestichezza che con l’attività banditesca prende l’autorità prefettizia, sino ad affiancare alla blindatura militare dei centri maggiormente compromessi con i briganti – Serino, Volturara, Montella – l’organizzazione di un’intelligence basata su delazioni e appostamenti, destinata a fare quale principale vittima lo stesso Cianci.
Tra le righe del solerte lavoro del De Biase emergono inoltre tante notizie di carattere minore ma che ci illuminano della mentalità di un’epoca, e che certo un cultore della memoria patria come il ricercatore irpino non poteva tralasciare di tramandare. Storie tratte dalle pagine della Serino più truce, nelle quali il ricorso alla giustizia sommaria lascia intravedere il sostanziale rifiuto da parte di genti abbandonate e derelitte di una qualsivoglia autorità costituita, surrogata con un’ancestrale legge dell’onore il cui naturale sbocco non può essere che la vendetta privata.
Così, una donna accoppa il marito scagliandogli una pietra nel petto, a punizione di chissà quale angheria subita. Dei parenti di una ragazza uccidono a colpi di baionetta un pastore, colpevole di essersi rifiutato di sposarla dopo averla “disonorata”. Nella migliore tradizione camorristica, poi, per un regolamento di conti paesano si sceglie la sera della festa, in modo che il colpo di rivoltella diretto al cuore della vittima venga coperto dai fuochi d’artificio. Pericolose infine anche le bettole, allorché le partite a carte fra pastori, boscaioli, braccianti avvinazzati degenerano in rissa: soprattutto se l’oste, al momento in cui i giocatori si accingono a passare dalle parole ai fatti, interviene schierandosi senza indugio da una parte, brandendo la scure e cioncando di netto un braccio al malcapitato dei quattro.
Neppure poteva mancare poi in uno studio del genere un omaggio all’aspetto più romantico del brigantaggio, che tanto ha ispirato cronisti e romanzieri: ecco allora fiorire le varie figure di “drude”, le sanguigne amanti dei banditi, disposte a tutto in nome della fedeltà al proprio uomo. Così come a tale filone “rosa” il De Biase ricollega anche la vicenda criminosa di Alfonso Carbone, montellese fattosi brigante solo dopo aver ucciso il rivale in amore, contendente della bella quindicenne di cui si era invaghito.

Il discorso sul fenomeno brigantesco viene completato due anni più tardi con la pubblicazione della monografia Laurenziello. Lorenzo De Feo di Santo Stefano e il brigantaggio durante il Decennio napoleonico. Non che delle efferate gesta perpetrate dal celebre bandito irpino, a lungo terrore di mezza Campania, mancassero notizie; ma avvolte in un alone di leggenda, rappresentando perlopiù la proiezione della fantasia popolare ed essendo di conseguenza affidate alla custodia di poeti e cantastorie.
Merito del De Biase è perciò anzitutto quello di avere restituito alla vicenda di Laurenziello dignità storica, mediante un’accurata ricerca archivistica peraltro penalizzata dal fatto che già all’indomani della morte del famigerato capobanda le stesse autorità napoleoniche erano pesantemente intervenute sulla documentazione esistente onde far sparire le carte più compromettenti, evidentemente comprovanti favoreggiamenti e connivenze di cui il De Feo non aveva mancato di godere da parte delle classi dirigenti.
L’Autore fa precedere la rassegna del materiale documentale raccolto da un’introduzione in cui vengono delineati i tratti della dominazione napoleonica sull’Irpinia, a cominciare dalla promozione di Avellino a capoluogo dell’antica provincia del Principato Ultra a scapito di Montefusco. Dopodiché il discorso entra nel vivo affrontando il problema del brigantaggio, fin da subito avvertito dalle autorità francesi come politico in quanto capace di mettere in pericolo la loro stessa presenza istituzionale; donde l’adozione di misure repressive le più severe, con la comminazione di numerose condanne a morte che non risparmiarono neppure quei sacerdoti giudicati in combutta con le “comitive” di malfattori.
Solo a questo punto viene introdotta la figura del principale protagonista del saggio: la cui terrificante parabola delittuosa viene ricostruita passo passo, con un occhio di riguardo al contesto politico, sociale ed umano in cui operò ma soprattutto nella più assoluta fedeltà alla ricca documentazione reperita. È grazie a tale rigore che il lavoro del De Biase assume i caratteri dell’affresco storico: non solo con l’offrirci un ritratto compiuto e puntuale del sanguinario personaggio messo a fuoco, ma anche ricostruendo con dovizia di particolari l’ambiente e lo spirito di un’epoca, con tutti i suoi compromessi e le sue trame.
Figlio di pastori, perduto il gregge a seguito di un’epidemia Laurenziello era stato assunto quale sgherro dal marchese di Serino, segnalandosi per la sua protervia al punto di venire presto promosso a capo dei bravi. Dopo una violenta lite con il comandante della guardia municipale, però, si era visto costretto a darsi alla macchia, per poi farsi milite sanfedista. Arrestato per reati comuni aveva ottenuto la commutazione della pena in servizio militare: potendo così prendere parte nel 1806 alla difesa di Gaeta assediata dall’armata francese.
Fattesi le ossa come brigante con il passare da una banda all’altra, il De Feo aveva finito con il costituirne una propria, composta da una sessantina di accoliti; a capo della quale avrebbe a lungo imperversato per la conca di Avellino – peraltro sino a quel momento immune dal fenomeno del brigantaggio – con saccheggi, imboscate, omicidi, stupri, violenze di ogni genere. Tutto l’Avellinese sarebbe stato così insanguinato e terrorizzato da una serie di crimini di un’efferatezza unica (per un totale di oltre 180 vittime) destinati a colpire fortemente la fantasia popolare, al punto di creare attorno al loro spietato autore quell’aura leggendaria che l’incombente temperie romantica non avrebbe mancato di accrescere.
Per quanto scopo precipuo della banda fosse quello di spogliare di ogni loro avere i malcapitati (mercanti come semplici viandanti), immancabilmente ci scappava il morto: così nel bosco di Monteforte furono massacrati tre ricchi carbonai di Mugnano; mentre ad essere fatto fuori a Piano di Montoro fu il parroco. Per conto di un altro nobile, poi, il bandito sequestrò cinque guardie doganali, mozzando loro un dito ciascuno, legandoli come salami e gettandoli su una catasta di legna a bruciare vivi.
La tattica delittuosa di Laurenziello consisteva nel muoversi con estrema circospezione, compiendo le sue imprese a colpo sicuro per poi immediatamente eclissarsi in rifugi inaccessibili su per i valloni del Terminio o del Partenio: notevolmente agevolato in ciò dalle proprie radici pastorali, che lo portavano a conoscere a menadito ciascun anfratto delle montagne serinesi. A indurlo a privilegiare la notte per compiere i suoi misfatti erano poi sia il vantaggio concessogli dall’oscurità che il terrore che le tenebre inevitabilmente moltiplicavano nelle sue vittime.
A caratterizzare l’attività criminosa del De Feo rendendola ancor più singolare fu inoltre l’incredibile rete di favoreggiatori e conniventi che egli seppe tessere, reclutandoli non solo fra caprai, boscaioli, contadini (complici naturali delle sue gesta agresti) ma anche tra i più insospettabili dei galantuomini: baroni, feudatari, giudici di pace, ufficiali della guardia civica; oltre ai meno timorati fra i preti. Tutto ciò avrebbe indotto le autorità ufficiali a prendere le adeguate contromisure: sino a far assumere a Serino le sembianze di una città sotto assedio, tanto elevato divenne il numero di militari – in prevalenza corsi e francesi – che il comune si vide costretto ad ospitare (peraltro a proprie spese).
Ma il brigante venne a sua volta avvicinato da emissari borbonici; per essere convinto ad imprimere una svolta politica – ovviamente in senso antifrancese – alla propria azione banditesca: il che lo portò ad innalzarne livello e ambizioni. Ampliata ulteriormente la banda anche con il collegarsi a formazioni minori, Laurenziello doveva tuttavia finire con l’essere travolto da un vero e proprio delirio di onnipotenza. Le stragi si susseguivano adesso anche in pieno giorno; a cadere vittima del vendicativo criminale fu pure l’arciprete del suo paese, colpevole di averlo scomunicato.
Sparso tanto sangue in Campania, il De Feo fu ad un certo punto costretto dalla serrata caccia che gli davano le truppe murattiane a rifugiarsi in Puglia; ma per fare ritorno in patria pochi mesi più tardi, allo scopo di sostenere un’insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare nella stessa Avellino. Non avendo tuttavia tale progetto avuto corso, egli pensò allora di rifarsi regolando dei conti in sospeso con i paesani.
Il 3 agosto 1809 Santo Stefano era in festa: all’uscita dalla messa pomeridiana la gente udì improvvisamente dei colpi di carabina coprire la musica dell’organo. Nel fuggi fuggi generale, il brigante dal dente avvelenato visitò una dopo l’altra tutte le case del paese, facendo vittime in ciascuna di esse e commettendo il delitto più atroce in quella del caporale delle guardie, al quale ammazzò la moglie assieme al figlioletto poppante. Alla fine del massacro si sarebbero contati oltre trenta morti, con appena pochi fortunati a rimanere illesi.
Ma la malefica stella dello spietato carnefice irpino era ormai al tramonto: dopo che diversi dei suoi erano rimasti uccisi in scontri con l’esercito francese, toccò a lui stesso di cadere vittima di un agguato a Moschiano, ferito e catturato dai gendarmi a seguito di un tradimento. Assieme al fratello e ad altri tre fedelissimi Laurenziello fu portato ad Avellino, ove ad attenderli in Largo dei Tribunali era il patibolo: impiccato per ultimo, il capobanda doveva tuttavia – per un destino quantomai perverso – onorare la propria missione di morte sino alla fine.
Infuriatosi dopo che non gli era stato concesso di bere, il condannato emise un grido talmente orribile da indurre il terrorizzato pubblico a fuggire nel massimo scompiglio. Nel caos che ne seguì, si credé che il bandito fosse stato liberato: donde l’ordine del comandante della milizia di sparare sulla folla, causando così quattro morti e decine di feriti, molti dei quali calpestati dai cavalli. Ma non era ancora finita.
Il corpo del De Feo venne lasciato sulla piazza per dodici ore; ne fu quindi mozzato il capo, chiuso in una gabbia ed esposto in cima a una pertica, a Porta di Puglia. Un mulattiere, che più volte aveva avuto a patire i soprusi del tiranno, avvicinatosi al palo volle sfogarsi per tutte le malefatte subite scuotendolo e imprecando: “Oh Laurenziello, Laurenziello, quante me n’hai fatte passare…”. A quel punto come per un sortilegio il macabro contenitore si staccò, centrando in pieno la testa del malcapitato e fracassandogli il cranio. Nell’immaginario popolare l’incredibile disgrazia finì con l’accrescere la tragica fama del nefasto personaggio, attribuendogli una diabolica facoltà omicidiaria postuma espressa nel detto: “Laurenziello pur’ roppo muorto facivo n’atu ‘micirio”.

Chiude il trittico ottocentista del ricercatore serinese “I leoni del Monte Terminio”. Dalla rivoluzione napoletana del 1799 ai moti carbonari del 1820-1821. Processi, faide politiche, vicende amministrative, edito nel 2013. Se con gli studi precedenti il De Biase si era posto idealmente sulla scia di grandi modernisti conterranei quali Francesco Scandone e Vincenzo Cannaviello, qui l’argomento prescelto lo porta a confrontarsi direttamente con mostri sacri della storiografia partenopea del calibro di Vincenzo Cuoco e Benedetto Croce.
Preparata da quel movimento culturale così ricco di spinte evolutive che fu l’illuminismo napoletano, la rivoluzione del 1799 (dal Croce considerata “tra le più rilevanti della moderna storia d’Italia”) ebbe maggiore risonanza in periferia che al centro. A spiegarcene il motivo è lo stesso Cuoco: “La nostra fu una rivoluzione passiva: per condurla a buon fine, bisognava cominciare con il guadagnare l’opinione del popolo. Le idee rivoluzionarie non erano popolari, meno ancora che nelle province, a Napoli: anzi in generale dir si poteva che il popolo della capitale era più lontano dalla rivoluzione di quello delle province, perché meno oppresso dai tributi e più vezzeggiato da una corte che lo temeva”.
È proprio in ossequio a tale assunto con cui l’illustre predecessore spostava il baricentro rivoluzionario alla provincia del Regno che il De Biase sceglie di mettere a fuoco in particolare l’amata Alta Valle del Sabato, illustrando il conflitto scatenatosi anche nel cuore d’Irpinia fra ideali democratici e libertari da una parte e controrivoluzione dall’altra, mediante il consueto ricorso ad una ricca quanto inedita documentazione che tuttavia – qui come per i lavori precedenti – mai inficia l’agilità della trattazione.
Ad emergere è allora soprattutto la figura del “capomassa” sanfedista Costantino De Filippis, investito dal cardinale Ruffo in persona dell’incarico di liberare Avellino dalla presenza giacobina: missione che i fucilieri del capitano serinese compiono a prezzo di una vera e propria carneficina. Quello che il De Biase ci offre del carismatico comandante conterraneo è un ritratto a tutto tondo, non tralasciando di punteggiarne le radici familiari, l’estrazione borghese, il sentito lealismo borbonico ma anche l’evoluzione in senso liberale e costituzionale impressa alla sua posizione politica all’indomani della Restaurazione.
Come si evince dallo stesso titolo, centrale nell’economia del saggio vuol essere il capitolo dedicato alla Carboneria irpina: la quale si diede fin da subito un’organizzazione di tipo gerarchico che vedeva i nuclei locali, le “baracche”, inquadrati nelle maggiori “Vendite”. Il Serinese fu all’avanguardia in tale attività cospirativa, con numerose Vendite: la principale delle quali – denominata appunto “I Leoni del Monte Terminio” – ebbe sede al Casale di San Biagio, annoverando oltre 200 iscritti ed assurgendo a modello per i patrioti di tutti gli altri comuni irpini.
Ad animare il nascente movimento risorgimentale locale dovevano essere gli stessi repubblicani serinesi che avevano dato vita all’esperienza rivoluzionaria del ’99, esiliati a Marsiglia per poi rientrare in patria nel 1806 al seguito dell’esercito napoleonico: anzitutto gli ufficiali Raffaele Anzuoni e Domenico Moscati, da Murat immediatamente incaricati di reprimere il brigantaggio. Degna di nota poi anche la figura di Carlo De Filippis, illuminato politico dalle molte aperture tanto da essere eletto all’assemblea costituente napoletana.
È peraltro in tale ambito che la scrupolosa ricerca archivistica condotta dal De Biase produce uno dei risultati più eclatanti. Il convegno che nel 1819 vide numerosi liberali della provincia avellinese riunirsi, alla presenza del generale Gugliemo Pepe, per discutere circa il modo in cui indurre re Ferdinando a concedere la più volte promessa Costituzione, ebbe luogo in un casolare di proprietà dello stesso De Filippis, già fedelissimo del monarca eppure anch’egli evidentemente non insensibile ai nuovi fermenti politici riguardanti la sua terra: il che la dice lunga sulla pervasività del nascente moto risorgimentale irpino.
Il saggio offre un puntuale resoconto del ruolo giocato dal Serinese nell’ambito della rivoluzione del 1820: la quale ebbe notoriamente quali principali protagonisti i giovani ufficiali carbonari Michele Morelli e Giuseppe Silvati, di stanza a Nola, nonché Luigi Minichini, prete nolano dalle idee anarcoidi. La notte del 1° luglio Morelli e Silvati danno il via alla cospirazione facendo disertare il proprio reggimento; ben presto però emergono divergenze di vedute tra il sacerdote, che vorrebbe procedere con un largo giro per le campagne allo scopo di guadagnare all’insurrezione quelle masse di contadini e popolani da lui ritenute in fervente attesa, e il Morelli, il cui intendimento sarebbe invece quello di puntare direttamente su Avellino, ove ad attenderlo è lo stesso Pepe.
Ma le aspettative di entrambi sono destinate ad andare deluse: sganciatosi dal resto dello squadrone onde attuare il proprio progetto, il Minichini deve ben presto ritornare sui propri passi ricongiungendosi agli altri una volta constatata l’assoluta mancanza di proseliti; nel mentre pure la marcia verso il capoluogo della truppa capitanata dal Morelli avviene senza incontrare lungo le strade l’auspicato entusiasmo popolare, imprescindibile presupposto per il successo dell’iniziativa. Ciononostante, il 2 luglio gli insorti entrano trionfalmente in Monteforte, il giorno successivo in Avellino: accolti dalle autorità cittadine – rassicurate dal fatto che l’operazione non ha intenzione di rovesciare la monarchia – proclamano la Costituzione sul modello spagnolo.
Dopodiché Morelli e Silvati passano i poteri nelle mani del colonnello De Conciliis, capo di stato maggiore di Pepe: tale atto di sottomissione alla gerarchia militare provoca però un ulteriore e più grave distinguo da parte del Minichini, il quale fa ritorno a Nola allo scopo di suscitarvi l’agognata rivolta popolare. Da parte sua il 5 luglio il Morelli entra in Salerno, mentre l’insurrezione si espande nella stessa Napoli, ove il Pepe ha concentrato numerose unità militari: il che costringe già il giorno successivo il Borbone a concedere la carta costituzionale.
Il saggio ricostruisce con dovizia di particolari fatti e protagonisti dei nove mesi della Costituente fino all’ingresso in Napoli dell’esercito austriaco: evento che consente al sovrano di ritirare la Costituzione ponendo al contempo fine alla breve esperienza parlamentare. L’epurazione che ne segue non concede sconti a nessuno tra coloro che hanno preso parte all’insurrezione; il destino di ciascuno dei liberali serinesi viene così dettagliatamente ricostruito dal De Biase: il quale conclude la propria fatica illustrando le ripercussioni politiche, giudiziarie e amministrative che i moti carbonari comportarono per l’Alta Valle del Sabato.

Pubblicato in Uncategorized

Una testimonianza sull’aggressione subita da Giovanni Amendola a Pieve a Nievole

Il saggio raccoglie la testimonianza del sig. Graziano Marcelli, figlio del montecatinese Marcello Marcelli che fu protagonista dei fatti.

 

La morte dell’esponente liberale Giovanni Amendola – avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926 – viene comunemente attribuita alle conseguenze di un pestaggio di marca fascista che egli avrebbe subito, nelle vicinanze di Montecatini Terme, il 20 luglio 1925. Una versione accreditata anche dalla retorica targa apposta sul luogo dell’aggressione nel ’65 da parte dei comuni di Montecatini, Monsummano e Pieve a Nievole: “Alla memoria di Giovanni Amendola filosofo scrittore e parlamentare insigne che in questo luogo aggredito dal cieco odio fascista difese, morendo, la libertà sua e degli uomini civili”. La morte dell’illustre politico campano sarebbe dunque da assimilare a quelle di Giacomo Matteotti e Piero Gobetti: probabilmente, però, non a seguito dell’agguato subito in terra toscana, bensì di un altro avvenuto in precedenza.

Per comprendere l’episodio che vide protagonista l’Amendola occorrerà tuttavia risalire al primo dopoguerra, ricostruendo in particolare il clima politico instauratosi in Valdinievole. La località dei “Bagni di Montecatini” contava allora cinquemila abitanti ed era situata in provincia di Lucca: dopo i fasti della Belle Époque e la pausa determinata dal conflitto mondiale, la consuetudine da parte dell’alta società di scegliere per le cure termali la rinomata stazione toscana non aveva tardato a riprendere. Al contempo, nei rurali paesi del circondario (Ponte Buggianese, Chiesina Uzzanese, Traversagna) si andava diffondendo l’idea socialista: tanto che a Margine Coperta – ove la formazione di una coscienza proletaria era stata favorita in particolare dalla presenza del Pastificio Maltagliati – la concentrazione di maestranze fortemente caratterizzate in senso rivoluzionario aveva guadagnato l’appellativo di “piccola Russia”.

A Montecatini, invece, il grosso dell’attività lavorativa non poteva che ruotare attorno alle varie strutture turistiche e commerciali deputate a servire la ricercata clientela delle terme: donde il prevalere di una tendenza politica assai più moderata e conservatrice. Il conflitto ideologico e sociale sarebbe divenuto insanabile al momento dell’esplodere delle violenze del “biennio rosso”; allorché cioè gli aspiranti bolscevichi locali si organizzarono in bande armate che oltre a occupare fabbriche e terreni presero a compiere sempre più frequenti scorrerie nella cittadina termale finalizzate a devastare le strutture adibite all’accoglienza e al soggiorno dei “signori”: dagli alberghi ai saloni di bellezza, dai negozi di tessuti alle gallerie d’arte. Ad essere messo a ferro e fuoco fu in particolare Viale Forini, dagli assalitori eletto a simbolo del potere borghese in quanto sede degli esercizi più eleganti nonché della “Commerciale”, l’edicola-libreria frequentata dal bel mondo; gravemente danneggiato fu inoltre l’Hotel Parigi.

Occorre precisare che i leninisti valdinievolini avevano buon gioco nel mettere in atto tali scorribande anche grazie all’esiguità della forza pubblica, a Montecatini limitata a due carabinieri, altrettante guardie municipali più una terza, peraltro adibita al solo servizio alle terme. Sino a poco tempo prima, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare che in una tranquilla località di villeggiatura così appartata rispetto ai grossi centri nonché tradizionalmente frequentata da una clientela d’élite l’ordine pubblico sarebbe potuto degenerare fino a quel punto.

Come nelle città maggiori in cui il confronto politico era più serrato e violento, allora, anche a Montecatini sorse per reazione un Fascio di combattimento particolarmente forte e agguerrito, prevalentemente composto dai figli di commercianti e albergatori, al duplice scopo di supportare le scarne forze dell’ordine e tutelare l’attività di famiglia. Per ovviare all’imprevedibilità degli assalti da parte della canea rossa, i giovani fascisti montecatinesi si organizzarono in un servizio di “fischietti”: ronde che presidiavano a turno i vari punti di accesso alla cittadina in modo da poter tempestivamente dare l’allarme in caso di arrivo delle squadracce.

Molti di quei ragazzi avrebbero poi partecipato alla Marcia su Roma: tra questi Marcello Marcelli, la cui famiglia gestiva un salone di coiffeur proprio in Viale Forini. Classe 1906, il 28 ottobre 1922 Marcello venne portato nella capitale dai camerati del Fascio lucchese come mascotte, divenendo così in assoluto uno dei più giovani “sciarpa littorio” del partito.

Il 1925 rappresenta notoriamente l’anno della svolta autoritaria del regime, preludio all’avvento della dittatura vera e propria che si avrà l’anno successivo con l’emanazione delle “leggi liberticide”. Ignaro di quanto lo attende, giunge a Montecatini l’on. Amendola, per la consueta cura delle acque a tutela del fegato. L’esponente liberale scende all’Hotel La Pace: una volta diffusasi la notizia del suo arrivo, però, sin dalla mattinata del 20 luglio si forma a ridosso dell’albergo un assembramento di dimostranti che prende a contestare in maniera sempre più minacciosa la presenza del parlamentare antifascista.

Sulla centrale Piazza Umberto I e lungo Corso Roma la folla tumultuante si accalca di fronte all’ingresso principale dell’hotel sino a far temere di poter penetrare da un momento all’altro al suo interno onde mettere le mani sulla stessa persona dell’Amendola. La giornata trascorre senza che il comando di Lucca invii i rinforzi invocati dai carabinieri locali; dal capoluogo giunge altresì il federale fascista Carlo Scorza: il quale prende in mano lui la situazione onde garantire l’incolumità dello scomodo ospite.

Non serve infatti essere eccelsi statisti per comprendere che, dopo il delitto Matteotti cui il governo mussoliniano è miracolosamente riuscito a sopravvivere appena l’anno precedente, un così clamoroso caso di violenza – perdipiù perpetrato proprio su colui che dopo la scoperta dell’assassinio dell’esponente socialista ha capeggiato la “secessione aventiniana” delle opposizioni – potrebbe avere per il partito conseguenze le più deleterie. Senza contare che il leader liberale ha già subito una violenta aggressione squadristica il 26 dicembre ’23, a Roma, bastonato da quattro assalitori e ferito alla testa.

Il capo del Fascio lucchese decide allora di ovviare alla critica situazione determinatasi togliendo d’impaccio il parlamentare con un escamotage: ossia facendolo fuggire di nascosto, mediante un piano alla cui attuazione vengono chiamati a concorrere i locali dirigenti fascisti. Mentre a trarre in inganno i facinorosi nella camera occupata dall’Amendola viene lasciato, ben visibile dalla strada attraverso la finestra, un dipendente dell’albergo, l’onorevole viene fatto uscire dall’ingresso secondario, posto sul retro, ove ad attenderlo è un’automobile fornita dal Garage Morescalchi, con tanto di autista. Il progetto è difatti quello di portarlo fino alla stazione ferroviaria di Pistoia, onde farlo rientrare a Roma in uno scompartimento riservato; e perché neppure durante il viaggio possano verificarsi inconvenienti, Scorza predispone che il parlamentare venga inoltre scortato sino a destinazione da un tenente della Milizia con due militi.

Caricati i bagagli del fuggitivo, la macchina si mette in marcia verso le 19 lungo via della Torretta, avendo a bordo quattro persone: davanti, alla sinistra dell’autista1, si siede il Marcelli, con ancora indosso la tenuta da cameriere in quanto appena smontato dal turno di lavoro pomeridiano all’attiguo Caffè Biondi. Dietro all’autista lo stesso Amendola, al cui fianco prende posto un altro giovane fascista locale.

L’automobile prende ovviamente la direzione opposta rispetto ai manifestanti: attraversato Viale Verdi ci si avvia verso Pistoia, superando Pieve a Nievole e quindi l’incrocio della Colonna di Monsummano. Giunti all’altezza della fontana della Panzana, però, si trova la strada ostruita da un tronco d’albero: sceso per rimuoverlo, nel mentre si china a terra viene colpito con un bastone prima al collo e poi alle gambe il Marcelli. Sia dalla soprastante stradina che dal fosso a valle della carreggiata sbucano improvvisamente diversi individui – forse sette o otto – i quali hanno evidentemente mangiato la foglia: in quale maniera essi possano essere venuti a conoscenza della fuga dell’Amendola resta in ogni caso a tutt’oggi un mistero.

Scopo dell’imboscata è indubbiamente quello di farsi giustizia dello stesso capo dell’opposizione: subito dopo avere messo fuori gioco il Marcelli, infatti, uno degli assalitori provenienti dal fosso sfonda con il bastone il vetro posteriore di destra, corrispondente dunque al posto occupato dall’Amendola. Il delittuoso proponimento non può tuttavia avere seguito grazie all’intervento di diversi fattori: anzitutto, l’accompagnatore seduto accanto al parlamentare onora sino in fondo il proprio ruolo di guardia del corpo balzando tempestivamente nel mezzo alla strada e sparando in aria con la pistola a scopo intimidatorio; mentre dalla direzione opposta – ossia da Serravalle – sopraggiungono una dopo l’altra due automobili che inducono definitivamente gli aggressori a rinunciare ai loro truci propositi e a darsela a gambe.

Trasportati al pronto soccorso dell’ospedale di Pistoia, vengono medicati sia il Marcelli per gli ematomi riportati che lo stesso Amendola, investito dai frantumi di vetro alla parte destra del capo2: senza tuttavia lamentare lesioni di altro tipo, dal momento che i colpi dei malviventi non hanno fatto in tempo a coglierlo. A conferma di ciò, raggiunta finalmente la stazione l’onorevole può tranquillamente salire in treno sulle proprie gambe; non prima però di avere stretto la mano ai due giovani montecatinesi che gli hanno fatto da scorta, ringraziandoli per il coraggioso atteggiamento assunto a sua difesa.

La giustizia di regime non poté esimersi dall’aprire sulla vicenda patita dal noto personaggio politico un procedimento d’ufficio, rivolto comunque contro ignoti e peraltro destinato ad essere rapidamente archiviato. L’indagine sarebbe stata tuttavia riesumata nel ’45, nel clima avvelenato dell’immediato dopoguerra (che vide finire in carcere tutti gli ex fascisti sopravvissuti alle epurazioni comuniste), assumendo di conseguenza i caratteri tipici del processo politico. Venne difatti imbastito un impianto accusatorio che faceva a pugni con ragionevolezza e buon senso, in cui il capo d’imputazione era omicidio premeditato, il mandante dell’operazione veniva identificato nello stesso Scorza ed i suoi esecutori materiali individuati nei dirigenti del Fascio montecatinese – a cominciare dall’ex podestà – nonché i due accompagnatori, a prescindere dal ruolo da ciascuno effettivamente giocato nella vicenda.

Grazie a testimonianze miracolosamente spuntate a distanza di vent’anni dai fatti, venivano così messi sotto accusa non i responsabili dell’agguato (del resto mai identificati) bensì coloro che si erano adoperati per la salvezza del malcapitato; per quanto con l’eccezione del principale accusato: Scorza era difatti nel frattempo riparato in Argentina. Il procedimento giudiziario presso il tribunale di Pistoia – laddove l’episodio era avvenuto in territorio lucchese3 – sarebbe andato avanti per tre anni, non dismettendo il proprio carattere pregiudiziale neppure dopo l’amnistia Togliatti del ’46, volta alla pacificazione nazionale dopo un anno e passa di persecuzioni inquisitorie.

Nella più completa assenza di prove nonché di indizi, decisiva ai fini della condanna risultò in particolare la testimonianza dell’autista: il quale stravolse completamente la realtà dei fatti sostenendo che ad obbligarlo a fermarsi alla Panzana era stato lo stesso Marcelli, puntandogli contro la pistola per poi immediatamente iniziare a percuotere con un bastone l’Amendola. Un simile mendacio provocò la sdegnata reazione della moglie dell’imputato, la quale fu espulsa dall’aula; oltretutto – a riprova della limpidezza della sua coscienza – già all’indomani della fine della guerra il Marcelli si era costituito all’autorità giudiziaria spontaneamente, onde rispondere dei propri trascorsi fascisti.

La donna avrebbe tuttavia ricevuto soddisfazione in una delle udienze successive: allorché cioè, incalzato dalle domande dei difensori, il teste sarebbe caduto in contraddizione sia rispetto a quanto affermato in precedenza in aula che alle dichiarazioni rilasciate in istruttoria, costringendo così il presidente della corte ad incriminarlo per falsa testimonianza; sull’attendibilità della sua posizione gravò poi anche il fatto di non aver saputo rendere conto del motivo per cui egli avesse modificato a propria discrezione il percorso di fuga dall’albergo rispetto a quello indicatogli da un commissario di polizia4. Tempo dopo l’uomo si sarebbe giustificato sostenendo di essere stato costretto a dire il falso dalle minacce ricevute da parte di tre individui penetratigli nottetempo in casa alla vigilia della sua deposizione allo scopo di imporgli la versione da sostenere in aula, terrorizzando sia lui che i familiari con la forza delle armi: voci che nella piccola Montecatini non tardarono a correre.

Ciononostante, la corte d’assise pistoiese andò dritta per la propria strada, non avendo dubbi nel riconoscere la colpevolezza di tutti gli imputati e condannandoli a 30 anni per concorso in omicidio premeditato; con uno sconto di pena nei confronti del solo Marcelli, che ne ebbe 25 in quanto all’epoca dei fatti minorenne. In che maniera si potesse poi addossare pure la premeditazione ad un ragazzo che oltre ad essere rimasto anch’egli vittima degli aggressori era stato ingaggiato al volo per la bisogna all’uscita da lavoro resta un imperscrutabile segreto noto soltanto alla coscienza dei suoi inquisitori.

L’incongruenza di una sentenza del genere rispetto a quanto emerso in dibattimento avrebbe tuttavia portato la Cassazione ad accogliere parzialmente il ricorso dei condannati, rinviando il processo alla corte d’appello di Perugia: la quale avrebbe rimediato alle palesi forzature dei giudici di primo grado sia sottoponendo le testimonianze sulle quali si era basata la loro condanna ad un esame più scrupoloso che attribuendo la giusta rilevanza al referto del pronto soccorso pistoiese. Quest’ultimo infatti limitando i danni riportati dall’Amendola alle superficiali escoriazioni causate dai vetri escludeva che egli fosse stato colpito con corpi contundenti non solo e non tanto dagli sconosciuti responsabili dell’agguato, quanto dallo stesso Marcelli, facendo implicitamente crollare l’intera impalcatura inquisitoria basata sull’accusa di omicidio: a meno di non voler ascrivere la successiva morte del leader liberale ai postumi del grande spavento da lui sicuramente provato in occasione dell’aggressione valdinievolina.

Giustizia poté così finalmente essere fatta soltanto nell’ottobre del ’50, con l’assoluzione degli imputati; per quanto non con formula piena bensì per insufficienza di prove: la gravità della prima condanna non lasciava del resto ai giudici d’appello grossi margini di manovra. In ogni caso gli accusati si erano fatti in galera i cinque anni e quattro mesi intercorsi fra incriminazione e assoluzione.

 

Note

 

1)L’auto aveva la guida a destra.

2)Sul tipo di lesioni riportate nella circostanza dall’Amendola abbiamo la testimonianza del figlio Pietro, secondo la quale il 30 agosto 1925 il padre era in Francia, “dove è andato a sottoporsi a un trattamento chirurgico che limiti i danni riportati al volto e alla testa nella seconda aggressione, subita a Montecatini (…). Gli hanno rasato i capelli perché si possa lavorare alle ferite”. Dalla clinica francese il politico campano aveva difatti inviato alla famiglia una foto che lo ritraeva con la testa rasata (in N. Ajello, L’assassinio di Giovanni Amendola, “La Repubblica”, Roma, 5 aprile 2006). Pur non contenendo la testimonianza ulteriori precisazioni in proposito, parrebbe evidente trattarsi di lesioni cutanee piuttosto che interne.

3)La provincia di Pistoia era stata costituita soltanto nel 1927.

4)Cfr. C. Martinelli, Incriminato l’autista che condusse l’on. Amendola, “La Patria”, Firenze, 30 marzo 1947.

Pubblicato in Uncategorized

Le pendenze impossibili del San Pellegrino in Alpe

In Italia, il ciclista che cerchi la salita dalle impennate più impervie non la troverà sulle Dolomiti e neppure sui passi alpini che hanno fatto la leggenda del Giro: lo Stelvio, il Mortirolo, il Gavia. L’ascesa più impegnativa si trova infatti in Toscana, nel cuore della Garfagnana, lungo i 18.1 km che dai 270 m di Castelnuovo conducono sino ai 1617 del Passo di Pradaccio.
Il problema per le forze dello scalatore non è rappresentato tanto dalla pendenza media del percorso (misurabile in un ordinario 7,4%) quanto dalle variazioni di dislivello che presenta la strada, improvvise quanto proibitive. Da Pieve Fosciana – ove comincia la salita vera e propria – si sale dolcemente per una decina di chilometri, in un paesaggio incomparabile che regala scorci sempre più suggestivi sulle maestose Alpi Apuane poste dirimpetto nonché sulle vallate sottostanti.
Finché, giunti ai 910 m di Chiozza, non si cambia duramente registro: ad un chilometro all’8,4% seguono infatti 200 metri al 12,5. L’asprezza di tale rampa viene così bruscamente a distogliere il cicloturista dall’aspetto panoramico; per quanto si tratti di un semplice antipasto: uno scherzo rispetto a quanto ci si troverà davanti di lì a poco. Sono infatti paradossalmente i 500 metri di discesa che precedono i 1160 m di Boccaia a complicare maledettamente le cose, concentrando nei successivi 2 km che conducono ai 1524 m del borgo di San Pellegrino in Alpe qualcosa come 364 m di dislivello, per una pendenza dunque superiore al 18%. Uno strappo decisamente impegnativo; eppure tutto sommato superabile dall’appassionato grimpeur che sappia aggiungere all’allenamento accumulato nelle gambe la pertinacia di riuscire nell’impresa.
Senonché, neppure tale sforzo finale può essere gestito dall’intraprendente pedalatore razionalmente, ossia distribuendo equamente le energie: perché uno dopo l’altro intervengono due tremendi “muri” che vanno ben oltre il 20%, il secondo più duro del primo. Una volta oltrepassata l’antica stazione di posta di Ca’ della Palma, solamente la vista di quell’erta impossibile ti fa prender male; tanto che a quel punto, per non scendere di sella, oltre a muscoli, cuore e polmoni servirà anche una buona dose di coraggio: se non – a seconda dell’età più o meno avanzata del temerario scalatore – di incoscienza.
Nell’affrontare l’ardua pettata occorrerà peraltro stare attenti a profondere l’immane sforzo alzandosi sui pedali: questo non certo per rilanciare l’azione – impresa forse possibile giusto ad un Coppi, o a un Pantani – quanto per bilanciarsi mantenendo la ruota anteriore a contatto dell’asfalto, correndosi il rischio rimanendo seduti di ribaltare all’indietro. E neppure l’avvistamento dell’agognata croce lignea che indica la prossimità del santuario segnerà la fine dell’erculea fatica, dal momento che i tornanti che immettono sulla piazzetta posta all’ingresso del paese non hanno assolutamente nulla da invidiare nemmeno ai più duri fra quelli dolomitici.
Giustamente, all’audace che sia riuscito nell’impresa di raggiungere San Pellegrino indenne e senza mettere piede a terra la Pro loco rilascia un diploma. Ora qualcuno si chiederà: com’è possibile che il progettista di una simile strada non si sia posto il problema delle difficoltà di un tracciato del genere, in certi punti tale da scoraggiare persino chi intenda percorrerlo a piedi? La risposta ce la offrirà la Storia.
Attorno al 2000 a. C. tribù appartenenti alla popolazione dei Liguri penetrarono nell’Appennino settentrionale; tra queste i Friniati, popolo di cacciatori, agricoltori, pastori stanziatosi nell’area emiliana corrispondente agli alti bacini dei fiumi Secchia e Panaro. Ma all’inizio del II secolo a. C. i Romani dichiararono loro guerra, riuscendo a sconfiggerli definitivamente soltanto nel 175 a. C., al prezzo di lunghe e dure battaglie (le “guerre liguri”) che Tito Livio narra essere costate migliaia di morti.
Per venire a capo di tale conflitto gli attaccanti si ingegnarono di realizzare un grande sistema viario, allo scopo di accerchiare gli irriducibili nemici fino a prenderli in una morsa. Le terre conquistate sarebbero state successivamente donate ai legionari, quale compenso di fine carriera: il che avrebbe propiziato l’apertura di una fitta rete di sentieri fra i quali la Via Bibulca, così chiamata per il fatto di essere abbastanza larga da consentire il transito di un carro trainato da una coppia di buoi.
La strada perse d’importanza nel periodo delle invasioni barbariche, allorché le popolazioni si videro costrette a ridurre allo stretto necessario gli spostamenti dati i pericoli incombenti su chi viaggiava: tanto che all’arrivo dei Longobardi si pose la necessità di creare una variante che consentisse il valico dell’Appennino. Fu allora re Liutprando, nella prima metà dell’VIII secolo, ad aprire il Passo delle Radici in modo da collegare la montagna modenese, strappata ai Bizantini, con i possedimenti garfagnini.
Ed è proprio nel periodo longobardo che si colloca la vicenda di San Pellegrino, la cui figura rappresenta una tipica proiezione dell’immaginario medievale, dal momento che la leggenda lo vuole figlio nientemeno che del re di Scozia: probabilmente intendendo così rendere omaggio agli Scoti, popolo celtico cristianizzato proveniente dall’Irlanda – culla del monachesimo occidentale – insediatosi nel VI secolo sul suolo scozzese (irlandese era peraltro anche San Colombano, monaco missionario fondatore dell’abbazia di Bobbio, situata lungo la medesima catena appenninica nord-occidentale).
Il mistico principe si sarebbe fermato in questi luoghi al ritorno da un pellegrinaggio a Roma: votatosi alla vita eremitica, avrebbe deciso di unire all’ascetica ricerca di Dio la pratica evangelica della carità nei confronti dei viandanti, fornendo assistenza ed aiuto a tutti coloro che osavano sfidare la montagna. Particolarmente in inverno infatti valicare l’alpe diventava impresa improba: per questo il santo romito si sarebbe dedicato alla cura dei pellegrini diretti a Roma o in Terra Santa. Eletto il cavo tronco di un faggio secolare a propria dimora, ogni notte egli si premurava di accendere fuochi onde agevolare ai romei il cammino.
Per testimoniare la sua cristiana presenza su quei monti, inoltre, Pellegrino prese l’abitudine di piantare croci di faggio su ciascuno dei luoghi che percorreva, peraltro resistendo alle innumerevoli tentazioni di cui non mancò di farlo oggetto il demonio. Il riconoscimento della sua santità non sarebbe venuto da un’iniziativa ufficiale della Chiesa bensì dalla devozione popolare, diffusasi nell’Italia settentrionale come in quella centrale ad attribuire alla missione del nordico anacoreta la benedizione divina.
Modena e Lucca si sarebbero allora contese le spoglie del santo, affidandone il feretro ad una coppia di indomiti torelli (l’uno modenese, l’altro lucchese): nel punto in cui essi si fossero andati a fermare, lì si sarebbe edificata la chiesa titolata a Pellegrino. Il Cielo volle che le due bestie terminassero la propria corsa esattamente sul confine fra i due stati: per questo il santuario ed il borgo sortogli attorno non sono situati sul passo vero e proprio ma un po’ più a valle, sul versante garfagnino.
Più pragmaticamente, gli storici tendono tuttavia a spiegare la toponomastica del valico ricollegandola a San Pellegrino d’Auxerre, vescovo francese cui si solevano titolare gli spedali che sorgevano lungo i percorsi frequentati dai pellegrini medievali: laddove il precedente nome del passo era Terme Saloni. L’antica Bibulca che lo valicava risorse solo nell’XI secolo, per impulso di Beatrice di Lorena cui si deve la fondazione dell’abbazia di Frassinoro: fu infatti grazie all’iniziativa della marchesa di Toscana che riprese vigore quella strada che nella parte iniziale riprendeva il percorso della Via Clodia, risalendo la Valle del Serchio fino a valicare l’Appennino in direzione dell’Emilia, discendendo su Frassinoro per poi biforcarsi, proseguendo da una parte verso Reggio, dall’altra verso Modena.
Un tracciato per lunghi secoli utilizzato soltanto – e stagionalmente – dalle greggi transumanti; ma che adesso, nel nuovo clima dettato dallo sviluppo delle relazioni economiche e politiche, assurgeva al ruolo di importante arteria di comunicazione tra nord e sud della Penisola, ricevendo ulteriore slancio dall’opera della potente figlia di Beatrice, Matilde di Canossa: la quale lo valorizzò allo scopo di esercitare al meglio il proprio potere sui possedimenti transappeninici. Oltre a costruire le famose “cento” chiese di Lucca, infatti, la Grancontessa emiliana diede vita anche a vari ospizi fra cui quello di San Pellegrino in Alpe, allo scopo di garantire il ristoro dei viaggiatori lungo un percorso sempre più battuto. Non è difficile a tale proposito immaginare le varie tipologie del viandante medievale: pellegrini, chierici vaganti, contadini in cerca di nuova terra da sfruttare, mercanti, cavalieri a caccia di fortuna, malfattori, sbandati…
L’assistenza agli ospiti della struttura fu affidata a una comunità di “conversi”: uomini e donne convertitisi dal laicato alla vita religiosa affidandosi ad un capo spirituale e sostenendosi con il lavoro agricolo, la pastorizia, le questue. Alla primordiale chiesa costruita per custodire le reliquie di San Pellegrino nonché del suo discepolo Bianco – brigante dal primo convertito per poi votarsi anch’egli al romitaggio e proseguire l’opera del suo redentore – venne così aggregato un edificio adibito a ricovero, ad essa unito per mezzo di una grossa volta: il “voltone” sotto al quale transitava la strada per la “Lombardia” (nome medievale dell’Italia settentrionale), prima della costruzione della variante rappresentata dal suddetto tornantone finale.
Cominciarono allora a piovere sul pio “Hospitale” una serie infinita di lasciti e donazioni da parte di benefattori e devoti, al punto di farne un vero e proprio potentato quanto a proprietà possedute, talvolta situate in località anche parecchio distanti tanta era la fama acquisita dalla fondazione. Neppure papi e imperatori vollero a quel punto essere da meno, facendo a gara nell’attribuirle privilegi, benefici, immunità.
La consacrazione del prestigio dell’alpestre ospizio si ha nel XV secolo, allorché il rettore non bada a spese nel trasformare l’antica chiesa in santuario, commissionando al miglior scultore dell’epoca, il lucchese Matteo Civitali, l’elegante tempietto di marmo destinato ad accogliere le spoglie dei due santi eremiti. Di conseguenza cresce anche il fenomeno del pellegrinaggio devozionale nei loro confronti, con sempre più numerose schiere di fedeli che segnatamente nel periodo estivo salgono all’alpe per chiedere grazie.
Nella religiosità medievale perché queste potessero essere prese in considerazione occorreva che il richiedente portasse con sé, in segno penitenziale, una pietra: le cui dimensioni potevano sì variare a seconda dell’età e della forza della persona; ma sempre tenendo conto del fatto che più il sasso era grosso, maggiore sarebbe risultata l’efficacia della penitenza. Ora con l’ampliarsi della notorietà del santuario non pochi erano i pellegrini che, giungendo anche da terre lontane e dunque sottovalutando la durezza del percorso, lo affrontavano essendosi gravati di una pietra il cui peso si sarebbe rivelato eccessivo anche per il più ardente e volenteroso dei penitenti.
A quel punto la resistenza nell’ascesa al sacro monte rischiava di diventare anche una questione di pazienza: primo perché la salita non terminava mai; secondo perché più si andava avanti e più essa si faceva dura, terribile, maledetta. Solo la forza della fede e il timore del castigo (che sarebbe peraltro giunto neppure da parte di uno bensì di due santi) sospingevano allora il pio arrampicatore verso la meta: ma a prezzo di una fatica indicibile.
Si giunge così al 1738: anno in cui viene concordato il matrimonio fra Rinaldo d’Este, figlio del duca di Modena Francesco III, e Beatrice Cybo-Malaspina, erede del ducato di Massa. Allo scopo di assicurare allo staterello estense uno sbocco sul Tirreno Francesco commissiona al suo ingegnere di fiducia, l’abate Domenico Vandelli, l’apertura di una strada carrozzabile che unisca Modena a Massa ma evitando di transitare attraverso i confinanti territori dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e della Repubblica di Lucca.
A ciò si aggiunga la difficoltà di dover scavalcare sia la catena appenninica che il massiccio apuano forzatamente entro un determinato tratto, costringendosi così a superare il primo ostacolo ricalcando il tracciato della Bibulca e quindi valicando San Pellegrino, il secondo inventandosi il Passo della Tambura mediante un’estenuante serpentina con cui in 6 km ci si inerpica di ben 1100 m. Ultimata nel 1752, la Via Vandelli può così esaudire le aspettative del committente solamente a prezzo di un percorso estremamente tortuoso e dai paurosi dislivelli.
Ecco allora spiegato il motivo di quelle terrificanti pendenze finali che si trovano oggi a dover affrontare viaggiatori motorizzati quanto ciclisti. La strada è praticamente la stessa che ha visto transitare nel tempo gli umili utenti cui era destinata: i carriaggi dei legionari romani, gli armenti degli antichi pastori garfagnini, i muli dei viandanti medievali. Trasformata in rotabile dalla capricciosa ambizione del signore di un piccolo ducato, essa si è vista infine asfaltare in omaggio alla centralità dell’automobile sancita nel secolo scorso dal “miracolo economico” nazionale.

Bibliografia

P. Fantozzi, Storie e leggende della montagna lucchese, Firenze, Le Lettere, 2002.
A. Innocenti, San Pellegrino in Alpe, in http://www.alpiapuane.com.

Pubblicato in Uncategorized