Guai ai vinti: il martirio dell’Italia nella Seconda guerra mondiale

Gli ultimi due anni della Seconda guerra mondiale hanno inferto al nostro Paese ferite che, per efferatezza e disumanità, non hanno eguale nella sua storia precedente. Per una diabolica serie di fatalità che cercheremo di ricostruire, gli eventi fecero infatti dell’Italia, da nazione semplicemente vinta, la vittima per eccellenza del conflitto.

All’inizio del 1943, dopo i rovesci africani e la vittoriosa resistenza sovietica a Stalingrado, la guerra per l’Asse è ormai perduta: Churchill e Roosevelt, incontrandosi a Casablanca, decidono che i combattimenti potranno concludersi soltanto con la “resa incondizionata” del nemico.

È il presidente americano che, con un vero e proprio colpo di testa, impone al riottoso premier britannico tale miope soluzione (oltremodo punitiva, se non vendicativa: sicuramente aliena da qualsiasi sentimento di solidarietà umana): la quale, spingendo tanto la Germania quanto il Giappone a una disperata resistenza ad oltranza, finirà in pratica con il far pagare alle incolpevoli popolazioni quanto deciso sopra le loro teste dalle rispettive dittature.

Da tale sconsiderata premessa nasce la particolare tragicità dell’ultimo biennio del conflitto, e segnatamente della nostra sorte: nemmeno all’Italia – vale a dire al più debole dei componenti lo schieramento nemico – sarebbe stato infatti consentito di ritirarsi dalla guerra patteggiando un armistizio onorevole.

A differenza di quanto era stato concesso, ad esempio, alla Francia, crollata praticamente al primo assalto tedesco senza che trovassero nulla da ridire né l’alleata Inghilterra (la quale aveva anzi accolto sul proprio suolo il “governo di resistenza” impersonato da De Gaulle), né la nemica Germania, che aveva immediatamente accettato la resa imponendo delle condizioni in fondo assai meno severe di quelle paventate dagli stessi francesi (e fortemente auspicate da Mussolini). Basti pensare che alla flotta, non immediatamente requisita dal Reich, sarebbe stata in pratica lasciata la possibilità di autoaffondarsi.

A prolungare l’agonia di un Paese allo stremo, ormai privo di forze sia materiali che morali, intervenne poi un altro fattore: le differenti risposte strategiche che inglesi e americani intendevano dare alla richiesta sovietica di aprire un “secondo fronte” finalizzato a costringere i tedeschi a dividere le proprie forze.

Mentre infatti Churchill avrebbe preferito che lo smantellamento della fortezza hitleriana avvenisse attraverso la penisola balcanica, preoccupandosi anzitutto di intercettare e contenere la prevedibile avanzata sovietica nell’area danubiana, Roosevelt, interessato ad accelerare il più possibile la caduta della Germania onde poter riversare tutte le forze alleate nella guerra del Pacifico, insisteva perché il nuovo fronte venisse aperto ad occidente – segnatamente sulle coste della Francia settentrionale – in modo da porre nel mirino l’obiettivo tedesco da una distanza più ravvicinata.

A prevalere sarebbe stata – per la soddisfazione di Stalin – la tesi americana: in conseguenza di tale scelta e dei preparativi per la grande offensiva occidentale prevista per il 1944, le operazioni belliche riguardanti l’Italia avrebbero perso di importanza, procedendo di conseguenza con estrema lentezza e inefficienza.

A testimoniarlo stanno anche le modalità dello sbarco in Sicilia: deciso anch’esso alla conferenza di Casablanca, era stato in un primo tempo considerato come fine a sé stesso dai nostri nemici, i quali lo vedevano più come uno sblocco della situazione nel Mediterraneo che come un preliminare all’invasione del continente.

Ed erano soprattutto i vertici statunitensi a concepire l’occupazione della Trinacria in tali termini: una strategia che nasceva dal timore che l’estensione delle operazioni in Italia, immobilizzando forze preziose, avrebbe ritardato ulteriori iniziative nei confronti della Germania (le quali avrebbero poi avuto quale teatro la Normandia).

Sarebbe così stata soltanto la caduta del fascismo a far cambiare loro idea: e il fatto che il progetto di invasione della nostra penisola nascesse, in pratica, solo come un “surrogato” di quell’intervento nei Balcani auspicato dagli inglesi non contribuì certo a ridurne il carattere di improvvisazione.

Preludio dell’approssimazione con cui gli Alleati avrebbero condotto tutta quanta la campagna italiana, l’esito disastroso degli aviolanci che avevano accompagnato lo sbarco di Gela: molti dei 2800 paracadutisti americani vennero lasciati cadere quando ancora i fumi e gli scoppi dei bombardamenti preparatori non erano cessati del tutto; altri furono lanciati in mare; altri ancora dispersi in punti lontanissimi dall’obiettivo. Per non parlare degli aerei, che nel virare per tornare alle basi furono presi a cannonate dalla loro stessa flotta!

Ancor più incredibile quanto accaduto la notte di quello stesso 10 luglio ‘43, in occasione di un secondo lancio, allorquando i 144 apparecchi da trasporto impiegati vennero ripetutamente bersagliati non già dalle difese contraeree dell’Asse (del resto inesistenti), bensì dai cannoni della stessa marina americana nonché dai pezzi sbarcati dai loro commilitoni di terra: oltre metà di quei Dakota vennero così messi fuori combattimento.

Non meglio andò ai paracadutisti, decine dei quali furono mandati ad atterrare direttamente sui fichi d’india; mentre altri, fatti piovere direttamente sulle teste dei marines, solo per miracolo non vennero accolti da questi ultimi a sventagliate di mitra. I più sfortunati di loro, tuttavia, dovettero sostenere furibondi scontri con altri americani che, da lontano, li avevano presi per guastatori tedeschi.

Anche gli inglesi vollero adottare il sistema dell’attacco dal mare immediatamente preceduto dall’aviosbarco: ma con risultati non molto migliori. In occasione dell’operazione finalizzata alla conquista del ponte sul canale a sud di Siracusa, ad esempio, l’insufficiente addestramento dei piloti, il forte vento e la confusione che regnava nelle menti e nei piani degli strateghi fecero sì che la gran parte dei 47 alianti sganciati in pieno Mediterraneo capitassero a casaccio nei posti meno opportuni.

Accadde così anche in questo caso che, nel buio, paracadutisti ignari della zona in cui avevano appena preso terra puntassero impauriti le armi contro i commilitoni già in marcia: cosicché, se vi furono dei morti, questi furono dovuti più a fatalità e imperizia che non alle difese isolane.

In quegli stessi frangenti, dal canto loro, gli italiani scappavano già a gambe levate, lasciando l’isola alla mercé dei pochi – nonché indignati – difensori tedeschi e della filosofica rassegnazione della popolazione. Si abbandonava tutto in fretta e furia, al massimo attardandosi a mettere fuori uso quanto potesse risultare più utile al nemico.

Basti dire che quello stesso 10 luglio – quando cioè ancora non era stato sparato un solo colpo – il porto di Augusta veniva già sguarnito dai suoi difensori. Aveva voglia Mussolini a sognare una resistenza identica a quella attuata dai Russi a Stalingrado, tuonando che gli invasori dovevano essere “fermati sul bagnasciuga” e ributtati a mare!

Un confronto tutt’altro che epico, insomma, fra chi attaccava alla rinfusa e chi – teoricamente – avrebbe dovuto difendere sino all’ultimo sangue il suolo patrio. Uno spettacolo del tutto indegno: da una parte un’incredibile dimostrazione di disordine materiale; dall’altra una squallida manifestazione di disfacimento morale.

Quel che comunque è certo è che la conquista alleata della Sicilia non fu così pacifica e indolore come certa oleografia vorrebbe far credere: e cioè accolta dal giubilo della popolazione, dopo che Cosa nostra aveva provveduto a mobilitare i “picciotti” locali a favore degli invasori.

Nonostante i presidi di Pantelleria e Lampedusa si fossero arresi senza combattere (il primo, addirittura, senza neppure attendere che gli Alleati vi mettessero piede), infatti, nelle settimane precedenti lo sbarco pesanti bombardamenti angloamericani avevano preso di mira – oltre ai concentramenti di truppe dell’Asse sull’isola – le zone portuali, la fascia dello stretto di Messina e tutte le comunicazioni, i nodi stradali e ferroviari. E contro lo strapotere alleato nei cieli nulla avevano potuto gli sporadici voli dei nostri apparecchi: ormai inferiori, per velocità e tangenza, perfino ai pesanti quadrimotori americani.

Va inoltre sottolineato come l’intera strategia di conquista della Penisola messa in atto dagli angloamericani – ossia la sua risalita dal sud al nord, procedendo nel senso dei meridiani – lasciava alquanto a desiderare. Senza contare che la millenaria storia delle invasioni subite dal suolo italico stava inequivocabilmente a dimostrare come l’idea di risalire guerreggiando lo Stivale – tutto catene montuose, costoni e displuvi – fosse del tutto illogica, offrendo ai difensori ogni strumento utile a ritardare anche la più vigorosa delle avanzate. Una decisione ancor più assurda se rapportata alle esigenze di una guerra moderna, condotta con mezzi necessitanti della pianura per rendere al massimo delle loro possibilità; nonché all’imponenza degli oneri finanziari, i quali avrebbero suggerito uno sforzo sì violento: ma breve.

Com’è noto, gli alleati avrebbero poi tentato di razionalizzare a posteriori un simile piano d’attacco – per noi così nefasto – sostenendo che ai loro occhi lo scacchiere italiano rappresentava soltanto un fronte secondario, destinato ad immobilizzare a lungo quelle forze che i tedeschi avrebbero potuto impiegare ben più proficuamente altrove.

Ma un ufficiale britannico più impertinente degli altri sarebbe un giorno giunto senza imbarazzo ad asserire la provocatoria teoria della necessità, per i quadri degli eserciti alleati, poco esperti della guerra di posizione e di montagna, di farsi le ossa contro avversari deboli prima di acquisire la sicurezza necessaria a dare l’assalto allo spauracchio rappresentato dalla roccaforte alpina austro-bavarese!

L’altro fattore che segna in maniera fatale la sorte del nostro Paese va ricercato nell’inettitudine con cui il re Vittorio Emanuele III ed il suo nuovo primo ministro Badoglio affrontarono il delicatissimo periodo immediatamente susseguente il colpo di mano del 25 luglio che aveva portato alla defenestrazione di Mussolini. Lungi dal prendere immediatamente contatti diretti con gli angloamericani, infatti, i due responsabili supremi della politica nazionale si astennero persino dall’inviare loro chiari segnali di pace, preferendo mantenere un atteggiamento ambiguo, paralizzati com’erano dal terrore di ritorsioni naziste.

Donde le due sciagurate frasi badogliane contenute nel messaggio alla nazione, destinate a scavarci definitivamente la fossa: “la guerra continua” e “l’Italia mantiene fede alla parola data”. Un proclama tanto più insensato quando si consideri che, dopo la caduta del fascismo, lo sganciamento dell’alleato tedesco appariva inevitabile a tutti: soprattutto al popolo, che istintivamente aveva interpretato la destituzione del Duce come preludio alla fine del conflitto, abbandonandosi a manifestazioni di euforia collettiva in ogni dove. Le basi per farci diventare “a Dio spiacenti e a’ nemici sui” – come gli ignavi di Dante – erano così diabolicamente poste.

Mentre dunque a Roma il nuovo governo prendeva tempo – all’apparenza preoccupato soltanto di eliminare dalla scena le vestigia del defunto regime – i tedeschi passavano all’azione, facendo rapidamente affluire nella Penisola intere divisioni: Churchill non tardava così di sottolineare la doppiezza implicita nella posizione assunta dall’Italia. Parlando ai Comuni, il Premier promise senza giri di parole che sul nostro Paese si sarebbe abbattuta “una valanga di ferro e di fuoco: dal cielo, dal mare, da terra” qualora i suoi capi non si fossero decisi a chiarire una buona volta i propri intendimenti.

Se gli inglesi intendevano farci pagare in questa maniera la mancata ricusazione dell’alleanza con la Germania anche dopo gli auspicati eventi del 25 luglio, gli americani avrebbero invece voluto usare nei nostri confronti maggiore magnanimità: ma a prevalere in questo caso fu – per nostra somma disgrazia – la volontà di Churchill.

In un certo senso veniva in tal modo saldato un conto aperto direttamente il 10 giugno 1940. Per gli Alleati, l’ingresso in guerra dell’Italia al fianco tedesco (con il conseguente, enorme ampliamento del fronte: anche per via delle nostre colonie africane) aveva difatti rappresentato – specie in prospettiva – un enorme aggravio dello sforzo bellico.

Non era stato per niente un caso se Roosevelt (nel ‘40 ancora alla ricerca di una Pearl Harbor indispensabile a far digerire ad una riluttante opinione pubblica la partecipazione americana al conflitto; ma idealmente già schierato dalla parte delle potenze democratiche, come testimoniato dalle agevolazioni nelle forniture stipulate con la clausola del Cash and carry) le aveva tentate tutte pur di far recedere Mussolini dal suo proposito di gettare l’Italia nella fornace della guerra: lettere, missioni diplomatiche, pressioni per tramite del Vaticano.

Fu così che, paradossalmente, i più selvaggi bombardamenti a tappeto sulle nostre città vennero portati dagli Alleati proprio all’indomani della caduta del fascismo, e cioè nel mese di agosto del ‘43: su Milano, Torino, Genova, Roma, Bologna, Livorno, Benevento, Salerno, Cosenza, Catanzaro, Sulmona, Trento, Bolzano si avventarono – come promesso da Churchill – anche mille bombardieri alla volta.

Stranamente, però, nel cruciale periodo dal 25 luglio all’8 settembre non una sola bomba venne sganciata contro la nostra flotta, ancorata nella rada di La Spezia (che pure veniva visitata anche due volte al giorno dai ricognitori nemici) e Taranto: le navi italiane, fra le più belle ed efficienti del mondo – per quanto rese più vulnerabili dalla mancanza della protezione dei radar, malamente surrogati con gli aerofoni – facevano infatti gola a tutti.

Più lungimirante rispetto ai politici si rivelò non a caso in questa fase un militare, Eisenhower: il quale propose saggiamente al nuovo governo italiano un’onorevole via d’uscita nel momento in cui questo, preso fra la minaccia di feroci rappresaglie tedesche e l’invasione dal mare, stava studiando il modo di sfuggire alla prima per arrendersi alla seconda.

La facile e dignitosa exit strategy lanciata dal comandante supremo delle forze alleate – e destinata purtroppo anch’essa a non venir recepita – prevedeva infatti una vera e propria “alleanza bianca” (per usare la definizione dello stesso generale americano) in cambio dell’uso immediato degli aeroporti italiani, nonché di tutte le basi strategicamente importanti. Questo mentre Roosevelt e Churchill rimanevano ancorati all’insensata formula della resa senza condizioni.

Si arriva così alla pagina più nera di tutta quanta la storia patria, quella dell’8 settembre: il giorno dell’annuncio di un armistizio assai mal concepito, punitivo ed umiliante, dai nostri capi deciso oltre ogni tempo massimo (in pratica con almeno un anno di ritardo), che non avrebbe potuto essere chiesto in un momento più infelice e concluso in maniera più deleteria.

Il governo italiano invocò infatti la tregua proprio quando i tedeschi erano divenuti più che mai sospettosi per il subitaneo crollo della Sicilia, cui aveva fatto seguito la caduta dello stesso fascismo. E lo fece nella maniera più subdola, più assurdamente coperta dal segreto, tenendo all’oscuro tutti: anche quei militari e generali che avrebbero dovuto tempestivamente essere informati per poter fronteggiare con un minimo di preparazione la nuova, difficile situazione.

Sull’armistizio italiano grava poi un vizio di fondo insormontabile: la richiesta di pace non fu infatti la conseguenza immediata di una vera e propria catastrofe militare (come sarebbe stata, per intenderci, quella della Germania dopo gli ultimi ventitré giorni del governo Dönitz). La nazione si dichiarò vinta quando ancora le sue forze armate, pur gravemente menomate nella loro efficienza (e senza speranza di un sensibile potenziamento) costituivano pur sempre – specie la marina e l’esercito – un notevole strumento di forza, ancora in grado di fare sentire il proprio peso in caso di prosecuzione della lotta contro gli angloamericani.

A tutto questo si aggiungano le modalità dell’accordo di Cassibile del 3 settembre: da una parte un generale – Castellano – che non capiva un’acca di inglese (per giunta senza l’interprete: ovviamente fornito dalla controparte), incredibilmente vestito ed azzimato come dovesse recarsi a una festa, mandato lì da un governo che non sapeva ancora bene cosa fare; dall’altra dei vincitori baldanzosi ma miopi, più alla ricerca della meschina vendetta sul debole che non della soluzione più onorevole per tutti.

Le clausole dell’armistizio vergato sotto la fatidica tenda non avrebbero così potuto essere più umilianti: gli italiani dovevano riconoscere di essere stati sconfitti in maniera “totale” (proprio tale aggettivo era contemplato nel testo armistiziale), ritirando quelle forze armate che si trovassero fuori dai confini nazionali al momento e nei modi stabiliti dagli angloamericani, lasciando altresì che questi ultimi occupassero quelle zone della Penisola che avrebbero ritenuto più opportune. Essi dovevano inoltre tenersi pronti, ad un cenno alleato, a smobilitare e disarmare unità e corpi, mentre la flotta militare avrebbe dovuto dirigersi in un determinato porto a discrezione del comandante nemico.

Tutte le installazioni aeroportuali come i sistemi di trasporto, i mezzi rotabili, il naviglio mercantile avrebbero dovuto essere lasciati a disposizione degli Alleati, in una con il rimanente materiale bellico. Al tempo stesso sarebbe toccato agli italiani di denunciare il patto con la Germania e di provvedere all’internamento delle forze tedesche presenti sul loro suolo. Inoltre, ogni organizzazione fascista sarebbe dovuta sparire – al pari di ogni legge contraria agli interessi angloamericani – mentre tutti i prigionieri di guerra avrebbero dovuto essere immediatamente rilasciati e consegnati in mano alleata.

Ma gli spregi non sarebbero finiti neppure qui. Il governo italiano – sempre allo scopo di prendere tempo rispetto alla temuta reazione tedesca – aveva difatti chiesto al comando nemico di dilazionare di quindici giorni l’annuncio dell’armistizio: ma nemmeno in questo sarebbe stato accontentato, in conseguenza dell’atteggiamento tenuto dinanzi alle richieste alleate.

A seguito dell’accordo siracusano, il 7 settembre erano difatti giunti clandestinamente a Roma il generale Taylor e il colonnello Gardiner, allo scopo di coordinare con i nostri comandi le prime azioni militari congiunte. Agli ordini del primo era l’82ª divisione aerotrasportata, che nelle intenzioni alleate avrebbe dovuto essere lanciata nei pressi di Roma: il comandante americano chiese perciò, per la sicurezza dell’aviosbarco, alcune garanzie militari, che il governo italiano non ritenne tuttavia di dover concedere, rinunciando così sciaguratamente a un’operazione che avrebbe potuto dare ben altro corso a tutti gli eventi successivi.

Il che indusse il giorno successivo il comando angloamericano a troncare ogni indugio, mettendo il riottoso governo di Roma dinanzi al fatto compiuto: fu così che, lasciando cadere la richiesta di proroga badogliana, alle 18.30 da Radio Algeri veniva unilateralmente annunciata – per voce di Eisenhower – la conclusione dell’armistizio con l’Italia. Né i vertici militari, né i governi alleati mostrarono in tal modo di preoccuparsi delle dure prove alle quali l’immancabile reazione tedesca avrebbe esposto il nostro Paese.

Poco più di un’ora più tardi, radiotrasmesso dall’EIAR, giungeva nelle case degli italiani il proclama del maresciallo Badoglio: “Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo le forze alleate angloamericane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

Nonostante la formula sibillina scelta, era sin troppo evidente che tali “eventuali attacchi” non sarebbero potuti venire se non dai tedeschi: ma se per caso questi non avessero propriamente “attaccato”, ricorrendo piuttosto ad una serie di accorgimenti con i quali immobilizzare, disarmare, catturare i nostri reparti, da parte italiana cosa si sarebbe fatto? Dalle improvvide direttive governative, buio completo.

Così – in maniera oltremodo grottesca – avvenne che il mondo, il governo e i comandi militari italiani, i soldati al pari dei civili, i ministri come le massaie, ebbero notizia dell’armistizio tutti nello stesso momento; e tutti quanti – dal re all’ultimo dei disgraziati – all’unisono cominciarono a pensare semplicemente al modo migliore di risolvere la propria personale situazione. Quell’armistizio tanto desiderato dagli italiani – e giunto inaspettato – avrebbe alla fine paradossalmente portato non la pace, bensì nuova guerra, con sofferenze e sacrifici ancor più tragici dei precedenti.

Fra l’8 e il 10 settembre, così, un intero esercito, colto di sorpresa e paralizzato da un’inaudita crisi morale, dalla latitanza dei capi, dall’assenza di ordini, si sfasciò. E il destino dell’intera nazione rispecchiò quello delle sue forze armate: mentre la famiglia reale e i membri del governo abbandonavano in tutta fretta Roma, imbarcandosi già il 9 settembre a Ortona in direzione di Brindisi, ciascun italiano – militare come civile – dové arrangiarsi da sé, soprattutto dovendo decidere su due piedi da quale parte stessero la giustizia, l’onore, la fedeltà (ammesso che stessero ancora da qualche parte).

E se dai nuovi alleati non una mano si levò in loro favore, peggio ancora andò con gli irriducibili tedeschi; per i quali, del resto, che fosse abbandono o messa fuori combattimento non faceva differenza: sempre di tradimento si trattava. Divenuto più che mai malfidato da quando aveva avuto sentore del voltafaccia italiano, il comando germanico aveva da tempo studiato e approntato un piano volto a mettere in ginocchio l’Italia qualora questa avesse concluso una pace separata (peraltro espressamente vietata dal Patto d’acciaio del 22 maggio 1939), i cui obiettivi primari erano: il contenimento dell’avanzata nemica, impossessandosi delle posizioni-chiave della penisola; la distruzione dell’esercito ex alleato (confiscandone la flotta), con l’avvio delle truppe prigioniere ai campi di concentramento al di là delle Alpi; la liberazione di Mussolini; l’occupazione di Roma, allo scopo di instaurarvi un nuovo governo fascista. Sin dal 6 settembre, così, ingenti forze tedesche stringevano d’ogni parte la capitale.

E sarà proprio questo l’ultimo, decisivo fattore che determinerà la catastrofe italiana: la disperata ostinazione teutonica a resistere, nella consapevolezza che lasciare l’Italia al nemico avrebbe significato la fine, approntando perciò volta volta funzionali linee difensive in grado di bloccare la risalita alleata per mesi.

Favoriti in ciò dalla particolare conformazione della nostra penisola, e guidati da un eccezionale stratega militare quale Albert Kesserling (il quale aveva promesso a Hitler di resistere sulla Linea gotica fino alla primavera del ‘46, in attesa che dagli scienziati del Reich venissero finalmente approntate quelle fantomatiche “armi segrete” in grado di ribaltare la situazione), i tedeschi sapranno infatti sfruttare al meglio la conformazione dello Stivale come le incertezze nemiche: tanto da trasformare la campagna d’Italia – a fronte della loro disfatta globale – in una vera e propria vittoria difensiva.

Queste le premesse dell’italico martirio che ci apprestiamo ad illustrare, con particolare riferimento ai danni subiti dal patrimonio storico-artistico del Belpaese. Un argomento ancora piuttosto inesplorato: a differenza delle innumerevoli stragi compiute dai nazisti, per le quali si ha abbondante notizia, così come riguardo ai massacri provocati dai bombardamenti alleati.

Partendo dalle responsabilità dei tedeschi, diremo che essi, una volta costretti alla ritirata, passarono alla sistematica distruzione di tutto quanto potesse risultare utile al nemico, evitando qualsiasi discriminazione fra opere d’arte, fabbricati, strade, ponti, ferrovie ecc. È  per questo che molti di quei gesti – compiuti in fretta e furia, poco prima di fuggire: proprio come l’imbarazzata eliminazione dei forni crematori nei campi di sterminio – potranno oggi apparirci come del tutto gratuiti ed inconsulti.

La loro “logica” ultima andrà allora ricercata, più che nelle esigenze di una particolare strategia bellica, nell’odio e nel disprezzo accumulati nei confronti di un popolo bollato come traditore (oltre che inferiore, nella loro concezione razziale); nonché nella frustrazione e nella rabbia derivanti dalla consapevolezza che la lunga, estenuante guerra era ormai perduta, e che il tanto venerato “Führer” – capo carismatico cui obbedire sempre e comunque – si era alla prova dei fatti rivelato nient’altro che un fanatico visionario. Impietosa convinzione cui ogni soldato – nonché ogni cittadino – del Reich era ormai da tempo giunto: ma che l’inflessibile senso dell’onore prussiano impediva di ammettere pubblicamente.

I colpi più duri alla nostra storia furono tuttavia inferti dagli alleati, con bombardamenti che solo ad una analisi superficiale possono apparire scriteriati – quando non assurdi – ma che in realtà rispondevano a una logica terroristica che non avrebbe potuto essere più spregiudicata, finalizzata com’era a provocare la ribellione delle popolazioni in tal modo martirizzate nei confronti dei capi che le avevano cacciate in guerra.

Gli attacchi aerei sull’Italia si erano intensificati sin dall’autunno del ‘42, concentrandosi inizialmente sui principali centri industriali del Nord – Genova, Torino, Milano, Savona – per poi estendersi a tutte quante le nostre città. Il salto di qualità si ebbe tuttavia nel ‘43, allorché – in ossequio alla nuova situazione bellica – i bombardamenti sistematici sul nostro Paese divennero una costante della strategia alleata (a segnare l’inizio della fase più cruenta furono segnatamente quelli del febbraio, che misero in ginocchio in particolare Milano e Napoli).

Generalmente diurni, essi venivano attuati per mezzo di centinaia di possenti quadrimotori che, nel volgere di pochi minuti, seminavano terrore e morte con attacchi a tappeto, la cui costante era purtroppo – anche in questo caso – l’assoluta mancanza di discriminazione nella scelta degli obiettivi. Tra questi bombardieri pesanti si distinsero soprattutto i Boeing B-17 Flying Fortress: le famigerate “fortezze volanti”.

Scopo primario delle loro incursioni era – come accennato – quello terroristico: al bombardamento seguiva perciò il mitragliamento della popolazione civile. Quando il sinistro ululato delle sirene allarmava la cittadinanza, ci si precipitava in massa verso i rifugi antiaerei più vicini, accelerando il passo anche per trovarvi posto; ma nel malaugurato caso che alzando gli occhi al cielo si vedessero già incombere sopra la propria testa i bombardieri, allora non rimaneva che acquattarsi sotto al tavolo più massiccio, magari dopo averlo addossato alla parete più solida della casa, e pregare. Momenti terribili, destinati a rimanere impressi per sempre nell’animo dei sopravvissuti, generando una vera e propria psicosi nei confronti di qualsiasi rumore di aereo.

Raramente le fortezze volanti agivano di notte: nel qual caso venivano precedute da una staffetta, che arrivava a sganciare anche centinaia di bengala onde illuminare a giorno la zona (ovvero la città) sottostante, rigorosamente al buio per il coprifuoco. A dettare il terrorismo notturno degli italiani furono tuttavia soprattutto le incursioni solitarie – anche queste altrettanto indiscriminate – dei “Pippo”.

Con questo nome, all’apparenza così bonario e familiare, l’immaginario collettivo designò quegli aerei da caccia che, a differenza dei grandi bombardieri che colpivano da alta quota, per evitare la contraerea arrivavano in volo radente, sganciando bombe o mitragliando, ma sempre con il favore delle tenebre (il che era reso possibile dall’installazione su di essi dei primi radar: strumento che compì proprio in tale frangente una notevole sperimentazione).

Alla complessa operazione che comportava tale tipo di incursioni, il comando alleato diede il nome di Night Intruder (“intruso notturno”), affidandola ai piloti della RAF inglese. Gli aerei decollavano dalle basi di Falconara Marittima e Foggia (ossia dallo stesso suolo italiano: ma della parte soggetta al re), in formazione di cinque velivoli per ogni missione che poi si dividevano per raggiungere le zone e gli obiettivi rispettivamente assegnati (ai cacciabombardieri impiegati inizialmente, i bimotori Beaufighter, si sarebbero in seguito aggiunti i più moderni Mosquito).

I raid dei “Pippo” sull’Italia settentrionale avrebbero in pratica scandito la breve esistenza della Repubblica di Salò: e quelle continue azioni di disturbo stavano appunto impietosamente a dimostrare l’impossibilità, da parte di quella RSI agli italiani imposta a mo’ di paravento dalla strategia hitleriana e da Mussolini straccamente accettata, di garantire la sicurezza del territorio.

Colpendo nel cuore della notte, tali apparecchi si imposero al sentire popolare come una presenza misteriosa e incombente, costituendo un’efficace arma psicologica soprattutto nei confronti delle popolazioni rurali: quindi ad integrazione delle campali azioni di bombardamento strategico attuate sui grandi agglomerati urbani. La minaccia rappresentata dalle imprevedibili quanto casuali apparizioni dei “Pippo”, infatti, faceva venir meno ogni certezza anche in chi, abitando in borghi piccoli e decentrati, si sarebbe altrimenti sentito al sicuro dagli attacchi più massicci.

Risultato di tutto questo: nella più spietata delle leggi del contrappasso, proprio le nazioni anglosassoni, i cui popoli più di qualunque altro avevano da sempre amato e adottato l’Italia, celebrandone il paesaggio e i monumenti, si sarebbero resi artefici delle distruzioni più barbare e apocalittiche della storia civile.

Premettiamo che il drammatico florilegio che andiamo a presentare al lettore non nutre la pretesa di costituire un elenco esaustivo – del resto impossibile da stilare – dei danni subiti nel corso del conflitto dal patrimonio artistico nazionale; esso intende piuttosto riportare alla memoria alcuni degli episodi più tristi e dolorosi – che potranno apparire a seconda marginali, curiosi, incredibili, criminali – nell’ambito di quella che fu la scellerata devastazione di quanto di più bello e di più caro possedevano le nostre contrade.

Partiamo dunque dalla Sicilia, la prima a subire la tattica terroristica attuata dai nostri nemici. L’approssimarsi dell’invasione decisa a Casablanca divenne un crescendo di morte e distruzione: il 9 maggio ‘43 ben 500 fortezze volanti devastarono diversi quartieri del centro storico di Palermo a ridosso della cattedrale (alcuni dei quali, peraltro, mai più ricostruiti); il 9 luglio toccò a Caltanissetta. Si era alla vigilia dello sbarco; il massacro venne così incredibilmente accompagnato dal lancio di volantini dagli stessi bombardieri dell’Air Force statunitense: “Siciliani, l’ora della liberazione è vicina…”.

Particolarmente straziante il destino di Messina, distrutta in 34 secondi dall’apocalittico terremoto del 1908 e nuovamente cancellata dai bombardamenti angloamericani, che si susseguirono ininterrottamente dal gennaio all’agosto del ‘43. Otto mesi di inferno, fuoco e macerie, che fecero almeno settemila morti: con la galleria Santa Marta assurta a vergognoso prototipo dell’eccidio di massa, a suo modo assimilabile ai successivi orrori di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

Alla città venne fatta pagare in maniera così drastica, in pratica, la sua semplice posizione, strategicamente gravitante sullo Stretto. Dal nostro punto di vista, ad avere la peggio fu soprattutto la sua cattedrale normanna, la cui vicenda – particolarmente sfortunata, visto che i suoi nove secoli di storia evidenziano un rosario impressionante di sismi ed incendi – potrebbe persino indurre a riflessioni filosofiche circa la differenza tra le conseguenze accidentali provocate da una catastrofe naturale e quelle, ben più letali, consapevolmente indotte dalla mano dell’uomo.

Neppure la basilica dedicata alla Madonna della Lettera era stata infatti risparmiata dalla catastrofe del 1908; ma una paziente quanto magistrale opera di ricostruzione condotta lungo gli anni Venti aveva portato al recupero di quasi tutte le sue opere d’arte. Tanto che, al termine del restauro, i Messinesi avevano potuto nuovamente ammirare il loro maggiore tempio in quelle che erano state le sue linee originali e con tutti i suoi gioielli al loro posto: i mosaici, le decorazioni del soffitto, gli splendidi portali, il rivestimento marmoreo della facciata, l’imponente complesso rinascimentale dell’Apostolato (dovuto al Montorsoli, allievo di Michelangelo), gli arredi barocchi.

Ma la notte del 13 giugno ‘43, due bombe incendiarie sganciate dagli aerei alleati scatenarono l’inferno dentro al duomo peloritano, riducendolo ad un immenso rogo dal quale si sarebbero salvate solo le mura perimetrali: con il risultato che quanto con tanta cura era stato restituito al suo antico splendore, venne repentinamente e definitivamente ridotto in cenere.

Il 19 luglio toccò a Roma, colpita nel momento in cui gli ottimistici (quando non addirittura euforici) bollettini dell’Asse susseguenti la perdita della Sicilia sembravano solo voler sfidare il buon senso della gente. Fa un certo effetto, oggi, rileggere i roboanti proclami con cui la stampa di regime cercò di minimizzare quanto accaduto sull’isola: “non passeranno”, “difesa incrollabile”, “ardimento fascista e fermezza romana impediranno ai nemici di avanzare”, “valore indomito”, “volontà granitica”, “strenua difesa” ecc.

Ma ci avrebbero pensato i bombardieri yankee a riportare tutti quanti drammaticamente alla realtà: una realtà impietosamente fatta di morti, devastazioni, improvvisazioni dei servizi di protezione antiaerea. Non c’era stato infatti alcun segnale di allarme: all’unisono erano arrivate, in formazione regolare, argentee nel sole mattutino, centinaia di fortezze volanti, senza che un solo velivolo italiano si levasse a intercettarle.

Era la fine di un mito; perché sino ad allora la capitale era stata risparmiata dalle incursioni alleate: tanto che i romani si erano illusi che la presenza del papa rappresentasse per loro la migliore contraerea possibile. Dovettero tuttavia ricredersi: e proprio la mattina dell’anniversario dell’incendio della città del 64 d.C. (quello, per intendersi, dalla tradizione attribuito a Nerone).

Mussolini quel giorno era assente, trovandosi a Feltre per l’ultimo incontro con Hitler da capo del governo italiano: quante volte egli aveva fatto suonare l’allarme e fatto sparare le batterie antiaeree attorno alla capitale senza motivo, solo per fare un dispetto ai romani (che sarcasticamente bollava come i “provvisori abitanti della Città Eterna”), da lui mal giudicati in quanto sfaticati, brontoloni, buoni solo a tirare a campare.

L’obiettivo individuato dagli americani non avrebbe potuto rispondere meglio ai loro propositi terroristici: il popolare quartiere di San Lorenzo, ove risiedeva gran parte della popolazione operaia di Roma. Tremila le vittime; case crollate, binari divelti, vetture tramviarie in fiamme, la basilica quasi distrutta.

Più avanti, uno spettacolo terrificante: il risorgimentale cimitero del Verano (edificato ai primi dell’Ottocento su disegno del Valadier, in ossequio all’editto napoleonico di Saint-Cloud: il quale sanciva che le sepolture dovessero essere confinate all’esterno delle mura cittadine) letteralmente sbriciolato dalle bombe dei “liberatori”. Ossa, teschi, bare fuorusciti ovunque dalle tombe e dalle fosse.

Scene dantesche: con i vivi che tutt’intorno venivano sepolti dalle macerie delle loro case, e i morti che qui saltavano fuori con gli scheletri dagli avelli, come a voler rendersi conto di quanto stava accadendo, impossibilitati a trovare pace anche nel freddo delle loro dimore definitive. A nulla era dunque valso l’appello di Pio XII affinché la Città Santa venisse risparmiata dai bombardamenti (il disastro che si abbatté su San Lorenzo non avrebbe peraltro risparmiato neppure la tomba dei genitori dello stesso Pacelli).

Il periodo a ridosso dell’armistizio dell’8 settembre risultò invece particolarmente doloroso per la Campania; un destino mai così cinico e beffardo volle infatti che (oltre a mietere migliaia di vittime) venissero colpiti quelli che – ciascuno nel loro genere – possono essere considerati come i tre monumenti-simbolo della regione stessa: la chiesa napoletana più famosa, gli scavi archeologici più suggestivi del mondo, nonché la “Versailles italiana”.

Si inizia, il 4 agosto, con il più terribile fra i bombardamenti subiti dai napoletani, sottoposti per un’ora e un quarto ad un vero e proprio inferno di fuoco e piombo. Quattrocento apparecchi della Mediterranean Bomber Command sganciano sul capoluogo campano centinaia di bombe incendiarie, per poi calare a bassa quota onde mitragliare la popolazione in fuga.

Nell’accanimento senza pari che si abbatte sul centro storico, a pagare il dazio maggiore è sicuramente il complesso del monastero di Santa Chiara, la cui chiesa – storico tempio della regalità e della nobiltà partenopee – viene completamente rasa al suolo in un rogo che si protrae addirittura per tre giorni (il rudimentale sistema antincendio che avrebbe dovuto tutelare l’edificio favorì invece paradossalmente il propagarsi delle fiamme); a salvarsi è invece – miracolosamente – il mirabile chiostro maiolicato delle Clarisse.

Nel corso della medesima incursione, una bomba sfonda il tetto della chiesa del Gesù Nuovo, situata di fronte al cenobio francescano: caduta ai piedi dell’altare di Sant’Ignazio, essa rimbalza via per fermarsi dinanzi alla tomba di S. Giuseppe Moscati, aperta ma inesplosa (l’ordigno è conservato ancor oggi nella sala del santuario gesuita consacrata al medico beneventano assurto agli onori degli altari).

Gli alleati, dunque, non si peritarono di colpire a morte un luogo sacro (peraltro ben riconoscibile dall’alto in quella limpida giornata estiva), facendo in pratica le prove generali di quanto avrebbero combinato l’anno successivo a Montecassino; ma stavolta senza poter neppure addurre le pur labili giustificazioni accampate – come vedremo –  in occasione dell’assalto alla storica abbazia ciociara. Uno scempio del tutto gratuito ed efferato, e che verrà immortalato due anni più tardi nella struggente canzone Munasterio ‘e Santa Chiara.

Nella notte del 24 agosto, bombardieri americani soffermano la loro attenzione sull’area degli scavi di Pompei: il raid interessa segnatamente Porta Marina, danneggiando gravemente l’Antiquarium. Tracce di quell’attacco sono ancora visibili all’interno del parco archeologico: in particolare nel giardino della Casa del Fauno permangono frammenti delle bombe lanciate contro l’arte, la storia, la civiltà. “Pompei percossa un’altra volta”, titolò il “Giornale d’Italia” sottolineando la tragica coincidenza con la data del 24 agosto del 79 d.C., allorché era stato il Vesuvio a seppellire sotto una coltre di cenere e lapilli la ridente città posta alle sue falde.

A fare le spese della sciagurata parentesi intercorsa fra l’armistizio “corto” di Cassibile del 3 settembre, quello “lungo” di Malta del 29 e la dichiarazione di guerra italiana alla Germania del 13 ottobre è invece la Reggia di Caserta, bombardata il 24 settembre dagli alleati i quali erroneamente la credettero occupata dai tedeschi (va precisato che a partire dal ‘26 essa aveva ospitato l’Accademia dell’Aeronautica militare italiana): una bomba ne polverizza la cappella palatina, fotocopia di quella esistente a Versailles. E a completare l’opera, gli stessi angloamericani, una volta conquistato il territorio, occuperanno il sontuoso palazzo borbonico per trasformarlo in un bivacco militare.

Pure Avellino venne beffardamente rasa al suolo dopo la proclamazione dell’armistizio, con due capillari assalti che ebbero luogo il 14 e il 17 settembre. Nel tentativo di bloccare la ritirata delle truppe naziste nei pressi dello strategico ponte della Ferriera, le fortezze volanti bombardarono accanitamente tutto quanto il centro storico (ossia la vecchia città longobarda, compresa fra il duomo e il castello: polverizzati, in particolare, piazza del Mercato e il palazzo vescovile).

Terrificante il bilancio di perdite umane: tremila civili innocenti (in pratica un avellinese su otto), mentre le vittime fra i tedeschi – cui evidentemente erano rivolte quelle incursioni – si contarono beffardamente sulle dita delle mani. Volendo tentare una spiegazione a tanta assurdità che non sia quella del sadico accanimento, diremo che per gli americani non faceva differenza ridurre a cumuli di macerie le città conquistate pur di entrarvi nella massima sicurezza; e la stessa sorte del capoluogo subì la gran parte dei paesi dell’Irpinia, teatro dell’arroccamento germanico dopo lo sbarco di Salerno.

Il 30 settembre segna la conclusione vittoriosa delle “Quattro giornate di Napoli”: l’insurrezione con cui la cittadinanza riesce a cacciare i tedeschi – i quali, intenti a mettere in atto i piani stabiliti in caso di “tradimento” italiano, non hanno trovato di meglio che mettere a ferro e fuoco la città ed infierire selvaggiamente sulla popolazione – con le proprie forze, prima dell’arrivo degli Alleati.

Nel pomeriggio, una volta sloggiati i tedeschi, fa la sua apparizione al liceo Sannazzaro – quartier generale della rivolta – un colonnello dell’esercito regolare italiano: lo invia il ministro Piccardi con l’incarico di assumere il comando della zona. La premura governativa è comprensibile: si intende imbrigliare lo spontaneo movimento insurrezionale per impedirgli di degenerare, visto che la sommossa va assumendo tinte sempre più antimonarchiche.

Ma mentre il rappresentante badogliano è alle prese con i capi dell’insurrezione, i nazisti hanno tutto il tempo per sfogare la propria rabbia perpetrando con fredda determinazione un vero e proprio delitto contro la civiltà. In una villa di San Paolo Belsito – nel Nolano – essi danno alle fiamme tutta la parte più preziosa del grande archivio di Stato napoletano, colà trasferita onde sottrarla ai diuturni bombardamenti alleati: un immenso patrimonio storico-culturale (sessantamila fra pergamene, volumi, documenti; del periodo angioino, aragonese, dei Viceré) cosparso di benzina e incenerito in poche ore.

Estremamente problematico trovare una giustificazione a tanto accanimento vandalico: l’unica cosa certa è che, una volta avvertiti dell’inestimabile valore di quelle carte (riguardanti peraltro non solo la civiltà partenopea, ma anche quella di molte fra le principali città europee), gli ufficiali tedeschi – fra i quali pure non mancavano professori e intellettuali – non fecero niente per impedirlo.

Il 1944 è notoriamente, per l’Italia, l’anno più duro di tutta la guerra: quello dei bombardamenti apocalittici, della fame, dell’avvilimento, dei rastrellamenti, degli eccidi. A porne i presupposti, lo sbarco alleato a Salerno del 9 settembre ‘43, il quale costringe i tedeschi ad arretrare progressivamente sino ad attestarsi, nel febbraio successivo, lungo la Linea Gustav (il “fronte invernale”), che taglia la Penisola dal Tirreno all’Adriatico estendendosi dalla foce del Garigliano a quella del Sangro, passando per Cassino. Dalla determinazione alleata a sfondare tale bastione nasce la “battaglia di Montecassino”: in realtà una serie di quattro attacchi sferrati fra il gennaio e il maggio lungo la valle del Liri.

La decisione di bombardare il monastero fondato nel 529 da San Benedetto matura nel corso del secondo di tali combattimenti, allorché ci si convince che i tedeschi abbiano trasformato il complesso in un caposaldo, concentrandovi contingenti di truppe. Oggi dobbiamo al contrario riconoscere al responsabile germanico della campagna d’Italia, Kesserling, di avere deliberatamente tenuto fuori dallo scacchiere bellico lo storico monumento del cattolicesimo, premurandosi anzi di porre una guarnigione a sua difesa: oltre ai religiosi, in quei giorni esso dava ospitalità soltanto ai civili che vi si erano rifugiati.

Il 15 febbraio, così, Montecassino viene rasa al suolo dall’aviazione americana con un terribile bombardamento, cui fa seguito un altrettanto intenso cannoneggiamento che si protrae anche nei giorni successivi. Se davvero di equivoco si trattò, ciò non alleggerisce granché la posizione del comando alleato, il quale non si fece scrupoli di distruggere in quattro e quattr’otto il simbolo stesso del monachesimo occidentale, e con esso un patrimonio di manoscritti e opere d’arte unico al mondo. Un tragico errore di tattica militare: ma soprattutto una immensa vergogna dal punto di vista morale.

Sotto quest’ultimo aspetto, non si può certo passare sotto silenzio anche quanto compiuto nei mesi successivi dai goumiers: brutali reparti marocchini ed algerini scatenati dal comando francese in una gigantesca quanto efferata vendetta antitaliana (questa l’ipotesi più plausibile), che avrebbe seminato a lungo il terrore – segnatamente fra Ciociaria e Campania – facendo terra bruciata di interi villaggi e mietendo migliaia di vittime fra le donne violentate e infettate e gli uomini sodomizzati e impalati. Gratuite rappresaglie sulla popolazione inerme; crimini di guerra sicuramente assimilabili a quelli commessi – per quanto in maniera più eclatante – dai nazifascisti.

Sbarcati fra Anzio e Nettuno già il 22 gennaio allo scopo di prendere alle spalle i nemici arroccati a Cassino, gli alleati – ufficialmente in quanto in attesa di rinforzi – rimangono fermi sul litorale laziale per parecchi mesi, conquistando Roma solamente il 4 giugno ‘44. I tedeschi, dal canto loro, hanno da tempo stabilito di erigere quale loro ultimo baluardo la “linea Gotica”, attestandola, nel luglio, a sud di Firenze.

Perse le varie “battaglie dell’Arno” e abbandonato il capoluogo toscano il 4 agosto, l’ultimo fronte difensivo del Reich hitleriano viene posizionato lungo la dorsale appenninica, dalla costa apuana a Rimini, al duplice scopo di accorciare le distanze (più semplice fortificare quei trecento chilometri che non gli oltre mille delle creste alpine) e di presidiare la pianura padana, con le sue preziose risorse industriali: inevitabile che una simile strategia faccia finire nell’occhio del ciclone proprio la Toscana.

Prato, centro industriale nonché snodo ferroviario e stradale di primaria importanza nei collegamenti con il Nord, viene ripetutamente bombardata dagli Alleati a partire dal settembre del ‘43. Nel mirino delle fortezze volanti finisce soprattutto la zona della stazione, con gravi danneggiamenti ad infrastrutture, abitazioni e fabbriche. Dal punto di vista artistico, l’incursione più deleteria risulta quella del 7 marzo ‘44, allorché viene colpita la casa natale di Filippino Lippi, con la distruzione del Tabernacolo di Santa Margherita sul canto del Mercatale con il quale il pittore ne aveva ornato la facciata.

Nel corso del conflitto Livorno ed il suo porto subirono ben 91 bombardamenti. Il primo, e più rovinoso, fu quello del 28 maggio ‘43, che distrusse tutto il centro storico mediceo causando oltre tremila morti. La città di colui che aveva consegnato materialmente la dichiarazione di guerra nelle mani degli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna, Galeazzo Ciano, sarebbe stata alla fine della guerra letteralmente polverizzata.

Non meglio andò alla confinante provincia di Pisa, anch’essa martoriata nel periodo in esame. Nel ricostruirne il calvario, vogliamo tuttavia partire dall’unico caso fortunato, illustrando la singolare vicenda di un vetusto monumento che, miracolosamente, si salvò.

Si tratta della celebre Porta all’Arco: mirabile esempio di architettura etrusca, perla della cinta muraria di Volterra. Il 30 giugno ‘44 i tedeschi, ormai pressati dagli Alleati, minacciano di far saltare con la dinamite l’imponente arco tufaceo, allo scopo di impedire l’accesso in città ai mezzi corazzati nemici.

Quando la loro ritirata sulla Linea Gotica è ormai imminente, dunque, i nazisti non si peritano di abbattere un’opera che sta lì da 2700 anni pur di creare un qualche intralcio ai sopravvenienti angloamericani: un proposito talmente delittuoso – e a quel punto del tutto inutile – da assumere le sembianze dello spregio più gratuito.

Su pressione della popolazione, tuttavia, il comando tedesco si rende disponibile ad abbandonare il barbaro intendimento: ma a patto che la porta venga ostruita – non importa in quale maniera – entro le 18 dello stesso giorno. Avviene così che un folto gruppo di volenterosi volterrani, nel sibilare delle bombe angloamericane, prende a disselciare il lastricato della salita dell’Arco, disponendosi a catena onde passarsi il più rapidamente possibile le pietre e riuscendo, se non ad ultimarla, a compiere buona parte dell’ostruzione entro la scadenza fissata.

Giudicando che la cittadinanza si sia sufficientemente prodigata, i nazisti concedono allora generosamente 24 ore di proroga al precedente ultimatum: inutile dire che alle prime luci dell’alba i volontari sono di nuovo lì, con le maniche rimboccate, per completare agevolmente la muratura del fornice prima dell’ora fatidica.

Cosa portò i tedeschi a comportarsi in maniera così strana, per non dire sadica? Difficile dare una risposta plausibile; soprattutto tenendo conto di un tragico episodio accaduto nel pomeriggio di quello stesso 1° luglio: un fatto mai del tutto chiarito, ma che è impossibile non mettere in relazione con il precedente.

Poche centinaia di metri più su, infatti, era saltata in aria la Dogana del Sale: un grande magazzino, situato sull’omonima piazza, in epoca granducale adibito alla raccolta del rinomato prodotto delle saline circostanti, recentemente trasformato in caserma ed assegnato alla milizia fascista.

L’edificio aveva preso fuoco; mentre la cittadinanza si trovava – anche in questo caso – febbrilmente impegnata a domare l’incendio, era esploso, provocando la morte di otto civili. Di più non siamo in grado di dire: ma è un fatto che i tedeschi, nell’abbandonare la città, facevano saltare le mine, evidentemente allo scopo di cautelarsi contro eventuali imboscate da parte dei volterrani finalmente liberi.

Quello di Pisa diventa l’emblematico destino della città italiana straziata – quasi in una orrenda gara di efferatezza – da entrambi i contendenti. Si inizia, il 31 agosto ‘43, con un pesantissimo bombardamento americano che devasta mezza città. Principale intendimento alleato era anche in questo caso quello di mettere fuori uso le infrastrutture di un importante nodo ferroviario, nelle cui vicinanze gravitavano per di più diverse industrie riconvertite a scopi bellici (fra le quali in particolare la Piaggio, che fabbricava motori per idrovolanti; ma anche la Saint Gobain e la Vis, che producevano vetro). A ciò si aggiunga, come detto, il proposito di esercitare una forte pressione sul governo italiano nel momento delle prime, ancora incerte trattative per l’armistizio. Sarebbe stato questo, in ogni caso, solamente il primo di ben 54 bombardamenti che si sarebbero abbattuti sulla città della Torre nell’arco di un anno.

Quando poi, nell’estate del ‘44, il fronte raggiungerà Pisa, dalle opposte sponde dell’Arno le truppe alleate a sud e quelle tedesche a nord si scambieranno a lungo colpi di cannone e raffiche di mitra, con il risultato di danneggiare gravemente gli storici edifici cittadini. Ed i peggiori bombardamenti (una trentina) si registreranno dal 21 al 23 giugno, tutti con l’obiettivo di distruggere i ponti sul fiume; mentre il mese successivo le mine naziste faranno saltare in aria la Cittadella, il Palazzo Pretorio con la torre dell’Orologio, il Ponte di Mezzo e gli altri ponti cittadini (inutile ricordare che, oltre a ciò, nei due mesi successivi le SS attueranno anche nel Pisano innumerevoli rappresaglie, eccidi e fucilazioni).

In quello stesso luglio, mentre molte delle opere d’arte trasportabili vengono messe al riparo dalla soprintendenza (trasferendole a Firenze, Calci, Farneta), 1500 persone si rifugiano nell’ospedale, nel Palazzo Arcivescovile e in Piazza del Duomo, nella speranza che la fama dei suoi monumenti induca i comandi di entrambe le parti a dirigere altrove le proprie bordate.

Ciononostante, nel tardo pomeriggio del 27 luglio l’artiglieria aerea alleata centra in pieno il tetto del Camposanto monumentale, provocando l’incendio delle capriate di legno e la fusione delle lastre di piombo. A quel punto i più coraggiosi fra coloro che si sono rifugiati in duomo si precipitano a vedere quanto è successo: ma senza poter far altro che osservare attoniti il compiersi del disastro, impossibilitati ad intervenire sia per la mancanza di acqua che per il protrarsi del lancio di proiettili, mentre le grosse gocce di piombo fuso colano impietosamente a ricoprire i marmi del pavimento e le opere allineate lungo le pareti interne. Le cronache raccontano persino di un soldato tedesco di passaggio il quale, alla vista delle fiamme, si arrampicò sul tetto nel vano tentativo di isolarle.

Per tutta la notte i mozziconi delle travi rovinano sulle opere sottostanti, in particolare sui sarcofagi; nel mirabile cimitero primaziale aveva infatti sede una vastissima collezione di urne antiche, unica al mondo: una sorta di storia funeraria dell’umanità. Il giorno successivo il fuoco completa indisturbato la propria opera abbrustolendo gli affreschi e bruciando le porte dell’edificio.

La fisionomia del Camposanto ne esce così profondamente sfigurata: irreparabilmente danneggiata la gran parte degli affreschi – dovuti ai maggiori specialisti tre-quattrocenteschi – che decoravano le pareti interne dello splendido porticato circostante il campo rettangolare: dal suggestivo Trionfo della Morte all’ameno ciclo di Benozzo Gozzoli, che illeggiadriva le storie del Vecchio Testamento ambientandole fra paesaggi ed usanze toscani.

Come non bastasse, una volta esauritosi il rogo ulteriori danni al camposanto gotico vengono arrecati da ignoti (quanto ignoranti) cittadini i quali, profittando del marasma ed allo scopo di dare sepoltura a persone decedute nel vicino nosocomio, pensano bene di spaccare le antiche lapidi onde procedere alla tumulazione.

Infine, dopo il danno, la beffa: una volta ritiratisi i tedeschi, le truppe alleate scelgono, quale teatro della loro passerella trionfale (con tanto di carosello di jeep), proprio il Campo dei Miracoli, nuovamente eletto a cartolina dopo il furioso quanto assurdo bersagliamento.

Com’è noto, da quelle pareti devastate l’inventiva pisana avrebbe cavato – di necessità virtù – una collezione unica al mondo: il “museo delle sinopie”, che sulla medesima piazza monumentale offre al visitatore i disegni murali in terra rossa preparatori di quegli affreschi cancellati per sempre.

Al momento della liberazione della città (avvenuta il 2 settembre del ‘44) Pisa si ritroverà così orfana – oltre che di ben tremila dei suoi cittadini – di decine dei suoi monumenti più preziosi: tanto che occorreranno parecchi decenni per rimarginarne le immani ferite.

Oltre alle strutture fatte saltare dai nazisti, infatti, danni ingenti faranno registrare il Palazzo Reale, il Palazzo alla Giornata, la Sapienza, il Palazzo Timpano, il Giardino Scotto; nonché le chiese di S. Michele in Borgo, S. Stefano dei Cavalieri, SS. Cosma e Damiano, S. Paolo a Ripa d’Arno, S. Michele degli Scalzi (ove rimase miracolosamente in piedi soltanto il campanile, pendente quasi quanto la Torre) e S. Piero a Grado, su cui merita spendere qualche parola in più.

Particolarmente inutile e ingiustificato risulta infatti l’abbattimento, da parte tedesca, in una zona ben lontana dal centro cittadino teatro della battaglia, dell’imponente campanile che affiancava la mirabile basilica romanica proprio nel punto dell’antico Porto Pisano – costituito dal delta dell’Arno – in cui, secondo la tradizione, nel 44 sarebbe approdato San Pietro (“grado” = scalo fluviale). Purtroppo ne sarebbe stato ricostruito solo il basamento: cosicché oggi, a ricordo dell’infame episodio, resta giusto un triste mozzicone (oltre alle campane, malinconicamente adagiate dentro la chiesa).

Il 18 luglio, a San Miniato, a seguito dell’uccisione il giorno precedente da parte dei partigiani di tre SS, i tedeschi prima arrestano tredici persone, quindi le rilasciano per indirizzare la loro ritorsione contro le case dell’antico borgo longobardo, metà delle quali vengono distrutte.

Viene purtroppo fatta saltare anche la torre di Federico II di Svevia (impropriamente detta “del Barbarossa”), vestigio dell’antica potestà samminiatese, archetipo della rocca ghibellina nonché ultima prigione di Pier delle Vigne, il fedele segretario dell’imperatore poi caduto in disgrazia ed immortalato da Dante.

Sfortunatamente in questo caso il comando teutonico non dimostra alcuna sensibilità per la storia patria (in omaggio alla quale la cittadina si era denominata, sino alla Prima guerra mondiale, San Miniato “al Tedesco”, a testimonianza dell’antica presenza imperiale): a differenza, peraltro, di quanto accaduto un anno prima in Sicilia, allorché, al momento dello sbarco degli angloamericani sulle spiagge di Gela, e fiutata l’aria (con i soldati italiani che se la davano a gambe e la popolazione che manifestava ostilità nei loro confronti) i pochi tedeschi presenti sull’isola si erano simbolicamente schierati a presidio del monumentale sarcofago dello stesso Federico, nella cattedrale di Palermo.

La ricerca storica ha dimostrato che l’eccidio avvenuto nel duomo della stessa San Miniato quattro giorni più tardi, invece, non fu dovuto a una rappresaglia tedesca bensì ad un bombardamento alleato (con la sfortuna a giocare in ogni caso un ruolo decisivo, visto che la popolazione si era – ingenuamente, verrebbe di dire – andata a rifugiare proprio lì, nel luogo più sacro del borgo).

Lasciamo Pisa ed occupiamoci di Lucca, storica rivale ma sorella di sangue nella tragedia della guerra. La terrificante – e non ancora del tutto chiarita – strage di Sant’Anna di Stazzema (560 innocenti trucidati e bruciati in tre ore) nasce probabilmente dall’intento di “bonificare” un’area che, una volta rinunciato all’Italia centrale ed abbandonata la Linea Gustav, le imponenti fortificazioni dell’Organizzazione Todt (la struttura tedesca di lavoro coatto) avrebbero dovuto trasformare in una sorta di nuova Cassino.

Ma nei tragici mesi in cui fu attraversata dal fronte, anche la vicina Seravezza ebbe a pagare alla guerra il proprio tributo di sangue: undici furono in particolare le vittime – tra il 29 luglio e il 16 agosto ‘44 – delle rappresaglie naziste. Bombardamenti, inoltre, causarono in tutta la zona pesanti distruzioni, non risparmiando né il duomo, né la pieve di San Martino, situata nella frazione montana di Azzano.

Quest’ultima, in particolare, venne mutilata di un autentico gioiello di architettura rinascimentale: lo splendido colonnato ionico, la grazia dei cui capitelli, unita alla misurata eleganza degli archi, aveva portato ad attribuirne il disegno nientemeno che a Michelangelo.

In effetti il sommo artista fiorentino, nel periodo in cui era stato al servizio di papa Leone X, era solito venire quassù, nelle cave del monte Altissimo, a scegliere i blocchi per i suoi capolavori, spintovi dal particolare pregio del candido marmo locale, superiore anche a quello di Carrara (ciò per il fatto che, nella primordiale emersione dalle acque che aveva generato le montagne, le Apuane versiliesi erano venute su di getto, senza traumi o incrinature che ne inficiassero l’integrità e di conseguenza la lavorabilità).

Trovandosi a ridosso della Linea Gotica, Azzano venne scelta dagli Alleati quale sede del proprio comando: esponendo così tutta quella zona al fuoco dei tedeschi, appostati nella prospiciente cava delle Cervaiole ed impegnati in una strenua resistenza. Il 6 aprile ‘45 una bomba finì sul campanile, provocando il distacco di diversi conci i quali, cadendo sul portico, ne determinarono la rovina pressoché totale (si salvò solamente l’arcata destra).

Oggi quelle bianche colonne giacciono ancora nel luogo ove furono abbattute: rimaste per sessant’anni riverse l’una sull’altra, esse sono state infine adagiate sul prato adiacente dai membri di un comitato, vanamente costituitosi nell’intento di ottenere la ricostruzione del maestoso colonnato michelangiolesco.

Nonostante non manchino fotografie a documentarne la struttura, ed i relativamente limitati costi di un eventuale restauro (rispetto a tanti investimenti pubblici ben più dispendiosi e discutibili), infatti, nessun governo, nessun ente, nessuna amministrazione regionale o locale ha saputo prendere in tutti questi anni uno straccio di iniziativa per recuperarne lo splendore e rimediare una buona volta allo scempio causato dalla furia della guerra.

Al santuario mariano eretto sul Monte Argegna spetta invece il triste primato di essere stato danneggiato da tutte e tre le parti in causa. Splendido balcone naturale posto a cavaliere fra Lunigiana e Garfagnana, esso era stato scelto sin dal ‘39 dal comando di difesa antiaerea di La Spezia quale ideale punto di avvistamento di aerei nemici in caso di guerra. Un presidio di militi si era così insediato nella canonica, trasformandola in fortilizio: sulla cui cantonata, dopo l’ingresso dell’Italia nel conflitto, erano stati sistemati gli aerofoni.

La situazione degenerò nella primavera del ‘44, allorché le bande partigiane alla macchia sui monti circostanti – confidando in una più incisiva azione alleata e sperando perciò prossima la liberazione – intrapresero una serie di attacchi ed agguati contro tedeschi e repubblichini di stanza nelle sottostanti vallate: il che portò, il 13 giugno, all’abbandono da parte dei militari del santuario, giudicato non più sicuro né difendibile.

Subito vi si insediarono allora una quarantina di partigiani: i quali non seppero fare di meglio che sfondare tutto quanto era stato chiuso (allo scopo di preservare gli ambienti mantenuti al culto rispetto a quelli militarizzati). Tale occupazione, però, era destinata a durare poco: già il 13 luglio, infatti, truppe tedesche davano l’assalto al santuario. Immediatamente i partigiani si diedero alla fuga: a pagarne le conseguenze furono allora, more solito, i fabbricati e quanto in essi si trovava, compresi gli oggetti più sacri.

La canonica venne incendiata e ridotta in breve a un mozzicone; ma anche la chiesa fu oggetto della barbara rappresaglia nazista: accatastato nel mezzo del tempio, venne bruciato tutto quanto vi fosse di combustibile. In cenere andarono il mobilio come le suppellettili: e a completare il rabbioso scempio, vennero prese a rivoltellate le venerate statue del santuario, ridotte a dei monconi e con particolare accanimento sul volto della Madonna.

Miracolosamente, nonostante il gran falò, resse la volta del soffitto, salvando il tetto: ma i guai, per il santuario, non erano finiti nemmeno qua. Nel febbraio del ‘45, infatti, apparecchi inglesi vennero ripetutamente a mitragliare il santuario (nella migliore delle ipotesi, reputandolo erroneamente un rifugio di tedeschi, o un loro deposito di munizioni): quanto restava di esso, unitamente al prato circostante, venne definitivamente ridotto a un colabrodo.

Ancora in terra lucchese (e non distante dalla certosa di Farneta, teatro di un atroce massacro perpetrato dalle SS a danno dei monaci nonché di ebrei e perseguitati politici colà rifugiatisi) un altro sfregio venne inferto all’antica Via Francigena, una cui importante stazione lungo il tratto compreso fra Camaiore e Lucca era rappresentato – nei pressi del borgo di San Macario in Piano – dallo “Spedale per pellegrini e poveri” annesso alla chiesetta di S. Michele Arcangelo e risalente al 1175.

Tipico complesso medievale, mantenutosi pressoché intatto nel corso dei secoli (l’attività assistenziale vi era del resto ininterrottamente durata sino al 1730: allorché il vescovo di Lucca l’aveva sospesa, a seguito dell’uccisione della spedaliera per mano di uno dei ricoverati), si componeva di un edificio a due piani con ballatoio in legno ed un appezzamento di terra coltivata a vigna, oliveto ed orto: insomma un ameno quadretto bucolico di Lucchesia, in un attimo dispettosamente cancellato dai nazisti in fuga.

Tutti i capoluoghi apuani dovettero pagare a carissimo prezzo la vicinanza alla Linea Gotica e la posizione di controllo lungo le più importanti arterie dirette al Nord: il centro storico di Carrara venne interamente distrutto, nel volgere di pochi minuti, il 18 gennaio 1945 da otto cacciabombardieri alleati. La mattina dell’otto febbraio toccò a Massa: distrutte in particolare piazza Aranci (con il palazzo dei conti Diana, la chiesa di San Sebastiano e tutto il gruppo dei caseggiati che si affacciavano sulla centralissima piazza) e via Roma. Stesso destino per Aulla, importante snodo ferroviario fra Toscana, Emilia e Liguria; dalla catastrofe si salvò soltanto la rocca medicea della Brunella: andò invece perduto il cunicolo segreto con cui per secoli si erano gabbati gli assedi nemici.

L’episodio in assoluto più noto del flagello teutonico riguarda ovviamente Firenze, ove i tedeschi, una volta perduta la battaglia per il controllo del capoluogo toscano e dunque costretti alla ritirata, decidono di abbattere, il 4 agosto del ‘44, tutti i ponti sull’Arno (compreso quello a Santa Trinita, dovuto al genio dell’Ammannati: il “ponte più bello del mondo”, nel commosso ricordo di Piero Bargellini), lasciando in piedi soltanto il Ponte Vecchio ma a prezzo della totale distruzione delle vie di accesso ad entrambi i lati del ponte; in particolare, del caratteristico quartiere medievale di Por Santa Maria.

A cosa fu dovuta l’inusuale “magnanimità” manifestata nella circostanza dai nazisti? La versione più accreditata attribuisce l’ordine di risparmiare lo storico monumento dantesco direttamente a Hitler: il quale, in occasione della visita compiuta a Firenze il 9 maggio ‘38, sarebbe rimasto estasiato dall’attraversamento del soprastante corridoio vasariano (pare nell’insofferenza del più prosaico Mussolini, non altrettanto sensibile al fascino dell’arte).

Non si possono tuttavia trascurare i buoni uffici spesi nell’occasione dal cardinale Dalla Costa: il quale, oltretutto, ebbe la fortuna di avere quali interlocutori il governatore militare tedesco Wolff (nota figura di umanista e gentiluomo) e lo stesso Kesserling, notoriamente considerato dai suoi superiori “filoitaliano” in quanto relativamente disposto a trattare con i “traditori”.

In effetti, tutto si può dire del Feldmaresciallo meno che fosse che un fanatico nazista: non aveva mai spasimato per Hitler, si era sempre guardato bene dell’aderire al suo partito ed il suo allineamento al regime nasceva solamente dal suo patriottismo di soldato, che lo portava a identificarne le sorti con quelle della Germania in guerra.

Il che, evidentemente, dopo il voltafaccia monarchico dell’8 settembre, ed una volta nominato dal Führer comandante supremo di tutte le forze della Wehrmacht di stanza nella Penisola, non era stato ai suoi occhi sufficiente a fare dell’Italia terra bruciata. Sta a testimoniarlo, in particolare, il destino di Chieti, Assisi, Siena, Genova, Venezia: le quali solamente a Kesserling devono la salvezza di molte delle loro strade, piazze, fognature, opere d’arte.

Se Roma, dichiarata “città aperta”, non venne trasformata in un campo di battaglia, lo si deve al Feldmaresciallo: il quale, peraltro, dopo lo scellerato attentato di via Rasella si rifiutò di eseguire l’ordine hitleriano di radere al suolo l’intero quartiere teatro dell’agguato, compreso l’ormai disabitato Quirinale (la vendetta sarebbe purtroppo giunta comunque, per mano del comandante della Gestapo a Roma, Kappler – peraltro in eccesso rispetto agli ordini ricevuti – con il massacro delle Fosse Ardeatine).

Lo stesso dicasi per Firenze, ove l’abbattimento dei ponti scongiurò in fondo guai ben peggiori, costituendo notoriamente la città gigliata il più armonico concentrato di storia, arte e bellezza esistente al mondo. E sarebbe stato ancora Kesserling, sin dall’autunno del ‘44, a prospettare al quartier generale del Führer un piano di sgombero della pianura padana a tutela delle sue industrie.

Ammiratore sincero dell’Italia, conoscitore della sua storia e delle sue tradizioni, nel corso della lenta ritirata tedesca (della quale scandirà le tappe) il generale impiegherà tuttavia senza remore anche l’arma della repressione pur di salvare le sue truppe dalla morsa rappresentata dalla pressione alleata e dall’insidia partigiana. Proprio questa durezza gli varrà la condanna a morte, inflittagli dal tribunale alleato dopo la guerra, poi commutata nell’ergastolo e infine ridotta a vent’anni di carcere (ma già nel ‘52 egli uscirà di prigione).

Va tuttavia precisato come la ricerca storica abbia dimostrato le terrificanti stragi compiute dalle SS sul suolo italiano sotto il suo comando essere piuttosto legate – in ottemperanza agli ordini dello Stato maggiore di tutelare il fronte con i rastrellamenti – all’iniziativa individuale dei singoli ufficiali di stanza sul territorio. Ma se non ne porta la responsabilità militare, il Feldmaresciallo certamente ne condivide quella morale (come egli stesso avrebbe del resto onestamente ammesso al processo per la strage di Marzabotto, dovuta – al pari di tante altre – alla criminalità del maggiore Reder, “il monco”).

Ma torniamo ai ponti fiorentini: che Kesserling vorrebbe salvare, ma ai quali le perentorie istruzioni inviate da Hitler dal quartier generale della foresta di Rastenburg paiono non lasciare scampo. Non si deve assolutamente ripetere – argomenta il Führer – il tragico errore commesso a Roma: ove, per lasciare in piedi i ponti sul Tevere in omaggio ai sentimenti, il Feldmaresciallo ne ha regalato l’utilizzo al nemico, causando indirettamente la morte di centinaia di soldati tedeschi.

Non è questo il momento di anteporre alle urgenze belliche i riguardi verso il passato; eppure, alle resistenze del suo generale, il Führer cede: “E sia: salvatene uno, il più bello”. Così – secondo la leggenda – Ponte Vecchio viene graziato.

Le perplessità sull’effettiva utilità strategica della distruzione di quei mirabili ponti rinascimentali restano in ogni caso enormi. L’Arno era in secca, e dunque facilmente attraversabile: non certo dai mezzi motorizzati, per i quali non fu tuttavia difficile agli alleati approntare rapidamente agili passerelle in acciaio (mentre diversi fiorentini, ansiosi di attraversare il fiume, perdevano la vita dilaniati dalle mine anti-uomo che i tedeschi non avevano mancato di nascondere fra le macerie dei ponti prima di andarsene). Se a ciò si aggiunge il fatto che proprio quel corridoio mediceo veniva utilizzato clandestinamente dagli esponenti del CLN come passaggio per i cavi telefonici, l’intera vicenda – pur in una cornice così tragica – rischierà di assumere una venatura persino grottesca.

Nel suo piccolo, anche Ponte Buggianese perse un “ponte vecchio”: non propriamente quello centrale dal quale il villaggio valdinievolino trae il proprio nome (sorgendo lungo le due sponde della Pescia), bensì quello della carrozzabile, che i tedeschi fecero saltare il 27 agosto ‘44. Altri ponti piange poi la Montagna Pistoiese, menomata sia nella sua viabilità stradale che in quella ferroviaria.

Il ponte sulla Lima e quello sul Sestaione rappresentavano due gioielli lungo la strada “Ximenes-Giardini”, nata per collegare il Granducato di Toscana al Ducato di Modena. Nella seconda metà del Settecento il gesuita Leonardo Ximenes aveva concepito queste due imponenti opere, assai notevoli per l’epoca sia dal punto di vista architettonico che ingegneristico: il primo – ad un solo arco, in bugnato rustico e arricchito da due eleganti fontane gemelle – spiccava per la sapiente armonia con la quale si inseriva nel contesto rupestre dell’orrido che valicava.

Ancor più spettacolare la struttura dell’altro, che si componeva di due arcate ellittiche sostenute da spalle laterali e da un grande pilone centrale, la cui base poggiava sull’alveo del torrente: l’arditezza della costruzione aveva suscitato il compiacimento dello stesso granduca Pietro Leopoldo di Lorena (immortalato, secondo il gusto del tempo, in una targa). Tanto la Lima quanto il Sestaione rimasero orfani dei loro monumentali capisaldi il 27 settembre ‘44, ad opera delle mine naziste.

La linea Pistoia-Porretta-Bologna rappresentò, com’è noto, una delle principali realizzazioni ferroviarie dell’Italia unita: sia perché era la prima a valicare interamente la dorsale appenninica, sia per l’avveniristica arditezza tecnica dei suoi ponti, viadotti e gallerie.

Particolarmente difficile si era rivelata la costruzione del tratto fra Pistoia e Pracchia, ove, in 26 chilometri, si doveva superare un dislivello di ben 550 metri: problema che il geniale ingegnere francese Protche aveva risolto inventandosi due tornanti ed assecondando alle curvature persino le gallerie.

Inaugurata da Vittorio Emanuele II nel 1864, assurta nell’epopea della Prima guerra mondiale a “tradotta” per eccellenza che portava i soldati del Centro-sud verso il fronte, la “Porrettana” – a binario unico – era stata declassata a linea locale dall’avvento, nel 1934, della “direttissima” Bologna-Prato, fiore all’occhiello dell’ingegneristica ferroviaria fascista.

Ma il colpo di grazia doveva venire anche in questo caso dalla dinamite tedesca, la quale ridusse ad un immenso cumulo di macerie ponti, gallerie, stazioni, case cantoniere, binari: in un accesso di furia devastatrice – che in un’ottica nemetica potrebbe essere letto come l’espressione più malefica di quella stessa ingegnosità umana che ne aveva caratterizzato la costruzione – i nazisti giunsero a far scontrare due locomotive cariche di esplosivo in galleria pur di distruggere tutto. Particolarmente dolorosa, dal punto di vista architettonico e paesaggistico, la perdita dei magnifici viadotti del versante pistoiese, così pittoreschi nella slanciata eleganza delle loro triple arcate sovrapposte.

Il 16 agosto le medesime cariche teutoniche avevano empiamente fatto saltare per aria la millenaria abbazia di San Baronto, posta sulle pendici del Montalbano: in pratica l’unico monumento storico di un certo rilievo reperibile in zona. Difficile, se non impossibile, individuare una ratio a giustificazione di un simile gesto, sinistro presagio di quanto sarebbe accaduto di lì ad una settimana nel sottostante Padule di Fucecchio (174 innocenti massacrati per delle anatre: quelle che i tedeschi, disperati ed affamati, avrebbero voluto prelevare dalle paludi, trovandovi invece i pallettoni dei derubati contadini-partigiani acquattati fra le canne): probabile un intento punitivo nei confronti del paese, considerato responsabile del sostegno agli imprendibili banditen operanti nella radura circostante e quindi giudicato complice delle loro frequenti imboscate.

Ma in quel tragico agosto del ‘44 – il mese degli eccidi nazisti più efferati – la stessa fine di Montecassino rischiò incredibilmente di fare anche la rupe della Verna, ove erano venuti a rifugiarsi numerosi sfollati, mossi dall’ingenua speranza che il “crudo sasso” caro a San Francesco sarebbe stato risparmiato dai bombardamenti. Dello stesso avviso non si era però detto il comando tedesco, tanto da ordinare alla gran parte dei civili lo sgombero del convento.

Difatti le bombe alleate non tardarono ad arrivare: i cannoneggiamenti ebbero luogo a partire dal 26 agosto, allorché venne colpito il corridoio delle Stimmate. Il peggio sarebbe però venuto il 2 settembre, quando il fuoco delle artiglierie inglesi si concentrò sulla Verna per ben sette ore, danneggiando l’intero complesso del santuario. Segni di quelle schegge sono tuttora ben visibili sia all’interno della basilica che nella cappella della Pietà, ove venne lesionata la pala di Santi Buglioni raffigurante la Deposizione.

A Pescia, il pomeriggio del 3 settembre, i partigiani fanno fuori due soldati tedeschi: l’immediata rappresaglia delle SS porta all’impiccagione, la sera stessa, di sei detenuti prelevati dalle carceri. Il mattino successivo, tuttavia, il comandante del reparto germanico avverte che non più tardi delle 13 l’intera cittadina verrà data alle fiamme. Interviene allora il vescovo pesciatino, monsignor Angelo Simonetti, a chiedere, con una toccante lettera di supplica indirizzata allo stesso ufficiale, che si receda dal tremendo proposito.

La tradizione vuole che l’anziano prelato giungesse ad inginocchiarsi dinanzi allo stesso Kesserling, emulando Salvo D’Acquisto e Padre Kolbe nell’offrire la propria vita in cambio della salvezza della città. Facendo così implicitamente leva anche sulla confessione cattolica del generale bavarese: il quale, in quei giorni, avrebbe potuto effettivamente trovarsi a Lucca, a controllare l’opera di fortificazione che – come detto – la Todt stava conducendo nella media valle del Serchio, ed in particolare nella non lontana Borgo a Mozzano.

Fatto sta che Pescia venne risparmiata: a prezzo, però, di altre undici vittime innocenti, stavolta prese a caso fra la popolazione (dunque l’esatto opposto del modus operandi tenuto dagli stessi tedeschi a San Miniato; piuttosto una replica, in piccolo, di quanto messo in atto a Roma dopo via Rasella). In ogni caso, monsignor Simonetti è a tutt’oggi dagli anziani pesciatini venerato come un santo in cattedrale: perlomeno – diremo – da quanti non ebbero a piangere congiunti fra le vittime dell’imprevisto “scambio” cinicamente attuato dai nazisti fra edifici e persone.

A proposito di Borgo a Mozzano, va registrato anche un episodio tragicomico. Qui, infatti, furono gli stessi abitanti del paese, una volta che i tedeschi ebbero mollato anche questa loro “seconda Cassino”, ad avvisare della novità i “liberatori” a stelle e strisce: i quali, dal canto loro, se ne restavano da giorni arroccati sulle alture circostanti senza avere la minima intenzione di discenderne onde accelerare la dipartita nemica.

Paradigmatico di tale atteggiamento alleato – da noi già ampiamente descritto – quanto accaduto a Ravenna, sottoposta nel giro di pochi mesi a ben 53 bombardamenti aerei, 34 dei quali caduti sul centro storico. Catastrofico il bilancio: tremila edifici distrutti, altri cinquemila danneggiati, il porto e la stazione ferroviaria rasi al suolo, cancellati indistintamente le abitazioni come l’ospedale civile, la caserma militare, numerose chiese.

Gravemente colpiti, in particolare, il duomo, la basilica di S. Maria in Porto e il chiostro di S. Vitale. Ma a patire i danni maggiori fu, malauguratamente, proprio la chiesa più antica della città: S. Giovanni Evangelista. Capolavoro dell’arte paleocristiana, sorta nel 425 per volontà di Galla Placidia, essa andò quasi completamente distrutta, assieme ai suoi splendidi mosaici pavimentali bizantini, nel corso del furioso bombardamento del 27 agosto ‘44.

Finalmente conquistata il successivo 4 dicembre a costo di tali immani distruzioni, Ravenna non divenne affatto la testa di ponte di una tempestiva marcia alleata verso l’interno: i frettolosi artefici di tanto disastro ristagnarono anzi attorno alla capitale romagnola per oltre quattro mesi, degnandosi di muoversi verso il retrostante Appennino – e dunque verso la Linea Gotica – soltanto fra il 10 e il 15 aprile ‘45. Estrema sollecitudine, dunque, nel seminare morte e distruzione fra la popolazione incolpevole: ma altrettanta lentezza e pavidità nell’affrontare il nemico.

Tutta quanta l’Emilia Romagna si trovò così a pagare un terribile dazio ad una tale dinamica di fine guerra, condannata dalla prossimità al confine fra le due Italie ad essere stritolata fra l’incudine rappresentato dagli eccidi nazisti e il martello dei bombardamenti angloamericani. A tutto ciò si aggiunga il particolare carattere che qui assunse la resistenza: un movimento corale, vera e propria lotta di popolo al nazifascismo condotta non solo con le armi, ma anche con l’opposizione tenace e testarda, nelle città come nelle campagne, nella migliore tradizione, fiera e passionale, di questa terra.

Lungo la Via Emilia, tra la fine del ‘43 e l’autunno del ‘44, fu infatti la protesta contadina ad assurgere a protagonista: una resistenza muta, fatta di “no”, di rifiuti di inviare all’ammasso le derrate, di occultamenti del bestiame per sottrarlo alle requisizioni, e caratterizzata da mobilitazioni di massa. Un eroico impegno collettivo fatto di sofferenza, solidarietà e volontà, purtroppo costato alla popolazione emiliana un grave tributo di sacrifici e di sangue: valgano per tutti i nomi di Marzabotto e dei fratelli Cervi.

Dinanzi a tanta tragedia, l’elenco dei monumenti più significativi devastati dai bombardamenti alleati non potrà essere che passare in secondo piano. Ricorderemo appena la chiesa di S. Biagio a Forlì; il duomo di Modena; a Ferrara, la Certosa e la chiesa di S. Benedetto; il Palazzo Ducale, il teatro Reinach e il Palazzo della Pilotta a Parma; a Bologna, la sala anatomica e la cappella dei Bulgari all’Archiginnasio, il teatro del Corso, la chiesa di S. Giovanni in Monte, l’oratorio di S. Filippo Neri.

Ma la città italiana in assoluto più danneggiata dalla guerra fu, com’è noto, Milano: la quale pagò in tal modo il fatto di ospitare gli insediamenti industriali che maggiormente potevano contribuire alla produzione bellica (in particolare Breda, Falck, Pirelli e Alfa Romeo): non si contano i bombardamenti che dové subire, e che l’avrebbero ridotta per lunghi anni ad una baraccopoli.

Mai come in questo caso gli alleati non andarono per il sottile, arrivando a scaricare, in soli quattro giorni, qualcosa come 2268 tonnellate di bombe: nella notte tra il 15 e il 16 agosto, in particolare, 843 bombardieri decollati dall’Inghilterra non risparmiarono il Duomo, la Scala (che venne sventrata) e soprattutto la bramantesca S. Maria delle Grazie, ove il celeberrimo Cenacolo di Leonardo si salvò solo per miracolo.

Ma la giornata più tragica per il capoluogo lombardo fu sicuramente quella del 20 ottobre ‘44: una delle pagine più nere nella storia dell’umanità. Un centinaio di quadrimotori alleati decollati da Foggia, ed il cui obiettivo avrebbero dovuto essere le officine Breda di Sesto San Giovanni, fecero registrare oltre settecento vittime nel solo quartiere di Gorla.

Ad essere centrata in pieno fu, in particolare, alle 11 e mezza, la scuola elementare, ove trovarono la morte 184 bambini assieme a tutte le maestre e a diverse mamme che, dopo il primo allarme, erano accorse – spesso con un altro bimbo in braccio – per condurre i figlioli nei rifugi antiaerei.

Naturalmente si parlò di un errore nella lettura delle coordinate in codice da parte del comandante del bombardiere in questione: le favorevoli condizioni meteorologiche di quella maledetta mattina rendevano infatti ben riconoscibile la natura civile degli edifici che componevano il centro abitato sottostante, impedendo di dare la colpa alla pur proverbiale nebbia meneghina.

Non si sarebbero certo potute pretendere, a quell’epoca, le “bombe intelligenti”: è un fatto, tuttavia, che le industrie svizzere presenti nel capoluogo lombardo, parimenti tacciabili di sostegno all’impegno bellico del nemico, non ebbero a subire alcun danno dagli incessanti attacchi aerei alleati.

Bombardamenti altrettanto efferati subì il Veneto: a subire i danni maggiori, Treviso e la stessa Venezia. La capitale della Marca venne attaccata il 17 aprile ‘44 (il venerdì precedente la Pasqua) da un centinaio di B-Liberator americani decollati da Lecce: distrutto oltre l’80% del patrimonio edilizio, compresi i principali monumenti cittadini; un migliaio le vittime di quel venerdì di passione.

Per la Serenissima, invece, particolarmente tragica risultò la giornata del 19 agosto, allorché, sin dal primo mattino, tre cacciabombardieri alleati seminarono terrore e morte sul bacino San Marco allo scopo di colpire la nave-ospedale tedesca Freiburg, ormeggiata fra la punta della dogana e l’isola di San Giorgio: un attacco già di per sé vile ma che, accanendosi contro i traghetti della laguna carichi di civili, avrebbe finito con il superare ogni limite di decenza.

La prima mitragliata a Malamocco, contro la motonave per Chioggia: 24 le vittime, tanto per cominciare. Solo a questo punto i tre aerei puntano verso la loro vittima designata, sganciandole addosso quattro bombe, senza tuttavia riuscire a colpirla: in compenso, lo spostamento d’aria rovina tutti i monumenti attorno a San Marco. Non contenti, gli assalitori prendono nuovamente a bersagliare all’impazzata la laguna con le mitragliatrici, a prescindere da chi o cosa possa accidentalmente venirsi a trovare lungo la traiettoria dei loro colpi.

A farne maggiormente le spese è così un’altra motonave: quella per Fusina – appena salpata dalla Riva degli Schiavoni – a bordo della quale si trovavano soprattutto famiglie, dirette in campagna al solo scopo di sottrarsi alla fame (che le ristrettezze della guerra avevano imposto a tutte quante le città del Nord). Una cinquantina, in questo caso, le vittime.

Il 21 aprile 1945 gli Angloamericani conquistano finalmente Bologna: le forze germaniche sono in ritirata ovunque, in direzione del Po, che viene così eletto ad estremo baluardo della resistenza nazifascista. Ma il buon esito delle trattative di resa condotte con gli alleati (all’insaputa di Hitler) dal generale Wolff segna la fine anche di quest’ultimo, disperato tentativo.

Da tempo il comandante supremo delle SS in Italia brigava per negoziare autonomamente dal governo centrale il ritiro delle truppe tedesche senza spargimenti di sangue. Sin dal maggio del ‘44 egli aveva avuto a tale scopo un incontro segreto in Vaticano con il pontefice, continuando coraggiosamente a perseguire il medesimo obiettivo anche dopo il fallimento dell’attentato contro il Führer del 20 luglio. Aveva perciò avviato trattative con gli stessi comandi partigiani, giungendo ad incontrarsi – fra il marzo e l’aprile del ‘45 – con il capo del servizio segreto statunitense Dulles e i vertici militari nemici (ciò ad ennesima riprova del fatto che, a dispetto della cieca ostinazione di Berlino, la guerra avrebbe dovuto ragionevolmente concludersi almeno un anno prima).

Avuto finalmente campo libero, dunque, il 24 gli Alleati varcano il Po, dilagando rapidamente verso Genova, Milano e Torino. A pagare l’ultimo dazio alla vendetta teutonica sarà così Verona: alla quale verrà in pratica fatta rabbiosamente scontare la sola colpa di trovarsi lungo la strada di chi se ne torna a casa disfatto. Città dal passato fortemente germanico, costituendo per i tedeschi il principale nodo di collegamento fra l’Italia e il Brennero essa aveva finito con il rappresentare, dal punto di vista strategico e militare, l’effettiva capitale di quella Repubblica Sociale Italiana asservita all’alleato nazista.

La sera del 25 aprile ‘45, i ponti della città di Teodorico fanno purtroppo la stessa fine di quelli fiorentini: a nessuno di essi viene infatti concesso di sopravvivere alla rotta tedesca. A nulla valgono in questo caso le suppliche delle autorità, comprese quelle religiose: fra le lacrime dei veronesi crollano anche il Ponte di Pietra (il monumento più antico della città romana, cantato da Catullo) e il ghibellino Ponte Scaligero.

Particolarmente strazianti le cronache, le quali ci riferiscono di uno sparuto manipolo di soldati che, nell’impotenza della popolazione e con il grosso della truppa già in fuga, indisturbato si sposta in sidecar da un ponte all’altro a farvi brillare le cariche. Le trattative milanesi con il Comitato di liberazione nazionale erano andate a buon fine, gli angloamericani mai si sarebbero lanciati al loro inseguimento (essendo in quelle ore impegnati piuttosto alle sfilate nelle città “liberate”, alla bisboccia, alle ragazze): a che pro quest’ultimo scempio?

Inutile anche in questo caso tentare di razionalizzare; l’unica risposta plausibile sta, forse, nel motto di Brenno. “Guai ai vinti”: e a nessun’altra nazione pare adattarsi meglio tale monito che alla nostra povera Italia crocifissa della Seconda guerra mondiale.

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