Dal Concilio a Che Guevara: l’incredibile Sessantotto di Trento

Gli antefatti

 Proprio a Trento, città tradizionalista e cattolica per eccellenza (e il cui principe era stato per lunghi secoli lo stesso vescovo) si scatenò uno dei movimenti di contestazione più radicali e violenti di tutto quanto il Sessantotto italiano. Qui un agguerrito manipolo di prepotenti (che in ogni caso non superò mai il 15% degli iscritti) tenne a lungo in scacco l’università, bloccando ogni attività didattica e giungendo in diverse occasioni a condizionare – anche in maniera pesante – la normalità della stessa vita cittadina.

Giovani che dicevano di battersi contro l’“autoritarismo accademico”: ma che in realtà si rivelarono infinitamente più dispotici di un corpo docenti, quello trentino, che autoritario davvero non era. Che attaccavano la “repressione universitaria” proprio nell’ateneo che era stato il primo ad ammettere in una facoltà non prettamente scientifica anche gli studenti provenienti dagli istituti tecnici, concedendo persino ad un rappresentante studentesco di sedere nel consiglio di amministrazione dell’università. Che facevano di tutto per mostrarsi anticonformisti: ma finendo con il rappresentare essi stessi la quintessenza della conformità, omologandosi tutti sugli stessi idoli, gli stessi cliché, gli stessi modi di vestire, di parlare, di atteggiarsi.

Diversi furono i fattori che concorsero ad avvampare quell’incendio. Innanzitutto il quadro politico nazionale: il fatto che nel maggio ‘68 in Italia si votasse per il rinnovo del parlamento indubbiamente contribuì a che la maggioranza di centrosinistra evitasse di adottare contro gli studenti in rivolta misure “forti”, per non alienarsi le simpatie dell’elettorato più progressista. Dalle urne sarebbe per giunta uscito un governo ancor più debole: il tipico monocolore “balneare” dell’era democristiana.

A Trento, inoltre, si era determinata una situazione particolare: per alcuni anni, infatti, la neonata università aveva dovuto lottare contro la burocrazia romana per ottenere il riconoscimento giuridico del titolo di studio conferito. Una battaglia che aveva visto combattere fianco a fianco gruppo dirigente cittadino, professori e studenti: il che aveva portato questi ultimi ad organizzarsi “sindacalmente” ben prima dei loro compagni degli altri atenei, giungendo così all’appuntamento con le barricate sessantottine da una posizione di avanguardia.

Ancora, la particolare natura dell’istituto trentino fece sì che esso venisse frequentato da una fauna studentesca particolare, del tutto inedita nella sua varietà: si andava infatti dagli alpini goriziani ai rampolli della borghesia milanese; dai pastori sardi ai poveri figli del Sud più profondo. Non pochi di quei ragazzi erano sostanzialmente degli sbandati, giunti in riva all’Adige anche per dare un senso a una vita fino allora precaria, quando non balorda.

Questo dice in particolare la biografia dei capi del movimento studentesco: venticinquenni in conflitto con la famiglia – quando non senza famiglia – con già alle spalle un cospicuo vissuto di esperienze e delusioni. Giovani maturati anzitempo, sulla propria pelle, intrisi di fanatismo ideologico ma anche dotati di coraggio fisico, esaltati dal ruolo di prestigio che la contestazione conferiva loro agli occhi dei compagni ma nei quali pure la debolezza di cui diedero più volte prova le autorità dové contribuire non poco a rafforzare l’atteggiamento di sfida: all’istituzione universitaria come all’intero sistema.

Certo, nemmeno fu facile per la dirigenza gestire l’imprevista situazione che venne a crearsi allorché quei ragazzi sino ad allora suoi fidi alleati, rispettosi ed ubbidienti divennero di punto in bianco ostili e ingovernabili. La repentinità della metamorfosi studentesca colse peraltro di sorpresa la stessa città: la quale, inorgoglita della promozione a sede universitaria ottenuta, si era presto affezionata a quei giovani ospiti venuti anche da lontano ad arricchirla, adottandoli.

Vi fu probabilmente una sottovalutazione da parte dei vertici accademici – che poi erano strettamente dipendenti da quelli politici – della gravità di quanto stava accadendo. Fatto sta che tra le varie soluzioni possibili fu scelta quella paternalistica: per proseguire però lungo questa strada anche dopo che la situazione fu palesemente sfuggita di controllo.

Va detto che la curiosa apertura in una realtà provinciale, rurale ed “antica” come quella di Trento – in cui tutti, fra l’altro, parlavano ancora il dialetto – di una facoltà moderna ed “europea” quale Sociologia (“scienza umana” tipica di contesti altamente industrializzati) non costituiva per niente la risposta a un’esigenza proveniente dall’interno della società locale, ma semplicemente la realizzazione di un’ambizione personale con la quale aveva inteso caratterizzare il proprio mandato il presidente democristiano della provincia, Bruno Kessler.

Originario della Val di Sole, Kessler era riuscito solo a costo di grandi sacrifici a laurearsi in giurisprudenza – a Padova – senza avere frequentato neppure una lezione, costretto com’era a lavorare per mantenersi (prima come manovale, poi come cancelliere: nei ritagli di tempo preparava gli esami sui testi reperiti nella biblioteca della pretura di Malè). Eletto al consiglio regionale nel 1956, era assurto quattro anni dopo alla presidenza della provincia autonoma di Trento, presentandosi quale “cattolico progressista” sin dal primo provvedimento adottato: l’assunzione, per approntare il nuovo piano urbanistico, di un pool di architetti di sinistra, fra i quali spiccava il comunista Samonà.

Dopodiché aveva dovuto affrontare la questione del rilancio economico del Trentino: la cui situazione non appariva granché migliore, per depressione e arretratezza, rispetto a quella delle regioni meridionali. Alla distruzione degli stabilimenti industriali patita durante il secondo conflitto mondiale si aggiungeva infatti la crisi del settore tradizionalmente portante la produzione della provincia, quello agricolo, causata dall’eccessiva frammentazione in piccole aziende nonché dalla scarsa specializzazione delle colture; il risultato era un progressivo abbandono della terra, l’aumento della disoccupazione e il sempre più frequente ricorso all’emigrazione.

Un panorama che non era migliorato neppure negli anni del “boom”: il Trentino pareva anzi sostanzialmente rimasto al palo rispetto alla forte crescita che aveva caratterizzato il nord del Paese. Allo scopo di ovviare a tale situazione, Kessler pensò di rinnovare anzitutto l’offerta culturale e formativa della regione, riprendendo un vecchio progetto dell’istituzione a Trento di una facoltà universitaria.

Un’idea in cantiere da anni, alfine concretizzatasi con l’avvio, al passo della Mendola, di corsi universitari estivi afferenti la disciplina naturalmente più rappresentativa del Trentino: Scienze forestali. Un progetto cui avevano lavorato le due precedenti giunte provinciali, in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano e fruendo dell’indispensabile sostegno della potente curia tridentina.

Inutile dire che nella bianca Trento (ove la DC avrebbe sempre mietuto consensi plebiscitari, con punte addirittura del 64% dei voti e perdipiù in competizione con un altro partito cattolico: quello popolare trentino-tirolese) tutta quanta la vita pubblica veniva scandita in stretta sintonia con la gerarchia ecclesiastica, nel tipico sistema di potere democristiano che – qui più che altrove – vedeva il partito cattolico applicare alla lettera il concetto machiavelliano della religione quale instrumentum regni.

Kessler, però, nell’occasione gettò un vero e proprio guanto di sfida all’intera società trentina: non solo stravolgendo i piani dei suoi predecessori circa l’apertura a Trento di una succursale universitaria quale dependance della Cattolica; ma anche indirizzandosi verso una disciplina del tutto inedita e per nulla coerente con il contesto rurale e montano della regione. E per l’esponente democristiano la modernizzazione della sua terra, la formazione di una nuova classe dirigente non doveva passare nemmeno attraverso studi tradizionali quali quelli umanistici, giuridici o al limite economici: bensì sociologici.

Scienza relativamente recente, nata dallo spirito del Positivismo, nel corso del Novecento la sociologia aveva ricevuto nuovo slancio soprattutto ad opera degli studiosi marxisti della “Scuola di Francoforte”; in Italia, però, non ne esisteva ancora una specifica facoltà universitaria. Solamente a Firenze si era avuto un istituto di Scienze sociali: il “Cesare Alfieri” (ove nel 1920 si era peraltro laureato Italo Balbo); il quale però, nel ‘44, alla liberazione della città, era stato riconvertito – per volontà alleata – in Scienze politiche. Particolare curioso, nell’ambito di tale riordino si era deciso che la cattedra di sociologia dovesse soppiantare proprio quella di mistica fascista!

Tradizionalmente, la sociologia figurava inserita nel corso di laurea in Scienze statistiche (come materia fondamentale) e Scienze politiche (come complementare); solo negli ultimi tempi il crescente prestigio della disciplina aveva portato ad introdurne l’insegnamento anche in talune facoltà di Giurisprudenza (Milano, Pavia e Padova), Filosofia (Torino e Pavia), nel Magistero romano nonché in alcuni corsi di Pedagogia.

Kessler, nell’annunciare ufficialmente il suo ardito progetto sociologico (il 15 febbraio 1962), veniva oltretutto a sfidare tutta una serie di difficoltà e pregiudizi. L’ostacolo principale era rappresentato dallo stesso assetto istituzionale dell’università italiana, ancora regolata secondo l’impianto voluto dal regime fascista: nella cui impostazione originaria gli atenei avrebbero dovuto essere frequentati – e governati – da aristocrazie intellettuali. Nella logica della riforma dell’intero sistema di istruzione attuata nel 1923 da Giovanni Gentile, perciò, le università dovevano essere poche, e di alta qualità: le ripercussioni di una simile impostazione erano pesanti sia per quanto riguardava il numero di atenei consentito, sia per il riconoscimento delle facoltà.

Le sedi universitarie a totale carico dello Stato erano state così limitate a dieci: e la sopravvivenza delle altre condizionata al reperimento – attraverso convenzioni – di risorse aggiuntive rispetto al modesto contributo statale. Erano inoltre considerate “facoltà” soltanto quelle di più antica tradizione, e cioè: Giurisprudenza; Lettere e Filosofia; Medicina e Chirurgia; Scienze matematiche, fisiche e naturali.

La denominazione di quest’ultima, fra l’altro, era illuminante circa il carattere oltremodo idealista della riforma gentiliana: mentre infatti in precedenza i tre aggettivi erano riportati in ordine alfabetico, con il riordino si era deciso di anteporre “matematiche” a “fisiche” allo scopo di affermare la priorità del pensiero speculativo rispetto alle scienze sperimentali. Inoltre, facoltà tradizionali quali Architettura, Farmacia e Ingegneria erano finite declassate al rango di “scuole”, mentre sorte ancora più grama era toccata ad Agraria, Economia e Veterinaria: addirittura escluse dal sistema della pubblica istruzione per essere direttamente affidate all’amministrazione dei ministeri che governavano i rispettivi settori.

Con il consolidarsi della dittatura, tuttavia, sarebbero state le istanze più progressiste dello stesso fascismo a rigettare l’intera impalcatura gentiliana (da Mussolini a suo tempo improvvidamente definita come “la più fascista delle riforme”), liquidandola come reazionaria. Ci si era difatti resi conto di come l’impostazione fortemente elitaria impressa al sistema scolastico dal filosofo siciliano rischiasse di minare il consenso che il regime riscuoteva presso quella che era la sua base di massa: vale a dire la piccola e media borghesia.

Senza contare che, assai più della selezione qualitativa, al governo stava a cuore il controllo politico sul mondo dell’istruzione; donde l’esigenza di una nuova normativa generale: la quale, a livello universitario, si era finalmente concretizzata nel “testo unico” con cui, nel 1933, era stata eliminata la distinzione fra la decade di atenei “eletti” e quelli finanziati solo parzialmente, con conseguente riassunzione da parte dello Stato della totalità degli oneri. Contestualmente, anche il numero delle facoltà riconosciute cresceva: dalle quattro consentite da Gentile si passava a sedici.

L’aspetto però in cui anche il nuovo decreto rimaneva rigido riguardava l’eventuale apertura di nuove università. La facoltà di impartire istruzione di livello superiore veniva sanzionata da un nuovo tipo di discriminazione, che poneva da una parte università ed istituti superiori “governativi”, dall’altra quelli “liberi”. Per quanto riguardava i primi, l’annessa tabella subordinava l’apertura di nuove sedi all’emanazione di una apposita legge da parte dello Stato; per ciascun corso di laurea, inoltre, essa non si limitava a stabilire la lista degli insegnamenti “fondamentali” (di gran lunga i più numerosi, obbligatori per tutti gli studenti e in ogni sede), ma indicava anche quella dei corsi che i singoli atenei potevano attivare come “complementari”: unicamente fra questi ultimi si esercitava una libertà di scelta da parte dello studente.

Di un maggiore margine di manovra godevano invece le università “libere”: le quali, potendo sorgere dall’iniziativa sia pubblica che privata, necessitavano, per conferire titoli accademici, di decreto regio. Quest’ultimo – avendo il nuovo Stato repubblicano recepito anche tale aspetto della normativa fascista – si era convertito in decreto presidenziale, da emanarsi previo parere del Consiglio superiore dell’istruzione. Le fondazioni che non rientrassero nelle suddette due categorie sarebbero state considerate (per quanto vi fossero impartiti insegnamenti di livello universitario) alla stregua di istituti privati, prive di alcuna considerazione nell’ordinamento giuridico e dunque impossibilitate a conferire titoli legalmente riconosciuti.

Questo dunque il destino cui rischiava di andare incontro anche il pionieristico “Istituto universitario per lo studio delle scienze sociali” – da Kessler presentato in termini kennedyani come “una nuova frontiera da raggiungere contro le barriere culturali” – cui solo un’apposita iniziativa parlamentare, e dunque una legge, avrebbe potuto conferire piena dignità accademica. Sul cammino della quale però c’era da aspettarsi si sarebbero frapposti ostacoli di varia natura, e riconducibili alla perplessità del mondo politico, alla lentezza della burocrazia parlamentare, alle resistenze da parte dello stesso mondo universitario, tradizionalmente caratterizzato dalle lotte intestine.

Al suddetto vuoto giuridico si sarebbe dunque potuto ovviare solo presentando un apposito disegno di legge: Kessler, a tal fine, fece appello allo spirito patriottico dell’intera delegazione parlamentare trentina, auspicando che l’orgoglio di poter vantare la prima università italiana di Sociologia facesse mettere da parte le divisioni esistenti non solo e non tanto fra i diversi partiti, quanto all’interno della stessa DC.

Dopo la scomparsa del dominus trentino De Gasperi, il correntismo democristiano si era qui risolto nella contrapposizione fra due sole componenti, le quali si affrontavano senza esclusione di colpi: quella di sinistra (il cui leader era lo stesso Kessler) e quella moderata, o meglio “dorotea”. A quest’ultima – capitanata dall’influente Flaminio Piccoli – il “manuale Cencelli” regolante i rapporti di forza interni aveva assegnato la carica di sindaco del capoluogo (ricoperta dal fratello dello stesso Piccoli, Nilo).

I dorotei avrebbero avuto mille motivi per boicottare il progetto avanzato dal capo della corrente avversa, inevitabilmente destinato ad accrescerne il prestigio qualora egli fosse riuscito a realizzarlo: più conveniente dunque per loro assumere una posizione critica nei confronti dell’iniziativa kessleriana, facendo leva sulle perplessità che da più parti iniziavano a levarsi ed appuntandosi principalmente sull’effettiva utilità della disciplina prescelta nonché sugli eventuali sbocchi di una laurea del tutto inedita. Senza contare che il gruppo che faceva capo a Piccoli era da sempre favorevole – in ossequio alla Chiesa – all’istituzione del corso forestale gestito dalla Cattolica.

Kessler fu però abile nel ribattere alle obiezioni che gli furono mosse in consiglio provinciale al momento della presentazione del progetto. Dal punto di vista culturale, egli prospettò la posizione di avanguardia che Trento avrebbe implicitamente assunto nel panorama nazionale restituendo dignità ad un campo, quello sociologico, che il dominio idealistico aveva a lungo oscurato, dopo le promettenti lezioni dei Pareto e dei Mosca. Né disdegnò di far leva anche sulla tasca dei suoi conterranei, evocando le interessanti prospettive economiche che per le stesse aziende trentine avrebbe dischiuso l’utilizzo di “esperti in scienza della pubblicità e di marketing: di cui la moderna industria, e la moderna società in genere, hanno assolutamente bisogno”: tecnici non attinti – ed adattati – da Economia o Scienze politiche, bensì appositamente formati da una specifica facoltà universitaria.

Le varie componenti cittadine – clero in testa – cominciarono allora a mostrare disponibilità verso l’iniziativa kessleriana, il cui ostacolo principale rimaneva in ogni caso quello di natura giuridica; ma il presidente volle mostrarsi fiducioso anche su questo aspetto, facendo reclamizzare in tutti gli istituti superiori dell’Italia settentrionale la nuova creatura trentina già prima della chiusura dell’anno scolastico 1961-62; per quanto con la precisazione che “la pratica per il riconoscimento statale è in corso”. La sede della futura università venne individuata in una vecchia scuola elementare della centralissima via Verdi, a pochi passi dalla cattedrale: il vetusto edificio venne trasformato da Kessler in un elegante palazzo liberty stornando fondi dal capitolo dell’edilizia popolare.

L’intraprendente politico si mostrò fiducioso anche riguardo all’attuazione dell’iter legislativo, per pungolare la quale occorreva dare immediato avvio ai corsi: “Abbiamo quattro anni di tempo per vincere questa battaglia. Daremo perciò contemporaneamente il via sia all’attività didattica che alla presentazione in Parlamento della legge ad hoc riguardante il riconoscimento della facoltà”. L’esito della votazione gli diede ragione: dei ventisei componenti il consiglio votarono a favore, oltre ai diciassette democristiani ed al rappresentante socialdemocratico (facente parte della maggioranza) anche il consigliere liberale, il socialista e il missino. Contrario solo il rappresentante comunista, Canestrini, preoccupato che il consiglio di amministrazione chiamato a gestire l’università si risolvesse di fatto in un “ufficio politico” tutto in mano alla DC e quindi alla Chiesa.

Promulgata ufficialmente la legge già il 4 settembre, a tambur battente l’amministrazione provinciale nominava la commissione reggente l’istituto culturale, la quale deliberava l’immediata costituzione dell’istituto universitario di scienze sociali: alla cui direzione veniva chiamato il matematico Mario Volpato, dell’università di Venezia. Dopodiché il testimone burocratico passava a Roma.

Kessler riuscì a questo punto anche nell’intento di coinvolgere nell’iniziativa il potente Piccoli: nel quale, evidentemente, alla fine sulle beghe interne prevalse la preoccupazione di fare bella figura agli occhi di quello che era pur sempre il proprio collegio elettorale, appoggiandola. Il notabile democristiano giunse persino ad adoperarsi affinché ai giovani che si fossero iscritti all’istituto trentino fosse riconosciuto lo status di studenti universitari ai fini del rinvio del servizio di leva.

I quali, alla chiusura delle iscrizioni, risultarono 226, 65 dei quali extraregionali; 44 le donne. La maggioranza di essi proveniva dagli istituti tecnici, molti da ragioneria; rari i liceali. Scienze sociali era difatti la terza facoltà (dopo Agraria ed Economia e commercio) cui potevano accedere – previo esame di ammissione – i non liceali: dunque un pedigree studentesco particolare, in cui a prevalere non erano certo dei primi della classe.

Si trattava anzi di giovani più intraprendenti che studiosi, cui non mancava nemmeno un pizzico di incoscienza dal momento che non avevano esitato ad optare – spesso resistendo alle comprensibili pressioni dissuasorie dei genitori – per un indirizzo nuovo, privo di riconoscimento giuridico e dagli sbocchi professionali assai incerti (vi fu comunque anche chi ripiegò su Trento dopo essere stato bocciato alla Cattolica).

Nonostante tutti i maneggi di Kessler (il quale, allo scopo di garantire al proprio istituto la massima copertura politica, ne nominò preside nientemeno che Marcello Boldrini: braccio destro del capo del governo Fanfani, nonché presidente dell’ENI dopo la tragica scomparsa di Enrico Mattei), la legislatura si concluse senza che il provvedimento riguardante la facoltà trentina fosse esaminato. La sorte volle poi che la sua ripresentazione al parlamento eletto nel ‘63 venisse a incrociarsi sia con la riforma generale dell’università voluta dal ministro della pubblica istruzione Luigi Gui, che con la battaglia intrapresa dai presidi di Scienze politiche allo scopo di emancipare definitivamente la propria facoltà da Giurisprudenza.

Riunitisi a tale scopo in un comitato, gli accademici auspicavano l’ampliamento della denominazione del corso di laurea da essi presieduto in “Scienze politiche e sociali”, con conseguente articolazione della facoltà in due indirizzi, “politico” e “sociale”; avvertendo in tale prospettiva Trento quale pericolosa concorrente, essi dichiaravano esplicitamente la propria “più netta opposizione alla creazione di altri nuovi tipi di Facoltà”. Per principale impulso del preside della Cattolica, Gianfranco Miglio, pure tale progetto si concretizzò in un disegno di legge, affidato anch’esso a Gui.

La discussione che nel maggio del ‘65 fece seguito alla presentazione al Senato del disegno di legge “Norme generali sull’Istituto di scienze sociali di Trento” ripropose, ampliandole, alcune delle critiche inizialmente mosse a Kessler in consiglio provinciale: eccessiva fretta, movente campanilistico, rischio di subordinazione alla Chiesa (dai banchi della sinistra vi fu chi ironizzò di una “scuola per chierichetti”). Mentre però a livello locale il prestigio personale del presidente della provincia nonché la coesione cittadina si erano sommati alla schiacciante maggioranza democristiana facendo la differenza, in questo caso era la posizione del ministro a far pendere la bilancia dalla parte avversa a quella dell’istituto trentino, al quale veniva negato il conferimento della laurea in Sociologia a favore di quella in “Scienze politiche e sociali ad indirizzo sociologico”. “Esiste la laurea in Scienze politiche, che ha già una sua disciplina e una sua valorizzazione: quindi questo titolo di studio viene favorito”, ammise lo stesso Gui.

Il disegno di legge venne perciò licenziato da Palazzo Madama con l’emendamento voluto dal ministro che assegnava sì alla fondazione trentina il rango di “Libero istituto di istruzione universitaria”, ma inibendole l’assegnazione del titolo di studio agognato. Con l’approdo del provvedimento alla Camera, tuttavia, si verificò una novità destinata a rivelarsi decisiva per l’esito della vicenda: il cambiamento di posizione del partito comunista.

Una riflessione più attenta aveva difatti portato la dirigenza del PCI a guardare con occhio diverso all’iniziativa kessleriana: sia per l’orientamento prevalente in seno alla sociologia contemporanea, dominata dai marxisti di Francoforte; sia per il trapianto che presumibilmente avrebbe comportato, in una zona tradizionalmente “bianca”, di giovani prevalentemente orientati a sinistra. L’idea che l’esperimento trentino potesse diventare il battistrada dello sviluppo degli studi sociologici in Italia adesso allettava i comunisti; il cui responsabile nazionale per la scuola, Luigi Berlinguer, dopo essersi recato più volte a Trento ed essere stato ospite degli studenti, scriveva sull’“Unità”: “Non vi è alcuna obiezione di principio al riconoscimento giuridico degli “studi sociali” dell’istituto superiore di Trento: vi è forse un certo rammarico, anzi, per il ritardo e per il fatto che tali studi non siano già presenti nelle più qualificate università italiane”.

Enumerati tutti i problemi tecnici che avrebbe comportato l’aprire un ateneo del genere, perdipiù in una regione come il Trentino-Alto Adige, Berlinguer concludeva invitando il governo a rivedere il disegno di legge approvato al Senato, ora criticato come troppo conservatore: “I comunisti hanno proposto, nel recente dibattito in Parlamento, che il testo legislativo venga ampiamente rifatto, perché quello esistente è infelice e lacunoso, e perché l’università di Trento deve nascere bene. È un esperimento, e su questo terreno si deve essere molto audaci. Così deve essere per l’impostazione scientifica, così per la struttura organizzativa, che deve essere ampiamente democratica, sottratta ai gruppi di potere accademico, agile ed autonoma, molto autonoma. Si deve fare, cioè, per l’università di Trento, una legge che vada coraggiosamente nella direzione della riforma, scientifica e strutturale, dell’istruzione superiore. Per questo i comunisti sono, più che disponibili, all’avanguardia”.

Nonostante tale disponibilità offerta dal principale partito di opposizione, tuttavia, il 1965 trascorse senza che a Montecitorio il progetto sociologico registrasse sensibili passi avanti; alla ripresa delle lezioni dopo la sosta natalizia, così, il parlamentino degli studenti trentini decise, a stragrande maggioranza, un atto inedito per l’università italiana: l’occupazione della facoltà. Le recenti elezioni avevano assegnato il 56,6% dei voti alla lista dell’“Intesa universitaria”, che raggruppava gli studenti cattolici; il resto se lo erano equamente diviso le altre due liste in lizza: quella d’ispirazione laico-liberale e quella marxista.

Il corpo studentesco si era dunque affidato alla componente apparentemente più moderata, il cui ideologo era Marco Boato: logorroico (non a caso da parlamentare radicale avrebbe tenuto il discorso più lungo mai pronunciato in un’assemblea legislativa, andando avanti a parlare per oltre 18 ore) ventunenne veneziano con maturità scientifica e memoria d’elefante. Già chierichetto, amico di prelati, aveva un fratello architetto che faceva parte del pool ingaggiato da Kessler. Fra gli eletti della lista cattolica figurava poi Renato Curcio (che in realtà era di confessione valdese), spiantato giramondo ventiquattrenne con diploma di perito chimico (nel direttivo studentesco avrebbe ricoperto l’incarico di responsabile culturale).

Il futuro fondatore delle Brigate Rosse non aveva avuto un’infanzia facile: portava il cognome della mamma, abbandonata dal fidanzato al momento della gravidanza. Alla precarietà lavorativa della donna si erano sommate le difficoltà scolastiche di Renato: il quale dopo varie peripezie era finito in Liguria, ove aveva militato in formazioni nazionalsocialiste. A convincerlo a tentare la fortuna in riva all’Adige era stato un aggiornato geometra genovese dell’Italsider: “Tu sei un tipo dagli interessi strani – pare gli avesse detto –, a Trento aprono un’università che fa proprio al caso tuo”. Nella nuova città il giovane aveva subito trovato lavoro come cameriere d’albergo; quando poi si era presentato in facoltà per l’iscrizione, aveva appreso di avere diritto, grazie alla media del suo diploma, alla borsa di studio. Successivamente, grazie a conoscenze fatte in istituto, era divenuto il portaborse del vicesindaco socialista, Iginio Lorenzi.

L’avventura sociologica coincide infatti con l’approdo, anche a Trento, della formula politica del centrosinistra. L’austera città asburgica finisce con l’aprirsi alla novità rappresentata dagli studenti, venuti a vivacizzarla e a conferirle pure una certa aria cosmopolita: e perché i giovani possano raggiungere agevolmente, alla sera, il centro (dal collinare convitto di Villa Tambosi ove li ha sistemati la provincia) vengono persino istituite delle corse notturne del bus. L’impressione che essi trasmettono, del resto, è di serietà e disciplina; a cominciare dall’abbigliamento: che vede i ragazzi andare a lezione – secondo  il rigido costume scolastico dell’epoca – in giacca e cravatta.

La protesta studentesca viene così vissuta dall’opinione pubblica locale come un fatto non solo giusto, ma anzi rappresentativo dell’orgoglio di un’intera città, la cui solidarietà si rivela unanime: da più parti – curia in testa – ci si adopera anzi perché agli occupanti non manchino viveri e vettovaglie; mentre molti trentini vengono ad affollare le assemblee indette dagli studenti. Tanto più che quando dalla presidenza giunge l’ultimatum: o sgomberate l’istituto o salta la sessione d’esami, il comitato studentesco non indugia un attimo nell’obbedire, ponendo fine all’agitazione e diffondendo un comunicato di ringraziamento alla cittadinanza per la solidarietà ricevuta. La prima occupazione universitaria è così durata dal 25 gennaio al 10 febbraio ‘66.

Che in questa prima fase la situazione sia del tutto sotto controllo è dimostrato anche dal fatto che una delegazione di studenti composta da Curcio, Rostagno e Duccio Berio (altro futuro brigatista) si rechi a Roma, alla vigilia del dibattito alla Camera, allo scopo di attirare simpatie alla causa sociologica, trovando ad attenderli gli stessi Kessler e Volpato. I ragazzi si incontrano con diversi parlamentari, a cominciare da Piccoli: al cospetto del quale – forti del sostegno ricevuto in città – giungono persino a delineare prospettive politiche, facendogli notare come l’apertura comunista rischi di spiazzare la stessa DC, facendola apparire come la reale affossatrice del progetto e dunque rischiando di alienarle il consenso non tanto degli studenti di Trento, quanto  del suo stesso elettorato, almeno nella componente più avanzata. L’esponente doroteo a quel punto si offre addirittura di accompagnarli per il “transatlantico” di Montecitorio, presentandoli a chi fa più al caso: dal segretario socialista De Martino ai comunisti Rossanda e Pintor.

La missione sortisce l’effetto sperato: nella seduta del 12 maggio, da parte democristiana si propone di riconoscere all’istituto trentino il conferimento della laurea in scienze sociali. Il liberale Valitutti e il socialista Codignola criticano tale emendamento, rimarcando come il titolo proposto, non essendo presente nell’ordinamento in vigore, non abbia alcun valore legale; ma il successivo intervento di Berlinguer, il quale a sorpresa si spinge oltre la stessa DC proponendo di assegnare a Trento direttamente la laurea in sociologia, li porta a rivedere le proprie posizioni, allineandosi a quella che è ormai la maggioranza schiacciante dell’assemblea.

Il rapido ritorno del disegno di legge al Senato vede l’adesione anche del Movimento sociale: per cui l’istituzione della prima facoltà italiana di Sociologia viene alfine approvata all’unanimità, l’8 giugno 1966. Un’unanimità sicuramente frutto di molti calcoli e manovre: ma che in ogni caso può far orgogliosamente titolare all’’“Adige” – il giornale dei democristiani trentini – che Trento è divenuta la “capitale della sociologia”.

Prove generali di contestazione

 La data del 27 aprile 1966 segna l’inizio della stagione di violenza che avrebbe a lungo segnato l’università italiana. Muore, a Roma, a seguito di una caduta da un muretto nel corso di incidenti provocati alla Sapienza da attivisti di estrema destra, uno studente socialista: donde proteste, occupazioni, dimissioni del rettore. Manifestazioni di condanna si susseguono in tutta Italia: nell’occhio del ciclone finisce soprattutto il MSI (partito inviso alla sinistra in quanto neofascista e quindi teoricamente incostituzionale: ma del quale gli stessi comunisti si guardano bene dal chiedere lo scioglimento, sottraendo esso voti alla DC), in quanto giudicato connivente con gli aggressori romani.

Agli universitari trentini appare perciò naturale concludere il corteo studentesco con l’assalto alla federazione missina: la polizia fa quadrato, i giovani non desistono per cui scoppia qualche tafferuglio. Mai a Trento si era visto qualcosa del genere: eppure l’episodio non riceve particolari censure dall’opinione pubblica, venendo anzi giustificato come il semplice frutto della commozione studentesca seguita ai tragici fatti romani.

I sociologi trentini tornano ad agitarsi proprio alla vigilia della partenza del primo anno accademico avente dignità pienamente universitaria (il 1966-67), allorché vengono in possesso della bozza dello statuto e del piano di studi predisposti dalla dirigenza. Il fatto di non essere stati consultati da Volpato diviene il casus belli per mettere in discussione rapporti gerarchici dentro l’istituto, impostazione scientifico-culturale dei corsi, organizzazione accademica e finalizzazione professionale della facoltà. Forti del successo conseguito con l’occupazione conclusasi con il riconoscimento della laurea (la quale ha di fatto svilito la funzione del parlamentino studentesco), ne deliberano su due piedi una seconda che blocchi, di fatto, l’inizio dei corsi.

Ponendosi su di un piano paritetico rispetto agli illustri cattedratici chiamati – peraltro in breve tempo – a definire gli indirizzi della nuova università, essi diramano un comunicato nel quale attaccano la “formazione meramente tecnico-burocratica” a loro dire perseguita dalla dirigenza, invocando altresì l’istituzione di “due indirizzi, complementari e inscindibili: il logico-empirico e lo storico-comparativo”.

Dietro tale preoccupazione per un futuro professionale più flessibile sta in realtà il timore di non riuscire a superare il percorso matematico-statistico predisposto in primis – coerentemente con l’impostazione tendenzialmente scientifica della sociologia – dallo stesso Volpato; donde l’auspicato ripiegamento su di un terreno più genericamente “culturale” e che valorizzi, in particolare, la storia: materia dai nostri avvertita come assai più addomesticabile che non quelle aventi a che fare con i numeri.

Richiamandosi esplicitamente agli orientamenti “umanistici” propri della Scuola di Francoforte, gli studenti mostrano di ignorare tutto il tormentato iter che ha portato all’istituzione di Sociologia, puntando in pratica al riconoscimento di un corso di laurea equipollente all’indirizzo storico di Scienze politiche e pur in presenza di un curriculum di esami di tutt’altro genere e valore. Si giunge così alla contrapposizione a quello messo in cantiere dalla presidenza di un altro progetto partorito dagli stessi ragazzi e articolato in sei diversi corsi, finalizzati alla formazione di altrettante figure professionali di sociologi: urbano-rurale, del lavoro, della politica, dell’economia, della cultura, dell’integrazione sociale.

Nel documento Osservazioni sullo statuto e il piano di studi nella diversa elaborazione della direzione dell’istituto e della commissione studentesca, il “movimento” – come si chiamerà d’ora innanzi quel gruppo minoritario di studenti fortemente politicizzati che si contrapporrà all’istituzione arbitrariamente: cioè senza aver ricevuto alcun mandato democratico dal plenum degli iscritti – affronta il problema della molteplicità dei ruoli del sociologo, per rifiutarne la “neutralità”: dal momento che opera su di una realtà che non può essere che politica, egli è necessariamente un “politico”. Per gli estensori di tali “osservazioni” il sociologo non può né deve essere un filosofo o un tecnocrate al servizio del potere; la scienza sociale appare al contrario ai loro occhi “come una specie di organo di intelligenza pubblica, avente a che fare con problemi pubblici e difficoltà private e con le tendenze strutturali implicite in quei problemi e in quelle difficoltà”.

Sorprendentemente, ai ragazzi viene concesso non solo quanto richiesto, ma addirittura di sedere – fatto senza precedenti in Italia – nel consiglio di amministrazione dell’istituto, per quanto a mero titolo consultivo (il generoso seggio va al leader di questa prima fase di agitazioni, Boato). Chiaro l’intento della dirigenza di evitare ulteriori grane alla neonata università, con tutta la conseguente pubblicità negativa.

Bizzarro il risultato di tali concessioni: a Trento prenderà corpo una facoltà solo teoricamente “scientifica”, di fatto pesantemente politicizzata e univocamente orientata nella direzione del marxismo, destinata a sfornare tesi di laurea – peraltro quasi tutte premiate con lode – più degne dell’Istituto Gramsci che di Sociologia, con il pugno chiuso esibito dal candidato in faccia alla commissione a prendere sovente il posto del bacio accademico.

Si andrà così da lavori puramente teorici tipo “Lavoro e alienazione in Marx” a ricerche militanti su “Le case del popolo e la politica culturale del PCI in riferimento ai problemi di cultura popolare”. Monocordi anche le tesi di capi della contestazione quali Sorbi (“Urbanesimo e lavoro. Un approccio storico allo sviluppo urbano-industriale in correlazione all’analisi sul lavoro alienato di Marx”) e Rusca (“Da Lenin a Stalin: la ristrutturazione del potere in URSS”), o della Cagol (“Sulla qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico”). Oltremodo ideologizzate poi la dissertazione dello stesso Boato (“Analisi politica del movimento studentesco italiano”) nonché la tesi di gruppo che vedrà laurearsi Rostagno (“Rapporto tra partiti, sindacati e movimenti di massa in Germania”).

L’alluvione che il 4 novembre ‘66 devasta Firenze gioca un ruolo importante ai fini della formazione della coscienza giovanile di quegli anni; da ogni parte del mondo giungono spontaneamente in riva all’Arno migliaia di ragazzi, mossi unicamente dalla volontà di salvare tesori artistici sentiti come patrimonio dell’intera umanità: gli “angeli del fango”. Pure a Trento in quei giorni l’Adige irrompe come un flagello a portare fango e desolazione: in questo caso “angeli” divengono gli stessi studenti di Sociologia, prestando la propria opera a soccorso della popolazione e rinsaldando implicitamente quel rapporto di appartenenza alla città ormai radicato.

Il 1967 vede la mobilitazione studentesca assumere un carattere più prettamente politico: alla denuncia della mancata democratizzazione dell’università legata al fallimento della riforma Gui (la quale, raddoppiando la tassa d’iscrizione, ne ha anzi accentuato il carattere elitario) si aggiunge infatti il tormentone rappresentato dall’attacco all’amministrazione americana per la “sporca guerra” del Vietnam.

A Trento, quell’anno, non comincia bene. Nel quadro delle manifestazioni celebrative del ventennale della sua fondazione, il MSI ha indetto, per il 29 gennaio, un comizio al cinema Italia. All’arrivo dell’onorevole Franchi, gli universitari scatenano la bagarre: a guidarli è Mauro Rostagno, venticinquenne torinese dai trascorsi piuttosto movimentati.

Figlio di genitori entrambi dipendenti FIAT, ad appena diciott’anni si è sposato con una ragazza ancor più giovane, dalla quale ha avuto una figlia, per abbandonarle ben presto entrambe ed emigrare prima in Germania, poi in Inghilterra, ove si è adattato a fare i lavori più umili. Rientrato in Italia, si è stabilito a Milano, diplomandosi al liceo scientifico e sognando di diventare giornalista: quando i genitori lo vorrebbero a studiare lingue alla Bocconi e impiegato all’Autobianchi.

Ma il suo cuore batte per la politica: dopo avere militato tra i giovani socialisti, è approdato al PSIUP (il partito che ha raccolto l’ala del PSI che all’ingresso nel governo con la DC avrebbe preferito l’alleanza coi comunisti), facendo parlare di sé in occasione di una manifestazione di protesta davanti al consolato spagnolo contro le violenze del regime franchista, allorché si è sdraiato sulle rotaie del tram. Dopodiché, per sottrarsi alle mire paterne, ha preso nuovamente la via dell’estero, stabilendosi stavolta a Parigi. Ove però è rimasto poco: fermato dalla polizia nel corso di una dimostrazione, è stato espulso dalla Francia per la sua militanza politica, in base alle severe disposizioni dell’amministrazione gaullista.

Al grido di “morte al fascista”, dunque, gli squadristi trentini partono all’assalto: solo che stavolta la polizia non si limita a respingerli, ma li carica sulle camionette e li porta via; scattano le denunce. A guidare il “soccorso rosso” che immediatamente si scatena a loro favore (fra gli arrestati sono anche Boato – che ha ormai da tempo rinnegato le proprie frequentazioni clericali – e Rostagno) è nientemeno che l’avvocato Sandro Canestrini: vale a dire l’antico oppositore comunista dell’università trentina.

Riconvertitosi al maoismo, il quarantacinquenne professionista roveretano è adesso il principale sostenitore del movimento studentesco, del quale non si perde un’iniziativa. La sua solidarietà si manifesta nell’occasione con una denuncia – a nome del movimento dei “giuristi democratici” da lui stesso fondato – contro il questore, dimostratosi “al servizio della destra reazionaria” (cioè secondo il legale la polizia avrebbe dovuto consentire agli assalitori di mettere in atto fino in fondo la propria spedizione punitiva). Più realisticamente, esponenti del movimento rimasti a piede libero si recano dal vescovo ad impetrarne un intervento a favore dei compagni fermati.

L’8 febbraio gli studenti pisani occupano l’università della Sapienza. Le “tesi” da essi elaborate – attingendo a piene mani dal Capitale di Marx – fanno da battistrada alla protesta che di lì a poco coinvolgerà gran parte degli atenei italiani: bocciata senz’appello la riforma proposta dal governo, si invoca un reale rinnovamento dell’intero sistema universitario, che passi attraverso la ridefinizione di programmi, metodi, orari, tasse, diritti di rappresentanza. Fra le autorità accademiche, però, sono in pochi a prendere sul serio la situazione: uno di questi è proprio Volpato.

Il comitato studentesco trentino ha indetto la “Settimana sulla guerra in Vietnam” dal 12 al 18 marzo. L’intento è quello di uscire dal recinto dell’università, coinvolgendo l’intera città in una serie di iniziative di solidarietà con il popolo vietnamita: mostre, dibattiti, proiezione di filmati. Contestualmente, gli studenti hanno proclamato uno “sciopero politico” – ossia un’astensione dalle lezioni – di due giorni.

Volpato a quel punto invia agli occupanti un messaggio conciliante nei toni, ma fermo nella sostanza: “La direzione non intende contestare a nessuno il diritto di esprimere anche pubblicamente il proprio punto di vista su ogni questione; tuttavia la manifestazione non deve avvenire all’interno dell’università, per non turbare il normale andamento degli studi per coloro che volessero continuarli”.

Ma l’affollata assemblea che si tiene il primo giorno ratifica quanto deciso dai capi, respingendo l’invito del direttore: “L’università è nostra”, gli si manda a dire. Il14, il primo dibattito contro la politica americana prende così il posto della programmata lezione di metodologia delle scienze sociali.

Assente Volpato impegnato a Roma, ad applicare le disposizioni della presidenza resta Tarcisio Andreolli, direttore amministrativo della facoltà nonché uomo di fiducia di Kessler. Piombato nell’aula al termine della proiezione di un film sui vietcong, dà ai ragazzi l’ultimatum: “Questa manifestazione è abusiva: se rimanete qui ve ne assumete tutta la responsabilità”.

Non gli viene dato ascolto; interviene allora la polizia, invitando la settantina di disobbedienti ad uscire; ma pure questo tentativo va a vuoto: i ragazzi, imitando Gandhi, oppongono la resistenza passiva. Uno a uno allora vengono trascinati fuori dagli agenti, identificati e fotografati: ma una volta schedati, gli irriducibili vietnamiti riprendono come nulla fosse la discussione in piazza Duomo, sotto la fontana del Nettuno.

Il direttore – cui Andreolli dinanzi agli studenti ha pensato bene di addossare l’irruzione degli agenti – ordina la chiusura dell’ateneo sine die. Sul portone dell’istituto fa così la sua apparizione una scritta non priva di comicità: “Università yankee. Volpato lacchè degli aggressori Usa”. La presidenza si sarebbe dunque mossa solo per occultare le atrocità commesse in Vietnam dagli americani; il comitato decide allora di trasferire la mostra fotografica che le documenta sotto i portici di piazza Italia, organizzando anche una marcia silenziosa per le vie della città.

Ma dopo appena tre giorni, un ulteriore telegramma di Volpato dispone la ripresa delle lezioni in via Verdi già a partire dal lunedì successivo. L’illustre matematico si rivela per l’occasione anche saggio pedagogo, applicando la classica tattica del bastone e della carota, antica quanto la scuola: la faccia truce del maestro-educatore al momento della necessaria strigliata, cui fanno presto seguito l’indulgenza e la rinnovata fiducia nell’alunno.

Una strategia finalizzata a realizzare le peculiari finalità della scuola: crescita, formazione, disciplina, maturazione, correzione; ma per il cui successo è necessario avere a che fare con studenti “normali”: il cui obiettivo primario, cioè, resta quello di apprendere, o quantomeno di tirarsi fuori il prima possibile. Tale preoccupazione, però, non pare assillare più di tanto i componenti il “movimento” trentino.

La sera della chiusura della settimana vietnamita, alla Filarmonica va in scena uno spettacolo teatrale ideato su due piedi dal veneziano Ettore Camuffo e interpretato dagli stessi studenti: la pièce si conclude con i vietcong che bersagliano di sputi la bandiera americana. Venuta a conoscenza del fatto, la magistratura incrimina Camuffo per vilipendio; sotto inchiesta finisce anche Claudia Rusca, la più agitata delle studentesse al punto di meritarsi il soprannome di pasionaria: alla mensa declama sempre il verbo del Libretto rosso di Mao fra gli applausi dei più; alle manifestazioni non perde occasione per apostrofare i poliziotti “servi del potere”.

Nel frattempo giunge in città Indro Montanelli, il grande giornalista e storiografo conservatore. Una studentessa gli si avvicina chiedendogli un autografo sul suo ultimo libro: l’autore non fa a tempo ad appoggiarvi la penna che la ragazza glielo straccia in faccia. A questo punto anche il principale quotidiano trentino, l’“Alto Adige” (di ispirazione laica), che pure aveva seguito con simpatia gli esordi del movimento studentesco, decide di lanciare l’allarme su quanto da un po’ di tempo sta accadendo in città nell’indifferenza generale.

Al di là degli ultimi episodi, preoccupa anche la metamorfosi estetica subita dagli universitari: alle impeccabili tenute accademiche dei primi anni sono difatti subentrati barbe incolte, eskimo, jeans, camicie aperte sul petto, sandali. Nemmeno le ragazze danno un bell’esempio: lontane da casa, molte manifestano la propria emancipazione fumando. Le mamme delle liceali allora ingiungono alle figliole di tenersi alla larga da “quelli che stanno alla fontana di piazza Duomo”.

La leadership di Rostagno sul movimento è ormai ben salda. Ideologicamente si è attestato su una posizione di terzomondismo guevarista (in fondo non lontana da quella dello stesso PSIUP): ed è infatti al celebre rivoluzionario argentino che non tardano a paragonarlo i suoi compagni, ribattezzandolo come il Che”. La barba fluente, gli occhiali neri, l’anello carismatico, il distintivo di Mao bene in vista sulla giacca verde sdrucita da miliziano cubano, è sempre lui a guidare manifestazioni e cortei, bandiera rossa in spalla e fazzoletto al collo. Un capo oltremodo egocentrico e rumoroso, disposto a tutto pur di calamitare l’attenzione: al mattino, quando fa il suo ingresso in facoltà, è l’urlo selvaggio che lancia ad annunciarne a tutti l’arrivo.

Mauro diverrà il campione dello stile sessantottino portando originalmente agli estremi le tradizionali categorie della goliardia studentesca (il gusto della trasgressione, la ricerca dell’ironia, il piacere della compagnia, lo spirito di avventura, la fertile fantasia) sino a farne uno strumento non di semplice canzonatura, bensì di contestazione feroce, irridente, dissacrante dell’intero sistema; eppure senza mai perdere il controllo, sempre con un certo distacco e privilegiando ogni volta l’aspetto simbolico dei suoi eccessi. Se fa il villano – a tavola parlando come uno scaricatore di porto, al cinema facendo riecheggiare la sala della sua fragorosa digestione – è solo per ridicolizzare le buone maniere borghesi: e il bello è che più le fa grosse, più non batte ciglio.

Il suo apostolato si manifesta anche per le vie del centro, che lo vedono spesso prodigarsi a favore dell’“integrazione” fra movimento e cittadinanza abbordando i passanti: “Vorremmo spiegarle le nostre ragioni…” – “Andate a lavorare”, è la risposta che riceve più di frequente. Pure in tali occasioni non disdegna la platealità: ad un signore rimasto più impassibile degli altri fa volar via il cappello per provocarne una qualche reazione; costui tuttavia si limita a raccoglierlo senza reagire, non dando soddisfazione al perdigiorno e tirando dritto per la sua strada. Un giorno in mensa giunge a sequestrare dei malcapitati americani; interviene la polizia: “Rostagno, che fai? – Questi sono nostri prigionieri: esattamente come loro, in Vietnam, tengono prigionieri i compagni vietnamiti”.

Coi suoi Mauro sa parlare come un oracolo: vede più in là degli altri, allargando sempre i confini del discorso; cita i Manoscritti marxiani che è un piacere; contribuisce più di tutti al rinnovamento del linguaggio universitario rispetto al lessico burocratico tradizionale; ma soprattutto sforna in continuazione slogan che vanno regolarmente a immortalarsi sui muri dell’ateneo: “Non vogliamo trovare un posto in questa società ma creare una società in cui valga la pena trovare un posto”. Attinge direttamente da Marcuse, teorico del “grande rifiuto” contro il modello vigente e profeta dell’“immaginazione al potere”: “Non vogliamo mangiare alla vostra tavola: vogliamo rovesciarla”; così come da Reich, araldo della liberazione della sessualità dai lacci impostile dalla società borghese e oscurantista: “La nostra scienza è l’utopia. La nostra realtà è l’eros”.

Affascinante, ironico, spavaldo, il Che finisce con il diventare l’idolo di tutte le ragazze della facoltà in odore di emancipazione: cadono ai suoi piedi una dopo l’altra. Lo porteranno in pellegrinaggio pure alla Cattolica, ove il fenomeno di adorazione collettiva da parte femminile si ripeterà fatalmente.

Volpato nel frattempo proseguendo lungo la linea paternalistica convoca uno a uno i settanta reprobi chiedendo loro ammenda: la minaccia è quella di una sospensione dagli esami. “Perché avete tenuto in facoltà una riunione politica che sapevate vietata? – Perché il Vietnam ci riguarda, come studenti e come sociologi”. Tutto finisce così a tarallucci e vino: ossia con la semplice firma da parte dei ragazzi di una dichiarazione in cui ammettono di avere fatto una cappellata.

Non altrettanto indulgente si rivela però il pretore Elberti, il quale li condanna a 10.000 lire di multa per non aver ottemperato all’ordine di sgombero impartito loro dalla polizia; pena raddoppiata per gli studenti individuati come i capi della disobbedienza, fra i quali Camuffo e la Rusca. I quali invece la scampano per la vicenda dell’oltraggio alla bandiera statunitense; per il giudice istruttore Cordella, infatti, si è trattato di una normale manifestazione di “critica politica”, per quanto vivace: donde l’archiviazione della denuncia.

Oltre ai contestatori, tuttavia, a Trento sono anche studenti studiosi: i più solerti fra gli immatricolati del ‘62 hanno depositato la tesi di laurea già l’anno precedente, al termine del quadriennio curricolare. Per la discussione si è dovuto però attendere il riconoscimento ufficiale da Roma: il crisma del decreto presidenziale è infatti giunto solamente il 4 luglio 1967. Il 21 di quello stesso mese l’Istituto superiore di scienze sociali di Trento può così proclamare i primi dieci dottori in Sociologia: tutte le autorità cittadine, vescovo in testa, sono presenti in sala a celebrare quel giorno tanto atteso.

Dopodiché l’università trentina fa registrare un vero e proprio boom di iscrizioni: ben 700 matricole portano a duemila il numero degli studenti, in cinque anni decuplicatosi. Il collegio di Villa Tambosi è ormai al collasso: ciononostante, la richiesta di alloggi che l’università rivolge ufficialmente alla città cade nel vuoto. “Non si affitta ai sociologi”, si leggerà anzi sempre più spesso negli annunci economici; ai ragazzi non rimarrà allora che dar vita a piccole “comuni” – maschili e femminili – tutte più o meno abusive ma dai nomi sempre rigorosamente rivoluzionari.

Scoperto di avere in comune la passione per Sartre, Curcio e la riminese Marianella Sclavi iniziano a rappresentare, per le bettole trentine, scenette esilaranti e drammatiche al tempo stesso con cui sperimentano le tecniche del sociodramma. I temi dell’emancipazione sessuale, dell’amore libero, del femminismo iniziano così ad insinuarsi in città in maniera neppure troppo velata: ovvio che a quel punto i pettegolezzi dei benpensanti circa la moralità degli studenti – specie di quelli forestieri – si moltiplichino.

Renato ha nel frattempo compiuto un ulteriore salto ideologico, convertendosi al marxismo maoista. Suoi referenti politici sono adesso riviste quali “Quaderni rossi”, “Classe operaia”, “Quaderni piacentini”: letture che maturano in lui la convinzione che l’università trentina, con una percentuale così alta di non liceali – e dunque, teoricamente, di “non borghesi” – possa trasformarsi nel laboratorio ideale per il passaggio da scuola d’élite a scuola di massa.

Con Rostagno sono diventati grandi amici; lasciato il convitto, assieme a un altro compagno – Paolo Palmieri – si insediano in una casa diroccata in riva all’Adige, loro concessa da un’amica. I tre, rimesso un po’ a posto l’edificio con l’aiuto di altri volenterosi ed aiutandosi con qualche furtarello (la tonda pedana dei vigili urbani, trafugata da una piazza, diventa il grande tavolo da lavoro; pure la corrente la fregano) vi hanno aperto anch’essi una comune, ideologicamente assai impegnata. Una “casa di studio aperta” ove tenere dei piccoli seminari su argomenti non affrontati in facoltà; o comunque trattati – a loro giudizio – male: Wittgenstein, Marx, Fanon, Marcuse, Benjamin.

L’esperimento riesce: gruppi di venti compagni vengono ad animare tali corsi alternativi. Tra loro anche qualche ragazza che, sfidando i radicati pregiudizi della società trentina, osa varcare quel ponte sul fiume per l’iniziazione alla “casa degli stregoni”: fra queste, Margherita Cagol.

“Mara” ha ventidue anni: di famiglia cattolica e borghese, si è diplomata in ragioneria e in chitarra classica al conservatorio. Religiosa a sua volta, non manca mai la messa della domenica, dedicando inoltre interi pomeriggi all’assistenza degli anziani negli ospizi della zona. Renato se ne innamora subito.

Il fatidico anno accademico 1967-68 si apre nel segno della rivolta studentesca contro la riforma Gui, ripresa dal governo Moro. La ristrutturazione dell’università deve passare secondo il ministro attraverso la creazione di dipartimenti che aggreghino insegnamenti affini e l’istituzione di tre gradi di laurea (diploma al termine del primo biennio, dottorato di ricerca due anni dopo la laurea). All’atteggiamento conciliante del PCI, che si limita tuttalpiù a chiedere qualche emendamento, gli studenti replicano invocando l’azzeramento del disegno di legge.

Un modello radicalmente alternativo a quello presentato dal governo e sostanzialmente recepito dai comunisti viene allora messo a punto dal duo Curcio-Rostagno. Portando alle estreme conseguenze tanto l’esperienza dell’“università critica” berlinese quanto le istanze del “movimento per la libertà di parola” degli studenti di Berkeley, essi applicano la “teoria critica della società” elaborata dai filosofi di Francoforte all’università, esplicitandone la funzione rivoluzionaria nel capillare Manifesto per una università negativa.

“Università e società  Oggi, di fatto, l’università strutturalmente si pone come una organizzazione la cui funzione è quella di soddisfare gli svariati bisogni tecnici della società. L’università fornisce gli strumenti aggiornati (tecnici) per mettere sempre più a punto l’organizzazione del dominio di una classe sulle altre classi. L’apparato tecnologico, così potenziato, può finalmente sostituirsi al “Terrore” nel domare le forze sociali centrifughe e fornire alla classe sociale che ne dispone una superiorità immensa sul resto della società.  Università come strumento di dominio  L’università è uno strumento di classe. Essa, a livello ideologico, ha la funzione di produrre e trasmettere una ideologia particolare – quella della classe dominante – che presenta invece come conoscenza obiettiva e scientifica, e delle attitudini-comportamenti particolari – quelli della classe dominante – che presenta invece come necessari e universali.  Università e repressione  Alle volte, però, gli strumenti tecnici non sono sufficienti a mantenere lo status quo. È il caso in cui frange non integrate turbano la quiete manipolata dell’universo politico. Nell’università viene negato agli studenti il diritto di esprimersi sui problemi fondamentali (e non) della politica nazionale ed internazionale. REPRESSIONE e VIOLENZA sono il tessuto connettivo della nostra società. Ma noi formuliamo come ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove forme di lotta interna ed esterna (nazionale ed internazionale) e lanciamo l’idea di una UNIVERSITÀ NEGATIVA che riaffermi nelle università ufficiali ma in forma antagonistica ad esse la necessità di un pensiero teorico, critico e dialettico, che denunci ciò che gli imbonitori mercenari chiamano “ragione” e ponga quindi le premesse di un lavoro politico creativo, antagonista ed alternativo.  Contestazione politica  Solo il rovesciamento dello stato permetterà una reale ristrutturazione del sistema d’insegnamento. Lo studente deve quindi, al di là del suo status, agire, in una prospettiva di lungo periodo, per la formazione (stimolazione) di un movimento “rivoluzionario” delle classi subalterne, che si esprima nella forma organizzativa più adeguata al nuovo tipo di lotta che si deve condurre. Noi abbiamo individuato l’Università Negativa come luogo di integrazione politica e analisi critica dell’uso degli strumenti scientifico-tecnici proposti dallo strato intellettuale della classe dominante nelle nostre università. Ad un uso capitalistico della scienza bisogna opporre un uso socialista delle tecniche e dei metodi più avanzati.  Forme di contestazione ideologica  La contestazione ideologica si esplica in forme diverse: a) Controlezioni e occupazioni bianche. Le controlezioni si tengono di regola, alla stessa ora delle lezioni ufficiali, su argomenti di insegnamento universitario, e tendono a sottrarre a queste, quando lo si ritenga opportuno, la totalità dell’uditorio.  b) Controcorsi: forme più organiche di contestazione, con finalità meno immediate e più spettacolari, che consistono in una più profonda e consapevole socializzazione politica di studenti già precedentemente sensibilizzati.  Contestazione sindacale  Vorremmo infine aggiungere che il nostro interesse per il movimento studentesco non implica evidentemente una sopravvalutazione dello stesso. Il corpo studentesco non può, a nostro avviso, in alcun modo essere considerato alla stregua di una “classe”, i cui interessi siano oggettivamente e potenzialmente antagonistici alla attuale formazione economico-sociale. Consideriamo quindi l’università sì un centro di lotta, ma non il solo, né il principale, comunque non sottovalutabile poiché in essa prende corpo l’operazione livellatrice programmata dal capitale. Un modo per opporsi a questa operazione è il tentativo, portato avanti con gli strumenti da noi individuati, di “sottrarre” al flusso tecnocratico potenziale forze antagonistiche (ANTIPROFESSIONISTI) per affiancarlo non episodicamente alle altre forze antagonistiche della nostra società. Per questo avanziamo il progetto di una UNIVERSITÀ NEGATIVA, che esprima in forma nuova nelle università italiane quella tendenza rivoluzionaria che sola potrà condurre la nostra società dalla “preistoria” alla STORIA.”

Dopodiché gli esponenti del movimento si riuniscono per discutere il modo in cui attuare tale “controuniversità”. Scartata l’ipotesi di una gestione democratica della facoltà mediante il “rifiuto della delega” (con cui la rappresentanza studentesca viene definitivamente soppiantata a favore dell’“assemblea generale”: sulla quale, non prendendovi solitamente parte la “maggioranza silenziosa”, è giocoforza destinata a dominare la frangia estrema), viene proclamato un mese di occupazione “bianca” (ossia che non impedisce la normale attività accademica) e di sciopero “attivo” (in cui cioè ci si rifiuta di prender parte ai corsi istituzionali ma organizzandone al contempo di alternativi).

Rostagno stavolta ha dovuto agitarsi più del solito per convincere gli altri: non pochi compagni infatti giudicavano l’iniziativa inopportuna e azzardata. La discussione è perciò andata per le lunghe, l’ora si è fatta tarda e così è toccato a Curcio di correre giù prima che il bidello li chiudesse dentro: “Guarda che noi stanotte dormiamo qua”, gli comunica, “tu vai pure via senza preoccuparti”. Non potendo prevedere la reazione della dirigenza, per sicurezza si sposta qualche mobile contro le porte; mentre alle finestre vengono esposti striscioni allo scopo di comunicare la novità all’esterno: “Università occupata”, “Stop the war in Vietnam”.

L’anno accademico prende così il via in un susseguirsi di lezioni collettive, assemblee, discussioni. A recitare la parte del leone nell’università negativa sono dunque i “controcorsi”, di cui peraltro si sono già fatte le prove generali nella comune sull’Adige. Si tratta di seminari di studio su argomenti ideologicamente cult in cui a salire in cattedra – oltre alle “tre M” della venerata trinità rivoluzionaria Marx-Mao-Marcuse – sono autori del tutto misconosciuti ai programmi accademici quali lo stesso Guevara, Panzieri, Cabral.

L’enorme patacca con il faccione del leader cinese attaccata all’eskimo, Curcio provvede personalmente anche alla distribuzione in facoltà del Libretto rosso da lui stesso tradotto. Il Manifesto riceve l’onore della pubblicazione su “Lavoro politico”, neonata rivista marxista-leninista-maoista di Verona. Nell’editoriale che verga per l’occasione, Renato fissa quali irrinunciabili rivendicazioni del movimento: l’abolizione delle tasse universitarie; l’attribuzione a ogni studente di un’indennità salariale, a prescindere dal merito; il riconoscimento di un salario integrativo a quelle famiglie per cui l’iscrizione di un figlio all’università comporti la perdita di una fonte di sostentamento.

Il programma dei controcorsi chiarisce che “ogni lezione proposta alla discussione viene elaborata da un gruppo particolarmente competente in quella materia: tale elaborazione mira a saldare quella frattura tra cultura e politica che quotidianamente viene riproposta dal sistema di insegnamento capitalistico”. Il primo seminario alternativo ha per oggetto la “rivoluzione culturale” cinese e il pensiero di Mao; il secondo, la fase attuale dello sviluppo capitalistico. Il presidente del PSIUP, Lelio Basso, dopo essere stato in Vietnam a documentarsi viene a mostrare ai ragazzi le bombe a frammentazione usate dai soldati americani contro i vietcong. Giunge in città anche il trasgressivo gruppo del “Living Theatre” di Julian Beck, per restarvi quindici giorni e suscitando non poco scalpore.

Come spesso succede negli eccessi di sperimentazione, tuttavia, il debutto dell’università negativa rivela degli imprevisti; tallone d’achille dei corsi autogestiti, in particolare, è il fatto di degenerare sovente in baruffa: gli stessi relatori ingaggiati – i quali presumibilmente dovrebbero riscuotere il gradimento di chi li ha scelti – vengono sovente contestati e zittiti. Assemblee si susseguono allora febbrilmente per uscire dal vicolo cieco in cui ci si è cacciati; la soluzione viene alfine trovata nel rilanciare il confronto con la direzione, alla quale gli studenti chiedono, quale contropartita per il ritorno alla normalità, l’aumento sia degli insegnamenti complementari – con particolare riguardo alla politica – che degli indirizzi di specializzazione, al fine di facilitare l’accesso ai concorsi pubblici. Dopodiché si ritorna a frequentare i corsi regolari.

Esplode la rivolta

 Nel frattempo altre università italiane vanno in fibrillazione: la prima ad essere occupata è proprio la Cattolica, allo scopo di trasformarla da ateneo d’élite a università popolare. Qui, però, la reazione dei vertici è dura: il rettore, fattala sgomberare dalla polizia, ne procede alla chiusura. Tuttavia gli studenti – prendendo spunto da quanto accaduto a Sociologia per la settimana vietnamita – proseguono nella protesta organizzando manifestazioni ed accampandosi per giorni in largo Gemelli, di fronte all’ingresso principale dell’ateneo. Le autorità accademiche, a quel punto, non manifestano la stessa indulgenza dei dirigenti trentini, procedendo  contro il “bivacco degli estremisti” con la repressione interna: 150 studenti verranno sospesi da sei sessioni d’esame, 28 allontanati dai collegi universitari mentre i capi della contestazione saranno addirittura espulsi dall’università.

Tocca poi agli studenti di Torino occupare Palazzo Campana (sede di Lettere e filosofia e Giurisprudenza), scontrandosi però con la coraggiosa determinazione del rettore a tenere comunque la sua lezione, subito imitato da altri docenti. Dinanzi alla rabbiosa reazione degli occupanti, però, si decide di riparare presso altre facoltà non occupate, ove interverranno tuttavia soltanto sparuti gruppetti di studenti. Anche a Torino sarà comunque la linea dura a prevalere nella dirigenza, con la sospensione per un anno dagli esami di 100 contestatori (molti compagni dei quali, a quel punto, si autodenunceranno dell’occupazione per solidarietà).

Quando poi, all’inizio del ‘68, in parlamento prende il via l’ennesimo dibattito sulla riforma universitaria, l’agitazione si estende alla gran parte degli atenei italiani. Il 10 gennaio è così lo stesso Kessler a prendere posizione sulla situazione che si va profilando; egli tende a giustificare la contestazione che va prendendo corpo, classificandola come nell’ordine delle cose: “La facoltà trentina di Sociologia soffre di tutto quel travaglio di cui l’intera università sta soffrendo e di cui abbiamo una dimostrazione dalla discussione che sta avvenendo in parlamento sulla famosa legge di riforma universitaria. Che poi questo travaglio, o meglio la manifestazione di esso, tenda ad assumere nella nostra facoltà accenti o sfumature più vivaci, questo non deve meravigliare nessuno: perché il tipo stesso di studi che vengono qui impartiti – e direi la stessa caratteristica umana dei frequentatori di un tipo di curriculum di studi quale questo – può evidentemente portare a una maggiore accentuazione di alcuni aspetti, a una maggiore vivacità nella esposizione di determinate istanze che, ripeto, non sono peculiari della nostra facoltà, bensì generalmente presenti in tutta l’università italiana”.

Fra il presidente e i suoi putei è evidentemente nata, sin dai tempi della battaglia combattuta fianco a fianco per il riconoscimento della facoltà, anche una complicità personale; non è del resto difficile trovarlo alla “Cantinota” a discutere in dialetto trentino con Rostagno e Boato, o a giocare a morra. Non sono pochi tuttavia i suoi elettori che incominciano a storcere il naso su questo eccesso di cordialità, individuandovi la radice del prevaricatorio atteggiamento di quei giovanotti.

Nonostante l’indulgenza più volte manifestata, Volpato è da tempo in cima alla lista nera dei contestatori: alla nuova parola d’ordine del rifiuto delle gerarchie si assommano infatti le antiche ruggini per la centralità dal direttore di Sociologia assegnata nel percorso di laurea all’ambito aritmetico. La resa dei conti viene fissata dagli stessi ragazzi per la sua lezione di matematica generale del 31 gennaio; purtroppo il professore cadrà nella trappola da loro tesagli reagendo d’impulso, facendo appello a un’autorità che essi non riconoscono (e che peraltro egli non è neanche materialmente in grado di far rispettare) e infine scendendo sullo stesso piano dei suoi antagonisti.

Allorquando fa il suo ingresso nell’aula stracolma, da parte di gruppetti organizzati scatta la sommossa: lazzi, scurrilità, baccano. Non considerando che la cosa è studiata apposta per fargli perdere le staffe, il docente prima di fare dietrofront protesta, giungendo a litigare con uno studente che si è rifiutato di consegnargli il tesserino (“Io me ne frego del direttore!”), con reciproci insulti. Una volta tanto anche la “maggioranza silenziosa” si muove: uno studente raggiunge Volpato nel suo ufficio per chiedergli, a nome di una folta rappresentanza, di andare a svolgere la lezione da un’altra parte.

Non si fa a tempo a trovare una nuova aula, che anche qui irrompono i provocatori; a guidarli è Rostagno: al quale – manco a dirlo – per completare il corso di studi mancano giusto gli esami dell’ambito matematico. Il momento non sarebbe il migliore per fare dell’ironia, ma il professore evidentemente non riesce a trattenersi: “Oh, Rostagno! Ho piacere a vederti per la prima volta al corso di matematica: chissà che tu non ti decida una buona volta a togliertelo, quest’esame…”. Impassibile, per tutta risposta il Che si accende una sigaretta.

“Ehi, non si fuma durante le lezioni!”, lo incalza il direttore. “Ecco una prova dello strapotere accademico”, ironizza allora Mauro rivolto ai compagni. “No, è una norma d’igiene, giovanotto. Sono fumatore anch’io e sopporto questo sacrificio”, la replica dalla cattedra. Ma tale disponibilità al dialogo sortisce l’effetto opposto; tosto dal gruppetto dei disturbatori si leva un’altra voce: “Professore, io vorrei sapere a cosa serve la matematica per un corso di laurea in sociologia – Se frequenti il mio corso, ti renderai conto che alla fine anche la matematica può servire”.

Lo spirito del Sessantotto: trasformare la lezione in un dibattito sull’utilità della lezione stessa, svilendo l’autorità del docente e riducendolo a mero interlocutore. Immediatamente si alza un altro “umanista”: “Professore, io sono al quinto anno, ho superato l’esame di matematica: ma non ho ancora capito a cosa possa servire la matematica per un corso di laurea in sociologia – Mi spiace. Esistono diversi livelli di comprensione, dai più bassi ai più elevati: tu ti sarai fermato al più basso…”.

Rostagno non aspettava altro: può adesso mettere in atto quella “demistificazione del professore” alla quale tende tutta la sua missione. Si alza in piedi: “Lei non deve rispondere così, lei è docente di matematica, lei è educatore, lei è direttore dell’istituto, lei ha il dovere di…”. Una scena quasi morettiana, in cui è il figlio a mollare un ceffone al padre al fine di educarlo. “L’insegnamento della matematica è previsto dal piano di studi e tu sai benissimo che è stato concordato fra studenti e docenti in pubblici dibattiti durati complessivamente 180 ore”, si schermisce Volpato prima di lasciare definitivamente la facoltà: ma ormai la frittata è fatta.

L’assemblea notturna indetta seduta stante dal movimento decide quasi all’unanimità l’occupazione dell’istituto per protesta contro l’arroganza del direttore. Nel documento che viene redatto, si ripropone l’autogestione dei corsi quale espressione della facoltà dei ragazzi di scegliere liberamente l’oggetto dei propri studi, nel quadro di un ribaltamento gerarchico che veda i docenti “a disposizione degli studenti”; viene inoltre rinnovata l’opposizione alla riforma Gui, bollata come antidemocratica.

Ma la novità più significativa sta nel carattere dichiaratamente politico che s’intende attribuire alla protesta mediante la creazione di un’organizzazione interuniversitaria finalizzata a coordinare il movimento contestatario nazionale: “Potere studentesco”, referenti trentini della quale vengono senz’altro nominati Rostagno e Boato.

Divisi in commissioni, gli studenti si applicano alla stesura di un documento programmatico che individui gli obiettivi del movimento, L’università come istituto produttivo, in cui si chiede “l’organizzazione in potere studentesco come strumento di rottura dell’autoritarismo accademico e degli autoritarismi ad esso congiunti, quello poliziesco e statale anzitutto”.

Rostagno ne curerà la parte più dottrinaria: “L’università è un istituto di produzione del sistema attuale che ha come scopo il riprodurre il sistema attuale. Come in ogni istituto produttivo che si rispetti, la vendibilità-fungibilità della merce prodotta è garantita dall’istituto stesso tramite il preciso controllo di quantità e qualità delle merci stesse”. Nella selezione della classe dirigente il sistema si tutela, dal punto di vista quantitativo, tramite le tasse universitarie, il costo elevato dei manuali, la dislocazione territoriale delle sedi, in modo da penalizzare gli appartenenti ai ceti meno abbienti; al controllo qualitativo provvedono invece, nel momento topico dell’esame, “la mafia accademica e la cosca degli assistenti”, chiamate a valutare nello studente “il suo carattere di merce, la sua capacità a funzionare in un sistema mercantile”.

La quantificazione del risultato dell’esame non è altro che il calcolo di un quoziente di funzionalità: “Il voto alto significa alta fungibilità attuale e futura al sistema. Un voto basso l’inverso. Non si tratta quindi di valutazioni scientifiche o pseudotali, ma di valutazioni propriamente ideologiche e in senso lato politiche. Dietro il professore che esamina c’è sempre lo Stato, il criterio borghese che valuta l’adattabilità della forza-lavoro in via di qualificazione a essere domani forza-lavoro fungibile e contenibile entro i rapporti di produzione dati”. Inoltre, a tutela dell’ordine costituito, i controlli esercitati dall’istituzione universitaria sulla “merce in produzione” non potranno limitarsi alla sfera del profitto, ma dovranno necessariamente estendersi a quella della condotta: “Ricordiamo come lo statuto della nostra facoltà volesse imporre un comportamento corretto degli studenti, sia dentro che fuori l’istituto”.

Il 2 febbraio Volpato convoca il collegio docenti per decidere sul da farsi. Il direttore riceve la solidarietà dei colleghi per quanto occorsogli due giorni prima, ma assieme al consiglio di non chiamare la polizia: “Sarebbe peggio”, gli raccomandano i più. La situazione che si è creata è ben curiosa: tutti giudicano quanto sta accadendo in facoltà un delirio; ma nessuno osa ammetterlo esplicitamente. La direzione opta così ancora una volta per il dialogo, nonostante un evento esterno rischi di far degenerare la situazione: accade infatti che il lunedì successivo i dipendenti del museo di scienze naturali (malauguratamente collocato al terzo piano dello stesso istituto di via Verdi) abbiano avuto l’accesso impedito dalla barricate erette dagli occupanti.

Sono perciò dovuti intervenire i carabinieri, ma non per sgomberare né per intimidire: l’occupazione può pertanto continuare, al pari della ricerca di proseliti. Gli universitari mirano infatti a coinvolgere nella contestazione i liceali: “La scuola italiana è organizzata per selezionare gli studenti e non per formare persone consapevoli del tempo in cui vivono. L’autoritarismo e il potere assoluto e burocratico dei professori è esercitato attraverso le interrogazioni, il voto e l’esame. Sono strumenti repressivi che non vi permettono un lavoro comune. Così è nella scuola media, così è nell’università”, denunciano cartelli.

Controcorsi e seminari autogestiti possono così riprendere a dilettare gli occupanti sui temi che stanno più loro a cuore: funzione sociale del sociologo, psicanalisi, società e repressione, università e territorio, imperialismo… Venire a parlare nella cittadella della contestazione diviene più che mai una moda: vi sfilano il compositore Nono, lo psichiatra Basaglia, la giornalista Rossanda. Ad annunciarne gli interventi, i dazebao, caratteristici manifesti illustrati in stile cinese; il più bellicoso dei quali richiama l’opportunità per gli studenti di “una regolare frequenza al poligono di tiro di Sardagna, necessaria materia didattica per il rivoluzionario perfetto”. La Cagol intanto delizia i compagni con la sua chitarra.

Mentre nelle diverse commissioni si dibatte sui temi enucleati (ragioni delle lotte studentesche, autoritarismo, diritto allo studio, situazione degli studenti medi, degli studenti lavoratori, delle fabbriche), un telegramma di Kessler intima: “Vi assumete la totale responsabilità civile e penale di ciò che state facendo”. Ma l’occupazione prosegue, nonostante anche l’ingenuo tentativo della dirigenza di dissuadere gli aspiranti vietcong lasciandoli al freddo mediante la disattivazione del riscaldamento.

Il fossato fra città e studenti nel frattempo si allarga. È in particolare la promiscuità dei bivacchi notturni a scandalizzare la gente: “Ma davvero le femmine dormono assieme ai maschi?”, si mormora sempre più spesso nell’incontrarsi per strada, e immaginandosi un utilizzo boccaccesco di quei sacchi a pelo. Dall’indignazione al sarcasmo, molti iniziano allora a parlare di “sozzologhi”.

Il primo convegno nazionale di Potere studentesco ha luogo a Trento, il 6 febbraio, per fare il punto sullo stato della lotta e sulle prospettive del movimento. Nella mozione conclusiva, Curcio e Rostagno evidenziano come un salto di qualità in senso rivoluzionario non sia ancora possibile: “Questo non è un momento rivoluzionario, ma prerivoluzionario, e quindi non è un momento in cui si pone immediatamente il problema della presa del potere, ma l’organizzazione di un lavoro politico. Non è l’esempio cubano, ma l’esempio cinese quello che abbiamo di fronte; cioè non è possibile l’organizzazione dell’isola felice con due anni di lotta: ma è possibile attraverso 40 anni di resistenza”.

Viene quindi posta in primo piano l’esigenza di far convergere la battaglia studentesca con quella operaia: “È fondamentale affermare come l’autonomia del nuovo movimento non debba diventare né rimanere autonomia delle lotte studentesche universitarie da quelle degli studenti medi, dalle lotte proletarie e in particolare dalle lotte operaie. Il legame delle lotte studentesche con le lotte operaie deve realizzarsi tuttavia a livello di lotta di massa e non risolversi assolutamente in incontri verticistici di pochi burocrati dell’uno e dell’altro movimento. Le forme di questo collegamento tra lotte studentesche e lotte operaie pongono in modo già chiaro la necessità di un salto politico dal “collegamento” alla “convergenza” di esse, sia a livello tattico che strategico”.

Vengono così anticipate le grandi mobilitazioni dell’“autunno caldo”: a dare un notevole contributo in tal senso è in particolare Gigi Chiais. Veneziano, da tempo in contatto con le maestranze operaie della zona e per questo inserito nella commissione fabbriche, dopo la laurea ha deciso di rimanere a Trento per non perdere il treno della rivoluzione. Per vivere insegna lettere alle medie, degno emulo del professor Sinigaglia: il personaggio de I compagni di Monicelli che forma alla lotta sindacale gli operai di un’industria tessile torinese di fine Ottocento.

In un documento programmatico redatto nei giorni dell’occupazione, Chiais ha ammonito: “O la crescita politico-organizzativa del movimento trova sbocco organico nel quadro generale delle lotte operaie, con un collegamento non di tipo astratto, oppure sin d’ora è possibile diagnosticare il fallimento politico delle lotte studentesche, il suo inevitabile assorbimento da parte del sistema”. A dargli l’occasione di passare dalle parole ai fatti è stato un nastrificio di Rovereto, le cui operaie sono entrate in agitazione dopo che l’azienda ne ha aumentato il carico di lavoro. Dotatele di un giornalino interno quale strumento delle loro rivendicazioni, il sociologo le riconverte al modello assembleare già impostosi in facoltà: il rifiuto della delega, e quindi della mediazione sindacale, finisce con lo spiazzare completamente tanto i vertici aziendali quanto i sindacati ufficiali.

Il potenziale propagandistico rappresentato dall’avanguardia trentina appare tale che il dirigente della CGIL Vittorio Foa propone ai capi del movimento di recarsi nel Mezzogiorno a sindacalizzarvi le politicamente incolte masse proletarie. Ma i ragazzi non sono disposti a scendere a compromessi con alcuna frangia del sistema, neppure la più rossa; sentendo puzza di bruciato, declinano l’offerta: “Non possiamo accettare: il movimento ha ancora bisogno di noi. E poi voi del sindacato volete solo indebolirci. Non ci stiamo”. Rostagno, inoltre, per rimanere a Trento declina anche la candidatura alla Camera offertagli dal PSIUP.

La violenta contestazione che si scatena nella più popolosa università italiana, la Sapienza di Roma, segna uno dei momenti cruciali del Sessantotto italiano: l’occupazione di Architettura – con relativi controcorsi cui aderisce in questo caso anche una minoranza di docenti – porta, il 29 febbraio (anno bisesto), allo sgombero della facoltà da parte della polizia, chiamata dal rettore. Si giunge così, il giorno successivo, alla “battaglia di Valle Giulia”: guidati da estremisti di destra, migliaia di studenti intenzionati a riappropriarsi dell’università attaccano i celerini che la presidiano.

I fatti di Roma suscitano una vasta eco nel Paese: celebre la lettura che ne dà Pasolini, il quale, da vero comunista, sceglie – contrapponendosi all’opportunismo del PCI – di schierarsi dalla parte dei poliziotti, “figli di poveri” e dunque costretti, per guadagnarsi il pane, a fare a botte con questi figli di papà che, nel giocare a fare i rivoluzionari, in realtà stanno solo seguendo una moda.

Dalle colonne del “Corriere della Sera” Montanelli, pur ammettendo che scuola e università avrebbero bisogno di riforme sostanziali e che gli studenti “fanno benissimo a sollecitarle anche con la frusta”, ritiene che contro il teppismo e la violenza di quelle giornate l’unico modo per riportare all’ordine gli atenei sia l’utilizzo dei carabinieri.

Il frangente storico è tuttavia delicato: ci troviamo difatti alla vigilia di elezioni politiche che giudicheranno il centrosinistra guidato da Moro (a sua volta docente universitario); difficile perciò immaginare che il governo possa disporre misure tali da far degenerare le tensioni, facendo per giunta un regalo ai comunisti. Kessler allora per far uscire Sociologia dall’impasse s’inventa una soluzione tipicamente democristiana.

Individuato in Volpato il capro espiatorio da offrire agli studenti in cambio del ritorno alla normalità (quando l’episodio che lo ha visto protagonista è stato evidentemente solo il pretesto per procedere ad un’occupazione già largamente annunciata), il presidente chiede a Gui di procedere alla nomina del comitato ordinatore dell’università, previsto dallo statuto ma non ancora costituito. Al posto del direttore unico si insedia così un triunvirato espressamente incaricato di mediare tra movimento e istituzione, e composto dallo stesso Boldrini, dal socialista Bobbio (un cui figlio figura tra gli arrestati a seguito dell’occupazione torinese) nonché dal trentino Beniamino Andreatta, docente di economia a Bologna ma soprattutto esponente della sinistra democristiana, oltre che consigliere dello stesso Moro.

Allo scopo di riattivare il dialogo con gli studenti, Boldrini invita i rappresentanti di Potere studentesco ad un incontro, auspicando “un utile scambio di opinioni” e mostrando disponibilità a ridiscutere l’argomento degli insegnamenti dell’anno accademico successivo: in particolare quelli “che vincolano l’attività didattico-scientifica dell’istituto”, da sempre spauracchio dei sociologi trentini e perciò individuati quale principale pomo della discordia.

L’obiettivo è quello di salvare l’anno accademico, a rischio se entro la fine di febbraio non si saranno tenute almeno trenta lezioni curricolari. L’annullamento della sessione invernale di esami delinea gli schieramenti in seno al corpo studentesco: ai trecento “cinesi” che si ostinano a bivaccare nell’istituto di via Verdi si contrappongono adesso nettamente gli altri 1700 studenti che, dopo avere – profumatamente – pagato le tasse d’iscrizione, si vedono adesso impediti nella fruizione dei loro diritti da una sorta di “soviet”. Neppure l’incontro fra le due parti che ha luogo a Villa Tambosi contribuisce a sbloccare la situazione; alla ragionevole proposta della maggioranza di nominare una delegazione che raccolga l’invito al dialogo rivolto dal nuovo comitato ordinatore, gli occupanti rispondono infatti picche, riaffermando il principio della democrazia diretta: “Solo l’assemblea generale ha veste per trattare con il comitato sulla base della fase attuale di coscienza politica del movimento studentesco trentino e italiano”.

Decisa a non ricorrere all’intervento della forza pubblica per tener fede a quella linea della moderazione in ossequio alla quale si è vista insediare, la troika direttiva a quel punto non può che provare a scendere a patti con la minoranza giacobina che da novembre tiene in scacco l’università. Ma nemmeno tale ramoscello d’ulivo sortisce l’effetto sperato: ai dirigenti che impavidamente sono scesi nella fossa dei leoni Rostagno ribatte contestando la funzione stessa del comitato; inoltre, leggendo la mossa della controparte come un evidente sintomo di debolezza, alza improvvisamente la posta in gioco chiedendo anche per Sociologia la principale conquista del movimento studentesco dell’America Latina: il “cogobierno”. L’assemblea a sentire l’oracolo s’infiamma: ma Andreatta, per nulla intimorito, in piedi sopra una cattedra ribatte che tuttalpiù agli studenti può essere concesso un mero potere consultivo (che essi peraltro detengono già da due anni). L’occupazione ha a quel punto un motivo in più per proseguire, avviandosi a polverizzare ogni record di durata.

Il 6 marzo in consiglio provinciale si dovrebbe parlare di bilancio: Kessler tuttavia sente gli occhi di tutti puntati addosso per via di quanto sta accadendo all’università. Non si tira indietro, per prendere finalmente le distanze dal “sostanziale sfondo anarchico-rivoluzionario che anima certa parte del movimento studentesco, e che in definitiva non si distingue molto dal qualunquismo”. Ma nemmeno in questa circostanza si assume le proprie responsabilità, addossando anzi la colpa dell’attuale situazione all’arretratezza della legislazione e dell’organizzazione della scuola e dell’università italiane, del tutto inadeguate a suo dire rispetto ai profondi mutamenti sociali intercorsi dai tempi della riforma Gentile.

Lo schiaffo a San Vigilio

 A Trento, per diventare capipopolo, bisogna essere venticinquenni fuoricorso: non sfugge alla regola neppure Paolo Sorbi (“Paolino” per la statura ridotta e l’aria paciosa), cattolico, già a fianco di Boato nell’Intesa e attualmente rilanciato da Rostagno quale ambasciatore del gruppo. Dal movimento ha infatti ricevuto l’incarico di coinvolgere nella protesta gli studenti delle superiori: più che alla diplomazia, però, da buon sobillatore ricorre al sotterfugio.

In tempi in cui i presidi dopo lo squillo della seconda campanella fanno ancora serrare i portoni della scuola (chi è dentro bene, gli altri se ne tornino pure a casa), Sorbi le studia tutte per intrufolarsi: fino a rimediare una denuncia per un’incursione al liceo Prati (Elberti lo condannerà a 20.000 lire di ammenda). Una volta dentro, arringa i ragazzi contro l’autoritarismo scolastico, distribuisce loro volantini, li invita alle riunioni di “Potere studentesco”.

Ideologicamente si dichiara appartenente all’area del “cattolicesimo del dissenso”: una corrente di pensiero cui hanno dato il la certe innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II, a partire dal dibattito sulla “chiesa dei poveri”. Sfruttando tali aperture, le ACLI sin dal ‘66 hanno messo in discussione il dogma dell’unità politica dei cattolici (indispensabile collante della forza elettorale democristiana), ponendo fine alla dipendenza dalle gerarchie ecclesiastiche e accentuando la propria collocazione a sinistra. Lo sfaldamento del blocco cattolico ha finito con il coinvolgere anche il più tradizionale fra gli strumenti d’influenza della Chiesa sulla società italiana, vale a dire l’Azione cattolica: la quale ha compiuto la cosiddetta “scelta religiosa”, optando per un maggiore impegno in ambito spirituale e pastorale a scapito di quello politico.

Ben presto si sono così formate aggregazioni cattoliche “spontanee” in esplicito e radicale dissenso con le gerarchie ecclesiastiche, giudicate eccessivamente blande e conservatrici nel recepire le suggestioni del Concilio, nel fare propria una visione antigerarchica e comunitaria della Chiesa nonché nel porsi dalla parte dei più poveri. Su di esse – in anni in cui tutto quanto arriva dall’America latina fa immediatamente tendenza in quanto recepito come rivoluzionario e “antimperialista” – hanno esercitato un certo influsso anche le posizioni di un gruppo di sacerdoti sudamericani schieratisi apertamente a fianco delle masse diseredate e dei partiti marxisti fino a riconoscere la legittimità dell’uso della violenza.

In queste che vengono definite “comunità di base” si riuniscono preti e laici accomunati dall’intento di vivere secondo lo spirito originario del Vangelo, in povertà e senza il vincolo di obbedienza alle autorità ecclesiastiche. Le “discussioni generali” che le caratterizzano prevedono il libero intervento di tutti, compresi i non credenti; di fatto, però, sul momento spirituale finiscono con il prendere il sopravvento il dissenso nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche e la protesta politica.

A Trento tale movimento cattolico dissenziente è ben rappresentato da nove sacerdoti: i quali – guarda caso – sono tutti quanti iscritti a Sociologia. Hanno pure pubblicato un documento in cui, traendo diretta ispirazione dal lessico leninista, viene condannato “l’imperialismo internazionale del denaro”. Richiamandosi all’enciclica Populorum progressio (emanata nel ‘67 da Paolo VI), inoltre, essi denunciano le storture che il sistema capitalistico produce anche nell’università, sposando in pieno le ragioni dell’occupazione in corso: “Il sistema scolastico in genere, e universitario in particolare, riflette sempre più la struttura autoritaria della società e al tempo stesso viene meccanicamente subordinato agli interessi predominanti dei grossi complessi produttivi, che ormai controllano e finalizzano a sé non solo il settore economico, ma anche tutti i principali aspetti della convivenza sociale, sottraendoli con la potenza del denaro a ogni effettiva e autonoma gestione democratica da parte di tutta la comunità”.

A guidare il singolare capitolo trentino dei reverendi sociologi è il trentaduenne Piergiorgio Rauzi: eletto dagli stessi convittori padre spirituale di Villa Tambosi – o meglio della “casa del popolo Rosa Luxemburg”, come verrà presto ribattezzata – dopo che i suoi due predecessori inviati dal vescovo sono stati cacciati a furor di popolo dal collegio, si vanta di votare comunista.

È in questo clima che prende corpo l’oltraggio del movimento alla comunità religiosa trentina: l’episodio che segnerà, in pratica, l’inizio anche del Sessantotto cattolico. La sfida degli studenti in rivolta alla città che li ospita non potrebbe essere lanciata in una sede e in un momento più solenni: in duomo, nelle severe navate che hanno visto le storiche sedute del Concilio tridentino, dinanzi alle reliquie di San Vigilio Martire, gli ultimi giorni di marzo sono dedicati ai riti della Quaresima.

Allorché il padre francescano Igino Sbalchiero, nel suo sermone serale del 26 marzo, dal pulpito prende ad attaccare l’Unione Sovietica “e i suoi lager, orrore per l’umanità”, dai banchi dei fedeli si leva un esagitato che – baschetto nero in testa, giacca di pelle – raggiunto il centro della navata si mette ad urlare: “Non è vero! Non è vero!”.

È il Sorbi: il quale ha evidentemente ritenuto di poter estendere a proprio piacimento il metodo sperimentato nelle informali comunità di base alla stessa sacralità della liturgia, interloquendo con l’officiante allo scopo di confutarlo. In realtà, il giovane ha semplicemente inteso emulare il gesto blasfemo dello studente tedesco (anch’egli di sociologia e altrettanto fuoricorso) Rudi Dutschke: il quale tre mesi prima, nella cattedrale di Berlino, ha interrotto la messa della notte di Natale invitando i fedeli a dimostrare il proprio spirito natalizio scendendo nelle strade a protestare contro l’intervento americano in Vietnam.

Debbono accorrere i compagni per sottrarre Paolino all’indignata reazione dei fedeli: i quali intenderebbero far guadagnare al profanatore l’uscita a suon di calci del sedere. Il giorno dopo tutti i giornali cittadini riportano la notizia del sacrilego episodio: perdurando l’occupazione e con essa lo stato di incontrollabile subbuglio che in città mette ormai a rischio tutto, comprese le funzioni religiose, le autorità non possono far altro che inviare in duomo poliziotti in borghese a tutela del diritto della gente di pregare. Anche in questo caso, però, i sociologi non restano a guardare: ogni sera, al momento della predica, decine di studenti escono dalla chiesa per fermarsi davanti all’ingresso a leggervi testi di padre Balducci e don Milani. Ecco così inventati pure i “controquaresimali”.

Le modalità di tale catechesi alternativa non si rivelano tuttavia rispettose di quella pastorale: seduti per terra, i ragazzi impediscono di fatto ai fedeli di entrare. A questa nuova provocazione il vescovo reagisce indirizzando alla diocesi una lettera in cui denuncia “una ben precisa intenzione di sovvertimento”. La comunità ecclesiale trentina a quel punto si spacca: ci sono teologi, persino confratelli francescani di Sbalchiero che, intendendo privilegiare il senso del suo gesto rispetto all’irriverenza della forma adottata, mostrano comprensione verso Sorbi: il quale viene addirittura invitato in parrocchia dai sacerdoti più progressisti, a pontificarvi su limiti del Concilio e mancata riforma della Chiesa.

A questo punto però è la stessa democrazia cristiana locale – con buona pace di Kessler – a non poter rimanere a guardare: rinnovandosi a novembre anche il consiglio regionale, c’è infatti il rischio di venire scavalcati, sul punto della difesa dei valori più cari alla cittadinanza, dagli agguerriti autonomisti del partito popolare trentino-tirolese. Dopo la netta condanna del gesto sorbiano pronunciata dal vescovo, occorre organizzare una manifestazione di protesta contro le teste calde di Sociologia: la contestazione dei contestatori. Domenica 31 marzo, così, una marea di persone provenienti anche dal contado sfilano in corteo per le vie della città giungendo a gremire il cruciale tratto di via Verdi compreso fra l’università e il duomo alle 19 in punto, ora d’inizio della funzione serale.

Obiettivo della gente diviene ovviamente il gruppo dei predicatori abusivi, temerariamente in loco anche nella critica circostanza: “Tornate a casa vostra! Tornatevene in Italia! Non vi vogliamo più!”, si urla loro come a degli stranieri. Vista la mala parata, gli incauti controquaresimalisti abbandonano a quel punto il sagrato per guadagnare rapidamente la facoltà; dinanzi alla quale, però, i manifestanti possono esprimere il proprio pensiero senza doversi più riguardare come davanti al duomo: “Putane, capeloni, ‘ndé via!”, con annesso lancio di uova marce e frutta varia.

Proseguendo lungo la falsariga di una legge del contrappasso sempre più stramba, sono adesso gli impauriti occupanti a invocare il salvifico intervento dei tanto detestati tutori dell’“ordine borghese”: gli agenti a quel punto si frappongono, ma non risparmiandosi certo di rivolgere ai guerriglieri improvvisamente riconvertitisi al legalitarismo gli sfottò del caso.

Più schernito di tutti è ovviamente il Che: il quale tuttavia anche in questa occasione tiene incrollabilmente fede al proprio personaggio dileggiando a sua volta gli attaccanti nell’invitare i compagni a intonare i canti alpini trentini. L’ulteriore sberleffo alla storia patria locale sortisce quale conseguenza l’infittirsi del lancio di ortaggi: a Mauro allora non resta che ordinare la ritirata dentro l’istituto, il cui portone viene sprangato. Tutto lascia infatti presupporre che la gente imbufalita non intenda lasciarsi scappare l’occasione per regolare una volta per tutte i conti con quegli ormai indesiderati ospiti, nella sostanziale neutralità della forza pubblica.

A lanciare l’urlo di guerra è un aitante giovanotto trentino: il quale, inerpicatosi su di un lampione, agguanta il rosso striscione di Potere studentesco che ormai da due mesi fa bella mostra di sé alle finestre, dandogli fuoco nel giubilo generale. Altri ardimentosi provano a espugnare la facoltà dall’ingresso posteriore: ma le porte non cedono alle loro spallate, fino all’intervento dissuasivo dei poliziotti; si rifanno allora cancellando dai muri le scritte inneggianti a Mao. L’assedio prosegue per tutta la serata: si tenta di sfondare pure dall’entrata laterale, ma anche in questo caso il portone resiste.

Da una finestra, don Rauzi segue preoccupato l’evolversi della situazione: proprio lui che è solito frequentare l’università vestito in maniera informale, stavolta per precauzione si è infilato il clergyman. Ma ha fatto la sua: un vecchietto più infuriato degli altri lo sfida a venire fuori dandogli del “senza Dio”. Il tempo gli darà ragione: l’eccentrico prete comunista infatti si sbarazzerà finalmente della tonaca, per sposarsi e fare quattro figli.

Nel caos più totale, prendono vita anche scene impagabili: c’è un trentino che è qui non per dare man forte all’insurrezione, bensì per togliersi qualche sassolino dalle scarpe nei confronti del conformismo dei suoi concittadini. “Finalmente è venuto qualcuno a rompervi le uova nel paniere!”, li provoca: evita il linciaggio solo per miracolo.

Il fortino ha resistito, l’ora si è fatta tarda e a mezzanotte gli assedianti mollano la presa. Ma il messaggio è stato chiaro: nell’acquiescenza delle autorità, c’è anche una Trento che non è più disposta a tollerare l’insolenza e la prevaricazione di un manipolo di casinisti di professione. Dentro, la notte di veglia diviene anche l’occasione per contarsi: gli irriducibili di Sociologia ammontano a centocinquanta.

Si danno da fare a erigere barricate, preparandosi all’eventualità di un nuovo assalto: dopo avere visto la polizia rimanere sulle sue, adesso temono che dal circondario possano arrivare squadre di “fascisti” a dare man forte alla cittadinanza. A portarsi in città sono invece i trecento carabinieri del battaglione Laives: per l’occasione sottratti al loro tradizionale impiego contro gli attentati terroristici degli indipendentisti sudtirolesi.

Scampato il pericolo, alle 16 può avere inizio l’assemblea dei resistenti, mentre fuori la folla ricomincia minacciosamente ad assembrarsi. Nemmeno la vista dell’esercito schierato scoraggia Rostagno, che al cronista dell’“Alto Adige” annuncia la determinazione degli assediati a resistere: “Siamo pronti a qualsiasi evenienza, preparati all’autodifesa ad oltranza”. La stampa cittadina rispecchia le diverse posizioni in seno alla società trentina: al giornale laico, che quotidianamente consente ai capi dell’occupazione di spiegare le proprie ragioni, si contrappone il più ortodosso “Adige”, che – secondo i maligni sobillato da Piccoli – cavalca l’insurrezione dei benpensanti.

L’uscita di Boato dall’edificio per incontrarsi con il questore viene interpretata dai più come un gesto di resa; ma non per questo la gente abbassa i toni: “Trento è cattolica: chiudete l’università!”, “Questo edificio era un tempio: adesso è una tana di senza Dio!”, si urla. Magari molti di quei dimostranti vi hanno fatto le scuole elementari: e adesso si trovano qui a lanciare contro quelle finestre insulti, frutta; anche pietre. Cui gli occupanti non osano replicare, limitandosi ad osservare basiti l’evoluzione delle manovre con cui i militari prendono posizione: ma solo per arginare l’assalto della folla, sempre più numerosa e inferocita. Cala nuovamente la sera: ma stavolta la gente, decisa ad andare fino in fondo, non smobilita.

Una scena simbolica del Sessantotto: fuori la società trentina con le sue tradizioni, i simboli dello Stato borghese, i rappresentanti dell’ordine costituito; dentro la comunità giovanile ribelle, contestatrice radicale di tutto ciò: la contrapposizione fra i due mondi non potrebbe rappresentarsi in maniera più stridente. Se poi si pensa che il motivo del contendere è un’università istituita per conto e con le risorse proprio di quella gente, e apposta perché tale società possa essere studiata, compresa, migliorata, allora il paradosso apparirà davvero completo.

Per le autorità cittadine questo è il momento più critico: ma nella delicatezza della circostanza pre-elettorale, il potere politico decide ancora una volta di perseverare nella linea morbida, non facendo intervenire la forza pubblica, nella preoccupazione di scongiurare l’eventualità di una nuova Valle Giulia. La soluzione dell’imbarazzante vicenda viene pertanto affidata al faccia a faccia che si terrà in facoltà fra occupanti e comitato ordinatore.

In un’aula stracolma, nel clima circense determinato dalle manifestazioni di assenso o dissenso con cui la canea studentesca partecipa alle trattative, un Boato in giacca e cravatta illustra alla triade le richieste formulate dal movimento per porre termine all’occupazione. Dopo tre ore e mezza di trattative, i ribelli ottengono il riconoscimento dell’assemblea quale “unica controparte” all’autorità accademica, con automatico esautoramento degli altri organismi rappresentativi.

E inoltre: l’istituzione di seminari per gli studenti lavoratori nei fine settimana; l’abolizione delle firme di presenza alle lezioni (e quindi del vincolo della presenza obbligatoria per essere ammessi agli esami), della registrazione sul libretto delle bocciature rimediate (in modo da potersi ripresentare nella solita materia anche all’appello d’esame immediatamente successivo) e del blocco tra un biennio e l’altro (che impedisce di anticipare esami del corso conclusivo a chi non abbia esaurito quelli dei primi due); la discussione e motivazione pubblica tanto dei voti quanto dei provvedimenti disciplinari; la destinazione di due giorni settimanali allo svolgimento di seminari politici e culturali; la riconversione della tradizionale lezione accademica “frontale” sul modello dei più paritari seminari; la concertazione della bibliografia di corsi ed esami; l’elargizione di borse di studio e sovvenzioni; il prolungamento dell’apertura della biblioteca sino alle 23.

La resa delle autorità accademiche dinanzi alla “minoranza rumorosa” degli studenti si risolve dunque in qualcosa di molto simile al cogobierno invocato da Rostagno: tanto più che in cambio il movimento non ha nemmeno garantito la definitiva sospensione dell’occupazione, ma solo un suo semplice allentamento in modo da consentire a tutti l’accesso in facoltà e quindi la ripresa dell’attività didattica. Fuori però la gente ha mostrato di non gradire la soluzione “politica” che si andava delineando: ai reiterati applausi con cui gli studenti salutavano l’accoglimento di ogni loro istanza, immediatamente dall’esterno si levavano salve di improperi.

La delusione per la vittoria dei “senza Dio” si è così manifestata in vari modi: tentando più volte di forzare il cordone dei carabinieri, scagliando sulla facciata dell’istituto di tutto. Contro l’ingresso laterale è stata lanciata pure una bomba molotov; mentre un giovane munito di tromba, mostrandosi più in sintonia con la tradizione bersaglieresca della città, ha ripetutamente suonato la carica alla folla tumultuante. La carica però, alla fine l’ha fatta solo la polizia, fermando anche diverse persone, a sancire ulteriormente il fallimento della rivolta cittadina e con esso la conclusione delle “tre giornate di Trento”.

Due studenti che hanno parteggiato apertamente per la piazza, una volta presentatisi in facoltà per andare a lezione si sono visti l’accesso inibito dal presidio degli occupanti: alle loro rimostranze si sono sentiti ribattere trattarsi di una misura precauzionale a tutela della loro stessa incolumità, decisa di concerto con la dirigenza allo scopo di preservarli da possibili rappresaglie.

Finché, il 5 aprile, i capi del movimento non vengono convocati in questura: l’accusa nei loro confronti è di occupazione di edificio pubblico. Alla mezzanotte del 7, dopo ben sessantasette giorni di occupazione, l’istituto viene alfine sgomberato d’autorità: nel tirare via gli striscioni – a dissimulare la capitolazione – i “cinesi” intonano l’Internazionale.

Mentre i danni subiti dall’edificio nel corso della battaglia vengono stimati in un paio di milioni, il partito liberale chiede inutilmente l’espulsione dall’università – sull’esempio della Cattolica – almeno di Rostagno e Boato. Per la prima volta in Italia, poi, due sacerdoti (uno dei quali è ovviamente il Rauzi) vengono accusati di interruzione di pubblico servizio; mentre un altro “cattolico del dissenso” viene incriminato per avere bestemmiato davanti al duomo.

È il contentino alla Trento più indignata, cui fanno subito da pendant ulteriori concessioni ai contestatori da parte delle autorità accademiche. Nell’attesa della nomina del nuovo direttore, la programmazione della didattica viene affidata alla “commissione di sperimentazione”, pariteticamente composta da dieci docenti e altrettanti studenti. La quale stabilisce che per gli studenti lavoratori – oltre ai corsi nel week end – vi sia anche la possibilità di lezioni serali; che il mercoledì venga riservato esclusivamente ad attività politico-culturali; che ciascun esame possa essere sostenuto mensilmente, con un massimo di quattro tentativi all’anno; che oltre a non veder registrata sul libretto la bocciatura, lo studente possa anche rifiutare la proposta di voto sgradita; che si possano sostenere tesi di gruppo.

È solamente a seguito di tali avvilenti concessioni che Sociologia può tornare alla normalità, il 22 aprile. Sulle pareti restano gli slogan, con i loro irrisori giochi di parole: “proibito obbedire”, “vietato vietare”… Ma ci sono anche scritte blasfeme; ad una bestemmia contro il Padreterno, don Masserdotti – un altro dei clerico-studenti – si è premurato di aggiungere: “dunque esiste”.

Una volta conclusa la lunga occupazione, Rostagno si dedica all’attuazione del “programma di febbraio” che prevede la convergenza in un unico fronte di lotta del movimento studentesco e del proletariato operaio. Appreso dell’agitazione in corso alla Marzotto di Valdagno – ove gli operai stanno indicendo scioperi a raffica per protestare contro il rischio di licenziamenti, impedendo anche con la violenza l’accesso agli impiegati – Mauro parte immediatamente alla volta del Veneto, giungendo appena in tempo per assistere alla celebre rivolta contro le forze dell’ordine che, il 19 aprile, si conclude con l’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto (il fondatore dell’azienda: del quale si diceva facesse perquisire a propria discrezione gli operai all’uscita dalla fabbrica), posta nella piazza centrale del paese. A seguito dei disordini, duecento operai vengono arrestati.

Dopodiché Mauro si dedicherà alle fabbriche trentine, presidiandone i cancelli, dialogando e anche scontrandosi con il movimento sindacale e operaio. A figure come la sua si ispirerà Elio Petri per il suo La classe operaia va in paradiso, nel tratteggiare studenti-agitatori marxisti che, all’ingresso mattutino in fabbrica, spronano le maestranze a prendere coscienza dell’alienazione cui si apprestano a soggiacere “incarcerandosi” in fabbrica per otto ore “di lavori forzati” ed accettando il sistema del cottimo, che le “deruba della vita”: “Oggi, quando uscirete, sarà già buio: per voi il sole oggi, la luce del giorno oggi, non splenderà”.

Il 28 è in visita a Trento il ministro dell’interno Taviani. Appostato con cinquanta compagni in fondo alla platea del cinema Modena, il Che intende impedire il comizio del maggiorente democristiano; allorquando la manifestazione sta per avere inizio, dalle ultime file si leva un grido: “Operai fuori, Taviani dentro!”. Immediatamente espulsi dalla sala, gli studenti si prendono anche una bella dose di legnate dai carabinieri in piazza Venezia. Alcuni di loro vengono fermati; ma il “ras” trentino stavolta riesce a farla franca: propone allora ai superstiti una spedizione punitiva contro la sede del nemico “Adige”, le cui finestre vanno in frantumi.

A Trento, quest’anno, si tiene un primo maggio particolare, in cui sul palco di piazza Dante sono presenti anche i sociologi, coi fatti della Marzotto a giocare la parte del leone. Rostagno pronuncia un discorso inquietante, che segna un netto salto di qualità nell’attacco al sistema: “La statua di Marzotto – uno dei più grandi capitalisti italiani – è col naso per terra, tirata giù dalla rabbia operaia. Quella statua abbattuta è il simbolo di tutte le lotte. Fino ad ora siamo stati manganellati, colpiti, dispersi. Noi eravamo sempre a mani nude: ma non sarà più così. È difficile non odiare chi ci ha picchiato, chi usa contro di noi i gas. Io dico che non dobbiamo colpire i poliziotti e i carabinieri controllati per otto ore al giorno: noi dobbiamo colpire chi li comanda. Dobbiamo creare una violenza che rovesci lo Stato borghese. L’organizzazione è la nostra forza. L’organizzazione politica è organizzazione armata: noi dovremo prendere le armi, perché non ci siano più armi”.

Il 2 maggio gli studenti parigini, per protestare contro il progetto di riforma scolastica presentato dal governo – giudicato come fortemente classista – occupano la Sorbona. Dopo scontri con la polizia, il 13 il movimento studentesco innalza il livello della rivolta contro lo Stato proclamando lo sciopero generale, al quale aderiscono milioni di lavoratori paralizzando il Paese.

Gli eventi del “maggio francese” appassionano gli studenti di mezzo mondo. Nella polveriera trentina, in particolare, le suggestioni evocate dai fatti che vedono per protagonista proprio la città rivoluzionaria per eccellenza inducono a sognare ad occhi aperti. L’ora del giornale radio vede così tutti i sociologi incollati alle radioline; e quando giunge la notizia delle barricate parigine, l’entusiasmo va alle stelle: “È scoppiata la rivoluzione! È scoppiata la rivoluzione!”, si esulta commossi. Non sono pochi a quel punto quanti, convinti di incrociarvi la Storia, corrono a Parigi per assistere allo spettacolo della “rivoluzione in marcia”.

Tutti gli eccessi prodottisi negli ultimi mesi hanno allargato il fronte dei trentini ostili a Kessler: al quale adesso si rimprovera di non aver avuto il coraggio di chiudere l’università al momento opportuno, ostinandosi lungo la strada di un paternalismo che non avrebbe potuto rivelarsi più controproducente. Lui però nelle interviste continua ad assolvere i suoi putei, continuando a dare la colpa all’aria che tira: “Dobbiamo avere la consapevolezza che i tempi sono cambiati: e questi studenti sono figli del loro tempo”.

L’11 giugno, in consiglio provinciale, gli viene chiesto conto dei danni subiti dalla sede di via Verdi nel corso dell’occupazione. Ma nella sua replica l’esponente democristiano non si sottrae al punctum dolens: “L’avete voluta questa università? A me dicono: sei andato su e giù da Roma così tanto? E adesso tienitela! Ma chi te l’ha fatto fare?! Non c’è dubbio che in queste occasioni ci si espone anche alla derisione. Orbene, io dico: personalmente sono ancora oggi convinto, fermamente convinto che l’aver fatto l’università a Trento sia storicamente un fatto positivo; per quanto l’università, la nostra facoltà di Sociologia, abbia assunto determinati atteggiamenti e caratterizzazioni. Io sono fermamente dell’opinione che anche questo sia positivo: per quanto ciò non significa che si condividano, in tutto o in parte, determinati atteggiamenti”. Dopodiché si dichiara disposto a “pagare di persona” per quanto accaduto: una mera dichiarazione d’intenti cui non farà tuttavia seguito alcun gesto concreto.

L’università critica

 Il trio dirigenziale, nel frattempo, si dedica alla ricerca del nome giusto per la successione a Volpato. Individuare un nominativo all’altezza non si rivela facile: soprattutto perché venire a Trento è considerato nell’ambiente come una retrocessione. La scelta diviene perciò quasi obbligata: c’è Francesco Alberoni che è in rotta con la Cattolica, ove è ordinario di Sociologia. Due i motivi del dissidio: ha manifestato simpatia per il movimento studentesco, scontrandosi perciò con il preside Miglio; ha abbandonato la moglie per una giovane collega.

Trentottenne, piacentino, laureato in medicina, Alberoni è un apprezzato studioso di élites, consumi e mutamenti sociali; versatile e intraprendente, ha curato per la Barilla una bella serie di spot per Carosello. Accetta l’offerta ma solo a patto di poter rimodellare il piano di studi, che giudica ancora eccessivamente sbilanciato sulla matematica, e di portarsi appresso alcuni suoi collaboratori – altrettanto giovani – a cominciare dalla sua nuova compagna. La sua richiesta può essere accolta grazie al particolare statuto dell’ateneo trentino, che non prevede un corpo insegnante stabilizzato né il crisma concorsuale: oltre alla possibilità di nominare docenti di suo gradimento, gli viene consentito anche di ampliare il numero degli insegnamenti.

“Faccia quello che vuole: l’importante è che studino”: queste le parole con cui Kessler gli impartisce la sua benedizione. L’impostazione tecnicistica viene così abbandonata per espandere il concetto di scienza sociale; a Trento d’ora in avanti si studieranno di conseguenza psicanalisi, psicologia, criminologia: gli studenti affetti da incubi pitagorici potranno pertanto dormire sonni tranquilli. E con il nuovo direttore approderanno in riva all’Adige i politologi Gian Enrico Rusconi e Giorgio Galli, lo psicanalista Franco Fornari, lo storico Pietro Scoppola, gli economisti Romano Prodi e Mario Monti (l’enfant prodige della Bocconi, di un anno più giovane di Rostagno), l’antropologo Carlo Tullio Altan.

Alberoni sa che con questi mangiaprofessori sarà fondamentale l’impatto, la prima impressione che susciterà in loro. Sa anche di avere dalla sua l’età: non è infatti di molto più grande degli studenti; soprattutto dei capi. Sbarcato a Trento sulla sua spider rossa, accantona camicia e cravatta per indossare, sotto la giacca, un più informale girocollo.

Quando, il 3 luglio, ha luogo la cerimonia del suo insediamento, si sottopone al battesimo del fuoco abbracciando un giovane spagnolo antifranchista fattoglisi incontro a pugno chiuso, mentre l’aula gremita scandisce il nome del leader della resistenza vietnamita, Ho Chi Min. Rinunciando ad ogni ufficialità, il nuovo direttore si siede per terra, promettendo di impegnarsi affinché ai laureati vengano garantiti sbocchi professionali adeguati e siano concesse agevolazioni agli studenti lavoratori: “Sono qui per ascoltare voi. Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di lasciare la Cattolica. Mi metterò subito al lavoro”.

Rostagno non tarda a presentarsi, interrompendo l’idillio ed ammonendo il nuovo arrivato che rischia di rimanere indietro, occupandosi di questioni ormai superate: “La fase della lotta per i problemi dell’università è conclusa: ora la contestazione diventa globale, sia a livello nazionale che internazionale”, annuncia. A rispondergli è però Bobbio, con tre domande provocatorie: “Chiedo se nella nuova università auspicata dal movimento studentesco esiste ancora la possibilità di trasmettere la cultura come patrimonio della civiltà umana; chiedo se in questo tipo di università esiste ancora uno spazio per la trasmissione di certe tecniche di apprendimento della realtà; chiedo, infine, se esiste lo spazio per una cultura disimpegnata o disinteressata, cioè umanistica nel senso tecnico del termine”. Non ottiene risposta.

Valutando che l’unico modo per durare in quella bolgia sia di superare i ribelli sullo stesso piano dell’anticonformismo, Alberoni assume tutta una serie di atteggiamenti che finiranno con l’apparire eccessivi – quando non scandalosi – non solo ai colleghi, ma anche a molti degli stessi ragazzi.

Per cominciare, rifiuta di occupare l’ufficio già di Volpato in rettorato, sistemandosi in una stanzetta a piano terra della stessa facoltà. Quando poi giunge in istituto il vescovo a dargli il benvenuto, lo accoglie con queste imbarazzanti parole: “Eminenza, affinché non sussistano equivoci: io ho lasciato non solo l’Università Cattolica, ma anche la religione cattolica, nonché mia moglie. Agli occhi della Chiesa, qui a Trento, sono un pubblico concubino”.

Ma è soprattutto il “dialogo” che egli instaura fra istituzione e studenti a non avere precedenti. Ufficializzata la cogestione di tutta quanta l’attività accademica mediante il mantenimento della commissione paritetica che ha retto l’università in attesa della sua nomina, “collettivizza” con i ragazzi bilancio e capitoli di spesa; frequenta la mensa studentesca, con tanto di colbacco in testa; propone di adibire un’aula dell’istituto a balera; si dà del tu con Curcio e Rostagno, condividendone apertamente la contestazione del “baronato” universitario, accogliendoli nella sua mansarda e portandoli a giro sulla spider; frequenta a sua volta le case degli studenti – non escluse le comuni – facendo bisboccia e discutendo dello Stato nascente fino a tarda notte.

Tale rincorsa della complicità con i contestatori spingerà il nuovo direttore ad eccedere oltre ogni misura, finendo con il ridicolizzare egli per primo il proprio ruolo: al grezzo pubblico di Sociologia verranno così offerte scenette degne di Diogene. Dal momento che i ragazzi si sono messi a venire a lezione con delle catene al collo, lui si reca al consorzio agrario, ne acquista una enorme, da bue, e a chi gli chiede spiegazioni risponde: “Siccome sono il vostro rettore, allora devo averla per forza più grande di voi…”.

Una mattina trova la spider decorata con delle svastiche: “Bellissima”, commenta senza scomporsi. Salvo poi declinare il suo quotidiano versamento alla causa del movimento: “Oggi no: i soldi mi servono per far ripulire la macchina…”. Un’altra volta i ragazzi ironizzano sul suo cognome messaggiandogli con la vernice sulla porta dell’ufficio: “Attenti ai cagnoni: pisciano sugli alberoni”. Lui anche in questo caso non fa una piega.

Sul piano didattico, la rivoluzione è totale: nuovo corpo docente, nuovo piano di studi, superamento della lezione frontale, impostazione seminariale. Gli fanno notare che in nessuna università italiana esiste un corso su Marx; lui fa spallucce: “Marx? Perché no…”. Dopodiché le analisi della scuola di Francoforte vengono ad acquisire il ruolo nella precedente gestione detenuto dalla matematica: e quando l’istrionesco direttore, nelle sue affollatissime lezioni di istituzioni di sociologia, si accinge a declamare il “profeta” Marcuse, si erge in piedi sulla cattedra.

Ad ingraziarsi ulteriormente il movimento, poi, l’antico cavallo di battaglia dell’università “critica” (ossia autogestita) viene ripreso ponendo i seminari sullo stesso piano dei corsi istituzionali – con tanto di esame finale – e chiamando a gestirli i laureandi. Curcio può così finalmente discettare, dinanzi a una settantina di compagni e con il crisma del cattedratico, del concetto di classe in Lukàcs. Agli studenti viene inoltre di fatto consentito non solo di dare del “tu” ai professori, ma persino di fare l’“esame politico” ai debuttanti.

Con Alberoni il numero dei docenti si è infatti triplicato: il direttore li vuole tutti residenti a Trento, giudicando il pendolarismo deleterio ai fini dell’integrazione fra università e città. Non si tratta tuttavia solo di giovani assistenti, inebriati dalla nuova avventura: c’è anche qualche docente di mezz’età, giunto a Sociologia in cerca di nuovi stimoli ma non per questo disposto a tollerare provocazioni assimilabili agli atti di “nonnismo” che i liceali dell’ultimo anno sogliono ammannire alle spaurite matricole; può così capitare anche qualche incidente.

C’è il romano Scoppola che per coronare il proprio sogno di insegnare storia moderna e contemporanea ha lasciato un tranquillo impiego di funzionario al Senato. Nella nuova gerarchia dovrebbe essere il vice di Alberoni: ma la sua fama di studioso del mondo cattolico non piace ai marxisti più duri. L’impatto con la realtà trentina si rivela per lui scioccante sin dall’inizio, in un’aula magna che pare un girone infernale: centinaia di esaltati con quelle catene al collo, la medaglietta con su impresso il pugno chiuso della rivoluzione… Ben presto lo prendono di mira, contestandolo duramente: si presentano con le giacche indossate all’incontrario, gli fanno il saluto nazista. Resiste tre mesi; dopodiché getta la spugna: “Non ce la faccio proprio: in treno, già a Rovereto sto in tensione”, si sfoga (per restituirgli la docenza, un paio d’anni dopo il parlamento dovrà varare addirittura una leggina ad hoc).

Un altro è Fornari – anch’egli piacentino – che venendo a insegnare psicologia dinamica ha inaugurato una nuova epoca: si tratta, infatti, della prima cattedra italiana di psicanalisi. Afferma di avere lasciato l’università milanese per Trento in quanto “stimolato dal trovarsi con giovani che vogliono impegnarsi nel sociale” ed allo scopo di “centrare l’insegnamento in una motivazione etica”. Glielo centrano Rostagno e c. l’insegnamento, ma con la benzina: gli bruciano la cattedra. Lui però tiene duro: per chi riesce a resistere, Sociologia diventa anche una palestra che ti forma il carattere.

Non ci vuole molto ad Alberoni per capire che dietro la protervia di questi bulli sta una realtà umana assai più problematica e desolata: l’analisi che traccia dell’ambiente in cui è capitato è difatti impietosa.

“A Trento manca qualunque entroterra culturale e sociale per i devianti: professori e studenti per quanto in forme diverse sono estranei alla città. Quali che siano stati i motivi (fondamentalmente la mancanza di tradizioni universitarie) essi vivono in un ghetto. In quanto vivono in un ghetto essi: a) o si costituiscono in comunità come setta, mangiano in comune, vivono in comune (come il gruppo degli studenti del movimento); b) oppure sono atomizzati: lo studente angosciato e solo che si aggrappa a un gruppo qualsiasi; il professore pendolare che al massimo incontra qualche collega. Non vi sono istituzioni alternative all’università. Qualcosa ha fatto recentemente il vescovo, ma è troppo poco. A Trento, quanto è espressione spontanea di stranieri (gli studenti) è condannato, irrita. L’università stessa è vissuta come una proprietà privata dei trentini. Si rompe un vetro all’università e il giornale ne parla, la gente lo deplora come se fosse stato rotto a casa sua. Cose che a Pisa o Pavia sono considerate normali (pensiamo alle oscenità goliardiche) qui provocano sdegno, il tipo di sdegno che provi quando ti accorgi che l’orfanello che hai aiutato ti ruba o si masturba in casa.”

Nell’estate, intervistati dal rotocalco della RAI “Tg7” circa le nuove strategie del movimento, Boato e Rostagno ne preannunciano l’azione fuori dall’università, a fianco della “maggioritaria classe operaia”. Il Che puntualizza: “Sarà un’azione di tipo rivoluzionario, egualitario: un’azione che deve portare all’abolizione di quelli che sono gli attuali rapporti di potere… Noi ci poniamo fuori dal sistema”.

Un’ulteriore tribuna i due leader trentini trovano nel volume Università: l’ipotesi rivoluzionaria. Documenti delle lotte studentesche (pubblicato da Marsilio): un’analisi dello stato della contestazione in Italia che passa in rassegna gli atenei più infuocati, dando la precedenza proprio a Sociologia. Il saggio d’apertura tocca così a Rostagno, il quale rileva che nel “processo eversivo” scatenato dal movimento studentesco non si è “riusciti a coinvolgere né la classe operaia di fabbrica, né i lavoratori della terra, e neppure i partiti e i sindacati che a tali forze si rifanno, che a tale processo dichiarano di voler concludere”. La sostanziale presa di distanza da parte del PCI, della CGIL, dello stesso PSIUP nei confronti delle lotte studentesche ha finito con lo spiazzare il movimento: “Una prima fase delle lotte si è chiusa e un’altra si va aprendo, cogliendoci sostanzialmente impreparati, senza chiavi interpretative efficaci”.

L’inizio del nuovo anno accademico coincide con il cinquantennale della fine della Grande guerra. Lo Stato italiano ha deciso di festeggiare la ricorrenza proprio a Trento, domenica 3 novembre, con una solenne cerimonia cui prenderanno parte il presidente della repubblica Saragat e il presidente del consiglio Leone: i quali porteranno in dote il miliardo e mezzo di lire stanziato dal governo per risarcire la capitale dell’irredentismo dei suoi mille figli caduti vestendo la divisa dell’esercito asburgico. Non si tratta tuttavia di un rigurgito di patriottismo da parte del monocolore democristiano partorito dalle elezioni politiche del maggio: semplicemente, il 17 novembre in Trentino-Alto Adige si voterà per il rinnovo del consiglio regionale.

Per i guastatori di Sociologia, dichiaratamente in cerca di nuove prospettive di lotta dopo l’esaurimento della prima fase contestativa, l’imminente campagna elettorale viene giudicata come lo strumento ideale per suscitare l’auspicato coinvolgimento degli operai nel disegno rivoluzionario; tanto più che la Provincia ha deciso di utilizzare quella somma per dotare la città di un auditorium. Considerando la provenienza “popolare” di quel denaro, essi ne condannano la destinazione “borghese” decisa dalla giunta del loro amico Kessler.

Anticipando di un mese la riapertura della facoltà, così, il 5 ottobre il collaudato Sorbi viene mandato da Rostagno a tenere un comizio in piazza Garzetti di fronte alle Androne, la suburra del centro. Lo studente arringa con il megafono gli abitanti del quartiere affinché esigano un impiego diverso di quei soldi, più confacente alle esigenze dei meno abbienti: ma essendo la concione non autorizzata, finisce con il beccarsi un’altra denuncia. Nuovamente in pretura, il recidivo si buscherà da Elberti la pena più severa sinora comminata ai sociologi: trenta giorni di arresto (per quanto condizionale – inutilmente egli si giustificherà che, essendosi in campagna elettorale, non credeva necessaria l’autorizzazione). L’episodio tuttavia fa sì che il PCI trentino, sentendosi insidiato sul proprio terreno elettorale, spalleggi la fronda antigovernativa degli studenti.

I quali fomentano la protesta proletaria distribuendo un volantino nel quale propongono, al posto dell’auditorium, la costruzione di asili nido gratuiti per i figli dei lavoratori, aule scolastiche, abitazioni per gli operai, sovvenzioni all’agricoltura.

“Operai di Trento! La vostra città è piena di bandiere, arriveranno il presidente della Repubblica e il capo del Governo, ci saranno sfilate, cerimonie, discorsi e distribuzione di medaglie. Sarà un giorno solenne: si celebrerà degnamente l’anniversario della Vittoria. Sarà il vostro giorno solenne perché i 600 mila morti che hanno permesso questa vittoria sono vostri (i vostri padri, i vostri nonni), tutta gente come voi, tutti operai e contadini, tra loro padroni e borghesi non c’erano – per i borghesi era facile riuscire a imboscarsi – i padroni erano tutti a speculare sull’industria bellica. Sarà un giorno tanto solenne che si è pensato bene di non limitarsi ai discorsi e alle sfilate. Si faranno sfilare ancora quelli come voi: ieri operai e contadini, oggi reduci un giorno all’anno e per gli altri 364 pensionati a 15 mila lire al mese. In un giorno tanto solenne si è detto che non bastano fiori per esprimere gratitudine ai caduti, ci vogliono opere di bene, ci vogliono i fatti. E i fatti quali sono? Si prendono 1500 milioni e li si regalano alla giunta comunale affinché li destini a un’opera di interesse pubblico. La giunta si becca i soldi, e per esprimere concretamente la gratitudine della città ai 600 mila proletari morti decide di costruire un auditorium. Decide che interesse pubblico vuol dire interesse degli speculatori che lo costruiranno e interesse dei 600 borghesi e padroni che ci andranno dentro ad ascoltare la loro musica, il loro requiem per 600 mila proletari morti.”

Ma il movimento non si limita alla propaganda scritta. Esercitandosi nella palestra dell’istituto, gli studenti preparano infatti meticolosamente azioni di disturbo da mettere in atto al passaggio del corteo presidenziale (che dal municipio salirà verso il simbolico Castello del Buonconsiglio, ove si terrà la cerimonia ufficiale), giungendo a simularne lo svolgimento sino a cronometrarne il transito dai punti cruciali. Otto compagni si insediano a tal fine con due giorni di anticipo nella casa di uno di loro, in via Manci (individuata quale luogo ove mettere in atto la dimostrazione), onde evitare eventuali posti di blocco.

Un ciclostile ad uso interno sintetizza le ragioni del dissenso dalla celebrazione: “Saragat e Leone saranno presentati come il simbolo dell’unità nazionale, il simbolo della stabilità politica, in realtà sono maschere burocratiche intercambiabili che ratificano queste scelte: 1500 milioni destinati all’auditorium. I reduci sono reduci due giorni all’anno, per il resto pensionati a 15 mila lire al mese. L’intervento politico consiste nel riportare a livello esplicito la contraddizione, rovesciando il discorso del sacrificio eroico in trincea: i borghesi non c’erano e a 50 anni di distanza si fanno l’auditorium”.

La mattina del gran giorno si presenta piovosa: profittando di una breve tregua offerta dal cielo, l’auto presidenziale lascia la sede del consiglio comunale per raggiungere il castello: in piedi, Saragat risponde al saluto della folla festante, in un tripudio di tricolori e battimani. Improvvisamente, nel punto designato, una giovane scavalca le transenne, elude le due motociclette della scorta e si siede sulla strada, appena in tempo perché la limousine possa frenare.

È la Rusca, con in mano uno striscione: “settecentomila morti inutili”. La portano via di peso, ma tosto altri compagni la rimpiazzano: il maturo Canestrini riesce persino a montare sul cofano. Incredula, la gente finalmente realizza: “Ancora gli studenti!”; mentre i carabinieri neutralizzano i dimostranti, c’è chi si vergogna: “Scusaci, presidente…”.

Nella medesima via sfilano gli ex combattenti; ma un altro commando studentesco li aizza: “Pensioni! Pensioni!”. Anche per loro c’è un volantino: “Seicentomila morti. Per chi resta: 15 mila lire al mese. E tanta musica all’auditorium”. Arrivano gli alpini: per loro nessun proclama, ma solo offese condite da sputi, che vengono ad aggiungersi a tutta l’acqua che hanno preso. Per un attimo si ritiene di ovviare agli insulti alzando il tono della fanfara: ma ben presto si decide di cambiare musica.

All’unisono, spalleggiati da marinai e bersaglieri, le penne nere si avventano sui provocatori, che pensano bene di darsela a gambe: ma i militari non demordono, riuscendo ad agguantarli per cominciare a menarli di santa ragione. Ancora una volta però interviene la polizia, sottraendo gli studenti al linciaggio e rinchiudendoli dentro a un cortile, immediatamente posto sott’assedio da una folla di cittadini inferociti.

Altri compagni sono riusciti a fuggire, ma gli alpini non danno loro tregua; nel mentre parecchi trentini, vogliosi di farla finita una volta per tutte con gli invasori, guidano la “caccia allo studente” tra i vicoli del centro più frequentati dai sociologi, che va avanti per tutta la mattinata. Nel pomeriggio, a concludere la visita presidenziale, l’omaggio al picchetto d’onore del Quarto reggimento artiglieria, in piazza Dante: ma anche per tale evento i contestatori hanno predisposto un adeguato controcinquantennale.

L’aria che tira non è buona: per quanto l’intervento mattutino delle forze dell’ordine a difesa degli studenti faccia ben sperare. In ogni caso si pensa di mandare Curcio in avanscoperta: “Tranquilli, possiamo intervenire”, li rassicura allora lui; non l’avesse mai detto. Quando il corteo dei disturbatori, guidato dal “sindacalista” Chiais, viene visto avvicinarsi con tanto di cartelli alla stazione, gli alpini tornano a mobilitarsi.

Fra i contestatori è allora di nuovo il fuggi fuggi: c’è Chiais che infila a gambe levate via Torre Verde; ma nella foga perde sciaguratamente una scarpa. Non si sfilano invece gli scarponi dell’erculeo diciottenne in divisa grigioverde che in un amen gli è addosso: una tremenda gragnola di calci si abbatte allora sullo sfortunato agitatore veneziano, salvato da guai peggiori solo dal provvidenziale intervento di un tenente dei carabinieri.

Un Rostagno anch’egli gonfio di lividi ha incredibilmente ancora voglia di convocare i suoi in facoltà allo scopo di “esaminare criticamente” la campale giornata: la parte povera della cittadinanza non ha aderito, il fallimento della manifestazione di protesta è stato completo. “La popolazione trentina non ha reagito: hanno reagito gli ex combattenti, gli alpini, i reduci, che alla fine del mese prendono 15 mila lire di pensione”, si legge nel ciclostile che dà conto della “disamina” effettuata tra occhi pesti, braccia al collo e borse del ghiaccio.

Nemmeno il tempo di leccarsi le ferite, e due giorni dopo un nuovo appello al popolo lavoratore: “Operai trentini, non veniamo a piangere il morto per i fatti di domenica scorsa, ma a riflettere con voi su alcuni punti: i padroni hanno dato la loro risposta sui 1500 milioni per l’auditorium, facendo passare le proteste del movimento come un regolamento dei conti fra reduci e giovani perturbatori dell’ordine pubblico. Ora si tratta di far vedere se la truffa del miliardo e mezzo riguarda solo il movimento studentesco o se ci sarà la vera risposta della popolazione trentina su questo problema; occorre dimostrare che l’unità e la volontà di lotta dei proletari trentini non è un ricordo del passato”.

Nell’indifferenza generale, l’irriducibile Che proclama per la domenica successiva una marcia di protesta per il pestaggio subito: “I padroni credono che la partita sia conclusa e di averla vinta: dimostriamogli che si sono sbagliati!”, urla nel megafono. In piazza Duomo si dà fuoco al plastico dell’auditorium, mentre un grammofono diffonde l’Internazionale. L’università è a due passi, un nuovo assalto della cittadinanza vedrebbe gli studenti vicini al loro rifugio: ma stavolta nessuno li prende in considerazione. E tantomeno c’è da aspettarsi della solidarietà da parte del locale “proletariato”.

Il sigillo ideale ai fatti del 3 novembre lo appone il mensile dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra, nel commentare quanto occorso ai contestatori: “Vorremmo che la lezione fosse loro servita, se non altro a tenersi lontano da cose che possono anche non apprezzare, se lo credono, ma che devono ugualmente rispettare. È servita se non altro a dare alla cittadinanza la misura di uno sdegno corale che ha accompagnato e applaudito le folate di sacrosante sberle e calcioni distribuiti ai cinesi dagli alpini con totale solidarietà”.

Il Sessantotto di Trento finisce qua. I due anni successivi vedranno ancora Sociologia (che Enzo Tortora, in un’intervista a Kessler, giungerà a definire “fabbrica di rivoluzionari”) al centro di occupazioni e violenze che non saranno altro che lo specchio dello scivolare del Paese verso la “strategia della tensione”. In città scoppieranno anche delle bombe: ma i protagonisti se ne andranno tutti, una volta constatato il sostanziale esaurimento dell’offensiva studentesca, al pari della manifesta inattitudine rivoluzionaria degli operai di quelle valli. Una lezione di cui purtroppo non sapranno tener conto quanti da Sociologia finiranno nella lotta armata, illudendosi di poter guidare alla rivoluzione il proletariato versando il sangue di quanti ai loro insindacabili occhi avranno il torto di rappresentare il fantomatico “stato imperialista delle multinazionali”.

In primis Renato Curcio: il quale, completati tutti gli esami, in spregio ai titoli accademici farà la scelta politica di non laurearsi, rinunciando implicitamente anche ad una prevedibile carriera di docente. La quale arriderà invece alla gran parte dei suoi compagni barricaderi, più pragmatici e opportunisti, per la definitiva rovina di scuola e università italiane.

Con la Cagol si sposeranno – con rito misto, vista la confessione protestante di lui – sulle montagne della Val di Non, a San Romedio, all’indomani della laurea di lei (110 e lode e pugno chiuso). A Margherita verrà allora inutilmente offerto di tenere un corso biennale di sociologia all’Umanitaria di Milano, con annessa borsa di studio; nel capoluogo lombardo i coniugi Curcio si trasferiranno: ma allo scopo di fondarvi le Brigate Rosse, di cui costituiranno la cosiddetta componente cattolica (per quanto più corretto sarebbe definirla “cristiana”: senonché l’espressione suonerebbe ancor più assurda).

E dire che soltanto pochi mesi prima, dalle colonne di “Lavoro politico”, Renato continuava a criticare il “filocastrismo”, bollando di “avventurismo” chi giungesse a proporre azioni armate quale soluzione ai mali d’Italia. Costui “è solo un piccolo borghese in cerca di emozioni e non un vero rivoluzionario”, scriveva: spiegando come la presa del potere da parte del proletariato costituisse un processo lungo, non riducibile alla sola parola d’ordine della guerriglia.

Il tragico destino derivato al Paese dall’approdo finale dell’ideologia curciana si ritorcerà in particolare contro la “compagna Mara”, iscrittasi a Sociologia anche per non andare via da casa e condotta dall’amore per il compagno rivoluzionario prima alle barricate universitarie, quindi all’“attacco al cuore dello Stato”: sottratta così ad una presumibile, tranquilla esistenza borghese nella sua città, Margherita Cagol morirà a trent’anni nel segno della stella a cinque punte.

Non meglio andrà purtroppo a Rostagno. Con Curcio manterranno una corrispondenza epistolare: non riuscendo a incontrarsi che una sola volta, nel ‘74, sulla metropolitana milanese, con gran circospezione essendo il capo brigatista già ricercato. Dopo l’impegno in Lotta continua, la mancata elezione alla Camera – per pochi voti – con Democrazia Proletaria, l’apertura di un centro culturale di estrema sinistra “alternativa” (in pieni anni di piombo) a Milano e un’esperienza filosofico-religiosa in India con il movimento arancione, Mauro approderà in Sicilia come animatore di una comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti.

Mai perduto lo spirito caustico, ribelle e irriverente maturato negli anni trentini, l’inimitabile Che Guevara coronerà alfine il suo antico sogno di diventare giornalista giungendo a denunciare senza mezzi termini – nel corso di coraggiose inchieste da lui stesso condotte su un’emittente locale – gli intrecci scoperti fra malavita organizzata, politica e traffico di droga.

Finché la mafia – non quella accademica, da lui a suo tempo denunciata – non deciderà di far tacere per sempre lo scomodo sociologo utopista, passato attraverso mille avventure dalle barricate giovanili all’impegno umanitario della maturità ma mai rinunciando a lottare per una società diversa, “in cui valga la pena trovare un posto”.

Bibliografia

Renato Curcio. A viso aperto, intervista di M. Scialoja, Milano, Mondadori, 1993.

C. Vecchio, Vietato obbedire, Milano, Rizzoli, 2005.

G. Agostini, Sociologia a Trento, Bologna, Il Mulino, 2008.

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