Ricordo di Nello Bellei

C’è stato un tempo nel secolo scorso in cui l’ippica, in Italia, era amata. Le tribune degli ippodromi erano salotti pieni di bella gente; titolari delle scuderie erano fior di imprenditori, celebri industriali, nobili; i numerosi allevamenti assumevano un peso non indifferente nell’ambito della stessa economia nazionale. Famosi giornalisti decantavano su tutti i quotidiani le gesta dei cavalli; mentre le telecronache di gran premi e corse tris erano affidate alla classe impareggiabile di Alberto Giubilo.

Fu negli anni Settanta, in particolare, che l’ippica divenne un fenomeno di costume: come documentato, del resto, dal cult movie Febbre da cavallo. E se vi era un ippodromo che d’estate diveniva una vera e propria vetrina, questo era senz’altro il Sesana di Montecatini. Il suggestivo spettacolo delle notturne, con lo sfavillio delle luci della pista, le giubbe sgargianti dei driver, il fascinoso scenario delle colline circostanti, con Montecatini Alto tutto illuminato, non aveva probabilmente eguale al mondo. Chi aveva pensato quell’impianto – per dilettare l’alta società della Belle époque che veniva a passare le acque – davvero non aveva sbagliato nulla.

La cittadina termale, dal canto suo, stava vivendo i suoi anni ruggenti: attori, politici, personaggi del jet set vi venivano regolarmente in vacanza. La meraviglia dei parchi, l’eleganza dei caffè, la ricchezza di mostre e case d’aste ne facevano quasi una piccola Londra: ma con il vantaggio di essere immersa in una delle zone più belle della Toscana.

Il frequentatore del Sesana più importante era sicuramente Giulio Andreotti: grande appassionato di trotto, non mancava ogni anno di venire a Montecatini a godersi qualche serata dell’importante riunione estiva. Ma anche tra gli habitué delle tribune, fra gli stessi scommettitori non pochi erano i “personaggi”: ciascuno con il suo stile, il suo look, il suo modo inconfondibile di esultare all’esito favorevole della propria giocata.

Sull’anello toscano, allora, convergevano i più importanti driver nazionali: Edoardo Gubellini, Vittorio Guzzinati, Sergio Brighenti, Giancarlo Baldi, Gerhard Krüger, Anselmo Fontanesi, Luciano Bechicchi, Carlo Bottoni, Pino Rossi, Mario Rivara, Umberto Francisci… Diverse erano infatti le scuderie forestiere che, allettate dalla ricchezza del programma di corse, trasferivano in Valdinievole i propri soggetti più qualitativi: il milanese Eskipazar, ad esempio, preparò la vittoria nel Derby del 1977 vincendo tutti i “centrali” montecatinesi cui prese parte quell’estate.

La quale ebbe il clou, come tutti gli anni, la notte di Ferragosto: al miglio del Gran Premio Città di Montecatini aderì nientemeno che Delfo, fresco vincitore del campionato del mondo di New York. Fu il proprietario Enrico Tosonotti, in vacanza alle terme, a volere in pista il proprio pupillo contro il parere di Brighenti: il quale saggiamente comprese come il cavallo avesse tutto da perdere cimentandosi a pochi giorni dall’avventura americana nella trappola del mezzomiglio valdinievolino, senza un’adeguata preparazione.

Difatti andò male: dinanzi a più di ventimila persone (assiepate persino sugli alberi), Delfo – cui il protezionismo nei confronti dell’allevamento indigeno assegnava di diritto il numero interno rispetto agli importati – iniziò a fare le bizze già quando l’autostarter raccolse i sei concorrenti sulla curva, mettendosi storto e gettandosi di galoppo non appena la macchina prese ad allungare. A vincere fu così Waymaker, al contrario in serata di grazia: macinò il battistrada College Record stabilendo, con 1.14.6, il nuovo primato della pista; terzo il promettente The Last Hurrah. Dall’entourage di Delfo allora, per rimediare alla figuraccia (il cavallo praticamente non aveva corso), si diede la colpa della debacle alla puntura rimediata in box da una zanzara, insetto notoriamente frequente nella valle bonificata dal granduca Pietro Leopoldo.

Sulla pista del Sesana, in quegli anni, andavano dunque in scena avvincenti serate di gare, nel corso delle quali i prestigiosi frustini si sfidavano dando vita a duelli incandescenti, con memorabili guidate e numeri di alta scuola che mandavano in visibilio il pubblico. La corsa al trotto, infatti, è un’opera d’arte; soprattutto in pista piccola: ove la posizione conquistata in partenza, l’ottimizzazione della tattica di corsa, lo studio dei limiti degli avversari, l’abilità nello sfruttare le evenienze possono incidere più che in altre discipline sull’esito finale. Lo stesso quotidiano regionale, la “Nazione”, aveva un occhio di riguardo per quanto avveniva in pista: soprattutto per la colta firma di Paolo Lucchesini, rinomato critico teatrale oltre che ippico.

I convegni avevano rigorosamente inizio alle 21 in estate, alle 15 in primavera e autunno; si articolavano su otto corse, la più importante delle quali era la sesta. In genere sei gare venivano disputate sulla distanza del miglio, un paio sul doppio chilometro (una ogni tanto ricorrendo alla spettacolare formula dell’handicap). Esse si susseguivano a distanza di 25 minuti l’una dall’altra: e siccome non c’erano le dirette tv dagli altri campi, gli scommettitori trascorrevano gli intervalli nello stesso parterre, raggruppati in capannelli, a discutere delle varie guidate o a inveire contro il driver che li aveva castigati. Solamente all’ultima corsa era accordato qualche minuto in più: ufficialmente, per favorire i cambi della duplice accoppiata (che era un po’ il “superenalotto” della situazione); ma per i giocatori – forzati maestri di autoironia, in quanto volontarie vittime sacrificali – solo per consentire loro di frugarsi bene in tutte le tasche, nella speranza di cavarvi miracolosamente fuori qualche recondito spicciolo.

Le corse si susseguivano senza retorica, né platealità. Non c’era lo speaker che faceva la cronaca dall’altoparlante: ciascuno se la faceva da sé, concentrandosi sul cavallo giocato e valutando quali evenienze potessero meglio favorire il buon esito della propria scommessa. Non c’erano interviste al guidatore del vincitore: il giro d’onore, gli applausi del pubblico, la foto di Rosellini costituivano un premio più che sufficiente. La sera del gran premio l’ippodromo non si trasformava in una fiera, con banda musicale, bancarelle e fuochi d’artificio; solo per il “Dante Alighieri” – che si disputava in luglio – si percepiva una variante visiva: nel prato interno, lungo la retta d’arrivo, venivano collocati i cartelloni pubblicitari della Cynar, sponsor del circuito nazionale dei quattro anni.

Se sentivi un urlio, o vedevi qualcuno abbracciarsi, era solo perché era uscita una vincita milionaria. Magari nel massimo della casualità, o se si vuole della fortuna: sbagliandosi nel formulare i numeri della giocata, o per un errore dello stesso addetto allo sportello del totalizzatore, scoperto troppo tardi; o al contrario giocando – a volte da una vita – sempre gli stessi numeri… Dalle scommesse ippiche, in ogni caso, non ci si aspettava il colpo che ti cambia l’esistenza, la vincita talmente alta da diventare persino assurda: bensì, semplicemente, divertimento. Accanto ai giocatori incalliti erano dunque tante le persone che andavano all’ippodromo per puro passatempo, divertendosi a giocare le loro innocue 250 lire a corsa (il prezzo di un bel gelato), al limite accusando qualche danno alla tasca solo nella malaugurata ipotesi che gli fossero andate tutte storte.

Sobrietà, semplicità, serietà erano le parole d’ordine dell’ippica – come della società in genere – di quel tempo. Ogni evento doveva essere irripetibile, atteso valorizzato e goduto come tale: anche il gran premio di Ferragosto si disputava perciò in prova unica, e a nessuno sarebbe venuto in mente di banalizzarlo in batterie e finale, scimmiottando (in omaggio a un malinteso senso di “spettacolo”) l’a sua volta unico Lotteria di Agnano.

Ciascun appassionato, in quegli anni, si coltivava dei cavalli preferiti, che seguiva con particolare simpatia: non c’era dunque bisogno che in pista scendessero nomi altisonanti perché la gente frequentasse l’ippodromo, anche nei giorni feriali. Spesso i cavalli più amati erano anzi niente più che onesti comprimari, militanti in categorie tutt’altro che eccelse, che avevano colpito la fantasia degli appassionati per il nome, l’eleganza, l’impegno profuso in corsa, o per qualche particolare curioso: si pensi allo statuario baio Venerdì, che onorò il proprio nome, presumibilmente ispirato al personaggio del Robinson Crusoe (allora dietro ai nomi dei cavalli stava tutta una cultura: letteraria, teatrale, lirica, storica, geografica…), diventando uno specialista della corsa tris, che si disputava – a rotazione nei vari ippodromi nazionali – manco a dirlo proprio di venerdì!

O a Frisinga, che a chi l’aveva giocata garantiva sicure palpitazioni andando sempre in testa per poi altrettanto regolarmente piantarsi in arrivo. Amulio, instancabile macinatore dal gran cuore e dai muscoli d’acciaio, che al contrario partiva al rallentatore per poi attaccarsi come un mastino ai fianchi degli avversari sino a demolirli. Il bel sauro Babrio, che debuttò a otto anni suonati dopo un grave infortunio giovanile che lo aveva costretto ad una onesta carriera da galoppino, rivelandosi al contrario serio trottatore e riuscendo ancora a inanellare non pochi successi. Il veloce Escamillo, generoso battistrada di tanti centrali senza mai lesinare sull’andatura: sull’ultima curva andava in dolore e “dava la coda”, tutti pensavano che fosse alla frutta eppure, pur calando in arrivo, riusciva sempre a portarla a casa. La massiccia Arizona, potente quanto capricciosa, capace se in giornata di poderose progressioni e specialista in particolare delle partenze coi nastri, al punto di sfilare in testa in poche centinaia di metri pur partendo da dietro.

Il forte King, che ebbe persino l’onore della citazione nel sommo Febbre da cavallo. Il diligente sauro Alessano, laborioso costruttore per corsie esterne del suo travolgente spunto finale. L’altro biondo Geraldy, duttile e scattante nel suo charme. Il roccioso Monepo, tosto come un mastino, nel fisico e nel carattere. La roana Stangata, piccola quanto versatile nell’adattarsi a tutte le andature. Il fantasista Biliardo, più volte vincitore con finali spericolati e a quote stratosferiche. Il regolare Valfio, specialista delle corse di testa. Il duttile Innario, che agli inni religiosi preferiva i piazzamenti a ripetizione. L’aitante Domegge, ai cui grandi mezzi non corrispondeva un’adeguata serietà. Il grigio Aiuto, così elegante nel suo trotto cadenzato dalla fluente coda sciolta. Il moro Agagianian, dal nome cardinalizio e dal finale travolgente a centro pista. Il bianco Nevaio, croce e delizia dei giocatori nella sua incostanza.

L’impossibile Decuplo, abbonato alla rottura eppure sempre favorito, talmente recalcitrante da rifiutarsi a volte persino di prendere l’allineamento, tanto da provocare una sera un’invasione di pista da parte della punta sentitasi defraudata, e contro la quale i due canonici carabinieri di servizio poterono ben poco. Mirifò, navigatore alterno e imprevedibile abbonato alla vittoria nell’ultima corsa, e al termine di spettacolari giri finali in mezzo alla pista, dando così veramente agli scommettitori in rosso l’occasione di “rifarsi”. Polaniec, più volte primo con il suo proprietario gentleman al termine di rocambolesche gare di testa e sempre a quote oscillanti fra il 30 e il 50 contro uno. Eimi, incredibile vincitore a 100 in lavagna di un indimenticabile centrale: con il miglior numero mantenne la corda, vivacchiò il primo giro mentre gli altri tergiversavano, allungò progressivamente per controllare agevolmente in arrivo il tardivo attacco degli avversari, per la più che onesta media al chilometro di 1.18.9 sul miglio.

Ma era soprattutto tra i guidatori che ogni appassionato individuava un proprio beniamino, che poi seguiva usque ad mortem quasi fosse un atto di fede: nel senso che lo giocava sempre, qualsiasi cavallo guidasse e a qualunque quota venisse offerto (anche per non perdere il sonno in caso di sua vittoria dopo essergli andato contro). E per la gran parte dei frequentatori del Sesana, l’idolo non poteva essere che Nello Bellei.

Vincitore di ben undici frustini d’oro (tutti conquistati tra Montecatini e Firenze: allora, in quell’ippica “stanziale” in cui non era facile andare a correre lontano, potevano bastare un centinaio di vittorie annuali per diventare campione nazionale), “Ivan” – come lo chiamavano amici e fan – aveva uno stile di corsa inimitabile. Grande pianificatore della strategia di corsa, riusciva sempre a cavare il massimo dal proprio cavallo, sfruttando al contempo al meglio errori e debolezze altrui.

A volte certe sue vittorie parevano davvero frutto di magia: in testa, riusciva a portare al palo cavalli che sembravano fermi già al mezzo giro finale, non sbagliando un parziale nemmeno se gli si guastava il cronometro. Di fuori, impegnato a “maturare” il battistrada, era quasi sempre quest’ultimo che cedeva – come fosse predestinato – magari gli ultimi metri. Anche negli arrivi più appassionanti, che si risolvevano al fotofinish, era raro che soccombesse: tanto che a un certo punto nel parterre si diffuse la leggenda che sul palo, al millimetro, egli riuscisse a mollare le guide in modo che la narice del proprio cavallo sopravanzasse quella dell’avversario, nemmeno fosse dentro alla fotocellula.

Chi giocava Bellei, insomma, si sentiva ben tutelato. Tanto più che, nonostante la fama del driver dalle mani d’oro, non sempre la sua quota era bassa. Questo anche perché, allora, gli allenatori-guidatori che avevano scuderia non erano moltissimi: ma in compenso erano di ottimo livello. I Baldi, i Benedetti, gli Orlandi, i Nesti, Gennaro Volpicelli, Alfredo Biagini, Oscar Mancini, Adelfio Cecchi, Alberto Pongiluppi, Fosco Lunghi, Vittorio Scatolini, Salvatore Matarazzo, Raffaele Mele, Walter Marigliano, Giovanni Carotenuto, Ascanio Carrara, Giacomo Rosaspina, Manlio Capanna, Roberto Gradi erano i principali protagonisti del trotto toscano di quegli anni. Gente abituata a lavorare sodo e ad inventarsele tutte per venire a capo di un mestiere per certi aspetti ingrato, nel quale c’era da fare i conti, oltre che con i cavalli, coi proprietari, col pubblico, con i colleghi, con la giuria: difficile metterli d’accordo tutti…

Quasi sempre figli d’arte, spesso supportati da infaticabili artieri che rappresentavano vere e proprie università del cavallo, essi vivevano in pratica per la scuderia, ove li trovavi sin dall’alba e con qualunque stagione a studiare i problemi dei propri pensionari (i cavalli non parlano), sanarne i difetti, curarne gli acciacchi: dovendoli peraltro disciplinare a un’andatura – il trotto – che non era nemmeno quella della loro corsa naturale. I convegni erano tanti (tradizionalmente mercoledì, sabato e domenica; più tutti i festivi, tranne Natale), per cui le occasioni migliori per andare a premio venivano preparate e pianificate nei minimi dettagli: per questo gli allievi di Bellei trovavano spesso sulla loro strada avversari ostici, rappresentanti al meglio la forma della propria scuderia di allenamento.

Ma si poteva stare tranquilli che, se c’era un modo per battere cavalli superiori al suo, lui lo trovava: conosceva a menadito pregi e difetti di tutti quanti, “vedeva” la corsa prima, mentalmente, immaginandosene lo sviluppo, pensava a quando doveva spostare (non un metro prima né uno dopo), a chi doveva anticipare, a quale schiena doveva prendere. All’improvvisazione veniva lasciato poco o niente: la sua condotta di gara appariva anzi quasi il frutto di un meticoloso teorema. Una maestria che si sposava poi alla perfezione con la maggiore tatticità della pista piccola, ove non sempre è il più forte a vincere. Il rituale “Vieni Nello” con cui la punta usava salutare le sue vittorie finì così con il diventare un modo di dire anche fuori dall’ippodromo.

Tra i suoi numeri: schizzare in testa dalla seconda fila, con il 12, in meno di 300 metri, cogliendo tutti di sorpresa; all’imbocco dell’ultima curva, all’esterno, tergiversare come essendo in bolletta per costringere il cavallo in schiena a spostare in terza ruota, fiaccandone lo spunto; in testa con un cavallo inferiore, dopo lo strappo iniziale “prendere in mano”, annullando il primo giro con una “falsa andatura” blanda e viscida, disorientando i favoriti e riducendo la corsa a una volata finale in cui, in pista piccola, la risalita per corsie esterne diventa dura anche per il cavallo superiore; alla corda in mezzo al gruppo, rimanere a “mezza ruota” in modo da non farsi chiudere dagli avanzanti ma facendosi una curva interna in più, risparmiando così energie per l’arrivo; coi passistoni lenti in avvio, sorvolare il gruppo con spettacolari volate in mezzo alla pista a un giro dalla fine, sfruttando la maggiore lentezza di quella fase di corsa… Magie che lo consacrarono ben presto come “Ivan il terribile”.

Spesso l’avversario, il cavallo da battere era guidato da Vivaldo Baldi: allora sì che erano scintille! La rivalità tra Nello e Vivaldo era assai simile a quella che aveva diviso Coppi da Bartali: come Fausto si era formato alla scuola di Gino, per emanciparsene una volta soppiantatolo al Giro d’Italia, così Bellei dalla natia Modena era giunto non ancora ventenne a Montecatini, nella rinomata scuderia del padre di Vivaldo, Omero, a completare la propria formazione dopo aver appreso i rudimenti del mestiere alla bottega milanese del concittadino Brighenti. Di sei anni più giovane di Vivaldo, Nello aveva presto sentito stretto il ruolo di seconda guida: soprattutto dopo che era accaduto un fatto.

Nel 1957, il cavallo più forte agli ordini dei Baldi era Checco Pra. A Modena c’era da vincere il Premio Ghirlandina, tradizionale corsa di rifinitura prima del Lotteria: solo che Vivaldo era indisposto. Il navigato Omero allora, avendo intuito il talento della riserva del figlio, non ebbe dubbi nell’affidare a lui il proprio campione: “Te hai testa e mani – catechizzò il giovanotto –, il cavallo te lo do io: per cui vai a Modena e non ti provare a perdere”. Inutile dire che Ivan rispettò alla perfezione le consegne: cosicché il suo nome finì per la prima volta su tutti i giornali.

Un anno più tardi, l’incontro fatale: messosi in proprio assieme a Rolando Rosaspina (per un sodalizio che non si sarebbe mai più sciolto) e qualche ronzino rimediato alla meglio, il giovane ispirò la fiducia dell’ambiziosa allevatrice fiorentina Anna Maria Salvini, titolare della Scuderia Kyra, alla ricerca di un nuovo trainer cui affidare la cura del proprio allevamento dopo il divorzio da Brighenti: così il destino portò Bellei a indossare quella mitica giubba biancoceleste che avrebbe innalzato alle stelle. Il berretto rosso, il portamento sobrio e composto sul sulky anch’esso celeste, la postura leggermente inclinata sulla destra ad assecondare il momento di maggiore sforzo del cavallo, lo avresti riconosciuto tra mille.

Una volta gli chiesero perché si piegasse a quella maniera. Curiosa la risposta, quasi fosse posseduto da un demone: “Neanche io lo so e tutte le volte che mi rivedo in televisione mi sembra di non riconoscermi. Secondo me potrebbe essere per bilanciare il cavallo in curva, o forse anche per caricarlo di più…chissà”.

Nello stile di corsa i due assi del trotto toscano erano diversissimi: tanto spavaldo, irruento, geniale e maledetto Vivaldo; quanto freddo, razionale, metodico e calcolatore Nello. Anche con i cavalli avevano un rapporto opposto, per quanto derivante dalla medesima filosofia di ottenere da essi il massimo: l’esigente Baldi, che negli intensi lavori mattutini, non ammettendo di essere preso in giro dai suoi allievi, ricorreva anche alle maniere forti, a volte era costretto a salire sul sulky dei soggetti più pigri e riottosi di nascosto, per evitare che questi andassero nel panico riconoscendolo. L’“animalista” Bellei invece, da rigoroso programmatore di scuderia qual era, guardava le cose più in prospettiva, mirando principalmente a risparmiare il cavallo da sforzi eccessivi, non assestandogli nemmeno una mezza frustata in più una volta avvertitane la stanchezza, non schiacciando mai sull’acceleratore fino in fondo e preferendo comunque ricorrere alla “mungitura” (ossia la sollecitazione esercitata sull’imboccatura tramite le redini) che non alla scudisciata.

Ovvio che, per gli appassionati toscani, schierarsi per l’uno o per l’altro rappresentasse anche una questione di carattere. Il Sesana giunse persino ad impostare sulla sfida tra i due un intero pomeriggio di corse, pubblicizzando l’evento con la distribuzione di migliaia di cartoline che ritraevano Nello alla guida di Sperlak, Vivaldo in sulky a The Last Hurrah. Un’iniziativa che – ormai negli anni Ottanta – contribuì a suo modo a segnare il passaggio all’“ippica-spettacolo”: perché la “sfida” Baldi-Bellei andava ormai in scena da tanti anni, così, senza enfasi, naturalmente e quotidianamente.

Come tra Coppi e Bartali avvenne il celebre passaggio della borraccia, così anche tra i due maghi delle redini lunghe vi fu un episodio che ne attesta il reciproco rispetto personale. Accadde al Derby del ‘74: sull’ultima curva Nello, in seconda ruota con Aprile, affianca Vivaldo con Pistillo, che allo steccato dà segni di stanchezza. Per caricare lo spunto del proprio allievo, in prospettiva della lunga dirittura romana, Bellei pensa bene di concedergli un momento di respiro alla corda: chiede perciò al collega di fargli posto. Sono attimi: “C’hai roba in mano?”, vuol sapere Vivaldo – “Vo a vincere”, gli assicura Nello. Baldi a quel punto smette di comandare, consentendo così all’altro di tener fede alla parola data: e il gesto vivaldiano – davvero “cavalleresco” – acquista ancor più valore in quanto a rivelarlo sarebbe stato lo stesso beneficiario.

Del resto correttezza e lealtà belleiane erano note, manifestandosi tanto dentro quanto fuori la pista. In quarant’anni di carriera, le volte che fu appiedato dalle giurie si contano sulle dita di una mano; ma ancor più apprezzata era la grandezza dell’uomo Bellei, la quale si rivelava soprattutto nel rispetto del lavoro dei colleghi: specie di quelli meno fortunati.

Ivan fu a lungo legato all’“esclusiva” che aveva garantito, al momento dell’ingaggio, alla Kyra: il cui allevamento sfornava, ogni anno, nidiate di puledri, a loro volta figli delle glorie di scuderia e tutti con il timbro del nome rigorosamente iniziante per S (che stava sia per Salvini che per Scandicci, ove la formazione aveva sede). Solamente nell’ultima parte della sua carriera, allorché la compagine fiorentina iniziò ad allentare la propria attività, al celebrato driver si dischiusero maggiori margini di manovra circa la possibilità di prendere in allenamento soggetti di altri proprietari.

I capricci di molti dei quali erano proverbiali: poteva bastare una corsa andata storta, una pulce messagli nell’orecchio da qualche malalingua, un maggiore riguardo apparentemente concesso ad un altro cavallo di scuderia (magari della stessa età e categoria: e perciò sentito come rivale) per offrire al proprietario affetto da paturnie il pretesto per interrompere la collaborazione con quell’allenatore. Questi erano i balletti, antipatici e un po’ meschini, cui poteva dar vita l’ambizione – o la frustrazione – di certi proprietari.

Ora mentre nelle scuderie più forti la perdita di una giubba poteva essere in qualche modo ammortizzata (magari dall’immediato arrivo di un altro proprietario, cui in precedenza si era dovuto dire di no per mancanza di disponibilità), il problema diventava serio per le piccole scuderie, la cui vita era legata alla cura di pochi cavalli; quando non addirittura di uno solo, che in pratica dava da mangiare a tutti quanti: animali come cristiani.

Bellei era sempre disponibile a rimpiazzare in corsa quanti fossero appiedati o impossibilitati; ma se gli si chiedeva di prendere in allenamento un soggetto con cui un altro campava, allora non sentiva ragioni: “Mi spiace, ma io non porto via il cavallo a …”. Se invece gli veniva proposto di lavorare su soggetti falliti o comunque deludenti con allenatori che andavano per la maggiore, allora il discorso cambiava. L’aspetto umanitario, insomma, veniva per lui prima di tutto.

I colleghi ovviamente si ricordavano di tali cortesie: e se potevano, ricambiavano di buon grado. Basti pensare a quanto accadde il 31 dicembre 1977: un episodio davvero speciale in quell’ambiente grezzo, cinico e spietato quale poteva apparire quello delle corse e dei “cavallai”; un fatto che la dice lunga sulla simpatia di cui il campione era circondato all’interno di un mondo che – essendone egli l’indiscusso mattatore – avrebbe dovuto riservargli più che altro invidia.

Bellei quell’anno, per la conquista del frustino d’oro (avvincente sfida sportiva a distanza, peculiare dell’ippica), aveva incontrato sulla sua strada un antagonista più ostico del solito: il giovane napoletano Maisto. Il caso poi volle che i duellanti giungessero a San Silvestro appaiati; e, non contento, che cadesse pure di sabato: giorno perciò in cui, da calendario, si correva sia alle Mulina di Firenze, sia al Cirigliano di Aversa. I giochi erano perciò più che mai aperti. Come in un sodalizio campanilistico, gli altri guidatori toscani misero a quel punto a disposizione della gloria di casa, in ogni corsa, i soggetti più titolati: con il risultato che Ivan portò a casa l’ennesimo titolo nazionale.

Schiettezza e semplicità caratterizzavano Bellei anche nelle dichiarazioni pubbliche. Da qualche anno la mitica telescrivente della sala corse era stata mandata in pensione dalle dirette tv, che portavano l’ippica toscana direttamente nelle case. I collegamenti non si limitavano alla trasmissione delle gare, ma andavano ininterrottamente avanti per la durata dell’intero convegno: vi era dunque da riempire tutto quel tempo con interviste, pronostici telefonici, presentazione di personaggi vari. Ovvio perciò che il Nello nazionale diventasse uno degli ospiti più ambiti in quel salotto.

La squalifica del trottatore per rottura prolungata lasciava, secondo molti, un eccessivo margine di discrezione alle giurie: in caso di galoppata ripetuta, non v’erano dubbi; ma se il cavallo sbagliava una volta sola, con quale metro di giudizio l’errore doveva ritenersi “prolungato”, e la perdita del passo vantaggiosa? Le difformità di giudizio nelle squalifiche suscitavano spesso polemiche, con inevitabile strascico di ombre e sospetti: soprattutto perché v’era di mezzo il gioco. Bellei propose allora una soluzione che rappresentava il massimo della trasparenza: ritirare il cavallo dalla corsa al primo passo che non fosse di trotto, senza neppure dover attendere l’ingiunzione dell’altoparlante.

Ma fu un’altra volta che l’assoluta mancanza di diplomazia giocò un brutto scherzo al popolare guidatore. La composizione del popolo ippico era quanto di più variegato si potesse immaginare: si andava dall’appassionato “puro” a chi viveva per le scommesse, dal raffinato amante del cavallo al perdigiorno; particolarmente in Toscana, poi, la cadenza trisettimanale dei convegni evidenziava, in pratica, tre diverse tipologie giornaliere di pubblico. Mentre la domenica, giorno di maggiore affluenza, faceva registrare la presenza di famiglie, di rappresentanti del gentil sesso, in prevalenza di persone distinte, il pomeriggio infrasettimanale risultava invece alquanto desolato: l’ippodromo semivuoto, il programma di corse non eccelso, il tutt’altro che aristocratico pubblico – perlopiù maschile – motivato esclusivamente dal gioco. Al sabato, invece, si aveva una sorta di via di mezzo: soprattutto dopo che, con la moda degli anni Ottanta, i giovani montecatinesi ebbero preso l’abitudine di darsi appuntamento nel parterre del Sesana piuttosto che in centro.

Un mercoledì che il rigido inverno fiorentino doveva aver reso le Mulina più squallide del solito, Bellei, al microfono di Franco Ligas, lanciò la sua rivoluzionaria proposta: “Che senso ha collocare un convegno alle 14.30 in una giornata feriale? Che tipo di gente volete che venga all’ippodromo a quell’ora? Noi vorremmo che fossero le persone perbene: dunque bisognerebbe posticipare al tardo pomeriggio l’orario delle corse, in modo da consentire di venirci anche a chi va a lavorare”. Un giudizio impietoso, che suscitò un bell’esame di coscienza in chi ritenne sostanzialmente giuste quelle parole: ma espresse in maniera troppo esplicita, e perciò causa di diverse telefonate di protesta da parte di chi, al contrario, non accettava una demonizzazione così sommaria. L’imprudente opinionista, tuttavia, dopo aver lanciato la sua provocazione non si sottrasse al contraddittorio.

In un’intervista concessa nel ‘77, Bellei affrontava invece l’eterna questione del rapporto tra programmazione di scuderia e aspettative del pubblico giocante. Riflettendo sui fischi che aveva rimediato a San Siro, alla guida dell’amato Scellino, dopo avere fallito da favorito un tutt’altro che trascendentale handicap per poi, appena sette giorni più tardi, realizzare l’impresa della vita sfuggendo nel Gran Premio d’Inverno nientemeno che a Delfo, il coscienzioso driver metteva filosoficamente a nudo l’inevitabile conflitto che veniva a crearsi allorché le aspettative del pubblico lo costringevano ad attuare tattiche di corsa contrarie a quanto avrebbe suggerito la logica dei rapporti di forza. Nella sua sincerità, egli non nascondeva nemmeno il peso che una situazione del genere gli creava.

“Sono convinto che il pubblico ci mantenga, ci dia da vivere e quindi abbia il diritto di essere rispettato; so inoltre che da me si aspetta certe cose, e di doverlo accontentare. Se vado in testa e mi viene ai fianchi un avversario che magari so che mi è superiore, ma so anche che il pubblico non lo sa, allora mi sacrifico, al limite sbaglio corsa ma non posso lasciarlo andare. La cosa che mi dispiacerebbe sarebbe il dover ammettere un errore nei confronti del pubblico: il dover dare ragione al pubblico soprattutto per un mio sbaglio, dovuto magari a una ripicca o a una mia personale convinzione. Io perciò corro sempre in maniera che la gente non possa dire: abbiamo ragione noi e torto il Bellei… Quel giorno che Scellino venne a Milano e non riuscì a dare 20 metri ad Aureo e Nicone, io avevo tutte le mie ragioni, e anche valide, di correre così; ma capisco anche che quando il pubblico una settimana dopo mi ha visto battere Delfo ci sia rimasto male, e mi abbia fischiato. È un discorso in senso lato; ma quel giorno io, avendo Scellino favorito, teoricamente avrei avuto bisogno di poter dire: guardate che vado a San Siro per un ultimo lavoro, che la vera corsa la farò nell’Inverno. E i fischi poi mi hanno addolorato”.

Il rapporto privilegiato con la Kyra orientò giocoforza il palmarès belleiano in direzione indigena. Potendo fruire di un allevamento così prolifico, che ogni anno gli metteva a disposizione una trentina di puledri, c’era da attendersi che gli capitasse sovente il soggetto in grado di prendere parte con chance alle classiche giovanili; senza contare che, avendo la formazione di Scandicci quale divisa l’autarchia, a Nello toccò anche il non trascurabile vantaggio di gestire cavalli di cui aveva avuto in allenamento non solo entrambi i genitori, ma da un certo momento in poi persino i nonni! Il rovescio della medaglia fu invece dato dal fatto che, non potendo attingere ad altri proprietari, raramente egli ebbe in scuderia soggetti in grado di competere con gli internazionali nei gran premi per anziani: i quali, nella sua stessa Toscana, lo vedevano spesso – beffardamente – semplice spettatore allo steccato!

Quindi, tirando le somme, diremo che, per un guidatore del suo livello, Bellei vinse un numero di classiche per indigeni sicuramente adeguato, e concentrato prevalentemente nella prima parte della sua carriera; mentre per quanto riguarda i tradizionali appuntamenti del circuito internazionale, egli vinse probabilmente meno rispetto ad altri colleghi che non lo valevano. Soprattutto negli anni della maturità – in cui molti driver raggiungevano l’apice – gli mancò il cavallo con cui andare al Lotteria, il fuoriclasse magari scovato oltreoceano per quattro soldi dal manager fortunato per conto di qualche danaroso proprietario (un classico di quei tempi).

Cosicché i cavalli dal nostro portati al successo in gran premi furon quasi tutti “S”: Steno, Segugio, Scansano, Sion, Valpiana, Akobo, Aprile, Sem, Scellino, Sperlak. Altri soggetti forti che ebbe ai suoi ordini, dominatori di innumerevoli centrali e spesso a loro volta piazzati nelle classiche, furono Petra, Pierfranco, Sansovino, Gobaldo, Savio, Sabor, Sidi, Senegal, Sarcasmo, Ser.

Il più titolato tra i campioni belleiani fu sicuramente Steno: il quale, dopo una strepitosa carriera giovanile (che lo vide fra l’altro mettere a segno un’incredibile doppietta al bolognese “Continentale”, che allora si correva sia a tre che a quattro anni) fu per due volte secondo al campionato del mondo americano. Memorabile, in particolare, l’impresa del ‘65, allorché il figlio di Oriolo ruppe all’imbocco della prima curva mentre stava andando in testa perdendo un centinaio di metri, recuperò gradatamente, si lanciò a centro pista al mezzo giro finale percorrendo l’ultima curva in quarta ruota e terminando a mezza lunghezza dal vincitore, che lo aveva anticipato lungo la risalita.

Ma il “grande incompiuto” di casa Bellei fu probabilmente Sperlak, da lui stesso ritenuto come il cavallo più forte che gli fosse mai capitato fra le mani. Un soggetto in cui però alla potenza del motore non corrispondeva la serietà del carattere: in poche parole, se quel giorno non ne aveva voglia, ti dovevi solo rassegnare.

Dopo una carriera giovanile tutto sommato in sordina, Sperlak dimostrò di che pasta era fatto al primo impegno da anziano: il fiorentino “Ponte Vecchio” del 1982. Sulla distanza del doppio chilometro, con il numero uno di steccato (che però gli serviva a ben poco data la sua macchinosità), il baio della Kyra era chiamato ad affrontare cinque “canarini” americani: niente di trascendentale, dal momento che la classica toscana era ultimamente un po’ decaduta, sacrificata sia dalla stagione in cui cadeva (febbraio), sia dal fatto che i “prima categoria”, per la ripresa in grande stile dell’attività dopo la pausa invernale, puntavano direttamente sul torinese “Costa Azzurra” di marzo, evitando così le insidie della pista piccola. Fatto sta che Sperlak vincente, in lavagna, era offerto a 50 contro uno.

Rimasto come di consueto ultimo in partenza, il kyriano prese ben presto la via del largo, fino a raggiungere il battistrada e posizionarsi al suo esterno. “Non ha niente da perdere – pensò la gente – se avesse aspettato a uscire non sarebbe mai risalito…almeno così ha fatto bella figura”: donde applausi e incitamenti al passaggio davanti alle tribune, in attesa dell’inevitabile calo sulla prevedibile accelerazione finale della testa. Ed a conferma di tali aspettative, nessuno degli altri concorrenti volle prenderne la schiena, dandone per certo il cedimento. Al contrario, al mezzo giro conclusivo, fu proprio Sperlak a dare l’impressione di poter macinare l’avversario: difatti, ancor prima dell’ultima curva, passò in testa.

Un moto di stupore iniziò allora a levarsi dal pubblico: che si trasformò ben presto in euforia allorché fu chiaro che, contrariamente alle attese, degli altri concorrenti, rimasti tutto il tempo acquattati alla corda e dunque teoricamente ancora pimpanti, nessuno era in grado di impensierire l’intrepido portabandiera di casa. Anche quella volta il frustino di Bellei rimase così ben rivolto all’indietro; la vittoria fu netta, per giunta impreziosita dal nuovo record della corsa: 1.16.9.

A quel punto accaddero scene mai viste su un anello toscano: più che alle Mulina, sembrava di essere ad Agnano per il Lotteria. Già aveva iniziato il telecronista, interrompendo in retta la cronaca per mettersi a urlare pure lui: “Vieni Nelloooo”; con la tribuna letteralmente in tripudio, diverse persone scesero in pista, per accompagnare il vincitore in quello che fu, forse, il giro d’onore più commosso tra gli innumerevoli compiuti da Bellei.

Era evidente, infatti, come quella manifestazione di affetto spontanea e calorosa fosse rivolta – al di là dei meriti del cavallo – innanzitutto a lui, a tutto ciò che quest’uomo rappresentava per tanti appassionati toscani. L’aspetto sportivo ed umano parve una volta tanto prendere decisamente il sopravvento sull’interesse legato al gioco; eppure, quando lo speaker comunicò le quote del totalizzatore, si comprese come, a dispetto dei pronostici, non pochi fra i “giocatori della domenica”, gli scommettitori per diletto delle mille lire, avessero scelto di appoggiare proprio l’estremo outsider, privilegiando le ragioni del sentimento: Sperlak infatti pagò al tot nell’ordine del 15/1, non di più.

Con lo stesso cavallo Ivan avrebbe conseguito, fra l’altro, la sua ultima vittoria di un certo rilievo: quella nella spettacolare tris di Modena, tradizionale appuntamento del calendario di primavera. Nel 1987 – dunque a 10 anni suonati – il potente passista regalò ai suoi fan l’ultimo brivido: rendendo ben 80 metri allo start (dunque anche in quel caso piuttosto snobbato nelle previsioni), risolse la partita a proprio favore con una impressionante progressione sulla penultima retta, che lo vide ingoiarsi i venti cavalli che lo precedevano in un sol boccone, come fossero fermi. Così il destino volle che il modenese Bellei cogliesse la prima come l’ultima vittoria rilevante della sua inimitabile carriera proprio all’ombra della Ghirlandina, a trent’anni esatti di distanza.

Dopodiché Nello diradò le proprie apparizioni in pista, cambiando peraltro stranamente anche il proprio stile di corsa, puntando su improbabili finali a effetto venendo dalle retrovie che lo portavano spesso a percorrere la retta d’arrivo in tralice sino a sfiorare il ciglio esterno: insomma non era più lui. La stessa Kyra, del resto, stava smobilitando: ma era l’ippica in generale che stava rapidamente cambiando.

Dal nord Europa calava una nuova orda di vichinghi: formidabili allenatori dalle rivoluzionarie tecniche di allenamento e ferratura, i quali garantivano ai proprietari mirabolanti progressi nelle prestazioni dei loro cavalli. Una diversa ripartizione del montepremi imponeva la logica americana del “tutto e subito”: nel senso che si puntava tutto – o quasi – sulla fase giovanile del trottatore, stravolgendo la preparazione tradizionale e rincorrendo le velocità strabilianti sin dall’inizio. Tale prevalente finalità cronometrica finiva poi spesso con l’andare a discapito della stessa arte della tattica, omologando molte corse al solito refrain; mentre quei progressi tecnici un tempo affidati alla meticolosità del lavoro nonché alla sapienza delle mani del preparatore venivano adesso fraudolentemente ottenuti grazie alle diavolerie della chimica.

Lo stesso legame tra cavalli e trainer veniva svilito dalla nuova figura del catch driver: uno specialista della corsa fine a sé stessa cui l’allenatore affidava i propri allievi dopo avergliene sommariamente illustrato le caratteristiche; e che magari la volta dopo ti ritrovavi in sediolo a un cavallo avversario, essendo costui sostanzialmente un mercenario. Mentre una pedante direttiva ministeriale imponeva agli allevatori, a imitazione della Francia, di imporre ai puledri nomi inizianti tutti per la medesima lettera dell’alfabeto caratterizzante quella data annata, creando così un sacco di banali omonimi (distinguibili solo dalla commerciale sigla dell’allevamento di provenienza) ma soprattutto sacrificando tutta la poesia dei nomi dei cavalli. E poi le none corse, le matinée (altro grottesco francesismo, e che andava peraltro nella direzione esattamente opposta a quella dal nostro a suo tempo maldestramente suggerita), la tris tutti i giorni, le corse anche al lunedì (da sempre sacro giorno del riposo ippico)…insomma un manicomio. Non era più la sua ippica: lui lo capì, e si fece da parte.

Dopo avere citato i campioni, noi vorremmo qui ricordare anche alcuni degli innumerevoli routinier belleiani di quegli anni. Innanzitutto, Bellei: frequentatore delle categorie infime (allora per i top driver fare anche le corse a reclamare era la norma) nonché gran giocherellone, entrava in pista alla rovescia, divertendo (o disgustando) il pubblico con una oscena andatura a saltelli, che non era né trotto, né galoppo, né ambio. Poi però il suo omonimo che gli stava in sulky sapeva metterlo dritto, e cavarci il meglio.

Squillo, bianco come il cavallo della Vidal: altro commovente ex galoppino dal debutto tardivo ma dal cuore grande. Il grigio Sirual, falloso ma potente; così come il lunatico baio Stile. Il moro Siluro, che onorava il proprio nome con delle progressioni davvero esplosive. Il forte Scaltro, che fu anche uno dei protagonisti delle memorabili pariglie kyriane nella tradizionale corsa per attacchi di fine agosto. Il grigio Seminole, combattente come gli indiani di cui portava il nome. Il veloce Konrad, inconfondibile nel suo procedere a scatti, piegando al minimo gli anteriori. Il monumentale sauro Scaramouche, che una volta a Montecatini vinse al termine di un incredibile giro finale percorso interamente in terza ruota. La bisbetica grigia Sintesi, dal cui sulky peraltro una volta Nello cadde in corsa, alle Mulina, rimanendo tramortito: fortuna che il suo vantaggio era tale che gli altri concorrenti riuscirono a evitarlo. Il coriaceo Donyo Sabuk, ultima realizzazione del nostro.

Una domenica, al Sesana, si realizzò l’incantesimo; l’evento leggendario, fino ad allora solo sognato, che ti consente di dire: io c’ero. Sette vittorie su sette corse: di più non era possibile, perché una gara a convegno era riservata ai gentlemen. Il pomeriggio scorreva in un’atmosfera sempre più surreale, come se si stesse vivendo un sortilegio: “vincerà anche questa?”, si chiedevano tutti. Tanto gli allibratori quanto i giocatori apparivano straniti: c’era chi, per la legge dei grandi numeri, ogni volta si aspettava che la sequenza s’interrompesse; chi invece, più razionalmente, si sforzava di considerare ogni successiva corsa come a sé stante; chi infine, più romanticamente, con esaltazione crescente tifava perché la magia si avverasse.

Ebbene, Nello Bellei, quel giorno, le vinse tutte e sette.

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