L’onore delle armi per Italo Balbo

Il 28 giugno 1940 cadeva, nel cielo di Tobruk, Italo Balbo, il leggendario “maresciallo dell’aria” gloria dell’aviazione fascista: egli fu così, in pratica, la prima vittima illustre della guerra dichiarata appena diciotto giorni prima da Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia.

Unico fra i gerarchi a tener testa al Duce in Gran Consiglio (e a prendersi addirittura la confidenza di sederglisi sulla scrivania quando ne era ricevuto), irriducibilmente contrario tanto all’alleanza con la Germania nazista quanto alle leggi razziali, Balbo era stato confinato in Libia come governatore. Quel giorno, avvisato di un fulmineo bombardamento aereo inglese sul porto di Tobruk, si era immediatamente levato in volo, da Tripoli, con la sua squadra: ma una volta giunto sulla cittadina cirenaica era stato abbattuto per errore, assieme ai compagni, dalla stessa contraerea italiana, la quale, nella convulsione di quegli attimi, aveva pensato ad una ripresa dell’offensiva nemica, confondendo gli apparecchi.

Scompariva così la figura di gran lunga più avventurosa e per certi aspetti romantica del fascismo, il cui naturale carisma, negli anni, aveva saputo suscitare la gelosia dello stesso Mussolini. E a conferma della stima universalmente riscossa dal personaggio, il giorno successivo un aereo inglese veniva a sganciare una corona di fiori sul punto in cui era caduto il solo momentaneo nemico.

Nato nel 1896 a Quartesana, vicino Ferrara, da genitori entrambi maestri elementari, capitano degli alpini nella Grande guerra, laureato in scienze sociali, giornalista e repubblicano, Balbo sale agli onori della ribalta nell’estate del 1922, con una serie di azioni che pongono fine agli ultimi sussulti del “biennio rosso” seguito alla conclusione del conflitto mondiale e che rappresentano implicitamente altrettante tappe di avvicinamento alla “marcia su Roma” dell’ottobre.

Da anni ormai i braccianti – nel Polesine come in tutta la Pianura padana – agitati da sindacalisti rivoluzionari alla Bombacci lasciano a marcire i poderi padronali per riversarsi nei campi incolti intonando Bandiera rossa e inneggiando al modello sovietico delle fattorie collettive. Stante il divieto giolittiano ai prefetti di far intervenire la forza pubblica in ossequio al principio della “neutralità dello Stato”, sono allora gli stessi proprietari a organizzarsi privatamente onde ristabilire l’ordine: nasce così lo “squadrismo agrario”, vero e proprio trampolino di lancio del neonato movimento fascista. In ogni provincia risoluti quanto spregiudicati ras (il termine rappresenta un ironico retaggio delle sfortunate mire coloniali italiane di fine Ottocento sull’Etiopia) si assumono così l’onore della “normalizzazione”; a Ferrara, comanda Balbo.

Se infatti nella vicina Bologna il “prefetto di ferro” Cesare Mori riesce per qualche tempo ad arginare le prepotenze fasciste, l’impegno profuso dal suo collega ferrarese non sortisce lo stesso effetto: qui il giovane Italo irride all’autorità costituita, in un crescendo di violenza ma anche di fantasia. Messi al bando dalle disposizioni ministeriali i manganelli, egli dà pratica dimostrazione di come gli stoccafissi possano riuscire altrettanto efficaci all’occorrenza. In breve le sue quotazioni lievitano: lui a quel punto si rivela abile anche nel contrattare lo stipendio con gli “agrari” – vale a dire i possidenti – alla maniera dei capitani di ventura dell’età delle Signorie.

Un giorno compare in prefettura ad avvisare il rappresentante del governo che tra poco mancherà la luce. Immediato scatta il blackout: i suoi uomini hanno provveduto ad occupare la centrale elettrica, e con essa la città. È il suo momento: costituito un vero e proprio esercito, marcia sul capoluogo emiliano per dichiarare guerra a Mori, funzionario abile e intransigente ormai divenuto agli occhi degli squadristi la bestia nera. Compiacente, il debole governo Facta provvede allora ad inviare a Bologna il capo della polizia, a garantire dell’imminente allontanamento dello scomodo prefetto legalitario. Dinanzi a tanta grazia Balbo dilaga: Ravenna, Parma, Ancona, Trento, Bolzano le tappe più significative della sua marcia cesarea. Ed è qui che nasce il suo mito: quello del condottiero giovane, intrepido e vittorioso che nell’antichità pagana sarebbe stato oggetto di culto.

Annota nel suo Diario il 27 luglio 1922: “Siamo passati da Rimini, Sant’Arcangelo, Savignano, Cesena, Bertinoro, per tutti i centri e le ville tra la provincia di Forlì e quella di Ravenna, distruggendo e incendiando tutte le case rosse, sedi di organizzazioni socialiste e comuniste. È stata una notte terribile. Il nostro passaggio era segnato da alte colonne di fuoco e di fumo. Tutta la pianura di Romagna fino ai colli è stata sottoposta alla esasperata rappresaglia dei fascisti. Episodi innumerevoli. Scontri con la teppaglia bolscevica in aperta resistenza, nessuno. I capi sono tutti fuggiaschi. Le leghe, i circoli socialisti, le cooperative semideserti”.

Inquadrate gerarchicamente le cellule costituite dalle varie squadre d’azione in un’unica “milizia” concepita – secondo le sue parole – per “incutere nei nostri avversari il senso del terrore”, Balbo si guadagna sul campo i galloni di “quadrumviro” della marcia su Roma. L’anno successivo, però, la macchia sulla sua irresistibile ascesa: l’assassinio, il 23 agosto, ad Argenta (dunque nel cuore del suo feudo estense), di don Minzoni, volontario della Grande guerra, cappellano militare decorato, quindi esponente del partito popolare di don Sturzo, organizzatore della gioventù cattolica del Ferrarese e infine fiero oppositore delle violenze fasciste. Tre sgherri riempiono di bastonate il coraggioso sacerdote, fino a fracassargli il cranio: unica sua colpa, quella di essersi opposto con tutte le forze a che la propaganda fascista potesse penetrare tra i ragazzi della sua parrocchia.

La “Voce repubblicana” non ha dubbi nell’indicare il mandante dell’omicidio nel “ras di Ferrara”, ottenendo però quale unico risultato quello di una querela per diffamazione da parte dello stesso capo squadrista: al processo che ne seguirà, soltanto l’esibizione di una lettera con la quale Balbo invita i suoi uomini ad “impartire agli avversari riottosi bastonature di stile” salverà direttore e articolista da una sicura condanna. L’“Osservatore Romano”, dal canto suo, si guarderà bene non solo dal commentare, ma addirittura dal riferire dell’efferato delitto di Argenta: paese in cui Balbo, in ogni caso, oserà rimettere piede soltanto nove anni dopo.

Nel frattempo egli darà lustro alla prestigiosa “ala littoria”, fiore all’occhiello del regime. Sottosegretario all’aeronautica nel ‘26, ministro tre anni più tardi con il grado di generale di squadra aerea, Balbo diverrà il geniale ispiratore e l’intrepido condottiero di crociere collettive con gli idrovolanti che susciteranno l’interesse mondiale: nel ‘28 sul Mediterraneo occidentale, l’anno successivo su quello orientale e Mar Nero, quindi la trasvolata dell’Atlantico meridionale nel ‘31. Fino alla più celebrata di tutte, nel ‘33: l’avventura transatlantica da Roma a New York e ritorno, con ventiquattro apparecchi.

Prima Chicago, quindi la Grande Mela impazziscono per il giovane trasmigratore che irride alla vastità dell’oceano: sulle rive dell’Hudson viene persino organizzata in suo onore una grande ticker-tape parade. Balbo è così il secondo italiano dopo il generale Diaz ad essere acclamato per le strade di Manhattan: nel delirio della vastissima comunità italo-americana, gli viene addirittura dedicata una avenue, mentre lo stesso Roosevelt si compiace di riceverlo alla Casa Bianca. Per Mussolini, che quotidianamente deve sorbirsi dei sempre più entusiastici festeggiamenti riguardanti il suo quadrumviro riportati dalla stampa internazionale, è troppo: ordinatogli di dare un taglio all’interminabile kermesse, lo fa rientrare in Italia per promuoverlo Maresciallo e spedirlo in Africa.

All’esilio contribuì sicuramente anche il potente segretario del PNF, Starace: il quale mal sopportava che Balbo irridesse puntualmente i suoi pedanti “fogli d’ordine” miranti a sottoporre gli italiani tutti a una rigida disciplina comportamentale, prendendo sotto gamba le sue spesso grottesche direttive ed opponendosi, in particolare, alla militarizzazione del partito. Ma il gerarca ferrarese se la dové legare al dito, se è vero un episodio che accadde qualche tempo dopo.

Nel marzo del ‘37 giungeva in visita a Tripoli lo stesso Mussolini, per ricevere dalle mani dei notabili arabi quella simbolica “spada dell’Islam” che, con gesto teatrale da imperatore romano, avrebbe levata al cielo stando in groppa a un cavallo bianco. Durante una sosta al palazzo del governatorato, Balbo, accompagnato da Starace, introdusse il Duce nel suo studio, ove faceva bella mostra di sé un frammento archeologico su cui spiccavano due antichi romani che si stringevano la mano: gesto dal segretario abolito con la prima disposizione presa al momento del suo insediamento, in omaggio proprio ad un malinteso senso di “romanità”. “Vedi, Duce – ironizzò Balbo – Starace direbbe che questi due sono dediti da millenni alla stretta di mano”. Starace a quel punto, avvertendo lo sfottò, replicò tagliente: “Quando sarò governatore della Libia farò scalpellare questa roba”. Al che Balbo, con prontezza di spirito: “Allora io sarò segretario del partito e avrò ripristinato la stretta di mano”.

Pervicacemente contrario tanto all’Asse Roma-Berlino quanto al Patto d’acciaio, lo schietto Balbo giungerà, in Gran Consiglio, a dare sia a Mussolini che al suo ministro degli Esteri (nonché genero) Ciano – il quale si ostinava a reggere servilmente il gioco al Capo per puro opportunismo – dei “lustrascarpe della Germania”. Stando ai Diari dello stesso Galeazzo (il quale nella sua cieca ambizione avvertiva il prestigioso gerarca ferrarese come il suo più autorevole rivale ad una eventuale successione al suocero), il Duce – ormai da tempo disabituatosi ad essere contraddetto – lungi dall’interrogarsi sulle ragioni profonde di tanto dissenso nei confronti dell’alleanza con il nazismo da parte dell’unico suo collaboratore capace di pensare con la propria testa, avrebbe liquidato l’affronto subito in questi termini: “Balbo rimarrà sempre il porco democratico che fu, oratore della Loggia Girolamo Savonarola di Ferrara”. Tanto astio porterà il dittatore a negare al più giovane, sorridente, solare antagonista il tanto agognato titolo nobiliare; per poi in qualche modo riscattarlo con questo lapidario giudizio postumo, vergato nelle desolanti giornate della Repubblica di Salò: “Balbo? Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario. Il solo che sarebbe stato capace di uccidermi”.

La salma del Maresciallo dell’aria non ebbe pace: traslata dalla Libia al sacrario d’Oltremare di Bari, quindi trasferita al mausoleo degli Atlantici a Orbetello, infine – dopo la dismissione di quel monumento fascista – tumulata nel cimitero comunale della stessa cittadina sulla laguna, storica rampa di lancio delle crociere balbiane. Ancora più impressionante, tuttavia, la damnatio memoriae inflitta al celebre trasvolatore dalla sua terra natale: gli efferati eccidi compiuti dai nazifascisti anche nella città estense fra ‘43 e ‘44, infatti, finirono con il riverberarsi retroattivamente anche sul suo precedente, protervo ruolo di ras del fascismo agrario (nonché di maggiorente del regime), eclissandone tutte le gesta successivamente compiute e decretandone la rimozione da parte della Ferrara democratica.

Inammissibile appare in ogni caso il fatto che il nome di Italo Balbo non figuri neppure sulla lapide che ricorda i Caduti di Quartesana, posta sulla piazza del paese. Così come la scuola-casa di famiglia, con le sue pertinenze (in particolare la palestra e la piscina: ove chissà quanti ragazzi saranno venuti a cimentarsi, e a divertirsi), storica testimonianza di un’epoca, versa in uno stato di totale degrado, abbandonata alle intemperie e in balia dei piccioni.

Con le sue ardite imprese aviatorie, la sua onestà intellettuale, la sua morte sfortunata quanto gloriosa, Balbo ha indubbiamente riscattato una giovinezza innegabilmente fatta anche di violenza e prevaricazione (componenti comunque all’ordine del giorno nel costume politico dell’epoca, per quanto esecrabili): sarebbe perciò giunto il momento, da parte dei suoi concittadini, di rendergli finalmente l’onore delle armi.

La forza di una democrazia si misura anche da questo.

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