Le pendenze impossibili del San Pellegrino in Alpe

In Italia, il ciclista che cerchi la salita dalle impennate più impervie non la troverà sulle Dolomiti e neppure sui passi alpini che hanno fatto la leggenda del Giro: lo Stelvio, il Mortirolo, il Gavia. L’ascesa più impegnativa si trova infatti in Toscana, nel cuore della Garfagnana, lungo i 18.1 km che dai 270 m di Castelnuovo conducono sino ai 1617 del Passo di Pradaccio.
Il problema per le forze dello scalatore non è rappresentato tanto dalla pendenza media del percorso (misurabile in un ordinario 7,4%) quanto dalle variazioni di dislivello che presenta la strada, improvvise quanto proibitive. Da Pieve Fosciana – ove comincia la salita vera e propria – si sale dolcemente per una decina di chilometri, in un paesaggio incomparabile che regala scorci sempre più suggestivi sulle maestose Alpi Apuane poste dirimpetto nonché sulle vallate sottostanti.
Finché, giunti ai 910 m di Chiozza, non si cambia duramente registro: ad un chilometro all’8,4% seguono infatti 200 metri al 12,5. L’asprezza di tale rampa viene così bruscamente a distogliere il cicloturista dall’aspetto panoramico; per quanto si tratti di un semplice antipasto: uno scherzo rispetto a quanto ci si troverà davanti di lì a poco. Sono infatti paradossalmente i 500 metri di discesa che precedono i 1160 m di Boccaia a complicare maledettamente le cose, concentrando nei successivi 2 km che conducono ai 1524 m del borgo di San Pellegrino in Alpe qualcosa come 364 m di dislivello, per una pendenza dunque superiore al 18%. Uno strappo decisamente impegnativo; eppure tutto sommato superabile dall’appassionato grimpeur che sappia aggiungere all’allenamento accumulato nelle gambe la pertinacia di riuscire nell’impresa.
Senonché, neppure tale sforzo finale può essere gestito dall’intraprendente pedalatore razionalmente, ossia distribuendo equamente le energie: perché uno dopo l’altro intervengono due tremendi “muri” che vanno ben oltre il 20%, il secondo più duro del primo. Una volta oltrepassata l’antica stazione di posta di Ca’ della Palma, solamente la vista di quell’erta impossibile ti fa prender male; tanto che a quel punto, per non scendere di sella, oltre a muscoli, cuore e polmoni servirà anche una buona dose di coraggio: se non – a seconda dell’età più o meno avanzata del temerario scalatore – di incoscienza.
Nell’affrontare l’ardua pettata occorrerà peraltro stare attenti a profondere l’immane sforzo alzandosi sui pedali: questo non certo per rilanciare l’azione – impresa forse possibile giusto ad un Coppi, o a un Pantani – quanto per bilanciarsi mantenendo la ruota anteriore a contatto dell’asfalto, correndosi il rischio rimanendo seduti di ribaltare all’indietro. E neppure l’avvistamento dell’agognata croce lignea che indica la prossimità del santuario segnerà la fine dell’erculea fatica, dal momento che i tornanti che immettono sulla piazzetta posta all’ingresso del paese non hanno assolutamente nulla da invidiare nemmeno ai più duri fra quelli dolomitici.
Giustamente, all’audace che sia riuscito nell’impresa di raggiungere San Pellegrino indenne e senza mettere piede a terra la Pro loco rilascia un diploma. Ora qualcuno si chiederà: com’è possibile che il progettista di una simile strada non si sia posto il problema delle difficoltà di un tracciato del genere, in certi punti tale da scoraggiare persino chi intenda percorrerlo a piedi? La risposta ce la offrirà la Storia.
Attorno al 2000 a. C. tribù appartenenti alla popolazione dei Liguri penetrarono nell’Appennino settentrionale; tra queste i Friniati, popolo di cacciatori, agricoltori, pastori stanziatosi nell’area emiliana corrispondente agli alti bacini dei fiumi Secchia e Panaro. Ma all’inizio del II secolo a. C. i Romani dichiararono loro guerra, riuscendo a sconfiggerli definitivamente soltanto nel 175 a. C., al prezzo di lunghe e dure battaglie (le “guerre liguri”) che Tito Livio narra essere costate migliaia di morti.
Per venire a capo di tale conflitto gli attaccanti si ingegnarono di realizzare un grande sistema viario, allo scopo di accerchiare gli irriducibili nemici fino a prenderli in una morsa. Le terre conquistate sarebbero state successivamente donate ai legionari, quale compenso di fine carriera: il che avrebbe propiziato l’apertura di una fitta rete di sentieri fra i quali la Via Bibulca, così chiamata per il fatto di essere abbastanza larga da consentire il transito di un carro trainato da una coppia di buoi.
La strada perse d’importanza nel periodo delle invasioni barbariche, allorché le popolazioni si videro costrette a ridurre allo stretto necessario gli spostamenti dati i pericoli incombenti su chi viaggiava: tanto che all’arrivo dei Longobardi si pose la necessità di creare una variante che consentisse il valico dell’Appennino. Fu allora re Liutprando, nella prima metà dell’VIII secolo, ad aprire il Passo delle Radici in modo da collegare la montagna modenese, strappata ai Bizantini, con i possedimenti garfagnini.
Ed è proprio nel periodo longobardo che si colloca la vicenda di San Pellegrino, la cui figura rappresenta una tipica proiezione dell’immaginario medievale, dal momento che la leggenda lo vuole figlio nientemeno che del re di Scozia: probabilmente intendendo così rendere omaggio agli Scoti, popolo celtico cristianizzato proveniente dall’Irlanda – culla del monachesimo occidentale – insediatosi nel VI secolo sul suolo scozzese (irlandese era peraltro anche San Colombano, monaco missionario fondatore dell’abbazia di Bobbio, situata lungo la medesima catena appenninica nord-occidentale).
Il mistico principe si sarebbe fermato in questi luoghi al ritorno da un pellegrinaggio a Roma: votatosi alla vita eremitica, avrebbe deciso di unire all’ascetica ricerca di Dio la pratica evangelica della carità nei confronti dei viandanti, fornendo assistenza ed aiuto a tutti coloro che osavano sfidare la montagna. Particolarmente in inverno infatti valicare l’alpe diventava impresa improba: per questo il santo romito si sarebbe dedicato alla cura dei pellegrini diretti a Roma o in Terra Santa. Eletto il cavo tronco di un faggio secolare a propria dimora, ogni notte egli si premurava di accendere fuochi onde agevolare ai romei il cammino.
Per testimoniare la sua cristiana presenza su quei monti, inoltre, Pellegrino prese l’abitudine di piantare croci di faggio su ciascuno dei luoghi che percorreva, peraltro resistendo alle innumerevoli tentazioni di cui non mancò di farlo oggetto il demonio. Il riconoscimento della sua santità non sarebbe venuto da un’iniziativa ufficiale della Chiesa bensì dalla devozione popolare, diffusasi nell’Italia settentrionale come in quella centrale ad attribuire alla missione del nordico anacoreta la benedizione divina.
Modena e Lucca si sarebbero allora contese le spoglie del santo, affidandone il feretro ad una coppia di indomiti torelli (l’uno modenese, l’altro lucchese): nel punto in cui essi si fossero andati a fermare, lì si sarebbe edificata la chiesa titolata a Pellegrino. Il Cielo volle che le due bestie terminassero la propria corsa esattamente sul confine fra i due stati: per questo il santuario ed il borgo sortogli attorno non sono situati sul passo vero e proprio ma un po’ più a valle, sul versante garfagnino.
Più pragmaticamente, gli storici tendono tuttavia a spiegare la toponomastica del valico ricollegandola a San Pellegrino d’Auxerre, vescovo francese cui si solevano titolare gli spedali che sorgevano lungo i percorsi frequentati dai pellegrini medievali: laddove il precedente nome del passo era Terme Saloni. L’antica Bibulca che lo valicava risorse solo nell’XI secolo, per impulso di Beatrice di Lorena cui si deve la fondazione dell’abbazia di Frassinoro: fu infatti grazie all’iniziativa della marchesa di Toscana che riprese vigore quella strada che nella parte iniziale riprendeva il percorso della Via Clodia, risalendo la Valle del Serchio fino a valicare l’Appennino in direzione dell’Emilia, discendendo su Frassinoro per poi biforcarsi, proseguendo da una parte verso Reggio, dall’altra verso Modena.
Un tracciato per lunghi secoli utilizzato soltanto – e stagionalmente – dalle greggi transumanti; ma che adesso, nel nuovo clima dettato dallo sviluppo delle relazioni economiche e politiche, assurgeva al ruolo di importante arteria di comunicazione tra nord e sud della Penisola, ricevendo ulteriore slancio dall’opera della potente figlia di Beatrice, Matilde di Canossa: la quale lo valorizzò allo scopo di esercitare al meglio il proprio potere sui possedimenti transappeninici. Oltre a costruire le famose “cento” chiese di Lucca, infatti, la Grancontessa emiliana diede vita anche a vari ospizi fra cui quello di San Pellegrino in Alpe, allo scopo di garantire il ristoro dei viaggiatori lungo un percorso sempre più battuto. Non è difficile a tale proposito immaginare le varie tipologie del viandante medievale: pellegrini, chierici vaganti, contadini in cerca di nuova terra da sfruttare, mercanti, cavalieri a caccia di fortuna, malfattori, sbandati…
L’assistenza agli ospiti della struttura fu affidata a una comunità di “conversi”: uomini e donne convertitisi dal laicato alla vita religiosa affidandosi ad un capo spirituale e sostenendosi con il lavoro agricolo, la pastorizia, le questue. Alla primordiale chiesa costruita per custodire le reliquie di San Pellegrino nonché del suo discepolo Bianco – brigante dal primo convertito per poi votarsi anch’egli al romitaggio e proseguire l’opera del suo redentore – venne così aggregato un edificio adibito a ricovero, ad essa unito per mezzo di una grossa volta: il “voltone” sotto al quale transitava la strada per la “Lombardia” (nome medievale dell’Italia settentrionale), prima della costruzione della variante rappresentata dal tornantone finale.
Cominciarono allora a piovere sul pio “Hospitale” una serie infinita di lasciti e donazioni da parte di benefattori e devoti, al punto di farne un vero e proprio potentato quanto a proprietà possedute, talvolta situate in località anche parecchio distanti tanta era la fama acquisita dalla fondazione. Neppure papi e imperatori vollero a quel punto essere da meno, facendo a gara nell’attribuirle privilegi, benefici, immunità.
La consacrazione del prestigio dell’alpestre ospizio si ha nel XV secolo, allorché il rettore non bada a spese nel trasformare l’antica chiesa in santuario, commissionando al miglior scultore dell’epoca, il lucchese Matteo Civitali, l’elegante tempietto di marmo destinato ad accogliere le spoglie dei due santi eremiti. Di conseguenza cresce anche il fenomeno del pellegrinaggio devozionale nei loro confronti, con sempre più numerose schiere di fedeli che segnatamente nel periodo estivo salgono all’alpe per chiedere grazie.
Nella religiosità medievale perché queste potessero essere prese in considerazione occorreva che il richiedente portasse con sé, in segno penitenziale, una pietra: le cui dimensioni potevano sì variare a seconda dell’età e della forza della persona; ma sempre tenendo conto del fatto che più il sasso era grosso, maggiore sarebbe risultata l’efficacia della penitenza. Ora con l’ampliarsi della notorietà del santuario non pochi erano i pellegrini che, giungendo anche da terre lontane e dunque sottovalutando la durezza del percorso, lo affrontavano essendosi gravati di una pietra il cui peso si sarebbe rivelato eccessivo anche per il più ardente e volenteroso dei penitenti.
A quel punto la resistenza nell’ascesa al sacro monte rischiava di diventare anche una questione di pazienza: primo perché la salita non terminava mai; secondo perché più si andava avanti e più essa si faceva dura, terribile, maledetta. Solo la forza della fede e il timore del castigo (che sarebbe peraltro giunto neppure da parte di uno bensì di due santi) sospingevano allora il pio arrampicatore verso la meta: ma a prezzo di una fatica indicibile.
Si giunge così al 1738: anno in cui viene concordato il matrimonio fra Rinaldo d’Este, figlio del duca di Modena Francesco III, e Beatrice Cybo-Malaspina, erede del ducato di Massa. Allo scopo di assicurare allo staterello estense uno sbocco sul Tirreno Francesco commissiona al suo ingegnere di fiducia, l’abate Domenico Vandelli, l’apertura di una strada carrozzabile che unisca Modena a Massa ma evitando di transitare attraverso i confinanti territori dello Stato Pontificio, del Granducato di Toscana e della Repubblica di Lucca.
A ciò si aggiunga la difficoltà di dover scavalcare sia la catena appenninica che il massiccio apuano forzatamente entro un determinato tratto, costringendosi così a superare il primo ostacolo ricalcando il tracciato della Bibulca e quindi valicando San Pellegrino, il secondo inventandosi il Passo della Tambura mediante un’estenuante serpentina con cui in 6 km ci si inerpica di ben 1100 m. Ultimata nel 1752, la Via Vandelli può così esaudire le aspettative del committente solamente a prezzo di un percorso estremamente tortuoso e dai paurosi dislivelli.
Ecco allora spiegato il motivo di quelle terrificanti pendenze finali che si trovano oggi a dover affrontare viaggiatori motorizzati quanto ciclisti. La strada è praticamente la stessa che ha visto transitare nel tempo gli umili utenti cui era destinata: i carriaggi dei legionari romani, gli armenti degli antichi pastori garfagnini, i muli dei viandanti medievali. Trasformata in rotabile dalla capricciosa ambizione del signore di un piccolo ducato, essa si è vista infine asfaltare in omaggio alla centralità dell’automobile sancita nel secolo scorso dal “miracolo economico” nazionale.

Bibliografia

P. Fantozzi, Storie e leggende della montagna lucchese, Firenze, Le Lettere, 2002.
A. Innocenti, San Pellegrino in Alpe, in http://www.alpiapuane.com.

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