Una testimonianza sull’aggressione subita da Giovanni Amendola a Pieve a Nievole

Il saggio raccoglie la testimonianza del sig. Graziano Marcelli, figlio del montecatinese Marcello Marcelli che fu protagonista dei fatti.

 

La morte dell’esponente liberale Giovanni Amendola – avvenuta a Cannes il 7 aprile 1926 – viene comunemente attribuita alle conseguenze di un pestaggio di marca fascista che egli avrebbe subito, nelle vicinanze di Montecatini Terme, il 20 luglio 1925. Una versione accreditata anche dalla retorica targa apposta sul luogo dell’aggressione nel ’65 da parte dei comuni di Montecatini, Monsummano e Pieve a Nievole: “Alla memoria di Giovanni Amendola filosofo scrittore e parlamentare insigne che in questo luogo aggredito dal cieco odio fascista difese, morendo, la libertà sua e degli uomini civili”. La morte dell’illustre politico campano sarebbe dunque da assimilare a quelle di Giacomo Matteotti e Piero Gobetti: probabilmente, però, non a seguito dell’agguato subito in terra toscana, bensì di un altro avvenuto in precedenza.

Per comprendere l’episodio che vide protagonista l’Amendola occorrerà tuttavia risalire al primo dopoguerra, ricostruendo in particolare il clima politico instauratosi in Valdinievole. La località dei “Bagni di Montecatini” contava allora cinquemila abitanti ed era situata in provincia di Lucca: dopo i fasti della Belle Époque e la pausa determinata dal conflitto mondiale, la consuetudine da parte dell’alta società di scegliere per le cure termali la rinomata stazione toscana non aveva tardato a riprendere. Al contempo, nei rurali paesi del circondario (Ponte Buggianese, Chiesina Uzzanese, Traversagna) si andava diffondendo l’idea socialista: tanto che a Margine Coperta – ove la formazione di una coscienza proletaria era stata favorita in particolare dalla presenza del Pastificio Maltagliati – la concentrazione di maestranze fortemente caratterizzate in senso rivoluzionario aveva guadagnato l’appellativo di “piccola Russia”.

A Montecatini, invece, il grosso dell’attività lavorativa non poteva che ruotare attorno alle varie strutture turistiche e commerciali deputate a servire la ricercata clientela delle terme: donde il prevalere di una tendenza politica assai più moderata e conservatrice. Il conflitto ideologico e sociale sarebbe divenuto insanabile al momento dell’esplodere delle violenze del “biennio rosso”; allorché cioè gli aspiranti bolscevichi locali si organizzarono in bande armate che oltre a occupare fabbriche e terreni presero a compiere sempre più frequenti scorrerie nella cittadina termale finalizzate a devastare le strutture adibite all’accoglienza e al soggiorno dei “signori”: dagli alberghi ai saloni di bellezza, dai negozi di tessuti alle gallerie d’arte. Ad essere messo a ferro e fuoco fu in particolare Viale Forini, dagli assalitori eletto a simbolo del potere borghese in quanto sede degli esercizi più eleganti nonché della “Commerciale”, l’edicola-libreria frequentata dal bel mondo; gravemente danneggiato fu inoltre l’Hotel Parigi.

Occorre precisare che i leninisti valdinievolini avevano buon gioco nel mettere in atto tali scorribande anche grazie all’esiguità della forza pubblica, a Montecatini limitata a due carabinieri, altrettante guardie municipali più una terza, peraltro adibita al solo servizio alle terme. Sino a poco tempo prima, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginare che in una tranquilla località di villeggiatura così appartata rispetto ai grossi centri nonché tradizionalmente frequentata da una clientela d’élite l’ordine pubblico sarebbe potuto degenerare fino a quel punto.

Come nelle città maggiori in cui il confronto politico era più serrato e violento, allora, anche a Montecatini sorse per reazione un Fascio di combattimento particolarmente forte e agguerrito, prevalentemente composto dai figli di commercianti e albergatori, al duplice scopo di supportare le scarne forze dell’ordine e tutelare l’attività di famiglia. Per ovviare all’imprevedibilità degli assalti da parte della canea rossa, i giovani fascisti montecatinesi si organizzarono in un servizio di “fischietti”: ronde che presidiavano a turno i vari punti di accesso alla cittadina in modo da poter tempestivamente dare l’allarme in caso di arrivo delle squadracce.

Molti di quei ragazzi avrebbero poi partecipato alla Marcia su Roma: tra questi Marcello Marcelli, la cui famiglia gestiva un salone di coiffeur proprio in Viale Forini. Classe 1906, il 28 ottobre 1922 Marcello venne portato nella capitale dai camerati del Fascio lucchese come mascotte, divenendo così in assoluto uno dei più giovani “sciarpa littorio” del partito.

Il 1925 rappresenta notoriamente l’anno della svolta autoritaria del regime, preludio all’avvento della dittatura vera e propria che si avrà l’anno successivo con l’emanazione delle “leggi liberticide”. Ignaro di quanto lo attende, giunge a Montecatini l’on. Amendola, per la consueta cura delle acque a tutela del fegato. L’esponente liberale scende all’Hotel La Pace: una volta diffusasi la notizia del suo arrivo, però, sin dalla mattinata del 20 luglio si forma a ridosso dell’albergo un assembramento di dimostranti che prende a contestare in maniera sempre più minacciosa la presenza del parlamentare antifascista.

Sulla centrale Piazza Umberto I e lungo Corso Roma la folla tumultuante si accalca di fronte all’ingresso principale dell’hotel sino a far temere di poter penetrare da un momento all’altro al suo interno onde mettere le mani sulla stessa persona dell’Amendola. La giornata trascorre senza che il comando di Lucca invii i rinforzi invocati dai carabinieri locali; dal capoluogo giunge altresì il federale fascista Carlo Scorza: il quale prende in mano lui la situazione onde garantire l’incolumità dello scomodo ospite.

Non serve infatti essere eccelsi statisti per comprendere che, dopo il delitto Matteotti cui il governo mussoliniano è miracolosamente riuscito a sopravvivere appena l’anno precedente, un così clamoroso caso di violenza – perdipiù perpetrato proprio su colui che dopo la scoperta dell’assassinio dell’esponente socialista ha capeggiato la “secessione aventiniana” delle opposizioni – potrebbe avere per il partito conseguenze le più deleterie. Senza contare che il leader liberale ha già subito una violenta aggressione squadristica il 26 dicembre ’23, a Roma, bastonato da quattro assalitori e ferito alla testa.

Il capo del Fascio lucchese decide allora di ovviare alla critica situazione determinatasi togliendo d’impaccio il parlamentare con un escamotage: ossia facendolo fuggire di nascosto, mediante un piano alla cui attuazione vengono chiamati a concorrere i locali dirigenti fascisti. Mentre a trarre in inganno i facinorosi nella camera occupata dall’Amendola viene lasciato, ben visibile dalla strada attraverso la finestra, un dipendente dell’albergo, l’onorevole viene fatto uscire dall’ingresso secondario, posto sul retro, ove ad attenderlo è un’automobile fornita dal Garage Morescalchi, con tanto di autista. Il progetto è difatti quello di portarlo fino alla stazione ferroviaria di Pistoia, onde farlo rientrare a Roma in uno scompartimento riservato; e perché neppure durante il viaggio possano verificarsi inconvenienti, Scorza predispone che il parlamentare venga inoltre scortato sino a destinazione da un tenente della Milizia con due militi.

Caricati i bagagli del fuggitivo, la macchina si mette in marcia verso le 19 lungo via della Torretta, avendo a bordo quattro persone: davanti, alla sinistra dell’autista1, si siede il Marcelli, con ancora indosso la tenuta da cameriere in quanto appena smontato dal turno di lavoro pomeridiano all’attiguo Caffè Biondi. Dietro all’autista lo stesso Amendola, al cui fianco prende posto un altro giovane fascista locale.

L’automobile prende ovviamente la direzione opposta rispetto ai manifestanti: attraversato Viale Verdi ci si avvia verso Pistoia, superando Pieve a Nievole e quindi l’incrocio della Colonna di Monsummano. Giunti all’altezza della fontana della Panzana, però, si trova la strada ostruita da un tronco d’albero: sceso per rimuoverlo, nel mentre si china a terra viene colpito con un bastone prima al collo e poi alle gambe il Marcelli. Sia dalla soprastante stradina che dal fosso a valle della carreggiata sbucano improvvisamente diversi individui – forse sette o otto – i quali hanno evidentemente mangiato la foglia: in quale maniera essi possano essere venuti a conoscenza della fuga dell’Amendola resta in ogni caso a tutt’oggi un mistero.

Scopo dell’imboscata è indubbiamente quello di farsi giustizia dello stesso capo dell’opposizione: subito dopo avere messo fuori gioco il Marcelli, infatti, uno degli assalitori provenienti dal fosso sfonda con il bastone il vetro posteriore di destra, corrispondente dunque al posto occupato dall’Amendola. Il delittuoso proponimento non può tuttavia avere seguito grazie all’intervento di diversi fattori: anzitutto, l’accompagnatore seduto accanto al parlamentare onora sino in fondo il proprio ruolo di guardia del corpo balzando tempestivamente nel mezzo alla strada e sparando in aria con la pistola a scopo intimidatorio; mentre dalla direzione opposta – ossia da Serravalle – sopraggiungono una dopo l’altra due automobili che inducono definitivamente gli aggressori a rinunciare ai loro truci propositi e a darsela a gambe.

Trasportati al pronto soccorso dell’ospedale di Pistoia, vengono medicati sia il Marcelli per gli ematomi riportati che lo stesso Amendola, investito dai frantumi di vetro alla parte destra del capo2: senza tuttavia lamentare lesioni di altro tipo, dal momento che i colpi dei malviventi non hanno fatto in tempo a coglierlo. A conferma di ciò, raggiunta finalmente la stazione l’onorevole può tranquillamente salire in treno sulle proprie gambe; non prima però di avere stretto la mano ai due giovani montecatinesi che gli hanno fatto da scorta, ringraziandoli per il coraggioso atteggiamento assunto a sua difesa.

La giustizia di regime non poté esimersi dall’aprire sulla vicenda patita dal noto personaggio politico un procedimento d’ufficio, rivolto comunque contro ignoti e peraltro destinato ad essere rapidamente archiviato. L’indagine sarebbe stata tuttavia riesumata nel ’45, nel clima avvelenato dell’immediato dopoguerra (che vide finire in carcere tutti gli ex fascisti sopravvissuti alle epurazioni comuniste), assumendo di conseguenza i caratteri tipici del processo politico. Venne difatti imbastito un impianto accusatorio che faceva a pugni con ragionevolezza e buon senso, in cui il capo d’imputazione era omicidio premeditato, il mandante dell’operazione veniva identificato nello stesso Scorza ed i suoi esecutori materiali individuati nei dirigenti del Fascio montecatinese – a cominciare dall’ex podestà – nonché i due accompagnatori, a prescindere dal ruolo da ciascuno effettivamente giocato nella vicenda.

Grazie a testimonianze miracolosamente spuntate a distanza di vent’anni dai fatti, venivano così messi sotto accusa non i responsabili dell’agguato (del resto mai identificati) bensì coloro che si erano adoperati per la salvezza del malcapitato; per quanto con l’eccezione del principale accusato: Scorza era difatti nel frattempo riparato in Argentina. Il procedimento giudiziario presso il tribunale di Pistoia – laddove l’episodio era avvenuto in territorio lucchese3 – sarebbe andato avanti per tre anni, non dismettendo il proprio carattere pregiudiziale neppure dopo l’amnistia Togliatti del ’46, volta alla pacificazione nazionale dopo un anno e passa di persecuzioni inquisitorie.

Nella più completa assenza di prove nonché di indizi, decisiva ai fini della condanna risultò in particolare la testimonianza dell’autista: il quale stravolse completamente la realtà dei fatti sostenendo che ad obbligarlo a fermarsi alla Panzana era stato lo stesso Marcelli, puntandogli contro la pistola per poi immediatamente iniziare a percuotere con un bastone l’Amendola. Un simile mendacio provocò la sdegnata reazione della moglie dell’imputato, la quale fu espulsa dall’aula; oltretutto – a riprova della limpidezza della sua coscienza – già all’indomani della fine della guerra il Marcelli si era costituito all’autorità giudiziaria spontaneamente, onde rispondere dei propri trascorsi fascisti.

La donna avrebbe tuttavia ricevuto soddisfazione in una delle udienze successive: allorché cioè, incalzato dalle domande dei difensori, il teste sarebbe caduto in contraddizione sia rispetto a quanto affermato in precedenza in aula che alle dichiarazioni rilasciate in istruttoria, costringendo così il presidente della corte ad incriminarlo per falsa testimonianza; sull’attendibilità della sua posizione gravò poi anche il fatto di non aver saputo rendere conto del motivo per cui egli avesse modificato a propria discrezione il percorso di fuga dall’albergo rispetto a quello indicatogli da un commissario di polizia4. Tempo dopo l’uomo si sarebbe giustificato sostenendo di essere stato costretto a dire il falso dalle minacce ricevute da parte di tre individui penetratigli nottetempo in casa alla vigilia della sua deposizione allo scopo di imporgli la versione da sostenere in aula, terrorizzando sia lui che i familiari con la forza delle armi: voci che nella piccola Montecatini non tardarono a correre.

Ciononostante, la corte d’assise pistoiese andò dritta per la propria strada, non avendo dubbi nel riconoscere la colpevolezza di tutti gli imputati e condannandoli a 30 anni per concorso in omicidio premeditato; con uno sconto di pena nei confronti del solo Marcelli, che ne ebbe 25 in quanto all’epoca dei fatti minorenne. In che maniera si potesse poi addossare pure la premeditazione ad un ragazzo che oltre ad essere rimasto anch’egli vittima degli aggressori era stato ingaggiato al volo per la bisogna all’uscita da lavoro resta un imperscrutabile segreto noto soltanto alla coscienza dei suoi inquisitori.

L’incongruenza di una sentenza del genere rispetto a quanto emerso in dibattimento avrebbe tuttavia portato la Cassazione ad accogliere parzialmente il ricorso dei condannati, rinviando il processo alla corte d’appello di Perugia: la quale avrebbe rimediato alle palesi forzature dei giudici di primo grado sia sottoponendo le testimonianze sulle quali si era basata la loro condanna ad un esame più scrupoloso che attribuendo la giusta rilevanza al referto del pronto soccorso pistoiese. Quest’ultimo infatti limitando i danni riportati dall’Amendola alle superficiali escoriazioni causate dai vetri escludeva che egli fosse stato colpito con corpi contundenti non solo e non tanto dagli sconosciuti responsabili dell’agguato, quanto dallo stesso Marcelli, facendo implicitamente crollare l’intera impalcatura inquisitoria basata sull’accusa di omicidio: a meno di non voler ascrivere la successiva morte del leader liberale ai postumi del grande spavento da lui sicuramente provato in occasione dell’aggressione valdinievolina.

Giustizia poté così finalmente essere fatta soltanto nell’ottobre del ’50, con l’assoluzione degli imputati; per quanto non con formula piena bensì per insufficienza di prove: la gravità della prima condanna non lasciava del resto ai giudici d’appello grossi margini di manovra. In ogni caso gli accusati si erano fatti in galera i cinque anni e quattro mesi intercorsi fra incriminazione e assoluzione.

 

Note

 

1)L’auto aveva la guida a destra.

2)Sul tipo di lesioni riportate nella circostanza dall’Amendola abbiamo la testimonianza del figlio Pietro, secondo la quale il 30 agosto 1925 il padre era in Francia, “dove è andato a sottoporsi a un trattamento chirurgico che limiti i danni riportati al volto e alla testa nella seconda aggressione, subita a Montecatini (…). Gli hanno rasato i capelli perché si possa lavorare alle ferite”. Dalla clinica francese il politico campano aveva difatti inviato alla famiglia una foto che lo ritraeva con la testa rasata (in N. Ajello, L’assassinio di Giovanni Amendola, “La Repubblica”, Roma, 5 aprile 2006). Pur non contenendo la testimonianza ulteriori precisazioni in proposito, parrebbe evidente trattarsi di lesioni cutanee piuttosto che interne.

3)La provincia di Pistoia era stata costituita soltanto nel 1927.

4)Cfr. C. Martinelli, Incriminato l’autista che condusse l’on. Amendola, “La Patria”, Firenze, 30 marzo 1947.

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