Il renzismo, fase suprema del berlusconismo

I risultati delle elezioni europee del 2014 hanno assegnato – per la prima volta nella storia della democrazia occidentale – ad un partito post-comunista una percentuale superiore al 40%. Vari fattori hanno concorso ad un risultato così clamoroso, superiore alle aspettative dello stesso leader del Partito Democratico, nonché capo del governo, Renzi: il quale, nell’incertezza dei pronostici, aveva pensato bene di non far figurare sulla scheda il proprio nome accanto al simbolo del partito, in modo da mantenersi le mani libere in caso di flop o di esito comunque deludente rispetto ai pur fiduciosi sondaggi.
Innanzitutto, le speranze ingenerate in ben dieci milioni di lavoratori dipendenti dalla promessa di un immediato aumento di 80 euro in busta paga: venale mossa tipicamente italica, e che fa pensare – più che agli sgravi fiscali puntualmente elargiti dalla propaganda elettorale di Berlusconi – ai chili di pasta ed alle paia di scarpe con cui Achille Lauro soleva comprare i voti dei napoletani.
Subito a seguire, il clima da testa a testa con il Movimento Cinque Stelle – alimentato in primis dallo stesso Grillo – che ha caratterizzato la fase conclusiva della campagna elettorale, e segnatamente l’ultima settimana, ha giocato in maniera decisiva a favore del presidente del consiglio: molti elettori soprattutto di area moderata che, disorientati dal patetico tramonto della stella berlusconiana, con ogni probabilità non sarebbero andati a votare, sotto la spinta emotiva del timore di un eventuale successo dei grillini hanno deciso all’ultimo momento di recarsi al seggio per appoggiare quello dei due leader valutato come il più affidabile e meno avventuroso. Ad essere maggiormente danneggiati da tale orientamento dell’elettorato sono così risultati Forza Italia, Nuovo Centro Destra e Scelta Europea; mentre il fenomeno non deve aver interessato che marginalmente i sostenitori di Lega Nord, Lista Tsipras e Fratelli d’Italia, presumibilmente rimasti per la gran parte fedeli al proprio iniziale orientamento anche dinanzi all’eventualità di un arrivo al fotofinish tra i due maggiori contendenti.
Per contro, tale drenaggio di voti dall’area del centro-destra non ha alienato al Pd le simpatie dei tradizionali elettori di sinistra, anzi: i più innovatori tra i simpatizzanti democratici che alle politiche del 2013 avevano preferito orientarsi verso il M5S in cerca di quella svolta che la candidatura a Palazzo Chigi di Bersani non pareva in grado di garantire (o che, in previsione dell’annunciato trionfo della coalizione di centro-sinistra, avevano studiatamente ripiegato sul voto disgiunto: Grillo alla Camera, Bersani al Senato), trovandosi finalmente l’auspicato Renzi quale leader hanno potuto con grande soddisfazione fare ritorno alla casa madre.
Altro fattore decisivo nel determinare un risultato così eclatante per il partito del primo ministro è stato poi il crollo dell’affluenza alle urne, passata dal discreto 75% delle politiche dell’anno precedente a un misero 57%, di gran lunga inferiore anche al 66,5% delle europee 2009: in occasione delle quali tuttavia gli elettori avevano potuto fruire di un giorno in più per recarsi ai seggi, nel 2014 aperti – anche in questo caso per la prima volta – nella sola giornata di domenica. Ovvio che tale tendenza abbia frustrato soprattutto le aspettative riposte dal fronte grillino nel voto di protesta.
Ma l’elemento più clamoroso degli ultimi giorni della campagna elettorale è stato sicuramente rappresentato dall’esplicita presa di posizione dello stesso Berlusconi – evidentemente spaventato dall’annuncio da parte di Grillo di un “processo popolare” nei confronti di tutti i principali responsabili della recente gestione della cosa pubblica, nonché dei loro manutengoli – contro l’eventualità di una vittoria dei Cinque Stelle, dal leader del centro-destra presentata come la peggiore iattura per il Paese: intemerata che ha implicitamente contribuito a sospingere molti potenziali elettori moderati tra le braccia di Renzi.
Il feeling con il quale si era del resto già attivato in occasione delle primarie del 2012, che avevano visto il sindaco di Firenze contrapporsi a Bersani: allorché non pochi simpatizzanti berlusconiani si erano infiltrati tra le fila nemiche per sostenere il brillante boy scout democristiano impegnato a debellare l’ultimo rappresentante dell’odiato Pci. Come sorprendersi, allora, se una volta insediatosi alla guida del Pd il simpatico “rottamatore” di tutta quanta la vecchia guardia comunista questi stessi elettori (in assenza di un progetto credibile di centro-destra: oltre che di un leader presentabile) si sono sentite autorizzate a ripiegare sul rampante anticomunista – o perlomeno sentito come tale – fiorentino?
Il discorso, tuttavia, appare più complesso rispetto ai moventi che possono aver condizionato le ultime, convulse battute elettorali. È indubbiamente un fil rouge ad unire l’ascesa di Renzi alla parabola del berlusconismo: nel senso che strategie e movenze dei due sono più o meno le stesse, al pari delle aspettative riposte in loro dalla gente.
A cambiare è sicuramente lo stile dei due personaggi, forse per ragioni più anagrafiche che temperamentali: Berlusconi nel corso del suo ventennio politico è rimasto sostanzialmente l’intrattenitore da navi da crociera e successivamente l’imbonitore milanese delle origini, figlio della spregiudicata mentalità imprenditoriale degli anni del boom economico e in seguito artefice del nuovo modello televisivo commerciale, privo – ad imitazione del peggior americanismo – di qualunque orizzonte morale o pedagogico. Donde la tendenza a ridurre tutto quanto all’apparenza, all’estetica: dai patologici interventi sul proprio corpo a mascherarne l’invecchiamento ai periodici cambiamenti del nome del suo movimento, quasi a supplire alla congenita assenza di sostanza del “partito di plastica” con una mera variazione nominale.
Ai vari problemi presentatiglisi dopo la sua “scesa in campo” il Cavaliere ha conseguentemente ovviato con tutta una serie di argomentazioni indotte, auto-assolutorie: l’insanabile deficit in cui versava lo Stato era totalmente da ascrivere ai governi precedenti; se pure i suoi concludevano poco o niente la colpa era quando delle opposizioni, quando di riottose frange interne, quando dei “poteri forti” che invidiosi della sua travolgente ascesa facevano di tutto per metterglisi di traverso. E se non passava giorno senza che la magistratura aprisse un fascicolo sul suo conto per i reati più disparati, il motivo era da ricercare nell’avversione ideologica da parte delle “procure rosse”; le quali gliel’avevano giurata per il fatto di avere lui con il suo incauto intervento in politica mandato in fumo l’agognato avvento al governo delle sinistre dopo il repulisti di Tangentopoli: argomento peraltro ideale da propinare all’opinione pubblica per qualsivoglia processo, a prescindere dalla specifica malefatta contestatagli volta volta.
Si arriva così alla sua ultima esperienza governativa, quella chiamata a confrontarsi con la recessione economica più grave del dopoguerra: nella divergenza di vedute con il ministro Tremonti (un tempo da lui benedetto quale economista “geniale”: eppure alla fine anch’egli rinnegato quale sabotatore), sotto gli occhi vigili e preoccupati dell’Europa Berlusconi non trova di meglio che negare l’esistenza della crisi, presentando l’Italia come un paese felice, in cui la gente continua beatamente a spassarsela ed aggiungendo così l’ultima – e più penosa – barzelletta alle innumerevoli propinateci nel corso degli anni.
Altro capitolo poco felice del berlusconismo è stato quello della politica estera: o meglio della qualità della presenza italiana sulla scena internazionale, dall’anticonformista di Arcore regolarmente ridotta a cabaret, con la messa in scena di ridicoli siparietti egocentrici, in spregio a qualunque codice diplomatico e segnatamente per l’Europa a quelle regole sancite per la prima volta in occasione del Congresso di Vienna e sostanzialmente mai venute meno nell’arco di due secoli.
Con il Cavaliere protagonista, la sacralità dei consessi diplomatici si è così vista svilita a farsesca ostentazione di abbracci, pacche sulle spalle, improvvisazione di gag più o meno imbarazzanti: sino a farne – probabilmente – il capo di governo in assoluto peggio sopportato dai colleghi. Egli non si è inoltre peritato di stringere rapporti anche con i personaggi più discussi e compromessi, senza preoccuparsi di separare la sfera politica da quella personale ed affaristica e premurandosi anzi di vantarsi ad ogni pie’ sospinto dell’amicizia non solo con Bush e Putin ma anche con dittatori – di fatto – del calibro di Gheddafi, Mubarak, Ben Alì.
Non molto dissimile l’atteggiamento tenuto in pubblico da Renzi, mai restio a concedersi alla folla stringendo mani di qua e di là (o meglio battendo più americanamente il cinque) così come incapace nei contesti internazionali di un registro più sobrio e consono al ruolo, ostentando baci e abbracci con i rappresentanti stranieri e giungendo persino – in perfetto stile calcistico berlusconiano – ad omaggiare l’interlocutore di turno della maglia (chissà poi fino a che punto gradita) del giocatore della Fiorentina di quella nazionalità (e peraltro a quale titolo, non figurando egli – a differenza del proprietario del Milan – tra i dirigenti della società gigliata), nemmeno si trovasse tra i ragazzi delle scuole da lui periodicamente visitate, peraltro secondo una propaganda degna del fascista Minculpop.
Le differenze tra i due leader emergono invece su altri piani: per quanto anche in Renzi appaia innata la predisposizione alla celia e alla boutade, l’inveterata frequentazione con la politica porta ad assimilarlo, ancor più che alla figura del venditore o del cabarettista, a quella del tribuno. L’ammiccante Matteo sa infatti sommergere il suo uditorio di fiumi di parole senza in sostanza dire niente ma potendo tranquillamente andare avanti da mane a sera, attingendo a piene mani ad un linguaggio fatuo, giovanilistico, “internetistico”: la vacua e corriva vulgata del blog, di facebook, del twitter.
Emulo di Obama, esibendosi in maniche di camicia e concedendo accelerazioni di passo mussoliniane qualora ripreso per strada dalle tv (onde evidentemente trasmettere un’immagine di velocità, efficienza, decisionismo), il logorroico piacione di Rignano sull’Arno annuncia incalzanti e progressivi sfracelli, cadenzandone la realizzazione mese mese (e magari scoppiando a ridere lui per primo una volta spenti telecamere e microfoni), sfoderando tutte le armi del suo repertorio con il minimizzare i problemi, ribaltando la propria posizione con l’attaccare piuttosto che difendersi ed accusando gli oppositori più critici di disfattismo; premurandosi tuttavia al contempo di adoperare una tecnica della comunicazione decisamente più adeguata ai tempi rispetto a quella ormai demodé propria del Cavaliere, via via divenuta con il passare degli anni – ed il perpetuarsi del consenso elettorale – sempre più assimilabile a quella di un Walter Chiari o di un Gino Bramieri. In ogni caso, siamo lontani anni luce dal tipo di eloquio caratterizzante un vero statista: serio, analitico, rigoroso, essenziale e soprattutto saldamente ancorato ad un organico e lungimirante progetto politico.
Assimilabili berlusconismo e renzismo appaiono anche sul piano dell’utilizzo delle donne, da entrambi elette a vero e proprio cavallo di battaglia. Qui però emerge anche una profonda differenza di stile: sia per quanto riguarda l’atteggiamento dei due leader nei confronti delle rispettive “pupille” che nel modo di porgersi di queste ultime nei riguardi dell’opinione pubblica. Mentre infatti Berlusconi – coerentemente con le sue frequenti ostentazioni di gallismo – non si è mai preoccupato di nascondere la “simpatia” sulla quale si è fondata la carriera politica di molte delle sue cortigiane, Renzi si mostra decisamente più accorto nel mantenersi su un piano più prudente e diplomatico, preoccupandosi anzitutto di far risaltare attitudini e capacità politiche delle sue pur avvenenti favorite, al precipuo scopo di conquistare i consensi dell’elettorato femminile, per definizione più mobile e volubile di quello maschile.
In ogni caso, per classe, decoro, senso della misura una Boschi appare infinitamente più credibile rispetto alla gran parte delle pasionarie berlusconiane (peraltro sovente veline o conduttrici o giornaliste Fininvest mancate): non solo le più impresentabili Minetti o le ruspanti Biancofiore ma anche le più seriose e compassate Gelmini, pur sempre eccessivamente prone in ogni apparizione pubblica a compiacere ed incensare il Capo, del tutto acriticamente e spesso contro il più elementare buon senso. Anche tale aspetto concorre ad attribuire al renzismo una parvenza tutto sommato più edulcorata e raffinata rispetto al berlusconismo.
Una differenza che emerge nettamente tra i due personaggi è data dal loro rapporto con i cosiddetti poteri forti: mentre Berlusconi si è visto sin dall’inizio osteggiato dai vari centri di potere che da sempre nel nostro Paese allignano sotto la copertura del sistema democratico (preferendo in ogni caso denunciare tale stato di cose direttamente al popolo piuttosto che perseguire più diplomaticamente con essi un accordo sottobanco), Renzi può – almeno in partenza – contare sul pieno appoggio di molti di essi, del resto rivelatisi decisivi per la sua ascesa.
Altro fattore che pare giocare a favore del fiorentino sta poi nella percezione da parte dell’opinione pubblica della sua relazione con gli scandali, le immancabili inchieste giudiziarie riguardanti anche il suo partito: a differenza di Berlusconi, costantemente impegnato in un estenuante quanto drammatico braccio di ferro con la giustizia, i suoi trascorsi di rottamatore, l’aver preso il potere contro la stessa classe dirigente del Pd, l’immagine di nuovo con cui molta gente suole identificarlo consegna in pratica a Renzi un notevole patrimonio iniziale di fiducia; una sorta di salvacondotto destinato a puntellarne la posizione: almeno sinché perdurerà la fatidica “luna di miele”. Lo stesso dicasi per la pazienza popolare nei confronti della mancata attuazione delle sue promesse, durevole sinché se ne potrà dare la colpa alle resistenze frapposte dalle cariatidi della vecchia politica.
Traendo le conclusioni, diremo che l’era berlusconiana consegna a quella renziana una Italia disastrata, economicamente fallita, moralmente disfatta ma che in ogni caso, pur avendo da tempo perduto ogni fiducia nei confronti della classe politica, ha mostrato di voler rifiutare la soluzione più radicale rappresentata da Grillo. Un Paese comunque double face, se è vero che, amplificati dai media, si diffondono tendenze, costumi, modi di dire sempre più insulsi, narcotizzanti e frivolmente giovanilistici; con l’unica forma di “cultura” che pare veramente stare a cuore alla massa rappresentata dalla telefonia, ostentata abusata onnipresente (specie dopo il crollo delle tariffe); la gran parte dei denari una volta destinati ai divertimenti oggi da molte persone disperatamente riversati sul gioco; e i centri commerciali (fin dal parcheggio), molti negozi, le banche addirittura ormai subissati dalla musica, imposta ad alto volume e a ogni ora del giorno. Facile prevedere che per una nazione così malridotta, assuefatta, sudamericanizzata l’avvento di un novello Cola di Rienzo – lungi dal garantire una qualsivoglia inversione di tendenza, fondata anzitutto su un’improcrastinabile rifondazione morale – non possa che accelerare la corsa verso il baratro.
Così, come sul Titanic, mentre le aziende falliscono, gli imprenditori si suicidano, i disoccupati si moltiplicano, le famiglie si impoveriscono (e con una immigrazione selvaggia che – ora forte anche del crisma della benedizione papale – viene ogni giorno di più ad immiserire e abbrutire questo Paese), si preferisce ignorare il problema e continuare a suonare, affidando le residue speranze all’aitante salvatore della patria giunto da Firenze. Con le vetuste categorie di “destra” e “sinistra” anch’esse rottamate in quanto non più adatte ai tempi; in modo da lasciare il posto ad una nuova edizione riveduta e corretta della rassicurante “balena bianca” democristiana: nonostante tutto stavolta votabile – ironia della sorte – senza neppure doversi turare troppo il naso.

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