Il faggione di Marino

Cento anni fa, sui monti dell’Alta Garfagnana, là dove sgorga il Serchio il pastorello Marino era solito nelle lunghe giornate estive portare il gregge a merizzare* all’ombra di un grande faggio che, con i suoi quasi tre secoli di vita, dominava la foresta di Pradarena. Lì le ore trascorrevano liete prima della ripresa del pascolo: tanto che il ragazzo aveva finito con l’affezionarsi all’accogliente albero, al punto di attendere da un anno all’altro il ritorno della bella stagione soprattutto per ritrovarsi con lui.
Senonché, dopo l’ultima guerra, l’Amministrazione forestale decide di rinnovare il bosco, eliminando le piante più vecchie per far posto alle nuove. Marino scopre così con infinito dolore l’inappellabile sentenza decretata per il suo grande amico, segnato con la vernice indicante l’abbattimento e dunque destinato a morire già il giorno dopo. Disperato, non si dà pace, chiedendosi come si possa eliminare così a cuor leggero una simile meraviglia della natura.
Finché dal Cielo non gli giunge un’illuminazione: nottetempo, il pastore ritorna nella faggeta, penetra nella baracca allestita dalla Forestale e ne preleva il secchio con la vernice deputata a segnalare la sopravvivenza della pianta. Complice la luna, Marino raggiunge l’inseparabile compagno delle sue giornate ricalcando alla perfezione sul segno della morte quello della vita: cosicché, al mattino, quando gli ignari boscaioli si recano a compiere il proprio lavoro, giunti dinanzi al gigante della foresta passano oltre, risparmiandolo.
Oggi che le greggi non popolano più quei ridenti monti garfagnini, il maestoso faggione di Marino graziato dal fato fa bella mostra di sé in mezzo al bosco, protetto da una staccionata che ce ne segnala l’eccezionalità, avvolto da un’aura che ce ne tramanda la leggenda.

* Nel dialetto garfagnino: far riposare il bestiame all’ombra del bosco nelle ore meridiane.

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