La rivalutazione postuma degli Squallor

Gli Squallor sono stati un gruppo musicale italiano del secolo scorso attivo nel genere pop, con apice del successo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Pur avvalendosi della collaborazione di diversi personaggi esterni, a costituire la formazione nei suoi oltre vent’anni di attività è sempre rimasto lo storico quartetto composto da Totò Savio, Daniele Pace, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti.

Si trattava di quattro pezzi da novanta nel panorama della musica leggera nazionale, nel quale operavano come compositori, parolieri, discografici. Con cadenza generalmente annuale, si ritrovavano per dar vita ad un album che per qualche tempo li distraeva dagli impegni più seri e convenzionali, affrontandone la realizzazione – come dimostra lo stesso nome che si erano dati – con lo spirito più goliardico e dissacratorio possibile.

Di conseguenza, molti dei brani che incidevano (spesso autentiche scenette) si distinguevano sia per la trivialità dei testi, sia per l’estremo realismo delle situazioni presentate, senza alcun limite all’intimità e alla decenza. E perché non vi fossero dubbi fin dall’inizio, le stesse copertine dei dischi risultavano altamente provocatorie, veri e propri studi di lascivia, quando non di oscenità: ed era in fondo anche questo uno sberleffo al mondo ufficiale della canzone, vista l’importanza che le case discografiche attribuivano alle custodie dei long playing, per la realizzazione delle quali non esitavano ad ingaggiare i migliori fotografi e disegnatori.

Il risultato di tutto ciò era che le radio – sia quella pubblica che le “libere” tanto in voga all’epoca – si vedevano costrette ad una sorta di ostracismo nei loro confronti: non solo evitando di trasmetterne i dischi, ma addirittura omettendo di segnalarne la presenza nelle hit parade. Perché in classifica gli album degli Squallor ci andavano eccome: le basi musicali rappresentavano probabilmente il meglio di quanto potesse offrire la discografia italiana dell’epoca, al punto che le parodie delle canzoni di successo – spesso anche internazionali – giungevano persino a superare il livello dell’originale; così come in ogni album non mancavano quei brani destinati a diventare dei veri e propri capolavori di comicità e nonsense.

Chi scrive è stato un aficionado degli Squallor di lungo corso: il primo non solo ad acquistarne regolarmente il nuovo 33 giri il giorno stesso dell’uscita, ma addirittura ad osare trasmetterne per radio i pezzi più ironici e scanzonati, allorché, con l’avvento degli anni ottanta, prese a dischiudersi qualche spiraglio rispetto al rigido (oltre che tragico) decennio precedente. Oggi però, dinanzi alla rivalutazione postuma del gruppo sancita dalla proliferazione in internet di una miriade di siti che ne fanno oggetto di culto (la quale, sull’onda di una comprensibile nostalgia per una giovinezza ormai lontana, va assumendo tutti i caratteri della sopravvalutazione), mi sento in dovere di intervenire onde contribuire al giusto dimensionamento del valore della formazione. Leggo infatti sempre più spesso degli Squallor quali geni incompresi, grandi precursori di gusti, tendenze, addirittura politiche di là da venire, profetici quanto intrepidi fustigatori dell’italico malcostume destinato ad essere impietosamente messo a nudo da Tangentopoli e dal crollo della “prima repubblica”.

Ora io credo che nei loro album non fosse nulla di tutto ciò. La loro fatica – o se vogliamo evasione – annuale mirava sostanzialmente a tre scopi: divertirsi, divertire, e soprattutto vendere. Loro avevano capito che per distinguersi rispetto agli altri dovevano andare sopra le righe, scandalizzare: donde l’utilizzo di un lessico non propriamente da educande, le frequenti pernacchie a cantanti e cantautori, i pesanti lazzi ai politici, gli immancabili vilipendi alla religione…

Ricordiamo come in quegli stessi anni, dopo il tramonto del filone della “commedia all’italiana” che aveva fatto la fortuna del nostro cinema, si imponesse il sottogenere della cosiddetta “commedia sexy”: vennero così sfornati in quantità industriale una serie di film dal valore artistico pressoché inesistente, ma che tuttavia (soprattutto per la presenza di attori – ed in particolare attrici – di grande richiamo su una certa fascia di pubblico) facevano registrare incassi ragguardevoli.

Ecco, anche gli Squallor da un certo punto di vista furono abili nel riproporre di disco in disco il medesimo stereotipo, in grado di soddisfare le aspettative di un determinato target: il tormentone di Pierpaolo, la canzone melodica napoletana sboccata e irriverente interpretata dal maestro Savio, la cover – ovviamente ridicolizzante – del successo di turno, lo sproloquione senza capo né coda, fra il demenziale e l’assurdo di Cerruti (ammannito sotto forma di racconto, confessione, radiocronaca). Non sempre però il dosaggio di comicità e volgarità risultava azzeccato: tanto che a volte certi brani parevano inseriti giusto per riempire il disco; o al limite per deliziare il palato di quegli stessi militari di leva che alla domenica decretavano il successo dei filmetti con Montagnani, Vitali, la Fenech o la Guida.

Quante volte Cerruti è entrato in sala di registrazione avendo concertato con gli altri un “testo” sufficiente a coprire sì e no la metà della base predisposta da Savio, e costringendosi così ad inventarsi per arrivare in fondo espedienti talvolta sì geniali, talaltra sicuramente esilaranti ma per la maggior parte insulsi, forzati, penosi? Quante volte con il più inibito e impacciato – oltre che assai meno dotato di verve cabarettistica – Pace hanno improvvisato duetti in cui ciascuno marciava per conto suo, con palpabile imbarazzo di quest’ultimo e conseguente disagio per l’ascoltatore? Quante volte l’abuso della produttività conseguente alla mancanza di idee ha portato i nostri magnifici quattro a smarrire del tutto la vis comica credendo di poterla gratuitamente sostituire con il cattivo gusto sino a sfociare nel più becero dei turpiloqui?

In certi casi ci sarebbero stati perfino gli estremi per una richiesta danni da parte dell’acquirente del disco: pensiamo soprattutto alla palese incompiutezza di brani come Avida, La ricreazione, Manzo; alla sfrontata riproposizione nell’album immediatamente successivo del medesimo schema (sia come traccia musicale che di “gestione degli spazi” da parte dei due interpreti) di un cavallo di battaglia come A chi lo do stasera – che come non bastasse costituiva già a sua volta la parodia di una canzone dello stesso Pace – con la sola modifica del testo e il titolo di Bagno Aurora (evidentemente allo scopo di risparmiarsi la composizione di un pezzo ex novo); o all’inflazione di improbabili citazioni e annunci commerciali che da un certo momento in poi prese a caratterizzare la produzione dei nostri, inframmezzandone i brani ma soprattutto segnandone la perdita di smalto come l’involuzione creativa.

C’è poi un ulteriore capitolo che non può certo essere ignorato nella valutazione – come dire – dello stile, della tutela della propria immagine e dignità, insomma dell’amor proprio del gruppo: quello rappresentato dai due film realizzati sulla scorta del successo degli album Arrapaho e Uccelli d’Italia. Si tratta di due pellicole assolutamente impresentabili, prive non solo di un minimo di decoro, ma neppure di un senso.

Perché lo fecero (e lo rifecero)? Per denaro? Per vanagloria? Alla loro età – e con la loro storia – di cosa avevano bisogno? Forse pensarono che siccome adesso l’opinione pubblica riservava loro qualche attenzione tutto fosse loro concesso? E non si resero conto che la macchina da presa avrebbe inesorabilmente massacrato al primo impatto quegli stessi personaggi da loro così meticolosamente allevati su vinile?

Verrebbe quasi da dire che – nella più classica delle leggi del contrappasso – proprio a loro, maestri del paradosso e che nella vita in fondo non erano che dei manager, alla fin fine sia mancato giusto un manager!

In ogni caso, non essere cosciente dei propri limiti non può rientrare nel dna del genio.

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