Memorie e pensieri di un lupo azzurro di G. Pepi

Nel saggio Memorie e pensieri di un lupo azzurro l’avvocato fiorentino Giangualberto Pepi tira le somme della propria esperienza umana, politica e professionale, sviluppando al contempo profonde riflessioni riguardo alla società attuale. Il titolo dell’opera vuol evocare quanto narrato da un’antica leggenda irlandese circa un lupo dal pelo azzurro cacciato dal branco e costretto a vivere per conto suo: ma oltre che per l’anomalia esteriore la bestia si rivelerà diversa anche nell’indole, non ululando né rivolgendosi alla luna e alle altre forze della notte bensì privilegiando il sole quale unica fonte di vita ed energia. Evidente la leopardiana metafora con cui l’Autore intende paragonare lo scomodo destino di quello strano animale al suo.
Tra le tante ascendenze filosofico-letterarie richiamate nello studio spicca la Rivolta contro il mondo moderno: l’opera con cui nel 1934 il teorico della “rivoluzione conservatrice” Julius Evola individuava nel culto della Tradizione il modello di filosofia della storia da contrapporre a quello positivistico-darwiniano secondo il quale l’evolversi della civiltà apporta in ogni caso evoluzione e progresso. Pepi fa sua la concezione evoliana secondo la quale il cammino della storia genera in realtà involuzione e regresso rispetto a una originaria “età dell’oro”: ed è come se queste Memorie rappresentassero il seguito delle dottrine espresse dal solitario pensatore romano, applicate non a mode e costumi della prima metà del ventesimo secolo bensì a quelle di questo ancor più desolante e “regressivo” inizio di terzo millennio.
La scintilla che ha portato l’Autore a mettere nero su bianco le sue riflessioni è stata l’ammirazione provata dinanzi all’arco di Traiano, a Benevento, le cui decorazioni intendono celebrare i principi portanti la romanità: la virtus, l’honos, la pietas, l’humanitas, l’auctoritas. Purtroppo oggi quei valori non esistono più, sostituiti da finalità ben più meschine quali l’arricchimento e il successo effimero e nella più totale assenza di ogni anelito di elevazione spirituale. La speranza di Pepi è che non tutti tra le nuove generazioni abbiano portato il cervello all’ammasso di questo mondo moderno globalizzato e materialista e che almeno tali giovani eletti nel definire gli obiettivi della propria vita sappiano distinguere “tra elevazione spirituale e abbrutimento della materia, tra amore per le proprie radici e appiattimento per la globalizzazione, tra amore per la natura e tecnologia distruttiva”.
Tutto il saggio è così pervaso dal culto per quei valori sacri e inviolabili che i Romani sintetizzarono nel principio del mos maiorum: l’abbandono del quale ha determinato l’abbrutimento della condizione umana nelle religioni monoteiste, lo sfascio dell’istituto della famiglia ma anche il fallimento dell’unità politica europea. L’essersi ispirati al modello capitalistico rappresentato dagli USA piuttosto che a quello sancito dall’impero romano (o a quello di Carlo Magno che ne mutuava i principi) ha difatti prodotto questa squallida Europa “delle banche, delle multinazionali, sionista, solidarista, globalizzata e materialista”. Quale differenza tra i meschini interessi odierni dettati dalla troika e le nobili finalità che guidavano l’azione di Roma: la quale, “stabiliti i principi generali che dovevano valere per tutte le province dell’Impero e per i popoli che le abitavano in materia di politica estera, fiscale e militare lasciava che le singole province si autogovernassero con proprie leggi emanate dalle loro decentrate assemblee Senatoriali rispettando le religioni, le tradizioni, gli usi ed i costumi delle varie regioni”.
Precisata ancora sulla scia di Evola la differenza tra il concetto più corrivo e commerciale di “tradizione” – ossia quello che porta alla periodica celebrazione di appuntamenti di tipo culturale, folkloristico, gastronomico, paesano, religioso ecc. – e quello aulico per cui l’individuo che vi si richiama si dispone a vivere in stretta simbiosi con il principio divino nonché con la natura quale sua diretta emanazione, coltivando un modello di società meritocratica e piramidale, rinnegando il credo evoluzionistico della vita come della storia e identificando i mali peggiori della contemporaneità in cupidigia e culto del denaro, “tipico della civiltà illuministica borghese che ha generato il peggior modo di governare e cioè la democrazia”, l’Autore individua anzitutto nell’americanismo imposto dalla vittoria statunitense nel secondo conflitto mondiale il seme della definitiva decadenza del mondo occidentale.
Avendo quei fallaci valori pesantemente condizionato mode e orientamenti dell’epoca, e perdipiù dandosi quale unico modello alternativo quello sovietico, lo studente Pepi avvertì sin da subito l’esigenza di ricercare una “terza via” da contrapporre tanto al liberal-capitalismo di stampo anglosassone quanto al materialismo ateo professato dal comunismo. Di qui ad aderire al partito più eretico dello schieramento politico italiano, e cioè il Movimento Sociale, il passo fu breve: per quanto il giovane Giangualberto non condividesse affatto le posizioni moderate e filoborghesi espresse dal segretario – peraltro anch’egli fiorentino – Arturo Michelini, richiamandosi piuttosto a quelle decisamente più anticonformiste propugnate da Pino Rauti, fedele alla lezione evoliana al punto di considerare capitalismo e socialismo modelli economico-politici parimenti da rigettare quali figli di concezioni ideologiche sostanzialmente identiche in quanto entrambe pesantemente materialistiche.
Tracciando un bilancio della propria esperienza all’interno del MSI Pepi rileva che il partito ebbe a perdere il treno dell’ascendente sulle masse giovanili in occasione della contestazione del Sessantotto, allorché non seppe interpretare le istanze di cambiamento provenienti dal movimento studentesco lasciando così il monopolio dell’utilizzo politico della rivolta in mano alle sinistre: improvvida fu in particolare la linea assunta dalla dirigenza missina all’indomani della “battaglia di Valle Giulia”, che al termine di quegli storici scontri con la polizia davanti alla facoltà di Architettura della Sapienza aveva visto gli studenti di destra occupare Giurisprudenza, quelli di sinistra Lettere. La sconfessione da parte di Michelini del loro operato determinò un’insanabile spaccatura con tutti quei giovani che intendevano lottare da destra per una società migliore: al cui afflato ideale non restò che lasciare il MSI al suo ottuso quanto sterile parlamentarismo per avvicinarsi alla destra extraparlamentare.
Uno dei quali era proprio il nostro Giangualberto: non certo nuovo alle posizioni di rottura anche all’interno del partito, dal momento che intervenendone a un’assemblea aveva già aspramente criticato l’aggressione americana in Vietnam, beccandosi così del comunista da parte dei benpensanti camerati in doppiopetto. Né, bisogna dire, egli condivideva la posizione pasoliniana per cui il vero rivoluzionario a Valle Giulia solidarizza coi poliziotti, proletari di fatto in quanto “figli di poveri”: per lui infatti quelli agitati addosso agli studenti altro non erano che “i manganelli della polizia borghese”.
Per concludere sulla sua avventura politica, ancor peggio a Pepi sarebbe andata in Alleanza Nazionale: nella quale rimase un solo giorno, allorché, partecipando alla direzione provinciale, si rese conto di trovarsi in un partito “divenuto borghese e liberale, che aveva rinnegato le idee che sempre avevo propugnato, e che aveva dimenticato per il successo e il potere il sangue e il martirio dei nostri morti”. Mentre della successiva, “infelice esperienza nel MSI-Fiamma Tricolore è meglio non parlare”.
Volentieri invece l’Autore parla degli anni di piombo, caratterizzati dallo slogan “uccidere un fascista non è reato” e riconoscendo perciò di averla all’epoca lui stesso scampata bella. “Tutto sommato io sono stato fortunato in quanto non ho subito danni fisici, né carcerari: ma quanta emarginazione, quanta tensione psichica, quante attenzioni nel tornare a casa per evitare agguati, quante perquisizioni poliziesche!”.
Capillare la ricostruzione che viene offerta di quello sciagurato periodo della storia italiana, ovviamente valutato da un punto di vista di destra. Triste allora constatare come in quel periodo nel nostro Paese un assassinio ascrivibile a motivi ideologici non venisse valutato dall’opinione pubblica uniformemente bensì con discriminazioni che riflettevano il colore politico della vittima: “la morte violenta di un ragazzo di destra non è mai stata considerata uguale a quella di un ragazzo di sinistra”. Inaccettabile poi – specie per un uomo di legge – la responsabilità che nel determinare una simile situazione grava sugli organi di giustizia, considerando che “tale discriminazione non è stata effettuata dalle forze di sinistra ma dalle istituzioni governative e soprattutto dalla Magistratura, ricercatrice all’epoca solo ed esclusivamente di trame nere nonostante l’evidenza degli atti processuali dimostrasse che si trattava di omicidi compiuti dai rossi”.
Famigerata invenzione del sistema fu appunto quella delle “trame nere”, in modo da impegnare magistrati “allineati” quali Violante, Bianchi D’Espinosa, Vigna dietro tali fantasmi piuttosto che a dare giustizia a ventenni assassinati solo per il fatto di essere stati classificati dagli avversari quali “fascisti”: ciò nonostante la gran parte di essi fosse nata ben dopo la fine di quel regime e perdipiù a prescindere dalla particolare disposizione ideologica di ciascuno nei confronti di esso. Machiavellicamente allora “non appena veniva ucciso un ragazzo di destra subito si predisponeva la mobilitazione antifascista per dimostrare che la morte era ascrivibile a contrasti interni al MSI o al gruppo di destra; se poi venivano individuati gli autori del crimine, immediatamente a sostegno degli imputati intervenivano gli intellettuali di sinistra, tramite il soccorso rosso finanziato in primis da Dario Fo e Franca Rame. Così se veniva ferito o ucciso un ragazzo di sinistra sindacati e forze politiche indicevano immediatamente scioperi e manifestazioni, mentre se veniva trucidato un ragazzo di destra restava solo il dolore dei genitori”.
All’Autore tuttavia non sfugge la perversa logica di potere che sottendeva quella “strategia della tensione”: “La considerazione che più mi brucia è che tanti ragazzi neri e rossi si siano uccisi per far governare i bianchi che ci governano tuttora”. Come non rendere allora l’onore delle armi a chi pur appartenendo – per storia personale e collocazione ideologica – allo schieramento opposto ebbe il coraggio di rompere tale delittuosa complicità istituzionale recandosi al capezzale dell’ultimo dei giovani caduti della destra, Paolo Di Nella: il presidente della repubblica Pertini, socialista e partigiano eppure politicamente più degno ed onesto di tanti democristiani cinici e intrallazzoni.
Storicizzando quella ardita iniziativa presidenziale Pepi le ascrive il merito di avere implicitamente posto fine alla ratio che aveva governato gli anni di piombo: alla quale non fu peraltro estraneo lo stesso MSI di Giorgio Almirante, troppo aduso a celebrare tutti quei funerali di giovani “martiri” della destra tricolore – il cui tragico elenco viene scrupolosamente riportato nel testo – per non far pensare a un certo calcolo elettoralistico nel fomentare o comunque non contrastare quel clima di quotidiana guerriglia.
In ogni caso mille volte da preferire quei pur funesti anni giovanili ai successivi segnati dal trionfo della “pax americana, con l’eliminazione delle ideologie, la corsa al consumismo, al benessere sfrenato, alla cupidigia, alla ricerca del successo e del denaro e infine alla globalizzazione”. Fino all’evento esiziale, all’epoca da tutti salutato come la fine di un incubo eppure destinato a rivelarsi come la catastrofe politica e morale della civiltà occidentale: la caduta del muro di Berlino, che “ha del tutto fatto cessare le tensioni ideologiche, trasformando il mondo in genere e la politica in specie in una maleodorante palude in cui si specchia il mondo moderno con i suoi falsi idoli, denaro e successo, edonismo e vanità, materialismo e perversità, pedofilia e droghe, sesso finalizzato al successo”.
Che tristezza allora vedere il mondo giovanile, “che sempre nella storia è stato protagonista attivo dei cambiamenti e ha contribuito all’evoluzione culturale, politica e spirituale”, ridursi oggi ad un bordello di aspiranti veline, calciatori, protagonisti di reality show: insomma un’accozzaglia di “giovani rampanti che per giungere a ottenere più denaro possibile sono pronti a tradire l’amicizia, la colleganza, lo spirito comunitario, i rapporti familiari e parentali”. Tutto ciò nell’epoca della globalizzazione – che ha eliminato ogni diversità al pari di ogni caratterizzazione etnica – e della robotizzazione della vita delle persone, perseguita tramite internet e i suoi computer: sino alla dittatura della telematica, che “ha creato l’alienazione eliminando di fatto i rapporti diretti interpersonali e di comunicazione umana. Oggi non si parla più tra gli uomini ma si inviano gli sms e si chatta su internet. Che pena vedere i giovani per strada sempre con il telefono in mano”.
Non solo i giovani purtroppo, caro Pepi: gli impiegati degli uffici pubblici di ogni ordine e grado, le stesse forze dell’ordine in servizio, i fedeli in chiesa, i muratori sui ponteggi, i conducenti di auto e mezzi pubblici (questi ultimi in barba all’incolumità dei passeggeri e – quel che è più grave – col salvacondotto di un’apposita legge), gli addetti alle sale dei musei (con tanti saluti ai visitatori, che hanno pagato il biglietto apposta per poter ammirare in silenzio quei tesori), chi fa footing in campagna, chi si allena in bicicletta, chi spinge il passeggino del figlio (o meglio del nipote), chi fa la spesa al supermercato… Nessuno sa resistere un solo istante e in qualsivoglia contesto alla tentazione della sghignazzata telefonica come a quella del messaggino, senza alcun rispetto per gli altri ma soprattutto per la propria dignità.
Il problema è sociale e politico ancor prima che di costume: non essendo infatti intervenuta una apposita legislazione statale (essendo ovviamente lo stesso parlamento asservito agli interessi della telefonia) a regolamentare un fenomeno che in Italia ha preso campo peggio che in un paese del terzo mondo, l’utilizzo del micidiale apparecchio – così come il livello delle sempre più rumorose e demenziali suonerie – è rimasto demandato alla educazione e sensibilità del singolo: con i risultati che in un popolo a vocazione profondamente anarchica e dallo scarso senso civico come il nostro sono facilmente immaginabili. Diabolicamente indotta da una martellante campagna pubblicitaria e mediatica (che vede di gran lunga assegnata a tale settore la palma degli spot più stupidi, ovviamente affidati ai personaggi più gettonati), tra le masse si è così imposta la regola per cui non rispondere immediatamente alla telefonata o all’sms diventa una questione di vita o di morte: come se dovesse essere la persona al servizio dello strumento e non viceversa. Con il risultato che per ottemperare a tale sudditanza si è disposti a passare sopra a ogni divieto e norma di buon senso, spesso infischiandosi persino dell’incolumità propria come di quella altrui.
Le conseguenze di un sì diffuso malcostume sono sotto gli occhi di tutti. In treno non c’è più verso di leggersi in pace un libro o un giornale: per non sorbirti affari, scemenze e risate altrui devi solo sperare di incappare (con gran fortuna) in compagni di viaggio non telefonanti; così come da dimenticare sono quelle spesso interessanti conversazioni che si instauravano tra viaggiatori dello stesso scompartimento. A una festa in spiaggia una notte d’estate i giovani, lungi dal godersi le suggestioni del momento, si mostrano l’un l’altro i messaggini testé ricevuti, in modo da esibire le qualità del telefonino di ultima generazione appena acquistato. Una famiglia in visita a un sito archeologico giunta a metà percorso deve concedersi un quarto d’ora di ricreazione, in modo che ciascuno possa dedicarsi alle telefonate di rito, chi da una parte chi dall’altra. Al ristorante la compagnia è tale soltanto di nome, in quanto ciascuno ha occhi soltanto per il proprio cellulare-oracolo, in religiosa attesa di quanto esso vorrà comunicargli; mentre al tavolo accanto a due coniugi che hanno ormai esaurito tutti gli argomenti basterà un’occhiata per concedersi reciproca licenza e buttarsi senza meno su facebook quale via d’uscita all’imbarazzante situazione.
Naturale perciò che gli strali pepiani si abbattano anche su internet: inaccettabile che ogni rapporto umano debba essere eliminato in ossequio alla nuova divinità tecnologica che taglia di fatto fuori chi non intenda rivolgersi al web per avere la possibilità di “fare l’amore, conoscersi, fare acquisti: perfino delinquere”. Tempi duri dunque per i non internauti; con perdipiù un’aggravante che il tradizionalista di scuola evoliana non può mancare di sottolineare: il fatto che il nuovo corso globalizzato-robotizzato “imponga di parlare con l’odiosa lingua degli oppressori e degli invasori anglo-americani”, considerando chi non conosce l’inglese alla stregua di un analfabeta.
Inevitabile allora la nostalgia per quei bei tempi pre-telematici che mai più torneranno, assieme ai genuini mestieri che li caratterizzavano: “Come era bello il rapporto umano che si instaurava nella mia giovinezza, anche nei piccoli negozi con il macellaio, il lattaio, l’ortolano, il panettiere”. Oggi quel tipo di costruttiva interrelazione non è più possibile: anche perché nella stragrande maggioranza degli esercizi commerciali – dagli ipermercati ai negozi di moda, dalle officine ai distributori di benzina, dai bar ai ristoranti, dalle banche alle librerie e persino alle farmacie – impera la musica, e non certo rilassante o d’atmosfera bensì “commerciale” e martellante, imposta a tutto volume a ogni ora del giorno e al limite inframmezzata dalle insulse considerazioni di frivoli conduttori radiofonici e sguaiati propalatori di gossip. Alla gente vietato non solo conversare ma soprattutto pensare, ragionare, riflettere sullo schifo che la circonda come sul business che le deve necessariamente scandire l’esistenza, dalla culla alla bara.
Passando a tirare le somme della sua lunga esperienza all’interno delle aule di giustizia, Pepi rievoca anzitutto il proprio destino di “lupo azzurro” anche in campo professionale, dovuto alla sua collocazione politica decisamente “scorretta” specie in una realtà quale quella toscana e fiorentina. Ostracismo di cui egli si mostra tuttavia fiero: “Dinanzi al malcelato disprezzo nei miei confronti da parte di colleghi e giudici rossi con ogni sorta di emarginazione non ho mai ceduto, avendo sempre il coraggio di essere quello che sono nella mia camicia nera”. Dopodiché il discorso si fa più ampio, analizzando la parabola discendente che ha caratterizzato anche il mondo giudiziario.
A tale proposito l’Autore non manca di rilevare la sacralità con cui si solevano frequentare i tribunali all’inizio della sua carriera forense, evidenziata anche dallo scrupoloso rispetto delle regole formali, censurando la progressiva decadenza dei costumi che ha portato alla banalità odierna: “Oggi è tutta una globale sciatteria, tant’è che spesso i processi vengono discussi senza toga, nell’affollamento di difensori, parti private, testimoni, con interventi di nessuna valenza scientifica e dottrinale”. Del resto un tempo gli avvocati cercavano nelle loro arringhe di emulare Cicerone, Demostene, Lisia: mentre oggi la loro massima aspirazione è quella di essere intervistati dai TG sul marciapiede fuori dal tribunale; quando non di finire nei salotti televisivi, se protagonisti di un processo di grido.
Ma ancor più responsabili di tale spettacolarizzazione della giustizia sono stati – ahimè – gli stessi magistrati, nella stragrande maggioranza alla continua ricerca del processo “mediatico” che garantisca loro quella visibilità necessaria a porre le basi di un futuro successo politico. In serie B finiscono di conseguenza tutti quei processi “ordinari”, riguardanti persone e vicende comuni e per questo “trascurati e frettolosamente decisi con sentenze a dir poco inquietanti sulla pelle di cittadini incolpevoli”. Ciò perché la magistratura, rinunciando a quella funzione morale e sociale che ne sanciva un tempo il prestigio, “è diventata una casta: anzi una supercasta a carattere strettamente corporativo interessata solo all’acquisizione di stipendi sempre maggiori – per quanto gli attuali siano in assoluto i più elevati d’Europa – e che non tiene nel minimo conto la meritocrazia”.
Ma desolante appare l’intero quadro di una giustizia “a doppio binario” che pur in un sistema ultra-garantista quale quello italiano finisce con il discriminare quegli imputati “che sono i soliti disperati e diseredati ai margini della Società quali gli immigrati, i tossici, i delinquenti per disperazione. Di questi ultimi le carceri trasudano; mentre invece i potenti, i privilegiati, gli intoccabili difficilmente varcano la soglia del carcere: a chi può difatti interessare se un Mohamed qualsiasi per pochi grammi di droga finisce in galera per anni? Quando nel caso sia un intoccabile a rischiare la privazione della libertà, si inventa d’urgenza una legge ad personam onde scongiurare quell’eventualità: la quale riuscirebbe dannosa, oltre che per lo stesso intoccabile, anche per la carriera del giudice chiamato a condannarlo al pari di ogni altro cittadino”.
Cosa aspettarsi del resto da uno Stato che in ossequio a pedanti logiche politiche e in spregio ad ogni buon senso affida il ministero della Giustizia a chi non ha mai aperto un codice né messo piede in un’aula di tribunale, così come quello della Sanità a un ingegnere o a un avvocato? Per non parlare degli esempi sommamente immorali e diseducativi che all’uomo della strada giungono dall’alto: “le lotte di potere, il metodo tangentista dominante nelle classi politiche e imprenditoriali, gli scandali a base sessuale e ad uso di droga, i parlamenti i cui membri assumono essi stessi massicce dosi di sostanze stupefacenti, la lottizzazione partitocratica degli incarichi di governo e sottogoverno”.
Ripercorse le principali tappe del dibattito filosofico classico riguardante la migliore forma di governo e reso il doveroso omaggio alla costituzione repubblicana romana per l’esemplare sovrapposizione conseguita tra l’elemento monarchico, l’aristocratico e il democratico, Pepi manifesta la propria simpatia per un modello politico che assegni il potere ai migliori, riaffermando al contempo la necessità della tradizionale ripartizione castale della popolazione: “La suddivisione in categorie genera ordine e allontana il caos tipico del mondo moderno tutto orientato al raggiungimento del potere e del successo, con travalicamento di funzioni e scopi”. Concedendo tuttavia promozioni di ordine meritocratico, dal momento che è giusto che chi all’interno della propria casta si distingue nel perseguire il raggiungimento del bene comune possa accedere ai gradi superiori.
Triste l’analisi che l’Autore traccia di quel fenomeno che cronache e istituzioni continuano a classificare come “immigrazione”, ma a definire il quale – specie per l’Italia – sarebbe assai più appropriato quello di “invasione”: destinata di tale passo a “portare altre razze a dominare sulla razza europea, la quale non è più fecondata da nascite, mentre le altre giovani etnie sono prodighe di filiazioni”. Se a far degenerare la situazione è stato il perverso intreccio determinato dal crollo di parecchi regimi – europei come nordafricani – novecenteschi, dall’incapacità europea di governare la nuova situazione, dagli interessi mafiosi di scafisti e gestori a vario titolo del fenomeno migratorio, dal calcolo di tipo politico che sotto la maschera del “buonismo” compiono amministratori e politicanti nostrani, non bisogna tuttavia dimenticare le radici storiche dell’odierno sconquasso: “la religione cristiana con i suoi devastanti principi solidaristici e ugualitari e la democrazia multietnica e capitalistica degli Stati Uniti d’America”.
Quello che si profila è dunque “uno scenario devastante in cui le nostre città perderanno le loro caratteristiche millenarie per essere sostituite da souk di ogni etnia. Se ci aggiriamo nei centri storici e nelle periferie delle nostre città vediamo che le botteghe artigiane sono sostituite da venditori di kebab, le piccole imprese che avevano sempre sostenuto la nostra economia vengono sostituite da fetide e rumorose industrie cinesi, le nostre tradizionali piccole ma eccellenti trattorie hanno dato il posto a maleodoranti ristoranti cinesi e orientali, che si sono uniti ai fetidi McDonald. Provatevi a salire su un autobus cittadino: non ascolterete quasi più la lingua italiana o suoi particolari dialetti ma sentirete parlare cinese, africano, arabo, cingalese, albanese, slavo”.
La mannaia pepiana si abbatte quindi sull’Europa, rivelatasi in tutti questi anni incapace di imbastire uno straccio di politica estera: “L’aver consentito l’ingresso a tutte queste etnie ha portato alla conseguenza che le nostre città, le nostre identità europee si sono trasformate in multietnici alveari in cui la nostra stirpe è destinata a soccombere divenendo minoranza di fronte alla multi-colorata maggioranza extracomunitaria”. E non si venga a fare il paragone – caro fra gli altri al “compagno” Fini ultima maniera, fallito rinnegatore di sé stesso nonché di tutte le cariche ricoperte grazie a chi lo votava quale alfiere della Destra – con i nostri migranti di fine Ottocento: i quali andavano incontro non solo ai rigidissimi controlli di chi li accoglieva, ma anche a un destino fatto di sacrificio, sofferenza, discriminazione politica e sociale (vedi Sacco e Vanzetti). Altro che gli immigrati nostrani, che sistemati a spese dell’italico contribuente in dignitosi alberghi a tre stelle con tanto di diaria e ricariche telefoniche si lamentano della mancanza di tv satellitare e wi-fi, reclamando hotel di lusso con palestra e piscina.
All’Autore disgustato da un tale presente e ancor più sfiduciato riguardo al futuro non resta allora che rifugiarsi nostalgicamente nella città che fece da cornice alla sua giovinezza; per descrivere la quale egli ricorre a una poetica similitudine che dopo le tante crudezze delle pagine precedenti non manca di suscitare nel lettore una certa emozione: “Firenze era come una bellissima donna addormentata, dal volto angelico e radioso circondato da lunghi capelli sparsi sul cuscino: il volto rappresenta i suoi splendidi monumenti medievali e rinascimentali, i capelli le splendide colline circostanti, e il corpo sinuoso posato sul letto il lento percorso dell’Arno”.
Ma nonostante fosse “addormentata” quella piccola quanto splendida città, una volta messasi alle spalle il trauma della guerra, si presentava come fortemente viva nei suoi aspetti umani: “Il ricordo più bello che ho di quegli anni era lo splendido rapporto umano tra la gente, basato sull’ironia, sulla gioia di vivere seppur mancassero tutti quei beni che oggi abbiamo. Ci si accontentava di poco, ma eravamo felici”. Le brutture ritornano però immediatamente allorché si getta lo sguardo sulla Firenze attuale, “il cui splendido centro storico va oggi scomparendo, vittima anch’esso della globalizzazione strisciante e inarrestabile. Non c’erano ancora le tristi periferie dormitorio che oggi rendono, specie nella zona di Firenze nord, la nostra città simile a tante altre metropoli, e non c’erano soprattutto i supermercati e gli ipermercati tutti uguali e tutti anonimi, i negozi griffati tutti identici”.
Quanta nostalgia allora per quella città a misura d’uomo in cui la spesa giornaliera veniva fatta nelle piccole botteghe di San Pierino, gli ordinati turisti venivano accolti dalle carrozze trainate da cavalli e la sera si poteva tranquillamente uscire di casa senza rischiare di incappare in criminali di ogni razza e sorta, né le donne di essere molestate o violentate: “Questa era la mia Firenze, artisticamente insuperabile, laboriosa, sicura, allegra e pensierosa allo stesso tempo”. Pepi come Dante.
A scuola non si scioperava ma si andava per imparare e porre così i presupposti per un futuro migliore; e qualora si organizzasse una manifestazione, era solo per rivendicare l’italianità di Trieste o dell’Alto Adige, non certo per contestare il metodo di insegnamento dei professori. Non erano frivole mode o lussuoso esibizionismo a caratterizzare il look giovanile: il più delle volte si indossavano anzi gli abiti appartenuti ai fratelli maggiori. “Non c’erano le discoteche ricettacolo di droghe e di alcol smisurato, ma andavamo a ballare alle feste a casa degli amici per i compleanni e per le feste comandate. Ogni cosa la dovevamo duramente conquistare e non avevamo tutto quello che volevamo”.
Commosso in particolare il ricordo del giorno dell’alluvione, in cui i fiorentini superati i primi attimi di smarrimento seppero immediatamente ritrovare tutta la propria fierezza e operosità a fronte di uno Stato dalla cui iniziativa intuirono subito non fosse da aspettarsi nulla di buono: “Firenze reagì come un leone ferito, con le sue forze, con le sue energie positive, con la sua coesione di popolo, sopperendo alle disfunzioni, ai ritardi, alla confusione degli organi politici centrali dello Stato”.
Impegnato assieme a tanti altri giovani concittadini a spalare quella fetida melma intrisa di gasolio penetrata nel centro storico in ogni dove, Giangualberto fu il vivido testimone di una pagina di storia: “C’ero anch’io quando il Presidente della Repubblica Saragat in Piazza Santa Croce fu preso a lanci di fango per dimostrare l’inerzia dello Stato e la contestuale voglia di Firenze e dei fiorentini di risorgere”.
E quanta nostalgia anche per la generale onestà dell’epoca, che nemmeno la grave calamità verificatasi riuscì a scalfire, espressa attraverso la mirabile immagine finale delle banconote – del resto allora assai grandi – stese ad asciugare come lenzuoli. “Portai da mangiare a mio padre che lavorava alla Cassa di Risparmio di Firenze: lo trovai che in un salone aveva teso le banconote lavate dal fango su dei fili che andavano da un lato all’altro della stanza. Era una visione irreale vedere tutto quel denaro teso ad asciugare: eppure, nonostante le pressanti necessità di ordine economico, nessuno cercò di appropriarsene”. Altri tempi.

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