La narrativa di Corrado Leoni

 

Nato nel 1942 a Dro (Trento), conseguita la maturità classica Corrado Leoni emigra in Germania, occupandosi presso la Siemens ove ha modo di ricoprire anche l’incarico di rappresentante sindacale; frequenta inoltre un corso di informatica presso l’università di Francoforte. Dopo questa prima esperienza all’estero rientra in Italia impegnandosi nell’Enaip, l’ente per l’istruzione professionale gestito dall’Acli; sino a fare ritorno in terra tedesca come direttore dell’ufficio francofortese per la formazione degli immigrati italiani. Con la facoltà trentina di Sociologia ormai squassata da contestazione e qualunquismo, il nostro studente lavoratore sceglie la più seria e affidabile Economia e commercio, laureandosi in economia politica – con tesi su Lo sviluppo economico della Repubblica Federale Tedesca (1950-1978) – e optando per l’insegnamento nella scuola superiore, che lo vedrà docente di economia aziendale in vari istituti della provincia di Genova.

Una volta in pensione Leoni si ritira in uno sperduto paesino della Lunigiana orientale (terra di cui è originaria la moglie), per dedicarsi a tempo pieno alla narrativa – attraverso la quale egli rivivrà le principali tappe della sua vita – nonché alla politica e alla pubblicistica. Conquistato dallo spirito della gente apuana egli si attiva nella costituzione della Pro loco, ridando vita a tradizionali feste paesane (a cominciare dalla sagra dei pomi di Codiponte), ripristinando usanze dimenticate – come il tiro della forma – e promuovendo la conoscenza del territorio lunense mediante la pubblicazione del volume Le pievi romaniche in Lunigiana.

Il suo esordio letterario avviene nel 2011, con la pubblicazione del romanzo Nane. La Resistenza vista dagli occhi di un bambino, ambientato nella valle del Sarca. Il piccolo protagonista del racconto inizia a prendere coscienza degli accadimenti che si susseguono attorno a lui e a condividerli con i grandi, dalla cui voce apprende delle vicende tipiche della civiltà contadina ormai al tramonto: le giornate trascorse tra campi, botteghe artigianali, stalle, cantine.

Sinché a prendere il sopravvento nella trama della narrazione non è la Storia: prima attraverso la rievocazione per bocca degli adulti delle vicende della Grande guerra – vera e propria svolta epocale nella vita di tanti giovani figli di quell’Italia povera e rurale – quindi passando criticamente al vaglio i principali eventi caratterizzanti il ventennio fascista. Sino a giungere alla pagina più tragica per il nostro Paese: la catastrofe della seconda guerra mondiale, la caduta di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due.

Tristi fatti che vengono osservati dal protagonista con i suoi occhi di fanciullo, ma interpretati con la coscienza di un adulto. Il risultato è un giudizio sulla parabola politica del Duce del tutto negativo, che fondandosi sul semplice buon senso popolare ne sottolinea impietosamente tutti i limiti dell’uomo ancor prima che dello statista, soffermandosi in particolare su quella incontenibile mania di grandezza che specie dopo l’ascesa dell’alleato-rivale Hitler finì col fargli perdere ogni contatto con la realtà.

Sullo sfondo emergono inoltre molte figure tipiche dell’epoca: a cominciare dai tanti balordi di paese che sposando la causa mussoliniana, riparandosi dietro l’orbace e facendosi forza della stolta protervia fascista pensarono di dare un senso ad una vita altrimenti vuota ed inutile. Ma sul finire del racconto c’è spazio anche per un commovente omaggio ad un incolpevole esponente della parte pendente: il tenero soldato tedesco Kurt, innamoratosi di una ragazza del posto al punto di passarle parte della propria paga e di riempirle la casa di tutto quanto lasciato dal suo battaglione al momento della ritirata. Raggi di umanità che non smisero di brillare neppure nella drammaticità della guerra, e tra la generale malignità della gente: della quale l’autore non manca di sottolineare bassezze e meschinità.

Nello stesso anno Leoni pubblica il più corposo Migrare. Vi si narra la vicenda di Aldo, studente sessantottino che nel 1970 sceglie di trasferirsi nella Repubblica federale tedesca sia sulla spinta del diffuso impegno sociale a sostegno degli immigrati italiani che per mantenersi agli studi. Ben presto però il giovane si troverà coinvolto in situazioni impreviste; finché il contatto con una cultura diversa dalla sua non lo porterà a modificare la propria mentalità. Le leggi tedesche sull’immigrazione sanciscono del resto ingressi quanto mai regolari, controllati e tendenti a trasformare nel tempo il lavoratore straniero in “ospite”. Centrale nell’economia del racconto risulta poi l’incontro del protagonista con Clea: nel loro entusiasmo giovanile, nella loro ingenua disponibilità verso i più deboli e bisognosi i due prendono a coltivare un’affinità mistica e rispettosa, sino ad innamorarsi.

Anche in questo romanzo fa capolino la Storia: anzitutto con le campali vicende del Sessantotto tridentino, che vide la facoltà di Sociologia assurgere ad antesignana della contestazione nazionale ed un manipolo di teste calde affluite da ogni parte d’Italia tenere a lungo sotto scacco autorità accademiche, istituzioni e a un certo punto l’intera città, ormai divenuta ostile a quell’orda di giovani “putane” e “capeloni” usi a bivaccare giorno e notte dentro l’università in spregio ad ogni decoro e costume dell’epoca.

Ma leggendo la ricostruzione che del fenomeno migratorio di quegli anni fa Leoni non si può mancare di fare un paragone con l’attuale piaga rappresentata dall’immigrazione per l’Italia. In Germania il controllo sui nuovi “ospiti” era difatti ferreo: basti dire che per un passeggero recidivo nel non pagare il biglietto dell’autobus era previsto il carcere, e l’ammanco dovuto recuperato direttamente mediante detrazione dalla busta paga. Nel caso di reati particolarmente infamanti, poi, era la stessa comunità dei lavoratori italiani ad intervenire contro il malfattore, onde tutelare il buon nome nazionale. L’esatto opposto insomma di quanto accade attualmente nel nostro Paese: ove una gestione dell’immigrazione quanto mai confusa, indulgente, lassista finisce con il ritorcersi pesantemente contro lo stesso popolo ospitante, violandone le leggi, snaturandone regole e costumi ed annullandone inesorabilmente l’identità.

Breve quanto caustico nei confronti della Chiesa cattolica risulta Il prete e il diavolo (2013), apologo che prende spunto dalle tentazioni di Gesù narrate nel Vangelo di Luca. Concepito come un serrato quanto pungente dialogo tra i due personaggi enunciati nel titolo, il racconto affronta in maniera quanto mai critica le problematiche più spinose e tradizionali del cattolicesimo, cui l’illuminista Leoni rimprovera di non aver saputo emanciparsi nei duemila anni della sua storia né, sul piano dottrinale, dal manicheismo riadattato in chiave agostiniana né, su quello gerarchico, dalla rigidità della struttura ereditata dall’impero romano.

A fare le spese di tutto ciò è secondo il nostro la comunicazione clericale, vista come unilaterale e gerarchica dall’alto verso il basso, ignorando o reprimendo la sessualità umana, nel romanzo esaltata come il principio e la base della comunicazione interpersonale, nel contesto di una rivisitazione teologica tesa ad interpretare lo stesso dogma dell’Incarnazione quale manifesto di un’interrelazione di tipo orizzontale. Il trionfo di tale concezione è dato dal conclusivo sposalizio del protagonista in abito talare, don Giovanni, con Maddalena, quale affermazione della supremazia dello spirito e dell’amore, al di là di tutte le leggi e nell’auspicio che queste divengano, da fardelli inutili e insopportabili quali spesso si presentano, i volani promotori della libertà dell’uomo.

Nell’opera non mancano riferimenti agli eventi portanti della vita della Chiesa negli anni in cui è ambientato il racconto: dall’evoluzione del complesso rapporto tra Chiesa e Stato laico alla discussione sul celibato sacerdotale; dagli scritti di Ratzinger al Concordato del 1984: dal socialista Leoni accusato di avere perpetuato il primato della cultura religiosa con il sancire l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Cosicché “la boria laicista di Craxi cedeva alle gerarchie ecclesiastiche la laicità dello Stato, svuotando l’idea socialista di riformismo, di fiducia nell’uomo, nella sua capacità di programmare il proprio futuro ed il proprio benessere”.

Nella protagonista del romanzo Il cavaliere senza cavallo, del 2014, rivivono autobiograficamente le principali pagine che hanno segnato la vita dell’autore: l’insegnamento, la politica, la critica dell’economia capitalista (condotta da posizioni decisamente più riformiste che rivoluzionarie). Il sarcastico titolo dell’opera – nella quale emergono non di rado elementi di sociologia e antropologia culturale – intende mettere alla berlina chiunque nel perseguire i propri obiettivi denoti superficialità, qualunquismo, disonestà; a cominciare dai governanti incompetenti: “il politico che cita le leggi senza conoscerle o inventandole, è un cavaliere senza cavallo”.

Trentina, rimasta orfana della madre in tenera età Anna è studentessa ginnasiale nel momento in cui a Sociologia si scatena quella violenta contestazione che farà dell’austera città del Concilio il terreno di coltura del Sessantotto italiano (nonché del terrorismo brigatista). Iscrittasi a Economia e commercio, non volendo gravare troppo sulle spalle del padre la giovane si dà da fare con lezioni private e collaborazioni con l’Acli: sino a trasferirsi in Germania per impiegarsi presso l’università di Francoforte. Una volta laureatasi sceglie la carriera scolastica, finendo a insegnare materie economiche in un istituto tecnico commerciale di Genova.

Nonostante nella scuola domini la medesima tendenza politica di sinistra alla quale lei stessa appartiene, la battagliera Anna scava ben presto un fossato tra sé e i colleghi: il suo spirito fortemente critico, l’ostentato anticonformismo, l’assoluta mancanza di diplomazia la pongono spesso in situazioni conflittuali e imbarazzanti con gli altri insegnanti, con il preside, con gli stessi alunni.

Ed è forse nel dipingere tali deprimenti scenette che l’autore dà il meglio di sé, fotografando tutta la desolazione caratterizzante il mondo della scuola. La frustrazione dei docenti anzitutto, che da economica diviene esistenziale per l’infinito protrarsi della precarietà, l’aleatorietà dell’immissione in ruolo, la pochezza dello stipendio: misero se paragonato a quello di altre categorie professionali di laureati e specializzati, al punto di portare non pochi insegnanti a maledire l’indirizzo di studi scelto in gioventù; cui vanno aggiunte la drammatica assenza di possibilità di carriera come di incentivi nonché la totale irrilevanza sociale del ruolo ricoperto.

La boriosa incompetenza dei dirigenti scolastici, spesso insegnanti falliti promossi a manager. La pena di collegi docenti e consigli di classe, vero e proprio schiaffo all’intelligenza dei più capaci e preparati. La beffa degli insegnanti di religione promossi a ruolo in barba a tutti gli altri precari solo in quanto nominati dal vescovo. E poi l’ipocrisia dei rapporti fra colleghi, la commedia della cena finale degli alunni di quinta, la sceneggiata degli scrutini, la farsa degli esami di Stato…

Sessualmente inquieta (come del resto la gran parte dei personaggi che animano la narrativa leoniana), iper-evoluta ed emancipata, la terzomondista Anna non trova di meglio che sposarsi con un mancato collega nero, giunto pieno di entusiasmo addirittura dal Ruanda per laurearsi e insegnare nel capoluogo ligure ma inopinatamente escluso dalle graduatorie – nonostante l’abilitazione brillantemente conseguita – in quanto straniero. Mossa a compassione dalla disperazione in cui piomba il poveretto nell’apprendere l’infausta notizia, la giovane decide su due piedi di voler condividere con l’immigrato il proprio futuro piccolo-borghese, avendone due figli altrettanto neri di cui andrà fiera e cui si affezionerà ancor più allorquando il deluso marito avrà inopinatamente fatto ritorno in Africa.

Nel racconto non mancano forti prese di posizione sull’attualità politica: innanzitutto contro Berlusconi – non per altro il “Cavaliere” per antonomasia – accusato in generale per la sua strategia di propinare agli italiani tutta una serie di bugie diabolicamente ripetute all’infinito sino a spacciarle per verità assolute, nonché per la sua concezione opportunistica e strumentale della democrazia per cui chi è stato votato dal popolo è implicitamente autorizzato a combinarne di tutti i colori; in particolare per avere sabotato la riforma dei cicli scolastici Berlinguer-De Mauro (ereditata dalla legislatura precedente) per sostituirla con quella Moratti.

Ma la pagina più accorata è sicuramente quella in cui Anna-Leoni denuncia l’impianto generale della scuola italiana, da decenni di malgoverno (democristiano e non) e con la benedizione della famigerata “triplice” svilita a mero ammortizzatore sociale in cui piazzare schiere di disoccupati, mediocri, falliti provenienti soprattutto dalle regioni meridionali, improvvidamente laureatisi in discipline sostanzialmente inutili al mercato professionale e quindi costretti a ripiegare sull’insegnamento onde poter coltivare un minimo di prospettive di vita. Così, in nome del più selvaggio clientelismo politico-sindacale, si è scelto di sacrificare il merito, l’impegno, la competenza facendo valere quale unica progressione stipendiale gli scatti di anzianità.

Inevitabile risulta allora – ancora una volta – il paragone con la realtà tedesca: “In Germania premiano in primo luogo il merito; chi ha voglia di lavorare e impegnarsi trova occupazione e si è pagati per ciò che si fa, non per l’anzianità acquisita. Hanno la consapevolezza che il diritto al lavoro va coniugato con il dovere al lavoro: il che vuol dire che lo stipendio è una conseguenza del lavoro e non una premessa. I diritti seguono ai doveri, altrimenti si cade in una superficialità economica e sociale, nella deresponsabilizzazione!”, sentenzia la protagonista in sala insegnanti, guardandosi bene dall’affrontare argomenti che suonino più leggeri e ruffiani alle orecchie altrui. Naturale a quel punto la risposta della invidiosa collega, la quale avverte la propria inferiorità intellettuale – e probabilmente anche tutta la propria mediocrità – al cospetto della sempre ligia, mai banale e accomodante Anna: “Se ti piaceva tanto la vita in Germania, perché non ci sei rimasta?”.

L’encomiabile intento originale della Costituzione di fondare l’Italia sul lavoro è stato dunque snaturato: nel senso che alla concezione dell’impegno lavorativo come dovere sociale e strumento di realizzazione personale del cittadino è subentrata quella della corsa al “posto”, ossia all’occupazione (meglio se parassitaria) finalizzata unicamente alla riscossione dello stipendio. E per la nostra critica professoressa il motivo per cui la carta costituzionale è rimasta incompiuta va ricercato nel fatto che “le parti sociali tirano ad interpretarla secondo schemi ideologici anziché di servizio al popolo sovrano”.

Ancor meno rosee appaiono le prospettive per le generazioni a venire: “Principio base dell’economia contadina è sempre stato di accantonare una parte del raccolto per la semina, consapevoli che se si consuma la semina, non ci sarà più raccolto né futuro. Ora ci si trova nella condizione di aver mangiato e consumato anche la semina dei figli dei figli, e si tenta di coprire il maltolto collettivo con il piagnisteo del precariato; mentre fiumi, boschi, campi sono abbandonati al degrado verde, attribuendo alla parola ‘conservazione’ il significato di abbandono e trascuratezza”.

Tutto ciò porta la disincantata e ruvida Anna a rifiutarsi di alimentare ipocritamente nei giovani studenti facili illusioni. Sino a ribattere allo sfrontato figlio di papà che le ha impietosamente sbattuto in faccia tutta la miseria dei suoi 1200 euro al mese che anche lui ha poco da stare allegro: “Perché tra qualche anno il tuo datore di lavoro sarà un immigrato: uno di quelli che tu disprezzi senza averne motivo”. Chissà che non sia proprio lo sciagurato coniuge africano di ritorno.

Donna Luigia. Profuga e partigiana segna l’anno successivo il ritorno di Leoni ai temi portanti della sua opera prima: la civiltà contadina, la guerra, la resistenza. Il romanzo ha ambizioni di filosofia della storia, annunciate sin dall’introduzione con il tracciare un disegno illuministico dell’alternarsi delle ideologie e degli imperi che segnano l’evoluzione della società sino allo spartiacque rappresentato dalla prima guerra mondiale.

È infatti con il grande conflitto bellico che “viene a cadere definitivamente questa magia ideologica e produttiva secondo la quale la guerra e la sua conduzione erano la principale fonte di ideali, di identità etnica, di potere aggregante tra i popoli, che potevano sopravvivere perché sudditi in ogni aspetto della vita: nascita, educazione, usi e costumi, lavoro, destini personali e collettivi, benessere; tutto ciò attraverso espansioni e reciproche e alterne occupazioni sotto l’insegna dell’arte della guerra, origine prima di aggregazione tra i popoli, anche se tremendamente tragica”.

Tale gravame filosofico aleggia anche sul corpo della narrazione, al punto di indurre l’autore ad interromperne la vivezza mediante un concettoso post scriptum: “L’agire è condizionato dal contingente, la storia è determinata dall’utopia e da una spinta ideale. La storia non può esser ridotta a una somma di fatti o di episodi e neppure a un amalgama degli stessi; la storia è fatta dalla spinta morale dell’umanità verso un ideale di libertà, di partecipazione, del bello, del benessere, della vita condivisa, di una condizione ideale, che in tempo di guerra e di miseria si focalizza in una lotta per la convivenza civile e per una condizione di benessere: gli episodi belli o brutti, eroici o vigliacchi, giusti o ingiusti, s’annegano in essa; solo i parassiti confondono gli episodi con la storia e li utilizzano per il proprio soddisfacimento etico ed economico”.

In contrasto con tale concezione ottimistica e provvidenziale del cammino storico appare allora la conclusione del racconto, che vede Leoni tirare amaramente le somme di quanto lasciato in eredità alle sue amate vallate trentine dal secondo conflitto mondiale: “Il periodo tra la fine dell’occupazione e del regime ed il ritorno alla normalità durò mesi, anni: forse incombe tuttora con il perbenismo, il qualunquismo, la pretesa di fare di un diritto un privilegio esclusivo nel preferire la conservazione alla crescita economico-sociale, nel conservare le rendite di posizione con l’appartenenza a gruppi di potere legati o a un’ideologia o a un gruppo di potere o a una professione di fede, anziché a una compartecipazione nella creazione e condivisione del bene comune e di una vita civile”.

Prodromo di tale infausto explicit è del resto la fine che viene fatta fare al povero soldato Kurt, il cui sogno di una vita serena in Italia da costruire sulle rovine della guerra – che pure in Nane era stato fatto intravedere – viene infranto dalle schioppettate di un paesano meschino quanto feroce. “Le ultime truppe tedesche erano partite la sera, Kurt aveva comunicato ai camerati che si sarebbe messo in moto all’alba e li avrebbe raggiunti subito dopo Trento. Lucia aspettava un figlio. Voleva rimanere da lei ancora una notte. Le aveva promesso che, appena definiti i termini della pace e appena licenziato dall’esercito, sarebbe tornato da lei e insieme avrebbero deciso dove sistemarsi.

“Alle prime luci si alzò, svegliò Lucia, la invitò a stare a letto, uscì furtivo e, attraversando i campi, si diresse verso il fiume, la via meno frequentata, più nascosta e sicura per raggiungere i colleghi. Tonio, vicino di casa e da sempre pretendente di Lucia, lo vide uscire. Gli balenò un’idea: seguirlo e ucciderlo, sarebbe stato premiato con le onoranze da partigiano e avrebbe avuto la sua donna. Prese il fucile, attraversò i campi più a monte di Kurt e, quando lo vide allo scoperto guadare un tratto del fiume, fece fuoco e lo uccise”. Quasi l’autore abbia avuto un ripensamento rispetto al precedente lieto fine: la guerra non può propiziare alcun tipo di soluzione idillica, dietro di sé deve lasciare solo morte e distruzione.

Al punto che a volte, nel pauroso dissesto morale causato dal conflitto – soprattutto in quei territori rimasti sino all’ultimo soggetti agli occupanti germanici – ad una capra può andare meglio che a un cristiano. Leoni è a tale proposito fedele cronista nel riportare una scena classica degli ultimi tempi di guerra: quella che vede i tedeschi consapevolmente perdenti, disperati e affamati venire a battere le coloniche per poter mettere sotto i denti qualcosa, dovendo per giunta inventarsi scuse a mitigare l’imbarazzo di chi si è presentato quale popolo non solo conquistatore ma anche di lignaggio superiore.

“Anche noi mangiamo, abbiamo bisogno di requisire delle bestie perché i partigiani hanno assaltato e derubato un convoglio con i rifornimenti subito dopo Trento. Siamo costretti nostro malgrado a importunare la brava gente che lavora nei campi: prendiamo una capra, ne avete due”. Il contadino però li avvisa che quella su cui hanno messo gli occhi è vicina a partorire: “Non conviene ucciderla ora, di solito fa due capretti, è di razza buona”. Inattesa giunge allora la grazia per la povera bestia: “Non si sa se commossi dall’ardire di Tullio o se per convenienza o nel sentire la parola ‘razza’, fatto sta che decisero di lasciare la capra nella stalla con il proposito e l’avviso di venire a prendere un capretto per l’imminente Pasqua. Anche loro erano cristiani e a certe tradizioni non si rinunciava”.

Passando ad analizzare la trama del romanzo, ci troviamo di fronte a un’altra autobiografia al femminile, per quanto ideale: l’infanzia della protagonista si svolge infatti proprio a Dro, ai primi del Novecento e quindi ancora in territorio soggetto all’impero austro-ungarico. Della sua figura l’autore intende tuttavia fare prototipo per celebrare l’intero genere femminile, dalle guerre mondiali reso “ganglio vitale necessario ed efficiente della vita sociale, tanto da poter fare a meno del mondo maschile per organizzare la vita economico-sociale di intere comunità e popolazioni”.

“A ciò si aggiunga il protagonismo della donna nel mondo cinematografico, tanto da diventare un modello di comportamento civile-sociale e  suscitare la consapevolezza di protagonismo anche nella vita sessuale, non solo mirante alla procreazione, ma ad una partecipazione affettiva paritaria coniugata con quella sociale anche attraverso la partecipazione al voto nella scelta delle classi dirigenti. Donna Luigia ne è testimone e protagonista senza perdersi nei fanatismi o nel moralismo bigotto o nella passività frustrante casalinga, ma orgogliosa e cosciente che l’esser donna è la premessa di un coinvolgimento globale ed esauriente nella vita familiare, sociale, economica, affettiva”.

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia contro Germania e Austria a seguito del “ribaltone” del 24 maggio 1915 anche la famiglia di Luigia (la quale nonostante il trattamento onorifico conferitole non è altro che una povera contadina: neppure troppo fascinosa nella persona, essendo per giunta nanerottola) viene perciò costretta dalle autorità ad allontanarsi da quella zona così a ridosso del fronte finendo profuga nientemeno che nel paese natale del Führer: Braunau. Segnata da quell’esperienza vissuta per le baracche assieme alla madre e ai tre fratellini, la donna rientra al paesello per diventare la nuora saggia e operosa proprio del Nane, da bambino qual era trasformato con un’invenzione letteraria in maturo padre di famiglia: espediente che dà modo all’autore di celebrare ancora una volta nostalgicamente i riti della civiltà contadina della sua terra, con la centralità della famiglia, la simbiosi con il bestiame (fino alla descrizione dei particolari più crudi della vita animale), le usanze paesane, le ascendenze idiomatiche, i richiami paesaggistici.

A questo punto la narrazione scivola velocemente verso il suo punto focale: il dramma della guerra, il crollo degli ideali di grandezza propinati per vent’anni dal regime fascista, l’impietoso svelamento di tutta la miopia del Duce, condottiero guerrafondaio, megalomane e privo di dignità nell’asservirsi a Hitler e sulla pelle di un povero popolo incolpevole quanto disgraziato. Leoni si sofferma in particolare sulla iattura rappresentata per le comunità sudtirolesi dal trattato di Saint Germain, che nel 1919 vide improvvidamente assegnare l’Alto Adige all’Italia senza alcun obbligo di tutela da parte del governo di Roma nei confronti della popolazione germanofona e ponendo così un problema che la rozza grossolanità della politica fascista avrebbe successivamente creduto di risolvere nel peggiore dei modi, creando in realtà ulteriori malcontenti che sarebbero emersi in tutta la loro gravità il giorno dell’Anschluss.

“Mussolini e D’Annunzio vollero ribattezzare paesi e villaggi del sud Tirolo, che non avevano un nome nella lingua italiana, attribuendone uno con assonanza italiana quasi sempre senza tener conto del significato del nome della località nella lingua tedesca. Fu una sprezzante iniziativa di italianizzazione di località da sempre di madrelingua tedesca, ora territorio italiano, ma nelle quali nessuno parlava italiano. Si attribuirono nomi di fantasia come Castelrotto a una località dal nome Kastelruht, Colmano a una che si chiamava Kohlmann: il che divenne un marchio che umiliò le popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige. Per questo motivo molti uomini altoatesini, al momento dell’occupazione e dell’annessione dell’Austria al terzo Reich fatta da Hitler, optarono per l’Austria, pur di liberarsi dal regime di Mussolini che, ironia della sorte, si schierò di lì a poco in guerra a fianco di Hitler”.

All’elenco si potrebbe aggiungere il paese forse più penalizzato da tali ridicole storpiature: Kolfuschg, che dall’ottusa toponomastica del regime si vide appioppato il sinistro appellativo di Colfosco. Meschino, oltraggioso epilogo di una guerra assurda: il sacrificio di dieci milioni dei migliori giovani di mezzo mondo dai rispettivi regnanti mandati a morire in quelle maledette trincee utilizzato per violentare la natura di un’intera regione da sempre germanica, in un goffo quanto demenziale tentativo di italianizzarla.

Pasoliniana nella sua icasticità riesce poi la raffigurazione del clima da basso impero che caratterizzò agli occhi della gente il periodo della Repubblica sociale: “Balilla decappottabili, Lancia Augusta, Rolls Royce, Volkswagen giungevano cariche di graduati tedeschi e italiani in compagnia di splendide donne. Sigaretta in bocca, cappellino multicolore, pelliccia d’inverno o leggera camicetta d’estate, erano un’attrazione, uno spettacolo, il movente di fantasie morbose per gli uomini e di invidiosi sguardi delle donne”.

Più seri e dignitosi rispetto a tanta luccicante quanto squallida decadenza appaiono allora i dialoghi fra due contadini come Nane e il figlio, oggetto dei quali è la società migliore da costruire per il domani. “A Tullio piaceva ragionare. Era un idealista. Sognava pace e giustizia sociale per tutti. Il pensiero socialista dell’eguaglianza politica e sociale, che idealmente unisce popoli e genti nel condividere la creatività e le caratteristiche dei singoli, era oggetto dei suoi pensieri e, quando parlava, sembrava un filosofo”.

Ma allorché il giovane nella sua utopia si spinge a mostrare simpatia per il comunismo, che “ha come scopo di darsi tutti una mano, siamo compagni di viaggio, tutti lavorano secondo le proprie capacità”, il più pragmatico genitore non ci sta: “Ma i nostri campi, le nostre case, rimangono a noi o vanno a proprietà comune? – Sì, sì, i campi e le case rimangono a noi. Ma un carro, ad esempio, possiamo comprarlo in società e quando qualcuno ne ha bisogno lo adopera – Sì, bravo. Un carro si usa tutti i giorni! Lavoriamo a turno? Se quando tocca a me piove, come faccio a terminare i lavori nei campi? E i buoi, anche quelli in comune? Non ne sono convinto!

“Sono più propenso verso il socialismo. Ciascuno ha la sua proprietà, il suo carro, i suoi buoi regolarmente acquistati con il lavoro. Si costituisce un punto vendita in comune, un negozio in cooperativa dove si raccolgono i prodotti della campagna e si vendono al dettaglio. La cooperativa acquista all’ingrosso concime, antiparassitari, sementi o altro per i soci. Il programma dei comunisti non mi piace! Vuole abolire la proprietà privata! Cosa vuol dire? Ciò che si accumula con il proprio lavoro appartiene a chi lo ha acquisito con il lavoro. Il lavoro crea la proprietà e dà libertà. Secondo i tuoi ragionamenti, quanti fannulloni vivrebbero di assistenza? Siamo usciti dalla soggezione dei nobili, degli aristocratici, del clero, dobbiamo evitare di esser soggiogati dai fannulloni in nome di un comunismo che non tenga conto del lavoro. Persino i preti dicono che il vangelo annuncia: chi non lavora non mangi!”.

Ma è alfine la figura di Luigia ad assurgere idealmente a protagonista della resistenza, senza peraltro che la donna abbia attuato alcuna scelta armata o al limite fiancheggiatrice e venendo dunque gratificata anche della qualifica di “partigiana” pur essendo rimasta alla finestra: in lei infatti Leoni intende raffigurare l’“interprete dell’autentica voglia di libertà presente nell’animo delle persone libere del popolo, che sta prendendo coscienza di esser sovrano”. Ed è proprio attraverso il suo sentire che l’autore torna a descrivere quei tipici personaggi che finirono con l’incarnare la parabola del regime agli occhi della gente: specie quella più semplice e disincantata delle campagne.

“Luigia vide da lontano venire in bicicletta due uomini e, man mano che si avvicinavano, distingueva che erano vestiti da gerarchi fascisti. “Guai in vista”, pensò, e si preparò ad accoglierli dopo aver messo accuratamente il suo anello d’oro nel macinino da caffè. Erano gli stessi che nove anni prima erano venuti a chiedere gli anelli nuziali da dare alla Patria per la conquista dell’Impero”. Appreso che i due stanno cercando dei giovani paesani disertori della leva di Salò, la donna li indirizza: “Nel fienile ci sono degli sfollati: vedete se li trovate tra loro – Non ci interessano quei pezzenti, morti di fame e pidocchiosi: cerchiamo dei disertori”.

Dall’indignazione della donna per la sprezzante risposta ricevuta scaturisce il ritratto dell’aspetto più vacuo e protervo del decaduto regime e dei suoi scherani: “Luigia li avrebbe pestati di botte, quei due farabutti, per il disprezzo verso quegli sfollati, molti di loro reduci dai campi di concentramento dopo aver combattuto su più fronti per il duce e il re. Quei due figuri e mascalzoni erano entrati nel partito fascista, avevano fatto carriera al servizio del podestà, avevano deciso che la loro presenza era più importante in patria dove potevano mostrare il loro lato da maschio italiano alle donne dei soldati al fronte, controllare le teste calde, divertirsi a dare l’olio di ricino ai facinorosi comunisti, evitare di rischiare la pelle al fronte, ben s’intende sempre per il duce e il re!”.

La soddisfazione però la fiera contadina se la toglie una volta finita la guerra e passata per i fortunati fascistoni sopravvissuti la burrasca, allorché alla domenica vede l’ex podestà “familiarizzare accanto alla chiesa per rientrare in società e combinare chissà quali altre porcherie come se nulla fosse successo”. Eccola allora farsi largo tra la gente, avvicinarsi lei così piccoletta a quel pezzo d’uomo, sollevarsi sulle punte dei piedi e sferrargli due sonori ceffoni sulle guance, per vendicare altrettante umiliazioni subite dalla sua famiglia.

Al marito, reo di avere a suo tempo evitato l’arruolamento nell’esercito adducendo banali motivazioni di ordine familiare, rivoltosi al Fascio locale per chiedere un sussidio era stato infatti sarcasticamente ribattuto di rivolgersi al “principino” di casa Savoia. Mentre la figliola, che un giorno aveva osato presentarsi a scuola senza la divisa da giovane italiana, si era vista senza troppi complimenti rispedire a casa dalla maestra nonché moglie del podestà: un’invasata (a sua volta prototipo di tante donne del regime ciniche esaltate opportuniste) che sino all’ultimo aveva propinato ai ragazzi la favola della terribile “arma segreta” con cui il Führer avrebbe alfine ribaltato l’esito del conflitto, “sconfiggendo tutti i nemici del Reich e di Mussolini”.

Così l’idealista Leoni fa calare il sipario su tutte le tragedie della guerra, sostituendo ai plotoni d’esecuzione i manrovesci di Luigia e al sangue scorso a fiumi la vergogna provata dal potente primo cittadino in camicia nera nell’essere pubblicamente schiaffeggiato dall’ultima villana del paese.

Sull’onda della notorietà – anche nazionale – acquisita grazie a questo romanzo lo scrittore trentino pubblica nel corso del 2016 due volumi. Il primo è un pamphlet con cui l’ex sindacalista Leoni intende denunciare la degenerazione del sindacalismo nazionale: La miseria del sindacato italiano. Dialogo tra nonno e nipote.

Il saggio si rivela ben congegnato, immaginato sotto forma di dialogo tra un nonno assai preparato su quanto accaduto in materia di conquiste dei lavoratori dai tempi della rivoluzione industriale fino ai giorni nostri ed un critico e talvolta impertinente nipote che ha appena concordato con il docente di riferimento l’argomento della sua tesi di laurea triennale: il sindacato. Ma dietro tale espediente letterario si cela l’obiettivo dell’autore: mostrare come quelle propinate da testi accademici e corsi universitari altro non siano che verità di comodo sulla nostra storia, versioni quando acritiche e celebrative, quando superficiali e riduttive ad uso e consumo di quegli studenti senza grandi pretese che l’odierna scuola italiana sforna per poi affidare appunto agli sbrigativi corsi di laurea “triennali”.

Ecco allora il “nonno” portavoce – oltre che presumibilmente coetaneo – dell’autore aprire gli occhi al giovane laureando, ammannendogli pillole di saggezza e citazioni (una delle quali tratta dallo stesso Leoni) ma soprattutto rileggendo un secolo di battaglie operaie sino ad interrogarsi sull’effettiva attuazione di due dettati costituzionali: diritto di sciopero e personalità giuridica delle organizzazioni sindacali. L’analisi leoniana parte dal 1904, allorché il nostro Paese conobbe il primo sciopero generale della sua storia a seguito dell’iniziativa dei sindacalisti rivoluzionari di Labriola: agitazione decisa per motivi prettamente politici, visto che nell’intendimento dei suoi promotori essa avrebbe dovuto rappresentare la scintilla dell’auspicata rivoluzione proletaria.

Calcolo destinato tuttavia a fallire grazie all’avvedutezza di Giolitti: il quale lasciò esaurire e sfogare lo sciopero limitandosi a garantire l’ordine pubblico. Donde il plauso dell’autore allo statista liberale sia per non avere inviato in quella occasione “l’esercito a reprimere i manifestanti: e ciò che sembrò una debolezza per la borghesia divenne la carta vincente per il futuro dei lavoratori”; sia per le sue successive dimissioni da capo del governo, date “da uomo saggio e seguendo una sua visione politica razionale e ponderata all’evolversi graduale della società, per non cedere alle pressioni dei rivoluzionari anarco-massimalisti ed alle richieste della classe borghese”. E se egli non riuscì ad imporsi nelle elezioni politiche tenutesi in quello stesso anno fu solo perché “non si ottiene il consenso con il buon governo, ma con l’abilità nel comunicare”.

Per quanto non lo citi direttamente, la riconoscenza del riformista e moderato Leoni – sempre obiettivo e mai partigiano dinanzi alla realtà della Storia – va poi allo stesso Mussolini, sicuramente memore dei propri trascorsi socialisti al momento della creazione dell’Inps: l’istituto con cui nel ’33 il regime fascista si preoccupò di garantire la previdenza sociale ai lavoratori, gettando così le basi del sistema pensionistico nazionale.

Mentre dopo la guerra, nonostante una costituzione repubblicana “illuminata”, sono purtroppo sopravvissute – nei partiti come nello stesso sindacato – “alcune ideologie preponderanti, retaggio della radicalizzazione ideologica passata: il comunismo rivoluzionario massimalista, il cattolicesimo oscurantista e autoreferenziale, il socialismo riformista contornato da aspirazioni liberali repubblicane; senza dimenticare una fascia di popolazione che aveva goduto di privilegi durante il Fascismo di cui ora aveva grande nostalgia”.

È proprio a questo punto che la riflessione dell’autore entra nel vivo, chiedendosi come sia stato possibile che il sindacalismo italiano sia scaduto fino all’attuale “miseria”, al punto da costringere i cittadini a “vivere in un caos intollerabile, che ben poco tiene conto del popolo sovrano che vive in una Repubblica”, snaturando completamente il diritto di sciopero: “diritto personale che va esercitato per tutelare interessi collettivi e non individuali!”.

Leoni si concentra allora sulle vicissitudini del principale e più antico sindacato nazionale, la Cgil, rilevando come esso abbia progressivamente abbandonato quello spirito che ne aveva caratterizzato la ricostituzione postfascista. Viene così celebrata la figura di Giuseppe Di Vittorio, “padre e promotore del sindacato in Italia”, ricordandone in particolare l’impegno profuso in seno all’assemblea costituente in merito alla definizione del sistema delle libertà sindacali. Lungimirante soprattutto il programma di rinascita nazionale dal sindacalista pugliese delineato per cui per risollevarsi dalle macerie della guerra occorrevano anzitutto operosità e concordia. “Che visione democratica della vita civile e sociale: altro che scioperi selvaggi o programmati per rendere più incerta e dura la vita dei cittadini nel loro quotidiano”.

Desolante riesce allora confrontare la nobiltà di quella concezione unitaria e disinteressata della battaglia sindacale con l’attuale disgregazione del sindacato, che dopo il potere di veto a lungo goduto dalla “triplice” nel corso della “prima repubblica” (e che soltanto Craxi osò mettere in discussione, spaccandola e sfidando apertamente la Cgil) ha visto il rapido proliferare di innumerevoli sindacati autonomi rispondenti ed “esigenze settarie”, a metodi “clientelari” che li portano a spendersi per elargire “favori personali e non collettivi, minando in questo modo i principi di solidarietà del Sindacato”. E che squallore comparare alla lezione di Di Vittorio la deriva caratterizzante l’attuale leadership del sindacato post-comunista: al punto che “c’è da chiedersi se Landini e la Camusso si siano mai presi la briga di leggere qualcosa del loro padre fondatore: per non dire altro”.

Capillare risulta quindi l’analisi dei principali momenti che hanno segnato tale progressivo disfacimento. Anzitutto lo spiazzamento patito dal sindacato da parte dei movimenti studenteschi post-sessantottini, con la subordinazione dei politicamente ancora acerbi operai ai più emancipati e ideologizzati studenti. Ciclo peraltro destinato a concludersi tragicamente nel ’79, con l’assassinio dell’operaio e sindacalista comunista Guido Rossa: perpetrando il quale le Brigate Rosse sancirono l’insanabile dicotomia fra due modi antitetici di concepire la lotta proletaria.

Il patto Lama-Agnelli del ’75 sul punto di contingenza: il quale al momento poté anche rappresentare “un valido accordo tra i lavoratori e la Fiat”; ma essendo inevitabilmente destinato a generare disuguaglianze, nonché una ricaduta inflazionista sul sistema economico italiano che il leader della Cgil non si rivelò capace di prevedere. Al pari dell’insensibilità manifestata dal sindacato dinanzi al fenomeno dello spopolamento delle campagne, causato da una improvvida “rincorsa salariale” che aveva finito col porre l’agricoltura in una posizione di marginalità rispetto al mondo industriale: “Il mondo contadino, che era la perla delle colline declinanti dalle Alpi e dagli Appennini, è stato distrutto dalla superficialità con cui è stato presentato e gestito il mondo produttivo industriale e dei servizi. Anche in questo contesto il Sindacato ha mostrato miopia preferendo l’aggregazione delle persone in centri produttivi o nei supermercati per poterli meglio controllare, condizionare, avere l’iscrizione”.

Per non parlare dell’errore commesso nel criminalizzare intere categorie di lavoratori autonomi: “Laddove il proletariato cresceva, godeva di stipendi fissi e in continuo aumento con regolare pagamento delle tasse e dei contributi, i piccoli settori imprenditoriali rappresentavano un peso marginale, non integrato al processo produttivo, evasori: tanto che commerciante e artigiano erano diventati sinonimo di ladro e il contadino un orpello del passato, ignorante ed emarginato”.

Quindi le degenerazioni di un’economia eccessivamente statalizzata, in cui “i dipendenti di molte aziende pubbliche erano equiparati a quelli statali o comunali e il clientelismo nelle assunzioni e nella gestione era la regola, alla quale non sfuggiva il Sindacato, ritagliandosi anzi sempre più spazi di movimento privilegiato fino a diventare anche arrogante”. Uno scenario insomma “più vicino all’organizzazione lavorativa dei paesi comunisti che di quelli gestiti da un’economia mista”.

Inevitabile a quel punto la svolta sancita dall’avvento alla guida della Fiat di Marchionne, la cui politica industriale ha rappresentato “una risposta corretta per svincolare l’azienda dall’assistenzialismo statale e incanalarla in un processo di autonomia produttiva e di risposta salariale partecipativa e legata alla produttività, anche attraverso il referendum tra i lavoratori”, destinato peraltro ad infliggere una nuova sconfitta alla Cgil.

La medesima onestà intellettuale porta il progressista Leoni a rivolgere un ancor più sorprendente plauso alla “famigerata legge Fornero”: a dargliene lo spunto è una circostanza risalente ai tempi della scuola. “Ricordo che una professoressa per sette anni aveva fatto delle supplenze: sempre presente. Appena assunta in ruolo dopo poco è entrata in maternità; scelta importante. Ha avuto tre figli di seguito; nel frattempo aveva maturato quindici anni di anzianità di lavoro, quattro le sono stati abbonati per carico familiare, ed è andata in pensione a trentanove anni. Una situazione insostenibile, a cui quella legge ha messo definitivamente fine, legando la pensione ad un’età adeguata alla nostra società e ai contributi versati. I tuoi figli e nostri nipoti la ringrazieranno per il suo coraggio, anche se matureranno altre situazioni come la pensione integrativa, che sostituirà le liquidazioni”.

Da rivedere anche l’assegno di maternità: inizialmente assai meritorio ma riguardo al quale il sindacato si è ad un certo punto “distratto”. “Ma ti sembra possibile che vi sia una così enorme disparità di assegno tra un giudice o deputato donna, un’operaia, un’impiegata o una casalinga? L’ultima non riceve nulla, se non saltuariamente un assegno, impiegata e operaia ricevono i loro stipendi di mille, millecinquecento euro: ma una deputata o una giudice o una dirigente sindacale ricevono dai cinque ai ben diecimila euro al mese. Ti sembra giusto?”.

Ed è ancora dalla sciagurata scuola italiana che viene l’esempio più desolante di frammentazione sindacale, partecipando a trattative e firma contrattuale ben diciotto organizzazioni, “frutto delle clientele e dimostrazione della pochezza di attenzione verso gli studenti”. Così come danni ha fatto quella concezione per certi aspetti giacobina che ha voluto la scuola “uguale per tutti”; cui si è peraltro sommata l’incapacità da parte delle istituzioni di attuare una qualche politica occupazionale atta a fronteggiare l’esplosione del mercato del lavoro determinata da globalizzazione e fenomeno immigratorio.

“La crescita intellettuale di ciascuno di noi è molto diversificata; chi ha più capacità manuali non deve esser costretto a interminabili lezioni teoriche che lo avviliscono, impoverendo tutto il mondo dei mestieri, che è andato scomparendo dopo gli anni Ottanta e Novanta, lasciando uno spazio enorme alla richiesta di manodopera straniera: conciatori, muratori, manovali, falegnami, calzolai, cuochi, camerieri, assistenti domiciliari, idraulici… Spazi occupati dagli immigrati proprio per la carenza di attenzione all’evolversi del mondo del lavoro, alla rigidità sindacale e alla sua rinuncia alla Formazione nella maggior parte delle Regioni”.

Se allora le regioni hanno fallito, per garantire ai giovani una formazione professionale adeguata non resta che privatizzarne la gestione; ed al nipote che gli obietta che la scuola dovrebbe essere in ogni caso “gestita da Stato ed enti pubblici per renderla più vicina al cittadino”, il nonno ribatte: “Anche un bar fa servizio pubblico, eppure è gestito da privati. La Formazione professionale non va confusa con l’Istruzione superiore degli Istituti professionali, che fanno capo al Ministero della Pubblica Istruzione”.

Tirando le somme, Leoni ritiene assolutamente indispensabili “una scrematura dei sindacati, molti dei quali sono semplicemente pretestuosamente e ideologicamente protestatari, in nessun modo rispettosi del benessere collettivo”; ed una legge sullo sciopero, con la quale “si alzerebbe il grado del confronto tra le parti e si avvierebbe una nuova fase mirante alla collaborazione costruttiva e di compartecipazione aziendale rispetto alla conflittualità permanente”.

Il nipote a questo punto si mostra convinto; ma al tempo stesso consapevole del conflitto che potrebbe determinarsi con le posizioni “politicamente corrette” praticate a livello accademico: “Oh, nonno! Parlerò con il mio professore: se mi caccia, vengo da te e ricominciamo a ragionare”. Sempre meglio l’onestà intellettuale che un titolo di studio fasullo, ottenuto solo grazie a conformismo e compiacenza nei confronti del pensiero dominante.

Assai felice l’esito del romanzo con cui Leoni si ripresenta al suo ormai affezionato pubblico nelle vesti di narratore: compito non facile, specie in considerazione del successo riscosso da Donna Luigia. Invece Ma’ecchia. L’ape regina non solo non delude, ma si presenta come la più riuscita delle opere del nostro: un testo limpido, maturo, in cui lo scrittore trentino mostra di avere finalmente risolto quella commistione tra slancio narrativo e concettosità che ne ha talvolta condizionato la vena.

Il racconto rappresenta inoltre un omaggio ai luoghi di cui Leoni si sente ormai figlio adottivo, essendo ambientato proprio in quella terra di confine tra Lunigiana e Garfagnana che è l’alta Val d’Aulella: della quale egli rimarca sentitamente l’“unicità”, celebrandone più volte l’incanto suscitato dalla vista dei maestosi paesaggi appenninico-apuani. Le corde del cuore vengono del resto tirate in ballo sin dalla polemica dedica, che raccorda in pratica i due scritti leoniani del 2016: “In memoria della mitica civiltà contadina sopravvissuta per millenni “a peste fame et bello”, distrutta dalla disattenzione del clero, dalla superficialità della borghesia, dalla supponenza della classe operaia, nella disgregazione clientelare della politica”.

Alle intromissioni teorico-filosofiche l’autore mostra stavolta di preferire le massime della saggezza contadina, che non appesantiscono la narrazione ma anzi la insaporiscono. Soltanto in una occasione egli si lascia andare ad una ambiziosa considerazione da filosofo della storia, che suona stonata rispetto all’incedere arioso e lineare del racconto. Si tratta della curiosa domanda posta al lettore nel rilevare come la protagonista, Vittorio Emanuele III e l’anarchico Bresci – l’assassino di Umberto I – siano nati nel medesimo anno: “Chi avrà influenzato in modo più duraturo lo scorrere del tempo e il flusso degli avvenimenti; chi avrà avuto più influsso creativo nell’evolversi del cosmo: Maria, Bresci oppure il re fuggiasco?”. Nessuno dei tre, gli risponderebbe Pascal: perché dinanzi all’immensità dell’infinito e agli imperscrutabili disegni della provvidenza l’uomo non è che una nullità.

Felice riesce invece la suddivisione del testo in due parti, delle quali il romanzo vero e proprio costituisce la seconda. Nella prima Leoni si cala infatti nei panni del ricercatore storico, attingendo a piene mani a testi e documenti vari per ricostruire la storia dell’arteria destinata a cambiare profondamente la vita della gente di quelle vallate: la “Strada dell’Alto Circondario”, progettata all’indomani dell’Unità d’Italia per unire Castelnuovo Garfagnana a Fivizzano valicando il passo dei Carpinelli e che già nel 1883 poteva considerarsi compiuta, “spianando costoni di colline e costruendo ponti a volta di romana memoria, rendendo così anche più veloci gli approvvigionamenti di materiale e di uomini, attraendo l’attenzione dei nuovi ricchi, motivandoli ad acquistare poderi a coltivazione di viti, oliveti, pascoli, campi a granaglie”.

Fino ad allora infatti per spostarsi da un luogo all’altro occorreva sfruttare i percorsi offerti da madre natura: i quali potevano seguire il corso dei torrenti o sfruttare i crinali montani e collinari, all’interno di un sistema viario rigidamente dettato dai potentati locali rappresentati più anticamente dai castelli, in epoca moderna dai vari ducati succedutisi nel controllare questa regione di confine storicamente contesa. Così a sentieri, viottoli, mulattiere subentrava finalmente la strada “carrabile”: con il fragore delle mine che ne scandivano la costruzione a preannunciare alla popolazione l’avvento di una nuova era.

Il cantiere non rappresenta soltanto una buona opportunità di lavoro per tanti contadini di quelle montagne, ma anche l’occasione per propiziare fidanzamenti tra giovani in età di matrimonio che non si sarebbero altrimenti mai incontrati. È il caso di Sante, garfagnino di Pontecosi, e Maria, bionda beltà di Pugliano: e a fare da galeotta è la canicola di un meriggio di solleone. “La fontana di Pugliano era un punto di incontro per raccogliere e distribuire l’acqua, e Maria era assidua nel portarla agli operai: anche perché per il servizio veniva dato qualche soldo. Appena aveva uno spazio di tempo dalle incombenze della stalla e della campagna, ora che i fratelli eran ormai grandicelli e potevano badare a se stessi, andava alla fontana e si metteva a disposizione.

“L’estate era iniziata e il sole cocente già a metà giugno e a luglio sembrava non dare tregua. Lei si caricava di due secchi posti all’estremità di una brentola e saliva verso Metra fermandosi a versare acqua a chiunque lo chiedesse. Un odore di sudore l’attrasse, per lei particolare, unico. Un odore leggero di aglio diluito e ammorbidito dal sudore la indusse a porre il suo sguardo su un giovane abbrunato dai raggi del sole, esile ma nerboruto, attento a collocare le pietre una sopra l’altra per creare un muro di contenimento. Aveva una camicia fradicia dal sudore che grondava lento e inesorabile ad ogni movimento fino a penetrare negli occhi. Fece uno sbuffo, si tolse i capelli dagli occhi, con la manica della camicia fece il gesto di asciugarsi il sudore, quando una voce chiese: “Desiderate un po’ d’acqua?””.

Il dialogo che segue suscita il colpo di fulmine fra l’ammirato operaio, felice di apprendere che l’avvenente acquaiola non è sposata né fidanzata, e la villanella, attratta sia dall’aspetto fisico che dal ragionare schietto e scanzonato di lui, simpaticamente ispirato dalle romantiche storie dei canti a maggio. “Salutò, proseguì nella distribuzione ma il suo cuore era stranamente turbato e la sua mente invasa dalle sue immagini, anche quelle più strane: il volto, le braccia nerborute, gli occhi rigati da ciglia e sopracciglia tendenti al biondo di color celeste, i folti capelli rossicci resi più chiari dalla polvere, la fronte alta e spaziosa, le mani callose e sapienti; immaginava il petto villoso e poi non osava andare oltre e ritornava il turbinio di immagini, fino a turbare anche il suo sonno e a spingerla già di buon mattino del giorno seguente a cercarlo e a chiedere il suo nome. “Sante, mi chiamo. Ma vi piaccio davvero, allora si può fare. Non subito, se sapete aspettare, metto insieme una dote ed intanto ci frequentiamo, ci diamo una mano, programmiamo il nostro futuro””.

L’innamorata Maria sa ben attendere il suo promesso sposo e a tempo debito i due convolano a nozze, mettendo al mondo uno dietro l’altro cinque figlioli in quel di Metra. Nell’ambito del matrimonio la donna finisce con l’incarnare alla perfezione l’ideale femminile della società rurale, mettendo a frutto nel migliore dei modi i semi ricevuti attraverso l’educazione dalla famiglia sino a divenire il faro dell’intero villaggio. La sua ispirata personalità diviene così il risultato di un felice connubio fra la moralità dell’ambiente in cui vive ed una intensa interiorità .

“Maria cresce in un contesto contadino dove la vita si impasta del lavoro nei campi con le nascite degli umani alternate a quelle degli animali in uno stretto nesso vitale con il mutare annuale e perpetuo delle stagioni, che rappresentano il ciclo della vita. Il tutto condito dal messaggio cristiano che per lei diventa il nutrimento spirituale e intellettuale: dai racconti della vita e del messaggio di Gesù assorbe la convinzione, che per lei è fede, che Gesù al suo passaggio lasci un flusso di positività, che esprime con parole che invitano ad aver fiducia in se stessi e che spesso passa attraverso l’imposizione delle mani, da cui esce un flusso salvifico. Essa apprende e trasmette questa positività tanto da diventare centro di attenzione salutare per chi a lei si affida con semplicità: uomini e animali ne traggono beneficio”.

Finché con sapiente dosaggio fra realtà e immaginazione l’autore introduce nel racconto la figura quasi manzoniana del Ministro, divenuto con l’avvento della nuova strada il dominus di queste terre.

“Uno sconosciuto si era presentato agli operai come sovrintendente dei lavori. Un signore distinto, vestito alla moda, con gilet e calzoni stretti fin dentro gli stivali: nelle stagioni più fredde o con la pioggia indossava un mantello cerato con fodera interna in piuma d’oca, staccabile nelle stagioni più miti; in estate un abbigliamento leggero, con camicette di lino sbottonate fino a far intravedere il petto villoso vellutato da una folta peluria castana, che si intravedeva nel suo cavalcare da un posto di lavoro all’altro, tanto da attirare l’attenzione e solleticare la fantasia di molte donne e l’invidia degli operai affaticati e zuppi di sudore.

“Circolava con il suo cavallo da una postazione all’altra, all’inizio riservato ed altero, poi loquace e paternalista. Aveva comperato una casa a Metra e – si mormorava – due poderi a Sermezzana, tre a Lugigliano, due a Pretella, uno a Castiglione della Ginestra. La gente pettegolava incuriosita agli angoli dei borghi, sui cigli delle strade, nelle stalle, nelle aie, trasmettendo l’un l’altro notizie appena accennate, che venivano colorite da particolari fantasiosi; tutti si chiedevano da dove venisse: ma soprattutto si domandavano l’origine di tanto potere e di tanta ricchezza”.

Chiacchiericcio che l’ambizioso quanto scaltro personaggio sa gestire nella maniera a lui più conveniente, in base ad un freddo calcolo, mantenendo i primi tempi un atteggiamento distaccato e superiore, in modo da “creare attorno alla sua figura rispetto e timore: due sentimenti che mescolati assieme creano un alone di potere”. Quindi, una volta “stabiliti i termini del suo potere, riconosciuto come un essere fuori del comune, non tanto per le sue abilità o cultura, ma per la sua condotta di vita fuori dalla portata dei locali, egli iniziò a frequentare i notabili del paese, il clero, gli insegnanti: tutti quelli che per censo potevano dare il loro voto per scegliere gli amministratori delle comunità locali, provinciali e nazionali rilasciando loro notizie, episodi e fatti del suo passato che, travasati da bocca a bocca, arrivavano alla gente contadina ampliati e avvolti nel mistero. Faceva trapelare notizie mirate a suscitare ammirazione, storie raccontate per creare un alone di mistero, affermazioni per incutere timore, distribuzione di compensi da suscitare invidia, acquisti per marcare la propria differenza e superiorità di censo”.

Il Ministro irrompe nella vita dei nostri coniugi suoi mezzadri la mattina in cui, nel controllare da cavallo i lavori nelle sue terre, invece di tirar dritto come suo solito limitandosi a salutare i braccianti si ferma ad interloquire con Sante, interrompendone il lavoro alla vanga e prospettandogli una “vantaggiosa proposta”. Avendo ricevuto tempo addietro dal padrone un anticipo di denaro, il contadino pensa istintivamente che a ciò sia dovuta la visita: “Con la vendita dei primi frutti, con il raccolto dei cereali e con lavoro in aggiunta presso la vostra casa in un paio di anni riusciremo a pagare il debito. Le malattie sono una condanna per la povera gente, i nostri figli sono ciò che di più prezioso abbiamo e per loro siamo disposti ad ogni sacrificio. Già due sono morti per disgrazia e per il tifo; Mistica e Adelmo crescono sani, ma abbiamo speso un capitale in medicine e ricostituenti. Biagio per ora sembra star bene, anche se mia moglie dice che è fiacco nella poppata e teme che abbia qualche malattia sconosciuta: ma per i nostri figli siamo disposti ad altri sacrifici”, si premura di giustificarsi.

Senonché le mire del signorotto vanno in altra direzione: “Come sapete ho scelto voi per i miei poderi, perché siete laboriosi, non vi lamentate, onorate gli impegni, siete schietti e sinceri senza mostrare arroganza. La mia proposta riguarda vostra moglie: meticolosa, creativa, attenta all’igiene e alla pulizia, esperta nell’assistere le partorienti e nel dare loro utili consigli, sempre di buon umore tanto da esser ben accetta a tutti e – si mormora – anche fautrice di misteriose e benefiche iniziative”. Ruffiano preambolo che induce il diffidente villano ad un “innominabile pensiero”: “Ehi, signore dei miei stivali, non chiederai mica che mia moglie giaccia con te a compenso dei debiti, come preteso da alcuni prepotenti, pidocchi rifatti, che approfittano delle disgrazie dei mezzadri per estendere la loro padronanza anche su mogli e figlie?”.

La dignità prima di tutto: mai l’uomo sarebbe disposto ad un baratto del genere, a costo di finire in disgrazia. Ma anche gelosia, eccessiva ed ingenua: perché è impensabile che il piacente e mondano Ministro, con tutte le occasioni che avrà per le mani, abbia messo gli occhi addosso proprio ad un’umile contadina non più di primo pelo e con sulle spalle già cinque, consecutive gravidanze.

Intuitone il turbamento, l’altro tuttavia lo rassicura, spiegandogli che la proposta riguarda la necessità di una balia per una famiglia ebrea residente in Tunisia ma attualmente in Versilia per affari: “La signora ha partorito due gemelli al settimo mese e non è in grado di allattarli adeguatamente: ho pensato a tua moglie perché è ancora nel pieno delle sue forze fisiche, ha partorito da poco ed è in grado di dare il latte per molti mesi. Maria verrà trattata come una principessa, non le faranno mancare nulla, le verrà dato il giusto compenso: e per mostrarti il mio riconoscimento e quanto per me sia importante la vostra disponibilità, vi vengo incontro proponendovi il solo rimborso del prestito senza l’aumento degli interessi”.

Allorché il marito le comunica della impegnativa richiesta del padrone, la devota contadina reagisce ponendosi proprio scrupoli di fede: “Dovrei partire per un luogo così lontano, al servizio di infedeli?”. Poi però a prevalere è la ragionevolezza: “Sante e Maria si guardarono negli occhi: la miseria era troppa per rinunciare ad un’offerta così vantaggiosa. Sarebbero stati lontani per un lungo periodo di tempo, ma si sentivano giovani e non volevano ridursi a una vita di stenti, senza prospettive di un futuro, con il rischio che un loro rifiuto poteva motivare e indurre il Ministro ad allontanarli con una scusa dai suoi poderi, annullando il contratto di mezzadria”.

Ma per prendere la decisione definitiva è necessario un ulteriore, più istintuale passaggio: “Si avvicinarono per sentire anche le sensazioni che i loro corpi emanavano; perché i contadini, oltre all’udito e alla vista, hanno molto sviluppati anche l’olfatto ed il tatto, che riescono a trasmettere sensazioni occulte per i più, ma riconoscono e confermano o rifiutano i suoni uditi e le cose viste al pari degli animali domestici: che istintivamente sanno di chi fidarsi, da chi accettare il cibo, a chi rivolgere un chiamo per esser accuditi. Stettero vicini per alcuni minuti, in silenzio; sentivano il loro respiro e fin quasi il battito del cuore, avvolti dalla luce, dal tepore, dai suoni che la natura offre nel primo mattino delle giornate serene di maggio: frusciare di foglie e di insetti, cinguettii, belati, purezza dell’aria”.

Prima di partire Maria si affida alla protezione della Madonna della Guardia, confessandosi da don Antonio che ha appena dato vita a quel santuario sul monte Argegna destinato ad unire nel suo culto le genti di Lunigiana e Garfagnana. In Tunisia trascorrerà oltre un anno, perfettamente calata nel nuovo ruolo e facendosi onore: ma fremendo di gioia il giorno in cui potrà finalmente “riprendersi la visione dei suoi monti, che tanto le erano mancati”. Ecco il treno giungere ad Aulla: ed è con lirismo che Leoni dipinge quest’altra pagina di sapore manzoniano, vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti di una vallata.

“La carrozza aveva preso la direzione verso oriente accolta come in una culla tra i pendii delle Alpi Apuane le cui guglie ispiravano pensieri di eterna immensità e gli Appennini ascendenti dolcemente verso il cielo ed ora verdeggianti a ricordare i prati sempre verdi del paradiso biblico. Un profondo senso di pace era sceso nell’animo di Maria. Si sentiva felice e soddisfatta, orgogliosa persino al pensiero di aver affrontato l’ignoto e di aver contribuito al benessere dei propri cari. Superate le strettoie e le gole che portano a Casola, al montare della carrozza attraverso Vigneta intravide in alto sulla guglia di una collina il borgo natio di Pugliano. La commozione la colse e sentì riempirsi il cuore di vita e gonfiare come il fluire del latte nel suo seno. Corse con gli occhi a ricordare i pendii, i pianori, le cime delle montagne, a nominar i borghi che come gemme costellavano l’ampia distesa: Reusa, Vedriano, Castiglione, Offiano, Regnano, il monte Grosso, il monte Tondo ed immobile e aspra la parete irta della Nuda. A schiera le Alpi Apuane cambiavano il loro aspetto ad ogni cambio d’angolo, ad ogni curva, ad ogni pendio fino a quando arrivata la carrozza ai piedi di Metra le apparvero come un miraggio di eternità, estese verso l’infinito orizzonte ed incombenti come braccia materne ad accogliere e custodire la vita dell’uomo”.

Tutto il paese è assiepato davanti alla chiesa a salutare il ritorno di Maria; da una parte Sante, con accanto Mistica e Adelmo ma senza il piccolino. Preoccupata la donna ne chiede allora al marito: “Biagio? – Sicuramente è tornato tra gli angeli”. Ringraziati i paesani per la manifestazione di affetto (“Vi ho sempre ricordati nelle mie preghiere”), Maria è finalmente a casa, a raccontare ai familiari le vicende del proprio soggiorno africano: “storie che i bambini ascoltarono come favole, tanto che di lì a poco si addormentarono”.

Dopodiché “la primavera avanzata, la lontananza, il vuoto creato dalla perdita di Biagio, l’affetto coltivato nelle notti solitarie, i ricordi, la speranza di una vita confortata anche da una migliore situazione economica, la voglia di vivere portarono Maria e Sante a giacere insieme in un amplesso tante volte immaginato, lasciandosi andare ad un pudico piacere del corpo divenuto anche balsamo per l’anima. Nacque una bambina e Maria chiese a Sante di chiamarla Ivonne, a perpetuo suggello del loro coraggio di vivere”. Cui seguirà Modesto, ultimogenito; con l’operosa madre che saprà alternare alle incombenze domestiche il lavoro al telaio, avviato grazie al gruzzoletto messo insieme in Tunisia.

Secondo un registro caro all’autore, il secondo tempo del racconto vede intrecciarsi alle vicissitudini familiari dei protagonisti gli eventi della Storia. Qui Leoni è bravo nel ricostruirci fedelmente riti ed usanze della civiltà contadina apuana: dalla centralità dell’allevamento del bestiame, all’utilizzo di caratteristici quanto antichi strumenti, ai contratti in cui parola e stretta di mano valevano più di qualunque scrittura. Evento particolarmente traumatico nella vita della famiglia si rivela il catastrofico terremoto del 1920, che oltre alla casa si porta via Sante, infermo e febbricitante e quindi allettato invece di trovarsi già da un pezzo nei campi al pari degli altri contadini alle 8 di quel fatale mattino di inizio settembre.

La cinquantenne Maria diviene allora più che mai “ape regina” nel mandare avanti lei tutto quanto: soprattutto nell’inculcare in figli e nipoti con il suo quotidiano esempio quei sacri valori cui nell’arco della sua intensa vita mai ha derogato. Sino a guadagnarsi l’appellativo dialettale di “Ma’ecchia”: “madre vecchia” nel senso di mamma, suocera e nonna sagace e venerata. Ma non certo per vivere di ricordi e veglie al camino: nella narrazione è ancora tempo per qualche zampata, specie nello sfacelo della guerra segnato dall’avvento di quella sciagurata “Repubblica di Salò” asservita all’alleato germanico. È notoriamente questo il periodo prediletto dallo scrittore trentino, che si rivela ancora una volta impagabile nel dipingere inopinate scenette che preannunciano la tragedia che di lì a poco si abbatterà su questa terra sfortunatamente posta a ridosso della Linea gotica.

In luogo dell’agognata fine del conflitto mondiale un giorno la gente vede sopraggiungere lungo la rotabile “una macchina nera che sembrava quella dei carabinieri, dietro una camionetta che nell’avvicinarsi mostrava una bandiera tricolore sventolante e dentro quattro personaggi vestiti da gerarchi fascisti, di seguito camionette e camion con insegne sconosciute”. Spiega allora qualcuno più infervorato degli altri trattarsi delle insegne dell’esercito tedesco: “Mussolini ha costituito un nuovo stato, una repubblica per riparare allo sfregio fatto dal re, che si è rifugiato tra le braccia di inglesi e americani. Il duce è ritornato a salvare l’onore dell’Italia e a mantenere l’alleanza con la Germania di Hitler”. A questo punto, “mentre gli altri seguono a bocca aperta il passaggio di quel piccolo esercito, Ma’ecchia ha uno scatto di stizza e alzando la corona del rosario fa un gesto di sfida: “Senza re, senza patria, senza Dio!””.

Per poi esplicitare ancor meglio il concetto allorché i medesimi “repubblichini” le si presentano all’uscio a farsi propaganda, e dopo che le è stato per giunta richiamato alle armi Modesto, già in età matura e padre a sua volta. “Via da questa casa, rinnegati e traditori. Viva il re. Viva la religione. Viva la patria. Su di voi annunciatori di sciagure scenda l’ira di Dio”. Maria avverte quest’altra catastrofe che di lì a poco si abbatterà sul capo della sua gente per mano di plotoni d’esecuzione nazifascisti e bombardieri angloamericani; ma ciò che più le riesce incomprensibile è che ciò debba avvenire a seguito della violazione di quei sacri principi retaggio di una tradizione millenaria ed incarnati dai simboli del Trono e dell’Altare.

Nella sua compiuta rivisitazione storica – che assume stavolta le dimensioni di un affresco – oltre a restituirci mentalità e costumi di un’epoca, mirabilmente impersonati dalla figura della protagonista, Leoni è riuscito anche a ricostruire fedelmente aspetti e momenti di una vita quotidiana così semplice e sana eppure perduta per sempre, facendo peraltro rivivere quelli che per la gente di questa terra furono a lungo dei veri e propri personaggi: il sacerdote artefice della Madonna dell’Argegna al pari di altri parroci non meno amati, il mugnaio di Montefiore, il segretario del Fascio di Metra.

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