Una targa per Giovanni Gentile

 

Fra quanti aderirono al fascismo, Giovanni Gentile rappresenta sicuramente una delle figure più nobili. Intellettuale di spicco del mondo liberale, al pari di tanti ex giolittiani egli iniziò a guardare con simpatia al nuovo movimento nel corso del “biennio rosso” seguito al primo conflitto mondiale, allorché le quotidiane violenze perpetrate da chi intendeva fare dell’Italia uno stato comunista indussero molti moderati a giustificare gli altrettanto brutali metodi messi in atto dalle camicie nere.

Direttamente ispirate al suo idealismo filosofico le scelte operate dopo la presa del potere da parte di Mussolini: nel cui esecutivo egli accettò di entrare, come ministro della pubblica istruzione, allo scopo di realizzare quella riforma della scuola cui con Croce lavoravano da decenni, e che l’amico non era riuscito ad attuare allorché era stato a sua volta ministro nell’ultimo governo Giolitti. Così come al partito fascista Gentile si sarebbe iscritto l’anno successivo, ormai individuato nel Duce “l’uomo del destino” per un Paese uscito dalla guerra vincitore ma completamente allo sbando sul piano etico-politico, e nel Pnf il potenziale motore di una rigenerazione morale e religiosa degli italiani che ne rinnovasse lo spirito risorgimentale. Obiettivo del filosofo quello di dotare l’ancor grezzo partito mussoliniano di un adeguato fondamento ideologico e culturale, in un momento in cui la dittatura era peraltro ancora di là da venire e tutte le libertà costituzionali pienamente garantite.

Portata a compimento l’agognata riforma, Gentile si dimette da ministro dopo il delitto Matteotti, ma senza far mancare il proprio sostegno a Mussolini una volta superata la crisi con la pubblicazione del Manifesto degli intellettuali fascisti e quindi prendendo parte a tutta una serie di iniziative culturali del regime, a cominciare dalla direzione della prestigiosa Enciclopedia italiana. Nonostante tali ininterrotte collaborazioni, l’illustre docente non assumerà mai nei confronti della dittatura posizioni opportunistiche e compiacenti, rimanendo fondamentalmente un moderato, mantenendo anche con coraggio un atteggiamento del tutto autonomo (quando non critico) e finendo con l’essere di fatto un emarginato rispetto al potere.

In ossequio alla tradizionale concezione liberale dello Stato laico Gentile si oppone ai Patti lateranensi, censurando in particolare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole medie e superiori e valorizzando polemicamente la figura di Giordano Bruno sino a guadagnarsi – lui dichiaratamente cristiano e cattolico – la messa all’indice delle sue opere da parte del Sant’Uffizio. Per poi scagliarsi contro il ministro dell’educazione nazionale (com’era stata ribattezzata la pubblica istruzione) De Vecchi, accusandolo di “inquinamento culturale”, allorché l’ex quadrumviro avvia la fascistizzazione della scuola sopprimendo anzitutto quel Consiglio superiore della pubblica istruzione con cui lo Statuto albertino ne aveva tutelato l’autonomia.

Ma la presa di posizione che più fa onore al nostro è sicuramente quella contro le leggi razziali, preceduta da una condanna delle teorie razziste in auge nella Germania nazista condotta adducendo l’esempio dell’antica Roma e qualificando come “popoli piccoli e di scarse riserve quelli che si chiudono gelosamente in se stessi in un nazionalismo schivo e sterile”. Anche in questo caso Gentile non mancò di levare pubblicamente la propria autorevole voce (era tuttora direttore della Normale di Pisa, nonché vicepresidente della Bocconi) a difesa di colleghi ebrei allontanati dall’insegnamento a seguito dei provvedimenti del ’38.

Di fatto un corpo estraneo al fascismo al momento dell’entrata in guerra italiana, dopo anni di silenzio politico il filosofo non si tira indietro allorché l’ormai traballante regime gli chiede di tenere un intervento pubblico, nel frangente più critico per il Paese apparendo le sorti del conflitto ormai segnate. Tralasciando le colpe della dittatura, non resta che appellarsi al patriottismo: nasce così il Discorso agli Italiani, tenuto in Campidoglio il 24 giugno ’43 e nel quale l’esortazione all’unità nazionale fa leva sui momenti salienti della nostra storia, da Roma al Rinascimento, dall’epopea garibaldina alla riscossa di Vittorio Veneto dopo Caporetto. Dopodiché Gentile si ritira sulle colline fiorentine, per dedicarsi a quello che resterà il suo ultimo scritto teorico.

Senonché la sorte gli volta definitivamente le spalle, precludendogli una vecchiaia tranquilla ed avviandolo anzi ineluttabilmente verso la sua tragica fine. Vissuta con indifferenza la caduta di Mussolini, una volta insediatosi il governo Badoglio il professore accoglie con soddisfazione l’inserimento nell’esecutivo di alcuni suoi ex collaboratori: a cominciare da Leonardo Severi, già al suo fianco nell’elaborazione della riforma scolastica e adesso nominato a sua volta ministro dell’educazione nazionale. Anche in considerazione dell’importante ruolo ancora ricoperto in ambito accademico, Gentile invia all’ex segretario delle lettere private in cui, oltre a fargli gli auguri per il suo nuovo incarico, gli richiama certe questioni inerenti l’università, ed in particolare la Normale, dal crollo del regime lasciate in sospeso.

La reazione di Severi è però la più inattesa e sconcertante. Credendo evidentemente in tal modo di acquisire punti sul piano dell’antifascismo, egli rivolge contro l’illustre predecessore un duro attacco pubblico, travisandone volutamente il senso dell’invito ed omettendo per giunta di rivelarne i contenuti. Dalle colonne del “Giornale d’Italia” il ministro accredita arbitrariamente l’immagine di un Gentile che gli si sarebbe inopportunamente proposto quale “consigliere”, costringendolo a respingerne l’incauta proposta: “Non posso accettare il Suo consiglio perché Lei dopo il 1924 e sino all’infelice discorso del 24 giugno di quest’anno non ha esitato a mettersi al servizio della tirannia – e quale tirannia – e con l’autorità allora indiscussa del Suo nome ha contribuito più che tanti a rafforzarla. I giovani, la scienza, la verità sono stati traditi al punto che un ministro dell’Educazione nazionale di un governo che ripristina la libertà non può più averla tra i suoi consiglieri”. Privilegiando le ragioni della dignità, il filosofo a quel punto rassegna le dimissioni da direttore della Normale.

Ormai inesorabilmente segnato il suo destino di personaggio più di chiunque altro “a Dio spiacente e a’ nemici sui”, dopo l’8 settembre a Gentile vengono rivolti pesanti attacchi anche da parte di Radio Monaco: la voce concessa da Hitler agli esponenti del fascismo più estremo, prontamente riparati in Germania. La guerra marcia nel frattempo rapidamente verso la sua pagina per noi più tragica: il ritorno di Mussolini, l’occupazione tedesca, l’Italia spaccata in due. Pure il redivivo fascismo “repubblicano” mostra di avere bisogno del suo antico ideologo: Gentile riceve la visita del ministro dell’educazione nazionale di Salò, Biggini, che gli propone di entrare al governo. Rifiutatosi, il nostro non può tuttavia declinare l’invito del Duce – ora più che mai uomo del destino, per lui – che dal suo esilio dorato di Gardone ha espresso il desiderio di incontrarlo.

Ed è solo per coerenza, per amor di patria, per contribuire a “salvare il salvabile” – non certo per ambizione, o fanatismo ideologico – che il 17 novembre ’43 il professore accetta la nomina a presidente della ricostituita Accademia d’Italia, subentrando a Federzoni da Mussolini destituito in quanto sostenitore dell’ordine del giorno Grandi che ne ha decretato la caduta: “non accettare sarebbe stata suprema vigliaccheria e demolizione di tutta la mia vita”, spiega in una lettera alla figlia. Ancora una volta scrupoli di coscienza, per un incarico che non avrebbe potuto essere più simbolico ed onorifico – specie in una situazione del genere – e che pur non attribuendogli alcun potere ne comporta comunque tutti i rischi.

In questo momento Gentile non può prevedere quello che sarà il fascismo di Salò: un lugubre supplemento del Ventennio fanatico quanto malefico, costituitosi soltanto per compiacere l’alleato tedesco, privo della minima autonomia politica ed operativa, diretto dagli esponenti del regime più fanatici (che alla fine moriranno peraltro tutti) e che farà dell’odio e della vendetta la propria ragion d’essere. Nel nome di un malinteso “senso dell’onore” nei confronti della Germania, e sfruttando il carisma di un Mussolini politicamente ed umanamente finito eppure ancora in grado di smuovere gli animi di tanti italiani, a guerra ormai perduta si condannerà il Paese alla definitiva rovina, si scatenerà una guerra civile, si sfasceranno famiglie, si manderanno a morire tanti giovani – molti dei quali poco più che bambini – colpevoli soltanto di continuare a vedere nel Duce un idolo.

La riapparizione del filosofo sulla scena politica provoca l’immediata reazione dei quotidiani repubblichini più oltranzisti: è in particolare il milanese “Fascio” ad accusarlo – prestando fede a quanto pubblicato da Severi – di essersi messo a disposizione del governo Badoglio, rinfacciandogli al contempo di avere a suo tempo trasformato l’Enciclopedia in una “casa di ebrei”.

Intanto l’avanzata alleata impone il trasferimento della sede dell’Accademia da Roma a Firenze, collocata in Palazzo Serristori; mentre nuova residenza privata di Gentile diviene Villa Montalto, al Salviatino, ove egli trova ospitalità assieme alla famiglia. La situazione che nella parte del Paese rimasta soggetta all’occupazione tedesca si determina a seguito dei nuovi sviluppi bellici finisce con il riproporre in pratica il clima politico del biennio rosso, con reciproci regolamenti di conti tra le opposte fazioni in cui agli antichi rancori si sommano da una parte la disperata ferocia di chi sente di non avere ormai più niente da perdere, dall’altra la spietata voglia di rivalsa di chi per oltre vent’anni ha dovuto chinare il capo, vedendo adesso il nemico in disfatta.

A Firenze, in particolare, era ancor vivo il ricordo di quanto avvenuto nel febbraio del ’21, allorché un attentato anarchico attuato in piazza Antinori contro un corteo nazionalista aveva causato la morte di uno studente e di un carabiniere, provocando l’immediata reazione degli squadristi neri culminata nel barbaro assassinio del dirigente comunista Spartaco Lavagnini. Il giorno successivo, mentre da solo percorreva in bicicletta il “ponte sospeso” (privo di piloni e posto nel punto in cui oggi si trova il ponte alla Vittoria), era a sua volta incappato in una squadraccia rossa il giovane fascista Giovanni Berta: riconosciuto per via del distintivo che portava all’occhiello, dopo essere stato circondato dai social-comunisti il malcapitato era stato pugnalato e quindi gettato di là dal parapetto, riuscendo comunque a rimanere aggrappato al bordo del ponte. Ma il sadico accanimento degli aggressori aveva ben presto vanificato tale disperato tentativo di salvezza, colpendo ripetutamente il giovane con calci e bastonate sulle mani e in faccia sino a farlo precipitare tra i flutti, ove era annegato. Proclamato “martire della rivoluzione fascista”, al Berta sarebbe stato dedicato il nuovo stadio fiorentino: vero e proprio monumento al regime ed al suo capo, riproducendo nella forma la D di Duce.

Non dissimile la temperie che si determina in città tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44, e che vede da una parte le violenze perpetrate dai neo-squadristi del “reparto di servizi speciali” del maggiore Mario Carità, dall’altra il rapido costituirsi di un variegato fronte antifascista, in cui le strategie risultano le più diverse: mentre infatti i più illuminati esponenti locali del partito d’azione danno vita a Radio Cora (l’emittente clandestina deputata a tenere i contatti con gli Alleati), il partito comunista organizza anche a Firenze gruppi armati di “gappisti”, precursori cittadini dei partigiani delle montagne ed il cui precipuo compito è quello di inasprire il più possibile il clima di guerra, in una prospettiva sommariamente rivoluzionaria.

Già il 1° dicembre ’43 i terroristi rossi mettono a segno il loro primo colpo, giustiziando sulla porta di casa il tenente colonnello Gino Gobbi, comandante del distretto militare fiorentino. Per rappresaglia il tribunale straordinario decreta la fucilazione di cinque detenuti comunisti, eseguita il giorno dopo sul piazzale delle Cascine. L’innescata spirale di sangue induce l’arcivescovo di Firenze Dalla Costa a rivolgere un appello pubblico “per la pacificazione degli animi”, con il quale esorta la cittadinanza ad astenersi da ogni atto di violenza: intervento che non riceve tuttavia l’approvazione dei vertici del Cln toscano; con i comunisti in particolare che decidono anzi di intensificare la propria attività di guerriglia.

In un clima del genere, l’idealista Gentile ritiene – per la verità alquanto ingenuamente – di poter giocare a sua volta il ruolo del pacificatore: prima rilasciando alla “Nazione” un’intervista in cui afferma la necessità di “cercare e valorizzare tutto ciò che faciliti e affretti la conciliazione e l’unione degli animi”; quindi pubblicando, il 28 dicembre, sul “Corriere della Sera”, l’articolo “Ricostruire”. Nel quale, richiamata “la funzione essenziale della cultura che è arte, scienza e genio, ma è tradizione; e come coscienza profonda di questa, unità fondamentale comune, bisogno di concordia degli animi, rinvio di tutto quello che può divenire, cessazione delle lotte, tranne quella vitale contro i sobillatori, i traditori, venduti o in buona fede, ma sadicamente ebbri di sterminio”, egli ha parole di monito per il suo stesso partito, richiamato alle proprie responsabilità.

“I fascisti hanno preso, come ne avevano il dovere, l’iniziativa della riscossa, e perciò essi per primi devono dare l’esempio di saper gettare nel fuoco ogni spirito di vendetta e di fazione, e mettere al di sopra dello stesso Partito costantemente la Patria. E se il Partito, nella sua organizzazione nazionale, alla dipendenza dei Capi nelle provincie, ha in mano, come organo dello Stato, la responsabilità del potere, egli deve ricordarsi che la sua funzione delicatissima va esercitata più che mai con largo spirito pacificatore e costruttivo. Perché questo è tempo di costruire. Tanto si è distrutto, che, se qualche scoria del vecchio costume deve tuttavia cadere, se uomini di un tempo nefasto devono scomparire, se istituti devono radicalmente trasformarsi, tutto può farsi in modo che chi ne abbia a soffrire possa riconoscere l’obiettiva necessità dei provvedimenti che derivano da un principio altamente proclamato che li giustifica. Non arbitrio né violenze; ma impero d’una legge imposta dalle necessità di una Patria da ricostruire. Colpire ovunque il meno possibile; andare incontro alle masse per conquistarne la fiducia e richiamarle alla coscienza del comune dovere”.

La concezione gentiliana del partito comunque asservito alle esigenze dello Stato “etico” – ossia propagatore anzitutto di valori morali: puranche nelle attuali, drammatiche contingenze belliche – cozzava inevitabilmente con quella dell’ala fascista più dura, più che mai in auge nella Rsi; lo stesso segretario del Pfr, il fiorentino Pavolini, si proponeva di affermare la centralità del partito in funzione rivoluzionaria e antiborghese, assumendo a modello il totalitarismo nazista specie ora che erano venuti meno i freni rappresentati dalla presenza al vertice dello Stato della monarchia. Agli occhi dei repubblichini più estremi il filosofo di Castelvetrano finiva così con l’incarnare il prototipo di quella categoria di intellettuali che, pur avendo aderito alla Rsi, non potevano essere considerati come dei veri fascisti rivoluzionari, essendo sostanzialmente rimasti dei liberali borghesi inclini al compromesso e contraddistinti da una sorta di pietismo che li portava a smarrire il senso della lotta in corso contro i mortali nemici del fascismo, nei confronti dei quali predicavano anzi insulsi concetti quali “concordia nazionale” e “tolleranza”.

Inevitabile perciò che contro la saggia quanto inopportuna presa di posizione gentiliana si scatenasse l’oltranzismo saloino: stavolta è in particolare il “Regime Fascista” di Farinacci a dargli addosso; mentre dal canto suo il capo degli antisemiti in camicia nera, Preziosi, coglie l’occasione per scrivere a Mussolini che “compito numero uno non è la così detta ‘concordia nazionale’, della quale insieme a Gentile vanno blaterando altri, ma la totale eliminazione degli ebrei”.

Tale levata di scudi induce il filosofo a scrivere allo stesso “Corriere” una lettera in cui puntualizza il senso del precedente articolo: “Quello che io chiedo è che si evitino le lotte non necessarie, né utili, anzi certamente dannose, in cui certi elementi fascisti insistono troppo col solo effetto di smorzare e rallentare la fiducia del Paese nel Partito. Ci sono arbitrii e persecuzioni e molestie che si potrebbero evitare senza nulla compromettere. E troppo si sta a ricordare tante sciocchezze commesse nei 45 giorni da molti che ne sono già amaramente pentiti e sono pronti ormai a marciare se si lasciano vivere. E perciò io credo opportuno un appello alla smobilitazione degli animi, alla concordia possibile, per carità di Patria, per la salvezza di tutti”.

Da direttore della “Nuova Antologia” poi Gentile ha modo di mettere in atto tali propositi unitari e pacificatori accogliendo nella rivista anche collaboratori non fascisti, e persino di ideologia socialista. Ma l’utopia dei suoi intenti gli viene rimarcata anche dal filologo Branca, già suo allievo alla Normale e adesso attivo nel fronte antifascista, il quale rifiuta la sua richiesta di collaborazione in questi termini: “Ormai c’è troppa tragedia, ci sono troppi morti, troppe inumanità fra le diverse sponde su cui siamo. Non posso”. Al che il deluso professore ribatte rievocando la pena del recente incontro avuto con Mussolini: “Tu non capisci niente, sei troppo giovane, non hai vissuto i drammi della storia di questa nostra Italia; e non hai visto quell’uomo – cui io devo tutto, tutto – distrutto dall’angoscia e che mi chiedeva aiuto per salvare il salvabile”.

Il 18 febbraio ’44 il Bando Graziani rinnova la chiamata alle armi per quanti non si sono presentati a novembre, ma decretando la pena di morte per renitenti e disertori: drastico provvedimento cui Gentile non fa mancare il proprio appoggio. Al contempo, però, egli si adopra contro le violenze messe in atto a Firenze dalla banda Carità, giungendo a minacciare di denuncia gli eccessi criminali dei torturatori repubblichini e intervenendo in favore di numerosi antifascisti arrestati, affidandone la difesa ad avvocati politicamente influenti, chiedendone la grazia.

Di tanto suo spendersi in funzione umanitaria non tiene certo conto Concetto Marchesi – dirigente comunista, nonché insigne latinista – allorché, il 24 febbraio, pubblica sul quotidiano socialista di Lugano “Libera Stampa” l’articolo “Rinascita fascista e concordia di animi”, già nell’introduzione al quale si qualifica quello lanciato da Gentile dalle colonne del “Corriere” come un “appello per una impossibile unione degli Italiani sotto l’insegna del neofascismo”. Nonostante nel frattempo il truce fascismo di Salò abbia avuto modo di mostrare ufficialmente il proprio volto con le arbitrarie fucilazioni del processo di Verona, inopinatamente le principali preoccupazioni comuniste non paiono dettate dalla necessità di contrastare l’irresponsabile strategia di chi si è supinamente votato alla criminale causa nazista bensì dai reiterati appelli alla concordia rivolti dall’indomito intellettuale siciliano.

Questo perché, nella spiccia logica di chi già guarda al dopoguerra in una prospettiva filosovietica, occorre esagitare gli animi degli italiani il più possibile, dividere il Paese anche nelle coscienze, far scorrere il più possibile sangue fraterno: ed è da un simile, cinico calcolo che nascono le iniziative gappiste più irresponsabili e scellerate, a cominciare dall’attentato romano di via Rasella. Così come è fuori discussione che nell’attuazione di tale disegno il Pci finisca paradossalmente con l’avere quale principale alleato proprio l’estremismo nazifascista, vedendo invece come il fumo negli occhi quegli esponenti repubblichini più moderati ed avveduti che rifiutandosi di lasciarsi sopraffare dalla disperazione del perdente continuano ad anteporre alle ragioni dell’odio e della vendetta quelle nazionali ed umanitarie: donde l’accanimento comunista contro Gentile, ormai individuato quale simbolo di tale lungimirante tendenza pacificatrice e comunque accomunato agli sgherri dalla croce uncinata e ai loro complici saloini nell’attuazione dello “scannamento più facile e più selvaggio”.

Scrive infatti Marchesi: “L’Italia, senatore Gentile, non si disfece improvvisamente ne “l’obbrobrio” – come voi dite – “dell’8 settembre”: allora finì di essere un paese con una monarchia e con un esercito. Il fascismo era già morto: e non può risorgere perché esso non è un organismo malato, è una malattia, con nessun altro appoggio fuori che l’esercito germanico, e rivisse (solo) a far le vendette tedesche in terra italiana.

“Il professore Gentile si rivolge a tutti perché rimandino per ora quello che può dividere e cessino dalle lotte. Ma guardate, signor professore, quello che succede ora nelle città della vostra Italia repubblicana. L’avversario assalisce per la strada a colpi di rivoltella. L’onore vi costringerebbe a fare da giudici o da nemici: non le due cose insieme. Ma voi rispondete con la rappresaglia. Non vi contentate di cercare e punire i responsabili: scegliete gli ostaggi da sgozzare e da mitragliare, e li portate all’aperto perché siano scannati prima che spunti la luce del giorno. Fino a ieri usavate la parola giusta: rappresaglia, parola servita a legittimare ogni infamia; ma fin ora non era servita a coprire una procedura di assassinio in massa su persone necessariamente innocenti perché chiuse in casa o in prigione nell’ora in cui si compiva il reato. Il merito di aver portato la legge e la norma pubblica al livello dello scannamento più facile e più selvaggio spetta al fascismo ed al nazismo. Con chi debbono accordarsi, ora, i cittadini d’Italia? Coi tribunali speciali della repubblica fascista o coi comandi delle S.S. germaniche?

“Quanti oggi invitano alla concordia, invitano ad una tregua che dia temporaneo riposo alla guerra dell’uomo contro l’uomo. No: è bene che la guerra continui, se è destino che sia combattuta. Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte ed una aurora”.

Ripreso da vari fogli clandestini, l’articolo sarebbe stato pubblicato in marzo dalla “Nostra lotta” – principale organo comunista nell’Italia occupata dai tedeschi – ma con il finale così modificato: “Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini nazisti e fascisti; quanti invitano oggi alla tregua vogliono disarmare i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini. La spada non va riposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte!”. Della minatoria variazione finale si sarebbe anni dopo assunto la paternità il dirigente comunista Girolamo Li Causi.

Ed è proprio in marzo che a Firenze la situazione si fa incandescente a seguito dell’“eccidio di Vicchio”: occupato il borgo mugellano profittando della latitanza germanica nelle zone periferiche e montane, i partigiani di Monte Giovi passano per le armi diversi fascisti (perlopiù simpatizzanti: inermi civili). L’inevitabile rappresaglia che ne consegue porta alla cattura di alcuni giovani contadini del luogo: renitenti alla leva e perciò condotti a Firenze per essere processati dal tribunale speciale, cinque di loro vengono fucilati il 22 al Campo di Marte, per mano degli uomini di Carità.

Tre giorni prima, commemorando in Accademia Giambattista Vico, Gentile si è espresso a favore della prosecuzione della guerra a fianco dell’Asse, giustificando l’occupazione tedesca e contrapponendo alla figura del re, colpevole di avere consegnato il Paese al nemico, quelle del Duce e del Führer: “La risurrezione di Mussolini era necessaria come ogni evento che rientri nella logica della storia. Logico l’intervento della Germania, che i traditori avevano disconosciuta, poiché “quos deus perdere vult dementat”, ma la sua fede e forza e audacia furono sempre riconosciute e tenute presenti dall’Italia di Mussolini. Così questa fu subito ritrovata attraverso Mussolini e aiutata a rialzarsi dal condottiero della grande Germania che quest’Italia aspettava al suo fianco dove era il suo posto per il suo onore e per il suo destino, accomunata nella battaglia formidabile per la salvezza dell’Europa e della civiltà occidentale al suo popolo animoso, tenace, invincibile”.

Il fatto che il filosofo non si fosse mai espresso prima d’allora in termini di simpatia nei confronti del nazismo e del suo capo induce a spiegare tale elogio in chiave familiare: il figlio Federico, capitano d’artiglieria del regio esercito, catturato dai tedeschi dopo l’8 settembre si trovava infatti tuttora internato in Ucraina, e in condizioni di prigionia particolarmente severe essendo l’unico ufficiale italiano del campo cui era inibita la ricezione della posta. Pur avendo aderito alla Rsi, il giovane aveva rifiutato l’arruolamento nell’esercito di Salò, sia per non coinvolgere altri militari che lo avrebbero seguito in quella scelta che per poter tornare in Italia da civile. Essendosi in precedenza rivelata vana un’intercessione del padre presso Mussolini, dopo il discorso del 19 marzo Federico fu trasferito in un lager tedesco, donde gli sarebbe stato infine concesso di rientrare in patria.

Il 30 Gentile riceve una cartolina anonima del seguente tenore: “Tu come esponente del neofascismo sei responsabile dell’assassinio dei cinque giovani”. Offertagli perciò dalle autorità repubblichine una scorta armata, egli tuttavia la rifiuta, in termini che ne richiamano una volta di più l’incrollabile fiducia nel prossimo, pur in un frangente così critico: “Non sono così importante: ma poi, se hanno delle accuse da muovermi, sono sempre disponibile”. Profondamente idealista e cristiano, egli continua del resto a vivere la propria quotidianità all’insegna di una innata bonarietà: quella tipica di un siciliano dalla numerosa famiglia, affabile con tutti (quasi in ossequio al cognome avuto in sorte), pronto a prestare ascolto a chiunque lo interpelli così come ad offrire aiuto a chi ha bisogno. Se la sua adesione alla Rsi è scaturita da motivazioni di ordine prevalentemente affettivo, neppure il clima da guerra civile ormai imperante pare riuscito a scalfire la mitezza della sua indole, così come la sua fede.

Ciononostante, il “soviet” fiorentino ha già emesso contro di lui l’inappellabile sentenza di morte: una sentenza profondamente ingiusta, che va a colpire un uomo di 69 anni, inerme, pacifico e che non ha mai fatto del male a nessuno. Per giunta, l’assassinio sarà deciso, preparato ed eseguito con modalità che non avrebbero potuto essere più vili e spregevoli, e che paiono quasi avere fatto da modello a quelli che si riveleranno come i più efferati omicidi delle Brigate rosse.

Secondo quanto dichiarato nel 2004 al “Corriere della Sera” da Teresa Mattei, moglie di Bruno Sanguinetti che fu l’ideatore dell’omicidio, infatti, la decisione di ammazzare Gentile fu presa – senza consultare i vertici del Pci e tantomeno gli altri partiti del comitato di liberazione toscano – in una ristretta riunione cui presero parte il capo dei comunisti fiorentini Giuseppe Rossi e l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli. Sottopostosi al giuramento di fedeltà al fascismo spettante ai docenti universitari, quest’ultimo aveva rinnovato la propria adesione al regime anche in occasione dell’alleanza col nazismo e delle leggi razziali, al punto di fare da cicerone a Hitler e a Göring in occasione delle loro visite in Italia, andando anche a tenere conferenze in Germania. Amico personale di Gentile, sempre secondo la Mattei Bianchi Bandinelli avrebbe approvato l’omicidio del filosofo in questi termini: “È un atto terribile, ma va fatto”.

Ed è la stessa Mattei, che laureanda in filosofia conosce personalmente Gentile, ad indicarlo ai gappisti incaricati dell’agguato nel mentre esce da Palazzo Serristori: quando lui ignaro di quanto lo attende nello scorgerla non manca di salutarla. Dopo averne studiato gli orari, il commando si apposta nei pressi del cancello di Villa Montalto il 15 aprile, all’ora di pranzo, confidando nella consuetudine del professore di desinare in famiglia. Egli ha peraltro appena ricevuto due colleghi del “Cesare Alfieri”, rivoltisi a lui al fine di salvaguardare l’autonomia del prestigioso istituto di scienze politiche fiorentino, di tradizione liberale e proprio dalla riforma Gentile elevato a dignità di corso di laurea autonomo rispetto a Giurisprudenza.

Mentre l’autista è intento ad aprire il cancello, i sicari si avvicinano all’auto tenendo sotto braccio dei libri: i quali danno al contempo loro sia l’aria di studenti che la possibilità di nascondere le pistole. Abbassato immediatamente il vetro per prestare loro ascolto, Gentile viene raggiunto dai colpi che gli spara in pieno petto Bruno Fanciullacci, e che rendono vana la successiva corsa verso l’ospedale di Careggi.

Dopo avere sospettato in un primo momento dello stesso Carità, le autorità della Rsi dispongono l’arresto di cinque docenti universitari, identificati come i mandanti morali dell’assassinio: fra questi, lo stesso Bianchi Bandinelli. Ma è l’immediato intervento presso la questura con cui i familiari del filosofo chiedono il rilascio degli arrestati a scongiurare “il ripetersi indefinito di una crudele successione di attentati e rappresaglie, in rispetto delle convinzioni di mio Padre e del suo costante atteggiamento”, come ricorderà anni dopo il figlio Gaetano: al quale, medico in servizio a Careggi quel giorno, è peraltro toccato in sorte di assistere al decesso del padre. Con Bianchi Bandinelli che una volta scampato il pericolo non manca di scrivere all’altro figlio dell’amico trucidato, appena rimpatriato: “Caro Federico, nella tragedia acerbissima che si è abbattuta sulla vostra famiglia (e che posso ben valutare conoscendo quanto uniti tutti voi foste sempre a Vostro padre e quanto Egli vi dava di se stesso) unica notizia di qualche consolazione fu quella del tuo ritorno”.

L’assassinio di Gentile provocò la spaccatura sia del fronte fascista che di quello antifascista. Se da una parte per iniziativa dello stesso ministro Biggini la salma del filosofo venne tumulata in Santa Croce (avendo così perlomeno l’onore di riposare accanto a quelle dei grandi italiani), dall’altra le esequie fecero registrare, accanto alla commossa partecipazione popolare, la mancata proclamazione del lutto nazionale, così come la latitanza di manifestazioni di cordoglio da parte di autorità e personaggi pubblici, come ebbe a denunciare il diciottenne allievo di Gentile Giovanni Spadolini.

Il quale a caldo tracciava anche un’acuta analisi della strategia di colpire gli elementi repubblichini più moderati: “Un vecchio benpensante domandava, l’altro giorno, dopo aver deprecato l’assassinio di Gentile, perché mai i nemici di Italia scegliessero quasi sempre, per i loro crimini, in seno al fascismo stesso gli uomini più onesti, conciliativi, obiettivi, capaci e stimati, individui tutti o di specchiato valore o di raro ingegno, e risparmiassero e lasciassero anzi prosperare in pace i settari e i fanatici, quando non addirittura gli arrampicatori, gli screditati, gli incapaci e i filibustieri. La risposta è semplice: la verità è che i primi, anche se nel fascismo rappresentano la tendenza più temperata, tali da sembrar in apparenza deboli e incerti, sono invece il massimo lievito e la massima garanzia della ripresa nazionale e solo per questo sono invisi al nemico”.

Dopo la diffusione a Firenze da parte comunista di un volantino di rivendicazione dell’attentato, redatto da Orazio Barbieri e che, nel riprodurre l’articolo di Marchesi, esaltava l’azione gappista come vendetta per le fucilazioni del Campo di Marte, ma suscitando l’immediata sconfessione da parte del Cln toscano a seguito di una recisa presa di posizione del rappresentante azionista Enriques Agnoletti, dal comitato giungeva la deplorazione dell’omicidio, votata con la sola astensione del rappresentante del Pci a rompere l’unanimità. Astensione, non contrarietà: quasi a sottolineare l’imbarazzo degli stessi vertici comunisti di fronte ad un atto che certo non procurava al partito onore, ma soltanto vergogna.

Ed era lo stesso Enriques Agnoletti a rendere l’onore delle armi alla figura del filosofo così vilmente assassinato, nel documento redatto a nome del partito d’azione: “La sua responsabilità è una responsabilità politica e la sua condanna è stata data dal corso degli avvenimenti. La sua morte non aggiunge nulla alla sua fine come uomo politico. D’altra parte Giovanni Gentile non aveva commesso quei delitti per cui possono venire emesse delle condanne popolari che sicuramente colpiscono giusto. Non era una spia né un delatore. Ha sempre tentato di aiutare individualmente quanti più antifascisti ha potuto, di qualsiasi partito essi fossero. Tra i suoi allievi la maggioranza era contro di lui politicamente, ve ne sono in quasi tutti i partiti politici. Questo dimostra che l’influenza culturale da lui esercitata non era contraria alla libertà. Per tutte queste ragioni il P. d’A. non avrebbe mai approvato la sua uccisione, se avesse conosciuto il progetto. Tanto meno può permettere che il suo nome venga usato in modo tale da doverne assumere la responsabilità”.

Anche negli anni a venire le polemiche sulla morte di Gentile sarebbero state infinite. Per una serie di circostanze che cercheremo di chiarire tuttavia l’Italia democratica non è stata in grado di rendere alla figura del filosofo assassinato il dovuto omaggio, riparando a quella uccisione ingiusta quanto odiosa con una qualche iniziativa che perlomeno ne riabilitasse la memoria.

In primis, l’utilizzo politico che della “resistenza” ha continuato a fare per tutta la durata della sua storia il partito comunista, elevando al rango di dirigenti, sindaci, parlamentari – quando non di eroi – anche gli assassini più efferati: compresi gli scellerati organizzatori degli attentati che tante vittime hanno mietuto tra la popolazione civile a seguito delle rappresaglie tedesche ed i vigliacchi autori delle mattanze di inermi ex fascisti – o presunti tali – dopo il 25 aprile. Ed è stato probabilmente solo per l’esclusione del Pci dal governo nazionale che non ci siamo ritrovati alcuni di questi criminali come ministri della repubblica.

Non diverso il destino dei personaggi a vario titolo coinvolti nel delitto Gentile: Li Causi, Mattei, Rossi, Barbieri finirono infatti tutti quanti parlamentari. Se invece Sanguinetti – industriale – fu uno dei principali finanziatori del Pci prima di morire prematuramente, a Bianchi Bandinelli va perlomeno riconosciuta la dignità di avere rifiutato prima la candidatura a sindaco di Firenze, quindi quella a senatore. Mentre un discorso a parte merita Fanciullacci, arrestato e torturato dalla banda Carità non per l’assassinio del filosofo – i cui responsabili rimasero del resto all’epoca ignoti – bensì per il ferimento di un esponente del Pfr fiorentino. Durante una pausa del brutale interrogatorio cui venne sottoposto a Villa Triste (quartier generale degli aguzzini neri) il partigiano pur avendo le mani legate dietro la schiena e tra i colpi di pistola sparatigli dal piantone riuscì a gettarsi da una finestra, ma atterrando malamente al punto di riportare lesioni mortali.

Medaglia d’oro al valor militare ed ovviamente omaggiato dalla toponomastica fiorentina, l’incensamento della memoria di Fanciullacci quale conclamato martire della violenza fascista sarebbe stato messo in discussione soltanto nel 2000, nel nuovo clima politico dettato dal crollo delle barriere ideologiche legate all’epoca della Guerra fredda che aveva fra l’altro visto lo “sdoganamento” del partito post-fascista, assurto addirittura a forza di governo dopo la vittoria alle politiche del ’94 della coalizione di centrodestra. Nel prendere la parola in Palazzo Vecchio, il consigliere comunale di Alleanza Nazionale Achille Totaro non usava mezzi termini: “Bruno Fanciullacci fu un assassino: ha ammazzato un filosofo di 70 anni, colpito mentre era indifeso. Non fu un’azione di guerra ma l’opera di un vigliacco: un assassino vigliacco”. L’inevitabile denuncia per diffamazione sporta dall’Anpi e dalla sorella del partigiano contro il coraggioso consigliere ed i colleghi espostisi a suo sostegno vedeva l’assoluzione in primo grado, la simbolica condanna al risarcimento di un euro in appello e il definitivo proscioglimento – dieci anni dopo il fatto – in Cassazione.

Il secondo motivo della damnatio memoriae nei confronti di Gentile va individuato nella ininterrotta amministrazione della Toscana – come del resto di tutte quante le sue città – da parte della medesima parte politica, comunista o post-comunista che fosse. Per decenni il nome del filosofo era stato completamente ignorato dall’università di Pisa, nonostante egli fosse tra coloro che avevano diretto la Normale più a lungo, promuovendone peraltro il rilancio dopo un periodo di decadenza: fino alla maldestra pensata di apporre nel cortile dell’ateneo una targa non a suo onore, ma disonore, dal momento che gli si addebitava l’adesione alle leggi razziali, presentandolo in pratica alla stregua di un oltranzista in camicia nera. Oltraggio oltremodo sconcertante – specie tenendo conto della sua provenienza da parte di autorità accademiche – oltre che ingrato, e che poté essere sanato solo a seguito delle sdegnate proteste dei figli del professore assassinato.

Ma un’ulteriore ragione – forse la più ostativa – è da ricercarsi nella mancata pacificazione nazionale di questo Paese, per certi aspetti ancora incapace di voltare pagina, sottraendo finalmente quel periodo pur così tragico che fu la guerra civile alla propaganda politica per affidarlo obiettivamente, serenamente al giudizio della Storia. Solamente perché Gentile si schierò dalla parte perdente – perché dire che fosse quella “sbagliata” significa già calpestare arbitrariamente le ragioni di chi fece quella scelta, dato che dal suo punto di vista potevano essere anche le più nobili – lo si è considerato un personaggio negativo e quindi degno soltanto di riprovazione ed oblio: questo contro tutto l’esempio della sua vita, inequivocabilmente chiaro e documentato. E nemmeno si può trascurare il fatto che  la famiglia, con il suo tempestivo intervento, abbia fatto sì che non venisse versato altro sangue, peraltro per gran parte innocente.

La città di Firenze è dunque in debito, oltre che con il professore umanitario ed altruista, anche con i suoi familiari. Si mettano perciò da parte rancori e pregiudizi ideologici non solo anacronistici, ma anche profondamente ingiusti, seguendo l’esempio di tante altre e più illuminate città che hanno voluto rendere omaggio alla figura dello sfortunato filosofo dedicandogli strade e piazze: a cominciare da Roma. Titolare vie a giocatori della Fiorentina prematuramente mancati per malattia è sicuramente più facile e redditizio, ingraziandosi le simpatie dei tifosi; ma neppure l’opportunismo può rappresentare l’unico movente dell’amministrazione comunale di quella che si propone come la capitale universale dell’arte e della cultura: valori che portano implicitamente con sé quelli della civiltà, dell’onestà, della giustizia.

Si abbia perciò il coraggio di compiere un gesto di ben altra maturità democratica e sensibilità storica, rendendo giustizia ad un uomo profondamente buono e giusto, e la cui unica colpa fu quella di essere stato troppo coerente ed idealista. Si apponga al Salviatino, sul luogo in cui venne compiuto un delitto contro umanità e buon senso, una targa in ricordo di Giovanni Gentile: caduto a Firenze per il bene che voleva alla città, e all’Italia.

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