La testimonianza di Stefano Sorvino sul ritardo dei soccorsi nel terremoto dell’Irpinia del 1980

Secondo la vulgata tradizionale, i ritardi che caratterizzarono l’intervento dello Stato in soccorso delle popolazioni irpine terremotate il 23 novembre 1980 furono essenzialmente dovuti a due ordini di fattori: la mancanza di un’adeguata organizzazione di protezione civile che fosse in grado di coordinare in maniera tempestiva ed efficace risorse e mezzi, e le difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso in quelle terre remote e montane, servite da un sistema viario in pratica ancora fermo all’epoca borbonica. Nel suo libro Una vita, più vite: ricordando il prefetto Guido Sorvino (Terebinto 2016), tuttavia, Stefano Sorvino introduce a spiegazione dell’esiziale ritardo un motivo più prettamente umano, riconducibile all’incomprensione determinatasi nell’immediatezza tra la prefettura di Avellino ed il suo interlocutore romano.

Figlio dell’allora capo di gabinetto della prefettura avellinese nonché responsabile dell’ufficio di protezione civile Guido Sorvino (del quale il volume rappresenta l’interessante e dettagliata biografia), l’autore – all’epoca sedicenne – ricorda di come già qualche minuto dopo la tremenda scossa che alle 19.34 di quella domenica squarciò per un interminabile minuto e mezzo l’afosa sera del capoluogo irpino il padre, seguito dai familiari, si recasse dalla propria abitazione posta in via Amabile al palazzo del governo, potendo rendersi conto nel breve tragitto percorso sia dei rovinosi crolli verificatisi in via Cascino che del panico immediatamente diffusosi tra la popolazione, “con persone ferite che invocavano soccorso nella più assoluta confusione” e la stessa sede prefettizia che appariva seriamente danneggiata dal sisma.

Lì davanti avviene l’incontro tra il funzionario e il prefetto Attilio Lobefalo: il quale, colto dal terremoto nel mentre “si trovava in alloggio con la moglie – assistendo alla partita in salotto – si era precipitato all’esterno, in vestaglia, sporco di detriti provenienti dal crollo parziale di un solaio sovrastante”. Per i più giovani ricorderemo come in quegli anni la Rai solesse trasmettere la domenica, alle 19, un tempo dell’incontro di calcio più significativo della giornata della serie A (in quel caso si trattava di Juventus-Inter).

Inagibile la prefettura (i cui centralinisti sono peraltro rimasti al piano superiore, bloccati dal crollo di una scalinata), Lobefalo tenta di stabilire i primi collegamenti tramite la radio di servizio dell’auto della polizia ferma sotto al palazzo; nel frattempo Sorvino si reca in ricognizione presso la vicina questura, anch’essa lesionata al pari della caserma dei carabinieri. Al rapido rientro del funzionario in piazza Libertà si verifica una divergenza di vedute circa il da farsi con il superiore: la cui decisione è destinata ad imprimere al corso degli eventi già una prima svolta.

“Sorvino propone a Lobefalo di risalire nel palazzo, ancorché pericolante, per attivare la macchina della protezione civile diramando la mobilitazione generale delle forze disponibili, con la verifica delle comunicazioni attivabili – in modo da avviare la prima ricognizione dell’accaduto – ed informando il Ministero dell’Interno con la richiesta di immediati e massicci soccorsi. È certamente rischioso salire nell’edificio, anche nella prospettiva di scosse di replica e di assestamento (che si verificano più volte nella stessa notte), ma il palazzo del governo rappresenta la base logistica da cui – pur con rischio personale – sarebbe più facile attivare la sequenza delle operazioni, almeno nella fase immediata. Lobefalo è perplesso, tentenna su questa ipotesi, ritenendo che la condizione statica del palazzo sia del tutto insicura e, dopo l’intervento imperioso della consorte – traumatizzata dall’accaduto – scarta la proposta del capo di gabinetto di risalire subito in ufficio. Egli decide invece di stabilire il centro di coordinamento presso la caserma della polizia di via Annarumma”, sede distaccata della Stradale.

“La scelta di Lobefalo è in teoria corretta – oltre che umanamente comprensibile – perché il palazzo della prefettura risulta pesantemente danneggiato, mentre il centro di coordinamento deve essere ubicato per definizione in una costruzione sicura. Tuttavia l’utilizzo dello stabile – come propone Sorvino – consentirebbe nell’immediato una più ampia, veloce e visibile attivazione, maggiore facilità di comunicazione con il centro e con il resto della provincia, una più rapida aggregazione del personale e delle forze disponibili rispetto alla struttura più limitata e periferica della polizia stradale. Il prefetto ed il capo gabinetto, seguiti dalle rispettive famiglie, raggiungono in pochi minuti il comando di via Annarumma – a bordo della volante con le sirene spiegate – ma il percorso per raggiungere la caserma non risulta facilmente praticabile, a causa del tumulto di automezzi e persone assiepate ai lati ed anche in mezzo alla strada in un drammatico marasma generale”.

Dalla centrale operativa della Stradale si stabiliscono i primi contatti radio, e alla luce delle torce elettriche dato il prolungarsi del black out che dal momento della prima scossa paralizza a sua volta la città. A penalizzare ulteriormente la situazione è anche la giornata festiva: “Nelle prime ore prefetto e capo di gabinetto operano quasi da soli, negli angusti locali di via Annarumma, affiancati da un piccolo gruppo di funzionari prefettizi e di polizia e da qualche ufficiale dei carabinieri, senza disporre di una sufficiente aliquota di personale disponibile”. Pur fra tali “immani difficoltà di operare” non si tarda ad acquisire la certezza che quella che all’inizio poteva apparire come un’emergenza sì “gravissima, ma al momento del tutto indeterminata ed indeterminabile” è purtroppo “una catastrofe dalle dimensioni impensabili, oltre ogni pessimistica valutazione, che non ha il suo epicentro ad Avellino (pur così violentemente colpita) ma nel Vulture verso i confini della provincia”.

“Sin dalle prime ore, e soprattutto a notte inoltrata, mentre si ripetono le forti scosse di assestamento, il nucleo operativo della prefettura acquisisce la progressiva percezione di un terremoto di vastissima entità, che ha colpito dappertutto la provincia – soprattutto in Alta Irpinia – ma non è ancora in grado di ricostruire un quadro organico e puntuale delle zone più dissestate”. Pur potendo disporre solo di quei mezzi di fortuna il prefetto fa tutto il possibile per allertare chi di dovere della gravità di quanto accaduto, a cominciare dal ministero dell’interno: ma il risultato non è quello sperato. Osserva a tale proposito l’autore che sin dall’inizio, “quando i primi telegiornali delle 20,00 e delle 20,30 parlano in modo vago di una “scossa di terremoto in Campania”, si manifesta a Roma una tendenza alla sottovalutazione della gravità dell’evento, con una certa incredulità rispetto alle allarmatissime – ancorché imprecise e generiche – segnalazioni provenienti dalla prefettura di Avellino”.

Soltanto la luce del giorno consentirà di dimensionare esattamente la portata della catastrofe, grazie alle ricognizioni effettuate dagli elicotteri militari e dei vigili del fuoco. Eppure già “nel cuore della notte la caserma di polizia viene raggiunta da numerosi amministratori, personalità e uomini politici della città e della provincia che vogliono incontrare il prefetto, forniscono e chiedono concitatamente notizie, concorrendo in modo disordinato allo sforzo di mobilitazione generale. Sopraggiunge trafelato l’onorevole De Mita, che proviene da una personale ricognizione a Sant’Angelo dei Lombardi, investendo Lobefalo con la voce rotta dall’emozione: “Sant’Angelo non c’è più, sono caduti anche l’ospedale ed il liceo classico”. Con comprensibile concitazione, De Mita ragguaglia al telefono il ministro dell’Interno Rognoni, lamentando – davanti al prefetto – la mancanza di adeguato coordinamento, mentre Lobefalo borbotta: “ecco, sono arrivati i soloni”. Giunge in caserma preoccupato l’onorevole Bianco, presidente dei deputati democristiani, originario di Guardia dei Lombardi, ed il senatore Mancino attivo tra Avellino e Montefalcione”.

Già queste note risultano significative, testimoniando di come i maggiorenti democristiani irpini si siano immediatamente attivati, con inopportune visite al luogo in cui tra mille difficoltà si stava tentando di fare il possibile, e non certo per manifestare ai funzionari impegnati fiducia o collaborazione. Ma il cuore della testimonianza di Sorvino risiede sicuramente nella precisazione del dettaglio che, nella ricostruzione delle cause del disastro dei soccorsi, ci impone di assumere il “fattore umano” quale decisivo nella mancata messa in moto della macchina dei soccorsi sin dalle prime ore.

“Lobefalo interloquisce svariate volte con il viceprefetto Gaetano Spirito, vicedirettore generale della protezione civile e dei vigili del fuoco – che è il referente ministeriale di turno – incontrando nelle prime comunicazioni un certo scetticismo rispetto alle sue concitate richieste di aiuto (forse perché Spirito immagina che il prefetto sia troppo emotivamente coinvolto per essere obiettivo). A Roma vi è un iniziale difetto di prontezza e sensibilità degli organi governativi, anche se è obiettivamente difficile percepire l’estrema gravità e l’estensione senza precedenti del terremoto dell’Italia meridionale – paragonabile solo a quello dello Stretto del lontano 1908 – sulla base della organizzazione tecnico-scientifica dell’epoca”.

Così l’inettitudine e l’inefficienza dello Stato individueranno il capro espiatorio ideale proprio nel povero Lobefalo, crocifisso sin dalla visita che il presidente della repubblica Pertini compie nelle zone terremotate il 25 novembre. “L’accesso presidenziale si svolge in condizioni drammatiche, in un clima di grande emotività, e il Presidente Pertini ne rimane scosso e turbato, procedendo tra le macerie con il suo piccolo seguito, in mezzo alla disperazione dei sopravvissuti, e – con uno scatto di ira e di indignazione – investe ripetutamente Lobefalo, che prova a dare le spiegazioni possibili ma viene bruscamente zittito. I collaboratori al seguito del capo dello Stato fanno segno al prefetto di non rispondere alla veemente e rabbiosa invettiva del Presidente, attendendo che la collera e la emozione si plachino per fare poi il punto della situazione in un momento più opportuno”.

La sera successiva, in una edizione straordinaria del telegiornale a reti unificate, “con accento emotivo e giustizialista, in una sorta di sommario proclama” Pertini denuncia le “gravi mancanze” che hanno di fatto impedito i soccorsi, comunicando al Paese che “chi ha mancato deve essere colpito, così come è stato colpito il prefetto di Avellino, che è stato rimosso giustamente dalla sua carica”. Lo stesso governo finisce così sul banco degli imputati: non pare dunque il vero al partito di maggioranza di poter scaricare la colpa sul malcapitato Lobefalo, in una provincia in cui la democrazia cristiana fa da sempre il pieno di voti.

Eppure Sorvino difende l’operato del prefetto, sottolineando come, pur in una “lotta impari e disperata contro il tempo”, egli nel drammatico frangente non abbia lasciato “nulla di intentato tra le misure potenzialmente utili a fronteggiare la crisi”. L’autore fa anzi di più, appellandosi a quanto affermato dall’illustre giurista Cassese, secondo il quale “al prefetto si chiede sempre una risposta rapida e pertinente all’imprevedibile, venendo utilizzato anche come capro espiatorio quando si verificano fatti gravi nella gestione della cosa pubblica”. Per chiosare: “È proprio il caso di Attilio Lobefalo, chiamato personalmente a rispondere di una situazione molto al di sopra delle sue possibilità di gestione”.

Portando inoltre a sostegno di tale assunto due considerazioni. La prima, che la procura di Avellino, al termine di un’accurata indagine sollecitata dalle denunce di diversi cittadini che nel terremoto avevano perduto congiunti – che le pesanti accuse formulate in televisione da Pertini non fecero che sobillare – ed alle quali la stampa aveva dato ampio risalto concluse per l’esclusione di responsabilità penali a carico di Lobefalo, “attesa da un lato la assoluta straordinarietà ed imprevedibilità dell’evento e valutando, dall’altro, le evidenti ragioni di forza maggiore che scriminano in modo oggettivo le inefficienze e i ritardi nei soccorsi, non certamente imputabili al livello provinciale”. Archiviazione che manco a dirlo non ebbe “alcun significativo riscontro mediatico”, né generò nell’opinione pubblica le “necessarie valutazioni” sulla correttezza dell’operato del prefetto.

La seconda, che fu lo stesso consiglio dei ministri a riabilitare la figura di Lobefalo, nominandolo, “dopo un triennio di immeritato “parcheggio””, prefetto di Chieti. Precisa a tale proposito Sorvino che, prima di proporre l’assegnazione all’approvazione dei colleghi, “secondo la prassi rituale lo scrupoloso ministro dell’Interno Scalfaro sottopose in via preventiva la “velina” del movimento al gradimento del capo dello Stato”: avendo così modo di accertarsi che Pertini “non aveva nulla in contrario alla reintegrazione di Lobefalo come prefetto di sede”. “Il Presidente della Repubblica non solo non si oppone ma, con onestà intellettuale, ritiene il provvedimento equo ed opportuno perché in definitiva Lobefalo è l’unico ad aver pagato ed è giusto che sia ora riabilitato in servizio attivo, alla guida di una prefettura, anche se nell’opinione pubblica gli rimane affibbiata l’etichetta di “prefetto del terremoto”, con il sostanziale ridimensionamento della carriera”.

Per una vicenda che dimostra dunque come opportunismo e ambizione personale costituissero sempre e comunque le linee guida della condotta del politico della cosiddetta “prima repubblica”: foss’egli il potente boss democristiano, signore delle preferenze e del clientelismo nel proprio collegio elettorale, così come lo stesso, anziano capo dello Stato socialista, apparentemente anticonformista e vicino alla gente.

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