Il congresso filosofico antifascista del 1926 e la svolta autoritaria mussoliniana

C’è un episodio che con le sue paradossali vicende segna più di altri il superamento dei diritti riconosciuti dallo Statuto albertino ed il rapido avviarsi del governo fascista verso l’instaurazione di un regime a tutti gli effetti autoritario: si tratta del congresso tenuto nel marzo 1926 a Milano dalla Società filosofica italiana. Com’è infatti noto, la liquidazione delle prerogative garantite dallo Stato liberale non avvenne da un giorno a un altro bensì mediante l’attuazione di tutta una serie di misure e provvedimenti che tra il ’25 e il ’26 sancirono il superamento della crisi seguita al delitto Matteotti in senso favorevole al fascismo e l’instaurazione della dittatura mussoliniana, ed i cui principali momenti furono: il discorso tenuto dallo stesso Duce alla Camera il 3 gennaio ’25; la nomina pochi giorni più tardi dell’oltranzista Farinacci alla segreteria del partito fascista; l’emanazione delle “leggi fascistissime” attuata tra il dicembre ’25 e il novembre ’26.

Il congresso di cui andiamo ad occuparci cadde circa a metà di quel processo politico-legislativo, divenendo emblematico di quanto andava attuandosi in Italia per il fatto che quelle stesse autorità che ne avevano consentito lo svolgimento pur apparendo fin dall’inizio i suoi principali protagonisti tutti schierati in senso antigovernativo, ne decretarono lo scioglimento anticipato una volta che la natura larvatamente politica di quel consesso “filosofico” venne inequivocabilmente a galla. Non dimentichiamo, del resto, che ancora il 1° maggio ’25 gli intellettuali non allineati con il regime che andava costituendosi avevano potuto tranquillamente pubblicare il loro Manifesto antifascista.

La Sfi si era costituita nel 1906, con tanto di primo congresso nazionale e organo di stampa, ad opera di un gruppo di docenti universitari di filosofia, tenendo da allora periodici raduni di cui quello milanese costituiva il sesto; i professori che vi intervenivano venivano tutti indiscriminatamente qualificati come “filosofi” (a prescindere dal significato un po’ più articolato del termine). A presiederla era attualmente Bernardino Varisco, che aveva appena lasciato la sua cattedra romana per raggiunti limiti di età e che nel ’28 sarebbe stato nominato senatore; mentre ad organizzare e dirigere il convegno milanese era stato deputato Piero Martinetti, docente di filosofia teoretica presso l’ateneo milanese.

Torinese, studioso in particolare di Kant, Martinetti non appariva a prima vista come un intellettuale particolarmente schierato, essendosi sempre mantenuto estraneo sia rispetto alla tradizione cattolica che ai contrasti politici che in quegli anni cruciali non mancarono di attraversare anche il mondo culturale. Dopo essere stato uno dei pochi accademici a criticare la prima guerra mondiale, nel ’23 egli aveva definito la Marcia su Roma e l’ascesa al governo di Mussolini quali “circostanze pesantissime”, rifiutando la nomina a membro dell’Accademia dei Lincei; così come due anni più tardi, fedele alla propria indipendenza ideologica, egli non aveva aderito né al Manifesto degli intellettuali fascisti di Gentile né a quello di segno contrario promosso da Croce. Mentre sul piano prettamente teoretico Martinetti aveva sviluppato un sistema di filosofia della religione, fondando inoltre a Milano, in “piena e perfetta indipendenza da ogni vincolo dogmatico”, una Società di studi filosofici e religiosi cui avevano aderito autorevoli intellettuali del panorama filosofico nazionale e le cui conferenze finirono col determinare la rottura con lo stesso Gentile.

Nello scrivere a Croce nell’ottobre ’25 per invitarlo a partecipare al simposio ambrosiano, Martinetti non si mostra entusiasta del ruolo organizzativo conferitogli “quasi come un compito d’ufficio”. “Certo, né io ero l’uomo adatto, né il compito era per me dei più graditi: ma nelle circostanze presenti, dal momento che la sede del Congresso assegnava a me questo ufficio per naturale designazione, ho creduto di non dovermi ad esso sottrarre”. Accettato dunque l’incarico più per fedeltà istituzionale alla cattedra ricoperta che per un’intima condivisione personale, il docente piemontese si mette subito al lavoro per la migliore riuscita del convegno, e dovendo risolvere anzitutto il problema dei relatori da invitare: questione tutt’altro che semplice viste sia le divisioni caratterizzanti l’ambito della filosofia accademica nazionale che le lacerazioni prodotte dalla recente contrapposizione politica tra i due illustri Manifesti.

La libertà d’azione di cui può godere Martinetti nell’organizzazione del convegno appare in ogni caso la più ampia, come si evince dalla lettera che scrive a Varisco informandolo di essersi alfine conformato “al tuo desiderio chiamando a far parte del gruppo organizzatore del Congresso un professore dell’Università Cattolica. Dato che il Congresso si tiene a Milano era giusto che entrassero a farne parte elementi dell’Università di Milano, della Cattolica ed anche di Pavia. Quanto poi alla partecipazione al Congresso, esso naturalmente è aperto a tutti. L’invito verrà rivolto soltanto a quelli che il gruppo organizzatore pregherà di tenere un discorso alle sezioni riunite: nella mia intenzione (il gruppo farà poi ciò che crederà) questi dovrebbero ridursi ai nomi di Varisco, Croce, De Sarlo, Baratono e qualche altro. Non vi è tra i tomisti alcuna personalità di questo genere: e Padre Gemelli è tutto fuorché un filosofo. Ad ogni modo tu potrai rispondere che non verranno fatti inviti se non alle tre o quattro personalità più salienti della filosofia italiana: gli altri, tomisti compresi, potranno iscriversi come vorranno e far valere nelle comunicazioni il loro pensiero. Credo di essere in questo perfettamente d’accordo con te: e spero di esserlo coi colleghi del gruppo organizzatore. Del resto, se mi verrà segnalata qualche personalità insigne della scuola tomistica, estenderò ben volentieri ad essa l’invito. Solo mi rifiuterei di permettere che si faccia del Congresso un comizio ciarlatanesco: invitare il P. Gemelli come filosofo (!) tanto varrebbe quanto invitare l’on. Ciarlantini di allegra notorietà”.

Martinetti aveva dunque fin da subito concepito un quadro programmatico del congresso che valorizzasse le “personalità più salienti” del dibattito filosofico nazionale; senonché, una volta individuato tale criterio di merito, ne venivano sorprendentemente esclusi sia gli esponenti dell’attualismo che quelli della neoscolastica: il che non può non suscitare sospetti circa un certo pregiudizio ideologico che, per quanto non dichiarato, doveva avere condizionato l’indirizzo impresso al convegno dal suo organizzatore. Partiamo dalla figura di Agostino Gemelli: fondatore nonché rettore della Cattolica (considerata una delle roccaforti del pensiero neotomista europeo), il francescano rappresentava anche un’ingegnosa figura di scienziato, psicologo, medico: perché ridurlo ad una macchietta – anzi un “ciarlatano” – con un paragone peraltro del tutto ingeneroso?

Il personaggio cui era stato accostato, Franco Ciarlantini, era evidentemente un intellettuale stimato in seno al fascismo: già responsabile dell’ufficio stampa e propaganda del governo Mussolini, da questi chiamato a collaborare alla sua rivista politica “Gerarchia”, promotore del convegno bolognese per la cultura fascista conclusosi con la sottoscrizione del Manifesto gentiliano, di recente il parlamentare era malauguratamente incorso nel banale lapsus di confondere il Rinascimento col Risorgimento, attirandosi così i lazzi di diversi intellettuali di parte avversa, a cominciare dallo stesso Croce. Naturale perciò pensare che dietro il sarcasmo manifestato da Martinetti fosse una discriminazione di natura politica: perché Gemelli aveva aderito al fascismo con una convinzione ed un entusiasmo tutt’altro che formali (e che non sarebbero peraltro venuti meno in occasione di tutte le successive scelte del regime, comprese le più radicali). Di conseguenza, un’esclusione dalla tribuna congressuale sia sua che dei docenti dell’ateneo da lui diretto non avrebbe potuto che far discutere.

Ma ancor più arbitraria appariva l’estromissione degli attualisti: come si poteva infatti considerare filosoficamente meno “saliente” la personalità del teorizzatore di tale corrente di pensiero, e cioè Gentile, rispetto a quella di Croce? Senza contare che il grande erudito di Pescasseroli (pur senatore e già ministro della pubblica istruzione) non solo non ricopriva alcun incarico a livello accademico, ma non era neppure laureato. Così come era innegabile che i “dioscuri” del neoidealismo italiano, al di là della rottura intervenuta nei loro rapporti alla luce del delitto Matteotti, continuassero a rappresentare insieme la punta di diamante della nostra filosofia, a prescindere dalla simpatia che si potesse nutrire per l’uno piuttosto che per l’altro. Evidentemente per Martinetti attualismo diveniva tout court sinonimo di fascismo: donde l’esclusione dal congresso dei suoi esponenti. Al quale veniva invece ammesso Croce: il quale, dopo la sua iniziale simpatia per il fascismo che non era venuta meno neppure durante la secessione dell’Aventino (allorché il regio Senato aveva salvato Mussolini dal baratro, rinnovandogli la fiducia, anche con il voto dell’illustre critico), si era successivamente riscattato con la proposizione del Manifesto antifascista, divenendo così il punto di riferimento dell’opposizione alla nascente dittatura soprattutto per quanti si richiamavano agli ideali liberali.

Bisogna inoltre ricordare che, oltre al precedente dei contrasti teoretici tra il filosofo di Castelvetrano e l’associazione martinettiana, la riforma gentiliana della scuola superiore non aveva soddisfatto l’accademismo filosofico, soprattutto per il fatto di affidare l’insegnamento liceale della storia e della filosofia al medesimo docente: accorpamento deciso per ragioni meramente economico-burocratiche, ma che agli occhi di molti finiva con lo snaturare il carattere stesso della filosofia. L’apprendimento della quale assumeva peraltro un carattere storicistico, superandosi la precedente impostazione teoretica a favore di una progressione cronologica della disciplina: laddove infatti prima essa era trattata per argomenti (logica, morale ed estetica) e direttamente sui testi, adesso a prevalere era l’aspetto manualistico. Il che portava molti professionisti della materia – compreso lo stesso Martinetti – a temere che il suo insegnamento finisse con il privilegiare l’aspetto meramente mnemonico rispetto a quello eminentemente “filosofico” di suscitare la riflessione critica dello studente.

Ma approfondiamo adesso la conoscenza di quegli “eletti” i cui interventi, svolgendosi dinanzi alle sezioni riunite, negli intendimenti del professore piemontese avrebbero dovuto costituire l’asse portante dell’intero congresso. Nella citata lettera d’invito a Croce, Martinetti auspicava che l’assise filosofica affidatagli portasse “qualche utile frutto” e riuscisse come “una affermazione dignitosa e libera di ciò che di vero, di vivo e di degno vi è oggi nel pensiero italiano”, aggiungendo ai nomi di De Sarlo e Baratono quello di Buonaiuti e caldeggiando l’adesione crociana come “doppiamente cara, in questi momenti (e con ciò non alludo affatto alla politica, che mi è estranea)”. Precisazione, quest’ultima, che sapeva tanto di excusatio non petita, anche alla luce della risposta crociana: “Il mio primo moto è stato di scusarmi, perché il senso di oppressione che provo per l’ambiente che si è formato in Italia mi dà una sorta di riluttanza a muovermi, a comparire in pubblico, a parlare. Manca la Lebensfreude [gioia di vivere]. Ma poi ho pensato che bisogna pure fare uno sforzo su se stessi e continuare la vita come se si vivesse in un paese civile”. Ciò a conferma del preciso significato politico della presenza di Croce al congresso: e a prescindere da quello che sarebbe stato l’argomento della sua conferenza, riguardo alla scelta del quale Martinetti lo lasciava “perfettamente libero”.

Proveniente da studi medici, particolarmente interessato alle teorie evoluzionistiche, all’antropologia e alla psicopatologia, Francesco De Sarlo si era trovato in aperto contrasto con il neoidealismo di Croce e Gentile – fautori della separazione tra il metodo della filosofia e quello della scienza – contro le cui posizioni aveva pubblicato anche uno scritto; docente di filosofia teoretica a Firenze, egli non aveva tuttavia mancato di aderire al Manifesto crociano, superando le divergenze speculative nel nome del comune sentire antifascista. Ancor più politicizzata appariva la figura di Adelchi Baratono: militante socialista inizialmente schierato su posizioni massimaliste (peraltro le stesse del giovane Mussolini), eletto deputato nel ’21, successivamente esponente del Psu di Turati e Matteotti e assiduo collaboratore di “Critica Sociale”.

Non meno provocatorio – per quanto per tutt’altri motivi – risultava poi l’ingaggio di Ernesto Buonaiuti, sacerdote e docente di storia del cristianesimo a Roma, esponente di spicco del modernismo italiano e perciò oggetto di costanti attacchi da parte della “Civiltà Cattolica”, fondatore e direttore di riviste messe all’Indice dei libri proibiti e ripetutamente sospeso a divinis. Nonostante le dichiarazioni di sottomissione all’autorità della Chiesa da lui periodicamente pronunciate onde evitare condanne definitive, le gerarchie ecclesiastiche consideravano inaccettabile, oltre che scandaloso, il fatto che Buonaiuti continuasse ad insegnare all’università; peraltro proprio tramite padre Gemelli il reprobo era stato recentemente minacciato di nuove e più pesanti sanzioni onde indurlo a lasciare quella cattedra. Al suo rifiuto, nel gennaio del ’26 sarebbe scattata da parte del Sant’Uffizio la scomunica, assieme alla proibizione di vestire l’abito talare.

La fisionomia del congresso appare così marcatamente delineata sin dall’ottobre ’25; senonché il coinvolgimento della Cattolica cui Martinetti è stato indotto dalle pressioni di Varisco sortisce una risposta da parte della stessa che non va esattamente nella direzione desiderata dal torinese. Suo interlocutore è Umberto Padovani, già suo allievo e da lui designato all’incarico di segretario del convegno; nell’accettare il quale gli comunica l’adesione della facoltà di filosofia all’evento milanese, precisando: “Si propone, come rappresentante della Facoltà e del gruppo dei Neoscolastici nel Comitato promotore del Congresso, P. Agostino Gemelli. Desideriamo inoltre che ad uno dei nostri venga affidata una delle relazioni a sezioni riunite e designiamo per tale relazione il P. Emilio Chiocchetti, pure professore nella Facoltà filosofica e ci riteniamo certi che il nostro desiderio verrà esaudito”.

Trentino, insegnante di filosofia a Rovereto, allo scoppio del conflitto mondiale il sacerdote francescano, sospettato dalle autorità austriache di irredentismo, era stato costretto a trasferirsi oltre Brennero. Acuto studioso della filosofia contemporanea ed in particolare del neoidealismo italiano, autore di saggi sulle posizioni di Croce e Gentile (con preferenza per il crocianesimo, ritenuto maggiormente conciliabile con la concezione cristiana), Chiocchetti pareva possedere tutte le credenziali per rappresentare al meglio quella corrente tomistica che Martinetti avrebbe preferito tenere fuori dal congresso; così come la designazione da parte della Cattolica di Gemelli quale suo rappresentante ufficiale non doveva fare propriamente felice il presidente designato. Il quale tuttavia, procedendo alacremente nel suo impegno, scrive a Varisco di voler convocare la commissione organizzatrice già per novembre, chiamandovi oltre al rettore del Sacro Cuore i docenti Zuccante e Villa, nonché lo scrittore Tommaso Gallarati Scotti.

Un’altra figura, quest’ultima, oltremodo scomoda dal punto di vista politico. Vicino alle correnti liberaldemocratiche, l’intellettuale milanese aveva infatti assunto fin da subito un atteggiamento di netta intransigenza sia nei confronti del nazionalismo che del fascismo, valutando il movimento mussoliniano come estraneo tanto all’ambito della legalità costituzionale quanto alla tradizione liberale dello Stato. Una volta insediatosi esso al potere, egli aveva declinato le proposte di collaborazione avanzategli in particolare da Gentile, schierandosi anzi all’opposizione, accostandosi a Giovanni Amendola e collaborando con fogli antifascisti: tanto che la sua firma al Manifesto crociano non era mancata. Dal ’23 Gallarati aveva inoltre ricoperto la carica di presidente del Circolo filologico di Milano: sodalizio da lui trasformato in un tenace centro di resistenza culturale al fascismo, al punto di esserne alfine estromesso (nel corso dello stesso ’26).

Ritenendo di avere risolto i principali problemi organizzativi e fissato lo svolgimento del congresso per la fine di marzo, Martinetti scrive al rettore dell’università milanese, Luigi Mangiagalli, per chiedergli la concessione dei locali dell’ateneo e invitarlo a presenziare all’apertura dei lavori. Ginecologo, cattedratico, politico di fede liberale, a Mangiagalli si doveva la fondazione stessa dell’università ambrosiana; prima deputato e quindi senatore, dal ’22 egli ricopriva anche la carica di sindaco del capoluogo lombardo (a capo di una coalizione composta da liberali, fascisti e popolari). Disposto che un’aula venga messa a disposizione dei congressisti, il rettore si premura altresì di dare la propria presenza all’inaugurazione per possibile ma non per certa: la sua disponibilità varrebbe infatti soltanto “qualora gravi motivi non me lo impedissero”, precisa egli diplomaticamente nella risposta a Martinetti, quasi presagendo possibili problemi legati alla figura dell’organizzatore del congresso ed alla sua spregiudicatezza nella scelta dei protagonisti.

E infatti di lì a poco una serie di inconvenienti interverranno a movimentare non poco l’avvicinamento al simposio. Già il 25 gennaio giunge la scomunica di Buonaiuti, con conseguente sospensione dall’insegnamento decretata dal ministero: vicenda che pone in estremo imbarazzo lo stesso Gemelli, componente del comitato promotore di un convegno che ha invitato quale relatore proprio il vitandus. Il rimedio non può allora essere che il ritiro dal congresso dell’intera delegazione del Sacro Cuore, annunciata mediante una lettera inviata il 2 marzo a Martinetti e tosto pubblicata dai giornali cattolici.

Anche lo scomunicato storico del cristianesimo a quel punto scrive a Martinetti, contestando quanto riportato dalla stampa (“le notizie dei giornali sono tutte grossolanamente inesatte se non coscientemente tendenziose”), annunciando di avere già approntato la propria relazione congressuale ma dichiarandosi al contempo disponibile a togliersi di mezzo: “Se un mio ritiro può contribuire alla migliore riuscita del Congresso – il che è la cosa che veramente preme – io farò senz’altro il mio dovere”. Senonché Martinetti rinnova l’invito al collega non mancando di manifestargli la propria “solidarietà spirituale”, come preciserà pubblicamente in occasione dell’apertura del convegno: “Io non avevo inteso con questo [ossia con la conferma dell’invito e la dichiarazione di solidarietà] formulare alcun apprezzamento circa il provvedimento ecclesiastico, né circa la decisione dei cattolici: debbo anche dire che ho veduto con sincero rincrescimento questa specie di scisma filosofico. Ma non potevo d’altra parte rendermi esecutore di un decreto di scomunica io, filosofo, cittadino di un mondo nel quale non vi sono né persecuzioni, né scomuniche”.

Al presidente del congresso non pare a quel punto il vero di rimpiazzare Chiocchetti con un altro personaggio tutt’altro che politicamente defilato: Giuseppe Rensi, docente di filosofia morale a Genova. Iscrittosi giovanissimo al partito socialista, avvocato e giornalista Rensi aveva assunto la direzione del foglio sindacale milanese “La lotta di classe”, prendendo parte ai tragici moti operai del 1898 e dovendo riparare in Svizzera. Rientrato in Italia dieci anni più tardi e dedicatosi agli studi filosofici, egli aveva rotto col Psi in occasione della campagna di Libia, schierandosi con gli interventisti di Bissolati. Dopo una iniziale simpatia per il movimento fascista che lo aveva portato anche a collaborare, tra il ’19 e il ’22, al “Popolo d’Italia”, pure Rensi ne era divenuto un fiero oppositore: sino ad apporre la propria firma al Manifesto crociano.

Nominato segretario – al posto di Padovani – il filosofo del diritto Cesare Goretti (manco a dirlo altro noto antifascista), il programma del congresso appare ormai definito, con l’assegnazione degli ultimi due interventi a Giuseppe Antonio Borgese e Giuseppe Tarozzi. Scrittore, giornalista, critico letterario, oltre che docente di estetica e storia della critica a Milano, Borgese non nutriva nei confronti del fascismo sentimenti di simpatia: dopo avere sottoscritto un appello in favore di Gaetano Salvemini (arrestato nel giugno ’25 per attività sovversiva), tuttavia, egli avrebbe optato per una linea più cauta, evitando di manifestare il proprio dissenso pubblicamente. Politicamente meno pregnante appare invece la figura del Tarozzi, docente di filosofia teoretica a Bologna: senonché l’argomento della sua relazione, L’insegnamento della filosofia nei licei, potrebbe nascondere qualche insidia alla luce delle suddette critiche suscitate tra gli addetti ai lavori dalla riforma gentiliana. In definitiva, dunque, l’unico relatore sul quale si potrebbe mettere la mano sul fuoco circa l’allineamento con le posizioni del governo è lo stesso Varisco, chiamato a tenere il primo intervento dopo la prolusione di Martinetti: quando gli altri appaiono tutti “a rischio”.

Ma oltre alle due relazioni mattutine a sedute riunite vi saranno i lavori pomeridiani delle sezioni speciali. Anche in questo caso, i nomi di alcuni dei presidenti designati appaiono come una provocazione nei confronti dell’esecutivo: a cominciare da quello di Rodolfo Mondolfo, noto studioso del marxismo e anch’egli firmatario del Manifesto antifascista. Se invece la figura di Erminio Troilo non desta particolari sospetti, politicamente più significativa appare quella di Giuseppe Lombardo Radice: già collaboratore di Gentile nella stesura dei programmi ministeriali per le scuole elementari, dopo l’affaire Matteotti il pedagogista catanese, pur non prendendo pubblicamente posizione contro il governo, ha comunque interrotto ogni collaborazione con esso, limitando la propria attività all’insegnamento.

Di contro, anomala risulta a questo punto la nomina a presidenti di sezione di due cattedratici notoriamente fascisti. Il primo è Giorgio Del Vecchio, fresco rettore dell’università di Roma al termine di una carriera da insegnante di filosofia del diritto: già volontario della Grande guerra, pluridecorato dopo avere scelto di andare a combattere al fronte rifiutandosi di ripiegare nel corpo della giustizia militare (come il suo ruolo universitario gli avrebbe consentito), primo professore capitolino ad aderire ai Fasci di combattimento, “marcista” del 28 ottobre, in seguito segretario del sindacato fascista dei docenti romani nonché console della milizia, e per tutto questo elevato nel novembre ’25 da Mussolini alla carica di rettore. Mentre l’altro congressista decisamente in camicia nera è Armando Carlini: preside della facoltà di Lettere all’università di Pisa nonché titolare della cattedra di filosofia teoretica (sostituendo lo stesso Gentile), la sua presenza al convegno appare a questo punto doppiamente fuori luogo essendo egli al contempo rappresentante a pieno titolo dell’attualismo.

Senonché un’altra tegola si è nel frattempo abbattuta sul capo del presidente del congresso: il 2 febbraio un certo Ricci ha infatti segnalato al rettore che “il prof. Martinetti in una sua lezione ha in modo veramente vergognoso insultato la più preziosa gemma del cattolicesimo, definendo l’eucarestia l’elemento più basso, più infimo della religione, incompatibile con la sublime spiritualità di Cristo; ed affermando che i mangiatori di Dio sono semplicemente inconcepibili”. Inoltre, come in una regia assai ben orchestrata quattro giorni dopo il quotidiano cattolico milanese “L’Italia” pubblica, a firma di “un gruppo di uditori”, l’articolo Le lezioni del prof. Martinetti in cui il docente viene accusato di negare “ogni valore divino al Cristo”, trascurando deliberatamente “le dottrine della Chiesa ed i fatti della storia”, citando il Vangelo unicamente “dove gli possa servire al suo scopo; non tiene conto degli studi biblici, della tradizione, degli scritti degli antichi, se non per quello che serve al suo presupposto; in materia esclusivamente religiosa ignora completamente quanto gli studiosi cattolici, in lunghi anni di fatica, hanno dato alla scienza”. Il circostanziato attacco si conclude qualificando quanto attuato nei suoi corsi da Martinetti non come “seria, onesta indagine scientifica, ma settarismo degno di un’epoca che fu”.

Allorché Mangiagalli dà notizia al docente della denuncia pervenutagli, chiedendogli al contempo di fornirgli gli “opportuni chiarimenti” onde poter valutare la fondatezza della stessa, Martinetti indirizza al superiore un memoriale in cui richiama le direttrici cui si ispirano i suoi corsi, sempre connessi all’“esposizione storica di qualche grande filosofo”, precisando che la sua personale filosofia “coincide, nelle grandi linee, con la dottrina kantiana”: la quale risulta di per sé, al pari di “qualunque sistema della filosofia moderna, inconciliabile non con la religione, ma con qualunque rivelazione”. Dopodiché si diffonde in una puntualizzazione in cui, senza alcuna remora, posta la propria convinzione “di insegnare in uno Stato culturale che riconosce il principio dell’indipendenza del pensiero nei suoi insegnanti universitari e specialmente in quelli di filosofia”, si dichiara certo di non meritare alcun richiamo da parte dell’autorità governativa: “la quale anzi, come tutrice delle forme più alte e raffinate della cultura, dovrebbe considerare come una delle sue più vitali e più gelose prerogative quella di difenderne i rappresentanti contro l’intolleranza settaria e grossolana di ogni forma e parte. Che se invece io mi sono illuso e nelle università non è più possibile insegnare altra filosofia che non sia la scolastica – la sola che non urti contro il dogma cattolico –, ne dia l’autorità governativa l’ordine esplicito: allora sarò io il primo a riconoscere che la mia presenza su d’una cattedra universitaria non è più conciliabile né, da una parte, con le direttive dello Stato, né, dall’altra, con la mia dignità e con la mia coscienza”.

Più che una difesa, dunque, una orgogliosa rivendicazione delle proprie prerogative, piuttosto che rinunciare alle quali il rigoroso ed inflessibile docente si dichiara disposto ad andarsene. L’evidentemente bendisposto Mangiagalli valuta tuttavia tali spiegazioni come esaurienti; senonché la vicenda ha comunque un seguito avendone qualcuno investito il senatore milanese Cornaggia perché della questione si occupi direttamente il ministero della pubblica istruzione: secondo tali voci, Martinetti nelle sue lezioni continuerebbe a “combattere le credenze fondamentali della religione”.

A questo punto è lo stesso rettore a doversi giustificare, non avendo egli preso nei confronti del professore accusato di vilipendio dell’eucarestia alcun provvedimento. “Martinetti – scrive a sua volta Mangiagalli a Cornaggia – mi disse che non poteva affermarsi in alcun modo che egli facesse insegnamenti avversi alla religione. Sul caso concreto aveva egli stesso e spontaneamente date spiegazioni agli studenti. Tenendo un corso di Cristologia e dovendo naturalmente fare la storia delle principali dottrine che si riferiscono a Cristo, usò espressioni obiettive non sue, ma di coloro che discutevano alcuni fondamenti dottrinali della Cristologia. Dopo io non ebbi alcun richiamo e la questione mi pareva risolta, colla raccomandazione fatta di essere cauto nell’usare espressioni che potevano offendere il sentimento religioso”.

In realtà la questione è tutt’altro che risolta: dopo che un esposto sulla vicenda presentato da un assistente ecclesiastico della Cattolica è finito addirittura sulla scrivania di Mussolini (“affinché non si ardisca più contravvenire alle precise disposizioni di rispetto e di onore date da Vostra Eccellenza in riguardo alla Religione di Stato”), il 17 marzo è il ministro Fedele in persona a scrivere a Mangiagalli. “Mi viene riferito che il prof. Martinetti tiene un corso speciale di Cristologia esprimendo opinioni e svolgendo dottrine che, essendo manifestamente contrarie e offensive alla religione cattolica, urtano altresì il sentimento e le attuali direttive del Governo nazionale”; il rettore viene perciò incaricato di svolgere “riservate indagini in proposito e, se accerterà che quanto mi è stato riferito corrisponde a verità, di diffidare formalmente il professore predetto che io non potrò permettere ch’egli continui a svolgere il suo corso, e dovrò ricorrere ai provvedimenti che la legge mi consente”. Nella tempestiva risposta Mangiagalli adduce i medesimi argomenti forniti a Cornaggia, rassicurando il ministro di avere raccomandato a Martinetti “la maggior cautela nel trattare la materia tanto delicata”, avendo da costui avuto conferma “che non aveva avuto il pensiero di dire cose che potessero offendere il sentimento cattolico dei suoi ascoltatori”.

Fedele incarica inoltre lo stesso Varisco – recatosi da lui proprio per presentargli l’imminente convegno filosofico – di ricordare al sospetto blasfemo il contenuto dell’art. 1 dello Statuto albertino (“La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato”); ma nella risposta che scrive al presidente della Sfi perché la comunichi al ministro, un ancor più pugnace Martinetti respinge nuovamente ogni addebito, parlando espressamente di una manovra ordita ai suoi danni proprio a seguito delle controversie precongressuali. “Io ho la coscienza sicura di non meritare alcun richiamo. Tutto l’affare è una montatura (come del resto anche il ritiro dei cattolici dal Congresso), la quale ha la sua origine nel fatto che io non ho permesso al P. Gemelli di spadroneggiare nel Congresso e di prepararvi qualcuna delle sue rappresentazioni ciarlatanesche”. Precisati i termini del suo corso sulla filosofia della religione di Kant e sottolineato come egli giudichi “naturalmente fatti e dottrine con la serenità e l’indipendenza che deve avere un filosofo”, ribatte: “Se il ministro attingerà le informazioni non dalle denunzie velenose e vili, ma dall’autorità accademica o dalle numerose e degne persone che assistono alle lezioni, egli conoscerà facilmente la verità e vedrà che non mi sono mai dipartito dalla serenità e nobiltà di parola che la cattedra universitaria esige”.

Tutta la fermezza di carattere, l’assoluta indisponibilità ai compromessi, il rigore morale di Martinetti vengono poi fuori allorché punta ancora una volta il dito contro una presunta volontà prevaricatrice esercitata in nome della religione. “La questione è piuttosto questa: che i cattolici esplicano oggi (e non solo al riguardo mio) un’intolleranza provocatrice, la quale sotto il preteso del rispetto alla religione mira a rendere impossibile l’esplicazione di qualunque altro pensiero. Tu vedrai, caro Varisco, dove arriveremo, per poco che essi vengano incoraggiati: difendendo la mia indipendenza spirituale, io credo di difendere anche uno degli interessi più vitali e più gelosi dello Stato. Ad ogni modo io sono fermamente risoluto su questi due punti. Il primo è che non voglio, per delicatezza, creare alcun imbarazzo all’Università o al Ministro. Il secondo è che non intendo esercitare il mio ufficio senza la più perfetta indipendenza di giudizio. Se il ministro perciò crede che questo sia ancora possibile, egli può essere sicuro – e il mio passato può essergli una garanzia – che lo eserciterò sempre con la maggiore e più impersonale serenità. Se egli crede che ciò non sia possibile, egli è perfettamente libero di prendere quelle risoluzioni che crederà migliori, essendo io pronto ad andare in riposo, anzi che ad esercitare il mio ufficio contro coscienza e senza dignità”.

Anche a seguito di un intervento in tal senso dello stesso Gentile presso Mussolini, tuttavia, il governo decide di non prendere nei confronti dell’imprudente professore alcun provvedimento. Il prefetto milanese Pericoli viene comunque incaricato di vigilare sull’imminente quanto preoccupante congresso: il 20 marzo egli comunica così a Roma che “fra congressisti che svolgeranno argomenti vari figurano nomi del senatore Croce dei prof. De Sarlo Baratono Borgese Mondolfo Troilo Lombardo Radice ed altri di varie tendenze politiche e filosofiche”.

Tre giorni più tardi Mangiagalli gli scrive trasmettendogli il programma del raduno e sottolineando come vi presenzieranno “studiosi di diverse tendenze” i quali “riferiranno su vari temi”; fra essi “anche personalità in vista e del tutto ortodosse politicamente”. Omettendo di fare riferimento ai nomi dei relatori più scottanti e rimarcando come l’intervento di De Sarlo, capace di destare qualche apprensione avendo per oggetto L’alta coltura e la libertà, sia stato in realtà già tenuto dal medesimo docente l’anno precedente a Firenze, il rettore ricorda come il programma del convegno fosse stato inizialmente approvato anche da Gemelli, prima dell’esplosione del caso Buonaiuti: il quale peraltro “pare si sia ora sottomesso all’Autorità ecclesiastica e non si sa però se più interverrà al Congresso”. Per concludere: “Insomma ritengo che non sia argomento a preoccuparsi di questo convegno di studiosi”.

Impietosa risulta altresì la previsione che della riuscita dell’ormai squalificato simposio fa “L’Italia”. “Con la astensione del Padre Gemelli e degli altri filosofi cattolici, negli ambienti competenti si giudica che il Congresso perderà ogni ragione di essere o che si risolverà in un insuccesso. Non si comprende infatti come il Comitato direttivo abbia potuto pensare a fare invito a persone che senza dare alcun lustro al Congresso per il loro nome, sono in condizione tale da dover imporre a vere personalità del mondo filosofico, quale il padre Gemelli, un completo disinteresse”. L’auspicio del giornale milanese è perciò che “possa fra non molto essere convocato un nuovo Congresso di filosofi cattolici che rinnovi il magnifico esempio di serietà di studi e di profondità di indagini date al mondo dal Congresso di filosofia tenuto a Roma nello scorso anno”.

Il 28 marzo, dopo che Mangiagalli – dalla stampa dato come “lontano da Milano” – ha infine prudentemente rinunciato a dare il benvenuto ai congressisti, a ciò delegando il preside della facoltà di lettere e filosofia, senatore Scherillo (il cui omaggio alla tradizione culturale meneghina viene calorosamente applaudito dalle “centinaia di personalità” presenti), e allorché un telegramma di saluto inviato su proposta di Del Vecchio al ministro Fedele non ha ricevuto da parte dell’uditorio la minima accoglienza, Martinetti tiene la relazione d’apertura su I congressi filosofici e la funzione sociale e religiosa della filosofia: intervento non privo di spunti polemici, e segnatamente nei confronti di due movimenti di pensiero. La neoscolastica, anzitutto, e con essa quella “psicologia scientifica” – perseguita dallo stesso Gemelli e caratterizzante l’intero programma didattico della Cattolica – vista come una maschera tesa a svilire la natura stessa della filosofia. “La scolastica antica è, a suo posto, una tradizione venerabile: la neoscolastica che vuol risposare le severe teorie scolastiche con la psicologia scientifica o con la teoria della conoscenza è un ibrido travestimento sotto il quale si nasconde soltanto il tentativo di risospingere la filosofia verso forme servili di pensiero, le quali annullerebbero tutto ciò che di vero, di alto e umano ha conquistato l’anima moderna”.

Mentre l’altro indirizzo di pensiero criticato dal presidente del congresso è una non meglio precisata “corrente che è stata genericamente chiamata la filosofia della vita: essa nega per principio il divino, mette al suo posto una realtà naturale divinizzata, pensandola come un salire senza fine, come una affermazione senza pace e senza limiti, in cui ogni essere è, al suo posto e nel suo momento, qualche cosa di eterno”. Una “nuova concezione barbarica della vita” in cui “la volontà di potenza, la sopraffazione del più forte vengono a considerarsi come le norme più alte dell’energia individuale e sociale”. La popolarità di tale movimento filosofico è secondo Martinetti proporzionale alla “cecità religiosa del nostro tempo”, alla quale egli contrappone la necessità di riconoscere “chiaramente la distinzione del divino e del terreno”, dal momento che senza tale dualismo “è negato nella realtà concreta ogni valore e senso religioso della vita”. Caratterizzata altresì la filosofia come “una funzione di carattere religioso e tuttavia strettamente razionale ad un tempo”, l’oratore rivolge quindi un’implicita critica alla riforma scolastica gentiliana: “Io credo che la diffusione e l’azione del pensiero filosofico non debbano esercitarsi in modo immediato e tanto meno per quella specie di volgarizzazione giornalistica che anzi la rende frivola, superficiale ed inefficace; io credo che il vero mezzo per la diffusione del pensiero e della mentalità filosofica sia il suo insegnamento nella scuola media: che dovrebbe essere ed è in realtà la sola e propria forma di educazione religiosa delle classi colte”.

Applauditissimo l’intervento martinettiano, il successivo di Varisco dedicato a Le funzioni dello Stato non riscuote il medesimo successo: il presidente della Sfi vi rivendica apertamente i diritti dello Stato contro quelli dei cittadini sanciti dalla Dichiarazione del 1789 e fatti propri dalla tradizione illuministica. Da notare che De Sarlo – che tra due giorni dovrà esprimersi più o meno sul medesimo tema – dopo avere nel suo diario definito il discorso di Martinetti “eccellente”, così liquida l’altro: “Della pappolata di Varisco meglio non parlare. È un vero rammollito”.

Ma dello svolgimento delle giornate congressuali abbiamo anche gli impagabili resoconti tenuti per la “Fiera letteraria” da un fine intellettuale come Vittorio Beonio Brocchieri: Il VI Congresso nazionale di filosofia. Piccolo diario di un cronista imparziale. A proposito di questa prima seduta leggiamo: “Il discorso di inaugurazione pronunziato dal presidente del Congresso, prof. Martinetti, è stato un bel discorso, ed è piaciuto a tutti perché intonato a spirito di grande equilibrio e di nobile serenità. L’oratore, considerando le condizioni generali della spiritualità contemporanea, ha formulato tre punti fondamentali di critica. Primo: la commistione arbitraria della filosofia con la politica, onde troppo spesso vengono sollevate erroneamente le forme della vita empirica a significazioni di verità trascendentale. Secondo: la tendenza del pensiero vitalistico e panteistico la quale approda a un rinnovato e più pernicioso naturalismo: esaltazione dell’istinto, della forza, della realtà come valore di potenza. Terzo: l’inutile sforzo ingaggiato da certuni per fare rivivere alla luce del pensiero moderno tradizioni di filosofia scolastica. In tutto questo mi sembra che Martinetti ha avuto perfettamente ragione. Un lato solamente mi è spiaciuto nella orazione dell’egregio filosofo piemontese: il suo implacabile misoneismo. Varisco, il quale non è più un giovanotto, ha dato poi la prima comunicazione segnata nell’ordine del programma, parlando sul tema dello Stato. Ha detto che lo Stato ha un significato morale, che i partiti sovversivi vanno esclusi dal Parlamento e che il regime liberale è tutto una menzogna… I congressisti che martedì applaudiranno De Sarlo, oggi hanno applaudito Varisco”.

Su quest’ultimo punto non appare tuttavia d’accordo il prefetto, il quale, per nulla soddisfatto del taglio dell’apertura del convegno, così riferisce al ministero dell’interno: “Congresso iniziatosi ieri ha, come prevedevasi, sia pei discorsi pronunziati che per contegno intervenuti, caratteristiche ed atteggiamenti certamente non favorevoli al Governo. Il telegramma fatto al Ministro Fedele su proposta del Rettore Università di Roma passò nel generale silenzio. Discorso Martinetti, che con involute affermazioni filosofiche non è che una larvata critica del regime, fu largamente applaudito, mentre successivo discorso Varisco esaltante funzione Stato in confronto concezioni filosofiche liberalismo storico, non ottenne che tiepide adesioni”.

Ma anche tra la stampa ambrosiana, invitata a liquidare l’evento in poche righe, c’è stato chi ha disobbedito alle direttive prefettizie: “Dei giornali da me preavvisati in persona dei loro direttori di limitare resoconti, “Corriere della Sera” ha tenuto pienamente impegno, mentre “Il Secolo” in una dettagliata cronaca con titolo a due colonne fa larga esposizione soprattutto del discorso Martinetti poi eletto presidente del congresso. Riservomi segnalare severamente il fatto a Mondadori e Borletti”. Particolarmente sotto osservazione Croce, anche per il ricevimento offerto in suo onore dall’associazione liberale milanese: “Congresso continua con discorso odierno di Croce sulla filosofia nel secolo del barocco mentre sempre con intervento Croce avverrà stasera una riunione privatissima dei pochi liberali bersiniani. Informerò”. E difatti al circolo liberale saranno più i poliziotti e i carabinieri che non i convitati.

Il pensiero filosofico e storico da Campanella a Vico è il titolo della relazione crociana, che per un paio d’ore intrattiene amabilmente il pubblico sulle differenti movenze della cultura barocca italiana, affrontando diversi aspetti tecnici e specifici. Mentre del Materialismo critico si occupa a seguire Rensi, trattando la teoretica kantiana con quel piglio originale e speculativamente provocatorio che gli è proprio.

Appassionante risulta anche in questo caso il commento di Beonio: “Ricorderò il senso di particolare ammirazione con cui la parola del vecchio Maestro è stata ascoltata dall’assemblea. Croce discorreva con la sua solita semplicità bonaria e sorridente, con la naturalezza di un “miliardario” dello spirito abituato a profondere con gesto sobrio e disinvolto, quasi senza avvedersene, i tesori di una erudizione inverosimile. Perché c’è questo lato meraviglioso in lui: che l’enorme cumulo culturale ammassato in tanti anni di pertinace e minuziosa ricerca non soverchia mai la linea stilistica della sintesi soggettiva. La sua personalità riesce sempre vittoriosa di qualunque sforzo indagatore. Egli ha rivelata ed illustrata agli occhi degli uditori estatici quella vasta oscura zona di storia italiana che scorre sui tardi declivi del Rinascimento, accogliendo in sé l’eredità dell’Umanesimo, gli influssi di Cartesio, e quasi presentendo il Romanticismo. Pareva che Croce scorresse con l’indice sopra una carta geografica rivelandone anzitutto le grandi linee descrittive; e di quando in quando puntasse su questo o su quel particolare le lenti di un microscopio. Allora si rivelavano le tracce di innumerevoli minutissime individuazioni storiche vagliate e descritte una per una con una miracolosa virtù di penetrazione, con una incredibile pazienza di raffronto”.

Interessante anche quanto ci viene riferito sull’intervento di Rensi: “Tutti sanno che il neo-scettico genovese altro non è che un ex idealista crociano il quale, entrato in dissidio col Maestro, si è provato a dire tutto il rovescio di quanto il Croce gli aveva insegnato ai tempi di gioventù. Quindi Rensi fa oggi professione di materialismo assoluto, dice bene di Ardigò, dice che Leopardi è un filosofo, dice che la Storia è caso e dice tante altre cose col gusto di mettere bianco dove il Maestro mette nero e viceversa. Oggi egli ha fatto un gran discorso per dimostrare che il mondo materiale, il tempo e lo spazio e così via, possiedono una esistenza ontologica autonoma ed assolutamente indipendente dalla coscienza soggettiva. I congressisti che prima avevano applaudito Croce hanno un’ora più tardi approvate con entusiasmo le teorie di Rensi. E quando, in una drammatica scena finale, Aliotta ha fatto irruzione al banco degli oratori ed ha spezzato una lancia metafisica in difesa dell’oltraggiato idealismo, egli non ha avuto che la ricompensa di un timido e represso applauso”.

Cronaca dalla quale emerge dunque un dato: nell’accogliere più o meno entusiasticamente l’intervento del relatore di turno, il congresso, più che valutare criticamente la collocazione teoretica di chi sale alla tribuna, sta piuttosto celebrando la persona che si trova dinanzi, il valore simbolico che essa rappresenta. Non si spiegherebbe altrimenti perché Croce e Rensi, schierati su posizioni speculativamente antitetiche, siano stati egualmente osannati, mentre Antonio Aliotta (qui presidente di una sezione speciale: ma soprattutto personaggio politicamente insignificante rispetto agli altri due) sia stato così snobbato, pur essendosi egli apertamente schierato da una parte invece che dall’altra.

Si giunge così alla giornata cruciale: quella del 30 marzo, allorché – come ampiamente previsto – De Sarlo tiene un intervento che risulta antitetico a quello di Varisco, difendendo gli “immortali principi” scaturiti dalla rivoluzione francese, richiamandosi al saggio Sulla libertà di Stuart Mill ed esaltando l’importanza della libertà personale così come la necessità civile della libera ricerca culturale e scientifica. Conclude citando esplicitamente lo scritto del marxista Labriola su L’università e la libertà della scienza e proclamando: “L’università, come ogni istituzione di alta cultura, non può, non deve avere altro interesse che quello della scienza: come essa non può assumere la difesa di alcun interesse di partito, di classe, di religione, così deve respingere qualsiasi patrocinio, sia pure il più nobile ed elevato”. Per il docente fiorentino è il trionfo, come egli stesso appunterà con soddisfazione nel diario: “Un successone. Il mio discorso è interrotto ripetutamente da applausi e ovazioni. Martinetti mi dice: “Lei è il nostro maestro””.

A questo punto però le cose prendono una piega tutt’altro che “filosofica”, scatenandosi in aula una vera e propria bagarre che non vede brillare per intelligenza e saggezza nessuno dei protagonisti. A dare fuoco alle micce è il Carlini: il quale, come cadendo dalle nuvole rispetto alla natura palesemente antifascista del convegno (al quale ragionevolmente egli non avrebbe dovuto neppure partecipare) e avendo anche omesso di ricorrere alla via dimostrativa di alzarsi ed andarsene allorché De Sarlo teneva la sua libertaria concione, sfruttando la concessione del regolamento di interrompere la programmata sequenza degli interventi chiede ed ottiene la parola affinché venga messa agli atti la seguente dichiarazione.

“La libertà del pensiero è certamente il presupposto di ogni forma di cultura, perché lo spirito è libertà per sé stesso. Ma, anche nel campo puramente culturale, il pensiero è libero in quanto è pensiero veramente, in quanto cioè si sottopone alla logica e alla legge della verità. L’uomo colto, poi, non è meramente uomo di cultura, ma è e dev’essere uomo della sua nazione, a beneficio della quale egli deve, per quanto può, devolvere il frutto della sua cultura. Un mezzo per questo è il pubblico insegnamento. La scuola è un istituto non solo di cultura, ma anche morale e politico. In essa, la cultura, da quella elementare a quella universitaria, deve mirare a formare il carattere morale dei giovani e a preparare cittadini devoti alla patria, come a un’idea che sovrasta assolutamente a tutti gli interessi degli individui, delle classi e categorie particolari: che è il principio primo della fede fascista. È inconcepibile che lo Stato apra scuole e le affidi a insegnanti per poi sentirsi dire che la cultura, essendo libera, non ha nessun obbligo verso di lui”.

Un intervento dunque non certamente aggressivo o offensivo nei confronti di qualcuno, per quanto di stampo prettamente politico: ma al pari del resto del discorso cui ha fatto seguito. Dopo reiterate, vivaci interruzioni da parte di alcuni congressisti, esso provoca tuttavia l’intervento della presidenza che (in maniera a dir vero assai poco filosofica, poco congressuale e – per rimanere in tema con il tema trattato dallo stesso De Sarlo – del tutto illiberale) toglie la parola all’intruso in camicia nera per tornare all’ordine dei lavori stabilito. Ma se quella di Carlini è stata solo una subdola provocazione, lo scopo è stato raggiunto, dal momento che a seguito del turbolento fuori programma di lì a poco il rettore interviene d’autorità, revocando la concessione della sala “per evitare altri eventuali disordini” e decretando così la chiusura anticipata del congresso: epilogo davvero inglorioso per un simposio filosofico, che ha visto paludati cattedratici trattati alla stregua di alunni indisciplinati e incapaci di autogestirsi.

Inutilmente nella seduta pomeridiana Martinetti prima di licenziare i congressisti fa votare loro un ordine del giorno di protesta “in nome della libertà degli studi e della tradizione italiana contro un atto di violenza che impedisce l’esercizio della discussione filosofica ed invano pretende di vincolare la vita del pensiero”, da inviare sia al governo che alla Società internazionale di filosofia e approvato all’unanimità. Prontamente Mangiagalli gli ribatte: “La protesta non mi tange. L’esempio del rispetto del pensiero e della parola doveva venire dai signori Congressisti e questo esempio non venne dato giustificando così pienamente la misura presa”. La quale riscuote la piena approvazione del ministro Fedele: “Mi compiaccio vivamente con la S. V. che ai filosofi convenuti costì a congresso ha insegnato una elementare virtù che invano si tenterebbe di torcere la scienza a speculazione politica contro il Governo fascista”.

Dell’incidente – per molti aspetti incredibile – si hanno diverse versioni. Iniziamo da quella, coloritissima, vergata a caldo dal medesimo “cronista imparziale” Beonio: “Scrivo sotto la diretta impressione del tumulto suscitato da Carlini: per alcuni minuti il salone consacrato alle disquisizioni teoretiche è stato percorso da un vento di comizio elettorale. Al banco della presidenza i congressisti si erano intanto raggruppati e pigiati in due schiere compatte, una di fronte all’altra: e quale di essi agitava le braccia gridando, quale batteva le mani. Signore e signorine, ritte in punta di piedi o salite sugli alti scanni della gradinata per meglio assistere allo spettacolo, associavano le esili grazie della femminea voce al coro dissonante dei polemisti. In fondo alla sala Carlini, vestito di una gran toga scura, con un colletto semi-sacerdotale, la faccia in aria, il braccio teso verso il soffitto e un fascio di cartelle serrate nel pugno sinistro, pareva Savonarola resuscitato lì per lì in carne ed ossa. Fatto sta che ad un certo punto Martinetti, pallido e lampeggiante, si afferra al campanello; lo punta con gesto bellicosissimo verso l’oratore, mitragliandolo in pieno petto con un fuoco di soneria. Alle spalle di Martinetti accorrono tosto i rincalzi: ecco De Sarlo (barba bianca in campo paonazzo); ecco Juvalta (boschetto grigio su fronte pensierosa); ecco Rensi (biancore cronico ricompensato da un cespuglio rosso-caprino all’estremità del mento). E il povero Carlini se ne resta lì interdetto, con la parola mozzata e un saluto romano sospeso a mezz’aria, mentre un tale si sfoga a battergli le mani dietro la schiena. Ma dopo alcuni minuti il campanello presidenziale riesce vittorioso della situazione. Carlini si allontana in segno di protesta. Baratono prende posto al banco degli oratori e, premuto dalla prudenziale insistenza dei colleghi, attacca in quarta velocità il suo discorso sulla estetica kantiana. I congressisti d’ambo i sessi ridiscendono filosoficamente sui sedili. E si torna e riflette, nell’austerità del silenzio ripristinato, intorno alle categorie e ai numeri”.

Mentre in precedenza De Sarlo aveva “intonato, per la durata di circa un’ora e mezzo, un discorso intorno alla libertà di insegnamento, di coscienza, di culto, di opinione, eccetera, spiegando con doviziosa messe di citazioni erudite come e qualmente l’uomo ed il cittadino nascano liberi e protetti da invulnerabile palladio di diritti individuali (bravo, bene). Ha poi soggiunto che gli immortali principii sono proprio immortali principii (ovazioni dell’assemblea, commozione generale) ed ha concluso dicendo che la libertà è una gran bella cosa. I congressisti, colpiti dalla originalità, dalla acutezza e soprattutto dalla assoluta novità di questi pensamenti, hanno rinnovati frenetici applausi. Naturalmente il discorso del prof. De Sarlo non era e non voleva essere neppure lontanamente un discorso a fondo politico e non trasportava (Dio ci guardi dal supporlo!) la eco di preoccupazioni polemiche attuali nel sacrario della filosofia. Invece il prof. Carlini ha creduto di scorgervi sotto qualche altra cosa: ha formulato un ordine del giorno che conteneva una contro dichiarazione osando perfino pronunciare chiaro e tondo il nome di un partito politico, dentro le verginali pareti del tempio filosofico. Non lo avesse mai fatto: l’anatema e la scomunica hanno colto istantaneamente il profanatore blasfemo, imponendogli silenzio. Carlini se n’è uscito”.

Meno ironica la cronaca che dell’incidente fornisce il “Corriere della Sera”. “Ieri, la terza giornata del Congresso Filosofico si è iniziata con una relazione del prof. De Sarlo della R. Università di Firenze sul tema: “Alta coltura e libertà”. Il De Sarlo ha esaltato i diritti della coltura, affermando che essi sono subordinati alla libertà del pensiero. Da ciò egli ha preso lo spunto per affermare che oggi mancano le condizioni necessarie al libero sviluppo della coltura. Ed ha concluso esaltando le concezioni sorte dalla rivoluzione francese. Al discorso del De Sarlo, in cui era evidente l’intento di polemica politica, ha voluto replicare il prof. Carlini, della R. Università di Pisa. Questi ha domandato di fare una dichiarazione da porre a verbale. In essa il Carlini ha fatto rilevare che il concetto empirico di libertà esterna è una cosa assai diversa dalla vera libertà, che si identifica con la vita dello spirito. Ha quindi fatto osservare che la scuola non è solo un istituto di coltura, ma anche morale e politico, in quanto prepara “i cittadini devoti alla Patria come a un’idea che sovrasta assolutamente a tutti gl’interessi degli individui, delle classi e categorie particolari”. Avendo poi accennato al Partito Nazionale Fascista, il Carlini – che era stato applaudito alla parola Patria – è stato interrotto da alcuni congressisti: la discussione si è fatta generale e vivacissima. Il Carlini non ha potuto continuare e, per interrompere l’incidente, la presidenza ha dato la parola al successivo relatore, prof. Baratono che ha trattato del pensiero come attività estetica. Nel pomeriggio si erano da poco iniziate le sedute delle sezioni speciali, quando è giunta una comunicazione del Rettore dell’Università, sen. Mangiagalli, che toglieva ai Congressisti l’uso dei locali universitari. I presenti si sono adunati nell’Aula Magna, dove il presidente, prof. Piero Martinetti, ha sciolto il Congresso con una dichiarazione di protesta. I congressisti si sono sciolti, verso le 16,30, senza altri incidenti”.

Né manca da parte dell’ormai filofascista quotidiano di via Solferino (alla direzione del quale si è appena insediato Ugo Ojetti) una lettura di ordine politico di quanto accaduto: “La decisione del sen. Mangiagalli pone termine ad uno stato di cose che minacciava di diminuire non solo il decoro dell’Università, ma anche quel senso di rispetto che la coltura deve sapersi meritare di fronte all’opinione pubblica. Era necessario impedire che, sotto la parvenza di un Congresso di studiosi, si svolgesse una propaganda politica atta ad accendere gli animi alla discordia. A coloro che aspirano al nome di filosofi spetta anzitutto l’alto e delicato compito di dare un esempio di spirito sereno: né si sarebbe avuto l’increscioso incidente se tutti fossero stati animati dalla serenità di cui ha dato prova Benedetto Croce, nella chiara orazione di lunedì mattina. Il Croce ha dato, in atto, un monito d’austera semplicità agli studiosi italiani. Ma il suo esempio non è bastato, né si è pensato che una elevata coltura e un grado accademico non danno il diritto di giovarsi della propria autorità per turbare lo spirito pubblico”.

Più ricca di dettagli la ricostruzione che dell’episodio offre la prefettura. “Seduta ieri congresso nazionale filosofia svoltasi senza incidenti essendosi il Croce e gli altri oratori mantenuti nel puro campo filosofico. Oggi invece il prof. De Sarlo sul tema “alta coltura e libertà” ha pronunciato un discorso di scarso contenuto filosofico e prevalentemente polemico nel quale, dichiarando non potersi avere alta coltura senza libertà, ha detto che questa manca attualmente ai professori. Ha concluso inneggiando allo stato liberale basato sugli immortali principi dell’89 a cui si dovrà tornare. Discorso più particolarmente e vivacemente applaudito nelle parti antinazione e politica ha provocato richiesta prof. Carlini della università di Pisa fosse a nome suo e di altri colleghi inserita a verbale una dichiarazione nella quale dopo affermato che il pensiero è libero in quanto si sottopone alla logica ed alla legge della verità si dice che la scuola, istituto non solo di cultura ma morale e politico, deve servire a formare il carattere morale dei giovani ed a preparare cittadini devoti alla Patria: idea più alta di tutti gli interessi individuali e che è il principio primo della fede fascista. Giunta a questo punto la lettura della dichiarazione essa fu interrotta da alte grida: “fermati, non dovresti parlare di partiti”. Nel confuso dibattito verificatosi, il Martinetti ha gridato: “toglietegli la parola: la parola è a Baratono” ed il Carlini sopraffatto dalle grida ha dovuto tacere, mentre il Baratono ha parlato tranquillamente senza spunti politici. Informato di tutto ciò il Sen. Mangiagalli quale Rettore Università ha comunicato al Martinetti l’invito a licenziare il congresso. Comunicazione che il Martinetti ha fatto nella seduta pomeridiana ai congressisti leggendo la seguente protesta: “È la prima volta nella storia dei popoli civili che un congresso riunito solo a pro della scienza più pura viene interrotto. Ad ogni modo manteniamo l’unità degli spiriti che i frutti verranno più tardi. Infine quel poco che si è potuto fare servirà di esempio a tante povere anime”. Il Prof. Caramella ha chiesto che di tale proposta fosse data comunicazione alla società filosofica italiana ed una voce ha gridato: “a tutte le società e specialmente in Germania”. In città la cosa non ha avuto ripercussione alcuna”.

Per la cronaca, Santino Caramella era un giovane insegnante liceale genovese –  già collaboratore di Gobetti e allievo di Lombardo Radice – cui il cui dichiarato antifascismo aveva fra l’altro attirato gli squadristici strali del settimanale “Il Littorio”. Ma una ricostruzione dell’accaduto ci offre lo stesso Carlini, in una lettera scritta a Gentile in cui non manca neppure di censurare il comportamento tenuto dagli altri fascisti presenti (oltre a Varisco e Del Vecchio, Uberto Pestalozza), tutti in qualche modo prudentemente “squagliatisi” al momento cruciale, intendendo con ciò evidentemente privilegiare, nel particolare contesto determinatosi, le ragioni della diplomazia e della solidarietà fra colleghi rispetto a quelle della politica, pur gravitanti sul convegno e così pesantemente rivendicate nella propria “dichiarazione” dal docente pisano. Da quanto egli riferisce al grande assente del simposio milanese emerge inoltre tutto il compiacimento del camerata Carlini per il fatto di avere saputo ben vigilare su quanto ordito dagli impertinenti congressisti, solo contro tutti, mettendo loro il bastone tra le ruote e riuscendo alfine a farli “sloggiare” anticipatamente dall’università.

“Quel ch’è accaduto era prevedibile: e io avevo insistentemente pregato Del Vecchio di non mancare. Il Congresso aveva già un colore poco fascista; ma il tema di De Sarlo diceva chiaramente quel che poteva venir fuori da quella zucca lì. La sera precedente vidi Del Vecchio, che mi assicurò la sua presenza: insieme avremmo deliberato sul da farsi. Invece egli vigliaccamente si eclissò, per non trovarsi in impicci: andò al Congresso nel pomeriggio. Il Pestalozza, anche lui aveva promesso, e poi si squagliò. Il Varisco era presente, ma, benché si dichiarasse solidale, non volle firmare la mia dichiarazione. Unici, si associarono a me il Prof. Amodeo, del liceo di Fiume, e uno studente. Il discorso di De Sarlo durò più di un’ora: un torrente bavoso di luoghi comuni in onore della Dea Scienza, contro il fascismo, contro la tua Riforma, contro la nostra filosofia, ecc. ecc. Applausi fragorosi e grida di gioia lungamente sottolinearono i punti culminanti. Diventò una gazzarra indecente. Il mondo accademico dei “filosofi italiani” finalmente sfogava l’ira covata in tanti mesi o anni. Le donne presenti erano più accanite degli uomini. Io me ne stetti quieto, senza interrompere: ero solo. Alla fine, mentre tutti i pezzi grossi si precipitavano a rallegrarsi con l’oratore, mi presentai alla Presidenza chiedendo la parola per una dichiarazione da inserirsi negli Atti del Congresso. Cominciò il tumulto. Minacciai di ricorrere alla stampa. Mi concessero, allora, di parlare: ma ogni frase era interrotta e urlata. Calmo, io tenni testa e seguitavo. Ma quando suonò nella mia dichiarazione la parola fascista, si scatenò un pandemonio. Avevano gli occhi fuori della testa. Io non so i nomi: notai Tarozzi fra i più accesi, Poggi, Rensi, ma più o meno eran tutti i caporioni noti. Andai al Popolo d’Italia: Mussolini [Arnaldo] mi fu molto cortese, e avvertì il Prefetto. Io mi recai dal Rettore, a giustificarmi: perché non gli raccontassero le cose diversamente. Egli prese l’automobile, subito: andò all’Università, e fece sloggiare i congressisti. Il Congresso fu dichiarato chiuso. I “filosofi italiani” dovettero rinunciare ai discorsi preparati e ad altre cose progettate. Pioveva: se no per le vie di Milano avrebbero respirato aria buona. Il Prefetto diede ordine ai giornali di smorzare la cosa: per l’impressione all’estero. Ma quei signori non è giusto che la passino liscia: mi son convinto che non disarmano, e che hanno più veleno in corpo adesso di prima”.

Nonostante la prudenziale direttiva prefettizia, tuttavia, l’analisi di quanto riportato dalla stampa nei giorni successivi dà l’idea di come il clima politico sia in rapida evoluzione, e con esso il grado di tolleranza nei confronti di chi osteggia il governo: se infatti a caldo il clamoroso epilogo del convegno suscita più che altro commenti sarcastici, trattandosi di “filosofi” e per giunta avversi ad un regime che alle elucubrazioni intellettuali avrebbe sempre più prepotentemente contrapposto le virtù dell’azione, del coraggio fisico, del “vivere pericolosamente”, di lì a poco i giornali fascisti prenderanno spunto da quanto accaduto a Milano per invocare provvedimenti esemplari nei confronti di chi, ponendosi contro l’esecutivo, altri non è se non un “disfattista” intento a sabotare la Patria, la Nazione, lo Stato.

Partiamo da quanto scrive il “Popolo d’Italia” il 31 marzo: Il Sindaco Fascista di Milano sospende il Congresso dei filosofi. “Da qualche giorno erano riuniti a Milano un certo numero di professori di filosofia per discutere appunto di cose attinenti alla scuola ed a questa ultima somma scienza dei saggi. Ma, in verità, il pedissequo parlottare dei signori professori, attraverso le varie “ponderose” relazioni, non si risolveva che in una subdola, costante ed ipocrita denigrazione dei principii morali e politici ai quali si ispira oggi ogni manifestazione alta e nobile della vita nazionale. Il convegno di professori filosofi, benché si svolgesse nel chiuso di un’aula concessa dall’Università, non era sfuggito però ad un gruppo di studiosi italiani gelosi di salvaguardare, anche a traverso le astruserie dei filosofi, le alte e pure idealità dell’educazione nazionale ed i diritti stessi della Nazione. E nella seduta di ieri, dopo una lunga tortuosa argomentazione filoliberalistica di un congressista professore, che si scagliò in nome dei principii dell’89 (niente di meno) contro il Governo nazionale, contro le leggi e il regime fascista, fu letta a nome di questo gruppo e per scindere dalle affermazioni dell’oratore la responsabilità di parte dei convenuti una dichiarazione da inserire nel verbale”. Riportata la quale il quotidiano diretto dal fratello del Duce prosegue: “Ma i “saggi” uomini formanti la maggioranza del nobile consesso non lasciarono arrivare in fondo alla lettura della dichiarazione; e cominciarono ad urlare ed a grugnire fino dalle conclusioni del primo periodo. Ne seguì una scena disgustosa”. L’articolo si chiude con un corsivo in cui, elogiato Mangiagalli “per il gesto energico e definitivo compiuto nei confronti dei filosofi e professori disfattisti ed anazionali, benché tutti agli stipendi, or non è molto aumentati, del Governo Nazionale”, a proposito dello “scioglimento dell’ambiguo raduno” si osserva: “Così la manovretta da lungo tempo preparata è completamente fallita”.

Conclusione che suscita l’ironico commento dell’“Avanti”: “Come mai, se la “manovretta era da lungo tempo preparata”, il sen. Mangiagalli ha ugualmente incaricato il sen. Scherillo di inaugurare, a nome suo, il Congresso? Non sarebbe stato più semplice chiarire la faccenda sin dagli inizi?”. Se il giornale socialista non prende una posizione ben definita sull’accaduto, in pratica limitandosi ad una rassegna di quanto riportato in merito dalle principali testate, quello comunista vi dedica al contrario una interessantissima analisi, di taglio prettamente ideologico e che va ben oltre la mera cronaca dei fatti: Della sospensione di un Congresso di filosofi.

“I Congressi sono sempre di natura pratica: implicano ordini del giorno, relazioni, votazioni, maggioranze e minoranze. Come può accordarsi con queste esigenze un Congresso di filosofi? Che cosa è un filosofo? Bisogna distinguere filosofo da professore di filosofia. Come ogni uomo è artista, così ogni uomo è filosofo, in quanto è capace di pensare e di esprimere un’attività intellettiva. Sovente il filosofo è da cercarsi assai più fuori che nel professore di filosofia. Il raduno di Milano, salvo eccezioni, era un congresso di professori di filosofia, più che di filosofi. Quali realizzazioni pratiche potevano comunque uscire da un congresso di professori di filosofia? In esso non c’erano deliberazioni da prendere o ordini del giorno da votare. L’unica realizzazione pratica poteva consistere nell’esposizione dei diversi relatori, i quali come filosofi avevano la pretesa di porsi al di sopra delle classi e dei rapporti sociali, proclamando l’indipendenza della filosofia come scienza dello spirito, quasi che lo spirito possa esistere fuori della realtà storica che è realtà di lotta di classi. La filosofia è borghese o proletaria, com’è borghese o proletaria la società in cui l’uomo pensa ed agisce. Una filosofia indipendente non esiste come non esiste un uomo indipendente dai rapporti sociali in cui egli vive. Certo il pensiero è generatore di pensiero: ma come esso non viene dal nulla così esso non si pasce dal nulla. Quei filosofi, che parlando della funzione dello Stato e della libertà dimenticavano di dire a quale Stato e quale libertà intendevano riferirsi, parlavano di mere astrazioni, di simboli arbitrari e fuori della realtà. È la ideologia borghese, che dopo aver rovesciato lo Stato feudale, la libertà e la giustizia feudale, cerca di fare dello Stato, della giustizia e della libertà borghese, tanti altri simboli sacri e indistruttibili”.

Venendo all’episodio in questione, l’“Unità” osserva ironicamente come, “non potendo il prof. Carlini convincere i suoi colleghi che l’alta cultura non può essere indipendente” dal momento che la sua dichiarazione era stata “urlata tanto che egli non poté arrivare alla fine, intervenne il sen. Mangiagalli con un provvedimento pratico a dimostrare… l’indipendenza dei “nostri” filosofi”. Per commentare: “Questi filosofi, protestando contro l’asservimento dell’alta cultura al fascismo, non hanno però dimostrato che la filosofia è indipendente dal capitalismo. Infatti essi hanno in comune con il fascista prof. Carlini i concetti di “Stato”, “Patria”, “Nazione” sovrastanti “a tutti gli interessi degl’individui”. E se il prof. Carlini propone il manganello come metodo di difesa della “Patria” e dello “Stato” dai suoi nemici interni – i proletari rivoluzionari – gli altri filosofi, volendo pure conservare l’attuale ordinamento sociale, non sono meno pronti anch’essi ad uscire dalla loro “neutralità”, se si tratta di porsi contro i “distruttori” dello Stato, che per noi è l’organizzazione di dominio dell’attuale classe dirigente. La differenza non è dunque tra i congressisti filosofanti di sostanza, ma di forma e di quantità”.

Mentre l’allineatissima “Tribuna” commenta il fattaccio con una ironica nota che non risparmia neppure al provvedimento preso dal rettore una giustificazione di ordine in qualche modo “filosofico”: Mangiagalli sloggia fascisticamente i filosofastri a congresso. “I queruli filosofi sono stati gentilmente messi alla porta dal sen. Mangiagalli. Codesti cianciatori – nonostante l’opportuno richiamo di qualche loro serio collega – pretendevano affermare i diritti del loro individuale modo di vedere e di pensare contro il sentimento del popolo italiano e, quel che più monta, contro la forte volontà dello Stato fascista, unico e sovrano interprete degli interessi nazionali dell’Italia. Il sen. Mangiagalli, con prontezza fascista, li ha richiamati alla realtà. Il gesto è stato di un’efficacia pragmatica veramente istruttiva. Esso ci dimostra che l’atto può e deve in alcune occasioni vincere l’idea: specie quando l’atto s’intona al sentimento prevalente di tutta una nazione e l’idea si ostina a rimanere caparbiamente personalistica. Anche l’anarchia del pensiero deve finire perché, oltre tutto, è supremamente stupida, come tutte le forme d’impotenza”.

Il 1° aprile il “Popolo d’Italia” fa scendere in campo Luigi Freddi, il pungente “Fromboliere” che, in Tiro a segno. Il congresso dell’ipocrisia non perde l’occasione per scagliare le sue ficcanti fiondate contro il “filosofico raduno” organizzato da “noti, notissimi antifascisti”, a cominciare da “quella vecchia ragnatela della scuola di Tubinga” di Martinetti, “conosciuto dagli studenti soprattutto per i suoi quotidiani sfoghi antifascisti in aula ed ugualmente noto a molti altri per il suo famoso bestiale corso di Cristologia che suscitò tante polemiche”. Nell’economia del congresso Croce non rappresentava che uno “specchietto di richiamo”, mentre De Sarlo altro non è se non un “pagliaccio vestito da filosofo”. Appellandosi a quanto riportato anche dalla stampa antifascista, il giornalista milanese non manca quindi di rimarcare il differente metro di giudizio tenuto da Martinetti in occasione del frangente che ha determinato la chiusura anticipata del convegno. “Dalla narrazione di tutti i giornali risulta in modo inequivocabile che mentre il prof. Martinetti aveva tollerata la tiritera antifascista del filosofesso De Sarlo (tiritera squisitamente politica), ha impedito al prof. Carlini – in omaggio alla libertà della quale il consesso stava cianciando – di svolgere il suo pensiero in contraddittorio, con la scusa povera e vile che la discussione doveva mantenersi lontana dalla politica”. Altro che congresso di filosofia: “si trattava (o doveva trattarsi) di un partigiano demagogico comizio antifascista, nel quale avrebbero dovuto trionfare soltanto l’anima perversa di Salvemini (l’immondo rinunciatario che disonora l’Italia all’estero) e quella ipocrita del prof. Martinetti e dei suoi accoliti”. Provvidenziali perciò prima l’intervento di Carlini, poi quello, “in un certo senso squadrista”, di Mangiagalli: “fattori” in mancanza dei quali sarebbe “molto probabilmente entrata in discussione una delle migliori squadre d’azione” del Fascio milanese; con gli “amici di Croce” che a quel punto si sarebbero visti costretti ad “accoglierla con molta filosofia: cioè con l’unica cosa veramente “filosofica” dell’insano veglione mascherato”.

Una bella tirata d’orecchie ai Filosofi corrigendi dà anche il “Tevere” – lo spregiudicato foglio di Telesio Interlandi, sostenuto personalmente da Mussolini – nel tributare “tutti gli onori” all’“avvenimento fascista” che ne ha decretato la “dispersione”. “I filosofi che si sono adunati a Milano intendevano fare della speculazione pura, si dice: si è voluto parlare dell’alta cultura e della libertà. Ed ecco riapparire il concetto che l’alta cultura, appunto perché alta (alta, di grazia, in rapporto a che cosa?) debba stare al di sopra di tutto e debba infischiarsi delle necessità nazionali che impongono questo o quel modo di vita. Anarchia intellettuale, disgregazione, spappolamento del pensiero che si bea di se stesso e in se stesso finisce, senza uno scopo esterno che gli dia un titolo di nobiltà. Naturalmente, i concetti di assoluta libertà sono serviti a taluni per fare dell’antifascismo; come una decina d’anni fa gli stessi concetti servirono per fare del disfattismo. A questo punto è intervenuto il fascista: il quale ha cacciato i filosofastri dall’aula in cui cianciavano, e li ha dispersi. Il calpestio del gregge filosofico e il polverone sollevato nella fuga sono ancora percepibili. Molti filosofi boccheggiano sul bordo delle strade strozzati dai discorsi che non poterono emettere”.

Già il 2 aprile tuttavia il tono con cui la stampa filogovernativa ritorna su quanto accaduto a Milano muta: ironia e sarcasmo lasciano infatti il posto ad esplicite richieste di un giro di vite da parte dell’esecutivo nei confronti di chi boicotta lo “Stato fascista”. Partiamo da quanto a proposito dell’ Antifascismo universitario scrive la “Tribuna”: sottolineato come dopo l’intimazione di Mangiagalli i congressisti si siano “riuniti in comizio di protesta” per “gridare che la loro protesta debba andar fuori dei confini e specialmente in Germania”, il quotidiano nazionalista osserva che, dal momento che in Italia sia lo Stato che la società nazionale sono fascisti, è intollerabile che, nello “sforzo gigantesco” che si sta compiendo, in cui “il Duce domanda a tutti la disciplina, che egli per primo si impone, le scuole, universitarie e non, si costituiscano in asilo di antifascismo, e però oggi di antistato. È inammissibile che professori di scuole di stato, medie o universitarie, e però funzionari dello stato, in una ridicola adunata, in nome di una superiorità spirituale che essi presuntuosamente si attribuiscono, ma che nessuno di quanti combattono duramente per l’Italia, in nome proprio di una missione spirituale fatta azione, può loro riconoscere, si arroghino il diritto di porre in istato di accusa lo Stato fascista, la società fascista: pretendano di agire contro di essi; e infine invochino, dopo una prima modesta lezione, la solidarietà straniera, e più particolarmente di stranieri che hanno tentato ultimamente di ferire la nostra unità nazionale e la nostra missione di civiltà”. Donde l’esplicita richiesta al governo di escludere dall’insegnamento, “con i poteri delle leggi dello Stato, quanti, insegnanti universitari o non, dipendenti dallo Stato, hanno fatto manifestazioni così tipiche di antifascismo a Milano”, essendo ormai “tempo di finirla con le Università focolari di antifascismo e però di antitalianità”: anche a costo di lasciare diverse cattedre vacanti.

Sulla stessa lunghezza si pone il “Giornale d’Italia”, prendendo posizione “contro il tentativo subdolo d’una manovretta antifascista sotto specie di discussioni astratte intorno alla libertà”. Incensata la dichiarazione congressuale di Carlini secondo la quale “la scuola non deve essere soltanto un istituto di cultura, ma anche di moralità politica, in quanto prepara i cittadini devoti alla Patria, idea che supera tutti gli interessi degli individui e delle classi”, e qualificato Croce come un “vecchio idolo di se stesso e di coloro che gli rassomigliano in Italia e fuori, iconoclasta dell’altrui grandezza per innata, anche inconsapevole invidia, da Dante a Pascoli”, che “tra il 1915 e il 1918 nascose la sua indifferenza per la guerra patriottica e la sua insofferenza della guerra antigermanica negli studi tedeschi, uomo in politica inintelligentissimo” e che “merita d’esser segnato a dito come il più caratteristico specimen del passato nel rispetto dell’argomento che tocchiamo”, il quotidiano romano liquida quali “vecchie radici da estirpare” tutto quanto rappresenti una “cultura fuori della realtà nazionale, quando non contro la realtà nazionale, liberalismo filosofico e altro del genere”.

Ma è lo stesso “Popolo d’Italia” ad annunciare che Si possono dare gli 8 giorni “a quei pochi o molti professori con barba e occhiali a stanghetta che al congresso dei filosofi hanno urlato come gattacci da solaio il prof. Carlini che osava parlare di Fascismo e di libertà fascista. Il regime non dà nessuna importanza ai signori filosofi antifascisti, ma è giusto e corretto che essi non parlino più dall’alto di nessuna cattedra universitaria italiana. Lo Stato fascista perseguita gli anarchici barricadieri ma evidentemente e per le stesse ragioni non può tollerare neppure quegli anarchici intellettuali ai quali sia affidato per malaugurato caso il compito di coltivare le giovani menti. Quindi è necessario e urgente che tutti quegli insegnanti che fanno professione di antifascismo siano messi alla porta delle Università senza riguardo né per la loro sapienza, né per la rinomanza grande o piccola delle loro opere. I diritti materiali siano liquidati, secondo le giuste leggi, ma dev’essere finalmente conteso l’assurdo diritto che questi filosofi reclamano, di avversare cioè lo Stato perché attrezzato su ordinamenti non conformi alle loro ideologie liberali o massoniche. È tempo che la ridicola albagia di questi filosofi sia dispersa. L’alta coltura non può essere contro lo Stato in nome di una libertà che sarebbe assurdo riconoscere. Narra un cronista della Rivoluzione francese che durante il terrore un personaggio dell’ancien-régime ricordando gli errori del passato e la arrendevolezza verso gli enciclopedici banditori delle nuove teorie del Contratto sociale si lamentasse dicendo: Si sono bruciate le opere invece di bruciare gli autori! E i rivoluzionari per non ripetere l’errore ghigliottinarono allegramente in nome dei principii democratici. La Rivoluzione fascista è molto più civile: non brucia né opere né autori e non ghigliottina nessuno, ma esercita un suo diritto mettendo fuori dalla porta delle aule di insegnamento i suoi avversari e detrattori, anche se filosofi. Appunto per ciò sarebbe un atto squisitamente fascista “dare gli otto giorni” ai signori filosofi antifascisti come si fa con il personale che non soddisfa e che tradisce”.

Argomento rilanciato dal “Littorio”, che in un articolo dedicato all’Antifascismo dell’“alta cultura” classifica la “scialba adunata” dei “campioni di questo repellente professorume” datisi appuntamento a Milano come “una delle tante manifestazioni di un fenomeno più vasto e preoccupante”: quello rappresentato dall’esistenza, “in ogni grande città, di forti nuclei di “intellettuali” antifascisti, più o meno firmatari del famigerato manifesto di un anno addietro, più o meno aridi, inetti ed improduttivi, nella loro accumulata e stagnante erudizione, ma tutti operanti nell’ombra di istituzioni culturali, apparentemente apolitiche, di sodalizi di studio o di beneficenza, di congressi più o meno segreti”. Per poi chiedersi se non sia giunta l’ora di “liberarsi finalmente di questi perdigiorni di un falso intellettualismo antifascista, sia esso praticato per convinzione o per “elegante” snobismo. Dopo lo smatteottizzamento della Nazione, non si potrebbe iniziarne la purificazione da quella zavorra di critici, di melanconici, di corrosivi pseudo-intellettuali? Scacciati poco a poco dalle Università, non più esistenti i loro partiti, proprio dobbiamo tollerarne ancora il sopravvivere nelle istituzioni, nei sodalizi culturali?”.

Interessanti appaiono anche le prese di posizione delle riviste culturalmente più impegnate. A ridicolizzare uno ad uno sul piano prettamente intellettuale i Filosofi a Milano pensa anzitutto “Conscientia”, qualificando quello ambrosiano come “il congresso dei vinti, critici dei vincitori”, la presenza nel quale di Croce “non deve ingannare: essa è quella di un vincitore dissidente per motivi di stile, che fa causa comune coi filosofi vinti”. “I più intelligenti tra questi sono degli irrequieti che hanno cambiato troppe volte opinione per esser creduti (Aliotta, Rensi); quelli più seri e capaci come Martinetti preferiscono il silenzio alla pubblicità e all’agone, Buonaiuti è un epigono ritardatario della pseudo filosofia modernistica i cui casi personali, per la benedetta malattia sentimentale di noi italiani, parecchi prendono sul serio, ma le cui idee non seguono se non venti studentesse; De Sarlo angosciato dal bisogno che la filosofia sia scienza cioè verità, s’è chiuso oramai nel piccolo ex-Convento fiorentino di via Gino Capponi tra gli apparecchi del gabinetto di psicologia sperimentale per non prestare orecchio da quel piccolo mondo scientifico saldo sicuro certo al mugghiare dei massimi problemi metafisici”. Dubitando che “il pubblico serio che in Italia si interessa di questioni filosofiche” possa essersi realmente interessato al convegno, e riferendo le cronache di una prevalenza femminile nella sala, il giornale di Giuseppe Gangale conclude: “Che le signore siano andate per ammirare la veneranda barba ardigoiana di Marchesini? O il garbato porgere di Troilo? O la piemontese severa asciuttezza di Martinetti? Manco per sogno. Ci sono andate per veder Buonaiuti”.

Anche “Critica Fascista” – il quindicinale diretto da Giuseppe Bottai – propone una canzonatura generale dei Filosofi a Congresso, a firma dello studioso dell’idealismo Carmelo Sgroi: ma seguita da un invito a mettere alla porta quegli insegnanti dal fascismo ereditati dalla “cultura democratica”. “Io non avrei tanto infierito contro quei poveri diavoli di universitari adunati a Milano e li avrei lasciati cianciare a perdifiato: dopo un giorno nessuno si sarebbe ricordato dei vari Martinetti, De Sarlo, Rensi e simili, perché estranei non solo alla reale vita della nazione, ma altresì estranei al progresso del pensiero italiano. Non parlino quindi di alta cultura e di filosofia che si erge a giudice del Regime”. “Noi non contestiamo a quei professori il diritto di essere antifascisti. Essi, rimanendo ai margini della cultura viva, non possono intendere il Fascismo; contestiamo perciò quello di rappresentare l’alta cultura dell’Italia di oggi”. “L’insegnante universitario ha certo una grande responsabilità ed è per questo che lo Stato deve vedere in esso non il rappresentante della cultura ufficiale – che non esiste mai – ma colui che sente, come pochi, il palpito dell’anima nazionale, le necessarie esigenze dello Stato che, vivaddio, non è più esemplato sul Contratto sociale, ma rampolla su, come creatura vivente, dalle aspirazioni del popolo, e perciò chi queste aspirazioni non capisce è fuori dalla vita. Bisogna richiamare gli insegnanti antifascisti sparsi per le università e per le scuole medie alla realtà della vita nazionale. Se è vero che il Fascismo non ammette agnosticismi spirituali in nessun campo, la cultura dev’essere nazionale e perciò deve adeguarsi al rinnovamento della vita nazionale. Esso ha bisogno di cittadini che rivolgano lo sguardo in avanti e non indietro agli “immortali principii”. La storia è processo e chi si ferma deve essere messo da parte inesorabilmente. Coloro che poterono soddisfare i bisogni della cultura democratica non son certo i più adatti a tenere le Cattedre universitarie della nuova Italia”.

Va oltre sull’“Italiano” Camillo Pellizzi – l’ideologo della neonata rivista di Leo Longanesi – chiedendo di trattare quei convegnisti che hanno rivolto la propria protesta all’estero alla stregua di fuorusciti. “In questo congresso di filosofia di Milano, chiusosi assai malamente, il prof. De Sarlo ha fatto una tirata di un’ora e mezza sul tema: libertà, la scienza è al di sopra dello Stato, i principi dell’89, ecc. Io nutro molta simpatia per questo vecchio signore, che ha lo stomaco tuttavia di esibirsi in pubblico con simile roba. D’altra parte lo Stato non tiene aperte le scuole e non paga professori per sentirsi fare di queste prediche, e in secondo luogo la tesi del De Sarlo, filosoficamente parlando, ha lo stesso valore che se uno venisse fuori oggi a insegnare astronomia sulla base del sistema tolemaico. Per il caso De Sarlo non c’è dunque che un provvedimento da chiedere: congedo, pensione intera, e un benservito per tanti anni di lavoro ispirato ad ottime intenzioni. I congressisti, tranne due o tre, si riscaldavano e sbracciavano ad applaudire il discorso De Sarlo. Pallade Atena, ch’era venuta a dare un’occhiata dal lucernario dell’aula magna, se ne andò torcendo le divine narici, e pensò forse non trattarsi d’altro che di un mercato di buoi in una città di provincia. Per quei congressisti che si riunirono poi a protestare, approvando che la loro protesta vada a farsi sentire all’estero, e sopratutto in Germania, chiediamo intanto il congedo per indegnità, se sono insegnanti; e quei provvedimenti più severi che la legge consenta. Non c’è la legge sui fuorusciti? Bisogna applicarla a quei fuorusciti… che son rimasti dentro! E concludiamo che in Italia, tranne pochi veri vecchi maestri, il “mondo della cultura” non son che migliaia di braccia rubate alla vanga. E ripetiamo il vecchio grido di Papini: chiudete le scuole!”.

Un profilo basso sceglie invece la mussoliniana “Gerarchia” ne I congressi e la filosofia, giudicando che del convegno milanese si siano “già troppo occupati i quotidiani per dover ritornare sull’argomento”. Per poi però prendere spunto dall’avvenuta pubblicazione da parte della Sfi degli atti del precedente simposio (svoltosi a Firenze nel ’23) per sviluppare un ragionamento che non potrebbe riuscire più caustico. “In merito ai Congressi Filosofici ci sia consentito un rilievo. Noi non intendiamo sostenerne l’inutilità: ma non siamo neppure disposti a riconoscere ad essi un eccessivo valore, appunto in quanto si tratta della Filosofia. Se lo specifico valore dei Congressi consiste nelle discussioni, ci sembra che proprio la filosofia sia la disciplina meno adatta. Nelle riunioni, nelle assemblee, il successo è affidato quasi esclusivamente alle doti oratorie. Ora noi siamo convinti che quanto più un uomo è pensatore, tanto meno è oratore. Se vi sono eccezioni esse confermano la regola. Avviene, così, assai spesso, che nei Congressi facciano bella figura i pensatori meno profondi. Quanto agli ordini del giorno, se sono di indole tecnica, cioè se riguardano la scuola o la accademia, possono rientrare facilmente nei Congressi professionali; se sono di natura intellettuale, non sappiamo se siano più inutili che nocivi, data la nostra antica convinzione che nell’ordine intellettuale la maggioranza ha più spesso torto che ragione. Messo in dubbio, dunque, in tema di filosofia, il valore che è proprio dei Congressi, riteniamo che questi ultimi presentino due sole utilità: quella di porgere occasione ai filosofi di conoscersi personalmente e di rivedersi a date periodiche, e quella di dare origine a un bel volume di Atti, contenenti le monografie scritte nella seria tranquillità dello studio, volume che potrebbe essere composto senza la convocazione dei Congressi. Concludendo, il valore concreto del Congresso Filosofico del 1923 consiste nel magnifico volume degli Atti”.

Ma è sul “Popolo d’Italia” del 14 aprile che leggiamo il commento al Congresso filosofico per noi più interessante: quello del grande convitato di pietra del convegno milanese, e cioè Gentile. Per il quale anzitutto “i giornali hanno fatto troppo rumore per il Congresso”, del quale “resterà soltanto la comunicazione del Croce, interessante ma di importanza scientifica piuttosto scarsa, se si considera il modestissimo contributo che i pensatori da lui rievocati hanno recato al progresso della filosofia: si tratta evidentemente di studi che possono attirare soltanto l’attenzione degli specialisti. Poco osservato è passato il discorso del venerando Varisco sul concetto dello Stato, sulla sua natura etica, sul carattere assoluto che esso perciò deve avere, e sul suo ordinamento vigoroso e potente. Discorso filosofico, di salda struttura speculativa, e perciò poco atto a destare l’interesse di un largo pubblico”. “Spropositi” invece quelli “detti sulla stessa materia nella conferenza che diede particolare fisionomia al Congresso” da De Sarlo: il cui discorso “fu un tessuto di luoghi comuni dei più abusati, dei più logori, che pure si dice abbian fatto andare in visibilio gli ascoltatori, in lode della dea Scienza, della dea Libertà, degli immortali Principii, dei sacri Diritti dell’individuo, della Libertà del pensiero, e altre simili novità, che ormai non solo i fascisti, ma tutti gli uomini colti ritengono scimunitaggini”.

“Martinetti non è De Sarlo: altra cultura, altro ingegno, altro gusto. Ma il suo discorso inaugurale spaziò anche esso nelle banalità dei filosofi disorientati: che si son sentite ripetere tante volte, e non c’era bisogno di andarle a sentire a un congresso. Banalità e pettegolezzi, perché non erano tesi di filosofia ma frecciate polemiche contro Tizio e contro Caio: persone assenti, che perciò non rispondevano; ma il cui solo nome si dice basti a produrre nel sistema nervoso del buon Martinetti una grandissima agitazione”. Ma ce n’è anche per “quel filosofo allegro che insegna a Genova, e salta e balla e fa sberleffi innanzi al pubblico, dimostrando oggi la verità, domani la falsità di ogni filosofia che gli capiti alle mani, prima idealista, poi scettico, più tardi dogmatico, ieri filosofo dell’autorità oggi della libertà, sofista sempre e cervello vano, applaudito questa volta anche lui a Milano per l’ultima sua farsa, del “Materialismo critico”: come dire del circolo quadrato. Povero Rensi, perché non si concede un po’ di riposo dopo tante fatiche, dopo tanti sistemi, dopo tante chiacchiere?”.

Quindi l’episodio chiave: “Si udì qualche stridula voce femminile: – Finalmente, finalmente! son cinque anni che queste cose non si potevano dire! E chi vi ha impedito di dirle? Sono tonnellate di carta stampata che si sono riempite di novità di questo genere a consolazione degli imbecilli della filosofia, della politica, del giornalismo, della scuola, di tutti i partiti disfatti e di tutte le chiesuole spente. E ancora non son sazie le vostre brame? Se al Congresso filosofico di Milano fossero intervenute migliaia di persone, lo spettacolo che esso diede sarebbe stato certamente doloroso. Se quel centinaio di presenti avesse rappresentato il meglio della cultura o degli studi filosofici italiani, ci sarebbe da restare mortificati innanzi al mondo pel fatto che il congresso abbia potuto commuoversi per il discorso di un filosofo come il prof. De Sarlo. Ma a Milano il prof. Martinetti aveva convocati gli uomini di cui poteva fidarsi: c’era il Carlini per uno sbaglio”.

“In conclusione, il Congresso rappresenta una forte passività per la così detta filosofia italiana, cioè per gli uomini che si sono arrogati di esserne gli esponenti. Passività scientifica e passività nazionale, poiché a questo spettacolo poco decoroso di studiosi schiamazzanti senza motivo, incapaci di discutere, anche gli stranieri hanno guardato, e non vi hanno trovato argomento di ammirazione”. Ineccepibile dunque l’intervento d’autorità del rettore, il quale “non poteva tenere i locali aperti a manifestazioni antigovernative e ad assemblee tumultuose di pessimo esempio agli scolari”. Disdicevole al contrario l’“ordine del giorno in cui il Congresso denunziava la propria fine infelicissima al Comitato internazionale dei Congressi di Filosofia. Gesto di cui ognuno può apprezzare la dignità, e che umilia l’Italia di questi sciagurati innanzi agli stranieri: i quali, per fortuna, non confondono l’Italia di costoro con l’Italia reale”.

A leggere certi commenti della stampa straniera però le cose non parrebbero andate esattamente come auspicato da Gentile. In Germania, ad esempio, il “Neue Zürchen Zeitung” spiega che la sospensione decretata da Mangiagalli, “misura che non ha precedenti nella storia della filosofia, ha tratto lo spunto dalla conferenza di un relatore fiorentino sul tema della necessità della libertà nella ricerca scientifica. La relazione, tenuta in tono pacato, e l’approvazione da parte della stragrande maggioranza dei presenti hanno indotto un rappresentante del partito fascista e della sua teoria dello Stato a fare una professione di fede sottolineata dal saluto romano. Il presidente ha raccomandato di non far entrare la politica nella filosofia: al che l’intervenuto ha abbandonato la sala, seguito dai suoi accoliti. Nel pomeriggio, allorché le commissioni erano tranquillamente al lavoro, giungeva l’ordine di sospensione”. Segue il testo dell’ordine del messaggio di protesta approvato dai congressisti.

Più esplicito nel denunciare l’incompatibilità tra Il fascismo e la libertà di pensiero si rivela lo svedese “Aftonbladet”. “La prova inconfutabile che il fascismo non sia un custode della libertà della scienza è fornita da quanto accaduto al Congresso filosofico tenutosi di recente a Milano, sotto la presidenza del famoso scienziato Prof. Martinetti e con la vivace partecipazione dei più importanti specialisti del Paese, tra cui Benedetto Croce, e che è infine venuto a conoscenza di tutto il mondo. Un docente universitario fiorentino vi ha tenuto una conferenza sulla necessità della libertà della ricerca scientifica, accolta con viva acclamazione da parte del numeroso pubblico. Non ha mancato allora di intervenire un oratore, seguace del partito al potere e della sua filosofia politica, per fare una dichiarazione esplicitamente fascista e sottolineata anche dal saluto romano. Il Presidente ha chiesto di lasciare la politica al di fuori della filosofia; dopodiché l’intervenuto e i suoi seguaci si sono ritirati. Nel pomeriggio è arrivato, da parte delle autorità universitarie fasciste, l’ordine di scioglimento d’autorità del Congresso”. Riportato anche in questo caso il telegramma di protesta vergato dai disciolti convegnisti, il giornale commenta: “Questo divieto fascista è una chiara riprova di come in genere il potere politico, come già accaduto negli Usa a Dayton [ove nel ’25 un insegnante era finito sotto processo per aver esposto agli alunni la dottrina darwiniana della discendenza dell’uomo dalla scimmia], non sopporti che la ricerca sia libera e indipendente”, aggiungendo che “i giornali fascisti hanno trattato il caso con articoli violenti, sostenendo che i professori antifascisti andrebbero perseguiti” ed attaccando in particolare Croce e i suoi seguaci “come intellettuali filo-tedeschi”.

Questa vicenda non finisce tuttavia di stupire: il 16 aprile lo stesso “Popolo d’Italia” si vede costretto ad ospitare, “per dovere di imparzialità”, la provocatoria replica al “forte articolo” gentiliano giuntagli a stretto giro di posta da parte del suo ex collaboratore Rensi. “Naturalmente, in una polemica tra il presidente del Consiglio Superiore dell’Istruzione [Gentile] e me, egli si trova in condizione di enorme superiorità, materiale, se non morale. Press’a poco, nella condizione di Dionigi di Siracusa o di non so quale altro tiranno dell’antichità che poteva far mettere a morte coloro che non approvavano i suoi versi. Comunque, oserò osservare quanto segue. Io sono, pel sen. Gentile, un cervello vano. Ma come si spiega allora che in data 28 marzo 1925 egli mi invitasse (inutilmente) a dare la mia “ambita collaborazione” all’Enciclopedia Treccani perché era “desiderio e proposito del Consiglio Direttivo che vi collaborino tutti gli studiosi più insigni d’Italia”? Quali però si siano le opinioni del sen. Gentile a mio riguardo, mi consola il pensiero che quella da lui ieri espressa non può essere condivisa dal “Popolo d’Italia”. Altrimenti, come sarebbe avvenuto che in data 2 novembre 1922 il direttore di questo giornale mi scrivesse che avendo “oggi più che mai bisogno di buona collaborazione” desiderava “poter contare su di me” per la continuazione di quella che avevo dato a questo giornale durante il periodo bolscevico, quando i tre quarti almeno di coloro che adesso vi collaborano non si degnavano o non si arrischiavano di scrivervi? Io non ho acceduto. Sono sicuro che il Direttore me lo ha di buon grado perdonato, poiché tanta è la gente a colpo sicuro accorsa, “sopraggiunta”, che la buona collaborazione è certo esuberante. Ma come mi sarebbe stato facile essere anche nell’aprile 1926, anziché un “cervello vano”, quell’uomo di mente solida che ero per questo giornale nel 1922! Sarebbe bastato che io avessi acceduto. Queste sì sono farse”.

Chiamato direttamente in causa, il quotidiano mussoliniano prova ad uscire dall’imbarazzante situazione determinatasi accompagnando la circostanziata lettera rensiana con un risentito corsivo. “Non discutiamo la forma rachitica né la portata delle deduzioni del prof. Rensi. Per quel che ci riguarda diremo che effettivamente nel 1922 facemmo a lui invito a continuare la sua collaborazione sul Popolo d’Italia ricordando alcuni articoli suoi su quel “principio d’autorità” che egli allora sosteneva e che noi faticosamente e vittoriosamente abbiamo imposto nella lotta politica in Italia. Il prof. Rensi rispose, allora, con una lettera simile alla presente. Già lo scetticismo, altra faccia del mutevole suo prisma mentale, cominciava l’opera roditrice. E spiace che un filosofo, un universitario scelga per elementi di polemica alcune lettere di cortesia amichevole e trovi i documenti probatori del suo senno polemico, politico e filosofico nel tiranno di Siracusa e tra i “sopraggiunti” collaboratori al Popolo d’Italia. Le farse non sono di casa nostra”.

Ma al profluvio di rampogne, sberleffi, minacce riportati dalla stampa, seguirono effettivamente dei provvedimenti, almeno nei confronti dei principali responsabili del fattaccio milanese? No: tutto si risolse in una bolla di sapone, e probabilmente a seguito di uno dei classici ripensamenti mussoliniani. Perché a seguito di quanto accaduto al congresso sia a Martinetti che a De Sarlo il ministro Fedele aveva in un primo tempo comunicato del loro essersi posti in condizione di “incompatibilità” rispetto alle direttive governative, con l’avvio nei loro confronti del procedimento di dispensa dal servizio; il quale sarebbe stato tuttavia sospeso, per decisione dello stesso capo del governo.

Interessante è comunque il memoriale inviato da Martinetti a Roma a giustificazione del proprio operato, nel quale egli – con la consueta mancanza di peli sulla lingua – ammette esplicitamente due cose: sia di avere agito nel modo più improvvido pur avendo compreso la natura provocatoria dell’intervento del Carlini, sia di provare avversione verso la pretesa volontà del governo di omologare l’insegnamento filosofico su di una precisa direttrice ad esso gradita, ed imperniata proprio sulle due tendenze dallo studioso piemontese dichiaratamente avversate e per questo escluse dal convegno. “Se il Congresso diede luogo ad una certa agitazione contro il prof. Carlini, ciò è dovuto a due cause. La prima è che l’atto del Carlini apparve a tutti, anche al sottoscritto, una mossa preordinata per introdurre nel Congresso la nota politica e così dare occasione ai disordini che servissero di pretesto per la sua chiusura: ciò che di fatto avvenne. La seconda è un fatto più generale e grave. È opinione del sottoscritto che il filosofo non debba fare della politica: ma altresì che l’autorità politica non debba fare della filosofia. Molte apparenze possono invece condurre a credere che vi sia come un disegno di far prevalere anche nell’insegnamento universitario un determinato indirizzo – che del resto non si comprende neppur bene se debba essere l’ateismo statolatrico hegeliano o la scolastica cattolica – facendo apparire ogni altro indirizzo come contrario alle direttive del governo. La relazione del prof. De Sarlo ed il plauso del pubblico hanno espresso semplicemente l’avversione del pubblico filosofico ad ogni tentativo di subordinare l’insegnamento filosofico a determinati indirizzi politici”.

Il governo avrebbe dunque rimandato la resa dei conti con la dissidenza universitaria al ’31, allorché, al posto del giuramento di fedeltà “alla patria” disposto dal precedente regolamento, venne introdotto quello “al regime fascista”. Su oltre 1200 docenti furono allora soltanto diciotto a rifiutarsi di prestarlo: fra questi Martinetti, il quale venne perciò pensionato d’autorità, finendo quattro anni dopo addirittura in carcere per una sospetta connivenza con gli esponenti antifascisti di “Giustizia e Libertà” legati alla casa editrice torinese Einaudi. Particolare curioso, quale suo successore sulla cattedra milanese Martinetti avrebbe proposto proprio Baratono. Non giurò neppure Goretti, che al congresso aveva svolto la funzione di segretario; e nemmeno Buonaiuti, dopo ulteriori vicissitudini che vale la pena riportare, avendo il suo caso in qualche modo influenzato le lunghe trattative fra Stato e Chiesa sfociate nei Patti Lateranensi, dal momento che un articolo del Concordato pareva studiato apposta per porre fine alla sua attività di docente: difatti, nel ’29 il modernista romano sarebbe stato esonerato dalla didattica per essere assegnato a ruoli extra-accademici, prima di perdere definitivamente la cattedra due anni più tardi.

Ma non si piegò mai neppure Rensi, sospeso nel ’27 dall’insegnamento e finito tre anni più tardi anch’egli in carcere, assieme alla moglie. Quantomai spregiudicato lo stratagemma che s’inventò a quel punto per farli uscire l’amico e collega Emanuele Sella: il quale, pubblicando sul “Corriere della Sera” il necrologio del filosofo, diffuse la notizia della sua morte, inducendo così il governo a liberare immediatamente i due coniugi antifascisti, onde evitare la presumibile ondata di sdegno che ne sarebbe seguita. Nel ’34 Rensi subì comunque il definitivo allontanamento dalla cattedra, venendo dirottato, da vigilato speciale, presso il centro bibliografico dell’ateneo genovese. Continuò comunque la propria attività filosofica e letteraria, collaborando anche al “Lavoro”, il foglio sindacale dei portuali del capoluogo ligure, di orientamento socialista: pubblicazione stranamente tollerata dalla dittatura, al pari della egualmente avversa ma internazionalmente più prestigiosa “Critica” crociana.

De Sarlo invece, superate come detto indenne le traversie congressuali, non ebbe più particolari noie da parte del regime: ma era anche il più anziano di tutti. Continuò ad occuparsi tranquillamente di filosofia della scienza, sino alla morte avvenuta nel ’37.

E la Sfi? Fu alla fine l’unica a lasciarci le penne, sciolta a seguito del famigerato convegno milanese per poi essere ricostituita nel ’31, inglobata nell’Istituto di studi filosofici con il nome di Associazione filosofica italiana.

Bibliografia

  1. Minazzi (a cura di), Filosofi antifascisti, Mimesis, Milano, 2016.
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