Le cause dell’eccidio del Padule di Fucecchio ne La strage del 23 agosto 1944 di P. Paoletti

Nel volume La strage del 23 agosto 1944 lo storico Paolo Paoletti getta luce su uno degli episodi più efferati dell’occupazione germanica: l’eccidio del Padule di Fucecchio, che nello spazio di un mattino vide trucidati 174 innocenti per mano di un reparto della 26ª Divisione corazzata tedesca, insediatasi a Chiesina Uzzanese e comandata dal generale Crasemann. Un massacro – scrive Paoletti – “commesso con una bestialità orripilante, che sconvolse gli stessi soldati germanici”, e la cui inaudita ferocia indusse gli Alleati a istituire due diverse commissioni d’inchiesta: una americana, ricadendo il territorio nel quale fu commesso sotto la competenza della Quinta armata; l’altra britannica, avendo gli inglesi istituito un apposito dipartimento investigativo sui crimini di guerra commessi dalla Wehrmacht contro la popolazione civile italiana. Dal procedimento legato a questa seconda indagine scaturì il processo di Venezia, che partendo dall’inquisizione di 45 militari si concluse con una lieve condanna nei confronti di due soli di essi: lo stesso Crasemann e il capitano Strauch.

Il merito dello studioso fiorentino è quello di non avere trascurato alcun elemento che potesse aiutare a comprendere le cause di quella carneficina (non facilmente spiegabile, non avendosi notizia di tedeschi uccisi nel corso di precedenti attentati), compiendo un’analisi comparata di tutte le fonti disponibili. In tale accurata disamina egli parte così dal fallito attentato a Hitler del 20 luglio ’44, il quale aveva indotto il Führer ad emanare “una legge che risuscitava la millenaria Sippenhaft”, che nell’ordinamento germanico medievale faceva ricadere le colpe del traditore sui familiari: “non solo, ma diventava traditore anche l’ufficiale che non compiva il suo dovere, e ormai tra i suoi ordini di servizio c’era anche quello di compiere la rappresaglia”. Alla luce di ciò, la direttiva emanata da Kesserling già il 17 giugno per combattere il fenomeno della bande partigiane – diffusosi nella parte d’Italia rimasta soggetta alla Repubblica sociale oltre ogni immaginazione a seguito del fallimento del “bando Graziani” del 18 febbraio – e in cui il Feldmaresciallo ordinava che tale lotta venisse condotta “con tutti i mezzi disponibili e con la maggiore asprezza possibile”, garantendo al contempo di “difendere qualsiasi comandante che per la scelta e la durezza dei mezzi impiegati abbia superato la misura da noi abitualmente considerata normale”, riceveva da quanto accaduto a Rastenburg nuova forza.

Come spiega Paoletti, il messaggio del comandante supremo delle forze tedesche in Italia mirava a punire esemplarmente le popolazioni sospettate di contribuire in qualche maniera al mantenimento e dunque all’attività dei banditen, senza remore di ordine “sentimentale” e “tenendo presente che anche i vecchi, le donne e i bambini avrebbero potuto essere in qualche modo collaboratori del nemico”. Già nel dicembre ’41, del resto, il Führer aveva emanato il decreto Nacht und Nebel (“Notte e Nebbia”), con il quale richiamandosi a quella simbologia gotica a lui cara ordinava che tutti i nemici politici del Reich venissero fatti sparire “nella nebbia della notte”: ossia sterminati e bruciati. Applicata sia nei confronti degli ebrei che delle popolazioni sovietiche resistenti nel corso della campagna di Russia, la spietata disposizione hitleriana veniva adesso estesa allo stesso popolo italiano, considerato traditore dopo l’armistizio dell’8 settembre e la dichiarazione di guerra alla Germania: il che consentiva sia alle SS che alle varie “divisioni corazzate” impiegate sul nostro fronte di fare terra bruciata di qualsiasi territorio nel quale si fossero verificati attacchi partigiani; ciò a prescindere dal precedente delle Fosse Ardeatine, che il 24 marzo ’44 aveva  fissato in dieci italiani per ogni soldato tedesco assassinato la proporzione della rappresaglia.

Il 3 luglio, poi, il comandante la 14ª Armata germanica impegnata sulla Linea Gotica, generale Lemelsen, aveva impresso alla già critica situazione un ulteriore giro di vite, ordinando la condanna a morte di chiunque venisse trovato in possesso di esplosivi o armi – fossero anche fucili da caccia – al pari di chi avesse “compiuto contro la Wehrmacht azioni ostili di qualunque genere”; doveva inoltre essere “immediatamente fucilato chi dà appoggio alle perfide e criminali bande, sia fornendo viveri o dando alloggio, sia trasmettendo informazioni militari”. Ricorda inoltre Paoletti come l’escalation di atrocità compiute contro la popolazione civile a partire dal mese di giugno avesse indotto lo stesso Mussolini ad intervenire presso il plenipotenziario tedesco Rahn affinché la repressione teutonica venisse effettivamente rivolta contro le bande partigiane e non contro degli inermi innocenti: il che avrebbe fatto tornare Kesserling sui propri passi, diramando il 21 agosto un’ordinanza in cui sottolineava “il danno che tali misure stanno causando alla reputazione delle Forze tedesche”, prescrivendo che “le azioni di rappresaglia non vengano prese da comandanti subordinati e siano rivolte solo contro veri partigiani e non contro la popolazione civile”. Specificazione che non sarebbe tuttavia valsa ad impedire né l’eccidio del 23 agosto né quello immediatamente successivo e parimenti barbaro di Vinca.

Da tempo il Padule di Fucecchio era entrato nel mirino della Wehrmacht per il fatto di trovarsi proprio nel mezzo delle due principali linee difensive germaniche predisposte in questa parte di Toscana: vale a dire la “Heinrich”, coincidente con il corso dell’Arno, e la “Hansi”, che correva sul crinale del Montalbano. In previsione di uno sfondamento da parte alleata del fronte rappresentato dal fiume, il comando tedesco riteneva infatti cruciale che le truppe nemiche venissero ricacciate tra gli acquitrini: area che era stata però classificata come Bandengebiet, ossia infestata dai banditen, e perciò passibile di misure “speciali”.

Ora la strategia operativa adottata dalle bande partigiane che disturbavano la lenta ma ormai irreversibile ritirata germanica fu tutt’altro che uniforme: mentre infatti i partigiani “rossi” aderenti alle comuniste “Brigate Garibaldi” avevano l’ordine di attaccare i tedeschi ogniqualvolta se ne presentasse l’occasione e senza porsi alcuno scrupolo nei confronti delle ritorsioni che si sarebbero inevitabilmente abbattute sulla popolazione civile (in una prospettiva postbellica oltremodo cinica e sommaria che considerava tanto maggiori le probabilità di una rivoluzione di tipo sovietico quanto più sangue innocente si fosse versato), i più moderati partigiani “azzurri” erano chiamati a tenere una condotta ben più prudente e responsabile, preoccupandosi anzitutto di non compiere atti che si potessero ritorcere contro la cittadinanza.

I tedeschi, dal canto loro, se da una parte reagivano nella maniera più drastica allorché loro uomini venivano fatti oggetto di agguati, dall’altra tolleravano le azioni di sabotaggio condotte contro ponti, tralicci dell’alta tensione, loro stessi depositi: ed era appunto a tali incruente “punture di spillo” inferte al nemico in ritirata che si dedicavano prevalentemente, d’intesa con gli Alleati, i partigiani di “Giustizia e Libertà”, l’organizzazione liberal-socialista antesignana del Partito d’azione. Perché al termine di una guerra ormai irrimediabilmente perduta – evidenza ufficialmente inammissibile ma intimamente avvertita da qualunque militare germanico, a prescindere dagli ordini di resistenza ad oltranza sugli Appennini provenienti da Berlino – la principale preoccupazione della Kommandantur era quella di mostrare alle proprie truppe, in guerra ormai da cinque anni, che le si tutelava dagli attacchi portati da quegli inafferrabili banditen che ne facevano carne da macello.

Nella zona di cui ci stiamo occupando operava la banda partigiana “Silvano Fedi”: una formazione i cui componenti erano per la maggior parte anarchici, del tutto autonoma rispetto alle direttive del Comitato di liberazione nazionale ed il cui unico contatto era quello con la banda di Manrico Ducceschi (esponente di “Giustizia e Libertà” e che tre anni dopo la fine della guerra sarebbe stato trovato impiccato nella sua casa lucchese dopo avere dichiarato la propria intenzione di denunciare gli abusi commessi dai partigiani comunisti), con la quale erano state ripartite le zone d’influenza. Mentre infatti i “Patrioti” di Ducceschi agivano tra la montagna pistoiese e quella lucchese, le “Squadre Franche Libertarie” fondate da Fedi operavano tra Pistoia, Quarrata e Lamporecchio, gravitando dunque attorno al Montalbano e spingendosi fino al Padule di Fucecchio.

Pistoiese, ventiquattrenne, dichiaratamente antifascista sin dagli anni liceali (al punto di subire a scuola anche un pestaggio), già nell’ottobre ’43 Fedi aveva organizzato una banda composta da una cinquantina di uomini, e la cui ideologia rispecchiava le sue tendenze anarchiche. Coraggioso, carismatico, idealista egli si era tuttavia attirato diverse antipatie all’interno dello stesso fronte resistenziale, anche per i presunti contatti intessuti con il repubblichino – e a sua volta oltremodo ambiguo – Licio Gelli allo scopo di attuare delle azioni in città: come i reiterati blitz al presidio di Santa Barbara (onde impossessarsi di armi e munizioni), alla questura ed al carcere (con la liberazione di diversi ebrei e prigionieri politici). Nonostante il lungimirante capo partigiano si fosse sempre astenuto dall’attaccare direttamente le truppe occupanti, il ’29 luglio ’44 egli era stato oggetto di un agguato da parte dei tedeschi nella campagna di Casalguidi, venendo assassinato assieme al suo luogotenente nel luogo in cui si era recato ad incontrare un fiduciario.

Non altrettanto avveduta nei confronti delle eventuali conseguenze sui civili la condotta tenuta dalla “squadra franca” affiliata alla “Fedi” ed operante in questa parte di Valdinievole, composta prevalentemente da giovani di Ponte Buggianese, Stabbia, Cintolese e a capo della quale è Aristide Benedetti, trentacinquenne insegnante liceale pontigiano ed esponente del Partito d’azione: rinunciando a rivolgere le proprie azioni contro le strutture o al limite gli uomini della Rsi, la formazione decide infatti di mettere nel mirino proprio i militari della divisione germanica acquartierata nei paraggi. Per questo, l’affermazione fatta dal comandante partigiano nel dopoguerra (nella relazione sull’attività della banda scritta per l’istituto storico della resistenza) secondo la quale l’ordine impartito ai suoi uomini era quello di “sparare solo se direttamente minacciati” – che poi come abbiamo visto costituiva la divisa di tutta l’organizzazione partigiana che si richiamava alla tendenza politica azionista – non pare degna di credito.

Ma ascoltiamo in proposito la testimonianza resa dinanzi alla commissione britannica dallo stesso Benedetti: “Nel maggio ’44 mi nascondevo nei campi vicino Ponte Buggianese per evitare di essere preso per il lavoro forzato. In quel periodo decisi di formare una banda partigiana, mettendo insieme una quarantina di persone: la formazione “Silvano Fedi”, il cui comando era situato a quattro chilometri da Ponte Buggianese; riuscii ad avere un po’ di armi dalla banda di Ducceschi. Durante il periodo organizzativo seppi che due ragazzi erano stati arrestati dai tedeschi dopo essere stati trovati nel Padule in possesso di armi: essi furono poi impiccati a Montecatini, come sospetti partigiani”.

L’episodio cui si riferisce Benedetti aveva avuto luogo esattamente il 23 luglio, allorché due ventenni della zona – Bruno Baronti e Foscarino Spinelli – erano stati sorpresi armati dai tedeschi nel versante monsummanese del Padule e perciò, stante la rigida legge di guerra, condannati a morte come banditen. Portati a Montecatini e qui interrogati, la mattina del 24 i due sfortunati ragazzi erano stati impiccati ai lampioni della centrale piazza Umberto I (l’attuale piazza del Popolo), con attaccato al petto un cartello recante la scritta: “Questo succede a tutti coloro che sparano ai soldati tedeschi”, e quindi fotografati. Metodologia che i tedeschi avrebbero replicato pari pari il 19 agosto sui martiri di Bardine, nel punto esatto in cui due giorni prima partigiani comunisti carraresi avevano trucidato un reparto di SS: il che fa pensare che anche nel Padule i soldati germanici fossero già stati fatti oggetto di attacchi a fuoco, e nonostante Benedetti si sia limitato a parlare di un “periodo organizzativo” nell’attività della banda da lui diretta.

Ma sentiamo quanto in proposito ebbe a scrivere la commissione britannica che indagò sul mostruoso crimine di guerra compiuto dalla Wehrmacht. “La zona interessata si estende su un terreno piatto reso agricolo dall’uomo; gli abitanti sono contadini senza istruzione e vivono in costruzioni sparse che coprono tutta l’area. Nel luglio ’44 il 590° Battaglione Anticarro era dislocato a Ponte Buggianese, ai margini della palude; facevano parte di tale unità il tenente Brettnacher, il maresciallo Petschell e il maresciallo capo Klause. Appena fuori Monsummano, all’Hotel Grotta Giusti, erano alloggiati un gran numero di alti ufficiali tedeschi, tra cui il feldmaresciallo Kesserling; lasciarono l’Hotel il 14 luglio. Verso il 2 luglio il fronte della Vª Armata si stava avvicinando e gli uomini del luogo facevano parte di gruppi di lavoro forzato per opere difensive. A causa dei bombardamenti molte famiglie sfollarono nel “padule”. Alcuni si raggrupparono in piccole bande partigiane, comandate dal professor Benedetti: queste bande attaccarono il nemico in molte occasioni”.

“Il 23 luglio due giovani furono arrestati in Padule per possesso di armi da fuoco, e portati a un distaccamento del 590° Battaglione Anticarro a villa Biagi; un certo tenente Wichmann li interrogò. Più tardi, quella stessa sera, fu chiesto a una donna di tradurre dal tedesco in italiano la seguente frase: “Questo succede a tutti coloro che sparano ai soldati tedeschi”. Tra gli ufficiali del battaglione di stanza in quei giorni a Montecatini erano il capitano Gumbel, i tenenti Krause, Wick e Pohl; la sera del 23 si sentì dire: “Se vuoi vedere un bello spettacolo, vai in piazza domani mattina”. La mattina successiva i due giovani furono impiccati in piazza e fotografati; sui loro corpi fu posto un cartello sul quale era riportata la frase tradotta la sera precedente. Risulta che un altro ufficiale dell’unità, un certo tenente Dirkins, era andato con una pattuglia in Padule il 22 luglio e aveva arrestato un giovane italiano e un soldato”.

Senonché è lo stesso Benedetti, nel prosieguo della deposizione, a spiegare i motivi per cui il comando germanico aveva messo nel mirino con tanto accanimento il Padule, fino a compiere quelle impiccagioni così spietate e “spettacolari”. “A quel tempo avevamo abbastanza armi per poter affrontare in parecchie piccole azioni i tedeschi che transitavano per le strade. Il 6 luglio cinque dei miei uomini tesero un agguato a due motociclisti tedeschi vicino a Fattoria. Quest’azione fu attuata su loro propria iniziativa e non su ordini ricevuti da me. Credo che uno dei soldati fu ferito e portato in ospedale”.

Quel che accadde dopo la cruenta aggressione partigiana apprendiamo dagli atti della medesima istruttoria inglese. “Il 6 luglio due soldati tedeschi a bordo di una motocarrozzetta furono fatti segno al fuoco dei partigiani; seppur feriti i due riuscirono a fuggire e riferirono del fatto loro accaduto. Fu ordinata una rappresaglia e il ten. Brettnacher lasciò il villaggio con il Petschell e un certo numero di soldati: essi si recarono in località “Fattoria”, sparando in tutte le direzioni. Un uomo di 77 anni fu ucciso e la sua casa data alle fiamme. Un altro uomo fu arrestato, la sua casa incendiata e poi fu rimesso in libertà: altri soldati tuttavia lo arrestarono nuovamente, e quando egli cercò di scappare Petschell gli sparò uccidendolo; Klause frugò allora il corpo della vittima e gli rubò il portafoglio. Anche Petschell perquisì un uomo fuori della sua casa e poi gli sparò un colpo alla testa. Questi soldati tedeschi andarono avanti con la loro rappresaglia e uccisero altri due uomini, di 60 e 73 anni; il primo fu trovato più tardi nella sua casa, che era stata data alle fiamme, senza braccia e senza gambe. Lo stesso giorno nella zona di Monsummano truppe tedesche si trovavano nella fattoria di Ugo Romani; alcuni si ubriacarono e tentarono di violentare due sue figlie che si trovavano in casa, le quali furono difese dall’anziano padre e dal fratello Sereno, che per quanto zoppo si scagliò contro i tedeschi con un’ascia uccidendone o ferendone tre. Fu dato l’allarme, la fattoria venne circondata e Sereno, lo sciancato, fu impiccato nel granaio. Ugo fu arrestato e la mattina successiva venne interrogato da un colonnello che dopo aver ascoltato la sua versione dei fatti si scusò con lui”.

Questa tragica successione di eventi ci aiuta a comprendere la spirale innescatasi una volta insediatosi quel contingente tedesco in Valdinievole. Demoralizzati, spesso affamati (diverse testimonianze ci parlano di loro fameliche incursioni per le coloniche situate “in gronda” al Padule – talvolta al limite della gozzoviglia – nonché di improvvisate cacce alle anatre), logori di una guerra infinita e ormai irrimediabilmente perduta, ma inchiodati al loro posto e alle loro divise dagli ordini superiori, quei soldati finiscono con il trasformarsi in predoni, ma diventando al contempo un bersaglio fin troppo facile per dei partigiani che, essendo tutti della zona, della palude conoscono ogni anfratto, ogni via di fuga, ogni segreto. Ma la disperazione è in un certo senso di quei giovani stranieri in divisa come di questi “ribelli” alla leva di Salò o comunque al nazifascismo: perché scegliendo la macchia essi si sono ritrovati tutti individuati e schedati, e dunque è adesso che si ha il fronte in casa che bisogna agire, se non si vuole passare un altro inverno in clandestinità (ossia per le montagne, visto che i tedeschi sono finalmente arrivati). Da tale illusione di poter in qualche modo influire sull’andamento della guerra nascono così le imboscate come quella del 6 luglio: il cui unico risultato è di indurre gli occupanti a classificare l’intero territorio adiacente quale Bandengebiet, e di conseguenza ad applicarvi la brutale ritorsione sancita dal Nacht und Nebel, come dimostrerebbero gli incendi appiccati dopo esecuzioni e mutilazioni (i quali non sarebbero peraltro mancati neppure in occasione del conclusivo massacro del 23 agosto).

Partiti per dominare il mondo dall’alto di una dottrina che ne faceva la razza eletta, i tedeschi si ritrovano adesso a combattere in una terra ostile, per giunta abitata da un popolo che, già in partenza classificato come inferiore (donde l’ammirazione hitleriana per il suo eccezionale capo: il Duce), si è rivelato pure traditore, replicando peraltro il voltafaccia della Prima guerra mondiale. A questo punto la frustrazione, il senso di disprezzo, la cieca fedeltà agli ordini ereditata dal militarismo prussiano, la copertura garantita dai superiori anche dinanzi alle efferatezze più inaudite e disonorevoli vengono a costituire un cocktail micidiale di vendetta e ferocia destinato ad abbattersi come una mannaia sul capo della nostra gente. Non potendosi catturare quei maledetti banditen, che come fantasmi appaiono dal nulla per colpire a tradimento e poi nuovamente eclissarsi, ci si rivale su chi, inerme innocente indifeso, le circostanze belliche hanno portato ad abitare quei luoghi, credendo così di sottrarsi ai pericoli della guerra maggiormente incombenti (bombardamenti, rastrellamenti, deportazioni), per sfogare su di loro gli istinti più bestiali e disumani. Non tutti quei “crucchi” divengono belve, anche in occasione delle varie rappresaglie in Padule qualche barlume di umanità permarrà: ma a costo di esporsi al richiamo – quando non al dileggio – da parte di comandanti che situazione e ordini superiori hanno portato a smarrire qualunque codice etico.

Ma torniamo a dare la parola al Benedetti. “Continuammo ad attaccare i tedeschi ogni volta che se ne presentava l’opportunità. Un certo Mario Di Meo – uno entrato da poco in formazione – cominciò a destare sospetti: lasciava la banda per due o tre ore; una volta stette via un’intera notte. Il 20 agosto lo arrestai, lo giudicammo e fu condannato a morte come spia tedesca. Quello stesso giorno, più tardi, mi fu riferito che due uomini vestiti in abiti civili avevano cercato il Di Meo: furono subito sospettati d’essere tedeschi e non si fecero più vedere. Ma due ore dopo dei soldati tedeschi spararono più raffiche da un’autoblindo nella nostra direzione; tornarono anche il giorno dopo e spararono alcune raffiche. Nelle prime ore del 23 sentii spari provenire dal Padule: quel giorno ero stato preso dalla febbre malarica, così due uomini mi scortarono da un amico a Montecatini”.

Le rivelazioni del capo partigiano ci inducono ad accostare una volta di più il carattere dell’eccidio del Padule a quello consumatosi tra il 24 e il 27 agosto a Vinca: ove a fare le spese dell’attività partigiana furono egualmente vecchi, donne, bambini, perfino lattanti. Anche nel borgo apuano, infatti, sin dal mese di giugno si erano registrati attacchi contro varie strutture afferenti il vicino cantiere della Todt: nonostante l’uccisione di tre militari (due italiani e un tedesco) ad opera di partigiani “garibaldini” provenienti dalla montagna versiliese, tuttavia, la popolazione era stata sempre miracolosamente graziata dalla Kommandantur, e una volta addirittura dopo che il piccolo villaggio montano era stato già circondato dai tedeschi con i mitra spianati. Ma il mortale agguato condotto il 19 agosto contro un sottufficiale che a bordo di una camionetta stava recandosi a controllare i lavori avrebbe determinato la definitiva resa dei conti da parte nazifascista, facendo anche in questo caso 174 vittime innocenti.

Ipotesi pienamente avvalorata dalla deposizione del partigiano pontigiano Carlo Martini. “Dal settembre ’43 ho aderito alla banda del professor Benedetti. Quando i tedeschi occuparono la zona, la nostra banda, consistente in una sessantina di uomini, andò nel Padule di Fucecchio. Ai primi di luglio, mentre ero di pattuglia, incontrai un certo Di Meo Mario, un francese che diceva essere disertore dell’esercito tedesco. Dopo averci parlato lo presi nel mio gruppo: fu tenuto in osservazione e infine fatto responsabile di un piccolo gruppo. A luglio arrivarono due ex prigionieri alleati accompagnati da un certo Enrico Magnani di Montecatini ed altri partigiani che venivano dalle montagne. In questo periodo il francese cominciò a destare sospetti, fu visto conversare con soldati tedeschi e poi ci giunsero notizie che stava per lasciarci. A metà agosto fu arrestato, processato e condannato a morte: uno degli alleati mi chiese la pistola e se ne andò col francese. Il 21 agosto sentii dire che un soldato tedesco pretendeva 500 lire da ogni persona che incontrava: così con degli uomini cercai di catturarlo. Non lo trovammo ma ci imbattemmo in un altro gruppo di tedeschi arrivati con un’autoblindo: mentre camminavano aprii il fuoco con un fucile mitragliatore e ne ferii uno alla gamba; i suoi compagni lo portarono via. Il giorno dopo non successe niente, ma il 23 cominciarono a sparare col cannone e le mitragliatrici nel Padule; cercammo di uscire dal Padule ma tutta l’area era circondata. Non ci fu alcuna battaglia tra noi e i tedeschi quella mattina e solo il giorno dopo apprendemmo che erano stati uccisi dei civili. Quel giorno catturai un tedesco e insieme ai due ex prigionieri alleati e a due americani attraversai l’Arno e lo consegnai agli Alleati. Dopo seppi che Magnani era stato ucciso nel Padule”.

Tra le vittime dell’eccidio figurano infatti anche due partigiani: oltre al Magnani, appartenente alla formazione del Ducceschi, Enrico Bianchini, militante nella stessa “Fedi”. In questa occasione dunque dei partigiani che non si richiamavano all’ideologia comunista si comportarono né più né meno come quelli delle brigate garibaldine, facendo gratuitamente fuoco contro una pattuglia tedesca in transito per fatti suoi per poi immediatamente dileguarsi ed ovviamente sparire al momento dell’immancabile rappresaglia germanica, abbandonando l’incolpevole popolazione al suo tragico destino. La sconsiderata azione attuata dal Martini (da lui peraltro onestamente ammessa) subito dopo l’eliminazione del Di Meo dové dunque rappresentare la goccia che fece definitivamente traboccare il vaso della pazienza teutonica, convincendo il comando della divisione che le precedenti ritorsioni erano servite a ben poco ed inducendolo a fare una volta per tutte terra bruciata di tutta la parte di Padule ove fosse presenza umana. Ipotesi implicitamente avvalorata dalla testimonianza di una donna di Monsummano, Maria Motroni: “Il 23 agosto mi dissero che il maresciallo Patz, alloggiato a casa mia, era rimasto ferito: la ferita non era fasciata e così potei vedere che era stata causata da una scheggia di shrapnel. Sentii delle voci che in padule c’era stata una specie di battaglia e che dei soldati di Monsummano erano stati mandati là di rinforzo”.

A chiarire ulteriormente la dinamica di quanto accaduto sono poi le dichiarazioni volontarie rese dopo la fine della guerra da due ufficiali tedeschi appartenenti ai due corpi incriminati e fatti prigionieri dagli Alleati, ma che non deposero al processo di Venezia: il tenente von Buch, del reparto esploratori della 26ª Divisione corazzata, e il sottotenente Wichmann, del 590° Battaglione anticarro. Si tratta ovviamente di testimonianze da prendere con tutti gli accorgimenti del caso, essendo state rese da militari messi dalle varie istruttorie in relazione con il terribile eccidio ed il cui principale scopo non poteva che essere quello di difendersi, acconciando qualunque elemento possibile al proprio tornaconto; esse possono tuttavia aiutare a comprendere contesto e motivazioni della strage. La prima, in particolare, ci dice inequivocabilmente che fin dall’inizio i tedeschi avevano messo nel mirino la parte valdinievolina del Padule – e non quella valdarnese – per gli attacchi subitivi fin dal loro arrivo: e questi non potevano essere opera che degli uomini della banda del Benedetti.

Von Buch: “Nel luglio ’44 fui mandato per una quindicina di giorni in servizio sulla linea dell’Arno: subito arrivò un’ordinanza per cui chiunque venisse trovato nella palude in provincia di Pistoia doveva essere considerato partigiano. Le circostanze che dettero origine a tale direttiva si possono così ricostruire: alcune unità di genieri della divisione stavano effettuando dei lavori nella parte pistoiese della palude quando furono uccisi dal fuoco di mitragliatori e fucili. Al comando della divisione fu tenuta una riunione urgente alla quale era presente il mio ufficiale superiore, capitano Strauch: il quale, al ritorno dalla riunione, dispose la convocazione di tutti i comandanti di compagnia, onde informarci dell’ordinanza; io fui presente alla riunione. L’ordine ci fu impartito oralmente: ma penso che quello originale doveva essere stato dato per iscritto, poiché non tutti i comandanti del reggimento potevano aver presenziato alla riunione presso il comando di divisione. Non sono in grado di ricordare nei dettagli la direttiva, ma in buona sostanza essa si esprimeva in questi termini: “Tutte le persone trovate nell’area paludosa debbono essere considerate come combattenti contro di noi e quindi trattate come nemici. Chiunque venga trovato aggirarsi nell’area dev’essere ucciso e le proprietà – ossia capanne e costruzioni provvisorie – distrutte”. Dopo che fu emanato quest’ordine venni mandato a compiere un giro d’ispezione in quell’area: ma siccome stava facendosi buio, quando raggiunsi la zona della palude tornai indietro. Due ore più tardi uscii con la mia compagnia per un altro giro esplorativo, assieme ad un’altra compagnia dello stesso reggimento: per quanto mi riguardava non successe niente di rilevante. Attraversammo una fattoria e vedemmo dei civili dall’aria innocua; dopo aver preso delle misure precauzionali ce ne andammo. Sentii dire che altre compagnie avevano vissuto episodi simili. Per giustificare questa condotta desidero affermare che in quel periodo tutto il fronte era in uno stato di febbrile e nervosa attesa: a causa dell’attività partigiana noi in quell’area avevamo subito numerose perdite, e in particolare si vociferava che donne e bambini venissero impiegati come staffette per portare messaggi e così via. Non era inoltre a conoscenza di tutti che civili provenienti da cittadine e villaggi vicini fossero sfollati ai margini dell’area paludosa. Questa sparatoria creò parecchia confusione: i comandanti di reggimento si lamentarono con il comando della divisione per la vergogna di una simile condotta; allora la divisione ordinò un’inchiesta”.

Wichmann: “Nel luglio ’44 il 590° Battaglione Anticarro era composto da tre compagnie indipendenti ed era acquartierato a Montecatini o nelle vicinanze. Non sono in grado di ricordare la data esatta in cui accadde il fatto che mi accingo a narrare, ma dovrebbe trattarsi della prima settimana di luglio: due componenti della mia compagnia furono fatti oggetto del fuoco dei partigiani, rimanendo gravemente feriti. Il fatto si svolse così: verso mezzanotte due corrieri furono mandati dal comando della compagnia con un messaggio che doveva essere consegnato al comando di battaglione. Fui svegliato da un soldato che mi informò che avevano sparato ai due motociclisti e che erano rimasti feriti, circa un miglio dal comando di compagnia; sul momento non feci niente, poiché i due motociclisti erano già stati portati in ospedale. Nelle prime ore della mattina ricevetti dal comandante del battaglione, cap. Gümbel, l’ordine di recarmi con una pattuglia sul luogo dell’incidente per compiervi una rappresaglia. Lasciai la compagnia con una pattuglia di quindici uomini e mi recai sul posto: individuai sul terreno le tracce di sangue e guardandomi intorno trovai il punto, vicino a un fosso, in cui era stata piazzata una mitragliatrice, con un certo numero di bossoli di cartucce italiane. Il luogo in questione era su un piccolo spazio al lato della strada, accanto a un ponte in pietra che superava il fossato, a brevissima distanza dal punto in cui erano stati feriti i motociclisti. Lì vicino era una casa di italiani: ne svegliai gli occupanti e feci loro delle domande, ma essi negarono di essere a conoscenza del fatto. Perquisii la casa senza trovare né armi né munizioni; feci altre perquisizioni nelle case vicine, ma senza risultato: l’unica arma rinvenuta fu un fucile da competizione sportiva, che con mia soddisfazione non aveva niente a che fare con l’agguato ai motociclisti. Sebbene mi fosse stato ordinato di effettuare una rappresaglia, io interpretai l’ordine come se fosse diretto contro gli effettivi responsabili dell’aggressione.

“Poco dopo essere rientrato al comando di compagnia, scrissi un rapporto sul risultato delle mie investigazioni: dissi che avevo fatto indagini, che avevo trovato impronte e bossoli di cartucce e che avevo perquisito diverse case ma senza riuscire a individuare i responsabili dell’incidente che aveva causato il ferimento dei due motociclisti. Avevo dei motivi personali per non desiderare di partecipare a una rappresaglia, e perciò dopo avere scritto il rapporto me ne tornai al mio alloggio. Verso mezzogiorno andai a mangiare alla mensa ufficiali a Montecatini; lì incontrai Gümbel, arrabbiato perché non avevo compiuto alcuna ritorsione: mi coprì di ridicolo davanti agli altri ufficiali. Io dissi che non era mio desiderio prendere parte a una rappresaglia, a meno che non fossero stati arrestati i veri responsabili dell’aggressione: ma non contro dei civili innocenti. Mi pare che quello stesso giorno, ma più tardi, andai in una località vicina e lì incontrai il mio amico, ten. Brettnacher: mi mostrò il luogo in cui era stato ucciso un vecchio, che giaceva accanto a un muro, dicendomi che ad ucciderlo era stato il maresciallo Petschell. Non so se fosse stato ucciso qualche altro civile: so solo che Petschell era un brutto tipo, che giocava sempre con armi e bombe a mano; Brettnacher era invece della mia stessa idea, che le rappresaglie non dovessero essere effettuate. Gli ufficiali del battaglione si dividevano in due gruppi: quanti stavano dalla parte del cap. Gümbel e quanti concordavano col cap. Clausen; io facevo del mio meglio per non trovarmi sulla strada di Gümbel poiché io e lui non ci trovavamo d’accordo su niente, anche su tutto quanto riguardava il battaglione. Io mi occupavo del benessere dei miei uomini e passavo la maggior parte del mio tempo con la famiglia presso la quale ero alloggiato. Vorrei precisare che so che a Brettnacher fu ordinato di compiere la rappresaglia, ma non so esattamente come sia andata in merito all’uccisione del vecchio da parte di Petschell: questi sapeva dell’ordine inviato dal comando supremo riguardo le azioni di rappresaglia che dovevano essere effettuate in risposta all’attività partigiana, ed eseguiva tali direttive alla lettera, sapendo che ogni eccesso sarebbe stato coperto dal suo ufficiale e da quelli che erano i responsabili dell’ordine da lui eseguito. Sebbene Gümbel non mi piacesse, non voglio dire che fosse contento di compiere rappresaglie contro i civili, ma che voleva proteggere i suoi soldati e quindi eseguiva gli ordini ricevuti dal comando supremo”.

Paoletti riporta inoltre tutte le testimonianze che consentirono alla commissione britannica di ricostruire l’eccidio in questi termini: “Verso il 20 agosto un altro scontro ebbe luogo tra i partigiani e parecchi soldati della 3ª Compagnia del 93° Battaglione Genieri, comandati dal cap. Rassmann, e un tedesco rimase ferito; di essa facevano parte alcuni polacchi arruolati nell’esercito germanico. L’intera unità, ad eccezione del ten. Brunner, era alloggiata nella casa di Maria Galligani, a Capannone, vicino Ponte Buggianese; i suoi membri erano soliti uscire la sera, apparentemente per compiere saccheggi: spesso tornavano con valori, denaro, bestiame. La sera del 21 agosto tornarono al loro alloggio su un veicolo corazzato, e il soldato Barrakewski risultava ferito a una gamba: ferita da ricollegare senz’altro allo scontro succitato. Non v’è alcuna prova certa che questi soldati siano stati coinvolti nel massacro del 23 agosto, sebbene il 24 il ten. Brunner abbia chiesto quante persone fossero state uccise il giorno prima: per cui doveva essere a conoscenza della rappresaglia. L’unità lasciò la zona il 25 agosto. Come risulta dalla mappa allegata, in tutta l’area che circonda il Padule erano molti elementi appartenenti alla 26ª Div. Cor., il cui comando era posto a Chiesina Uzzanese; il gen. von Lutzwitz era il comandante avendo come ufficiale di Stato Maggiore il col. Cernstorff. La sera del 22 agosto, il giorno precedente il massacro, una pattuglia di soldati lasciò a bordo di mezzi corazzati il villaggio e andò nel Padule; poi dissero di aver ucciso 200 partigiani. Due o tre giorni più tardi un tenente del Comando della Divisione dette una festa in onore di questi soldati.

“A Monsummano era acquartierata la Compagnia Sussistenza del 26° Reparto Esploratori, comandata da un certo cap. Strauch, con due tenenti, Michelsen e Wolf. Il 23 agosto membri di questa unità ripulirono le loro armi e partirono per il Padule affermando che andavano a far fuori i partigiani. Ritornarono il 25 e uno disse che aveva visto donne e bambini uccisi; il cap. Strauch era con loro e al suo ritorno era polveroso e sporco: apparentemente aveva preso parte attiva al massacro. Risulta che per compiere la rappresaglia siano state prese molte piccole pattuglie di soldati da varie unità della 26ª Div. Cor., al tempo nell’area. Verso le 6 del 23 agosto truppe tedesche andarono alla “Tabaccaia” ove si trovavano molti sfollati, per lo più donne e bambini; gli occupanti furono svegliati dai colpi alla porta e fu ordinato loro di uscire. Quando furono fuori dall’edificio furono abbattuti dal fuoco dei fucili mitragliatori: nove furono uccisi, compresi ragazzi di 9 e 13 anni, e quattro ragazze ferite. Queste giacquero a terra come fossero morte, vedendo gli spari dei tedeschi finché non furono tutti immobili e all’apparenza morti. Un altro uomo di 59 anni fu ucciso mentre stava lavorando nei campi lì attorno. Alcuni minuti più tardi un capitano, due tenenti e un interprete arrestarono Fedele Parenti e lo costrinsero ad accompagnarli; altri soldati portarono altri due civili, padre e figlio, di fronte agli ufficiali. Mentre si avvicinavano, i due tenenti si fecero avanti e ognuno di loro estrasse la pistola e sparò contro i due uomini, uccidendoli. Altri due uomini furono trovati uccisi lì vicino, verosimilmente colpiti da questi ufficiali: i quali paiono essere il cap. Strauch, i ten. Michelsen e Wolf, con l’interprete Mueller.

“Complessivamente nell’area di Ponte Buggianese furono uccise dai tedeschi 29 persone di entrambi i sessi, compresi ragazzi e bambini. Oltre al 26° Reparto Esploratori, anche il 9° Reggimento Granatieri Corazzati è fortemente sospettato di avere perpetrato questi omicidi. Alfons Pitroch, del Comando del 9° Regg. Gran. Cor., pare essere stato al corrente del massacro, poiché chiese al dottor Baldi [medico condotto pontigiano che ottenne dal comando germanico il permesso di recarsi in Padule, avendo così modo di soccorrere i feriti – inviandone anche alcuni all’ospedale di Pescia – ed esaminare i cadaveri] della faccenda. Nella proprietà della Baronessa Banchieri [a Castelmartini, sul versante larcianese del Padule] erano alloggiati il ten col. von Witzleben, comandante del 9° Regg. Gran. Cor., e alcuni ufficiali del suo Stato Maggiore. Verso le 7 un civile venne lì detenuto in quanto accusato di essere un partigiano: la baronessa parlò all’ufficiale di servizio e più tardi l’uomo fu liberato. Witzleben uscì dall’abitazione, parlò con l’ufficiale e poco dopo si iniziarono a udire spari provenienti dalle parti di casa Silvestri, non lontano da lì: dalla villa un cannone aprì il fuoco contro l’edificio e dopo alcuni colpi gli spari cessarono. Una pattuglia di soldati tedeschi andò alla casa, ordinando agli occupanti di venir fuori: mentre stavano eseguendo l’ordine, i militari aprirono il fuoco uccidendo e ferendo molti dei civili. Altri che tentarono di scappare furono uccisi e un bambino di 27 mesi che piangeva tra le braccia della madre fu ammazzato con un colpo del calcio del fucile. Sette donne, due uomini, un ragazzo di 8 anni e due bambini di 17 e 27 mesi furono uccisi, mentre parecchi altri feriti giacevano tra i corpi dei morti e quelli che fingevano di esserlo.

“Molte persone ferite e morenti furono portate nella villa della Baronessa Banchieri da varie altre case dove si erano verificati episodi simili. In un’altra fattoria tre uomini furono arrestati, portati fuori e colpiti a morte senza alcuna ragione apparente. I tedeschi continuarono il loro massacro e andarono alla casa di Simoni; agli occupanti fu ordinato di venir fuori e tra questi erano vecchi ed infermi, uomini, donne, ragazzi e bambini: mentre uscivano furono falciati o colpiti singolarmente alle spalle con colpi di pistola. All’inizio alcuni furono solo feriti, e tentarono di scappare: ma stavolta vennero colpiti a morte. Tra i morti erano otto ragazzi, fra gli uno e i 16 anni. I tedeschi si diressero verso un altro gruppo di tre civili, che furono fatti prigionieri e dopo una breve conversazione portati da una parte e uccisi. Episodi simili si verificarono ogni volta che si presentava una pattuglia tedesca: nessuno veniva risparmiato. I militari entrarono in una casa e ordinarono a una donna anziana e al marito di uscire: l’uomo era infermo, e mentre la moglie tentava di metterlo in piedi, lo uccisero. Quel giorno molti altri corpi furono trovati in varie località, ma in molti casi senza che vi fossero stati testimoni: per quanto non vi sia alcun dubbio che a uccidere anche queste persone siano stati i tedeschi.

“Per salvarsi molte delle persone ferite erano andate a villa Banchieri: qui trovarono una gran confusione nel comando tedesco, a causa dell’uccisione di così tanti innocenti tra cui donne e bambini. Von Witzleben mandò dei corrieri con l’ordine di far cessare le uccisioni, informando che il Generale aveva ordinato la rappresaglia in quanto soldati tedeschi erano stati uccisi ma che lui personalmente era all’oscuro dell’intera faccenda. Si sa che componenti della 2ª Compagnia del 26° Reparto Esploratori andarono nel padule per compiere una rappresaglia contro i partigiani e al loro ritorno alcuni ammisero di aver ucciso donne e bambini. In località Stabbia una rappresaglia simile fu effettuata da un’unità descritta come Compagnia Sussistenza Divisionale della 26ª Div. Cor. Il 22 agosto un certo numero di soldati di questa unità comandati da un tenente lasciò i propri alloggiamenti di Larciano; arrivarono a Stabbia verso le 6 del 23 agosto con due autoblindo e cominciarono un fuoco indiscriminato. Fu adottata la stessa procedura degli episodi precedenti: i civili furono arrestati e poi uccisi, oppure si sparò a morte contro di loro mentre svolgevano il proprio lavoro quotidiano. Non fu data alcuna spiegazione sul motivo per cui venivano eseguite quelle uccisioni. A Massarella nelle prime ore autoblindo aprirono il fuoco in direzione del padule e più tardi sette uomini furono trovati uccisi.

“Durante l’intera operazione nell’area di Fucecchio furono massacrate complessivamente 184 persone (121 uomini e 63 donne; 27 erano ragazzi di età compresa fra un mese e 16 anni), mentre altre 22 rimasero ferite (12 uomini e 10 donne; 7 ragazzi sotto i 16 anni). Non v’è alcun dubbio che elementi della 26ª Divisione Corazzata furono pienamente responsabili delle atrocità. Il gen. Crasemann era il Comandante ed è evidente che fu lui a ordinare materialmente la rappresaglia, di cui il 26° Reparto Esploratori è il principale responsabile. Si ritiene che durante questo periodo il comando di Divisione sia passato dal gen. Lutzwitz al gen. Crasemann”. Seguiva l’elenco dei militari che le risultanze investigative avevano portato a ritenere maggiormente compromessi con l’eccidio, e nei confronti dei quali il rapporto britannico concludeva nella maniera più grave: “Considerando l’età e il sesso di molte vittime e il fatto che alcune furono derubate o immediatamente prima o dopo la loro morte, ci sembra del tutto ovvio che singoli soldati andarono oltre il loro dovere e sono personalmente giudicabili come criminali di guerra. Senza dubbio molti soldati non parteciparono all’uccisione di donne e bambini innocenti; ma quelli che vi presero parte devono averlo fatto con la piena consapevolezza dei loro ufficiali e sottufficiali, che sono egualmente colpevoli”.

Ma vi fu davvero al comando tedesco quella “gran confusione”, una volta che ci si rese conto dell’orrore compiuto? Le testimonianze ci dicono che non solo il massacro cessò, ma che in alcuni casi gli stessi militari germanici vennero in soccorso dei feriti: come poté dunque brillare un raggio di pietà nello stesso animo di chi aveva scatenato un simile inferno? Sentiamo in proposito l’acuto commento di Paoletti: “Dalle testimonianze italiane e tedesche emerge chiaramente che non ci fu nella 26ª Divisione quella coesione che doveva nascere dalla comune corresponsabilità. Vari ufficiali della Wehrmacht (non a caso davanti a quasi tutti questi nomi c’è un “von” indice di origini nobiliari) si dissociarono più o meno apertamente, a seconda del grado sulle mostrine e di quello morale. Il tenente colonnello von Witzleben, sta scritto nella relazione britannica, “si scusò – per l’uccisione di civili – con la baronessa Banchieri, disse che gli ordini venivano dal generale e che lui non ne sapeva niente”. Anche se non appare credibile che un ufficiale del suo grado non ne sapesse nulla, tuttavia gli investigatori inglesi accolsero la tesi che “von Witzleben si mise in comunicazione con il generale e il massacro di donne e bambini cessò”.

“Più testimonianze concordano sul fatto che altri ufficiali dettero ordini di non uccidere donne e bambini e di far prigionieri gli uomini. Proprio come se qualcuno obbedisse all’ordine di Crasemann-Lemelsen-Kesserling e qualche altro facesse riferimento alle direttive del comando supremo della Wehrmacht: la legislazione di guerra tedesca permetteva anche di queste sottigliezze. Ci sono gli ufficiali che estraggono la pistola dalla fondina, si avvicinano al prigioniero e gli sparano quasi a bruciapelo. Ci sono quelli che fanno piazzare le mitragliatrici e ordinano ai soldati di portare le vittime predestinate sull’aia, altare sacrificale di contadini e sfollati innocenti. Insomma gli Strauch sono più di uno! C’è poi l’ufficiale che quando il morituro gli dice che il suo assassinio avrebbe gettato disonore sull’esercito tedesco salva dalla morte il testimone dei suoi eccidi. Ci sono ancora ufficiali che la sera del 23 agosto, senza alcun ribrezzo, festeggiano tra musica e balli. Infine, il giorno dopo il massacro, ci sono altri ufficiali che mandano dei camion a raccogliere prima i feriti e poi i cadaveri di quegli innocenti che hanno mitragliato appena poche ore prima. Gesto di umana pietà o paura dell’insorgere di qualche malattia infettiva?

“Anche tra i sottufficiali e i soldati ci sono comportamenti non appiattiti sul rispetto di ordini assurdi. Ci sono quelli che stanchi di sparare con scarso successo ai pennuti del Padule sembrano trovare ora più diletto nel colpire con i fucili mitragliatori bersagli più grossi e indifesi. Ed è allora pura mattanza, grazie al fuoco indiscriminato delle potenti mitragliatrici. C’è chi ha un attimo di esitazione a usare la “sega di Hitler” [la micidiale mitragliatrice in dotazione alle truppe germaniche] ma poi scarica i suoi caricatori contro donne e bambini. C’è il caso del soldato che sospende il fuoco quando una ragazzina di 11 anni corre verso di lui piangendo. C’è quello che si esalta nello sparare nel mucchio e quello che esegue l’esecuzione in disparte; c’è quello che uccide un bambino in braccio alla madre col calcio del fucile (non si trattasse di un’umana tragedia, ci si potrebbe chiedere: per sadicità o per risparmiare le munizioni?) e l’altro che promette la morte al portatore di cassette di munizioni e poi inspiegabilmente lo grazia. C’è il soldato che si accanisce col fucile mitragliatore sui corpi a terra e gli altri due militari che soccorrono le persone ferite un secondo prima dai loro compagni. C’è un gruppo di persone rastrellate che sembra pilotato dai soldati tedeschi per sfuggire alla cieca rappresaglia dei loro compagni. Se la cavano con tanta paura e qualche ora di lavoro gratuita.

“Anche tra quelli che hanno trasportato munizioni, a rigor di logica i primi ad essere eliminati in quanto testimoni diretti di tutti i massacri, ci sono percentualmente molti sopravvissuti. E questo non si spiega con il calcolo di lasciare in vita un testimone che con il suo racconto ammonisca la popolazione a non appoggiare i partigiani. Forse si tratta di segnali di stanchezza di soldati nauseati o ormai incapaci di uccidere a sangue freddo. Da alcune testimonianze emerge chiaramente che alcuni soldati tornano dal Padule sconvolti da tanto orrore. Ma complessivamente appaiono pochi i soldati che rimangono ai margini della carneficina; ma quando vi riescono riaffiora quell’umanità che dovrebbe essere di ognuno, con o senza divisa. Così il maresciallo, con un pensiero ai propri figli, fa una puntura contro ogni forma d’infezione al ragazzo mitragliato dai suoi camerati. Ma a parte questi bricioli di solidarietà umana, quello che colpisce di più la memoria, e la coscienza, è il soldato che torna a sparare sullo stesso vecchio che in precedenza ha solo ferito e che ora tenta di rialzarsi. Indubbiamente sono più numerose le testimonianze dove emergono militari senza una stilla di umana pietà nel sangue. Ci sono perfino soldati che non sopportano il gesto del figlio che si inginocchia a baciare il cadavere del padre e lo allontanano sotto la minaccia dei fucili; altri, invece, sembrano assistere, più che partecipare alla rappresaglia. È il caso dei carristi che quando vedono degli uomini chiedono loro i documenti, come dei poliziotti, e poi li lasciano andare (evidentemente circolavano fuori dal perimetro del territorio oggetto della rappresaglia). Dopo la strage, finita l’orgia della follia collettiva, si notano casi di soldati che aiutano una povera figlia impegnata a tirar fuori da un fosso il corpo senza vita del genitore”.

Sin dai giorni immediatamente successivi l’eccidio le truppe tedesche iniziarono dunque ad abbandonare quei luoghi, sui quali si erano trattenuti soltanto un paio di mesi, in attesa dell’ordine di ripiegare sulla Linea Gotica, sin dall’anno precedente individuata da Kesserling quale estremo baluardo difensivo dell’ormai pericolante Reich: un periodo tutto sommato breve, e che con tutta probabilità non avrebbe visto versare sangue innocente se non vi fossero stati quegli scriteriati attacchi partigiani. Fra il 2 e l’8 settembre venivano così liberate la Valdinievole, Lucca e Pistoia. Già il 12, allora, il solerte comandante la stazione dei carabinieri di Monsummano, Giuseppe Vitale, poteva indirizzare al comando alleato lì insediatosi un circostanziato rapporto su quanto perpetrato venti giorni prima dai militari germanici, che si concludeva con queste toccanti parole: “È superfluo dire i sentimenti di deprecazione e di odio suscitati nell’animo di tutti i monsummanesi da questo barbaro episodio (a conclusione e coronamento di vari mesi di rapine, saccheggi e soprusi d’ogni genere) che resta come un marchio di distinzione preciso e inequivocabile di tutto un sistema, uno stile, una razza”. La scrupolosa indagine compiuta dal sottufficiale avrebbe così rappresentato la base delle successive inchieste angloamericane, nonché un fondamentale documento storico a beneficio dei posteri.

“L’Italia avrà il suo grande posto nel mondo”, sta scritto ancor oggi all’ingresso del vecchio cimitero di Castelmartini – oggi Giardino della Memoria – con quell’inchiostro indelebile escogitato da Starace affinché ovunque gli italiani venissero educati al vanaglorioso e roboante verbo mussoliniano: lì un destino crudele quanto beffardo volle fossero sepolte le vittime larcianesi dell’eccidio del Padule.

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